Luglio 24, 2026
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Pandemia e finanza di coppia, i piani familiari per gestire le emergenze. Suggerimenti utili

Nella famiglia i soldi non sono esattamente di chi se li procura, ed ognuno nella coppia collabora economicamente sia producendo reddito di qualunque natura (dallo stipendio agli utili provenienti da investimenti), sia contribuendo a contenere i passivi e, in definitiva, risparmiando.

Mai come oggi, in piena pandemia da Covid19, vale il concetto che le famiglie sono molto simili alle aziende: se non si effettua un attento controllo di gestione e di tesoreria, anche le migliori di esse vanno economicamente a gambe all’aria.

L’impatto che il Coronavirus può avere sulla sicurezza del lavoro o sulle finanze è fonte di preoccupazione per tutti, ma è anche una opportunità per le coppie di rivedere i piani di famiglia e lavorare insieme per sostenere la stabilità presente e futura.

I consigli degli esperti, in questo particolare settore che coinvolge più elementi emozionali che finanziari, convergono su alcuni suggerimenti fondamentali, dalla natura affatto scontata, la cui efficacia dipenderà moltissimo dalla propria capacità di condividere le decisioni, uscendo fuori dagli schemi – o dalla loro assenza – dettati dall’intimità coniugale e adottando un atteggiamento più distaccato, eventualmente facendosi aiutare da una figura esterna. In ogni caso, qualunque suggerimento trova il suo fondamento in alcuni principi stabiliti nel matrimonio civile. In particolare, nell’articolo Art. 143 del Codice civile si parla dei diritti e doveri reciproci dei coniugi: “Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.

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Nella famiglia, pertanto, i soldi non sono esattamente di chi se li procura, ed ognuno nella coppia collabora economicamente sia producendo reddito di qualunque natura (dallo stipendio agli utili provenienti da investimenti), sia contribuendo a contenere i passivi, esattamente come un’azienda che dedica agli acquisti un ufficio specifico. In più, nell’azienda-famiglia si coprono con il proprio lavoro diretto tutte attività (dalla cura dei figli alle faccende domestiche) che se non fossero svolte da uno dei due membri della coppia richiederebbero un esborso di denaro per assumere collaboratori esterni (colf, baby sitter etc), e quindi hanno un valore quantificabile.

Tornando ai piani familiari, per elaborarne uno veramente efficace bisogna partire dalle basi.

1) Fissare il tempo con il partner per parlare di soldi – Prima di fare qualsiasi altra cosa, la coppia dovrebbe “prendersi del tempo”, organizzando una discussione sul denaro, da soli o con un consulente finanziario. Si tratta di una conversazione seria, da affrontare preferibilmente nel fine settimana, quando si è liberi dai pensieri del proprio lavoro e non ci sono distrazioni. Infatti, le discussioni sul denaro possono essere difficili da gestire, ma in un periodo come questo c’è maggiore disponibilità per affrontare almeno i punti fondamentali: rivedere le proprie spese mensili per comprendere il loro “livello di combustione”, ossia il tasso di velocità di spesa; subito dopo, chiedersi quanti soldi mancherebbero se uno dei due perdesse il proprio lavoro o diminuisse le entrate, e come potrebbe essere gestito il periodo di transizione tra la perdita del lavoro ed il successivo reimpiego lavorativo.

Dopo aver esaminato questi punti, la coppia avrà un’idea più concreta della propria posizione finanziaria, e porre in essere le basi per parlare di prevenzione dei possibili problemi.

2) Istituire un fondo di emergenza – La creazione di un fondo di emergenza è una prima decisione che serve a risolvere il bisogno di sicurezza della coppia, anche in relazione ai figli. Gli esperti in genere raccomandano di risparmiare l’equivalente di tre-sei mesi di spese correnti mensili, quale “cuscinetto di cassa” nel caso in cui il Coronavirus continui a incidere negativamente sull’economia e, se non è ancora successo, pensare che possa influire ancora più pesantemente sull’Economia ed incidere sulla sicurezza della propria posizione lavorativa. Come regola generale, meno stabile è il lavoro, maggiore deve essere la contribuzione in un conto di semplice deposito, in modo da avere la disponibilità immediata delle somme.

3) Ridurre le spese non necessarie – Molti europei hanno già iniziato a farlo, ma è negli Stati Uniti che si è avuta la maggiore contrazione: il 52% degli adulti ha ridotto la spesa, secondo un recente sondaggio. Sarà sufficiente esaminare le spese discrezionali (es. alimenti ordinati da fuori, prodotti di marca, prodotti premium) e passare ad articoli generici fino a quando l’economia non si riprende.

4) Rivedere o stipulare la propria copertura assicurativa – Stipulare una polizza sanitaria-infortuni, oppure una di responsabilità civile diventa fondamentale in qualunque famiglia, anche perché permette di fare piani di emergenza senza accantonare quantità eccessive di denaro in conti deposito. E’ bene farsi assistere da un consulente prima di familiarizzare da autodidatta con i piani assicurativi, anche per districarsi dalle c.d. franchigie che, se da un lato diminuiscono il costo della polizza, dall’altro rischiano di vanificare lo sforzo. Se si è già titolari di un’assicurazione sulla vita, si dovrebbe uscire dalla genericità ed indicare con esattezza la persona che ha diritto a ricevere le somme in caso di premorienza.

5) Trovare un consulente finanziario – Si tratta di una regola “di chiusura”. Molte coppie, infatti, non hanno il tempo né la voglia di fare tutto da soli, e decidono di ricevere un aiuto professionale per elaborare un piano finanziario. Trovarne uno è molto semplice, ma è bene confrontarsi con almeno un paio di essi prima di decidere di affidarvi a qualcuno. Infatti, quando si assume un professionista, è fondamentale che sia non solo capace, ma che si impegni anche a mettere al primo posto gli interessi del cliente. Negli USA, per esempio, un pianificatore finanziario certificato (CFP) deve essere rigorosamente formato in 72 aree di competenza finanziaria e deve accumulare migliaia di ore di esperienza prima di guadagnare la certificazione. In Italia, i consulenti finanziari devono passare un esame difficilissimo e sono tutti “certificati” dall’appartenenza ad un Organismo Unico che vigila attentamente sul loro operato.

In generale, è meglio fare molti colloqui con un potenziale consulente, prestare particolare attenzione al suo stile di comunicazione ed alla puntualità nel rispondere alle domande, anche a quelle che sembrano superflue.

Investire a lungo termine al tempo della pandemia. Tre azioni promettenti, e occhio alle truffe

Quello di adesso potrebbe essere un buon momento per considerare di investire del denaro nel mercato azionario. Anche se i mercati dovessero andare temporaneamente indietro, a lungo termine investire in grandi aziende è sempre una decisione saggia e molto redditizia.

COVID19 è un nemico temibile e implacabile. Al momento in cui scriviamo, la malattia causata dal nuovo Coronavirus ha infettato circa 3 milioni di persone in tutto il mondo, e quasi 180.000 sono morte. Gli sforzi per combattere la pandemia stanno avendo gravi conseguenze economiche, tra cui milioni di perdite di posti di lavoro e danni devastanti a innumerevoli aziende. Si può dire che la nostra vita sia cambiata dalla sera alla mattina: all’improvviso, tutti a stare in streaming a casa, oppure alla ricerca di termometri, mascherine e carta igienica.

Eppure la speranza rimane. Un esercito di medici, scienziati e ricercatori in tutto il mondo sta lavorando instancabilmente per trovare una cura. L’ottimismo sta aumentando la possibilità di trovare presto un trattamento efficace per il COVID19, ed i mercati finanziari hanno iniziato a recuperare le loro perdite, mentre gli investitori guardano avanti verso un’eventuale ripresa economica.

Quindi quello di adesso potrebbe essere un buon momento per considerare di investire del denaro nel mercato azionario. Anche se i mercati dovessero subire una elevata volatilità ed andare temporaneamente indietro, a lungo termine investire in grandi aziende tende a essere una decisione molto saggia e redditizia, a condizione di farlo oggi e di investire in quelle aziende che trarranno un sicuro vantaggio dagli effetti del COVID19 sui costumi sociali delle persone.

