A Sondrio si è parlato delle sfide del sistema bancario e del contributo delle community banks per sostenere lo sviluppo economico del Paese. Rivalutare la storia e il ruolo delle banche popolari.
Per molto tempo in questi anni, sotto la pressione della Bce, le autorità monetarie e i governi, pressati da situazioni contingenti nel mondo del credito, si sono concentrati sulle banche popolari di dimensioni medie e medio-piccole, caratterizzate da un profondo radicamento nel territorio. Obbligate per decreto a trasformarsi in Spa, in nome della stabilità finanziaria e della concorrenza, le banche popolari sono state spesso sacrificate a una politica di acquisizioni e fusioni bancarie, perseguendo l’idea che solo gruppi bancari di grandi dimensioni garantissero efficienza e stabilità, contribuendo invece a dar vita a banche too big to fail, troppo grandi per fallire che, spesso, hanno modificato il vitale rapporto tra banca e territorio.
Che ruolo hanno invece le community banks nell’attuale sistema bancario italiano? E, soprattutto, qual è e quale potrebbe esser il loro contributo allo sviluppo economico del nostro paese? Lo scorso 2 dicembre a Sondrio, in occasione del convegno “Sviluppo e sistema bancario” (promosso dalla Banca Popolare di Sondrio, in collaborazione con la società di consulenza aziendale Vitale Zane & Co.), il focus è stato posto sulla rivalutazione della storia e del ruolo delle banche popolari come banche del territorio, perno di quella rete di community banks che in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un altissimo numero di piccole e medie imprese, è l’unica in grado di assicurare il legame profondo che ogni sistema bancario deve avere con le reali esigenze del tessuto produttivo per assolvere alla sua essenziale funzione propulsiva di sviluppo del sistema Paese.
Mario Alberto Pedranzini (nella foto), Direttore Generale e Consigliere Delegato di Banca Popolare di Sondrio, ha commentato: “Il convegno che abbiamo ospitato oggi è un primo importante momento di sintesi di una filosofia del fare banca che rivaluta il ruolo delle banche del territorio e ne ribadisce l’insostituibile funzione di sostegno alle imprese e alle famiglie. Una filosofia che, in realtà, non è nuova, perché si riallaccia a quella dei grandi banchieri della nostra tradizione italiana. Senza un efficiente sistema bancario che supporti gli sforzi del mondo imprenditoriale a muoversi e operare con successo in questo scenario così complesso, non ci può essere sviluppo economico. Questo è il momento di rilanciare il tema cruciale del ruolo delle banche territoriali per il sistema Paese, un modello di cui Banca Popolare di Sondrio è espressione da 150 anni”.
Secondo Stefano Zamagni (nella foto), professore di economia ed etica d’impresa all’università di Bologna, “l’accesso al credito è una delle vie più sicure per vincere la povertà, ecco perché non favorire la biodiversità bancaria, in nome dell’errato principio secondo cui “one size fits all” (una stessa dimensione va bene per tutti), costituisce una violazione del principio di libertà che una avanzata economia di mercato non può certo tollerare. Battersi dunque per difendere la biodiversità bancaria significa impegnarsi per una autentica battaglia di civiltà”. Infatti, secondo Marco Onado (docente alla Bocconi di Milano), sulla base delle più recenti ricerche scientifiche e degli stessi dati della Bce la redditività e
l’efficienza delle banche non dipende dalla loro dimensione, e le banche piccole-medie di comunità possono essere altrettanto – se non più efficienti e redditizie – di qelle grandi. Inoltre, esse sono in grado di valutare e conoscere meglio le esigenze creditizie delle imprese del territorio e i bisogni dei risparmiatori locali. Le community banks, insomma, svolgono una funzione diversa da quella delle grandi banche, e questa biodiversità bancaria è ciò che va soprattutto tutelato perché aumenta l’efficienza del sistema bancario nel suo complesso, rendendolo in grado di rispondere alle sfide che i mutamenti di scenario di volta in volta impongono.
