Luglio 26, 2026
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Consulenti finanziari: sherpa o scalatori? Nessuno venga più lasciato indietro

La metafora degli scalatori e degli sherpa si adatta bene all’attuale scenario delle reti di consulenza finanziaria “MiFID-dipendenti”. Nel 2023 la consulenza finanziaria sta soffrendo una evidente stagnazione dei reclutamenti, ecco perché. 

Di Alessio Cardinale

A fine Luglio scorso l’alpinista norvegese Kristin Harila ha stabilito il record per il minor tempo impiegato nella scalata delle 14 montagne più alte del mondo, completando l’ascesa di tutte le cime che superano gli 8.000 metri tra Cina, Nepal, India e Pakistan in soli 92 giorni. Tuttavia l’alpinista – ve lo ricordate? – è stata accusata di non aver soccorso uno sherpa pakistano durante la sua ultima scalata sul K2, e di averlo lasciato morire pur di proseguire verso la vetta e battere il record. Si è difesa sostenendo che l’uomo, Mohammed Hassan, era stato soccorso, ma che date le condizioni impervie salvarlo sarebbe stato impossibile. Balle: anzichè tornare indietro e salvare il povero sherpa, si è preferito andare avanti per poter piazzare la bandierina nella tanto agognata vetta. Eppure le condizioni erano ugualmente impervie, sia a salire che a scendere.

Pertanto, il mistero su quel tragico episodio di sport estremo rimarrà per sempre, così come gli importanti interrogativi che da esso si sono generati: gli scalatori hanno fatto bene a continuare l’impresa, nella quale avevano investito tempo, preparazione e denaro, oppure sarebbe stato giusto interrompere la scalata e attendere i soccorsi, dando allo sfortunato sherpa tutta l’assistenza possibile? E’ giusto che, per il perseguimento di un obiettivo di un gruppo di individui, anche uno solo di essi possa essere lasciato indietro, andando così incontro ad irreparabili conseguenze?

C’è da dire che, durante scalate di questo tipo, i cosiddetti sherpa sono indispensabili: sono persone modeste, dal tenore di vita più che frugale ma di grande esperienza,  che generalmente conoscono bene le montagne e si occupano per lo più dei lavori di fatica (portare l’attrezzatura pesante, montare le tende e attrezzare i percorsi prima della scalata degli alpinisti); inoltre, il loro organismo è perfettamente adattato alle altitudini e all’ossigeno rarefatto cui gli scalatori, invece, devono continuamente adattarsi prima di cominciare l’ascesa. Nonostante il loro ruolo così importante, se uno di loro è in difficoltà in un ambiente piuttosto ostile – come può essere un picco a 8.000 metri di altezza – gli scalatori sono disposti a sacrificarlo pur di non interrompere l’ascesa verso la vetta, sicuri di poterlo rimpiazzare in occasione di una successiva impresa. In questo senso, le vite contrapposte di scalatori e sherpa sono una metafora di qualunque universo lavorativo complesso, dove sempre più spesso persone di grande esperienza ma non di successo – secondo i parametri dei massimi dirigenti, ossia gli “scalatori” – vengono “sacrificate” senza mezzi termini e per i motivi più disparati: produttività media o appena sufficiente, età avanzata, modesti tempi di reazione all’innovazione tecnologica.

Nel caso delle reti di consulenza finanziaria, per esempio, questa metafora risulta essere davvero “azzeccata”, poichè il sistema finanziario europeo, pur di primeggiare nel mondo (in particolar modo su quello americano) ha preferito far gravare sulle banche-reti nuovi costi per circa 3 miliardi di euro a beneficio della “compliance” (MiFID  I e II), invece di imporre alle stesse – perché di imposizione si è trattato, in forza di una direttiva europea – investimenti in formazione professionale e commerciale, in strumenti interni di vigilanza, nella regolamentazione di un contratto unico di lavoro (mandato unico di settore) e infine nel passaggio generazionale, che si sta cominciando ad attuare solo da poco e che richiederà ulteriori e sostanziosi investimenti da parte delle reti e delle capogruppo.

Naturalmente, una rivoluzione così epocale – per molti addetti ai lavori si è trattato invece di una gravissima “involuzione” – non poteva non avere effetti collaterali di grande incisività sul modo di concepire la professione del consulente finanziario. Infatti le due MiFID, imponendo a tutte le  società mandanti e ai gruppi bancari un sistema basato sulla ossessiva osservazione delle regole di compliance, sembrano essere state costruite senza tener conto della funzione fondamentale del consulente quale educatore finanziario. In pratica, chi l’ha concepita sembra aver mandato a tutto il sistema un messaggio “politico” di questo tipo: “continuate a fare ciò che volete, basta che le carte siano a posto!”.

E’ il problema, che questa testata giornalistica evidenzia da tempo, della “consulenza difensiva”, fenomeno che con la MiFID II è stato “consacrato” a sistema non ufficiale proprio come nel settore sanitario, dove non è raro che ai pazienti vengano erogate cure e/o esami assolutamente inutili pur di dimostrare che si è osservato il protocollo medico e, in tal modo, non incorrere in procedimenti per responsabilità professionale in caso di richieste di risarcimento danni alla salute causati, all’interno della struttura sanitaria, da diagnosi poco attente ma “proceduralmente corrette” (c.d. Medicina Difensiva).

Responsabilità medica

Peraltro, se al consulente finanziario venisse consentito almeno di avere spazio per una parziale personalizzazione del questionario, egli avrebbe un maggiore livello di responsabilità professionale verso i clienti, proprio come un medico. La MiFID, invece, raggiunge il risultato di tenere il sistema sostanzialmente indenne da rischi, scaricando sui clienti quasi tutte le responsabilità di scelte inopportune. Esattamente come nell’attuale legislazione sulla responsabilità medica, dove l’onere della prova rimane in capo al paziente (o ai suoi eredi…).

In un simile scenario, l’industria del risparmio gestito ha reagito in modo del tutto logico, e cioè tagliando i costi per mettere in equilibrio il proprio conto economico, altrimenti destinato alla soccombenza per via degli ingenti investimenti imposti soprattutto dalla MiFID II. E siccome i margini di ricavo dei consulenti sul risparmio gestito erano già stati gradualmente tagliati (di circa il 50%) dopo la MiFID I, le reti hanno dovuto allontanare alcune migliaia di “consulenti sherpa” che avevano l’unico difetto di trovarsi con il portafoglio dal valore sbagliato nel momento storico sbagliato.