Lo scenario, all’investitore comune, sembra il peggiore possibile per decidere di investire responsabilmente. Infatti, i licenziamenti stanno accelerando, i prezzi delle azioni stanno precipitando e c’è una incertezza generale che blocca qualunque ipotesi razionale. Ma se è vero che questi sono tempi disperati per l’economia, tuttavia è proprio in questi periodi che si trova l’opportunità che non arriva troppo spesso. Pertanto, è necessario confidare in due elementi, uno oggettivo e l’altro di metodo. Il primo riguarda le quotazioni delle grandi aziende: sono molto più basse di due mesi fa; il secondo è relativo al periodo: bisogna dimenticarsi del breve termine e del “mordi e fuggi”, e posizionarsi sul lungo periodo, almeno per quella fetta di capitale che non è destinato ad essere speso in tempo medio-brevi.

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Infatti, è impossibile provare a prevedere cosa accadrà a breve termine, ed il futuro a 6-12 mesi degli affari è altamente incerto ed il mercato azionario riflette tale incertezza. Però sappiamo che la pandemia sta accelerando la tendenza dei consumatori verso la dipendenza dalla tecnologia, e le imprese che operano in questo settore hanno molto da guadagnare. Il mercato azionario si riprenderà come sempre, e questi titoli usciranno dalla flessione del mercato più forti che mai.

Il prezzo delle azioni di una società riflette il valore percepito futuro di quella società. C’è un motivo per cui alcune società hanno un prezzo delle azioni più elevato rispetto ai suoi concorrenti, è importante capire IL perché. Acquistare azioni significa che stai acquistando un pezzo di quel business; pertanto, è indispensabile comprendere quel modello di business per sentirsi sereni nell’investimento. Se si dispone di un certo capitale (anche 10.000 euro, non stiamo parlando di milioni…) da investire nel mercato azionario, ecco tre titoli che possono dare risultati di grande rilievo, mentre il mercato azionario si riprende dalla pandemia di COVID19.

1) Amazon* – Forse nessuna azienda è in una posizione migliore per capitalizzare l’ambiente attuale rispetto ad Amazon.com (NASDAQ: AMZN). Con molti rivenditori tradizionali, costretti a chiudere i loro negozi a causa delle direttive sul distanziamento sociale, il colosso della vendita al dettaglio online è servito come un’ancora di salvezza per le persone bisognose di cibo e altre forniture vitali. Inoltre, in questo particolare periodo molte persone stanno facendo acquisti online per la prima volta, soprattutto sul sito web di Amazon, costituendo il nuovo nucleo di clienti fedeli dell’azienda di Besos.

2) Microsoft* (NASDAQ: MSFT) è un partner prezioso per le innumerevoli aziende ora costrette a gestire le proprie forze di lavoro in remoto. La sua piattaforma alimenta le operazioni basate sul cloud di molte aziende. Inoltre, le applicazioni Microsoft Office 365, che includono versioni basate sul cloud del suo popolare software Word e Office, semplificano il lavoro delle persone da casa. È importante sottolineare, inoltre,  che con oltre 60 miliardi di dollari in contanti netti sul suo bilancio Microsoft ha la forza finanziaria per resistere anche a una grave recessione guidata dal Coronavirus. Il titano della tecnologia genera anche un flusso di cassa abbondante, tra cui oltre $ 10 miliardi in contanti dalle operazioni nel solo secondo trimestre.

3) Il gigante del software Salesforce.com* (NYSE: CRM) sta riscuotendo un aumento della domanda per i suoi servizi di trasformazione digitale, e probabilmente continuerà dopo la pandemia, così come più aziende cercheranno di trasferire le loro operazioni nel cloud per abilitare meglio il lavoro remoto. Oltre ad essere il leader globale nel software di gestione delle relazioni con i clienti, Salesforce offre anche i migliori strumenti che consentono alle aziende di aggregare e analizzare i dati provenienti da un’ampia varietà di fonti. La spesa globale per servizi che consentono la digitalizzazione di prodotti e pratiche aziendali raggiungerà l’incredibile cifra di $ 2,3 trilioni entro il 2023, secondo la società di ricerche di mercato IDC. Questo enorme mercato offre ancora molto spazio all’espansione, anche per un’azienda da 140 miliardi di dollari come Salesforce.

Gli investitori che acquistano azioni oggi dovrebbero essere ben ricompensati in futuro, poiché questi titoli sono vere e proprie “stelle del software”, con uno straordinario potenziale di crescita a lungo termine e dividendi futuri interessanti. Fondamentale, però, rivolgersi ad una banca e/o ad un consulente finanziario per eseguire l’operazione di investimento nel modo più sicuro e regolamentato. Infatti, da almeno un anno girano sul web numerosissime truffe online che fanno leva sul nome di queste aziende (soprattutto su Amazon) per invogliare gli utenti più sprovveduti ad inviare denaro (anche piccole somme) ad operatori sconosciuti che, in realtà, spariscono rapidamente dopo aver promesso “uno stipendio costante grazie al rendimento strabiliante delle azioni”.

Su Amazon, però, bisogna riconoscere che i furbetti del web ci hanno azzeccato, avendo cominciato ben prima della diffusione del Coronavirus. Ma sempre truffe sono.

 

*Nota Legale: Questo sito ha finalità esclusivamente informative e didattiche, e i suoi contenuti si basano su dati e informazioni di pubblico dominio considerate affidabili, ma che non implicano in ogni caso alcuna responsabilità da parte di Patrimoni & Finanza e del suo editore. Le informazioni pubblicate hanno sempre e comunque solo uno scopo didattico e non devono essere considerate come raccomandazioni d’acquisto. L’utente pertanto dovrà sempre verificarne l’esattezza e l’attualità, e qualora decidesse di investire negli strumenti finanziari analizzati lo farà assumendosene la piena responsabilità.

Un “casino” chiamato Europa. Federalismo ed eurobond per cambiare le strategie di investimento

Di George Calhoun*

Il sistema federale degli Stati Uniti non è una macchina perfetta, ma senza di esso sarebbe un pasticcio, come l’Europa di oggi. Lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso, in grado di competere con il Tesoro degli Stati Uniti, cambierebbe in meglio le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo.

L’idea del federalismo, per gli americani, è netta. Implica giurisdizioni sovrapposte e responsabilità concorrenti. C’è lo “Stato di New York” (o Florida, o Iowa), e poi c’è “Il governo federale“. Gli stati pagano alcune cose e riscuotono le proprie tasse, mentre i federali hanno l’IRS. Ci sono tribunali statali e tribunali federali; polizia di stato ed FBI; i singoli stati sovrintendono ai sistemi scolastici, e lo stesso fa il segretario alla Pubblica Istruzione. Gli stati regolano le banche e le compagnie assicurative, ed i federali perseguono i loro top manager (o le stesse compagnie) quando qualcuno di essi commette un crimine finanziario.

Normalmente, questo sistema ibrido funziona abbastanza bene. Ma in un’emergenza, come l’epidemia di COVID-19, c’è spesso uno stallo iniziale tra gli stati ed il sistema federale-centrale, e l’incertezza su chi abbia autorità (e su cosa): di chi sono i ventilatori? chi possiede quella scorta medica di emergenza? chi può richiedere una quarantena? chi decide sulle restrizioni di viaggio? quale conferenza stampa dovremmo guardare? che dire dei militari? Alla fine il pubblico si aspetta che il governo federale risolva le incertezze con l’autorità, e di solito lo fa: chiama la Guardia Nazionale, Il Congresso approva un disegno di legge, il Presidente si rivolge alla nazione e la risposta alla crisi diventa coerente e unitaria.

Per l’uomo o la donna della strada americana, il federalismo significa semplicemente “siamo tutti insieme”.

