Luglio 26, 2026
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Lo sviluppo sostenibile passa per la trasformazione digitale

Le caratteristiche che accomunano le imprese più avanzate nella transizione verde e digitale evidenziano l’opportunità di adottare un nuovo modello economico, organizzativo ed operativo.

Insieme alla sostenibilità ambientale, economica e sociale diventa sempre più importante l’analisi degli effetti dell’innovazione e delle tecnologie i cui impatti sulla Società Mondiale generano il concetto di “sostenibilità digitale”, nel senso di studiare la trasformazione digitale e il ruolo che le nuove tecnologie svolgono nella vita di individui e aziende come una sorta di “quarta dimensione” delle problematiche di sostenibilità.

Dopo la crisi climatica, la rivoluzione digitale è risultata essere una fonte inesauribile di trasformazione globale e irreversibile, che richiede un approccio a sé stante ma nello stesso tempo integrato con quello della sostenibilità ambientale, economica e sociale, dal momento che è impossibile bypassare le tecnologie digitali e raggiungere obiettivi sostenibili. Del resto, a livello politico internazionale queste tematiche sono state adeguatamente affrontate dal piano Next Generation Eu, che mira a promuovere la ripresa economica post-Covid attraverso iniziative green e, appunto, digitali

Le tecnologie avanzate portate avanti negli ultimi anni – l’intelligenza artificiale, il cloud, i Big Data, le criptovalute e le reti 5G, solo a titolo di esempio – hanno contribuito alla creazione di un mondo interconnesso, ma la loro crescita ha anche portato a un aumento delle emissioni di CO2 e della domanda di elettricità, tanto che oggi l’industria della Information Technology (reti, elaboratori, applicazioni, dispositivi) rappresenta il 3% delle emissioni mondiali di CO2, e la produzione di molti dei dispositivi IT richiede materiali rari e metalli il cui smaltimento può creare problemi ambientali e sociali. Infatti, solo una minima percentuale di tali dispositivi IT vengono riciclati in modo appropriato.

Pertanto, appare evidente che i progetti di trasformazione digitale devono necessariamente essere ispirati ai principi di sostenibilità in tutta la catena tecnologica, e le persone coinvolte nello sviluppo dei sistemi e dei servizi di IT devono innovare il modello di business, utilizzando la tecnologia come strumento di sviluppo sostenibile e adottando un nuovo modello d’impresa, ibrido e aperto alla innovazione, organizzata in rete. “Gli obiettivi di sostenibilità non possono essere raggiunti senza portare nelle aziende una forte innovazione. In questo, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nell’efficientare i processi delle aziende, rafforzare le competenze delle persone investendo nella formazione, ma anche nel migliorare gli impatti sociali del business.

“Nel processo di transizione digitale serve una roadmap di sostenibilità, con effetti positivi non nell’immediato ma come investimento per il futuro, in grado di produrre benefici economici, sociali ambientali per gli anni a venire”. Così Roberto Antoniotti (nella foto), Head of Technology and Innovation di Grant Thornton, ha commentato nell’ambito della VII edizione del Forum Sostenibilità 2023 di Roma. “È necessario però un cambio di mentalità nell’uso che si fa oggi della tecnologia – ha aggiunto Antoniotti – I data center e gli strumenti utilizzati devono essere guidati da scelte e modelli di business che siano realmente sostenibili. Per realizzare scelte coraggiose sul piano dell’innovazione le aziende hanno bisogno di essere supportate da finanziamenti importanti. Sarà quindi fondamentale per le nostre imprese continuare ad essere supportate da misure che permettano loro di investire in obiettivi di crescita digitale di lungo periodo”.

Debutto di iPhone 15: è arrivato il punto di svolta negativo del titolo Apple?

Non sono in pochi ad ipotizzare una “bolla Apple”, pronta ad esplodere qualora i progressi nel campo della innovazione tecnologica dovessero rallentare, come abbiamo visto con l’iPhone 15.

Sono passati quasi 16 anni dal leggendario lancio del primo iPhone, che ha sconvolto il mondo nel giugno 2007 scatenando una frenesia di acquisti per i prodotti Apple. Nel corso di tutto questo tempo, il colosso della Silicon Valley ha goduto di una crescita quasi esponenziale delle vendite dei suoi prodotti di punta, seguita da ricavi e margini record e da centinaia di miliardi di dollari di riacquisti di azioni proprie. Il recente lancio di del nuovo iPhone 15, però, non ha portato un’altra rivoluzione tecnologica: le modifiche rispetto alla versione precedente sembrano più estetiche che “rivoluzionarie”. 

Il lancio del nuovo iPhone 15 è avvenuto in un momento in cui l’economia globale è in bilico, rifuggendo dalla recessione, nell’era delle tese relazioni Washington-Pechino. Pertanto, ci si chiede se la diffusione del nuovo modello si rivelerà un altro successo commerciale per l’azienda, oppure se questa assenza di soluzioni innovative è un segnale che si tradurrà a Wall Street in un punto di flesso. Dopotutto, se qualcosa non può durare per sempre, prima o poi deve finire, pertanto mai come adesso, per Apple, è stata in vista una vera turbolenza dopo un decennio e mezzo di crescita ininterrotta. Infatti, fino ad oggi Apple ha combinato le misure di un’azienda in crescita in quanto a vendite e profitti ma anche in costante attenzione alla qualità del prodotto e ai vantaggi competitivi; se viene a mancare anche uno solo dei questi fattori, il “credito” di mercato potrebbe diminuire sensibilmente, e con esso il prezzo delle azioni.

Il valore fondamentale del marchio Apple nel mondo degli investitori, oggi, è sottolineato oltre ogni altro elemento di valutazione dal fatto che le sue azioni costituiscono più della metà del portafoglio del veicolo di investimento di Berkshire Hathaway (Warren Buffett). Una costante espansione della quota di mercato, con l’acquisizione di clienti fedeli lungo il percorso, ha reso Apple un business in crescita, anche in periodi di elevata inflazione. Gestione sapiente, programmi di riacquisto di azioni proprie e moltiplicatori in aumento, poi, hanno generato ottimi risultati, insieme alla produzione “a buon mercato” in Asia, che ha sostenuto i suoi margini netti. Il software iOS, infine, è diventato per molti il punto di riferimento in termini di intuitività e qualità, ed il mercato si è fermamente convinto che questa crescita continuerà per molto tempo, forse anche per sempre. Ma è davvero così ovvio?