Tutti radiati per irregolarità o dimissionari volontari? Naturalmente no: i consulenti espulsi per aver commesso atti irregolari e/o illegali sono davvero pochi, a dimostrazione di un contesto professionalmente sano. E allora, a cosa si deve un numero così alto di fuoriuscite, quanti sono i “consulenti-sherpa” sacrificati sull’altare della massima raccolta e del portafoglio medio più alto possibile, non degni di essere assistiti con sforzi straordinari (da ripagare in futuro) nel loro percorso di crescita? Siamo sicuri che nemmeno qualche centinaio di loro non fosse meritevole di un supporto straordinario tale da evitare la  fuoriuscita dal mercato? E’ così grave che un consulente possa voler vivere con un portafoglio clienti dal valore di 8-12 milioni di euro, assicurando comunque alla società mandante un lavoro di qualità e una immagine adeguata? Perché non si è tenuto in conto che questi professionisti, esattamente come gli sherpa nell’ambiente delle alte vette, erano perfettamente adattati nel sistema finanziario italiano e che per loro sarebbe stato difficile trovare una differente posizione lavorativa?

Qualunque sia la risposta razionale a queste domande, bisogna evidenziare che tali scelte hanno determinato un altro effetto collaterale della contrapposizione tra “scalatori e sherpa”: nel 2023 le reti di consulenza finanziaria italiana stanno soffrendo una evidente stagnazione dei reclutamenti. Questo accade certamente per via del disastroso andamento dei portafogli dei clienti a seguito della contemporanea debacle degli investimenti azionari e obbligazionari (quando un portafoglio è in perdita pesante è difficile per un consulente finanziario convincere un cliente a smobilitare le posizioni e rendere reali i deflussi), ma soprattutto perché la professione del consulente finanziario “Mifid-esecutore” non attira più i giovani talenti, i quali preferiscono altre professioni liberali, magari all’estero, pur di non correre il rischio di fare la fine dei tantissimi sherpa – quante migliaia negli ultimi dieci anni? Assoreti non lo dice – che si sono persi per strada.

In una congiuntura simile, in cui si approssima un periodo di forti decisioni per l’intero settore industriale del risparmio gestito, le reti devono decidere se adottare la stessa fredda strategia degli ultimi quindici anni, oppure far leva sugli enormi utili conseguiti in questi anni per investirne una parte – preferibilmente non miserevole – conducendo tutti i consulenti di oggi verso la vetta, e facendo in modo che nessuno di loro venga più lasciato indietro.  

Italpress, da Palermo a New York un sogno lungo 35 anni. Borsellino: un ponte tra aziende italiane e USA

Gaspare Borsellino: “New York è un osservatorio privilegiato e precursore di nuovi trend. Essere nella Grande Mela permette di conoscere ciò che dopo qualche tempo arriva poi in Europa ed in Italia”.

Dopo le redazioni e gli studi televisivi di Palermo, Roma e Milano, l’agenzia Italpress ha inaugurato l’ufficio di corrispondenza newyorkese. Un cammino lungo 35 anni, ed un futuro ancora da scrivere, fanno oggi di Italpress una realtà autorevole nel mondo dell’informazione nazionale ed internazionale.

In occasione del suo trentacinquesimo compleanno, l’Agenzia ha ricevuto prestigiosi attestati di stima dal mondo delle Istituzioni e dalle massime cariche dello Stato. “La vostra agenzia si è sempre contraddistinta per professionalità e per apertura al mondo e ai nuovi orizzonti comunicativi, integrando l’informazione tradizionale con i nuovi media. Sono dunque certo che saprete affrontare con determinazione e competenza le sfide impegnative che il mondo del giornalismo ha dinanzi a sé”, ha scritto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Ho sempre creduto che il legame tra il locale e il globale fosse una delle chiavi per fare buona informazione nel nostro tempo, un tempo sempre più complesso e interconnesso. Chi come Italpress coltiva questo legame e sa che da quel legame può trarre un valore aggiunto è dal mio punto di vista destinato ad avere successo”, ha affermato in un videomessaggio il premier Giorgia Meloni. Secondo il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè “un’agenzia con questo nome era destinata ad approdare in America. E lo fa in un ambito della globalizzazione che sta cambiando, che è sempre più selettiva”.

La storia di Italpress nasce nel 1988, quando un giovanissimo Gaspare Borsellino apre a Palermo un piccolo ufficio partendo dallo sport, un passe-partout che gli diede notorietà e gli permise di espandersi in altri settori: politica, ambiente, economia e attualità.

35° anniversario di Italpress: quali sono stati i momenti più significativi e le sfide più grandi che avete affrontato in tanti anni di lavoro?
“In questi 35 anni il mondo è cambiato tanto, così come ha fatto Italpress che si è adattata velocemente al cambiamento dei tempi. Quando abbiamo iniziato, ad ottobre del 1988, si trasmettevano i lanci ancora con il telex e non esisteva internet come strumento di comunicazione di massima. Dal 2000, dopo la dismissione della telegrafia risalente ai tempi di Marconi, abbiamo iniziato a trasmettere utilizzando i satelliti ed il protocollo IP di Internet. Abbiamo iniziato da Palermo – dove ha ancora sede la redazione centrale della nostra agenzia – con l’informazione sportiva che ci ha permesso di entrare in oltre 100 quotidiani dai più grandi e prestigiosi fino ai piccoli giornali di provincia. Oggi alla storica sede di Palermo si affiancano le due sedi di Roma e Milano, e produciamo quotidianamente oltre 1000 news al giorno, 200 video e 3 Tg quotidiani su tutti i principali temi di informazione. La sfida più grande è stata sicuramente quella di sconfiggere i pregiudizi di chi all’inizio ci vedeva come un’agenzia minore per il semplice fatto che l’Italpress fosse nata in Sicilia. Dopo 35 anni, anche le persone più scettiche si sono ricredute ed i fatti ci hanno dato ragione. Anche dal profondo sud si può creare un’agenzia di stampa nazionale”.

Com’è cambiato il panorama dell’informazione in Italia negli anni e in che modo Italpress ha adattato la sua strategia per rimanere rilevante in questo settore?
“Il panorama è mutato tantissimo, soprattutto con l’avvento di internet che ha messo in seria difficoltà la carta stampata. Non tutti i media tradizionali sono riusciti ad adattarsi velocemente a questa rivoluzione, che negli ultimi 20 anni ha cambiato gli scenari dell’informazione sempre più multitasking e crossmediale. Italpress per fortuna ha avuto la capacità di capire in tempo cosa chiedeva il mercato, ed in maniera camaleontica è riuscita ad adattarsi velocemente a quello che il mercato chiedeva e tutt’ora chiede: una realtà veloce, autorevole e multimediale che sappia produrre ogni giorni contenuti tradizionali come i classici take d’agenzia, con gli approfondimenti e gli editoriali dei nostri columnist fino alla parte multimediale che ogni giorno cresce in quantità e qualità. Oggi produciamo 3 tg quotidiani, 15 Magazine e Tg tematici settimanale e veri e propri programmi come quelli condotti da Claudio Brachino, ex direttore delle news di Mediaset, che ogni settimana cura e conduce dagli studi televisivi di Roma e Milano le trasmissioni Primo Piano, Italpress Economy insieme a Giuliano Zoppis e Radio Odessa con Ugo Poletti”.