Non è certamente un sistema perfetto, come avevano già capito anche i Padri Fondatori. Tuttavia, immaginate come sarebbe se non ci fosse il governo federale, se gli Stati Uniti fossero solo … stati uniti. Se la Florida, ad esempio, potesse decidere un embargo delle spedizioni mediche a New York, o se l’Ohio potesse chiudere i suoi confini alle persone della Pennsylvania. Oppure ancora se una banca di New York potesse rifiutare di incassare assegni bancari nel New Jersey.

Che casino ne conseguirebbe….Quel casino, sarebbe l’Unione Europea di oggi.

È ampiamente riconosciuto che nell’Unione Europea manca un vero quadro federale, e che l’Europa è bloccata in quella che un americano chiamerebbe l’”era dei diritti degli stati”. Ognuno dei 27 paesi membri ha la sua forza (chi più chi meno) ed il governo centrale è debole. L’UE non può tassare e non può spendere, almeno non su una scala tale da sostenere un pacchetto di stimoli significativi in ​​periodi di difficoltà economica. Ogni paese stabilisce la propria politica, aumenta le proprie entrate e spende come desidera (con solo linee guida molto generali da Bruxelles). Esiste un bilancio dell’UE, ma è esiguo, solo l’1% del prodotto interno lordo (PIL) dell’UE. Esiste una valuta comune e una Banca centrale europea (BCE) incaricata di gestire quella valuta. La BCE può stampare denaro (come la Federal Reserve), ma non può emettere debiti garantiti da tutta l’UE. Non esiste un equivalente europeo del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, né “eurobond” in parallelo al mercato dei titoli del Tesoro statunitense. Non esiste uno stabile strumento “federale” per finanziare un programma comune dell’UE, non importa quanto urgente.

Le disfunzioni che questo anti-federalismo genera agli europei sarebbero scioccanti per un americano.

Due esempi. Nel 2015, i leader tedeschi hanno evidentemente preso in seria considerazione la “soluzione” dei problemi finanziari della Grecia, semplicemente chiedendo di eliminarla (temporaneamente) dall’Eurozona. Potremmo immaginare che gli Stati Uniti possano soltanto pensare di affrontare le difficoltà creditizie dell’Illinois, o di Puerto Rico, tagliandole dal dollaro e costringendole a fluttuare nelle proprie valute?

Nel 2017, il ministro dell’economia olandese, considerando che i Paesi Bassi contribuiscono più al bilancio dell’UE di quanto non ritorni in termini di finanziamenti europei, ha additato i paesi dell’Europa meridionale (come la Spagna e l’Italia) accusandoli “spendere tutti i soldi in bevande e donne”, ed oggi gli olandesi si oppongono costantemente a tutto ciò che sembri un eurobond o un finanziamento di “livello federale“. La settimana scorsa gli olandesi hanno posto il veto alla proposta di “coronabond” come veicolo per finanziare gli aiuti dell’UE all’Italia, alla Spagna e ad altri.

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Chi in America presta attenzione al fatto che New York e la California, per esempio, pagano elevati sussidi attraverso il sistema federale  (più di $ 1300 per cittadino di New York all’anno) per sostenere stati economicamente più deboli come il Mississippi? Quando abbiamo sentito i politici del Massachusetts (un altro stato abbastanza sovvenzionato) chiedere di imporre condizioni sugli aiuti per la Virginia occidentale?

La crisi COVID-19 ha portato alla luce, soprattutto all’inizio, più o meno lo stesso scenario: la Germania ha vietato l’esportazione di forniture mediche, compresi i ventilatori – di cui è molto fornita – per colpire l’Italia; l’Austria ha chiuso unilateralmente i suoi confini agli italiani; la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha dichiarato che la BCEnon è qui per chiudere gli spread“, vale a dire che non vedeva come suo compito affrontare il calo dei prezzi delle obbligazioni e l’aumento dei costi in Italia per il finanziamento delle misure di aiuto per il COVID-19; e così lo spread è scoppiato immediatamente, aumentando di oltre 150 punti base in pochi giorni, facendo scendere il mercato azionario di Milano del 17% in un solo giorno.

La questione dei cosiddetti coronabondseurobond solleva un altro scenario possibile: l’impatto finanziario della crisi COVID-19 non riguarda solo il calo dei corsi azionari, ma sta avendo anche un impatto strutturale, con conseguenze che possono durare a lungo dopo che il virus si sarà attenuato. Non torneremo semplicemente alla normalità, alcune cose saranno cambiate in meglio, altre in peggio o, magari, non ci saranno più. Quando, tra qualche anno, verrà fatto un consuntivo più sereno della crisi, tutti dovrebbero poter riconoscere che c’è stato un cambiamento radicale nella finanza europea, e cioè la creazione (finalmente) di meccanismi di finanziamento dell’UE e l’emergere di un nuovo mercato di strumenti a reddito fisso sostenuto non dall’Italia o dalla Germania, ma da tutta l’Unione europea.

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Perché essere ottimisti, visto l’attuale clima di opposizione al nuovo strumento? Innanzitutto, la cosa ha senso e tutti lo sanno (anche gli stati che si oppongono). L’UE deve avere un modo per finanziare programmi più ampi, e in particolare per incanalare le risorse in modo più efficiente dalle “California” dell’Europa ai suoi “Mississippi”. Tranne i tedeschi e gli olandesi, tutti sono praticamente d’accordo con questo. Inoltre, nei Paesi Bassi il contraccolpo politico a seguito del veto della proposta di coronabond del mese scorso è stato sorprendente. In Germania, la cosiddetta politica “Black Zero” – la Siegfried Line del governo per anni contro i deficit di bilancio – è svanita durante una notte.

Tutto ciò sarebbe stato inconcepibile anche soltanto due mesi fa. La BCE, dopo la prima uscita infelice, ha cambiato linea, e la sig.ra Lagarde ha ritrattato, con un linguaggio quasi verbale (“qualunque cosa serva”) che il suo predecessore Mario Draghi ha usato per bloccare l’ultima crisi nel 2012. Pochi giorni dopo, la BCE ha consegnato un programma di acquisto di obbligazioni da 750 miliardi di euro, incluso il debito del Sud dell’Europa. Non è ancora una federalizzazione, ma ne indica la strada; del resto, i mercati hanno risposto e gli spread sono tornati quasi normali.

La crisi del COVID-19 porterà molti cambiamenti al sistema finanziario. La creazione di un meccanismo di finanziamento europeo simile a quello dei titoli del tesoro potrebbe essere una delle più significative. Si può immaginare, infatti, lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso in grado di competere con il mercato del Tesoro degli Stati Uniti, che cambierebbe le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo, aggiungendo una nuova risorsa “rifugio” per ancorare i portafogli di investimento e stabilizzare ulteriormente il sistema finanziario globale. Rafforzerebbe l’euro, e aiuterebbe a consolidare l’UE, iniziando ad alleviare le disuguaglianze regionali che stanno guidando così tanto l’angoscia politica in Europa oggi.

Pertanto, una crisi alla volta l’Europa potrebbe dirigersi verso una costituzione migliore, e verso un “federalismo funzionale” che richiede almeno tre parti di una stessa infrastruttura finanziaria: una moneta comune, (un bilancio condiviso per affrontare le questioni politiche comuni – in particolare quelle che colpiscono alcuni membri più di altri e richiedono trasferimenti da regioni più ricche a regioni più povere – ed uno strumento comune per pagare tutto, per esempio emettendo debiti garantiti da tutti.

Nel 2012 Draghi ha affrontato la questione della valuta. Nel 2020, la proposta di coronabond, in qualche modo, potrebbe finalmente stimolare lo sviluppo di una fondazione “federalista” e di una politica economica comune. Ciò potrebbe contribuire a facilitare l’emergere di un’autorità fiscale con poteri centrali e, con ciò, un’Unione Europea più perfetta.

