Luglio 24, 2026
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La Finanza Elementare e i suoi quattro pilastri: denaro, bisogni, obiettivi e programmazione

Non è sufficiente avere le idee chiare su bisogni e obiettivi, perchè senza una buona programmazione rischiamo di essere sempre sopraffatti dagli imprevisti. Abituarsi a programmare, ecco il segreto per gestire tutto ciò che non possiamo controllare.

Chiunque si sia trovato, nella vita, nella difficile scelta di come investire i propri risparmi, si è certamente (e inconsapevolmente) imbattuto – oltre che in una banca o in un consulente finanziario – nei c.d. tre pilastri della Finanza Elementare: mezzi (il denaro, o altro bene altamente fungibile), necessità/bisogni e obiettivi di investimento. Inoltre, a quasi tutti, sarà sfuggito che questi tre elementi sono le gambe che sorreggono, come in un tavolo ideale della nostra vita, il principio fondamentale dell’accantonamento di mezzi finanziari: “il risparmio è spesa differita nel tempo“. In pratica, risparmiare vuol dire costituire i mezzi per realizzare domani una spesa che non è possibile sostenere oggi.

Ogni tavolo che si rispetti, però, deve avere anche stabilità; pertanto alle prime tre gambe va aggiunta una quarta: la Programmazione. Infatti, possiamo avere obiettivi chiari e mezzi sufficienti per soddisfare i nostri bisogni, ma senza una buona programmazione, saremo sempre sopraffatti dagli imprevisti. Anzi, in assenza di questo elemento così importante, e senza razionalizzare tutte le sue fasi (identificazione, valutazione, formulazione, finanziamento e successiva realizzazione) persino le cose più semplici da fare ci sembreranno “straordinarie” ed “impreviste”.

Sia chiaro: gli imprevisti, quelli veri, esistono eccome, ed incidono molto sulle vicende della vita di ognuno di noi, ma se non programmiamo almeno ciò che è “programmabile”, tutto apparirà difficile, anche i compiti che svolgiamo ogni giorno.

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La capacità di programmare non è una dote innata per tutti; infatti, bisogna abituarsi a programmare, ed a farlo nel modo corretto, cioè tenendo in buon conto alcuni interrogativi:

  • quali sono i nostri bisogni,
  • quanti sono i mezzi che abbiamo a disposizione,
  • quali obiettivi vogliamo raggiungere.
  • quanto tempo occorre per soddisfare i nostri bisogni, in base ai mezzi che abbiamo a disposizione?
  • Possiamo dilazionare nel tempo gli obiettivi?
  • Quanto dobbiamo risparmiare per avere mezzi disponibili in quantità maggiore per quel dato obiettivo?…

Potremmo continuare con decine di altri interrogativi sempre più specifici, ma per comprendere immediatamente ciò di cui stiamo parlando, facciamo un esempio pratico. Ipotizziamo di voler fare un viaggio all’estero da soli o con la famiglia. Per farlo, servirà compiere una serie coordinata di azioni più o meno semplici, e più precisamente:

  •  stabilire la destinazione finale (città, regione) ed un itinerario;
  •  acquistare il biglietto dell’aereo/treno/nave;
  •  prenotare l’albergo (o più alberghi);
  •  noleggiare un’auto.

Inoltre, servirà preliminarmente:

  •  avvisare il luogo di lavoro della vostra assenza, oppure
  •  chiedere/programmare le ferie coordinandoci con i colleghi;
  •  informarsi sui luoghi più interessanti da visitare;
  •  fare una lista delle cose da portare in valigia;
  •  altre incombenze che, mentre state leggendo, già vi vengono in mente…

Pertanto, se per organizzare un viaggio è necessario lavorare per giorni svolgendo vari compiti tutti necessari (alcuni anche indispensabili, a meno che non si voglia andare all’estero a piedi), programmare, pianificare e seguire un investimento nel tempo, a maggior ragione, richiede un grandissimo impegno.

Al mondo c’è chi risparmia solo per il gusto di farlo, perché trae beneficio dal vedere un conto in banca sempre in aumento. Poi c’è chi mette da parte il denaro senza avere alcun obiettivo di spesa già individuato, ma lo fa per il “non si sa mai”. Infine, esistono i risparmiatori che programmano gli obiettivi di spesa con una certa regolarità, sebbene siano veramente pochi (per questo esistono i consulenti patrimoniali…).

Abbiamo detto che il risparmio altro non è che spesa differita nel tempo. Ebbene, la programmazione ci aiuta a definire proprio l’entità di questo differimento, che cambierà in relazione al nostro obiettivo di spesa (es. acquistare casa). Per tradurre il principio in realtà, facciamo un altro esempio: l’acquisto di un’auto a rate, tipico dei nostri tempi, se è vero che ci consente di avere subito il possesso del bene, è altrettanto vero che richiede una programmazione mensile del risparmio con il quale pagare gradualmente il suo costo complessivo. Al contrario, se abbiamo già un’automobile, ma vogliamo sostituirla tra tre anni, dobbiamo:

  •  calcolare, con una buona approssimazione, quale potrebbe essere il valore della nostra attuale macchina tra tre anni,
  •  ipotizzare quale tipo di auto ci piacerebbe acquistare tra tre anni (ad esempio, se vogliamo salire di categoria e comprarne una più confortevole oppure no),
  •  calcolare quanto dobbiamo risparmiare periodicamente per permetterci di raggiungere la somma complessiva necessaria per l’acquisto, al netto della vendita del mezzo che possediamo adesso.

Il secondo punto, a ben vedere, definisce l’obiettivo “emozionale” di spesa (“salire di livello”), ossia la motivazione più intima che ci spinge a risparmiare. In mezzo, ossia durante i tre anni, si posiziona la possibilità di investire le somme via via risparmiate, con l’obiettivo di beneficiare di un possibile rendimento ed aumentare la somma disponibile (o raggiungere in anticipo l’obiettivo, grazie al rendimento conseguito, se la nostra capacità di risparmio non ci consente di raggiungere tutta la cifra  e se il nostro consulente patrimoniale è bravo).

L’esempio che abbiamo fatto, con le dovute differenze, sarà valido anche per obiettivi ancora più impegnativi ed ambiziosi (l’acquisto dell’abitazione, per esempio), oppure per obiettivi più semplici (viaggi, vacanze etc) ma ugualmente appaganti e significativi.

In tutti i casi, la natura stessa del bene/risultato che vogliamo raggiungere tra “enne” anni ci impone di dover attuare una programmazione, perché nessun obiettivo è uguale ad un altro, e noi siamo diversi gli uni dagli altri. Pertanto, investire il proprio risparmio ricavando un rendimento, o gestire il patrimonio in maniera oculata, determina il vantaggio di procurarsi una elevata probabilità di raggiungere in anticipo gli obiettivi di spesa, o di colmare la parte di denaro che manca per poterli raggiungere senza dover aumentare l’orizzonte temporale.

Programmare – e farlo bene, in modo corretto – è quella cosa che separa la frase “…ce l’ho fatta!” da “…quanto sono sfortunato!“. Mica poco.