Quali sono i settori o le tematiche su cui Italpress ha concentrato maggiormente la sua copertura giornalistica nel corso degli anni e quali invece sono gli obiettivi di espansione?
“Nasciamo come agenzia di stampa sportiva, che è e rimane uno dei nostri fiori all’occhiello. Lo sport è stato per noi un passportout che ci ha aperto molte porte, permettendoci di affermarci successivamente su diversi altri settori come la politica, l’economia, l’ambiente, il turismo, la salute, i motori e tante aree tematiche spesso anche di nicchia che ci contraddistingue dai nostri competitor. Adesso il nostro obiettivo è quello di aprire altri notiziari tematici come quello sul wine e l’agrifood, e di potenziare il notiziario Esteri con dei Focus sul Mediterraneo, i Balcani e anche l’America”.

Come mai avete scelto New York per celebrare questo importante traguardo nella storia dell’agenzia?
“Non è stata una scelta casuale, ma dettata da una serie di riflessioni e studi di mercato che ci hanno portato a fare una scelta ben precisa. New York rimane sempre un osservatorio privilegiato e spesso precursore di trend politici, economici e sociali. Pertanto, avere un punto di osservazione dalla Grande Mela (l’ufficio di corrispondenza Newyorkese è stato affidato a Stefano Vaccara, ndr) significa avere spesso una lettura dei fatti di quello che dopo qualche anno o qualche mese arriverà in Europa ed in Italia. E poi giornalisticamente ci prepariamo ad una entusiasmante campagna elettorale per le prossime Presidenziali Americane. E quindi essere presenti con un proprio corrispondente è sicuramente importante e fondamentale. Infine, last but not least, New York e l’America sono sicuramente sotto un profilo commerciale molto importanti sia per le aziende italiane che si affacciano in America e per le aziende americane che vogliono farsi conoscere nel Belpaese. E noi ci proponiamo di fare un grande ponte fra questi due mondi così lontani ma così vicini allo stesso tempo, mettendo a loro disposizione il nostro ricco network di oltre 400 siti e portali, 120 TV in tutta Italia e centinaia di quotidiani, periodici , radio oltre che enti pubblici e private ed aziende che ogni giorno utilizzano i nostri notiziari e le nostre produzioni video e multimediali”.

(Fonte intervista: La Voce Di New York)

Conflitto Gaza-Israele: evitare il panic selling sull’azionario

È troppo presto per fare ipotesi e previsioni a seguito del conflitto Gaza-Israele. Da evitare il panic selling sull’azionario, poichè le battute d’arresto sono opportunità di acquisto.

Di Michael Blümke, Portfolio Manager di Ethenea

Relativamente all’ultimo trimestre del 2023, il comportamento dei mercati azionari potrebbe non essere affatto scontato. Infatti, il contesto macroeconomico non appare così negativo come si crede attualmente. Certo, ci sono dei rischi, come il possibile contagio legato al debito nel settore immobiliare cinese o il rallentamento della crescita. Tuttavia, i problemi della Cina sono ancora sotto controllo da parte delle autorità locali, mentre il rallentamento della crescita potrebbe essere vicino al suo minimo, secondo i vari indicatori anticipatori.

Tenendo conto della natura anticipatrice del mercato azionario e della stagionalità solitamente positiva di fine anno, ci aspettiamo un ultimo trimestre 2023 più conciliante, soprattutto in considerazione del consolidamento in corso. I rischi sembrano però elevati a causa dei tassi di interesse ancora in crescita e dei segnali di indebolimento dell’economia. Riteniamo di essere vicini alla fine del rialzo dei tassi d’interesse sia a breve che a lungo termine, e né il contesto inflazionistico atteso né la crescita moderata che ci aspettiamo per il 2024 giustificano ulteriori forti aumenti dei tassi d’interesse, a prescindere dal dibattito sul costo del finanziamento dell’attuale debito pubblico (che comunque riemergerà). Proprio questa divergenza tra la percezione di rischi elevati, che è fisiologica nelle fasi di aggiustamento, e la nostra visione meno pessimistica costituisce per noi un’opportunità. L’asimmetria sul fronte dei tassi di interesse è la più evidente. Ad esempio, riteniamo molto più probabile che i tassi Usa a 10 anni possano scendere di 100-150 punti base, invece di salire nella stessa misura. Analogamente, sconsigliamo il panic selling sull’azionario, e consideriamo le battute d’arresto come opportunità di acquisto.

Nell’attuale contesto, in cui pesa soprattutto l’incertezza sul fronte dei tassi d’interesse, sottopesiamo decisamente il settore finanziario. Mentre continuiamo a credere nella forza dell’Information technology e siamo sovrappesati anche nel farmaceutico, settori che storicamente presentano le caratteristiche di crescita strutturale più forti. Le attuali valutazioni del mercato azionario sono dove sono e, se non si trovano agli estremi storici, sono poco utili come strumento di timing. Sulla base delle valutazioni attuali, è più opportuno chiedersi quale sarà il driver del prossimo movimento positivo dei prezzi: la crescita degli utili o l’espansione dei multipli? Non saremmo sorpresi di vedere i multipli espandersi, nel contesto di una potenziale inversione di tendenza dei tassi di interesse.

Andranno meglio Wall Street, l’Europa oppure i mercati emergenti? Abbiamo un’opinione molto chiara al riguardo: Wall Street. Né l’Europa né i mercati emergenti possono essere attualmente considerati come motori della crescita, né sono esenti da problemi politici interni. Le buone aziende di queste regioni vanno regolarmente in difficoltà in tempi di crisi, nonostante le vendite globali. Per questo motivo, la nostra allocazione strategica si concentra esclusivamente sulle società Usa: è da lì che vengono i leader di mercato e i motori dell’innovazione per le tecnologie del futuro. Nel caso di portafogli di investimento più focalizzati sull’Europa, invece, suggeriamo una buona diversificazione.

I “guru” delle cripto valute cadono uno dietro l’altro

Sam Bankman-Fried è l’ultimo ”guru” delle  cripto valute ad essere accusato di aver distratto i soldi dei clienti. 8 miliardi spesi in contributi politici, proprietà immobiliari, donazioni e investimenti personali.

Nel cripto-mondo nato dall’idea del celebre – o famigerato? – Satoshi Nakamoto, le piattaforme (c.d. exchange), concepite per essere un sistema decentralizzato e privo di intermediari, sono diventati presto i peggiori luoghi virtuali dove detenere i cripto-risparmi, e quello di Ftx è solo l’ultimo caso di società che operano senza una idonea regolamentazione e senza osservare le più elementari forme di trasparenza.

Dal 2019 ad oggi, sono circa 300 le piattaforme nate, fallite per vari motivi o scomparse da un giorno all’altro, alcune con il servizio che improvvisamente non risultava più accessibile o beffardamente “in manutenzione”. Non sono state poche quelle dissolte nel nulla lasciandosi dietro una scia di creditori e di risparmiatori truffati. Ftx, per esempio, deve solo ai maggiori 50 creditori circa 3,1 miliardi di dollari, ma dietro di questi c’è un milione di altri clienti e investitori, per i quali il recupero delle somme investite appare solo parzialmente possibile, e non in tempi brevi.