George Calhoun

*George Calhoun, Stevens Institute of Technology (New Jersey)

La paura del virus cambia il futuro. Per consulenti finanziari e assicurazioni un nuovo ruolo di tutela delle famiglie

Gli italiani sono un popolo di sotto-assicurati, soprattutto per quanto riguarda la salute. Anche quando l’esperienza collettiva della pandemia sarà un brutto ricordo, la nostra “zona di comfort” dovrà necessariamente comprendere una buona polizza sanitaria. I consulenti finanziari sapranno cogliere l’opportunità? 

La pandemia del Coronavirus ha frantumato, in brevissimo tempo, la nostra ordinarietà quotidiana, distruggendo dall’oggi al domani la nostra c.d. “zona di comfort” (comfort zone), ossia il contesto fatto di tutte quelle piccole/grandi certezze su cui basavamo la nostra vita. L’effetto emotivo, su ognuno di noi, è stato simile a quello di una grave perdita (es. la morte di un genitore), mitigato dalla circostanza che si tratta di un evento collettivo, che colpisce tutti allo stesso modo, nel mondo intero. Questo, però, porta anche ad un “ritardo elaborativo” del lutto – la perdita della sicurezza e della libertà personale, per quanto temporanea – per via della sua amplificazione mediatica e sociale: siamo tutti nella stessa barca, ma se ne parla continuamente, senza mai porvi fine.

Questo evento così simile ad una guerra porta con sé delle conseguenze complesse. La prima riguarda i temi della salute, della malattia e della morte, ossia quegli aspetti della vita che siamo abituati a veder colpire gli altri. La seconda tocca il proprio lavoro ed i propri risparmi, annullando i sacrifici fatti in passato o addirittura causando la perdita della propria posizione lavorativa. La terza, di portata collettiva, riguarda il sistema informativo-mediatico in cui siamo inseriti, che in occasione delle disastrose pandemie di un secolo fa non era così connesso alle nostre vite.

Oggi infatti le informazioni sulla diffusione del Coronavirus ci accompagnano fin dall’inizio, con contenuti estremamente negativi (o fortemente discordanti) che portano grande instabilità nelle emozioni di tutti noi.

Tutte queste complessità, pertanto, stanno richiedendo alle persone una capacità di adattamento mai richiesta prima. C’è da dire che ognuno di noi, nella vita, è chiamato ad adattarsi ad un sistema complesso, ed in quanto esseri umani siamo “progettati” per questo. La fase di fisiologico adattamento, ed il modo in cui ci adattiamo a circostanze nuove, si chiama “sindrome generale di adattamento” (detta anche sinteticamente “stress”), e permette a tutti noi di rispondere ad eventi inaspettati, siano essi positivi o negativi.

Per comprendere meglio l’esperienza che stiamo vivendo, tutti i nostri organi di senso, all’interno di questa fase di stress, raccolgono continuamente informazioni, che noi elaboriamo traducendole in emozioni ed in comportamento conseguente. Per esempio, quando siamo di fronte ad un pericolo – come in questo particolare momento storico – il nostro cervello “si accende”, rilevando il pericolo e determinando azioni. Subito dopo, entriamo in una fase di c.d. “resistenza”, che può avere una durata piuttosto lunga e ci fa consumare molte energie fisiche e mentali, esposti come siamo di fronte al tentativo di conservare il contesto abituale (che non esiste più) mentre veniamo travolti da un numero inusuale di incertezze. E’ proprio in questo contesto di stress che nasce la paura. A nessuno piace averne, ma è utile “ascoltarla”, prenderne coscienza e far sì che le nostre azioni siano programmate nel modo giusto senza che le altre reazioni emotive che solitamente l’accompagnano (es. la rabbia) possano avere il sopravvento anche quando, come nel caso di questa pandemia, la causa del nostro stress non è visibile (il virus non si vede, non si tocca e non si sente, se non quando entra nel nostro organismo).

In realtà, quindi, la paura fin dai primordi della nostra specie è stata un’emozione cosiddetta “adattiva”, che ci ha fatto sopravvivere e ci ha permesso d’esplorare mondi sconosciuti. I nostri antenati, infatti, erano spesso costretti a decidere in fretta: meglio provare paure, anche infondate, ma evitare i pericoli, spesso mortali, che si manifestavano in un ambiente di vita talmente pericoloso da richiedere l’utilizzo costante e consapevole della paura quale principale strumento di difesa.

La paura è un’emozione che si può contrastare solo con la calma ed il coraggio, ossia con emozioni di segno contrario che ricaviamo dall’esempio degli altri, “contagiati” da essi. Per questo motivo, mai come oggi un buon consulente può essere d’aiuto. Infatti, anche se i luoghi in cui viviamo sono diventati molto meno pericolosi del passato, gli ambienti di vita contemporanei, rispetto a quelli di allora, sono più complessi e difficili da decifrare, soprattutto quelli economico-finanziari. Le paure, in questo particolare contesto, tendono a perdere la loro funzione originaria di “strumento benefico e protettivo”, generando nuovi pericoli sulla scia della “paura irrazionale”.

Nel libro “L’economia della mente: come evitare le trappole che fanno perdere i soldi” (di P. Legrenzi e A. Masserenti ) viene introdotta la “Casa della nuova consulenza”, una simbolica abitazione universale dove ai piani bassi ci si preoccupa di mettere in sicurezza i due mattoni della “Ricchezza umana” e della “Ricchezza precauzionale”, che rappresentano rispettivamente le persone che producono reddito e i prodotti assicurativi che la persona possiede a tutela della persona, dei suoi beni e della sua famiglia. Sistemati quelli, ci si può dedicare ai piani alti, cioè alla ricchezza finanziaria; ciò comporta – e comporterà sempre più in futuro, date le circostanze di durevole pericolo per la salute pubblica – la stipula di una polizza per prevenire ciò che è oggettivamente pericoloso. Da qui la necessità di un interloquire con un professionista che conosca a fondo il cliente e la sua famiglia, e questi non potrà che essere il consulente finanziario-patrimoniale, oppure l'”assicuratore di famiglia”, figura un pò desueta ma ancora presente in alcune fasce d’età della clientela.

Naturalmente, non si tratta di “improvvisare” un’offerta di servizi che si conosce poco, ma di approfondire le conoscenze specifiche del settore – troppo spesso trascurato dai consulenti per via della predominanza di quello degli investimenti – e selezionare i prodotti mirati alla protezione di “quel”  nucleo familiare, in modo personalizzato, al fine di restituire una corretta percezione dei rischi anche in relazione alla propria persona. Per esempio, per quale motivo gli investitori detengono così tante somme liquide sui conti correnti, pur sapendo che proprio quelle somme non investite sono a maggiore rischio di essere coinvolte, oltre una certa soglia, da un eventuale fallimento della banca? Ebbene, tutte le ricerche recenti mostrano che la motivazione principale sia proprio la paura irrazionale, tradotta in comportamenti eccessivamente prudenti  facendo prevalere il dato emozionale (“ho paura del non si sa mai”) rispetto al ragionamento (“temo l’oscillazione dei mercati, ma ho obiettivi di lungo periodo”).

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Tutto ciò dimostra che siamo alla costante ricerca di sicurezza, e che il compito del consulente sarà quello di tradurre l’insicurezza che ci lasceremo dietro in strumenti che ce la tolgano del tutto, trasferendola ad altri soggetti. In pratica, il “non si sa mai” dell’investitore, relativo alla propria salute, si trasforma in forme assicurative, trasferendo ad una compagnia i relativi rischi ed eliminando così le principali fonti di incertezza. Purtroppo, gli italiani sono un popolo di persone sotto-assicurate. Infatti, su 100 italiani che posseggono un’auto e, di conseguenza, sono obbligatoriamente assicurati per la responsabilità civile, la statistica ci rivela questa distribuzione:

– nessun altro tipo di assicurazione 56,4%;

– assicurazione vs. rischi professionali 0,7%;

– assicurazione vs. infortuni 3,1%;

– assicurazione vs. malattie 3,7%;

– assicurazione vs. infortuni per rischi da circolazione: 7,0%.

