Luglio 26, 2026
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Beneficiare dei dividendi con gli ETF, stabilizzando il portafoglio

Perché è possibile stabilizzare il portafoglio con gli ETF sui dividendi, e quali sono i fattori determinanti per selezionarli.

A cura di Simone Rosti*

Chi acquista azioni si concentra spesso sulle opportunità legate al prezzo. Tuttavia, spesso si dimentica che le azioni hanno anche un’altra componente di rendimento da offrire. Stiamo parlando del dividendo. Il dividendo è pagato agli azionisti come partecipazione agli utili dell’azienda, ma mentre i prezzi delle azioni possono fluttuare in base al sentiment e alle notizie di mercato, i dividendi sono relativamente affidabili e possono stabilizzare il portafoglio. Vi sono comunque alcuni fattori importanti da considerare nella scelta dei prodotti più adeguati.

Gli investitori possono beneficiare dei dividendi in due modi. In primo luogo, è stato dimostrato che la distribuzione di dividendi contribuisce alla performance dei titoli. In media, tra il 25 e il 35% del rendimento totale delle azioni nel lungo periodo deriva dai dividendi. L’altro punto è che le società hanno generalmente un certo interesse a distribuire dividendi in modo affidabile. È vero che i dividendi possono essere ridotti o annullati a causa di cali degli utili o perdite, ma l’esperienza passata ha dimostrato che i cali degli utili di solito non incidono integralmente sui dividendi. In questo modo, il dividendo contribuisce a rendere il portafoglio azionario più “resistente alle intemperie”: quando il sole splende sul mercato azionario, il dividendo fornisce un gradito ritorno aggiuntivo. Nei momenti di tempesta, con un andamento negativo dei prezzi, i dividendi contribuiscono a stabilizzare il portafoglio.

Cosa sono gli ETF sui dividendi? L’obiettivo di un ETF è generalmente quello di replicare il più fedelmente possibile un indice di riferimento sottostante. Si parla di ETF sui dividendi se l’indice è un portafoglio di cosiddetti titoli con dividendo. In pratica, si tratta soprattutto di titoli che hanno un dividend yield superiore alla media. Ad esempio, il FTSE All-World High Dividend Yield Index è un indice su dividendi globale e molto diversificato che, attraverso una riclassificazione periodica, include quei titoli dell’indice FTSE All-World che si prevede abbiano i dividend yield più elevati in base alle stime sui dividendi e non in base al loro storico dei pagamenti.

Il dividend yield misura l’entità delle distribuzioni annuali (attese) rispetto al prezzo corrente dell’azione. Un’azione con un dividend yield del 4%, ad esempio, offre all’investitore un ritorno di tutto rispetto anche in caso di prezzi statici. Un’azione con un dividend yield di appena l’1%, invece, dovrebbe salire di prezzo del 3% per ottenere lo stesso ritorno totale. Un’altra considerazione è che molte – anche se non tutte – le società con alti dividend yield hanno bilanci sani, sono ben dotate di capitale proprio e hanno un andamento relativamente stabile delle vendite e degli utili.

A cosa devono prestare attenzione gli investitori quando scelgono gli ETF sui dividendi. Innanzitutto, gli ETF sui dividendi orientati in modo eccessivo verso una nicchia di mercato e quindi concentrati su pochi titoli andrebbero valutati in modo critico. Questo perché un’eccessiva concentrazione contraddice l’idea di diversificazione. In linea di massima, più i rischi sono distribuiti tra regioni, paesi e settori, più un indice è “stabile”. Occorre inoltre fare attenzione che l’indice di riferimento su cui si basa l’ETF abbia un livello interessante in termini di dividend yield. Questo perché entrambi gli elementi, ossia diversificazione e dividend yield, come già detto contribuiscono in larga misura a rendere interessanti gli investimenti in dividendi, perchè consentono di ottenere un reddito aggiuntivo e, allo stesso tempo, di stabilizzare il portafoglio.

In tale contesto, gli ETF che replicano indici su dividendi ampiamente diversificati a livello globale possono essere una buona scelta. A titolo di esempio, va citato ancora una volta l’indice FTSE All-World High Dividend Yield. Attualmente include 1.826 titoli con dividendi provenienti da 49 Paesi e 20 settori. Nessun altro indice su dividendi presenta al momento una diversificazione più ampia tra mercati industrializzati ed emergenti. L’indice FTSE All-World High Dividend Yield presenta inoltre un andamento positivo in termini di dividend yield, che oggi è superiore al 4%. In termini comparativi, il dividend yield del mercato azionario globale (senza focus sui dividendi) è pari al 2,1%, solo la metà.

La qualità e i costi sono importanti. Ci sono altri criteri importanti da considerare nella scelta di un prodotto, come la competenza e l’esperienza del provider di ETF. La qualità di un ETF si misura altresì in base alla capacità di replicare un indice nel lungo periodo. Se questo obiettivo è raggiunto in maniera non adeguata, possono verificarsi deviazioni indesiderate tra l’andamento dell’indice e quello dell’ETF. La cosiddetta tracking difference fornisce informazioni sull’entità di tali scostamenti. I costi dell’ETF sono un altro importante criterio di selezione. Le informazioni al riguardo sono fornite dal total expense ratio – o TER. Per gli ETF su dividendi, il TER è solitamente compreso tra lo 0,25 e lo 0,5% all’anno.