Il CEO di Ftx, Sam Bankman-Fried, in pratica, si è reso responsabile di un fallimento totale dei controlli aziendali e di un’assenza totale di informazioni finanziarie affidabili, tanto da far definire Ftx come la “Lehman Brothers delle cripto”. Eppure, già nel 2014 il fallimento della piattaforma Mt.Gox – che nel momento di massimo fulgore concentrava il 70% delle transazioni in Bitcoin – fece scalpore per via di quello che a quel tempo era un crac di dimensioni enormi per le cripto valute: “evaporarono” 850.000 Bitcoin, ritrovati solo in parte, che allora valevano 450 milioni di dollari, mentre oggi il loro valore sarebbe di circa 14 miliardi; questo spiega il perché i creditori stanno ancora provando a recuperare i propri soldi, otto anni dopo.

Nel processo a Sam Bankman-Fried, 31 anni, di Stanford (California), è accusato anche di aver mentito a società e istituti che hanno prestato soldi a Ftx e adesso rischia una pena di 110 anni di carcere. Lo schema è venuto alla luce quando i depositi della compagnia sono andati in collasso: più di otto miliardi di dollari versati dai clienti erano letteralmente spariti, spesi in contributi politici, proprietà immobiliari, donazioni e investimenti personali. La “grande menzogna” di Bankman-Fried venne fuori per via di un rapporto pubblicato dal sito specializzato in cripto valute CoinDesk, che aveva messo in dubbio la salute della società sorella di Ftx, Alameda Research; questo ha scatenato le richieste di ritiro del denaro da parte dei clienti dell’exchange, ma Ftx non è riuscita a far fronte ai prelievi, e ha presentato istanza di fallimento. Un mese dopo, Bankman-Fried è stato arrestato alle Bahamas, dove aveva sede Ftx, ed estradato negli Stati Uniti.

Il problema, per i clienti di Ftx, era che depositavano i propri soldi non in un conto regolamentato di una banca – o presso una banca depositaria, come accade per il risparmio gestito – bensì nelle casse di Ftx, e poi li usavano per acquistare o vendere Bitcoin, Ethereum o centinaia di altre monete digitali, e i ricavi venivano accumulati nei “conti” aperti nella piattaforma, i quali però non costituivano “patrimonio separato” da quello di Ftx. Da qui la possibilità, per il CEO di Ftx, di manovrare queste enormi masse di denaro per finalità diverse da quelle per cui erano state accumulate dai clienti. Tra i clienti c’era Alameda, una società di scambi che, grazie a Bankman-Fried, ha potuto avere prestiti smisurati e finanziamenti per progetti andati in fumo. Ora, il processo potrebbe influenzare il destino dell’industria delle cripto valute. Infatti, la brusca caduta di Ftx ha provocato un’onda d’urto e una diffusa preoccupazione sulla sicurezza e l’affidabilità delle altre piattaforme Exchange, generando un effetto domino che ha coinvolto molte altre importanti istituzioni. Ma non è tutto. Dal quasi scontato verdetto di colpevolezza potrebbero derivare l’aumento delle preoccupazioni per le attività fraudolente e la conseguente richiesta di una maggiore regolamentazione degli scambi sulle cripto valute, scoraggiando l’afflusso di capitali nelle società di settore.

Mercato azionario USA: il gap tra “narrazione” e realtà continua ad ampliarsi

Un tempo gli investitori selettivi cercavano di allocare il capitale verso chi lo meritava e lo toglievano a chi era meno affidabile. Quegli stessi investitori non avrebbero mai sostenuto un sistema come quello attuale.

Di Maurizio Novelli*

In linea generale, tutti noi siamo stati abituati a considerare i mercati finanziari come una forma di canale di finanziamento all’economia. Il ruolo dei mercati e degli investitori è sempre stato quello di selezionare chi meritava il denaro che il sistema metteva a disposizione e chi non lo meritava. Da oltre dieci anni, con l’esplosione degli ETF e delle gestioni passive, questo meccanismo di selezione è stato cancellato. Infatti, il mercato finanzia sia le società che guadagnano sia quelle che perdono, e favorisce un sistema che non produce più ricchezza in modo diffuso, ma solo in modo sempre più concentrato.

Sebbene il 25% delle società quotate negli Stati Uniti sia nel segmento “zombies” – società i cui profitti non coprono nemmeno i costi di finanziamento dell’operatività corrente – i flussi di capitale verso tali società sono comunque garantiti dalla gestione passiva. Questo è anche uno dei motivi che ha portato la capitalizzazione della borsa Usa al 150% del PIL. Le principali società di asset management USA, che hanno ormai l’unico scopo di sostenere un sistema in crisi, spingono per favorire questo fenomeno, dato che sono i principali players su ETF di ogni tipo, in un meccanismo che potrebbe ravvisare un conflitto di interessi con il ruolo di portfolio manager: con la mano destra dici di selezionare gli investimenti secondo certi criteri, mentre con la sinistra (che è grande quanto la destra) compri qualsiasi cosa.

Le politiche di tassi a zero per 14 anni delle banche centrali hanno favorito la canalizzazione di ingenti risorse finanziarie su mercati che non avevano più il ruolo di selezionare “il grano dalla paglia”. La strategia mirata ad eliminare mercati selettivi è finalizzata esclusivamente a cercare di sostenere ad oltranza un sistema in crisi ormai da tempo, e che dalla crisi non riesce comunque ad uscire. E quindi selezionare non deve essere più remunerativo, mentre chi non seleziona viene premiato rispetto a chi lo fa. Infatti, se dovessimo applicare una selezione degli investimenti in base a criteri basati sulle valutazioni e profittabilità del business, il 90% del mercato azionario americano sarebbe da vendere, trascinando al ribasso tutti i mercati azionari mondiali.

Recentemente Morgan Stanley e JP Morgan hanno pubblicato alcune note sul mercato azionario USA in relazione alla “qualità degli utili”. Queste analisi mettevano in guardia gli investitori sul fatto che numerose aziende americane evidenziano oggi cash flows in contrazione ma utili in rialzo. Questo fenomeno mostra un peggioramento della redditività, mascherato da artifici contabili. Queste pubblicazioni non fanno che confermare che la situazione reale è molto diversa da quella che appare in superficie, e il gap tra “narrazione ufficiale” e realtà continua ad ampliarsi. Anche il modo di focalizzare le notizie sul fatto che le società “battono le stime” fa perdere completamente il focus sull’andamento reale dei profitti. Tutti enfatizzano il fatto che la società “batte le stime”, ma non viene evidenziato dai media se i profitti salgono o scendono.