Naturalmente no, e non sono in pochi ad ipotizzare l’esistenza di una “bolla Apple”, pronta ad esplodere qualora i progressi nel campo della innovazione tecnologica dovessero rallentare, come abbiamo visto in occasione del lancio dell’iPhone 15, o addirittura fermarsi per fisiologica carenza di innovazione nei metodi di produzione e/o nei vantaggi competitivi per gli utenti. Inoltre, fino ad oggi i concorrenti come Samsung sono stati sottovalutati, e continuare su questa scorta a fissare un livello di prezzo delle azioni sempre più alto crea il potenziale per una delusione. Come in una corsa ad ostacoli, in cui l’atleta supera un ostacolo dopo l’altro ma ad ogni ostacolo successivo perde un po’ di forza, Apple sembra perdere la sua forza propulsiva, e l’atterraggio potrebbe essere tutt’altro che morbido.

MintWatch, la Startup Italiana che rivoluziona gli investimenti in orologi di lusso

Tecnologia blockchain e token fungibili (e non) per “democratizzare” l’accesso a un’asset class esclusiva come quella degli orologi di lusso. Una Security Token Offering per coinvolgere un pubblico più ampio.

MintWatch, startup italiana con la missione dichiarata di “democratizzare” l’investimento in orologi di lusso, ha reso accessibile un’asset class esclusiva ancora relativamente trascurata dagli attori della finanza tradizionale. Fondata nel 2022, MintWatch è la startup operante nel mercato resell degli orologi di lusso, sfruttando la tecnologia blockchain e la tokenizzazione. Ad oggi ha già raccolto 1 milione di euro da angel investors, e si sta ora preparando per lanciare la sua Security Token Offering (STO) per coinvolgere un pubblico più ampio e scalare il suo modello di business.

La soluzione innovativa dei fondatori di MintWatch sfrutta la tecnologia blockchain e si concretizza nella Security Token Offering (STO), che consente così agli stakeholders sia di investire nell’attività commerciale dell’azienda e nella sua crescita, sia di partecipare ai ricavi della gestione del sottostante. “Consideriamo ogni investitore come un partner che condivide la nostra vision e crede nella nostra proposizione di valore”, affermano gli amministratori dell’azienda. “Con MintWatch, intendiamo creare un ponte tra il mondo reale e quello digitale degli investimenti in orologi di lusso”.

La STO di MintWatch è ipotizzata per il prossimo autunno e sarà ospitata su Blockinvest, piattaforma istituzionale rinomata per la sua competenza e autorevolezza nella tokenizzazione e nell’emissione di asset digitali. “MintWatch rappresenta l’incarnazione dell’innovazione finanziaria. Il nostro approccio è rigoroso e basato sui dati, impiega intelligenza artificiale e modelli statistici per comprendere e anticipare i macro-trend e guidare le strategie di acquisto e di costruzione del portafoglio“, ha dichiarato Matteo Melegari, CEO e fondatore di MintWatch.  “Ci finanziamo attraverso STO (Security Token Offering) per acquistare orologi, costituire portafogli, fare trading e distribuire ricavi agli investitori. Il nostro modello ibrido trading-value è più performante e sostenibile di un modello statico on-hold, tipico invece dei fondi a gestione passiva, che acquistano passivamente asset per tenerli “fermi”. Inoltre, il modello ibrido consente di beneficiare di una decorrelazione dal mercato di riferimento.

L’attività di trading effettuata grazie al capitale investito è finalizzata a generare consistenti flussi di cassa che soddisfano il fabbisogno finanziario della società e che, attraverso il loro reinvestimento, fanno crescere le masse in gestione. In questo modo si assimila un’attività reale ad un’attività finanziaria che eroga dividendi e li ricapitalizza. La componente value punta invece a cogliere la fisiologica tendenza ad apprezzarsi, nel medio periodo, di referenze rare e prestigiose. “Strategicamente, per massimizzare i profitti per la società e gli investitori è quindi fondamentale far ruotare il capitale a disposizione più volte nel corso dell’anno. Ci aspettiamo di intercettare l’interesse di investitori desiderosi di diversificare i propri portafogli con strumenti finanziari solidi e alternativi, di partecipare ai profitti derivanti dal trading attivo di orologi e dell’apprezzamento di modelli rari e prestigiosi nel medio-lungo termine”, aggiunge Matteo Melegari.   

Il mercato mondiale del credito verso il collasso. Parola d’ordine: rinviare i defaults nel tempo

Il colossale debito contratto dal sistema in 14 anni di QE ha iniziato a cedere. Il recente declassamento del rating del debito sovrano USA è solo la punta dell’iceberg di un sistema al collasso.

Di Maurizio Novelli*

Mentre tutto sembra sopito sotto il manto della bassa volatilità e gli indici delle borse mondiali si aggrappano vicino ai massimi storici, silenziosi ma importanti eventi confermano l’ingresso nella prima fase della crisi da debito che sta iniziando a diffondersi nell’economia mondiale.

L’attenzione dei media verso la Cina serve a concentrare il focus sui problemi degli altri per nascondere i propri. La Cina, invece, è la punta dell’iceberg del debito fatto a tassi bassi per finanziare l’acquisto di asset a bassa redditività. Il mercato dei Leverage Loans, di cui sono infarcite le banche statunitensi e lo Shadow Banking System (Mutual Funds, CLO, Hedge Funds ecc) è, in questi mesi estivi, impegnato in un disperato tentativo di negoziare un allungamento delle scadenze dei prestiti che stanno giungendo a maturazione e non sono rimborsabili dai debitori insolventi. Il tentativo di evitare i default allungando le scadenze non modifica comunque il profilo finanziario del debitore, che anzi si ritrova ad essere comunque oberato da tassi d’interesse piu’ alti e con un business che, già durante l’era del QE e dei soldi facili, non riusciva a stare in piedi.

La strategia di rinviare e diluire le insolvenze a data futura è il classico meccanismo che porta alla Balance Sheet Recession di stampo giapponese. Recentemente, Bloomberg ha pubblicato un articolo sui rischi di crisi del mercato dei Leverage Loans e sui tassi di default pendenti che rischiano di innescare una crisi di rifinanziamento per un mercato che vale 1,5 trilioni di USD. Le Banche USA che hanno in posizione tali prestiti, i fondi d’investimento e i CLO stanno spingendo per l’allungamento delle scadenze dei rimborsi, dato che moltissime aziende non sono in grado di ripagare il debito. Le aziende in questione hanno business “zombie“, e per questo motivo non saranno mai in grado di ripagare i prestiti, ma ora la priorità è rimandare i defaults nel tempo. Anche con gli Student Loans e il Private Credit, che valgono 1,5 trilioni di USD ciascuno, si è fatto lo stesso: posticipare la moratoria sui pagamenti di interessi e capitale per non scatenare un’ondata di default sulle cartolarizzazioni ABS outstanding.