Gli ETF sui dividendi possono essere utilizzati per perseguire diversi obiettivi di investimento. Sono adatti sia per essere integrati tatticamente nel portafoglio sia per investimenti di lungo termine come i piani di risparmio. L’obiettivo può anche essere quello di generare un rendimento aggiuntivo regolare. In questo caso, l’ETF dovrebbe essere disponibile anche nella versione a distribuzione. Ciò significa che i dividendi e gli altri rendimenti generati sono regolarmente versati all’investitore e non reinvestiti come nel caso dei cosiddetti ETF ad accumulazione.

* Nella foto Simone Rosti, responsabile per l’Italia e Sud Europa di Vanguard

Mercati sotto pressione dopo l’arresto dei dirigenti dello sviluppatore cinese Evergrande

I mercati sono sotto pressione dopo l’arresto di alcuni dirigenti dello sviluppatore immobiliare cinese Evergrande. Pesa anche la possibile crisi politica derivante da una controversia sul bilancio federale degli Stati Uniti.

Di Walid Koudmani*

Il mercato azionario si trova attualmente in un panorama oscurato da un significativo afflusso di notizie negative,  che portano ad aumentare l’avversione al rischio

I recenti sviluppi di mercato comprendono le persistenti turbolenze nel settore immobiliare cinese, dal default di Evergrande e dalla preoccupante traiettoria dell’indice degli sviluppatori cinesi. Evergrande ha esteso il suo calo, raggiungendo livelli mai visti in quasi nove mesi. Questi eventi hanno portato notevoli preoccupazioni riguardo all’immenso peso del debito nel settore e alle potenziali implicazioni a lungo termine per la crescita economica della Cina. Ad aumentare la complessità c’è la detenzione dei dirigenti di Evergrande a causa del loro mancato rispetto degli obblighi nei confronti dei creditori. Questo aumenta ulteriormente l’incertezza che circonda il colosso immobiliare e i suoi effetti sul panorama finanziario, che potrebbero causare un effetto domino sui mercati globali.

Allo stesso tempo, si nota un’altra potenziale crisi politica derivante da una controversia sul bilancio federale USA. Sebbene la prospettiva di una chiusura del governo degli Stati Uniti non sia una novità – essendosi verificata 18 volte prima del 1977 – potrebbe esercitare un impatto negativo sulla crescita economica. Questo potrebbe comportare ritardi nella pubblicazione di dati macroeconomici cruciali, con stime che suggeriscono che ogni settimana di chiusura potrebbe portare a una contrazione dello 0,15% del PIL. Moody’s, la celebre agenzia di rating del credito, ha anche segnalato che un simile scenario potrebbe essere collegato a un declassamento del rating del credito degli Stati Uniti, il che risuona ulteriormente con le argomentazioni che hanno spinto Fitch a declassare gli Stati Uniti ad AA+.

In ogni caso, questa notizia potrebbe causare un’ulteriore destabilizzazione dell’attuale sentiment del mercato, poiché gli investitori stanno ancora cercando di prevedere le prossime decisioni delle banche centrali nonostante i dati poco chiari.

*Chief Market Analyst di XTB

Mercato immobiliare alla prova del reddito medio: compro o affitto? Confronto nelle grandi città

In base al reddito medio familiare, oggi si può acquistare una casa dal valore di 187.000 euro. Nel 2021, a parità di rata del mutuo, se ne poteva comprare una da 254.000. Redditi da locazione ancora interessanti.

In Italia, relativamente alle statistiche sulle compravendite immobiliari, il 18,2% di queste viene stato realizzato a scopo di investimento, ed è in aumento rispetto al 2022 e al 2021. L’inflazione ancora elevata, infatti, sta spingendo i risparmi sul mattone, soprattutto per via del ritorno dei flussi turistici che ha portato nuovamente alla ribalta gli acquisti di immobili da destinare a ricettività sia nelle città più attrattive sia nelle località turistiche.

Secondo gli ultimi dati ISTAT, il reddito netto annuo familiare risulta in media pari a 33.798 euro. E’ interessante utilizzare questo dato in una simulazione di acquisto, rapportandola poi al 2021 per meglio comprendere il “costo sociale” dell’inflazione sulla possibilità delle famiglie di acquistare una casa, e  soprattutto che tipo di immobile è possibile comprare. Ipotizzando di voler acquistare un’abitazione ricorrendo ad un mutuo di 25 anni, al tasso medio del 4,65% e con un rapporto rata-reddito pari al 30% (indica la capacità di rimborso del finanziamento ipotecario) ed un rapporto tra la somma ottenuta con il mutuo ed il valore dell’immobile posto a garanzia del finanziamento pari all’80%, si può acquistare un’abitazione del valore di 187.000 euro, con una rata mensile di 845 euro. L’acquirente dovrà avere a disposizione un capitale iniziale pari al 20% del prezzo dell’immobile, e cioè 37.400 €, oltre al denaro per coprire tutte le spese accessorie alla compravendita e all’accensione del mutuo.