I mercati selettivi, dove gli investitori cercavano di allocare il capitale verso chi lo meritava e lo toglievano a chi non lo utilizzava in modo remunerativo, non avrebbero mai sostenuto un sistema come quello attuale. L’interesse delle autorità è dunque quello di fare in modo che il denaro continui a confluire in modo indiscriminato verso un sistema che non produce più ricchezza (se non in modo concentrato) e sostenga un modello nato 15 anni fa sul QE, che ora è sull’orlo dell’insolvenza. Il motivo per il quale il mercato non deve essere selettivo è dunque evidente, dato che, nel momento in cui dovesse fare la distinzione tra “il grano e la paglia”, la situazione inizierebbe a degenerare in tempi molto rapidi. Questa è la reale situazione nella quale ci troviamo attualmente e che cerchiamo in tutti i modi di nascondere.

Comunque sia, dato che in economia nulla è gratis e il conto da pagare arriva sempre, l’allocazione di ingenti risorse finanziarie verso attività in perdita o non remunerative, che per di più non possono fallire perché rischiano di innescare effetti sistemici, procurerà nel migliore scenario possibile la stagnazione di lungo periodo, dato che una crescente percentuale delle risorse finanziarie a disposizione devono servire a puntellare società insolventi che non producono reddito. In questo scenario la redditività del capitale, che ha beneficiato di ritorni fuori dalla media negli ultimi dieci anni grazie a fenomeni straordinari, è destinata a subire (purtroppo) un netto ridimensionamento. È inoltre inevitabile che il long landing, procurato da una crisi strisciante del colossale debito speculativo contratto nell’era del QE, prima o poi, si trasformerà in un hard landing (“how did you go bankrupt? Two ways. Gradually, then suddenly” – Ernest Hemingway, The Sun Also Rises).

USA, dubbi sui dati ufficiali di crescita economica. I conti non tornano

“Mistero” dei dati sulle entrate fiscali USA, che sono in caduta verticale: con la piena occupazione i redditi dovrebbero generare un aumento delle entrate fiscali, non una diminuzione…

Di Maurizio Novelli*

Negli Stati Uniti, lo scenario in corso evidenzia due circostanze preoccupanti:  le insolvenze ufficialmente registrate dai tribunali americani crescono, ma le perdite accusate dal sistema finanziario sono sempre ferme a livelli infimi, semplicemente perché le banche non contabilizzano i NPL (non performing loan, ndr) e le perdite sui crediti.

E la Cina? In Cina le cose non vanno diversamente, poiché la seconda economia mondiale non è messa così diversamente dalla prima (USA). Diciamo che i problemi sono gli stessi ma in settori differenti, con un’importante distinzione: la Cina ha risparmio interno (come il Giappone negli anni 90) per gestire la Balance Sheet Recession, mentre gli Stati Uniti dipendono dal risparmio di Giappone ed Europa per finanziare tutto il leverage che hanno in circolazione. Di conseguenza, se tutto il risparmio occidentale deve rimanere in America per finanziare il debito pubblico e privato USA, il resto dell’economia mondiale non può crescere. Questo è il principale motivo per il quale BOJ non può modificare la politica monetaria e deve, suo malgrado, operare come succursale della FED, stampando JPY che vengono venduti per acquistare USD e sottoscrivere debito USA.

Nonostante questo QE “indiretto”, la liquidità mondiale in USD è comunque in contrazione. La grande abbuffata di debito fatta nell’era del QE sta iniziando a scricchiolare da tutte le parti e non dipende solo dai tassi d’interesse più alti, dipende anche da cosa ha spregiudicatamente finanziato (dal private Equity al Venture Capital e alle aziende quotate in borsa che non hanno mai fatto utili), con i soldi quasi gratis. Da qui la domanda: a cosa servono gli asset finanziari, in particolare le borse e il credito, che non rispecchiano più l’andamento dell’economia reale e i fondamentali delle società?

In questo senso, occorre fare una netta distinzione tra “narrazione” e realtà. Infatti, il termine “narrazione” è stato coniato negli ultimi mesi per evidenziare silenziosamente che la realtà è forse diversa. Ogni giorno ricevo decine e decine di papers di ricerca e centinaia di pagine di analisi sull’ultimo decimale dell’inflazione, sul centesimo di variazione del Pil e sulle prospettive di variazione micro decimale dei tassi decennali; ed anche ricerche settimanali sulle previsioni del livello dei FED Funds a 3/6 mesi (sempre sbagliate) e sulle parole, virgole e punti utilizzati nei verbali della FED. E poi migliaia di analisti che producono altrettante migliaia di pagine di analisi – già inutili a fine giornata – dove il futuro del mondo sembra essere definito in previsioni sempre “politicamente corrette” e poco sorprendenti, tutte finalizzate a definire “normale” tutto quello che ci accade intorno da mesi, ma che normale non lo è affatto.

Migliaia di persone, pertanto, analizzano l’economia per dire che non succede mai nulla e che tutto rimane sempre nella “normale distribuzione statistica” degli eventi, anche nelle difficoltà attuali, dove tutti sono pronti a intravedere gli inizi di un nuovo bull market non appena i “modesti” problemi strutturali attuali verranno risolti. Nel frattempo, qualora nessuno se ne fosse accorto, le istituzioni governative hanno iniziato a mascherare la crisi massaggiando in modo sempre più evidente i dati macro. Per esempio, nessuno riesce a capire come è possibile che le entrate fiscali del governo USA siano in caduta verticale, nonostante la piena occupazione e l’economia che (sulla carta) continua a crescere: tutte le volte che questo è accaduto l’economia era in recessione. Se c’è la piena occupazione, dovrebbe essere normale che i redditi generati vengano tassati e procurino un aumento delle entrate fiscali, non una diminuzione.

Il mistero non è stato risolto, ma i dubbi sulla veridicità dei dati USA crescono ogni mese che passa. Il partito Repubblicano ha accusato l’amministrazione Biden di taroccare i dati sul mercato del lavoro e sull’economia per fini elettorali: nulla di più probabile. Ma cosa dire dell’economia UK che, pur attraversando la peggiore crisi dagli anni 70 con caduta verticale dei redditi reali, impennata dei costi di finanziamento sui mutui (90% dei mortgage UK sono a tasso variabile), crisi dei fondi pensione, Brexit e una inflazione tra la più alta dei paesi occidentali, non “riesce” ad evidenziare un PIL in recessione?

Recentemente il governo cinese ha ordinato ai media di non enfatizzare le notizie negative sull’economia e i dati pubblicati sono sottoposti a “restrizioni” sui dettagli di composizione per “ragioni di sicurezza nazionale”. Alcuni economisti troppo “indipendenti” sono anche finiti in carcere. La stessa cosa è stata applicata per le aziende quotate che sono “sensibili” per la sicurezza nazionale. Quindi a cosa servono asset finanziari che non rispecchiano più l’andamento dell’economia reale? Le risposte sarebbero molteplici, e non certo positive.

*Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

I Climate Bond per la transizione energetica non sono investiti in maniera efficiente

Lo studio di Marcella Lucchetta della Università Ca’ Foscari Venezia evidenzia come i Climate Bond siano sottoutilizzati proprio nelle aree con un maggiore utilizzo pro capite di combustibili fossili.

I Climate Bond, strumenti finanziari a reddito fisso emessi per raccogliere finanziamenti per il cambiamento climatico, stanno realmente funzionando? Ci stanno effettivamente aiutando a raggiungere lo scopo di ridurre le emissioni? Se lo è chiesto uno studio condotto da Marcella Lucchetta, docente del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari Venezia pubblicato sulla rivista Journal of Environmental Management dal titolo “Climate bonds: Are they invested efficiently?”, che ha rivelato come non siano efficienti come ci si aspettava nel raggiungere lo scopo prefissato.

Il raggiungimento dell’obiettivo Net-Zero, definito dalle Nazioni Unite come la “riduzione delle emissioni di gas a effetto serra il più vicino possibile allo zero, con il riassorbimento delle emissioni rimanenti dall’atmosfera, dagli oceani e dalle foreste”, dipende fortemente dalla transizione verso metodi ecologici, rendendolo una priorità assoluta. La transizione richiede organizzazione globale e soprattutto ingenti investimenti. Per questo sono stati creati i green bond, ed in particolare i Climate Bond che sono obbligazioni la cui emissione è legata a progetti che hanno un impatto positivo sull’ambiente.

La ricerca condotta da Marcella Lucchetta (nella foto), utilizzando un rigoroso metodo statistico con dati Mondiali dal 2014 al 2022 divisi per aree geografiche e controllando per il reddito pro-capite, ha rilevato che ciascun continente dovrebbe investire almeno il 2% in più pro-capite ogni anno in Climate Bond, per raggiungere gli obiettivi climatici essenziali al raggiungimento del Net-Zero. In particolare i risultati mostrano che, a livello mondiale i Climate Bond sono sottoutilizzati nelle aree con un maggiore utilizzo pro-capite di combustibili fossili e i paesi ad alto reddito stanno gradualmente riducendo la loro dipendenza dai combustibili fossili, mentre i paesi a basso reddito ne hanno sempre utilizzato molto poco (ma con una previsione di crescita futura). 

L’allocazione delle risorse finanziarie sotto forma di Climate Bond per la transizione verde dovrebbe considerare l’uso pro capite di combustibili fossili, nonché l’eterogeneità della crescita demografica e il diverso sviluppo economico macro-regionale. I paesi in via di sviluppo, con le loro grandi popolazioni, avranno bisogno in futuro di maggiori risorse finanziarie per una transizione verde accettabile. I risultati e le conseguenze della ricerca sono importanti perchè dimostrano investimenti per la sostenibilità elevati nelle aree sviluppate dove vi è relativamente meno bisogno (es. paesi del nord Europa) e molto bassi, quasi insignificanti nei paesi emergenti ed in via di sviluppo che utilizzano maggior quantità di combustibili fossili.

In sintesi, se i regolatori, i policy maker, vogliono raggiungere la riduzione delle emissioni e l’obiettivo Net-Zero attraverso i Green e Climate Bond, devono sapere che ci collochiamo al di sotto del 2% rispetto alle previsioni.

C’è da rilevare che il 2% pro-capite è una media: ovvero i paesi emergenti dovrebbero avere una percentuale matematicamente più alta pro-capite che non sono in grado di investire. L’India ha più volte cercato di “ammorbidire” le richieste per il raggiungimento degli obiettivi ambientali: un paese con oltre 1,4 miliardi di abitanti che attualmente ha le maggiori emissioni di combustibili fossili. “Contiamo di proseguire questo filone di ricerca. Ora che i risultati mettono in evidenza la necessità di utilizzare meglio le risorse economiche – spiega Marcella Lucchetta – sarà importante studiare come coordinare la transizione verde nei paesi più poveri. I paesi in via di sviluppo, con le loro grandi popolazioni, avranno bisogno in futuro di maggiori risorse finanziarie per una transizione verde eticamente accettabile”.

Mercato casa, tagli piccoli e trilocali i più richiesti. Immobili di prestigio: la crescita dei prezzi rallenta

Il mercato immobiliare italiano è molto variegato  anche nelle grandi città, dove spesso convivono immobili “ordinari” e edifici di prestigio. Ecco una analisi Milano-Roma-Napoli.

Secondo le analisi di Tecnocasa, la domanda nelle grandi città a Luglio 2023 appare oggi concentrata prevalentemente sul trilocale, che raccoglie il 40,0% delle richieste. A seguire il bilocale con il 25,1% e il quattro locali con il 22,7%. Il medio-piccolo taglio, quindi, vede un aumento della concentrazione di richieste a conferma, in parte, del ritorno degli investitori che in genere scelgono questa tipologia. Si nota, al contrario, una diminuzione della concentrazione della domanda sui quattro locali (trend confermato ormai da tre semestri), come conseguenza dell’aumento dei prezzi che sta interessando le metropoli e dell’esaurirsi della spinta data dalla pandemia alla ricerca di abitazioni più ampie.  

Se il trilocale prevale a livello italiano è il bilocale la tipologia più ricercata a Milano (47,5%), unica tra le grandi città a fare eccezione per la presenza importante di investitori e single tra gli acquirenti, e per essere la città più costosa d’Italia, con un prezzo medio di 4.219 euro al mq per una tipologia usata e 5.036 euro al mq per il nuovo. Il quattro locali prevale a Genova (44,4%), città dove i prezzi sono decisamente più contenuti e si aggirano intorno a 1.114 euro al mq per la tipologia usata e 1.510 euro al mq per quelle di nuova costruzione. Nei capoluoghi di regione che non sono grandi città, la domanda conferma il trilocale come tipologia più ricercata, con il 52,6%, seguito dal quattro locali (21,5%) e infine dal bilocale che raccoglie il 21,3%.  In queste realtà si segnala un aumento della percentuale di richieste sui cinque locali (da 1,9% a 2,9%), grazie ai prezzi più bassi.

Relativamente al segmento degli immobili di prestigio, chi ha a disposizione un’elevata disponibilità di spesa continua a cercare questa tipologia soprattutto come soluzione migliorativa di quella esistente (c.d. upgrade abitativo), ma si vanno diradando gli investitori, che attualmente sono più cauti nelle operazioni. Si tratta di un segmento di mercato di nicchia, con bassa offerta anche se, negli ultimi anni, sono aumentati gli interventi di nuova costruzione di pregio: non solo nelle metropoli, dove si contano sempre più operazioni di recupero, ma anche nelle località turistiche, dove è in aumento la percentuale di stranieri che acquistano e che sono interessati anche a queste tipologie abitative di lusso.