Solo questi segmenti del mercato del credito valgono 4,5 trilioni di USD, il 20% del PIL USA. Vedremo cosa accadrà ai prestiti subprime di auto, carte di credito, commercial real estate che stanno evidenziando un aumento delle insolvenze.

Il colossale debito contratto dal sistema in 14 anni di QE ha iniziato a cedere, e questo è solo l’inizio. Il recente declassamento del rating del debito sovrano USA è solo la punta dell’iceberg di un sistema al collasso, dove il peggioramento della qualità del credito del governo USA (la tripla A per eccellenza), fa intravedere, per chi vuole guardare oltre, come può essere la qualità del credito di tutto il resto che ci sta sotto. Infatti, mentre tutto il dibattito si è concentrato sul debito federale fuori controllo, nessuno ha parlato di cosa sta succedendo a livello di singoli stati e municipalità, dove la situazione, se è critica a livello federale, è particolarmente più seria e grave a livello locale: altri 3,2 trilioni di USD (12,5% del PIL) sono sotto minaccia di downgrading con elevati rischi di solvibilità.

Pertanto, il peggioramento strutturale della qualità del credito in circolazione sarà la caratteristica del lungo periodo di crisi che si apre dopo gli interventi straordinari post Covid. Il problema è che l’allungamento delle scadenze avviene a tassi che rendono il debitore ancora più insolvente di prima. Quindi lo scenario di Balance Sheet Recession è ora cominciato, e trilioni di USD di liquidità rimarranno incagliati in posizioni di finanziamento a business che non producono profitti, e a debitori insolventi per evitare di innescare defaults e insolvenze a cascata. Questa gigantesca allocazione di capitale verso attività in perdita e insolventi continuerà a compromettere la redditività di sistema, e peggiorerà ulteriormente il moltiplicatore del debito, costringendo l’economia globale in uno scenario di long landing giapponese. Chi era già virtualmente fallito durante l’era dei tassi a zero e dell’economia in crescita, difficilmente diventerà solvibile con i tassi al 5% e l’economia in stagnazione.

*Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Economia mondiale: tassi fermi in Europa e Usa, ma c’è il rischio Cina

L’economia dell’Eurozona continua a ristagnare, ma la Bce effettuerà al massimo un solo rialzo dei tassi. Negli Usa si intravede un “soft landing”. In Cina il sistema bancario in crisi di liquidità.
 
“Prosegue l’espansione economica della fase avanzata del ciclo, nonostante l’indebolimento della crescita e quello che può essere definito un inasprimento della politica monetaria. L’attività economica si mostra più resiliente di quanto previsto ancora pochi mesi fa. Nel breve periodo sono pressoché assenti segnali di recessione incombente. Tuttavia, destano preoccupazione il rallentamento cinese e le crescenti tensioni nel settore immobiliare e in quello finanziario”. È la view di Michael Blümke, Senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Sebbene i tassi di disoccupazione stiano lentamente risalendo dai recenti minimi record, le condizioni dei mercati del lavoro restano tese. La fiducia dei consumatori continua a migliorare rispetto ai precedenti minimi. Indicatori anticipatori come il Purchasing Managers’ Index confermano il quadro di rallentamento economico. Mentre il terziario perde rapidamente slancio, il trend discendente del settore manifatturiero sembra per ora essersi arrestato, anche se le cifre continuano a indicare una contrazione. Si profila quindi sempre più chiaramente la fine dell’inasprimento monetario, confermato dal calo dell’inflazione complessiva, anche se l’inflazione di fondo resta elevata, soprattutto nel settore dei servizi. Non va pertanto sottovalutata la determinazione delle banche centrali a riportare l’inflazione al livello obiettivo del 2%. Un ritardo nel raggiungimento di tale target o addirittura un’accelerazione dell’indice dei prezzi costringerebbe le banche centrali a schiacciare nuovamente il pedale del freno, inasprendo nuovamente la politica monetaria e rischiando di innescare una recessione. Attualmente, però, non ci attendiamo alcun intervento sui tassi, o al massimo un solo rialzo, da parte delle due principali banche centrali.
 
USA – In un contesto caratterizzato da solidi consumi, inflazione in calo e ripresa degli investimenti aziendali permane la speranza di un cosiddetto “soft landing“. La crescita dell’economia statunitense ha accelerato nel secondo trimestre, superando quella degli altri Paesi sviluppati. Anche se nei prossimi mesi l’effetto ritardato della politica monetaria e l’inasprimento degli standard di concessione del prestito continueranno a gravare sull’economia, il modello GDPNow della Federal Reserve di Atlanta prevede una crescita reale del 5,6% annualizzato nel terzo trimestre dell’anno. Una stima tendenzialmente 

troppo elevata, ma il trend non indica alcun massiccio indebolimento. La debole ripresa nel settore immobiliare e in quello manifatturiero corrobora questa tesi. Il moderato calo della domanda di manodopera e il rallentamento della crescita dell’occupazione fanno prevedere una graduale distensione del mercato del lavoro. È evidente che la banca centrale statunitense è riuscita finora a ridurre la domanda complessiva e a far scendere l’inflazione al 3,2% senza causare un aumento della disoccupazione. Tuttavia nel corso del summit di quest’anno a Jackson Hole il presidente della Fed, Jerome Powell, ha ribadito chiaramente che il compito della banca centrale non si è ancora concluso e che una nuova accelerazione dell’attività economica potrebbe costringere la Fed a operare ulteriori rialzi dei tassi.
 
Eurozona – I dati del Pil del secondo trimestre indicano che l’economia della regione ha superato la recessione tecnica in cui era scivolata nel quarto trimestre del 2022. L’economia dell’area euro continua tuttavia a ristagnare, con Germania e Italia che si distinguono per la crescita molto debole. Ciò che risulta particolarmente preoccupante è la contrazione in atto nel terziario, che nel primo semestre di quest’anno aveva trainato la ripresa. Ad agosto il Purchasing Managers’ Index ha subito una drastica flessione, precipitando in territorio negativo. La fiducia dei consumatori è risalita dai precedenti bassi livelli, favorita dalla solidità del mercato del lavoro, mentre i dati “hard” hanno deluso su quasi tutta la linea. Il settore manifatturiero ha risentito della debole domanda estera, quello immobiliare resta sotto pressione e, malgrado il miglioramento dell’inflazione complessiva, l’inflazione di fondo persiste a quota 5,5%. I tassi reali sono pertanto scesi in territorio negativo e la Bce resta quindi alle prese con il dilemma di dover operare una stretta malgrado il rallentamento economico. Prevediamo tuttavia che la Bce effettuerà al massimo ancora un solo rialzo, per poi prendersi una pausa in attesa della pubblicazione dei prossimi dati macro.
 