Tecnocasa ha provato a confrontare la rata del mutuo e i canoni di locazione nelle grandi città italiane. Con l’aumento dei tassi in molte città la rata è più elevata dell’affitto ma non mancano casi, laddove i prezzi al mq sono contenuti, in cui la rata è decisamente più conveniente dei canoni di locazione che, in molte città, hanno avuto una crescita importante negli ultimi tempi. L’aumento dei tassi di mutuo, com’è noto, ha influito molto sulle dimensioni degli immobili più comprati, poiché a parità di rata di mutuo – al netto della stretta creditizia effettuata dalle banche, che sta caratterizzando tutto il 2023 – ci  si può permettere un’abitazione più piccola. Infatti, con lo stesso reddito netto annuale attuale, ma ai tassi del 2021, a parità di rata si sarebbe potuto acquistare una casa dal valore di 254 mila euro, con una disponibilità iniziale di 50.800 euro.

Guardando nel dettaglio delle grandi città, è Milano quella che, avendo i prezzi più elevati (4.263 euro al mq), chiede un maggiore sforzo economico a chi volesse acquistare casa. Per un bilocale di 65 mq nel capoluogo lombardo occorre ora una rata di 1.362 euro e un reddito disponibile di 4.540 euro. Se si optasse per l’affitto occorrerà mettere in conto un canone di locazione di 1.068 euro al mese, per cui il mutuo comporterebbe 294 euro in più al mese. Per un trilocale lo sforzo richiesto è ancora più alto, perché la rata ora è di 1.619 euro con un reddito disponibile di 5.397 euro, l’affitto medio si aggira intorno a 1.453 euro al mese valore non così distante dalla rata e che potrebbe far propendere per l’acquisto. Rispetto ai prezzi e ai tassi del 2021, oggi la rata è di 472 euro in più per un bilocale e di 561 euro in più per un trilocale.

Agli antipodi si trova Genova che, con i prezzi più bassi di Italia (1.115 euro al mq), richiede una rata di 360 euro al mese per un bilocale e un reddito disponibile richiesto di 1.200 euro. Il canone di locazione di un bilocale è di 415 euro al mese, superiore al valore della rata cosa che potrebbe suggerire l’acquisto.  Genova è infatti la città che ha visto i prezzi scendere sempre, a partire dal 2007, con un recupero degli stessi solo nel 2022. Per un trilocale si mette in conto una rata di 428 euro, contro un canone di locazione di 500 euro al mese. Nel capoluogo ligure, quindi, l’acquisto vince, nonostante rispetto al 2021 la rata sia aumentata di 92 euro per un bilocale e di 110 euro per un trilocale.

A Roma il prezzo medio è poco sotto i 3.000 euro al mq, ed è richiesta una rata mensile di 968 euro al mese per un bilocale e di 1.150 euro al mese per un trilocale. Pertanto, per potersi permettere l’operazione è richiesto un reddito rispettivamente di 3.225 euro e 3.834 euro.  I canoni di locazione mensili sono rispettivamente di 797 euro e 988 euro, per cui l’affitto è più basso del mutuo, che comunque in due anni è aumentato di 279 euro per un bilocale e di 332 euro per un trilocale. Tra le realtà più costose anche Firenze dove, per assicurarsi un bilocale, occorre un reddito mensile di 3.100 euro al mese, che consente di ottenere un mutuo dalla rata di 931 euro. Quest’ultima sale a 1.106 euro per un trilocale, accessibile a chi ha un reddito di 3.688 euro al mese. I canoni di locazione sono di 699 euro al mese per un bilocale e di 817 euro al mese per un trilocale, decisamente più bassi della rata del mutuo.  In due anni, per lo stesso bilocale si è passati da una rata di 620 euro a una di 699 euro, per un trilocale da 786 a 1.106 euro.

Una delle città che ha visto crescere maggiormente i prezzi è stata Bologna. Nel capoluogo emiliano, per acquistare un bilocale occorre mettere in conto una rata di 845 euro al mese oppure un canone di locazione di 734 euro.  Per un trilocale la rata è di 1.000 euro, mentre il canone di locazione è di 885 euro al mese.  In due anni, il bilocale richiede un reddito di quasi 1.000 euro in più, da .1820 € a 2.815 euro, mentre il trilocale da 2.164 a 3.347 euro. A Torino, invece, la rata richiesta per un bilocale è di 523 euro al mese, contro un affitto di 451 euro, mentre per un trilocale è di 622 euro al mese contro un affitto di 566. A Verona la rata è rispettivamente di 547 e 651 euro al mese, contro un affitto di 611 e 722 euro al mese, facendo propendere decisamente per l’acquisto. L’aumento dei tassi ha portato un incremento della rata per l’acquisto di un bilocale da 360 euro a 547 euro a Verona, e da 363 a 523 euro a Torino.   

Tra le grandi metropoli del Sud Italia, Palermo è quella più economica, dal momento che, nonostante l’aumento dei tassi, richiede ai potenziali acquirenti di considerare un’uscita mensile di 370 euro al mese per un bilocale, contro un canone di locazione mensile di 427 euro. Per un trilocale, è richiesta una rata di 440 euro al mese contro un canone di locazione di 525 euro. Anche a Palermo, pertanto, i prezzi contenuti invitano all’acquisto e non all’affitto, a differenza di Napoli che richiede agli acquirenti un impegno mensile più importante: 763 euro per acquistare un bilocale (contro un canone di locazione di 620 euro al mese) e 907 euro per avere un immobile da 85 mq, che preso in affitto costerebbe 783 euro al mese. Per acquistarli occorre avere rispettivamente un reddito di 2.543 e di 3.023 euro al mese.