Questo elenco (dati 2017, ma non sono cambiati affatto, anzi..) mostra che gli italiani sono, nel complesso, i meno assicurati tra tutti i paesi industriali e, peraltro, con un numero elevatissimo di lavoratori autonomi (cioè, i più vulnerabili nel capitale umano).

I consulenti finanziari e assicurativi, in questo scenario, possono fare molto, e far sì che i propri clienti-famiglie superino le classiche barriere legate alla mancanza di sicurezza proprio lì dove ci sono i due “mattoni” più importanti della famosa Casa della nuova consulenza: Ricchezza Umana e Ricchezza Precauzionale. Infatti, è noto che non ci si assicura se si ignora o si trascura la possibilità di un rischio, e gli italiani sono dei maestri in questo: a) non si curano dei rischi legati alla vita e/o al lavoro perché la loro attivazione emotiva è troppo bassa (e quindi non ci pensano) oppure b) non se ne curano perché l’attivazione emotiva è troppo alta e fa paura (e quindi non ci vogliono pensare).

Ma anche i consulenti finanziari dovranno fare un passo avanti, e questa pandemia, con il suo carico di paura, renderà possibile diminuire l’eccessiva attenzione al portafoglio fondi/titoli – sopravvalutato in termini di relazione con il cliente – e maggiore cura agli aspetti assicurativi della persona-famiglia, nella cui “zona di comfort” dovrà rientrare necessariamente la protezione da eventi inaspettati come il Coronavirus.

 

No Eurobond, vincono i paesi dei criminali negati alla giustizia, dei free joint e delle signorine in vetrina

“…Nessuno di questi paesi vuole avere qualcosa in comune con l’Italia, che rimane per loro un semplice mercato di sbocco, possibilmente da depredare come già hanno fatto, nella Storia Moderna, Napoleone ed Hitler…”

Editoriale di Alessio Cardinale*

Nel negoziato sugli eurobond, anche questa volta ha prevalso la linea di quei paesi ostinatamente contrari all’adozione di uno strumento di vera solidarietà europea. Neanche le migliaia di morti di una pandemia globale hanno convinto la Merkel – con i conservatori tedeschi che la tengono nella sua poltrona – e la sua ancella Christine Lagarde a fare l’unica cosa che andava fatta: prendere per mano gli olandesi di Mark Rutte (quante metafore in un solo cognome…) e convincerli a non fare il bastian contrario.

Invece, il Cancelliere tedesco ha preferito seguire le indicazioni politiche di chi la tiene in sella da tre mandati, senza irritare gli amici olandesi che trova sempre alleati quando c’è da salvare le proprie banche in rovina.

Pertanto, le trattative sui c.d. Coronabond sono finite come la Merkel aveva già annunciato ieri sera, mettendo una pietra tombale sulla possibilità che potesse essere messo in campo qualcosa – sia anche un normalissimo titolo obbligazionario “europeo” – che ci accomunasse tutti in uno stesso popolo. Invece, il messaggio è chiaro: nessuno di questi paesi vuole avere qualcosa in comune con l’Italia, che è un semplice mercato di sbocco, possibilmente da depredare come già hanno fatto, nella Storia Moderna, Napoleone ed Hitler.

Ricapitolando, la questione si può sintetizzare in questi termini:

— Italia, Francia, Spagna, Portogallo e altri 5 paesi “pigs” d’Europa si oppongono al MES per via delle condizioni di austerity che esso impone e che già il popolo greco ha subito;

— Tedeschi, olandesi, austriaci e finlandesi, pur di non confondere il loro popolo con quello dei “pigs”, sono disponibili a consentire l’accesso ai fondi del MES senza imporre riforme inaccettabili ADESSO, rinviando quel momento a quando la pandemia sarà passata, e condizionando le somme al solo comparto sanitario, escludendo qualunque intervento sulle imprese del nostro Paese e condannando così l’Italia ad una “recessione durevole”;

– i “pigs” vogliono condizioni agevolate nella restituzione delle somme (tra 30 e 50 anni), mentre i paesi del Nord Europa vorrebbero scadenza-capestro a massimo 10 anni.

Del resto, Angela Merkel era stata chiara nel chiudere definitivamente il negoziato sugli eurobond: «Voi sapete che io non credo che si dovrebbe avere una garanzia comune dei debiti e perciò respingiamo gli eurobond», ha detto in conferenza stampa a Berlino, nonostante sia stata attaccata duramente – come mai era successo prima – da una parte della stampa tedesca che la sollecitava a restituire il favore ricevuto dalla Germania nel secondo Dopoguerra dagli altri stati.

La Merkel, peraltro, ha tentato di “mettere in mezzo” anche il Premier Giuseppe Conte, affibbiandogli pubblicamente il ruolo di “quasi-complice benevolo” della linea tedesca: «….Ho parlato a lungo con il premier italiano Giuseppe Conte anche pochi giorni fa. Siamo d’accordo che vi sia una urgente necessità di solidarietà ora che l’Europa vive le sue ore forse più difficili. La Germania è pronta a dare a dare solidarietà e si sente in dovere di dare solidarietà…».

Non sappiamo cosa ha pensato Conte, ma chiunque, al posto suo, si sarebbe infuriato per questa uscita “a gamba tesa”.

E mentre si cerca di capire che ruolo abbia avuto la Francia in questo episodio, l’Europa vagheggiata da Prodi (a proposito, dov’è finito…?) si è ridotta ad essere dominata da una nazione che protegge ancora oggi, insieme al suo surplus commerciale, anche gli assassini nazisti condannati in Italia, negandone ostinatamente l’estradizione, e da un’altra che ha fatto delle prostitute in vetrina e della libertà di drogarsi un vanto di libertà nazionale.

Siamo sotto ricatto – è vero – ed è difficile manovrare in queste condizioni. Ma deve esserci un modo per uscirne.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Enasarco, contributo da 1.000 euro per i consulenti finanziari. Parametri e regole per ottenerlo

La Cassa di previdenza obbligatoria dei consulenti finanziari comunica la prossima erogazione di un contributo di 1.000 euro per i redditi 2018 non superiori a 40.000 euro. Non è chiaro se sarà cumulabile con quello erogato dall’INPS.

La Fondazione Enasarco interviene a supporto dei consulenti finanziari che si trovano in temporanea difficoltà finanziaria per via dell’emergenza Coronavirus.
Federpromm-UILTUCS comunica che la Cassa degli agenti e rappresentanti ha stabilito di erogare un contributo pari a 1.000 euro – uguale per tutti, a prescindere dal carico familiare – in tutti quei casi di forte riduzione delle provvigioni a causa dell’epidemia Covid-19.
Per beneficiare del contributo, precisa Federpromm, occorre avere un reddito 2018 non superiore a 40.000 euro, rilevabile dal modello Unico PF 2019. Più precisamente il reddito 2018 di riferimento è pari alla somma dei singoli redditi indicati nelle caselle di seguito dei quadri RN e LM se entrambi compilati:  Quadro RN1, casella 1; Quadro LM, casella LM6; Quadro LM, casella LM34.
I contributi verranno assegnati tramite bandi quadrimestrali, secondo una graduatoria di reddito dal più basso al più alto. Le richieste che non risulteranno beneficiarie dell’erogazione, perché fuori graduatoria rispetto al budget, concorreranno d’ufficio ai bandi successivi.
Le domande dovranno essere presentate entro le seguenti scadenze:
– Dal 3 al 30 aprile 2020 (per il bando del 1° quadrimestre)
– Dal 1° maggio al 31 agosto 2020 (per il bando del 2° quadrimestre)
– Dal 1° settembre al 31 dicembre 2020 (per il bando del 3° quadrimestre).
La domanda dovrà essere inviata online, tramite l’area riservata del sito Enasarco, e servirà presentare una autocertificazione, unitamente alla seguente documentazione.
– Modello Unico PF 2019 (o altra documentazione fiscale valida) attestante il reddito 2018 dell’iscritto non superiore a 40.000 euro;
– autocertificazione (vedi immagine sotto) attestante una diminuzione delle provvigioni, nel trimestre di contribuzione precedente la presentazione della domanda, superiore al 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Entro 5 giorni lavorativi dalla scadenza di ciascun bando, la Fondazione redigerà la graduatoria provvisoria, disponibile nell’area riservata nel sito Enasarco, e poi quella definitiva. Successivamente, gli iscritti riceveranno una comunicazione sull’esito della loro domanda.
Non è ancora chiaro se il contributo della Cassa potrà essere (o meno) cumulato con quello di 600 euro quello erogato dall’INPS.