Cina – Quest’anno l’economia cinese avrebbe dovuto imprimere slancio alla crescita globale, invece in agosto l’economia ha subito un ulteriore rallentamento, malgrado la ferma intenzione delle autorità di sostenere la congiuntura. Il crollo del mercato immobiliare ha nuovamente causato effetti negativi, innescando una crisi di liquidità nel sistema bancario ombra e ulteriori insolvenze tra le società immobiliari. Per contenere la crisi, Il Politburo ha ripetutamente sottolineato la necessità di misure politiche mirate volte a ripristinare la fiducia del settore privato, stimolare gli investimenti e i consumi e sostenere il settore immobiliare. Fatta eccezione per i due ribassi dei tassi operati dalla Banca centrale cinese, non sono state varate misure di supporto fiscale su larga scala. L’obiettivo di una crescita del Pil del “5% circa” nel 2023 appare sempre più irraggiungibile. A questo quadro non proprio positivo va ad aggiungersi il fatto che la Cina è alle prese con la deflazione, mentre la maggior parte dei paesi sviluppati si trova ancora a combattere contro livelli di inflazione eccessivi.

Schmidt, ETHENEA: la Bce potrebbe alzare i tassi a settembre, la Fed invece no

Affinchè la BCE decida sui tassi sarà decisivo il dato dell’inflazione. La Fed salterà un giro, ma potrebbe alzare i tassi tra novembre e dicembre in caso di nuove spinte inflazionistiche.
 
“Gli effetti della stretta monetaria sul mercato del lavoro statunitense e la discesa dell’inflazione rendono poco probabile un rialzo dei tassi della FED a settembre, che potrebbe invece avvenire a novembre o dicembre. La crescita economica debole e l’alta inflazione in Europa rendono invece plausibile un nuovo rialzo dei tassi da parte della BCE“. È l’analisi di Volker Schmidt, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.
 
Dopo che nella riunione di luglio la FED ha alzato i tassi di interesse di riferimento ai massimi da 22 anni, i banchieri centrali hanno lasciato aperta la porta a ulteriori rialzi nel caso in cui l’economia statunitense dovesse guadagnare slancio. La performance economica sembra aver sorpreso in positivo: la stima della FED di Atlanta sulla crescita annuale del Pil (GDPNow) a metà agosto è stata alzata a sorpresa al 5,9%, pari a circa tre volte il tasso di crescita neutrale stimato. E questo dopo uno dei cicli di rialzo dei tassi di interesse più brevi della storia degli Stati Uniti, effettuato proprio con l’obiettivo di domare l’economia.
 
Dato il focus della FED sulla lotta all’inflazione e sul raggiungimento della piena occupazione, c’era molta attesa per gli ultimi dati sul mercato del lavoro statunitense e ci sono segnali che il tanto atteso rallentamento potrebbe essere arrivato. L’occupazione rallenta: negli ultimi 12 mesi sono stati creati 3,1 milioni di posti di lavoro, di cui 187.000 in agosto. Poiché è cresciuto il numero di coloro che avevano abbandonato il mercato del lavoro e si sono registrati nuovamente come persone in cerca di lavoro, anche il tasso di disoccupazione ha ricominciato a salire. Il calo del tasso di licenziamenti suggerisce inoltre che i lavoratori ritengono che non sia più così facile cambiare lavoro.
 
In definitiva, gli ultimi dati mostrano che gli effetti della stretta monetaria iniziano a farsi sentire sul mercato del lavoro. Inoltre, l’inflazione è già scesa a circa il 3%. Questo è tutto ciò di cui la FED ha bisogno per mettere in pausa i suoi rialzi dei tassi. Dopotutto, il tasso della banca centrale è già ben al di sopra del tasso d’inflazione. Non ci aspettiamo quindi un altro rialzo dei tassi a settembre, ma ciò non pone fine al dibattito su un ulteriore rialzo a novembre o dicembre. Oltre alla crescita del Pil, altri dati mostrano che l’economia in generale rimane forte. Ad esempio, la spesa dei consumatori – il principale motore dell’economia statunitense – è aumentata notevolmente durante l’estate. Insieme all’aumento dei prezzi delle materie prime (in particolare del petrolio), questo potrebbe avere un effetto inflazionistico e alimentare il dibattito su ulteriori rialzi dei tassi d’interesse negli ultimi mesi di quest’anno.
 
Per quanto riguarda la BCE, i principali membri del Comitato esecutivo nell’ultimo periodo hanno evitato di dare una chiara indicazione sulla decisione di settembre sui tassi. Ad esempio, la rappresentante tedesca nel board della BCE, Isabel Schnabel, ha sottolineato che la crescita economica è stata più debole del previsto, mentre l’inflazione rimane ostinatamente alta. Con un valore del 5,3%, sia l’inflazione di fondo che quella complessiva rimangono ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale. Ciò depone chiaramente a favore di un altro rialzo dei tassi. D’altra parte, è anche chiaro che il tasso d’inflazione scenderà significativamente a circa il 3,5% nei prossimi mesi a causa degli effetti base. “I prezzi dell’elettricità e del gas – conclude Volker Shmidt (nella foto) – in Europa sono esplosi un anno fa e ora sono ben al di sotto dei livelli dello scorso anno. In occasione della prossima riunione della BCE sarà presentata la nuova previsione di inflazione della banca centrale. A giugno la BCE ha previsto un’inflazione media del 3% nel 2024 e del 2,2% nel 2025. Qualsiasi aumento rispetto a questa previsione rende più probabili ulteriori rialzi dei tassi di interesse. Dato che l’inflazione è ritenuta “ostinatamente alta”, possiamo immaginare un leggero aumento nei valori previsti e quindi un altro rialzo dei tassi.

PMI italiane: come sopravvivere alla stretta dei tassi e aumentare l’export

Per l’imprenditore italiano è fondamentale tagliare tutti i costi che non hanno un ritorno positivo e stare molto attenti ai flussi di cassa. Sono ancora molte le PMI che non esportano.