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Mercato immobiliare ancora in calo nel 2019, Milano e Roma le eccezioni. Cresce il mercato delle aste

L’andamento dei prezzi delle case appare ancora strettamente legato ai tassi d’interesse, ed un rialzo significativo del costo del denaro farebbe emergere tutta l’attuale debolezza del mercato.

Il 2019 si è chiuso con il segno negativo per i prezzi del mercato immobiliare. I dati di settore, infatti, rivelano un calo del 2,8%, e pare che questa tendenza al ribasso possa proseguire anche nel corso del 2020.

Nonostante il calo sia generalizzato in tutto il territorio nazionale, la Lombardia, in controtendenza, ha registrato un valore medio stabile, ed a Milano il prezzo medio per una casa ha raggiunto la quotazione di 2.960 euro a metro quadrato (seconda solo a quella media di Roma).

L’atteggiamento dell’acquirente-tipo italiano non è cambiato con il diminuire delle quotazioni, ed anzi si è perfezionato, grazie anche ai siti web del settore che offrono metodi di ricerca ricchi di dettagli che prima venivano trascurati. Pertanto, l’utente medio che aspira ad acquistare casa, oggi prende in considerazione molte più variabili che in passato, e valuta attentamente, oltre alla grandezza ed al numero delle stanze dell’immobile, la qualità dei bagni, la presenza di spazi esterni, di box auto e cantina; ma anche il contesto di quartiere, il vicinato, la vicinanza ai mezzi pubblici, a scuole ed ospedali.

Relativamente all’aumento dei prezzi a Milano, le previsioni non sono eccessivamente ottimistiche, e si pensa che l’andamento dei prezzi potrebbe rivelarsi negativo nei prossimi due anni. Infatti, la crescita del numero di compravendite dura ormai da quasi quattro anni, e si ritiene che si sia vicini al massimo fisiologico per la città. Al contrario, Roma dovrebbe avere ancora un discreto margine  di aumento dei rogiti, mentre le quotazioni rimarranno ferme (tra il -1,2% ed il +2%).

In ogni caso, l’andamento dei prezzi delle case appare ancora strettamente legato ai tassi d’interesse, ed un eventuale rialzo significativo del costo del denaro farebbe emergere tutta l’attuale debolezza del mercato immobiliare, che ha un bisogno disperato di tassi bassi per reggersi su in un panorama, tutto italiano, dove 3 famiglie su 4 sono proprietarie di casa, e l’offerta supera regolarmente la domanda. E non preoccupa affatto l’aumento dell’Eurirs a 20 anni (il parametro utilizzato per i mutui a tasso fisso), che è risalito di 55 centesimi, perché l’impatto sulle rate è piuttosto limitato e non si intravede all’orizzonte una politica monetaria meno favorevole nei prossimi anni.

LEGGI ANCHE: Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Ritornando alle quotazioni, esiste una forbice molto ampia tra alcune regioni del Nord e quelle del Sud. Per esempio, a parità di tipologia e metratura, i valori di mercato di Trentino Alto Adige (339 mila euro) e Valle d’Aosta (oltre 283 mila euro) sono all’apice, mentre quelli della Basilicata (106 mila euro) e Molise (112 mila euro) risultano inferiori anche del 65%.

Queste differenze sono confermate anche dai dati aggregati per città: a Milano le abitazioni valgono complessivamente 207,4 miliardi di euro, mentre a Napoli 104,5 miliardi di euro, quasi la metà.

Accanto al mercato immobiliare ordinario, sempre più potenziali acquirenti si rivolgono al mercato delle aste, dove si possono trovare occasioni irripetibili per chi ha liquidità, e gli immobili di pregio (più grandi e centrali) scontano parecchie difficoltà nella vendita per via della crisi di liquidità e per la stretta creditizia delle banche, poco restie a concedere mutui di grande entità.

Si tratta di un vero e proprio mercato parallelo, composto da operatori specializzati che operano nelle aste dei tribunali. Infatti, ogni qualvolta l’asta va deserta, il bene subisce una riduzione del 25%, da cui ripartirà il prezzo dell’asta successiva. Secondo ReViva (startup italiana specializzata in aste immobiliari), il deprezzamento medio è pari al 57%. Del resto, in Italia si svolgono ogni anno circa 130 mila aste, durante le quali vengono aggiudicati immobili residenziali, non residenziali e terreni.

Si tratta di un giro di 12 miliardi di euro, ammantato di riservatezza e, anche per questo, ancora poco accessibile.

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Consulenti finanziari: addio al bonus di ingresso, spazio ai nuovi strumenti di reclutamento

Sempre più in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, “alleggeriti” anche dalla riduzione dei margini determinata dalla MiFID II. Nuovi strumenti di reclutamento ai nastri di partenza

Il 2020 è l’anno in cui la generazione dei cosiddetti “baby boomers” (o patrimonials, come li chiamiamo noi) compirà 75 anni, mentre quella dei “tardo-millenials” entrerà nei  40 anni. Le differenze tra le due classi demografiche sono nette: i primi si caratterizzano per l’elevata ricchezza accumulata nel corso dei passati decenni, mentre i secondi iniziano adesso a guadagnare e risparmiare. La diversità tra primi e secondi, inoltre, si intravede nelle rispettive propensioni al rischio. I patrimonials hanno saputo investire anche nei comparti azionari, mentre i 40enni millennials investono principalmente in quelli obbligazionari.

In ogni caso, entrando nella fase dell’anzianità, i padri passeranno gradualmente il testimone ai figli, i quali si troveranno a gestire sia i patrimoni mobiliari già investiti in azioni (o in risparmio gestito di categoria equivalente), sia la relazione con i consulenti finanziari che seguivano i genitori. Relativamente a quest’ultimo aspetto, i tardo-millennials sapranno adattarsi ai professionisti legati, per esperienza ed affinità culturale, ai baby-boomers?

Infatti, anche l’età dei consulenti è cresciuta, e si presuppone che essa si trovi in una fascia demografica mediana, equidistante sia dai patrimonials che dai loro figli; pertanto, i professionisti del risparmio dovranno essere capaci di gestire il “passaggio delle consegne” lavorando di anticipo, e cioè ponendo in essere azioni propedeutiche alla trasmissione generazionale prima ancora che si verifichi la scomparsa dell’anziano capo famiglia.

E l’asset allocation attuale di quei portafogli, che fine farà? Saranno capaci, i consulenti, di educare  gli eredi dei patrimonials alla gestione del rischio e dell’emotività che esso comporta, oppure dovranno piegarsi alle scelte prudenti che sembrano prevalere negli investitori più giovani?