Pensioni, giù PIL e prestazioni future. Aumentare i benefici fiscali della previdenza integrativa

A causa degli effetti della pandemia, le pensioni future potrebbero essere pari al 50% della retribuzione percepita. Se verranno chiesti altri sacrifici ai contribuenti, sarà necessario stimolare il ricorso alla previdenza integrativa concedendo benefici fiscali immediati ai sottoscrittori di fondi pensione.

Articolo di Filippo Foggetti

La recessione economica causata dall’emergenza Coronavirus impatterà certamente sul sistema previdenziale, sia pubblico che privato, soprattutto in quanto a sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni. Infatti, mentre le performance dei fondi pensione – che funzionano sostanzialmente come dei programmi di accumulo in fondi o sicav, soprattutto azionarie – possono essere verificate con immediatezza grazie ai risultati dei mercati di riferimento (azioni, obbligazioni etc), il criterio dominante del nostro sistema previdenziale pubblico è ancora quello della c.d. Ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori in attività alimentano e danno copertura a gran parte delle pensioni di chi è già in quiescenza. Pertanto, la questione principale – che non è affatto cambiata rispetto a qualche settimana fa, ma solo peggiorata  – riguarda la tenuta del sistema allorquando il livello occupazionale, per via degli effetti economici della pandemia sul sistema produttivo, si sarà abbassato e, soprattutto, quando le conseguenze in termini di PIL saranno conclamate in dati negativi. Da lì in poi, la differenza tra il mantenimento dei parametri attuali e l’adozione di nuove misure restrittive potrà farla solo la capacità dello stessa sistema di riprendere i livelli da cui era partito, ed in quanto tempo.

Il Coronavirus, purtroppo, ha creato un vero shock demografico proprio all’interno della categoria dei pensionati, e si calcola che, ad emergenza conclusa, l’INPS beneficerà di un “risparmio” annuale, derivante dal tragico conteggio delle pensioni da non erogare più (al netto delle reversibilità), di circa 300 milioni di euro, ma questo non sarà sufficiente a coprire le maggiori uscite per cassa integrazione e sovvenzioni di emergenza.

La questione diventa fondamentale in termini di PIL. Infatti, secondo le recenti riflessioni pubblicate dall’OCSE, “il Coronavirus è il più grande pericolo dai tempi della crisi finanziaria del 2008, ed espone l’economia mondiale ad una minaccia senza precedenti, con una crescita del PIL mondiale che dovrebbe prima arrestarsi e poi, a consuntivo, evidenziare un risultato negativo o pari a zero. Il ciclo economico, infatti,  potrà  fare affidamento nella piena ripresa della produzione e distribuzione soltanto nel terzo quadrimestre dell’anno”. Inoltre, secondo le recenti stime di Goldman Sachs sull’impatto del Coronavirus nell’area Euro, il PIL europeo dovrebbe chiudere quest’anno a -9% (per poi rimbalzare a +7.8% nel 2021), mentre quello del nostro Paese chiuderebbe il 2020 a -11,6% (e rimbalzare del +7.9% nel 2021). Ebbene, in Italia il PIL costituisce anche il fattore di rivalutazione nel metodo di calcolo contributivo delle pensioni, dal momento che i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro versano ogni anno vengono rivalutati di una misura collegata all’andamento, appunto, del Prodotto Interno lordo. In particolare, la rivalutazione è pari alla media delle variazioni del PIL nell’ultimo quinquennio, ed il coefficiente viene applicato ai contributi versati, rivalutati e accantonati al primo giorno dell’anno. Pertanto, il PIL negativo del 2020 potrebbe incidere notevolmente sulla media delle rivalutazioni, e rendere ancora più inadeguati i futuri trattamenti previdenziali.

Per determinare più concretamente il concetto di cui sopra, secondo l’ANIA (Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici), a parità di contributi versati ogni punto in meno di PIL determina, dopo 35 anni, una rendita pensionistica più bassa del 16%. Pertanto, i piani di welfare aziendale diventano fondamentali proprio nel dare sostegno alle future pensioni, attraverso forme previdenziali complementari di tipo collettivo.

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In sintesi, gli effetti della pandemia stanno peggiorando, e non di poco, un sistema pensionistico italiano già asfittico; infatti, lo scenario su cui il Coronavirus è piombato era quello in cui all’allungamento della vita media della popolazione, ed al conseguente allungamento temporale del pagamento delle pensioni, si contrapponeva un rallentamento della crescita economica ed una diminuzione delle entrate contributive. La necessità di riequilibrare dal fallimento questo sistema aveva richiesto l’adozione di riforme strutturali che tenessero sotto controllo la spesa pubblica e, contestualmente, favorissero un modello di previdenza complementare in affiancamento a quello pubblico. Ma in questo scenario, anche l’adesione a forme di previdenza complementare è a rischio, penalizzando una tendenza che in Italia andava gradualmente affermandosi anche grazie agli “stimoli indiretti” provenienti dalle modifiche normative del settore pubblico. In particolare, in Italia si era agito sull’innalzamento dei requisiti per andare in pensione (età e numero di anni lavorativi; sul sistema di calcolo della pensione (contributivo e non più retributivo) a partire dal 2012 e sulla rivalutazione della pensione esclusivamente in base all’inflazione (che si è quasi azzerata e rimarrà bassa fino all’uscita dall’emergenza).

Con la pandemia, però, è cambiato ogni scenario, e adesso resta da vedere come ai futuri pensionati  verrà richiesta una condivisione dei sacrifici, in termini contributivi ma, soprattutto, relativamente all’età di uscita dal lavoro. Se ciò accadrà, servirà questa volta dare una contropartita immediata, uno “stimolo” ad accantonare cifre più consistenti negli strumenti di previdenza integrativa, in particolare nei fondi pensione, per i quali si dovrà agire in termini di maggiore risparmio fiscale. Infatti, oggi i versamenti nei prodotti previdenziali sono deducibili dal reddito IRPEF fino ad un importo massimo di 5.164,57 euro all’anno, ed è possibile portare in deduzione, nei limiti dello stesso importo, anche i versamenti effettuati a favore di familiari fiscalmente a carico. Sul risultato netto maturato in ciascun anno, inoltre, grava un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nella misura del 20% (anziché del 26%), e la pensione integrativa percepita godrà di un regime fiscale agevolato. I prodotti previdenziali, inoltre, sono esenti dal pagamento dell’imposta di bollo, sono impignorabili ed insequestrabili (a meno che non si ricada in condanne risarcitorie di natura penale), e la posizione maturata non entra a far parte del patrimonio ereditario: non è quindi assoggettabile a imposta di successione. Nonostante questi stimoli, però, la previdenza integrativa in Italia ha sempre subito la “concorrenza” del sistema pensionistico pubblico e, nei fatti, non è decollata, ed è stata “venduta”, dai tradizionali canali distributivi, come un semplice mezzo di risparmio fiscale. Ebbene, è prevedibile che la concorrenza interna delle pensioni pubbliche, nei prossimi anni, sarà meno forte per via di probabili modifiche peggiorative, e ciò potrà stimolare ulteriormente il ricorso alla previdenza integrativa; ma se si vuole veramente dare una “svolta”, e rendere nei fatti “obbligatorio” l’accantonamento in fondi pensione, sarà necessario potenziare la “leva commerciale” che determina il successo di questi strumenti, e cioè il risparmio fiscale.