Alla luce di questa analisi, non è semplice rispondere alla domanda se sia più conveniente comprare o affittare, poiché tale scelta dipende da innumerevoli altri fattori che non possono esaurirsi con un confronto squisitamente numerico. Peraltro, il mercato delle locazioni oggi risente di un lieve restringimento dell’offerta, dovuto più alla diffidenza dei piccoli proprietari verso i contratti di lungo periodo – funestati da percentuali di morosità vicine al 50% – che alla volontà di adibire le case alla ricettività turistica (affitto breve). L’analisi condotta da Tecnocasa, sul tema, ha confermato che la possibilità di dover sacrificare il reddito da locazione per via della intervenuta insolvenza di molti inquilini induce grande prudenza nei proprietari, anche alla luce dei rincari dei costi energetici. I rendimenti annui da locazione, tuttavia, restano comunque interessanti: per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane si è attestato intorno al 5,1%, mentre le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova con il 6,4%, Palermo con il 6,3% e Verona con il 6,2%. L’analisi rivela che gli investitori preferiscono le aree con la presenza di atenei, di servizi e/o sottoposte ad interventi di riqualificazione.

L’Oktoberfest evento mondiale. Il mercato della birra festeggia una crescita record

In Italia la birra è largamente più venduta del vino bianco e rosso. A livello globale le stime prevedono una crescita del mercato dai 560 miliardi di dollari del 2021 ai agli oltre 750 del 2027.

L’inizio dell’Oktoberfest a Monaco di Baviera, lo scorso 16 Settembre, ha dato il via a un mese di festa che coinvolge tutto il mondo. Dalla Germania agli Stati Uniti si moltiplicano le feste della birra e festeggia anche il mercato. A livello globale le stime prevedono una crescita dai 560 miliardi di dollari del 2021 ai agli oltre 750 del 2027. In Italia, in particolare, la birra fa da volano per la filiera agroalimentare, e risulta essere la bevanda più richiesta nei locali davanti a vino bianco e rosso.

L’Oktoberfest di Monaco di Baviera è la festa della birra più importante del mondo, ed è una celebrazione iniziata nel 1810 per festeggiare il matrimonio tra il principe, e futuro re, Ludwig I di Baviera, con la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Otto anni dopo, nel 1818, l’idea fu ripresa da Guglielmo I, re di Württemberg, che indisse una grande festa a Stoccarda per alleviare il morale dei contadini che avevano perso il raccolto a causa del maltempo, dando così origine alla Cannstatter Volksfest. Col passare del tempo, la tradizione delle feste della birra ha varcato i confini tedeschi e si è diffusa in tutto il mondo e, nella maggior parte dei casi, il periodo scelto rimane quello che va dalla metà di settembre alla metà di ottobre. A Vienna, per esempio, si festeggia dal 21 settembre all’8 ottobre con la Wiener Kaiser Wiesn, mentre nell’italianissima Trento le celebrazioni si svolgono lungo un intero mese, con fiumi di birra. Dal 18 al 21 ottobre Varsavia rende omaggio alle birre artigianali con il Festiwal Piwa. La festa della birra arriva anche oltreoceano, dal 21 al 23 settembre Denver ospita il Great American Beer Festival.

Il 2023 – anno che chiude idealmente il periodo più duro della pandemia – è il periodo ideale per festeggiare e per fare alcuni bilanci per il mercato della birra che, secondo Statista, passerà dai 560 miliardi di dollari del 2021 agli oltre 750 miliardi del 2027 (+34%), con un tasso composto di crescita annuale del +5,44% e una crescita parallela nei volumi che toccheranno i 189,30 miliardi di litri entro il 2027. Sul podio dei produttori si trova la Cina, dove viene generata la maggior parte delle entrate, pari a 125,60 miliardi di dollari nel 2023. A livello globale, la birra è la bevanda alcolica più consumata, rappresentando circa il 60% del volume totale del mercato. Indicativo della riscoperta delle abitudini tradizionalmente associate al suo consumo, dopo la parentesi pandemica, è il dato che mostra come entro il 2027, il 52% della spesa e il 33% dei consumi in volume nel mercato della birra saranno attribuibili all’acquisto fuori casa, ad esempio nei bar e ristoranti.

Proprio la birra, secondo la recente ricerca realizzata da Nomisma per Osservatorio Birra e Agronetwork, in Italia è la bevanda di qualità più richiesta nei locali (59%), davanti alle bollicine (39%) al vino bianco (38%) e al vino rosso (34%). In Italia cresce anche il mercato delle birre artigianali. Secondo il Registro delle imprese CCIAA, nel 2022 le realtà che producono birra in Italia hanno raggiunto le 1.326 unità occupando un totale di 9.612 addetti diretti, con una crescita rispetto al 2015 del 104% in termini di birrifici e del 22% in termini di addetti (dati emersi nel Report 2022 “Birra artigianale, filiera e mercati” di Unionbirrai).

ESG-UPTAKE, le autorità di vigilanza europee in aula sui temi della Sostenibilità

L’unione europea attiva le università sulle tematiche ESG per dare supporto alle autorità di controllo su mercato, banche e assicurazioni. Il coordinamento a Ca’ Foscari.