E’ partito da qualche giorno il toto tassi: cosa si deciderà a Francoforte a settembre 2023 e nel prossimo futuro? Intanto dopo 8 aumenti consecutivi da luglio 2022, che hanno visto l’inflazione quasi dimezzarsi da ottobre 2022, i tassi sono arrivati ai massimi da decenni e la maggioranza degli esperti  si aspetta un ulteriore aumento a settembre 2023.

Anche se c’è il timore che per contenere l’inflazione le economie dell’Eurozona possano ancora andare incontro a una recessione, la Lagarde non ha escluso “ulteriori aumenti anche nel futuro prossimo, se l’aumento dei prezzi non tornerà a livelli sostenibili”. Anche il capo della banca centrale americana non ha escluso un prossimo aumento del tasso d’interesse, e come è noto l’Europa spesso segue a ruota ciò che accade oltre oceano. L’aumento dei tassi ha un impatto non trascurabile sull’economia, perché causa maggiori costi di finanziamento sia per le imprese che per i cittadini, che vedono il costo dei prestiti e mutui aumentare notevolmente. Un fattore che causa un rallentamento dei fatturati e della crescita economica, con conseguente aumento della disoccupazione.

Con questo scenario all’orizzonte, come devono comportarsi gli imprenditori italiani? “L’Italia è il Paese delle PMI (imprese che hanno meno di 250 occupati, un fatturato annuo non superiore a 50 milioni di euro), molte delle quali hanno risentito negativamente dell’effetto Covid19. Per l’imprenditore italiano è fondamentale tagliare tutti i costi improduttivi che non hanno un ritorno positivo, e soprattutto stare molto attenti ai flussi di cassa, studiando attentamente i numeri gestionali e cercando in ogni modo possibile e lecito di arrivare ad un ciclo monetario negativo, cioè incassare prima di pagare i debiti”, afferma Pasquale Abiuso (nellafoto), esperto di strategie di gestione aziendale.

Una previsione di Confcommercio vede a rischio 120mila imprese per il 2023, con una potenziale perdita di 370 mila posti di lavoro. “L’urgenza da parte delle imprese italiane di strutturarsi non è più derogabile” – continua Abiuso – “non può passare più l’idea di avere un’azienda accentrata sul titolare benché l’abbia creata, ma c’è la necessità di riorganizzare il contesto aziendale stabilendo chi fa cosa, per poter affrontare le sfide che si presenteranno nel prossimo futuro. Da qui l’ esigenza di mettere in atto un processo di delega efficace per consentire alle risorse umane, dopo opportuno affiancamento, di contribuire al consolidamento e all’innesco di strategie di crescita”, conclude Abiuso.

L’internazionalizzazione delle PMI è sempre un tema molto importante per l’economia italiana. Le piccole e medie imprese, infatti, rappresentano oltre il 95% del nostro tessuto imprenditoriale e generano oltre il 70% del valore aggiunto. Tuttavia, solo una piccola parte di queste imprese riesce a esportare fuori dai confini italiani i propri prodotti e servizi. “Ciò non significa che i dati dell’export delle nostre PMI non siano positivi”, afferma Giordano Guerrieri (nellafoto), CEO di Finera (azienda operante nel settore della finanza aziendale e agevolata). “Nel 2022, infatti, le esportazioni delle PMI italiane hanno raggiunto i 291 miliardi di euro, in crescita del 15,6% rispetto al 2021. Questo risultato è stato trainato dalla domanda proveniente dai Paesi europei, che ha rappresentato il 58% delle esportazioni italiane. I principali mercati di sbocco per le esportazioni delle nostre piccole e medie imprese dello scorso anno sono stati  Germania, Francia, Spagna, Stati Uniti e Regno Unito”. Nonostante questi risultati positivi, però, ci sono ancora molte PMI che non esportano e, secondo Guerrieri, i principali ostacoli all’internazionalizzazione “li possiamo rintracciare sia nelle barriere linguistiche e culturali, sia nella burocrazia, nel timore di rischi rappresentati da guerre o criticità politiche, nella mancanza di conoscenza dei mercati esteri e, ultimo ma non meno importante, nella mancanza di risorse finanziarie”.

Eppure, i governi che si sono susseguiti negli anni, hanno messo a disposizione diversi strumenti per supportare le PMI nello sviluppo di strategie di internazionalizzazione, stanziando contributi a fondo perduto, incentivi fiscali e fornendo garanzie sui prestiti. A questi strumenti, da tempo, si sono affiancate le misure di Simest, la società italiana del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti istituita dal Ministero del Commercio con l’Estero, che per il 2023 ha previsto ben sei misure volte a supportare le nostre piccole e medie imprese a svilupparsi oltre i confini della Penisola. Nello specifico, la società ha previsto finanziamenti agevolati con la possibilità di co-finanziamenti a fondo perduto per lo sviluppo di e-commerce, per investire nella transizione digitale ed ecologica, per la partecipazione delle PMI a fiere ed eventi internazionali, per coprire i costi di certificazioni e consulenze necessarie per l’internazionalizzazione e per supportare le imprese italiane nell’ingresso in nuovi mercati.

Perché le riunioni iniziano sempre in ritardo? Problemi e soluzioni per i manager

In occasione delle riunioni, una forza misteriosa sembra costringere il manager ad iniziare ”puntualmente  in ritardo”. Eppure, i rimedi per ottimizzare una riunione sono tanti.

Chi per mestiere, o per necessità, viene invitato a partecipare con regolarità alle riunioni presso i luoghi di lavoro, sa di cosa parliamo: noia, pensieri che volano via verso l’infinito, sogni ad occhi aperti sulla/sul collega di bella presenza, smartphone che vibrano e dita sempre pronte ad aprire lo screen, battute di spirito fuori luogo e manager disperati che cercano di mantenere il focus della riunione sul tema specifico.

Con lo scoppio della pandemia e l’abuso indispensabile delle videoconferenze, poi, questi fattori si sono in un certo senso sublimati, e la possibilità di inibire lo schermo e persino il microfono (pur rimanendo formalmente “dentro” la riunione virtuale) ha creato una nuova generazione di partecipanti-cuochi, partecipanti-babysitter e persino di partecipanti-in-palestra. Tra la fine del 2022 e il 2023, finalmente, il meeting “in presenza” ha ripreso il suo spazio nel coordinamento dei team di lavoro, e con lui anche le vecchie abitudini di partecipazione, tra ritardatari e distraenti cronici.