Peraltro, per ottenere un buon risultato in termini di adesione, non sarebbe neanche necessario raddoppiare l’importo deducibile dal reddito IRPEF, ma anche soltanto accorciare i tempi di attesa (pochi mesi, uno o due al massimo) per vedere tradotto il risparmio fiscale derivante dal primo accantonamento annuale – se effettuato, per esempio, in unica soluzione – in una busta paga più “pesante”.

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Nelle more, è probabile che, a causa degli effetti del Coronavirus, i fondi pensione con adesione volontaria – quelli, ad esempio, sottoscritti dal “popolo delle partite IVA” – nel 2020 vedranno un crollo degli accantonamenti, per poi riprendere vigore non prima del 2022. Molte categorie di professionisti, infatti, dovranno pensare a come far fronte al crollo dei ricavi ed a come soddisfare le necessità primarie della famiglia, prima ancora di dare continuità all’accantonamento, e si teme che questa fase di “stop” durerà almeno due anni. Inoltre, la composizione media del portafoglio scelto dal contribuente fondo-pensionistico, esposta in misura sensibile negli asset azionari, determinerà una performance 2020 certamente negativa, e solo la capacità di ripresa dei paesi colpiti dalla pandemia potrà dirci se il minus del 2020 verrà recuperato, ed in quanto tempo.

In definitiva, serve un po’ di coraggio nel proporre un nuovo modello capace di mantenere la sostenibilità del sistema pensionistico e dare in cambio dei vantaggi concreti; e non c’è migliore occasione, per farlo, di una pandemia.

Unione Europea, il conto alla rovescia per la sua eutanasia è appena cominciato

Il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti: chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES. La battaglia in corso, senza sorrisi e strette di mano, ha determinato una situazione di stallo da cui Ursula von der Leyen sta cercando di uscire con una offerta “fumosa” e complicatissima da 100 miliardi.

Articolo di Matteo Bernardi

Lo scoppio della pandemia, nella sua tragicità, poteva costituire l’occasione per dimostrare che l’Europa, oltre ad essere una unione monetaria, era capace di dare anche un segnale di solidarietà, tipica di una unione dei popoli, quale unica evoluzione possibile di questa fallimentare (almeno per l’Italia) esperienza comunitaria. Invece, di fronte ad una emergenza mai conosciuta prima di oggi, che ha catapultato tutti gli stati dell’Unione in uno scenario di vera e propria “guerra batteriologica”, quei governi europei (Germania, Olanda, Danimarca) a cui la Storia ha regalato nel secondo Dopoguerra sconti e benefici nel nome della Democrazia continuano ostinatamente ad essere ostili alla condivisione di vantaggi individuali acquisiti grazie all’Euro, e costringono il Consiglio Europeo – e tutti noi – ad attendere due lunghissime settimane di rinvio alla ricerca di una soluzione all’emergenza economica che, invece, presenta un conto salatissimo giorno dopo giorno.

Questa crisi, che secondo Mario Draghi potrebbe avere proporzioni “bibliche”, ha dimostrato che nemmeno in una situazione così difficile, sia dal punto di vista economico che sanitario, l’Europa riesce ad essere unita.

E così, l’austerità imposta da Germania e Francia ha generato rancori che adesso si mischiano ad un forte spirito nazionalista ed acquistano forza sempre maggiore, ma questa volta le conseguenze potrebbero patirle tutti, e non solo i paesi più indebitati. Con l’arrivo del Coronavirus, infatti, tutti gli stati si trovano a fronteggiare un fenomeno dagli effetti potenzialmente catastrofici, di cui certamente non si vedrà la fine neanche il giorno fissato per la prossima riunione del Consiglio Europeo.

Adesso l’ultima proposta veramente “unitaria” che rimane sul piatto è quella di reperire liquidità tramite i c.d. coronabond, da preferire nettamente al MES che, naturalmente, è ben visto da Christine Lagarde (la Grecia ricorda ancora) e dagli stati europei del nord per via delle forti restrizioni che da esso derivano per i paesi più poveri. I coronabond, invece, non sono nient’altro che titoli di debito emessi da un’istituzione europea con l’obiettivo di condividere il debito futuro legato al Coronavirus in maniera più equa, nulla rilevando l’indebitamento “vecchio” che rimarrebbe in capo ai singoli paesi. Eppure, Germania, Olanda e Danimarca (c’è sempre del marcio, lì), in virtù dei loro conti pubblici in ordine e del basso livello di indebitamento, non hanno intenzione di “mischiare” neanche il nuovo debito con i paesi del Sud Europa, e preferiscono costringerli ad accettare il ricatto del MES per ottenere liquidità immediata, anche se a carissimo prezzo da pagare nell’immediato futuro.

In sintesi, propongono cocciutamente un ulteriore indebitamento individuale, nonostante i coronabond andrebbero a creare un debito comune separato da quello pregresso di ogni nazione, evitando così una possibile confusione del debito. Pertanto, il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti, ossia chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES; entrambe le truppe in campo si stanno dando battaglia – questa volta senza sorrisi e strette di mano – e, non potendo dirsi addio consensualmente in tempi rapidi, si trovano adesso in una situazione di stallo, dalla quale Ursula von der Leyen tenta di uscire con un fumoso piano (pieno di incertezze e passaggi burocratici non idonei al momento) per sostenere la ripresa attraverso crediti per 100 miliardi di euro e la proposta di un fondo antidisoccupazione, denominato SURE, pari a 25 miliardi. Tutto questo per convincere l’Italia ad adottare il MES, che stritolerebbe il nostro Paese nella stessa morsa già usata per la Grecia.

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Da qui il rinvio, inspiegabile se non con l’esigenza di prendere tempo per un negoziato che ha come posta in campo la sopravvivenza dell’Unione Europea o, al più, di “questa” UE.

Ha sorpreso un po’ l’uscita di Mario Draghi, da molti indicato come presidente del consiglio del dopo-Conte. Tramite un’intervista sul Financial Times, l’ex presidente della BCE ha evidenziato che la criticità della situazione richiede velocità di decisione e d’intervento, cioè proprio quello che Germania & co. stanno cercando di osteggiare in tutti i modi. “Di fronte a circostanze impreviste”, ha dichiarato Draghi, “un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi, come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile”.

Il messaggio di Draghi ai leader europei è stato chiaro: salvare le aziende fornendole la liquidità necessaria senza preoccuparsi di creare debito. Una velocità d’esecuzione di cui i governi europei del Nord non sembrano ancora sentire la necessità, e probabilmente non la sentiranno mai.

Inutile riflettere sulla cultura e sul senso civico di questi popoli; hanno la loro impostazione di governo, e la perseguono a qualunque costo, soprattutto se il costo è sostenuto da altri. Pertanto, sembra che il conto alla rovescia sulla eutanasia dell’Unione Europea sia appena cominciato e, salvo improbabili cambi di rotta della Merkel (dominata politicamente dai conservatori tedeschi, i veri artefici del “prima la Germania”), continuerà nel dopo-pandemia e porterà ad una totale “disgregazione dei popoli”, e cioè all’esatto contrario di ciò che tutti avevano ingenuamente sperato, venti anni fa, con l’introduzione della moneta unica.

Il già diffuso sentimento anti-europeista, però, questa volta non sarà frutto della propaganda di qualche politico senza scrupoli, ma il naturale prodotto di chi, con l’Italia e con gli italiani, non vuole spartire niente.

Neanche le mascherine.

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Mifid sbriciolata dalla “finanza delle catastrofi”. Le scelte di investimento tornino in mano agli uomini

I modelli matematici attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori interni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato di fronte ad un fattore esterno come il Coronavirus.

Di Maurizio Nicosia*

Ogni volta che un c.d. cigno nero – di qualsiasi natura fosse – ha aleggiato sui mercati, ed i risparmiatori hanno subito notevoli riduzioni del valore dei loro investimenti, si è implicitamente addossata la colpa soprattutto agli intermediari, rei di non avere rispettato l’indole del cliente e la sua reale propensione al rischio.