Un progetto da 4 milioni di euro dedicato agli organismi di controllo di 10 paesi che vede coinvolte per l’Italia CONSOB e IVASS.  Supportare il sistema finanziario nella transizione verso la sostenibilità significa anche formare e aggiornare le persone che operano negli organismi deputati a supervisionare mercato, banche e assicurazioni.

Per soddisfare questa esigenza nel medio termine, la Commissione Europea ha affidato a un pool di centri di ricerca specializzati sulle tematiche ESG (environmental, social and governance) guidato dall’Università Ca’ Foscari Venezia il compito di assistere 11 autorità di vigilanza stabilite in 10 paesi europei, tra cui l’Italia. Per l’Italia le autorità che beneficeranno del supporto saranno CONSOB, autorità di controllo del mercato, e IVASS, responsabile per il settore assicurativo. Ne è scaturito un progetto di formazione, denominato ESG-UPTAKE, che è stato avviato di recente a Venezia, alla vigilia del convegno internazionale CREDIT sui rischi finanziari (21-23 settembre).

ESG-UPTAKE durerà tre anni e avrà un finanziamento di 4 milioni di euro dall’Unione Europea attraverso lo Strumento di Supporto Tecnico. Ca’ Foscari guida un parternariato che comprende il Leibniz Institute for Financial Research (SAFE) di Francoforte e la Vienna University of Economics and Business (WU). “L’obiettivo del progetto è rafforzare la capacità degli organismi di supervisione degli stati europei di monitorare e affrontare i rischi ESG nel settore finanziario – spiega Monica Billio (nella foto, insieme alla professoressa Loriana Pellizzon), professoressa di Econometria a Ca’ Foscari e coordinatrice del progetto – lo faremo anche sulla base delle buone pratiche riguardanti i sistemi di reporting, la gestione di dati e le metodologie. Questo supporto da parte delle istituzioni di ricerca metterà le autorità nazionali di vigilanza nelle condizioni migliori per gestire i rischi ESG, inclusi quelli legati al cambiamento climatico, e adottare misure di controllo adeguate”. Le unità di progetto di Francoforte e Vienna saranno coordinate rispettivamente dalle professoresse Loriana Pelizzon e Irene Monasterolo.

Su Eurovita la stampa allarma i risparmiatori “dimenticando” che le polizze non sono tutte uguali

Gli articoli della stampa sul caso delle perdite di Eurovita hanno creato volutamente un clima di tensione, allarmando inutilmente anche i titolari di polizze di Ramo III (unit linked).

Sul caso di Eurovita la stampa scatena la tensione di tutti i titolari di polizza, pubblicando alcuni articoli in stile allarmistico che hanno messo in evidenza le perdite di circa 1,5 miliardi di euro conseguite dalla compagnia a fine anno 2022. Di conseguenza, sugli oltre 350mila clienti che hanno investito il proprio patrimonio è sceso il panico, favorito dall’aver voluto accostare la perdita – derivante da un fatto tecnico, come vedremo – anche alle polizze di Ramo III, c.d. unit linked, che invece investono in fondi di terzi e non sarebbero toccate da tali perdite (al contrario delle polizze che investono nelle c.d. gestioni separate, di Ramo I). 

Tale confusione tra Ramo I e Ramo III, pertanto, è oggi sotto accusa, e rivela come la ricerca spasmodica di notizie e contatti online porta sempre più spesso i giornalisti (e le redazioni) a non approfondire gli argomenti da trattare, rimanendo colpevolmente in superficie. Sulla vicenda è intervenuta Federpromm con una sua nota, con la quale Manlio Marucci ha esortato la stampa a fare un minimo di chiarezza interpretativa, senza provocare un effetto alone negativo che rischia di incrinare strutturalmente il rapporto fiduciario dei clienti con la nuova compagnia Cronos Vita.

Una interpretazione corretta delle situazione contabile sulle perdite registrate dal Commissario straordinario Panizza infatti è stata data dal sito di Borsa Italiana,  che ha evidenziato come il criterio di contabilizzazione del valore di mercato dei miliardi di titoli di stato contenuti nelle gestioni separate di Eurovita deve necessariamente prevedere gli effetti del repentino rialzo dei tassi, e cioè il loro decremento di valore, permettendo alle compagnie azioniste di Cronos di contabilizzare ai prezzi attuali tutti gli strumenti finanziari contenuti nelle polizze che verranno trasferite da Eurovita a quest’ultima. In sostanza – come si legge nel sito di Borsa italiana – “il bilancio 2022 della compagnia è stato redatto in assenza del presupposto della continuità aziendale e dunque tutte le minusvalenze, accumulate sul comparto obbligazionario (principalmente su titoli di Stato italiani ed europei), sono state portate a conto economico”.  Ed ancora: “In ogni caso, a fronte del processo di salvataggio in atto della società e dei principi utilizzati per il computo delle minusvalenze, i numeri del bilancio 2022 non devono destare preoccupazioni tra la platea dei risparmiatori che hanno sottoscritto polizze Eurovita, i cui riscatti sono comunque sospesi fino a fine ottobre”.