Cercando di approfondire le cause del disagio da riunione – piuttosto diffuso – la sensazione istintiva, fin dal momento della convocazione,  è quella di essere costretti a dilatare l’orario di lavoro, con buona pace dei propri impegni  quotidiani e delle solide abitudini che, nella loro combinazione, costruiscono la nostra zona di comfort sul luogo di lavoro. In genere, la cultura organizzativa italiana è incline a tollerare il ritardo, e da questa inclinazione, se non si interviene per correggerla, discende una serie di problemi quasi irrisolvibili per coloro che hanno il compito di organizzare e gestire un meeting. Un tempo, quando la pratica regolare della riunione non era ancora diffusa e le decisioni piovevano dall’alto nella forma di ordini da rispettare, per i direttori naturali di fantozziana memoria arrivare in ritardo era quasi un segno di potere e privilegio sui “sottoposti”.

Verso la fine degli anni ’70, il meeting di stampo anglosassone si era già affermato anche da noi, e con esso il sistema di condivisione degli obiettivi che aumentava il consenso dei dirigenti e la produttività dei collaboratori, ma imponeva un nuovo codice di comportamento, in cui la puntualità diventava segno di rispetto per tutti. Purtroppo, in Italia il recepimento di questo strumento di conduzione dei gruppi di lavoro si è sempre scontrato con i costumi nazionali, e questo contrasto tra teoria della puntualità e tolleranza del ritardo si è trascinata fino ai giorni nostri. Infatti, se i ritardatari vengono bonariamente attesi da coloro che sono arrivati in orario, si innesca un circolo vizioso, in base al quale anche la categoria dei “puntuali” sarà implicitamente sollecitata a credere che, in quel gruppo di lavoro, la puntualità non è un valore importante, e potrebbero arrivare in ritardo anche loro in occasione delle riunioni successive, perchè “tanto si può fare”.

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Pertanto, il manager che convoca le riunioni ha un ruolo profondamente educativo, quasi come un genitore con i propri figli; i colleghi, però, non sono figli piccoli a cui impartire ordini, ma adulti di cui guadagnare il consenso. Del resto, organizzare una riunione non è un lavoro da poco. Infatti, bisogna trasmettere informazioni importanti e di prima mano, che diano al team nuovi strumenti di lavoro e vantaggi operativi concreti, sia in termini motivazionali che strettamente commerciali; per cui, l’incontro va attentamente pianificato, con un ordine del giorno adeguato e un programma fisiologicamente ragionevole, adattato alle caratteristiche della maggior parte dei partecipanti: è importante valutare chi dovrà partecipare alla riunione, tutti devono essere coinvolti veramente nell’argomento specifico. Naturalmente, chi coordina la riunione deve essere sempre in orario e chiedere ai partecipanti di avvisare di eventuali ritardi o assenze, che sono il vero ostacolo contro una riunione veramente utile per tutti. Secondo un sondaggio dell’Università della Nord Carolina, condotto su 195 lavoratori statunitensi, più di un terzo delle riunioni inizia dopo l’orario fissato o è in qualche modo disturbato dai ritardatari, con una perdita stimata per le aziende USA di 37 miliardi di dollari l’anno in produttività e ricavi.

Parlando di soluzioni per limitare i ritardi di inizio riunione, la prima di tutte è quella di stabilire un orario  che dia ai partecipanti la possibilità di poter gestire gli imprevisti e di evitare l’uso delle classiche scuse da “ingorgo stradale” o da guasto alla suoneria della sveglia: 9:30/10.00 del mattino, oppure 14.30/15.00 del pomeriggio. La seconda soluzione è quella di comunicare la data e l’ora con largo anticipo, non senza trasmettere un promemoria via e-mail e/o WhattsApp uno o due giorni prima. Inoltre, è importante che il manager condivida con tutti, alla prima riunione, le regole in base alle quali le riunioni successive verranno gestite. Fatto questo, egli avrà la legittimazione a far rispettare tali regole, in nome di tutti, nei confronti di chi è in ritardo. Usare bonarietà nei loro confronti, infatti, potrebbe infastidire i partecipanti puntuali, e creare attorno alle riunioni del manager un clima di sfiducia che non potrà mai essere recuperato.

Il tempo è importante sia all’inizio della riunione, sia alla fine. Prolungare una riunione, per quanto possa sembrare importante al manager, viene istintivamente vissuto come una fastidiosa perdita di tempo, anche perché i partecipanti avranno già altri impegni fissati per il dopo-meeting e inevitabilmente andranno via a riunione ancora in corso, dando a tutti la sensazione che sia finita e che si venga costretti a rimanere. Per questo motivo, anche se la riunione inizia in ritardo, è bene chiuderla lo stesso all’orario previsto.

Come aprire un B&B a conduzione familiare e integrare (bene) il reddito

Il settore dei B&B è letteralmente esploso, e con esso il reddito integrativo generato dai turisti che visitano l’Italia da tutto il mondo. Il rischio d’impresa? prossimo allo zero.

In Italia, e soprattutto nel Meridione del nostro Paese, l’arte dell’accoglienza ha tradizioni secolari, ed è ciò che ci contraddistingue nel mondo rispetto ad altri paesi turisticamente interessanti. Negli ultimi anni, complice il Web con i suoi portali specializzati nel settore ricettivo, sempre più spesso i proprietari di case o appartamenti con più di 3 o 4 camere decidono di ristrutturarli e destinarli all’ospitalità, senza però considerarsi dei veri e propri imprenditori: Si tratta di iniziative “artigianali”, che hanno il pregio di associare ad una buona struttura la relazione di prossimità – per chi la vuole – con i titolari, i quali così riescono ad integrare notevolmente il proprio reddito.

Le regole per mettere su una iniziativa del genere sono più o meno note, un po’ meno i dettagli amministrativi. Innanzitutto, il proprietario dell’immobile destinato a B&B deve avere al suo interno (o nelle immediate vicinanze) la sua residenza o il domicilio durante il periodo di apertura dell’attività, e questa è una delle prime caratteristiche che differenzia un B&B da un attività ricettiva di tipo imprenditoriale. Il bed and breakfast, infatti, è una struttura considerata “extralberghiera”, e può comprendere al massimo l’alloggio e la prima colazione. Qualunque altro servizio relativo ai pasti non è compreso, sebbene le strutture a conduzione familiare più ampie, sempre più frequentemente, assicurano agli ospiti anche pasti non regolari fatti arrivare da fornitori esterni. 