LEGGI ANCHE: Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Dalla risposta a queste domande, in tutta evidenza, dipende l’esistenza futura di molti strumenti che caratterizzano oggi l’offerta di servizi finanziari, nonchè i margini di ricavo delle società mandanti e dei consulenti. Uno di questi è il bonus di ingresso, ossia quell’investimento che una banca effettua nel momento in cui cerca di assicurarsi la professionalità e la clientela di un consulente appartenente ad un’altra rete. Com’è noto, il bonus offerto (in media pari al 2.0% delle masse migrate, in un periodo massimo di 24 mesi), per essere finanziariamente significativo, deve essere ammortizzato dalla banca-rete in un periodo massimo di tre anni, e richiede che il nuovo collega aumenti, per quanto possibile, la contribuzione di fondi e sicav azionarie (o flessibili) – che hanno spese correnti più ricche – per rendere sostenibile l’investimento e farlo arrivare al c.d. break-even entro il periodo considerato. Pertanto, se la trasmissione del patrimonio mobiliare dai baby-boomers ai millennials (poco avvezzi e “ineducati” ai comparti azionari) dovesse segnare una maggiore contribuzione degli asset obbligazionari – che sono più “poveri” di spese correnti – l’ammortamento dell’investimento nei consulenti finanziari con portafoglio consolidato dovrà avere una durata non inferiore a cinque anni, in ciò determinando la necessità di un cambio di strategia nelle politiche di recruiting delle banche-reti.

All’interno di questo scenario, che vede in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, si aggiungerà la riduzione dei margini determinata dall’avvento della MiFID II. La prima vittima di tutto ciò sembra essere proprio il “vecchio” bonus di ingresso, il quale non verrà subito accantonato, ma fortemente ridimensionato e “spalmato” nei primi anni di contratto, magari sotto forma di maggiorazione “a tempo” del livello provvigionale e del management fee, per poi sparire del tutto entro 5-7 anni. Resta da capire come l’affievolimento del bonus, molto caro ai consulenti anche per via della sua funzione previdenziale (il bonus una tantum è considerato dai professionisti come un vero accantonamento per la vecchiaia, visto il basso livello pensionistico a cui essi sono destinati), potrà essere compensato da altri strumenti ugualmente motivanti. Ad esempio, esso potrebbe lasciare il posto a piani pensionistici integrativi personalizzati, che peraltro hanno il pregio di essere maggiormente fidelizzanti per i consulenti e le società mandanti.

Un altro strumento di reclutamento, che potrebbe farsi strada nei prossimi anni, è quello dello sviluppo e supporto gratuito per il personal marketing, e cioè la realizzazione (a carico dell’azienda) di siti personalizzati e fortemente interattivi, che diano al professionista la possibilità di accedere a programmi di video-meeting con i clienti (potenziali ed effettivi) più evoluti, soprattutto quando le società mandanti aggiungeranno all’offerta tradizionale di strumenti finanziari anche il servizio di consulenza indipendente.

La maggioranza dei millennials adora la tecnologia digitale, e gli studi più recenti dimostrano come il contatto in video e la firma elettronica vengano considerati, al contrario di quanto pensato dagli anziani patrimonials, come dei mezzi più che accettabili per il mantenimento della relazione professionale, alternata occasionalmente ad incontri de visu.

LEGGI ANCHE: Consulenti finanziari, gli “anziani” valgono 500 mld di raccolta e 10 mld di fatturato: a chi andrà questa ricchezza?

Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Le scelte degli investitori non sono razionali, ma si basano quasi sempre su esperienze ed emozioni legate ad eventi passati, che non potranno ripetersi più.

Articolo di Filippo Foggetti

Nel suo libro “Nudge” (“la spinta gentile”) il Premio Nobel 2017 per l’Economia Richard H. Thaler ha voluto dimostrare che le decisioni e le scelte degli investitori non sono assolutamente razionali, ma emotive, basate cioè sulle esperienze passate e sulle emozioni e sugli errori che quelle stesse esperienze hanno generato. In termini tecnici, parliamo dei cosiddetti Bias Comportamentali, ovvero di quei giudizi che nascono dall’interpretazione delle informazioni errate di cui si è in possesso, le quali conducono a compiere errori di valutazione e ad assumere comportamenti inopportuni.

Richard H. Thaler

In campo finanziario, le scelte inconsapevoli, basate persino sul semplice sentito dire, non rivelano i loro effetti nell’immediato, bensì nel medio-lungo periodo, e possono rivelarsi molto “nocive”. La c.d. Overconfidence, per esempio, sta ad indicare una sovrastima delle informazioni e delle proprie conoscenze su un determinato mercato o titolo, e può generare problemi di grave entità come l’eccessiva concentrazione dell’investimento in un unico strumento finanziario o in un’unica categoria di strumenti che appartengono ad uno specifico settore e che, secondo opinione non qualificata, “vanno benissimo”.

L’Effetto Gregge, poi, porta un investitore ad essere tranquillizzato se viene a conoscenza che un gruppo nutrito di persone ha fatto determinate scelte di investimento.

Un altro degli errori più ricorrenti è la mancanza di diversificazione degli asset,  e la scelta conseguente di concentrare la totalità (o quasi) del proprio patrimonio in strumenti finanziari o asset di emittenti (Stati, banche o imprese) che supponiamo di conoscere bene perché si trovano in “casa nostra”, vicine a noi, e per questo ritenute più solide. In questi casi si parla di Home Bias.

Il fatto che dopo Daniel Kahneman sia stato premiato un altro psicologo (ossia Richard H. Thaler ) come premio Nobel per l’economia sembra non essere un caso. Infatti, il mondo di oggi e le sue dinamiche socio-economiche possono essere espresse  nell’acronimo VUCA (in inglese Volatility, Uncertainty, Complexity e Ambiguity). Si tratta di un mondo totalmente diverso da quello che esisteva fino a poco tempo fa, in cui volatilità, incertezza, complessità  e ambiguità dominano le scelte e le azioni conseguenti; pertanto, basare le nostre scelte su ciò che è accaduto nel passato è un errore gigantesco. Per esempio, fino ad oggi abbiamo fatto affidamento totale sul “braccio lungo” dello Stato, assistenzialista in tutti i campi della nostra vita (lavoro, salute, previdenza, tutela del risparmio ecc.); ma continuare a vivere con queste convinzioni e paradigmi di un tempo contrasterebbe, appunto, con un contesto in cui lo Stato assistenziale non esiste più già in molti campi.

LEGGI ANCHE: Caro direttore, il richiamo di ANASF sul futuro dei consulenti è come un “mea culpa”

Filippo Foggetti, Consulente Finanziario di Progetto Sim

Per tutti questi motivi il premio Nobel Thaler pone l’attenzione sull’esigenza di avere a nostro fianco una figura autorevole, credibile, competente e preparata, che sappia guidarci nelle scelte di natura economica e finanziaria grazie a quelle che lui definisce “spinte gentili”. Di conseguenza, oggi è importantissimo che il consulente finanziario sappia sostituire con decisione le decisioni “prese di pancia” con altre che tengano conto degli obiettivi e delle necessità di ciascun investitore, facendo chiarezza sui motivi che lo spingono a risparmiare, come essi si traducono in obiettivi sostenibili e quanto tempo sia necessario per raggiungerli e raccogliere i frutti. Qualunque scelta dovrebbe dare risposta unicamente alla domanda “è adatto a soddisfare i miei bisogni?” e non “quanto mi rende?” o “quando è il momento giusto?“.