Chi cerca una soluzione di pregio ambisce ad ampi spazi (metrature di almeno 180-200 mq), affacci panoramici, meglio se da attici o terrazzi. Aspetti sempre più imprescindibili, soprattutto sulle nuove costruzioni, oltre alla location e alla qualità dell’abitazione, sono la sicurezza garantita da dispositivi tecnologici all’avanguardia e la progettazione degli ambienti, attenta alle esigenze di comfort e ottimizzazione degli spazi. Nelle zone centrali sono apprezzati gli immobili d’epoca, ancora di più se con caratteristiche architettoniche particolari. La carenza di spazi nelle aree centrali e la bassa offerta stanno portando in alcune città, tra cui Roma e Milano, alla realizzazione di nuove costruzioni anche nelle zone più periferiche ed esterne, hinterland incluso.

A Milano il segmento di pregio tiene, anche se la crescita dei prezzi è più contenuta rispetto a quanto registrato nei semestri precedenti. Queste tipologie immobiliari sono ricercate in zona Moscova, dove si toccano valori di 17.000 euro al mq per il nuovo, di taglio grande (oltre 200 mq), possibilmente in edifici di nuova o recentissima costruzione con servizi di portineria h24, accesso diretto ai garage auto e locali comuni come la palestra. Permane comunque l’interesse per gli stabili d’epoca, preferibilmente con balconi abitabili, almeno tre camere da letto e due bagni, meglio se posizionati dal terzo piano in poi. Negli ultimi tempi, poi, è sempre più importante la presenza di box auto di grandi dimensioni e con possibilità di caricare l’auto elettrica. Nella prestigiosa piazza Mondadori e strade limitrofe si toccano punte di 10.000 euro al mq, mentre i valori più elevati, oltre 10.000 euro al mq, si toccano per le soluzioni d’epoca in via Mascheroni. Seguono corso Vercelli con 9.000 euro al mq, piazza Wagner e via Buonarroti con top prices di 8.000 euro al mq, City Life con 7.000 euro al mq, via Sanzio e via Colonna con abitazioni degli anni ’70 a 6.000 euro al mq.

A Roma i valori degli immobili di pregio sono rimasti sostanzialmente stabili (+ 0,1%). Chi cerca questi ultimi si orienta su tagli superiori a 200 mq, dotati di terrazzo e ascensore. Le famiglie prediligono Porta Pia e via Veneto, dove prevalgono gli acquisti dei residenti oppure di chi si sposta dai quartieri limitrofi e si segnalano soluzioni a 7.000 euro al mq. I prezzi scendono a 5.000 euro al mq in via XX Settembre, perché più vicina alla Stazione Termini. Qui si segnalano anche investitori che impiegano 500-600.000 euro per realizzare case vacanza. Chi è interessato al segmento di pregio si orienta su piazza Navona, Campo dei Fiori e Fontana di Trevi. Bene l’andamento delle case in piazza del Popolo, dove si toccano punte di 10.000 euro al mq. L’acquisto dell’abitazione principale interessa soprattutto la zona di Prati, compresa tra piazza Cavour e piazza Risorgimento. I prezzi lì arrivano a 6.500 euro al mq, con punte di 7.000 euro per le soluzioni che godono della vista sul Tevere. Prezzi simili anche intorno a Porta Pia dove ci sono soluzioni più signorili, soprattutto a ridosso di piazza Ungheria e piazza Verdi, vicino a Villa Borghese.

A Napoli, i valori immobiliari si sono stabilizzati nei quartieri di Manzoni, Caravaggio e Petrarca–Orazio, dopo i rialzi che si erano registrati nei mesi scorsi. Ci sono abitazioni con affacci panoramici sul Golfo di Napoli, per i quali la richiesta arriva da imprenditori e professionisti di Napoli e della provincia, alla ricerca di metrature generose, oltre i 200 mq, con spazi esterni, in contesti condominiali di prestigio e con portineria h24. Per chi si avvicina a queste case, tassativa è la vista panoramica sul Golfo, che fa lievitare i prezzi fino a 7.000-8.000 euro al mq.

Revisione del PNRR efficace mossa strategica, ma vanno risolti i problemi per i giovani

Il Governo sta attuando la rimodulazione del PNRR richiesta dalla Commissione Europea, ma serve un’accelerazione sulla tabella di marcia per non accumulare altri ritardi, soprattutto sui giovani.

Le proposte di modifica al PNRR relative alla quinta rata, comunicate al Governo e alla Commissione Europea lo  scorso 7 agosto, stanno portando a una revisione significativa del Piano stesso. Le proposte includono il differimento temporale di tredici obiettivi e l’eliminazione di sei obiettivi, che verranno finanziati attraverso altre fonti. Inoltre, c’è l’integrazione di una milestone relativa alla nuova misura della c.d. ZES Unica. Si tratta della Zona Economica Speciale, e cioè un’area del Paese in cui l’esercizio di attività economiche e imprenditoriali da parte delle aziende già operative (e di quelle che si insedieranno) può beneficiare di speciali condizioni, in relazione agli investimenti e alle attività di sviluppo dell’impresa.

Queste modifiche, se approvate, comporterebbero una significativa semplificazione della struttura del Piano, riducendo il numero complessivo di risultati, target e milestone da raggiungere entro il 31 dicembre 2023. La quarta rata, che include ventotto obiettivi, è attualmente in fase di verifica da parte dei servizi della Commissione Europea, con l’obiettivo di garantire il pagamento dei 16,5 miliardi di euro entro la fine dell’anno. Secondo Giordano Guerrieri (nella foto in basso), CEO di Finera, “è una mossa strategica per adattare il PNRR alle esigenze attuali e garantire una maggiore efficacia nell’attuazione delle misure. Queste modifiche sono fondamentali per garantire che il PNRR sia allineato alle esigenze del Paese e che gli obiettivi possano essere raggiunti in modo più efficace”.

Il Piano comprende il capitolo RepowerEU, che è cruciale per migliorare la competitività, la sicurezza energetica e la sostenibilità ambientale, come richiesto dalla Commissione Europea. In tal senso, il Governo sta attuando un lavoro molto delicato, in quanto da un lato vede la rimodulazione complessiva del PNRR, che è ancora al vaglio di Bruxelles, e dall’altro prevede un’accelerazione sulla tabella di marcia al fine di non accumulare ulteriori ritardi. A tutto questo va aggiunta la preoccupazione degli enti locali, poiché alcune modifiche del Piano comportano la cancellazione o il ritardo di finanziamenti per progetti già avviati. Il Governo sta però già collaborando con gli enti locali per garantire che tali progetti non vengano compromessi e che vengano adottate misure adeguate per garantire la rendicontazione degli obiettivi. “Il Governo sta affrontando una sfida molto difficile, per la quale sta però attuando una strategia che permetterà di migliorare e adattare il PNRR alle esigenze attuali del sistema Paese e alle richieste della Commissione Europea”, aggiunge Giordano Guerrieri.  