In generale, il numero di camere di un B&B non deve superare una certa soglia (fino a 6, a seconda della località), con alcune regioni che stabiliscono limiti di stanze e posti letto anche in base alla forma imprenditoriale o non imprenditoriale. Relativamente ai giorni di permanenza, gli ospiti di un B&B non possono soggiornare più di un certo periodo, cosa che non accade per le attività ricettive imprenditoriali. La disciplina di settore è rappresentata dalla legge quadro n° 135 del 29 marzo 2001, che delega alle regioni il numero di posti letto (che va da 6 a 20), il numero di camere (da 3 a 6), e i giorni massimi di permanenza degli ospiti

L’investimento iniziale per aprire un B&B è di solito l’argomento che segna il confine tra il “fare” e il “non fare”. Infatti, la clientela che si rivolge a queste strutture predilige camere ampie, dotate di tutti i comfort (servizio con box doccia, TV, WiFi, frigobar) e con arredamento moderno – niente armadio e cassettiera della bis-bis-nonna, per intenderci – per cui i costi di ristrutturazione possono oscillare dai 30.000 ai 50.000 euro. A questi vanno aggiunti i costi necessari per le pratiche burocratiche e le consulenze tecniche, nonché i costi previsti per le attività di promozione del B&B. Dal punto di vista fiscale, i redditi derivanti dai contratti di locazione breve (art. 3 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23) sono gravati da imposta cedolare secca, con aliquota del 21%, e se l’attività è occasionale il ricavato concorre a tassazione fra i redditi diversi (art. 67, c. 1, lett. i) del Tuir). L’attività stabile di B&B, invece, configura l’esercizio di una attività imprenditoriale a tutti gli effetti, con obbligo di apertura della partita IVA.

I proprietari – o i gestori , figura molto diffusa soprattutto con chi ha investito in numerose unità immobiliari – che svolgono attività senza partita IVA e che utilizzano le piattaforme di intermediazione e di prenotazione online, subiscono la trattenuta del 21% se il pagamento pattuito viene incassato direttamente dal portale (Booking, Air B&B, Trivago etc). In questo caso, il proprietario/gestore riceve il compenso al netto di commissioni dovute alla piattaforma e di imposte; quest’ultime vengono versate all’Erario dalla stessa piattaforma entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è effettuata la ritenuta. In alternativa alla cedolare secca, si può optare per il regime fiscale ordinario, e i ricavi generati dall’affitto breve, al netto dei costi documentati, graveranno sull’imponibile IRPEF. Tuttavia, dal momento che lo scaglione IRPEF più basso è del 23%, la cedolare secca del 21% risulterebbe già più conveniente della sommatoria di IRPEF e addizionali regionali e comunali (che al minimo scaglione IRPEF è già pari a circa il 25%); di conseguenza, più cresce lo scaglione IRPEF più la cedolare secca diventa conveniente (vedi tabella).

E’ bene però ricordare che, qualora si scelga la cedolare secca, il reddito imponibile è pari al 95% del totale dei ricavi da locazione, al netto di una detrazione forfettaria di solo il 5% per i costi sostenuti.

Relativamente al reddito prospettico, questo è strettamente collegato all’investimento iniziale. Infatti, per calcolare il rendimento annuale dell’investimento è bene ricomprendere tutti i costi eventualmente nella ristrutturazione dell’immobile, oltre all’eventuale prezzo pagato per acquistarlo.  In ogni caso, anche se l’abitazione è già di proprietà della famiglia – come accade nel 70-80% dei casi – il metodo di calcolo più corretto prevede necessariamente la sommatoria tra valore dell’immobile alla data antecedente alla ristrutturazione più i costi sostenuti. Per i “puristi” del rendimento, la base di calcolo dovrebbe essere il valore dell’immobile alla data di completamento dei lavori, lievitato per via delle migliorie e delle nuove rifiniture, ma è naturale che coloro che già possiedono l’immobile da tanti anni tenderanno a non aggiungere la stima del suo valore al calcolo del rendimento, e la cosa è perfettamente comprensibile finchè si rimane proprietari. In caso di vendita della struttura, però, il metodo di calcolo sarà ineluttabilmente quello descritto (puristi o meno).

Dal rendimento lordo (incassi lordi), naturalmente, oltre alla imposta cedolare secca e alle eventuali commissioni delle piattaforme online vanno detratti i costi variabili (pulizie settimanali/giornaliere, prodotti alimentari, manutenzione ordinaria e straordinaria, spese condominiali) e gli eventuali costi fissi (es. mutuo ipotecario o qualunque altra forma di finanziamento originariamente stipulato per l’acquisto della casa); solo dopo queste detrazioni si potrà imputare il risultato netto alla base di calcolo. In ogni caso, il reddito dipende anche dalla capacità della famiglia di promuovere la struttura nelle piattaforme, dal prezzo proposto, dalla elevata qualità dell’accoglienza e del servizio erogato, tutti fattori che di solito assicurano ogni anno l’arrivo “spontaneo” di nuovi clienti su segnalazione di quelli già venuti negli anni precedenti. L’esperienza delle famiglie/gestori di B&B italiani, infatti, rivela che dopo il terzo anno almeno il 60% dei nuovi clienti arrivi grazie al “passa-parola”, per cui il costo delle commissioni da pagare alle piattaforme (mediamente il 14%) diminuisce notevolmente, accrescendo il reddito lordo e poi il rendimento netto.

Dal punto di vista amministrativo, per aprire un B&B familiare è necessario procedere alla c.d. SCIA (segnalazione certificata di inizio attività), allegando una documentazione di rito, accessibile a tutte le famiglie (planimetria dell’abitazione, visura catastale, contratto di proprietà etc), e la ricevuta di pagamento della spese di segreteria e delle imposte. Inoltre, entro l’1 Ottobre di ogni anno si dovrà comunicare all’Ufficio Provinciale i prezzi minimi e massimi applicati, nonchè il periodo di apertura dal 1° gennaio dell’anno successivo (dal 1° Dicembre per le zone montane). Una volta presentata la documentazione, il B&B può immediatamente iniziare a funzionare.

A monte di tutto, sussistono altri requisiti da rispettare. Innanzitutto, i familiari che gestiscono la struttura devono possedere particolari requisiti morali, devono garantire la massima igiene dei luoghi: la pulizia deve avvenire quotidianamente, il cambio della biancheria due volte a settimana e comunque ad ogni cambio di ospite. A questo si aggiunge l’obbligo di garantire la sicurezza degli impianti elettrici, del gas e di riscaldamento; una grandezza minima per ogni tipo di camera (almeno 8 mq per la camera singola e almeno 14 mq per la camera doppia); la presenza degli arredi di base (armadi per i vestiti, letti, comodini, lampade e sedie); attrezzatura minima necessaria nei bagni (water, lavandino, specchio, vasca da bagno o doccia, prese di corrente).