Sul tema delle scelte irrazionali-emotive, uno studio recente della University of California ha appena stilato un nuovo elenco delle diverse emozioni umane, trovandone ben 27 (molte di più di quanto pensato finora dagli psicologi). Il team di autori statunitensi, in particolare, ha messo mano alla lista convenzionale che comprendeva solo 6 categorie di emozioni (ovvero felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, paura e disgusto), aggiungendone altre 21. Di conseguenza, sembra che le esperienze emotive delle persone (considerati anche nella loro veste di investitori) siano molto più complesse e più sfumate di quanto finora si pensasse.

La gestione emotiva degli imprevisti, pertanto, sembra essere la nuova competenza richiesta ai consulenti finanziari più evoluti.

 

Caro direttore, il richiamo di ANASF sul futuro dei consulenti è come un “mea culpa”

“Manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.”

Nota di Manlio Marucci (Segretario Nazionale Federpromm)

Caro Direttore di P&F,

ho letto il tuo editoriale sui Consulenti finanziari ed il richiamo – come un “mea culpa” – da parte del presidente di ANASF sui futuri scenari legati alla sopravvivenza della categoria. Un’analisi molto accorta e ricca di elementi e dati che interpretano la situazione storica del settore, anche con un taglio critico e realistico che, attraverso la lente e gli strumenti dell’analisi sociologica, evidenziano i reali problemi di una professione che non ha mai preso coscienza della propria condizione di vita e di lavoro.

Se penso alla scala sociale e ai valori che questa esprime nel determinare le scelte di investimento dei potenziali risparmiatori, alla salvaguardia del patrimonio e ricchezza della famiglie italiane, alla condizione oggettiva in cui si trovano ad interpretare questo significativo ruolo politico e, nel contempo, all’indice di gradimento del trattamento economico subito, credo che la condizione di lavoro del Consulente Finanziario si ponga ad una gradino equiparabile ad un categoria di livello esecutivo, se non inferiore.

Sembra un paradosso imbevuto di retorica, ma la realtà oggettiva di tale condizione va interpretata nel senso che manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.

Assistiamo, ahimè spesso, a espressioni capricciose ed inefficaci che non intaccano minimamente la logica del potere economico e finanziario, che invece andrebbe riposizionato attraverso una riaffermazione della necessità di valorizzare il ruolo espresso e riconosciuto della figura del Consulente Finanziario.

Sarebbe auspicabile, caro direttore, che questo sforzo riuscisse ad essere impersonale ed oggettivo sui grandi temi e problemi che coinvolgono tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa.

Probabilmente il fatto stesso che se ne comincia a parlare è già un buon segno.

Cordialmente

M. Marucci

 

Consulenti finanziari, gli “anziani” valgono 500 mld di raccolta e 10 mld di fatturato: a chi andrà questa ricchezza?

Mentre i consulenti finanziari continuano a creare valore in borsa per le società, la sensazione generale è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei non autonomi. Bufi (ANASF): “c’è un tema di sostenibilità della professione”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Secondo un vecchio ma sempre attualissimo luogo comune, esiste la possibilità che un evento particolare, o una serie di eventi tra di loro collegati, possano costituire “l’eccezione che conferma la regola”. Quale regola? Quella secondo cui, appunto, a tutto c’è una eccezione. Adattando questo principio al mondo del risparmio e delle banche, potremmo affermare che la professione di consulente finanziario sta morendo (regola), ma va alla grande (eccezione).

Al di là dell’apparente controsenso, la faccenda sta proprio in questi termini, tanto da costringere ANASF, per bocca del suo presidente Maurizio Bufi, a dire che “….bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione (…), bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto non perché lo dice ANASF,  va fatto perché c’è un tema di sostenibilità della professione”.

La terminologia utilizzata da Bufi va analizzata bene: egli non parla di “futuro”, oppure di “prospettive”, ma di “sostenibilità della professione”, e cioè  della possibilità che la categoria possa implodere su se stessa e scomparire perché, appunto, non più sostenibile.

Detto da ANASF, visti gli errori commessi fino ad oggi, è piuttosto preoccupante.

I sintomi di questo scenario ci sono tutti. Infatti, nonostante la crescita sostenuta della raccolta (portafoglio medio passato da 19,8 a 26 milioni negli ultimi cinque anni), il numero dei professionisti del risparmio sta diminuendo. Secondo i dati dell’OCF (l’Organismo di vigilanza e tenuta dell’albo unico dei Consulenti Finanziari), il numero di consulenti iscritti è pari a circa 55.000, ed è sceso di ben 12.000 unità dal 2002 (quando erano 67.000). Nessuno si lasci ingannare, poi, dal mini trend positivo inanellato dal 2013, quando gli iscritti erano poco più di 51.000: l’aumento di quasi 4.000 unità è dovuto massimamente all’ingresso di ex bancari tra le fila dei consulenti, e non di neofiti con i quali assicurare il ricambio generazionale della categoria oggi (finalmente) vagheggiato da ANASF.

LEGGI ANCHE “Enasarco, Conti Nibali: mettiamo in sicurezza i contributi dei consulenti. Stop agli sprechi e alle inefficienze

In considerazione della congiuntura (tassi negativi) favorevolissima alla raccolta gestita, quindi, negli ultimi cinque anni si è persa l’occasione di formare nuovi consulenti che, grazie ad una ritrovata formazione sul campo (supervisori in affiancamento commerciale, quanto ci mancate!), avrebbero costruito un proprio portafoglio e costituito un “serbatoio” di colleghi più giovani a cui i più anziani, una volta arrivati alle soglie della pensione, avrebbero potuto cedere il proprio portafoglio, rendendo così sostenibile la visione del futuro dell’intera categoria.

Ci si chiede perchè nulla di tutto questo sia stato fatto. Infatti, il cosiddetto ricambio generazionale si persegue facendo coesistere soggetti giovani, ai quali trasmettere conoscenza e clienti, con soggetti di provata e durevole esperienza; senza reintrodurre il praticantato e tagliando fuori i consulenti con masse inferiori a 10 milioni di euro, l’unica cosa che si ottiene è assicurare alle società mandanti la fidelizzazione dei quasi 20.000 consulenti con portafoglio “storico”, rinviando al futuro – ammesso e non concesso che se ne abbia davvero l’intenzione – la soluzione del problema di dover garantire la presenza dei nuovi professionisti, pronti a prendere il posto degli “anziani” per conservare le masse amministrate.

Le statistiche confermano queste conclusioni.  Infatti, in base ai dati forniti da OCF, l’età media dei consulenti finanziari attivi (35.000 su 55.000) è superiore a 50 anni per il 56,7% del totale degli iscritti. Ciò significa che quasi 6 professionisti attivi su 10 (esattamente 19.845) hanno di fronte, mediamente, 11-12 anni di lavoro prima della pensione. Inoltre, in considerazione della loro lunga presenza nel mercato, è ipotizzabile che il loro portafoglio sia almeno pari alla media Italia (26 milioni pro capite), il che porterebbe le masse complessivamente amministrate da questa specifica sotto-categoria di consulenti  a circa 500 miliardi di euro, per un fatturato lordo a sistema di 10 miliardi l’anno (di cui 2,5 miliardi l’anno sono il monte provvigioni complessivo dell’insieme di questi professionisti di lungo corso).