“Su Eurovita-Cronos – aggiunge Marucci (nella foto) – l’incontro previsto per il prossimo 26 settembre in IVASS con le varie rappresentanze delle associazioni dei consumatori è un buon segnale che manifesta un valido impegno da parte dell’autority del settore di voler accelerare le procedure tecnico-giuridiche affinché i titolari delle polizze possano capire, prima della scadenza del 31 ottobre prossimo, a quale delle compagnia all’interno della società Cronos siano assegnate le loro polizze, ma anche come avanzare sul piano formale le eventuali richieste di liquidazione o mantenimento del proprio investimento”. “In ultima analisi- conclude la nota di Federpromm – è necessario che  le compagnie, le banche e gli organi di controllo definiscano senza più indugiare l’assetto del nuovo veicolo Cronos e il trasferimento delle polizze Eurovita a “prezzo di mercato”, provvedendo così a ridare fiducia a tutto il settore assicurativo ed in particolare ai 353.000 clienti di Eurovita, oggi fortemente condizionati dalla vicenda, che domani potrebbero trovarsi ad essere sottoscrittori di polizze con Intesa Vita, Generali, Unipol, PosteVita o Allianz”. 

L’azione restrittiva della Bank of Japan potrebbe essere rinviata

Secondo Marcel Zimmermann (Lemanik), L’indebolimento dell’economia cinese si sta facendo sentire, ma le valutazioni delle azioni asiatiche restano interessanti nel medio termine.
 
“I mercati valutari in Asia sono rimasti molto volatili. La pressione deflazionistica della Cina sta facendo scendere i dati dell’IPC (indice prezzi al consumo) in tutta la regione. Questo potrebbe rimandare a una data successiva un’eventuale azione restrittiva della Bank of Japan“. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

I continui segnali negativi di indebolimento dell’economia cinese hanno pesato sul sentiment regionale. Il governo e la Banca centrale cinese hanno introdotto misure di sostegno, ma molto al di sotto delle aspettative del mercato. Gli investitori stranieri continuano a scaricare le posizioni azionarie in Cina a causa della debolezza della risposta del governo alla debolezza economica e delle continue tensioni geopolitiche con gli Stati Uniti. La banca centrale cinese ha tagliato inaspettatamente i tassi di riferimento in agosto. La debole crescita del credito e l’aumento della pressione deflazionistica continuano a pesare sull’economia cinese.

La regione asiatica sta risentendo del rallentamento della seconda economia mondiale. Gli indici PMI di Cina, Taiwan, Corea del Sud, Vietnam e Malesia sono in territorio di contrazione. Solo i PMI di Giappone, Indonesia, Filippine, Thailandia e India continuano a segnalare un’espansione. La performance settoriale del fondo riflette chiaramente l’attuale incertezza, con settori difensivi come l’assistenza sanitaria, le telecomunicazioni e i beni di prima necessità che hanno sovraperformato, mentre i segmenti tecnologico, industriale e dei beni di consumo discrezionali sono risultati deboli. L’andamento dei mercati geografici ha rispecchiato in parte la situazione economica, con il Giappone che ha superato gli altri mercati.

Deludente il risultato dei mercati ASEAN, che dal punto di vista economico si trovano chiaramente in una situazione migliore. La Cina/Hong Kong ha sottoperformato tutti i mercati, ma ha registrato un rally di sollievo a fine agosto grazie alle speranze di ulteriori azioni governative. “In questo contesto, abbiamo preso parzialmente profitto sugli investimenti nel segmento tecnologico giapponese a favore di settori orientati al mercato interno e abbiamo tagliato alcune posizioni sottoperformanti, aumentando però altri investimenti nella stessa regione”, continua Zimmermann. “Manteniamo la nostra opinione secondo cui le valutazioni dei titoli azionari asiatici restano interessanti in un orizzonte di medio termine e si collocano attualmente nella parte inferiore della loro fascia di valutazione di lungo periodo”.

Da Eurovita a Cronos. Federpromm chiede trasparenza

In attesa che la nuova compagine societaria e il management assumano pieni poteri, Federpromm avanza quesiti sulla sicurezza delle operazioni e sulla  trasparenza verso i clienti ex Eurovita.
 
Di recente, alcune associazioni di consumatori (Codici, per esempio) hanno sposato la linea che sta portando avanti il comitato tecnico di  Federpromm (Uiltucs) a difesa dei molteplici clienti coinvolti nella vicenda della compagnia Eurovita, oggi in liquidazione verso la newco società chiamata Cronos e composta dalle maggiori e blasonate compagnie del settore assicurativo: Generali, Unipol, Intesa Vita, Allianz e Poste Vita
 
Sicuramente – afferma Manlio Marucci (nella foto) – l’incontro previsto per il prossimo 26 settembre presso IVASS con le varie rappresentanze delle associazioni dei consumatori è un buon segnale, che manifesta un valido impegno da parte dell’Autority del settore di voler accelerare le procedure tecnico giuridiche affinché  i titolari delle polizze, prima della scadenza del 31 ottobre prossimo, possano capire a quali delle compagnie all’interno della società Cronos siano assegnate le proprie polizze, ed anche come avanzare sul piano formale le eventuali richieste di liquidazione o mantenimento del proprio investimento.
 
Da parte nostra  – conclude la nota di Federpromm – attraverso i nostri legali abbiamo già avanzato una richiesta di incontro al nuovo board di Cronos Vita, al fine di avere precise risposte sui vari quesiti che interessano direttamente il quadro delle problematiche presenti nell’assegnazione delle polizze della compagine già di Eurovita alle varie realtà assicurative rappresentate in Cronos, ed anche per capire quali responsabilità dirette dovessero ricadere sui precedenti collocatori e, infine, se la nuova Compagnia ha intenzione di caricare sulle attuali reti distributive compiti che potrebbero contrastare con gli obblighi di comportamento o generare conflitti di interessi. 