Siamo, insomma, in presenza di una situazione che richiederebbe oggi un vero e proprio mutamento di cultura bancaria, con la ripresa di un pensiero critico e di una visione unitaria e sistemica come quella di un grande banchiere della tradizione italiana, Raffaele Mattioli, di cui al convegno Andrea Calamanti, ordinario di economia degli intermediari finanziari, e Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente, hanno tracciato un profilo teso ad attualizzarne il pensiero.



Per quanto riguarda le soluzioni indipendenti e semi-indipendenti, i tagli maggiormente scambiati sono quelli che si collocano tra 101 e 150 mq e che compongono il 28,3% delle transazioni. A seguire ci sono i tagli con ampiezza compresa tra 51 e 100 mq (22,8%) e le tipologie con metrature comprese tra 151 e 200 mq (22,3%). Da segnalare nel 2021 e nel 2022 un aumento delle percentuali di acquisto di soluzioni con un’ampiezza superiore ai 250 mq, tendenza che sta ad indicare, quando possibile, la volontà di acquistare abitazioni molto ampie.
Le soluzioni indipendenti e semi-indipendenti si acquistano soprattutto come abitazione principale (78,0%). Le case vacanza compongono il 10,6% delle compravendite di queste tipologie, mentre gli acquisti per investimento si attestano all’11,5% tornando ai livelli del 2019. Chi compra queste tipologie per investimento, in particolare i rustici, intende realizzare strutture ricettive (B&B, case vacanza, agriturismi) categorie che nel primo semestre del 2020 erano state duramente colpite dal blocco dei flussi turistici. Da segnalare l’aumento della percentuale di acquisto di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti come casa vacanza, che in questo semestre supera il 10% mentre nei semestri precedenti si fermava all’8%.
Il mercato delle soluzioni indipendenti e semi-indipendenti vede una prevalenza di compravendite da parte di persone con un’età compresa tra 35 e 44 anni (31,5%), seguiti da acquirenti con un’età compresa tra 18 e 34 anni (26,9%) e tra 45 e 54 anni (23,0%). Rispetto al 2021 crescono le percentuali di acquisto da parte di under 34 e di over 65. A comprare soluzioni indipendenti e semi-indipendenti sono soprattutto famiglie che in totale compongono l’82,5% degli acquirenti, mentre i single compongono solo il 17,5% del campione. Il dato sui single è basso ma è comunque in crescita rispetto ai semestri precedenti, quando si fermava al 16%. Inoltre, le compravendite di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti avvengono grazie all’ausilio di un mutuo nel 51,8% dei casi, mentre il 48,2% degli acquisti avviene senza ricorso al credito. Il primo semestre del 2022 evidenzia un ritorno ai valori del 2019 (51,4%), nel 2020 si raggiungeva il 56% e nel 2021 il 53,2%.

a livelli medio bassi, ma la dinamica dei tassi ha portato a un ribilanciamento delle tipologie di tasso collocato nelle scelte dei mutuatari, che nel corso del 2022 hanno spesso optato per prodotti più rischiosi come il tasso variabile. Questa inversione di tendenza ha portato il tasso variabile e il tasso variabile con CAP ad erodere quote importanti al tasso fisso, che invece nel 2021 era stato scelto da quasi 9 mutuatari su 10. Nel 2022, infatti, il tasso variabile è la scelta di 4,1 mutuatari su 10, mentre il tasso variabile con CAP di 1,2 mutuatario su 10. Quelli che continuano a optare per un prodotto fisso, più sicuro ma più caro, scendono a quota 4,4 mutuatari su 10.