C’è da dire che i vecchi modelli scaricavano tutta la responsabilità delle scelte esclusivamente agli investitori, assolvendo del tutto l’operato di chi in realtà consigliava, così come oggi continua a fare (e farà sempre). Ma poi è arrivata la MIFiD, che nella versione primordiale – ed ancora di più in quella attuale – rimetteva le cose a posto: intermediari e consulenti potevano consigliare gli strumenti idonei e/o adeguati al cliente solo dopo aver effettuato un analisi soggettiva ed oggettiva del grado di rischio che egli è in grado di tollerare.

Gli intermediari, quindi, hanno creato modelli di controllo del rischio molto specifici, individuando delle regole fisse e rigide che li sovrintendono, applicando uno schema matematico a ciò che in realtà è mera statistica, in ciò preparando il terreno a quello che è avvenuto allorquando un elemento esogeno ai mercati ed alla politica economica ha invaso il campo dei players tradizionali. Infatti, quello che si sta verificando adesso nel sistema finanziario è sotto gli occhi di tutti, e dimostra che i modelli di controllo del rischio non solo non hanno evitato ai portafogli riduzioni di valore ben superiori a quelle tollerate dal cliente e dichiarate durante la “MIFiD-intervista”, ma hanno anche impedito la possibilità di apportare le correzioni idonee a riallineare i portafogli alle mutate condizioni di mercato.

Dalla moderna teoria della composizione di un portafoglio abbiamo imparato a distribuire il rischio e costruire i portafogli modello che, in un dato arco temporale, ci permettano di raggiungere gli obiettivi concordati con gli investitori; ma i modelli attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori endogeni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente (o del tutto) i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato sottostante di fronte ad un elemento esogeno al sistema. Pertanto, adesso ci si ritrova in una situazione “schizofrenica” (il sistema di controllo del rischio mi spinge ad intervenire per riallineare il portafoglio ma, allo stesso tempo, il contesto e lo stesso sistema me lo impediscono), e se oggi decidessimo di seguire i modelli tradizionali saremmo costretti ad operare sulla base delle seguenti conclusioni:

1) “caro cliente, devi aspettare” – aspettare che il mercato ritorni a livelli di normale volatilità, dipendente dalle economie di pace (e non di guerra, come quella scatenata dal Coronavirus), ed oggi siamo chiusi per ferie, causa forza maggiore;

2) “caro cliente, dobbiamo disinvestire le azioni” – siccome il portafoglio, in relazione alle mutate condizioni di mercato e di valore, risulta essere più rischioso di quello costruito a suo tempo in funzione dei modelli classici, bisognerebbe disinvestire almeno il 50% degli asset azionari, così il rischio del portafoglio, calcolato dai valenti “scienziati del rischio”, rientrerebbe nell’alveo della normalità;

3) “caro cliente, il tuo portafoglio modello prevede maggiore componente azionaria?  Bene, scordati dei tuoi obiettivi: oggi ti devi salvare, oppure buttarti giù dalla nave!”.

Maurizio Nicosia

I consulenti finanziari, addetti ai lavori, che stanno leggendo queste righe sanno bene di cosa stiamo parlando, perchè molti di loro stanno vivendo sulla propria pelle quanto descritto sopra. Pertanto, ci si chiede se non sia meglio, alla luce dei fatti, responsabilizzare maggiormente l’azione umana, soprattutto in circostanze straordinarie, come quella che stiamo vivendo, che richiede una sensibilità sconosciuta a qualunque sistema non umano, per quanto molto affidabile.

E’ evidente, infatti, che la concezione matematica dei controlli del rischio di marca MIFiD si sia letteralmente sbriciolata alla prova della “finanza delle catastrofi”, e che oggi si stia galleggiando alla disperata ricerca di soluzioni che non arriveranno se non dall’uomo.

* Area Manager di primaria rete nazionale di consulenza

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Commerzbank consiglia di vendere BTP. Un ricatto della Germania in vista del Consiglio Europeo?

La prossima riunione del Consiglio Europeo dovrà decidere sulle misure economiche straordinarie da mettere in atto in UE e, soprattutto, definire la partita tra i sostenitori del MES ed il fronte degli stati favorevoli ai c.d. coronabond.

E’ notizia di ieri che gli analisti di Commerzbank (coordinati da Michael Leister, responsabile Strategia tassi) stiano suggerendo ai clienti di vendere le posizioni in BTP, dal momento che il rapporto debito-PIL italiano si avvicinerà pericolosamente al 150% nel 2020 (per poi scendere al 145% nel 2022), e questo comporterà probabilmente un downgrade dei titoli di stato, da parte delle società di rating, a livello “spazzatura” (in gergo “junk”).

A prima vista, sembrerebbe la classica indiscrezione su un documento riservato della seconda banca tedesca che, in totale autonomia, avrebbe svolto il proprio lavoro di consulenza agli investitori, ma così non deve essere stato, perchè il fatto ha scatenato le ire – più che legittime – del vice ministro dello Sviluppo Economico Stefano Buffagni, il quale, a caldo su Facebook, ha tuonato “In piena emergenza coronavirus, in piena pandemia mondiale, mentre l’Italia piange oltre 10.000 morti, la Germania non solo fa muro da settimane sugli aiuti all’Italia, ma ora secondo l’autorevole agenzia internazionale Bloomberg ci attacca anche direttamente invitando a vendere i Titoli di Stato italiani tramite la seconda banca di Germania, la Commerzbank, posseduta al 15% proprio dallo Stato tedesco… Questa notizia può provocare danni economici giganteschi, il governo tedesco intervenga subito per bloccare questa follia”.

Come dargli torto? Oggettivamente, dopo l’uscita della Lagarde (su imbeccata tedesca) che ha causato il famoso -16,92% alla borsa italiana lo scorso 12 Marzo, alle gaffe ed alle indiscrezioni “in buona fede” non crediamo più. Si tratterebbe, invece, di un volgarissimo ricatto indirizzato dalla Germania all’Italia, con la complicità di Commerzbank, in vista della prossima riunione del Consiglio Europeo in cui si dovranno decidere le misure economiche straordinarie da mettere in atto in UE e, soprattutto, definire la partita tra i sostenitori del MES (Germania, Olanda e Danimarca) ed il fronte degli stati favorevoli ai c.d. coronabond (Italia e paesi del Sud Europa, più probabilmente la Francia).

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E mentre nel nostro Paese non si sprecano le reazioni (Elio Lannutti dei cinquestelle ricorda che Commerzbank, prima di consigliare di vendere i BTP, dovrebbe guardare al proprio bilancio pieno zeppo, come quello di Deutsche Bank, di titoli-spazzatura che non hanno alcun mercato), è ormai chiaro che in Europa si combatte una battaglia diplomatica fatta di colpi bassi inaccettabili (ma non nuovi contro l’Italia) in queste particolari circostanze, che rendono incerta la continuità dell’Unione Europea allorquando, una volta risolto il problema del virus che adesso “addormenta” qualunque visione del futuro, i leader europei si troveranno di nuovo seduti allo stesso tavolo, ma disgregati dall’astio generato dalla mancanza di solidarietà della “cricca” nord-europea, e pronti alla resa dei conti.

Il mercato, negli ultimi quattro giorni di borsa, ha regalato l’aumento dello spread Bund-BTP, passato da 165 a 205 nonostante le aspettative di liquidità che arriverà copiosa dal nuovo QE. In pratica, qualcuno sta già vendendo a man bassa le sue posizioni lunghe e, non potendolo più fare allo scoperto, deve necessariamente vendere dal proprio portafoglio. Commerzbank, secondo le stime, è esposta per circa 9,5 miliardi sui BTP; pertanto, se ne consiglia la vendita ai propri clienti, è lecito pensare che lo stia già facendo per conto suo, liberandosi gradualmente del “fardello”.

Che tutto questo possa avvenire in autonomia, senza che i vertici della banca tedesca abbiano preavvisato la Merkel, è pura fantasia.