Ebbene, chi erediterà questa ricchezza nel 2032, ipotetico anno di pensionamento di questi consulenti anziani, se le società mandanti non avranno investito per tempo nelle nuove leve?  Forse qualcuno sta pensando di “disintermediare” gradualmente la gestione delle masse dei clienti per rendere sostenibile il proprio conto economico, sacrificando l’esistenza in vita dei consulenti?   

Maurizio Bufi, tramite quello che a molti è sembrato un vero e proprio “avviso pubblico agli interessati”, ha affermato a Repubblica che “…. bisogna sostanzialmente che le società si convincano che il ricambio generazionale va fatto….”, non lasciando molto spazio all’interpretazione: secondo Bufi le società mandanti non sono convinte che sia necessario adottare un nuovo modello di business, che preveda azioni concrete per permettere il ricambio generazionale. La sensazione generale, pertanto, è che si voglia imprimere una data di scadenza all’intera categoria dei consulenti finanziari abilitati fuori sede.

Bisogna dire che l’attuale scenario è grottescamente contraddittorio. Infatti,  i consulenti finanziari, nonostante grosse nubi si addensino sul loro futuro, continuano ad attribuire valore alle società mandanti. Mentre i loro margini di guadagno si riducono da dieci anni, la produttività aumenta e il valore delle banche-reti vola in borsa. Quest’ultimo fenomeno  (aumento della produttività e del portafoglio medio, e mancata espansione numerica degli iscritti effettivi) può significare una sola cosa: il settore è entrato in una fase “guidata” di declino irreversibile dell’attuale modello di business, caratterizzata da una riduzione strutturale dei margini e da una pressione normativa che aumenta  il tempo dedicato al lavoro “improduttivo” (compliance e mansioni amministrative non retribuite) e diminuisce quello da dedicare alla relazione ed allo sviluppo commerciale. Di conseguenza, il consulente dedica meno tempo anche alla formazione, e non riesce ad abbracciare compiutamente gli altri ambiti professionali (protezione del patrimonio, passaggio generazionale, gestione del patrimonio immobiliare) che dovrebbero assicurare la sua trasformazione in consulente patrimoniale quando il sistema avrà finalmente codificato (se mai lo farà) questi nuovi servizi.

Su tale scenario, alimentato da una vasta campagna mediatica sulle magiche virtù dei c.d. robo-advisor, esiste un largo consenso politico, e questo amplifica il senso di preoccupazione dei circa 15.000 professionisti attivi ancora lontani dalla soglia della pensione.

Dice benissimo Bufi, quando afferma che “….se una professione vuole avere un futuro, non può basarsi sul passaggio da genitori a figli: bisogna investire sui giovani professionalizzati, bisogna valorizzare tutto ciò che ruota intorno all’accesso alla professione, quindi praticantato e tirocinio (…),  lavorare molto con le università, prevedere corsi di laurea breve ad hoc…”.

Peccato che lo stia gridando solo adesso.

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

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Valorizzazione del patrimonio immobiliare privato: un business miliardario, ma solo sulla carta

Molti condomini non hanno il denaro per la propria quota di intervento, oppure ce l’hanno ma non ritengono la spesa come una reale opportunità di investimento, perché “stanno già dentro” il proprio immobile e non pensano di poterlo vendere in futuro.

Le recenti rilevazioni di Banca D’Italia (pubblicate a Maggio 2019) hanno svelato che, sul totale della ricchezza delle famiglie e delle società finanziarie italiane a fine 2018, la quota di patrimonio immobiliare delle famiglie era pari al 58%, di cui la maggior parte (88,5%) costituito da abitazioni (il resto immobili non residenziali e i terreni). Questo dato non si discosta molto da quelli dell’Agenzia delle Entrate che, attraverso i servizi catastali, ha confermato che il 76% di circa 75 milioni di unità immobiliari è di proprietà delle persone fisiche.

Si tratta, per lo più, di immobili trasmessi da generazione in generazione, di padre/madre in figlio, e non di patrimoni frutto di scelte di investimento. C’è una fascia di investitori che è ancora attratta dagli immobili come asset class di investimento. Secondo il Wealth Report 2018 di Capgemini, infatti, la clientela private non ha perso il vizio del mattone, ed anzi alimenta un mercato vivace che, però, si scontra con un elevato indice di vetustà degli edifici, provenienti prevalentemente da un accumulo statico di proprietà, caratterizzati da ridotta profittabilità e urgente bisogno di riqualificazione. Sono affetti da questi problemi anche i patrimoni immobiliari di ragguardevoli dimensioni – persino quelli in località di pregio o in contesti turistici – formati da molti immobili inutilizzati, che non rispondono più ai bisogni originari e quindi non soddisfano la nuova domanda immobiliare, profondamente mutata.

Eppure, secondo il nuovo Rapporto Dati Statistici Notarili, in Italia continua la ripresa del mercato, che nel primo semestre 2019 ha segnato un +5,91% che fa seguito al +10,72% registrato nel primo semestre 2018 rispetto al 2017, mentre i prezzi aumentano solo per le nuove abitazioni. Nel primo semestre 2019 le compravendite di fabbricati sono state 344.249 rispetto alle 325.047 del primo semestre 2018, e l’88,63% dei fabbricati abitativi e’ stata venduto da privati, con un incremento del 4,53% per le prime case e dell’8,68% per le seconde case (dalle imprese costruttrici e’ stato venduto il restante 11,37%, con una crescita del +7,70% per le prime case e +6,12% per le seconde).

Secondo il rapporto DNS, nel primo semestre 2019 l’aumento dei prezzi riguarda solo gli immobili venduti dalle imprese (prezzo medio 200.000 euro rispetto ai 185.288 del 2018), mentre si assiste ad una lieve diminuzione dei prezzi degli immobili venduti dai privati (110.001 euro rispetto ai 113.000 del 2018). La maggior parte degli scambi riguarda immobili che rientrano nella fascia di prezzo tra 0 e 99.999 euro (pari al 43,15% cui corrisponde un +6,51% rispetto al I semestre 2018) e tra 100.000 e 199.999 euro (pari al 38,88% cui corrisponde un aumento del +2,80% rispetto al I semestre 2018).

Relativamente ai mutui, nel primo semestre del 2019 registrano una frenata rispetto alla crescita degli anni precedenti: -0,61% i finanziamenti sui fabbricati e -1,59% i finanziamenti relativi ai terreni edificabili. In calo le surroghe (-25,98%), che ormai sono pari a meno del 10% del totale delle operazioni, e netta prevalenza per  i finanziamenti di importo fino a 150.000 euro (ma con un aumento significativo anche dei mutui di importo compreso tra i 200.000 e i 300.000 euro).

La domanda che gli operatori del settore più tradizionale di sempre si pongono oggi è pressoché unanime: Il settore immobiliare può ancora essere un business?