Le preferenze dei richiedenti, pertanto, si sono mosse con una rapidità sorprendente, così come rapidissima è stata la risalita dei tassi imposta dalle banche centrali per contenere una inflazione che i millennials neanche ricordano. Il problema, semmai, è capire se la scelta del tasso variabile sia stata effettuata con sufficiente raziocinio. Infatti, secondo alcuni studi autorevoli (Deutsche Bank, ma non solo) il tasso di inflazione – e conseguentemente i tassi di interesse imposti dalle banche centrali – impiega qualche anno a scendere verso le soglie considerate ideali dalla FED e dalla BCE (2-2,5%) allorquando l’indice dei prezzi al consumo raggiunge certi picchi così elevati, come quelli attuali, ed in un breve lasso di tempo. Ciò significa che chi ha contratto un mutuo a tasso
variabile nella speranza/previsione che l’inflazione – e conseguentemente i tassi delle banche centrali – possa scendere altrettanto repentinamente, e la rata del suo mutuo diminuire proporzionalmente, sta commettendo un errore di valutazione, poiché è sicuro che i tassi continueranno ad aumentare lievemente almeno fino a Marzo 2023 e, qualora lo shock energetico dovesse continuare (a causa del perdurare del conflitto NATO-Ucraina-Russia), si aprirebbe uno scenario di Stagflazione – ossia recessione più inflazione elevata – che renderebbe impossibile per le stesse banche centrali diminuire i tassi di interesse per stimolare le economie e uscire dalla recessione.
Il mercato dei mutui, pertanto, dovrà adattarsi a questo scenario, agendo sulla offerta e diversificando ancora di più le tipologie di mutuo, magari stimolando la domanda di mutui di più lunga durata in modo da consentire un miglioramento dello scoring e una rata più bassa. Infatti, i redditi medi in Italia sono scesi in modo sensibile negli ultimi trenta anni e soprattutto negli ultimi cinque, abbassandosi ad un livello tale da non permettere a molti lavoratori subordinati di potere accedere al credito bancario se non in presenza di un garante e/o co-obbligato (il coniuge o convivente, se non uno dei genitori per i più giovani). Questa tendenza ad allungare il piano di ammortamento si evince dagli stessi dati di Kiron Partners, secondo cui la durata media del mutuo è già passata da 24,7 anni del 2021 a 26 anni del 2022.
Segmentando per fasce di durata, dallo studio di Kiron emerge che il 78,8% dei mutui ha una durata compresa tra 21 e 30 anni (72% nel 2021) e il 21,2% si colloca nella fascia 10-20 anni (27,9% nel 2021), mentre i mutui ipotecari di durata inferiore a 10 restano residuali. Nel primo semestre 2022 l’importo medio di mutuo erogato sul territorio nazionale si attesta a 120.100 Euro, in aumento rispetto al 2021 (+5%). L’età media di chi ha sottoscritto un mutuo nella prima parte del 2022 è di 38,9 anni (40 anni nel 2021) con una concentrazione nella fascia 18-34 del 38,3% rispetto al 35,6% del 2021, e nella fascia da 35-44 anni del 34,7% rispetto al 34,8% dello scorso anno. L’acquisto della prima casa rimane la motivazione principale per la quale si sottoscrive un mutuo, e rappresenta il 94,4% del totale delle richieste (nel 2021 era del 87,6%), la seconda casa resta al 2,1% come nel 2021, e sostituzione o surroga scendono all’1,8%. Coloro che scelgono un finanziamento per costruzione o ristrutturazione rappresentano lo 0,9%, e le restanti finalità di consolidamento o liquidità rappresentano solo l’1,2% del totale.