Emergenza economia, sarà un autunno nero per i consumi. Chiudono 120.000 imprese

Il 6% delle imprese non ottiene credito e il 56,3% di esse rinuncia. Nel 2023 circa 120.000 aziende avranno chiuso i battenti a causa di costi fuori controllo e degli indicatori di produttività crollati.

Le imprese italiane stanno vivendo in questi mesi un periodo molto delicato, e ancora di più lo sarà l’autunno. L’analisi “Congiuntura Flash” del centro studi di Confindustria ad esempio ha messo in evidenza una frenata del PIL che nel secondo trimestre del 2023 è rimasto sostanzialmente fermo.

L’aumento dei tassi sta frenando la crescita, visto che la BCE ha portato a 4,50% il tasso di sconto. La conseguenza è che il credito, sia per le imprese che i consumatori, costa di più ed aumenta anche la difficoltà ad ottenerlo: il costo del denaro è aumentato di 4,81 punti, e il credito bancario tende a ridursi (-2,9% annuo a maggio). Istat e Banca d’Italia, infatti, stanno rilevando una domanda del credito fortemente rallentata dal costo eccessivo, con il 6% delle imprese che non ottiene credito, e il 56,3% delle stesse che rinuncia per le proibitive condizioni. Per non parlare del costo dei carburanti che continua a salire, nonostante la discesa del greggio: per la benzina siamo ai massimi da metà aprile, per il gasolio dai primi di marzo.

Sembrerebbe che a causare tutto ciò sia il calo delle scorte Usa di prodotti raffinati, insieme allo stop di alcune raffinerie in Europa, Stati Uniti e Asia. E con le vacanze tutto è diventato più salato: per esodo e controesodo estivo si ipotizzano in 800 milioni i maggiori costi sostenuti dai cittadini, cosa che potrebbe impattare sui consumi dell’autunno. Secondo le stime delle associazioni di categoria infatti, dopo la stagione turistica si avrà un rallentamento forte dei consumi nell’ultima parte dell’anno, e con uno scenario del genere, nel 2023, il dato complessivo in termini di chiusure di imprese potrebbe ammontare a circa 120.000 aziende che chiudono i battenti a causa di costi fuori controllo e indicatori di produttività crollati, secondo i dati di Confcommercio.

“Le imprese che non studiano attentamente i loro numeri rischiano di saltare” afferma Pasquale Abiuso (nella foto), esperto di strategie di gestione aziendale. “I costi improduttivi, che non portano un ritorno certo vanno immediatamente tagliati, così come vanno liquidati immediatamente i prodotti in magazzino che non girano o i servizi che non si vendono, per recuperare cassa. E’ arrivato il momento per gli imprenditori di diventare maniacali circa i numeri aziendali, imparare a fare marketing, studiare la concorrenza e non navigare a sensazione come spesso accade nelle PMI italiane” continua Abiuso. “Le aziende italiane devono strutturarsi velocemente per fronteggiare i momenti avversi del futuro e gli imprenditori devono mettere in atto dei processi efficaci di delega lasciando da parte il tanto blasonato ‘chi fa da sé fa per tre’. e in tutto ciò la ricerca di talenti da inserire in azienda sarà un tema cruciale per il prossimo futuro” conclude Abiuso.

Nel frattempo, continua far discutere il fenomeno delle “grandi dimissioni”. Secondo l’economista Anthony Klotz, colui che nel 2021 aveva coniato il termine “Great resignation“, la stagione delle grandi dimissioni sarebbe giunta al capolinea. A spingerlo in questa direzione sono i numeri degli Stati Uniti, che nel 2022 – con 50 milioni di lavoratori che hanno dato le dimissioni, stando al Bureau of Labor Statistics – stanno tornando ai livelli del 2019. In Italia, invece, il numero di dimissioni continua a essere insolitamente alto: nel 2022  1.255.706 persone si sono dimesse da un contratto stabile, il 24% in più rispetto al 2019. “Al di là di quanto dimostrano le statistiche degli ultimi mesi e anni, il concetto di fondo è chiaro: la loyalty aziendale ha perso appeal, e sempre più dipendenti sono propensi a valutare seriamente nuove opportunità di carriera” spiega Carola Adami (nella foto), head hunter e fondatrice di Adami & Associati.

Gli elementi e le tendenze che spingono in questa direzione sono tanti. Innanzitutto, chi oggi cerca un impiego desidera conciliare vita privata e lavorativa. E’il c.d. work-life balance, che nella maggior parte dei casi viene considerato ancora più importante rispetto all’entità dello stipendio: orari flessibili, smart working e utilizzo funzionale delle nuove tecnologie sono i principali fattori ricercati dai lavoratori, insieme ad uno stipendio “equo”, definito all’interno di una offerta economica in grado di raccogliere l’attenzione dei potenziali candidati e di definire un eventuale piano di carriera attraverso corsi di formazione, aggiornamenti e promozioni al raggiungimento di risultati non esclusivamente quantitativi.

Affitti turistici: dietro la stretta sui B&B alcune verità accuratamente nascoste

Di recente si è aperto il dibattito sui B&B a conduzione familiare e sui limiti da apporre ad un settore in grande espansione, che genera reddito aggiuntivo e occupazione. Il caro-affitti? Una balla.