La risposta è positiva, ma è necessario rivedere le strategie in profondità. In particolare, è imprescindibile intervenire con veri e propri studi di valorizzazione, che partano dal contesto socio-economico territoriale per individuare nuove funzioni immobiliari e, attraverso la riqualificazione, produrre una sorta di “rigenerazione” del patrimonio. Infatti, la crescita del mercato dell’affitto (e soprattutto dell’affitto breve) è stata determinata dall’attenzione degli investitori verso la ricerca diretta di immobili già a reddito, con un buon tasso di rendimento e situati in località primarie e/o turistiche; per molti di loro, però, il problema della vetustà di questi cespiti si è presentato immediatamente. In particolare, tutti coloro che hanno acquistato singole unità all’interno dei grandi condomini costruiti dopo il 1950, in piena speculazione edilizia, si sono trovati a dover gestire interventi di manutenzione straordinaria molto costosi, necessari per il semplice ripristino dei normali livelli di funzionamento e sicurezza degli impianti e degli stessi edifici. Nulla è stato fatto per una vera riqualificazione, anche energetica, di questi caseggiati.

Il vero business, in tal senso, sarebbe quello dei grandi condomini (da 40 appartamenti in sù) i quali, sebbene comportino numerose lungaggini nei processi decisori (assemblee interminabili, ricorsi etc), hanno in sé le migliori chance di rivalutazione delle singole proprietà. La teoria, però, spesso si scontra con la realtà: molti condòmini non hanno il denaro per la propria quota di intervento, oppure ce l’hanno ma non vedono la spesa come una opportunità di investimento, perché in fondo “stanno già dentro” il proprio immobile, e ritengono un aumento del suo valore come ininfluente per la propria vita, non pensando ad una sua vendita a terzi.

Ecco perché il settore, nonostante gli sgravi fiscali interessanti, rimane al palo.

I tassi di interesse negativi, peraltro, spingono all’acquisto o alla ristrutturazione di immobili ad alto rendimento (quelli vicino le università o in località fortemente turistiche) anche coloro che non lo avevano mai preso in considerazione, perché timorosi delle variabili tipiche (tassazione, rischio di manutenzione straordinaria, rischio di insoluti e contenzioso etc) di chi possiede case da mettere a reddito. Questo ha permesso la nascita di nuovi imprenditori dell’immobiliare – ancora pochi, per la verità – che, in tutta evidenza, hanno soddisfatto entrambi i requisiti richiesti oggi dal settore: riqualificazione e redditività. Il mercato ne trarrà beneficio, ma solo se il loro esempio verrà seguito da un numero sempre maggiore di grandi pluri-proprietari, rimasti ancorati alle locazioni tradizionali e non ancora convertiti all’affitto breve.

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Patrimoni (grandi e piccoli) sempre a rischio in caso di separazione e divorzio

Avvocati e magistrati non sono in grado di contenere la mancanza di lucidità che coglie i detentori di patrimonio quando si separano. E così, senza un team di professionisti a supporto della famiglia, la salvaguardia dei beni passa quasi sempre in secondo piano.

Ad eccezione dei c.d. divorzi-lampo, anche le coppie senza figli costituiscono un nucleo familiare tenuto saldamente in piedi da progetti in comune che diventano, in un certo senso, “prole”: casa coniugale, adozione di animali domestici, beni mobili, arredi, preziosi, risparmi, solo per fare un esempio; ma anche i ricordi dei momenti passati insieme, esperienze ed amicizie comuni, a volte persino il lavoro.

Quando si separano, molti coniugi mai diventati genitori si comportano allo stesso modo di quelli che hanno figli: distruggono tutto ciò che di terreno l’amore aveva creato, a volte con maggior furia rispetto a chi si è “riprodotto”.
Pertanto, pensare di poter eliminare la società/sodalizio familiare (con o senza prole) mediante la sentenza di un giudice, è una follia. Nonostante ciò, il nostro Ordinamento – che come tutti gli ordinamenti giuridici è imperfetto, e non è dotato di sentimenti – è stato progettato per questo, e cioè per dare una sforbiciata laddove, invece, servirebbe una squadra di ricamatrici, molto tempo, diplomazia e sensibilità; tanto è vero che le nostre leggi dispongono per l’istituto della separazione, anziché un percorso tecnico più ragionato, gli affollati corridoi di un tribunale.

Siete mai entrati in un tribunale, alla prima sezione civile?

Se lo farete, vi accorgerete che un numero insufficiente di magistrati ed un numero esorbitante di avvocati tentano l’impossibile, e cioè disciplinare sentimenti ed affetti a colpi di memorie e decreti. Purtroppo, nei tribunali si va per cercare una vittoria delle proprie ragioni, e non per risolvere rapidamente ed efficacemente questioni che, altrimenti, prendono molto tempo e serenità. Diversamente, ci sarebbero altri luoghi dove gestire le vicende coniugali, magari utilizzando la mediazione multi-disciplinare, relegando giudici e legali alla fase finale del procedimento.

Cosa c’entra tutto questo con i patrimoni?

Eccome se c’entra. L’esperienza dei tribunali in materia di separazione e divorzio è fatta di scelte e prassi a volte inspiegabili (spesso di paternità esclusivamente giurisprudenziale), frutto anche di una evidente crisi di lucidità dei coniugi che né gli avvocati né i magistrati sono in grado di contenere, non avendo ricevuto la formazione adatta (l’avvocato ed il giudice sono giuristi, non psicologi). Chi si separa è mosso esclusivamente dal risentimento personale, e si perde in una guerra senza esclusione di colpi in cui il patrimonio familiare – e a volte anche lo stesso denaro, perso in mille rivoli tra spese legali ed investigatori privati – sembra non avere più alcuna importanza tanto viene sacrificato sull’altare dell’odio.

E così la salvaguardia dei beni di famiglia passa in secondo piano, con tutte le conseguenze del caso in termini di perdita di valore e di trasmissione ai figli.

La separazione della coppia, invece, sebbene rappresenti una fase molto difficile dal punto di vista emotivo (del tutto paragonabile, in quanto a sofferenza, ad un lutto), potrebbe invece rappresentare, sia per i coniugi ben patrimonializzati che per quelli con un ammontare di beni più modesto, l’opportunità di anticipare con profitto il momento della pianificazione patrimoniale (trasmissione in vita di immobili e denaro, patti di famiglia per le quote aziendali ed altro ancora); contestualmente, anche l’occasione per costruire una struttura di protezione del patrimonio, a beneficio dei propri congiunti, da opporre in futuro ad un eventuale attacco dei terzi (creditori, Stato).

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In generale, se un patrimonio notevole è da considerarsi sempre a rischio, il patrimonio comune delle coppie che si separano, a rischio, lo è per definizione ontologica. Infatti, oggi le famiglie italiane si vanno internazionalizzando sempre di più, e spesso i figli vivono, studiano o formano un nuovo nucleo familiare fuori dall’Italia. Di conseguenza, si prevede che il numero di divorzi e di secondi matrimoni (con tutto ciò che comporta in termini di frammentazione dei diritti successori sul patrimonio) sarà crescente. Inoltre, le generazioni successive hanno sempre una visione totalmente diversa del patrimonio creato dai propri genitori, e un numero crescente di governi europei attua misure di austerità fiscale, monitorando così, innanzitutto, le persone benestanti.