Le tendenze dell’inflazione negli Stati Uniti e nell’EA sono attualmente di circa 4 punti percentuali al di sopra dei livelli desiderati. Leggiamo la FED e la BCE come assolutamente impegnate a portare l’inflazione ai livelli desiderati entro i prossimi anni. Anche se i costi per farlo potrebbero essere inferiori rispetto al passato per i motivi che esponiamo, non sarà possibile farlo senza rallentamenti economici almeno moderati negli Stati Uniti e in Europa e aumenti significativi della disoccupazione. Complessivamente, vediamo la produzione in calo dell’1% nell’EA e del 2% negli Stati Uniti durante l’anno a venire. La crescita mondiale rallenta a circa il 2% in questa previsione, un tasso
che storicamente è stato etichettato come recessivo. Le recessioni economiche, insieme all’aggressiva stretta monetaria e agli shock geopolitici e delle materie prime che le provocano, saranno temporaneamente dolorose nei mercati finanziari ed emergenti. Vediamo i principali mercati azionari precipitare del 25% rispetto ai livelli leggermente superiori a quelli odierni quando la recessione negli Stati Uniti ha colpito, ma poi riprendersi completamente entro la fine del 2023, supponendo che la recessione duri solo pochi trimestri.
La buona notizia è che pensiamo anche che la FED e la BCE riusciranno nelle loro missioni se restano fedeli alle loro decisioni anche di fronte all’aumento della disoccupazione. Farlo avrà un costo sociale molto inferiore rispetto al non farlo e al dover affrontare un problema di inflazione ancora più grave lungo la strada. Farlo adesso, inoltre, porrà le basi per una ripresa economica e finanziaria più sostenibile nel 2024. Anche così facendo, comunque, il ritmo della ripresa nel 2024 e oltre sarà probabilmente moderato, non un forte rimbalzo come si è visto in passato. Tra i fattori che probabilmente peseranno sulla crescita globale per un po’ di tempo a venire vi sono le incertezze relative sia al conflitto Russia-Ucraina, con un persistente shock di competitività indotto dall’energia in Europa, sia alla crescente concorrenza strategica USA-Cina.
In buona sostanza, ci troviamo in un momento decisivo per l’economia globale. L’inflazione corre ai massimi pluriennali, le banche centrali stanno perseguendo il loro più aggressivo inasprimento dei tassi mai visto in una sola generazione, e una recessione è ora sempre più vicina negli Stati Uniti e Europa. Nel frattempo, economie e mercati continuano ad essere colpiti da una gamma di altri eventi, tra cui l’invasione russa dell’Ucraina, la strategia zero-Covid della Cina e la crescente rivalità tra superpotenze tra Stati Uniti e Cina. In questo contesto, il 2023 sarà finora il terzo anno peggiore per la crescita globale del 21° secolo, dietro solo all’anno della pandemia nel 2020 e alle conseguenze del crisi finanziaria nel 2009. Negli Stati Uniti, i nostri economisti vedono una recessione che inizierà a metà del 2023 e nell’Eurozona, pensiamo che la stagflazione sarà un tema determinante il prossimo anno, poiché sono alle prese con una recessione indotta dall’offerta di energia e una media dell’inflazione al 7,5%.


Infatti, le urne per le elezioni di mid-term hanno restituito la Camera ai repubblicani, con i democratici che perdono il controllo del Congresso e che in teoria sono costretti a fare pesanti compromessi con il Partito Repubblicano nelle scelte di politica economica. Ma si è trattato davvero di una sconfitta pesante per Biden? Sembrerebbe di no. Infatti, la regola delle elezioni di mid-term è che esse riservino quasi sempre cattive sorprese: quattro degli ultimi cinque presidenti, che avevano il controllo di camera e senato nell’anno della loro elezione, al mid-term hanno perso almeno una delle due camere, come Barack Obama (-63 seggi alla Camera nel 2010 e perdita del controllo di Camera e Senato al secondo mid-term) e Donald Trump (-41 seggi alla Camera in occasione dell’unico mid-term nel 2018). Per questo motivo i democratici hanno tirato un sospiro di sollievo, comportandosi quasi come se avessero vinto le elezioni grazie al pericolo scampato.