Ancora, i cibi e le bevande devono essere preconfezionate e senza possibilità di alterazione o manipolazione, i prezzi  esposti all’interno del B&B e comunicati all’ufficio competente della Regione, le generalità dei clienti registrate e comunicate alla Questura. Infine, la detenzione di televisori all’interno di una struttura ricettiva obbliga il titolare al pagamento di un canone speciale e agevolato, calcolato in base al numero dei televisori posseduti. In definitiva, in alcune regioni, città e località italiane i flussi turistici assicurano un livello di occupazione dei B&B di buona qualità vicino ai 150 giorni/anno, equivalenti a circa 21 settimane per ogni anno. L’aumento dei prezzi delle materie prime occorso negli ultimi due anni, a causa dell’inflazione elevata, ha aumentato il costo delle ristrutturazioni di circa il 35%, ma il reddito prospettico è mediamente molto elevato, e offre adeguata copertura finanziaria all’attuale livello dei prezzi delle materie prime che, ormai, sono “acquisiti” dal mercato e difficilmente suscettibili di scendere in futuro. In ogni caso, il settore degli affitti brevi/brevissimi, per sua stessa natura, elimina il c.d. rischio-inquilino, elevatissimo nel settore degli affitti medio-lunghi, dove in alcune regioni d’Italia si arriva anche al 50% di inquilini morosi

Blümke (Ethenea): crescita globale al 3%, ma l’allentamento non è finito

Non c’è nessuna recessione alle porte. Gli Usa verso un “soft landing”, mentre l’Eurozona è ancora alle prese con l’inflazione e la Cina è ancora in difficoltà.

Il nostro scenario di riferimento prevede una crescita globale al 3%, mentre non ravvisiamo alcuna recessione nel prossimo futuro. Le banche centrali comunicano la fine del ciclo restrittivo, ma un allentamento è ancora lontano”. È l’analisi di Michael Blümke, Senior Portfolio manager Ethenea Independent investors.

Malgrado il più aggressivo ciclo di inasprimento degli ultimi 40 anni, l’economia mondiale continua a dare prova di resilienza. Secondo Blümke, la congiuntura si indebolirà ancora, ma negli ultimi mesi i rischi di recessione sono decisamente diminuiti: «Il ciclo economico continua ad allungarsi. Prevediamo ulteriori trimestri di crescita bassa o addirittura negativa seguiti da una moderata ripresa. I mercati del lavoro esibiscono tuttora un eccesso di domanda e bassi tassi di disoccupazione, che contribuiscono anche al miglioramento della fiducia dei consumatori. Il sentiment risente tuttavia in una certa misura dei dati provenienti dagli indicatori anticipatori. Il trend discendente nel settore manifatturiero prosegue ininterrotto e anche il settore dei servizi sta perdendo gradualmente slancio dopo il vigore esibito ancora nel primo semestre. In particolare, l’aumento dei costi di finanziamento e l’inasprimento degli standard di concessione del credito freneranno l’espansione economica nei prossimi trimestri».

Appare inoltre evidente che l’inflazione complessiva va diminuendo con la stessa rapidità con cui era precedentemente aumentata. Sussistono tuttavia dubbi legittimi circa un raggiungimento rapido dell’obiettivo del 2% fissato dalle banche centrali. In particolare, l’inflazione di fondo continua a viaggiare a ritmi elevati, per cui, dopo una pausa temporanea, le banche centrali potrebbero vedersi costrette a riavviare la stretta monetaria.

La situazione nelle grandi regioni economiche si presenta tuttavia molto eterogenea. Negli USA, nella prima metà dell’anno l’economia statunitense non ha subito alcuna contrazione e la maggior parte dei dati recenti si è rivelata migliore delle previsioni. Tuttavia anche negli Stati Uniti la crescita subirà un rallentamento giacché gli indicatori anticipatori preannunciano un indebolimento dell’attività economica, con moderata espansione del terziario e stabilizzazione del settore manifatturiero. Non si colgono tuttavia segnali di imminente recessione. Il settore immobiliare resta debole, ma le vendite di abitazioni stanno riprendendo quota. Il calo delle pressioni salariali sembra confermare che la Fed sia riuscita a compiere progressi concreti nella riduzione della domanda complessiva e delle spinte inflazionistiche. Gli attuali dati sull’inflazione sono incoraggianti, ma il presidente della Fed, Powell, ha chiarito che è ancora troppo presto per annunciare la vittoria contro l’inflazione. Le probabilità di un cosiddetto “soft landing” appaiono sempre più realistiche.

Nell’Eurozona, l’economia ha dato prova di sorprendente tenuta nella prima metà del 2023. Prosegue tuttavia il rallentamento descritto già un mese fa. La vulnerabilità dell’economia europea si manifesta nella bassa produttività, nella debolezza delle vendite al dettaglio e in un vero e proprio crollo del settore manifatturiero. Anche il settore immobiliare resta fortemente sotto pressione e l’inasprimento degli standard di concessione del credito frena la crescita. Sul versante positivo si collocano il mercato del lavoro tuttora robusto e il netto calo dell’inflazione. Tuttavia anche in questo caso va notato che l’inflazione di fondo rimane più alta di quanto ci si auspicherebbe visti i salari in forte aumento. La BCE, che ha avviato la stretta decisamente dopo la sua controparte statunitense, si trova nella difficile posizione di dover mettere eccessivamente alla prova la resilienza dell’economia al fine di contenere durevolmente l’inflazione.

In Cina, i recenti dati economici sono stati piuttosto modesti. La forte crescita del primo trimestre non è proseguita nei mesi successivi. Il terziario, motore della ripresa all’indomani della pandemia, mostra segni di debolezza. Gli investimenti e le importazioni diminuiscono, il settore immobiliare continua a pesare sulla crescita e la domanda internazionale rimane bassa. La stabilizzazione degli indicatori anticipatori del settore manifatturiero, seppure in territorio di contrazione, potrebbe rappresentare un primo segnale positivo. Un ulteriore segnale incoraggiante giunge dalle dichiarazioni dei politici dopo la riunione del Politburo di luglio, nel corso del quale si è chiaramente sottolineata la necessità di misure politiche più mirate, volte a ripristinare la fiducia del settore privato, stimolare gli investimenti e sostenere il settore immobiliare. Attendiamo di vedere i fatti.