L’Italia, da sempre, è il terreno delle verità nascoste e delle lobbies che condizionano le scelte politiche sui vari settori produttivi, soprattutto quando i fenomeni spontanei di mercato generano nuovi trend sulla scia di altrettanto spontanei comportamenti dei consumatori. E così, dopo cinque anni di grande sviluppo del mercato dei B&B a conduzione familiare, e in conseguenza della nascita di migliaia di strutture private che hanno creato nuovo reddito, nuova occupazione e un indotto non indifferente (ristrutturazioni edilizie e imprese di pulizia, in primis), le lobbies contrarie allo sviluppo di tale segmento di mercato – albergatori i maggiori sospettati, ma non soltanto loro – hanno cominciato a martellare il Parlamento e il Governo, tradizionalmente molto attenti alle sollecitazioni dei gruppi di influenza stabilmente presenti nelle Istituzioni, con le loro istanze tese a limitare l’attività privata di ricettività turistica e ospitalità.

Queste lobbies, peraltro, sono molto attive in tutta Europa e anche fuori dal continente. Infatti, da Amsterdam a San Francisco, da Barcellona a Parigi, sono sempre di più le metropoli che  hanno messo un limite agli affitti turistici e alle piattaforme più conosciute, come Airbnb o Booking. Dallo scorso 5 settembre, per esempio, a New York è scattata una legge in base alla quale potranno essere dati in affitto breve solo gli appartamenti dove i proprietari (o gli affittuari che possono sub-affittare) risiedono in prima persona e sono effettivamente presenti. Si tratta di una limitazione che escluderà di fatto dal mercato migliaia di case di proprietà di famiglie o imprese professionali, al fine di permettere un rientro di quegli immobili sul mercato degli affitti residenziali, aumentare l’offerta e far abbassare i prezzi: a luglio scorso il prezzo mediano di un affitto da 50 mq a Manhattan è arrivato a 4.400 dollari al mese, a Brooklyn 4.000 e al Queens 3.600.

Questa misura sta facendo discutere, poiché taglia fuori anche le famiglie che trovano nell’affitto breve un modo per integrare il proprio reddito. Il tema è molto sentito in Italia, che è una delle poche grandi mete turistiche internazionali a non aver previsto – per fortuna – alcuna limitazione. Ma tale stato di grazia non continuerà ancora a lungo, poiché si sta già lavorando ad una stretta annunciata dal ministro del Turismo Daniela Santanché, e questo non promette bene. In Italia, dove la competenza sul settore è contesa tra governo, Regioni e Comuni, il mercato degli affitti brevi/brevissimi è anche superiore a quella di New York. Nel nostro Paese sono circa 600.000 le case in affitto sulle piattaforme, con punte di 25 mila a Roma e quasi 20 mila a Milano, città che hanno rispettivamente tre e sei volte meno abitanti rispetto a New York. Inoltre, i B&B sono letteralmente ramificati in tutti i comuni italiani, e offrono un servizio di qualità mediamente elevata, garantendosi così un alto livello di fidelizzazione della clientela.

Tutto questo, evidentemente, dovrebbe scoraggiare del tutto le ipotesi di limitazione delle attività di Bed & Breakfast, dal momento che il mercato specifico dà lavoro in Italia a più di un milione di persone, tra gestione diretta e indotto, e realizza un fatturato annuo superiore a dieci miliardi, con un gettito fiscale diretto superiore a due miliardi. Eppure, le lobbies operanti in Parlamento sono riuscite a far passare il messaggio secondo cui, a causa del boom degli appartamenti adibiti a B&B, l’offerta di immobili in locazione si sarebbe ristretta fino al punto di generare un (inesistente) fenomeno del “caro-affitti”. Invece, gli aumenti dei canoni sono tutto sommato contenuti, in misura inferiore al 10% nel periodo di maggiore inflazione (2022-2023 I semestre), e sono stati determinati quasi interamente dall’aumento dell’indice dei prezzi al consumo, che il mercato degli affitti brevi subisce, e non contribuisce certo ad aumentare.

Su tutto, il desiderio dei piccoli investitori immobiliari di non essere costretti ad affittare i propri immobili con contratti di medio-lungo periodo, sopportando così un “rischio-inquilino” giunto a percentuali davvero preoccupanti: nell’ultimo anno, il 50% dei conduttori fa fatica a pagare con regolarità i canoni di locazione, oppure non riesce a pagarli affatto; questo per via del continuo abbassamento del potere d’acquisto, e non certo del rialzo dei canoni. Inoltre, la diminuzione del livello dei redditi ha raffreddato notevolmente la domanda di affitti dei conduttori più giovani, ossia degli inquilini che tradizionalmente hanno costituito l’ossatura del mercato delle locazioni. Costoro, infatti, sono costretti a rimandare a tempi migliori i progetti di abitazione al di fuori della casa dei genitori.

Sotto il “tappeto” della possibile stretta sugli affitti brevi, quindi, cova la polvere accumulata dal Governo e dai media, impegnati a nascondere scomode verità da tenere accuratamente schermate da “balle” di notevole caratura, come quella del caro-affitti. Finchè qualcuno non deciderà che è arrivato il momento di parlarne sul serio.