Pertanto, esistono numerose situazioni in cui l’intero patrimonio, o parte di esso, possa essere messo a rischio o addirittura scomparire in seguito all’assenza di una pianificazione patrimoniale realmente efficace.

Per esempio, studi recenti hanno dimostrato che il patrimonio viene spesso costruito da una sola generazione, e che senza una visione strategica del futuro esso scompare completamente nel corso delle successive tre generazioni. Il trasferimento tramite successione, infatti, comporta quasi sempre la divisione del patrimonio tra diversi eredi, con la conseguenza che esso verrà frammentato con alterne fortune. Le imposte sui fabbricati o di successione, poi, possono prendersi una grande fetta del patrimonio familiare.

Quella fiscale non è certo l’unica minaccia esistente per chi si separa conflittualmente. Infatti, il congelamento dei beni in caso di morte, le possibili controversie matrimoniali, il passaggio di proprietà sui beni immobili, le dispute sul controllo dell’azienda familiare, sono tutte questioni che le famiglie benestanti dovrebbero considerare con largo anticipo, semplicemente perché esse si verificano sempre. Eppure, colpevolmente, tali questioni vengono affrontate quando ormai è troppo tardi.

Pertanto, se non si è sufficientemente lucidi, la differenza tra conservazione e distruzione di un patrimonio può farla solo un team di professionisti, che non può non comprendere, nella sua composizione più estesa, un consulente finanziario, un avvocato, un commercialista ed un notaio.

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Imprenditori desiderosi di fondare una società a Londra? Via libera, nonostante la Brexit

Le elezioni in UK hanno dato una svolta definitiva al processo di uscita del Regno Unito dall’UE, ma niente paura: chi oggi è indeciso se costituire una LTD in UK, potrà farlo anche dopo, grazie anche alla tradizionale capacità degli inglesi di attrarre denaro e attività produttive dall’estero.

Sono lontani i tempi in cui avevi bisogno di un commercialista, una grande somma di denaro e la pazienza di un santo per costituire una società nel Regno Unito. Anche oggi, dopo il risultato elettorale che ha sancito l’ineluttabilità della Brexit (anche in versione “hard”), è possibile fondare una LTD (Limited Private Company, l’equivalente della SRL italiana) per poco più di di 10,00 sterline se si utilizzano i servizi online. Anzi, la nuova società potrebbe essere registrata e pronta per essere venduta lo stesso giorno della sua creazione.

Pensare che qualcosa possa cambiare in peggio nel dopo-Brexit è oggettivamente fuori luogo. Infatti, è molto probabile, piuttosto, che il Regno Unito si trasformi in un paese fiscalmente ancora più benevolo e accogliente di prima, a causa dei numerosi nodi da sciogliere (trattati commerciali da negoziare con un Trump vicino all’impeachment e l’indipendentismo scozzese alle porte) e  grazie anche al “traino” dell’Irlanda che, proprio in UE, garantisce una tassazione minima per le imprese al 15% (in UK è al 19%). Inoltre, si calcola che al momento circa 700.000 italiani siano residenti in Gran Bretagna e che, solo negli ultimi tre anni, 50.000 di essi abbiano costituito una LTD per esercitare la propria attività commerciale. Non sono da meno i tedeschi (49.000 nuove LTD solo nel 2018).

Esistono tre modi per costituire una società nel Regno Unito, ognuno dei quali ha un costo diverso ma tutti forniscono lo stesso risultato, ossia quello di registrare una società britannica presso la Companies House (registro delle imprese) ai sensi del Companies Act 2006. Ciò può avvenire utilizzando:

– un agente autorizzato dalla Companies House, che fornisce servizi di archiviazione anche online rapidi, sicuri e convenienti (da 15,00 a 149,00 sterline, a seconda del tipo di società da costituire e del numero dei soci da registrare);

– un commercialista (accountant), molto più caro (fino a 1.000,00 sterline) ma più adatto per via della possibilità di fare consulenza anche nella gestione fiscale successiva alla fondazione, e soprattutto perché potrà facilmente reperire una sede figurativa (obbligatoria per la registrazione) per la nuova azienda;

Companies House website

– il sito web della Companies House, semplice da utilizzare ma destinato a chi ha già una prova di residenza in UK da poter indicare nel form di richiesta. Costa 12,00 sterline, e la registrazione online avviene entro 48 ore completando il modulo di domanda IN01 utilizzando il servizio Web Incorporation;

– il servizio postale, ormai in totale disuso, che permette di compilare il modulo di domanda IN01 (stampato dal sito della Companies House) su carta e inviarlo per posta; costa 40,00 e richiede circa 8-10 giorni.

Il servizio online può essere utilizzato solo per costituire una LTD con statuto e articoli “a modello”, il che significa che non è possibile emettere più di una classe di azioni, utilizzare articoli modificati o personalizzati o registrare una società senza scopo di lucro.

Di norma, bastano dalle 3 alle 18 ore lavorative affinché la Companies House registri una nuova società, ma solo se sono stati compiuti tutti i passaggi preliminari, che vanno dalla redazione dei documenti alla prova di residenza all’estero (necessaria per la verifica anti-money-laundering, ossia antiriciclaggio) alla elezione di un indirizzo di residenza in UK, dove domiciliare la posta in arrivo dal Registro. Le aziende partner del registro inglese, di conseguenza, includono nel servizio offerto una revisione preliminare gratuita dello statuto (Articles of Association) e dell’atto costitutivo (Memorandum of Association) per verificare la presenza di errori e provvedono a rettificare e inviare nuovamente la domanda se viene respinta per qualsiasi motivo.

Oltre ai costi obbligatori previsti da ciascun tipo di procedimento, esistono due servizi opzionali molto richiesti. Il primo è un servizio di sede legale, che consente alle persone di utilizzare un indirizzo diverso da quello di casa nei registri pubblici, proteggendo così la propria privacy, e costa dalle 30,00 alle 50,00 sterline all’anno. Il secondo extra è l’acquisto di un indirizzo “di servizio” da un c.d. fornitore di indirizzi. Questo in genere costa da 20,00 a 30,00 sterline all’anno, ma è consigliabile diffidare dei prezzi bassi e rivolgersi a studi che, sebbene un po’ più cari (100 sterline l’anno circa) forniscono un servizio più accurato e affidabile (soprattutto per il successivo invio della posta presso la vostra sede legale. I due extra (sede legale e indirizzo di servizio) possono coincidere, ed in genere i fornitori di questi servizi offrono il pacchetto intero al di sotto delle 200,00 sterline all’anno.

Relativamente al tipo di società da costituire, poi, vi è maggiore flessibilità nello scegliere una società a responsabilità limitata (LTD). Queste pagano l’imposta sulle società a un’aliquota forfettaria del 19%, mentre i dividendi godono di una franchigia di 2.000 sterline e sono tassati da un minimo del  7,5% (per i contribuenti con aliquota di base, fino a 46.350,00 sterline di reddito) ad un massimo del 38,1%.