In tema di revisione del PNRR si fa sentire anche il Consiglio Nazionale dei Giovani, che chiede  a gran voce la creazione di quote finanziarie di riserva generazionale in alcuni interventi. Infatti, secondo ANAC in 7 appalti su 10 non è stata rispettata la clausola di assunzione dei giovani, nel 40% dei casi senza neanche specificare il motivo della mancata applicazione della norma. Per bocca della presidente Maria Cristina Pisani (nella foto), il Consiglio Nazionale dei Giovani ha effettuato alcune richieste specifiche. In particolare, è stato chiesto al Governo di implementare una fiscalità generazionale, con sgravi fiscali maggiori, o bonus rafforzati riservati agli under 36; inoltre, di ricollocare i 358 milioni di euro non impiegati a favore dell’imprenditorialità giovanile, aggiungendo alla tipologia dalla vocazione turistica anche quella creativa e culturale.

Le ragazze ed i ragazzi sono tra i più colpiti dalla povertà energetica, con una situazione finanziaria molto precaria che li rende maggiormente vulnerabili di fronte agli squilibri macroeconomici e ai crescenti costi energetici. Pertanto, il Consiglio Nazionale dei Giovani aggiunge che è necessario garantire un’effettiva assegnazione degli alloggi agli studenti che ne hanno bisogno, e assicurare l’assegnazione di borse di studio a tutti gli studenti idonei, grazie anche al raggiungimento della milestone sul Servizio Civile Universale. In particolare, il problema del c.d. housing universitario – di cui si parla molto spesso sui media – secondo Maria Cristina Pisani richiede un’accelerazione dell’investimento degli oltre 960 milioni di euro già stanziati per la realizzazione di nuovi alloggi (60.000 posti aggiuntivi entro giugno 2026), poichè solo il 5% degli studenti ha accesso alle residenze universitarie, a fronte del 20% per i giovani del resto d’Europa”.

Efpa Italia 2023: Il consulente finanziario figura insostituibile nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Il mutamento epocale indotto dell’IA non faccia perdere di vista l’essenza fondamentale della consulenza finanziaria e l’identità unica del CF: le competenze e l’esperienza restano insostituibili.

L’annuale manifestazione che riunisce professionisti ed esperti dei servizi di investimento organizzata dalla Fondazione affiliata alla European Financial Planning Association™ (EFPA), organismo professionale preposto alla definizione di standard e alla certificazione dei Financial Advisors e dei Financial Planners, pone al centro del dibattito di questa 14° edizione il tema dello sviluppo tecnologico nell’ambito della consulenza finanziaria, che rappresenta una delle sfide più importanti per l’industria del settore. L’obiettivo è di approfondirlo con spirito critico affinché gli interrogativi legati agli impatti delle nuove tecnologie sulla professione riconducano l’attenzione sull’identità del consulente finanziario e sulle sue competenze uniche ed insostituibili, per guardare positivamente alle sfide che lo attendono. 

Marco Deroma

Il titolo del Meeting “A.I. Alternative Intelligence. Ritorno al futuro del Consulente Finanziario” chiarisce il focus che guiderà i contenuti delle sessioni formative della due giorni Efpa Italia – il 12 e 13 ottobre a Firenze al Centro Congressi di Villa Vittoria. Marco Deroma (nella foto), presidente di Epa Italia, commenta: “E’ fondamentale che il mutamento epocale indotto dell’IA non faccia perdere di vista l’essenza fondamentale della consulenza finanziaria e l’identità unica del consulente finanziario: le competenze e l’esperienza restano insostituibili. Guardare positivamente alle sfide che ci attendono significa rafforzare la nostra identità professionale, investire nell’aggiornamento continuo e adattarsi in modo intelligente alle nuove dinamiche del mercato. In questo modo potremo sfruttare appieno il potenziale delle tecnologie emergenti per migliorare la qualità dei servizi che offriamo al cliente e mantenere l’integrità della nostra professione”.

Nella giornata di apertura, giovedì 12 ottobre, il tema dell’IA verrà introdotto attraverso un inedito dibattito virtuale tra alcune illustri figure del contesto economico mondiale del passato, che forniranno alla platea la propria visione dell’economia e del sistema finanziario, e quale ruolo hanno giocato nella loro evoluzione. A seguire, nel seminario “Un futuro in transizione permanente”, Marica Branchesi (nella foto), Professore Ordinario di Astrofisica presso il Gran Sasso Science Institute, introdurrà un inedito punto di vista nel dibattito sulle prospettive generate dall’innovazione tecnologica nel mondo della consulenza finanziaria.  Si confronteranno con la professoressa Branchesi, il noto Economista Coleman Kendall e il Segretario Generale del Censis Giorgio De Rita (nella foto). Immediatamente  dopo, i main partner dell’evento interverranno con alcuni workshop sui temi che i professionisti del risparmio affrontano quotidianamente, dalle strategie di asset allocation ai fondi tematici e settoriali.
Le sessioni di workshop saranno introdotte ciascuna da una presentazione tecnica a cura di un componente del Comitato Scientifico di Efpa Italia.

Sergio Luciano

Chiuderà la prima giornata di lavori la tavola rotonda “Molte intelligenze, molte opportunità!” nella quale gli esponenti di Anasf, Censis, OCF e Assoreti avranno modo di confrontare le loro view sull’argomento chiave di questa edizione: le implicazioni dell’intelligenza artificiale sull’attività del consulente finanziario. Precederà il dibattito tra le istituzioni l’intervento di Pietro Lanza, Technology Banking and Insurance Director di IBM Italia. La giornata di venerdì 13 ottobre, invece, si aprirà con la tavola rotonda “Competenze per competere: un investimento sicuro”, moderata da Sergio Luciano (nella foto) – Direttore responsabile di Economy e Investire, e la partecipazione dei membri del Comitato Scientifico di Efpa Italia (i proff. Debora Damiani, Ruggero Bertelli, Claudio Cacciamani, Emanuele Maria Carluccio, Fabrizio Crespi, Massimiliano Marzo, Paolo Turati).

Seguiranno a ruota i workshop dei main partner su: scelte di asset allocation di lungo termine tra dinamiche demografiche e innovazione, ottimizzazione dei portafogli tramite strategie diversificate e decorrelate dall’azionario tradizionale. Chiuderanno l’appuntamento fiorentino di Efpa Italia il panel di Amundi e BNY Mellon, preceduto dalla tavola rotonda “AI: evidenze e prospettive per la consulenza finanziaria”, con Zurich Bank e Nicola Ronchetti (nella foto) – Founder & CEO di FINER, che porterà le evidenze di una ricerca che ha coinvolto consulenti finanziari, bancari e clienti sui vantaggi che le banche e le reti più innovative stanno ottenendo dall’adozione dell’IA. La partecipazione all’evento è accreditata fino a 13 ore per il mantenimento delle qualifiche EFP-EFA-EIP-ESG. Per il programma completo e per iscriversi a EFPA Italia Meeting 2023: www.efpa-italia.it