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Vale anche la pena ricordare che esiste la possibilità di compensare le spese aziendali con i profitti, e quindi ridurre ulteriormente le imposte dovute attraverso la deduzione delle spese consentite.

A monte di tutto, esistono vantaggi reputazionali che derivano dal fare attività commerciale come LTD registrata, perché essa ispira fiducia nei clienti, fornitori e potenziali investitori. Questi benefici derivano principalmente dal fatto che chiunque abbia a che fare con una società registrata è a conoscenza implicitamente degli obblighi di comunicazione e trasparenza previsti dal Companies Act 2006.

Infine, esiste un discreto “mercato” di società inglesi già costituite da qualche anno, messe in vendita con conto bancario aperto  e partita IVA (VAT Number) operativa, appetibili per quegli imprenditori che hanno raggiunto notevoli dimensioni di fatturato e desiderano entrare nel più breve tempo possibile nei mercati esteri facendo base su Londra.

La partita IVA in UK, infatti, non è un diritto-dovere, ma un privilegio che viene concesso solo ad attività commerciale (trading) effettivamente cominciata (con incassi e costi dimostrabili). Pertanto, rilevare una LTD già fornita di VAT è una scelta da valutare con attenzione.

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Banche in declino, è cominciata l’era degli “utili ad ogni costo”. Unicredit, via al taglio di sportelli e personale

Le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi.

Più che una trasformazione, quella che si sta apprestando ad abbattersi sul sistema bancario e sull’economia italiana è una vera e propria rivoluzione. Si tratta di una “tempesta industriale”, che i banchieri pare vogliano affrontare con una certa miopia, dando cioè continuità al processo di riduzione dei costi già cominciato nel 2009 (e proseguito, senza sosta, fino ad oggi) ed evitando di misurarsi con un cambiamento immediato del business model, che evidentemente taglierebbe molte teste tra la dirigenza apicale.

Secondo le previsioni degli esperti (bollate dalla FABI come “terroristiche”), tra banche grandi e banche di piccola dimensione – l’aggregazione delle seconde sembra essere una condizione indispensabile per la loro sopravvivenza – in Italia servono cinque miliardi di tagli soltanto per preservare nei prossimi anni l’attuale redditività, ma l’asticella sale a dieci miliardi per consentire agli istituti di credito di mettersi al pari con la media europea.

A monte, c’è il ripensamento totale del modello industriale, nel senso di una profonda riqualificazione (significa riduzione, in linguaggio spiccio) delle competenze del personale in chiave digitale. Infatti, secondo  la società di consulenza internazionale Oliver Wyman (Rapporto “Banche italiane su un piano inclinato”, anticipato in esclusiva dal Sole24Ore), senza aumenti di capitale significativi dovuti alla nuova regolamentazione, nei prossimi cinque anni la media delle banche italiane vedrà una riduzione dei ricavi, in termini di margine di intermediazione, fino al 15%. A pesare saranno i tassi d’interessi a zero imposti dalla BCE e la conseguente compressione della redditività degli impieghi, già scesi quest’anno di 30 punti base per i mutui e di 80 punti per i prestiti alle imprese. La politica dei tassi comprimerà anche i ritorni sui titoli di debito, con una riduzione del margine di interesse del 5% rispetto ad oggi. E se qualcuno pensa che la soluzione stia nella crescita delle commissioni, il Rapporto Oliver Wyman risponde che, nella media, i ricavi commissionali non saranno di aiuto a compensare il calo del margine d’interesse, in quanto sono già a livelli più elevati rispetto alle banche europee, e la recente regolamentazione (MiFID) ha dato il colpo di grazia alle ambizioni sulla marginalità, favorendo la concorrenza più accesa.

Alla luce di tutto questo, la prima soluzione sembra essere – ed il processo è già cominciato, anche in Italia – la revisione degli attuali modelli di servizio delle banche, ancora troppo imperniati sulle filiali. In tal senso, secondo le stime di Oliver Wyman, ”… ipotizzando che lo scenario macro non peggiori, per neutralizzare la compressione dei ricavi e mantenere la redditività del capitale sui livelli attuali, le banche italiane dovranno ridurre le base dei costi di circa 5 miliardi di euro, che corrispondono a 70.000 risorse umane e a 7.000 filiali in meno nel corso dei prossimi 5 anni. Se poi il sistema volesse posizionarsi sui livelli medi di redditività allineati al costo del capitale (8-9%), il taglio costi necessario raddoppierebbe a 10 miliardi”.

Ma non è tutto. Dei dipendenti che resteranno, infatti, “oltre il 45% della forza lavoro dovrà acquisire nuove competenze in diverse aree digitali, dai processi di interazione con la clientela all’adozione dell’intelligenza artificiale nel sistema dei controlli; dalla revisione delle competenze digitali necessarie a ridurre i ruoli di filiale e del back office alle nuove professionalità come quelle di data scientist, change manager e gestione di nuove tecnologie.

E come sempre accade da dieci anni a questa parte, le banche italiane si adeguano. Il piano 2020-2023 di Unicredit è un esempio lampante dell’adattamento allo scenario di cui abbiamo parlato. La banca guidata da Jean Pierre Mustier ha annunciato che ridurrà il personale di circa 8.000 unità, soprattutto in Italia (5.500-6.000 dipendenti in meno), e gli sportelli (500 in meno).

Sembrerebbe un piano tipico di una azienda in difficoltà, eppure gli utili sgorgano copiosi, per cui i più non se lo spiegano. Infatti, i ricavi dell’istituto (che ha anche liquidato la sua partecipazione in Mediobanca, diventando meno italiana di prima) cresceranno ogni anno dello 0,8% dal 2019 al 2023 fino ad arrivare a 19,3 miliardi, mentre l’utile netto  si attesterà a 4,3 miliardi nel 2020 per salire a 5 miliardi nel 2023. Inoltre, osservando i bilanci, tra il 2008 e il 2018 Unicredit ha già ridotto il numero di dipendenti nel mondo del 50% (da 174mila a 86.786 unità a tempo pieno), ed ha chiuso 1.381 sportelli; pertanto, chiudendone altri  500, in tutta evidenza, verrà reciso ancora di più il rapporto con la clientela e il legame col territorio, tipici valori della banca tradizionale oggi in declino. Tutto ciò, però, si tradurrà nella creazione di valore per gli azionisti Unicredit pari a 16 miliardi di euro nell’arco del piano 2020-2023.

Nonostante i numeri sembrino accattivanti, gli esperti del mercato li guardano con diffidenza. Secondo loro, infatti, questo progetto non  guarda alla crescita ed al futuro, ma grazie al taglio dei costi crea le condizioni per aumentare “artificialmente” gli utili che non la banca riesce a produrre con l’attività industriale tipica.

In tutta evidenza, non si potrà tagliare il personale all’infinito, e prima o poi Mustier, e i banchieri che adottano la stessa mediocre (e pericolosa) politica degli “utili ad ogni costo”, dovranno farci sapere cosa vorranno fare da grandi.

Se mai ci diventeranno.