Il risultato negli Stati Uniti è da salutare con grande ottimismo in Europa? Niente affatto. Il rallentamento dell’inflazione americana potrebbe non avere alcuna influenza di lungo periodo – e neanche di breve, in base alle circostanze – finchè non ci sarà un serio cessate il fuoco tra NATO e Russia in questo conflitto armato che avviene “per procura” dell’Ucraina. L’inflazione degli Stati Uniti, infatti, è molto differente da quella europea, poiché gli USA non hanno necessità di importare gas e petrolio, per cui l’indice dei prezzi al consumo a stelle e strisce risente soprattutto dell’andamento dei consumi alimentari e dei beni di larga distribuzione. A differenza dell’Europa, in cui quasi tutti i paesi sono importatori (netti) di beni energetici e, a causa della guerra in Ucraina e della risalita dei prezzi di gas e petrolio, soffrono di un tasso di inflazione “drogato” al rialzo.
Probabilmente, quando USA e la stessa Europa smetteranno di fornire armi all’Ucraina e solleciteranno la supremazia della via diplomatica, anche gli stati europei – in primis l’Italia – potranno beneficiare di prospettive di ribasso delle dinamiche inflattive e proseguire lungo un cammino che, comunque, non è luminoso. Infatti, sia l’azionario che l’obbligazionario sono ancora alla ricerca di un “pavimento” dove stabilizzarsi, e non sono in pochi a ritenere che il c.d. “bottom” (ossia il punto di maggiore sofferenza dei mercati) non sia ancora stato raggiunto. Prova ne sia che il rapporto prezzo-utili mostra che l’S&P
500, pur essendo scambiato al di sotto dei picchi post-pandemici, si trova molto al di sopra del punto raggiunto durante la crisi finanziaria del 2007-2009. Questo non vuol dire che i livelli di bottom del passato debbano necessariamente essere replicati per poter affermare che il peggio è già arrivato e sta andando via, ma che bisogna analizzare con molta più attenzione tutti i fattori positivi e negativi, per poi metterli sui piattini della bilancia e vedere quale dei due alla fine pesa di più.
A ben vedere, le prospettive del mercato non sono più disastrose come 3 o 4 settimane fa; per esempio, l’approccio della Russia alla guerra in Ucraina è cambiato parecchio, e l’Arabia Saudita rilascia più petrolio, dando respiro al prezzo del barile e dei suoi derivati; le banche centrali lanciano segnali chiarissimi di rallentamento del ritmo di aumento dei tassi – che saliranno ancora, ma “di poco”, fino a Marzo 2023 – e gli utili aziendali non mostrano segni di futuro cedimento pronunciato. Pertanto, si potrebbe assumere un cauto ottimismo, ma la volatilità non accenna a diminuire anche per il mondo delle obbligazioni, che sono diventate più volatili. Su tutto, si intravede un nuovo scenario, secondo il quale le strategie che hanno funzionato in passato potrebbero non essere più efficaci, e dovranno lasciare il posto a strategie più adatte ad affrontare non semplicemente la fine di un ciclo e l’inizio di un altro, ma un cambiamento strutturale.
Le percentuali cambiano se si analizzano le diverse tipologie immobiliari. A seconda della vetustà dell’immobile si registra un ribasso maggiore per le tipologie usate (-8,0%) rispetto a quelle nuove/ristrutturate (-5,7%). Le prime, infatti, quasi sempre necessitano di interventi di riqualificazione e, di conseguenza, si tratta maggiormente sul prezzo alla luce degli ulteriori costi che si dovranno poi sostenere per rimodernare l’abitazione. Questo spiegherebbe perché su queste soluzioni la riduzione di prezzo è leggermente superiore, ancora di più adesso con il rincaro delle materie prime. In particolare, sulle nuove costruzioni il gap tra prezzo richiesto e prezzo di conclusione della compravendita si assottiglia.
La disponibilità a ribassare il prezzo di vendita del proprio immobile è strettamente legata agli obiettivi di riallocazione del denaro ricevuto dal compratore. Di norma, chi vende ha quasi sempre la necessità di utilizzare i soldi per l’acquisto di altro immobile. Chi vende per necessità, pertanto, dovendo recuperare capitale con una certa rapidità è maggiormente disposto ad accettare prezzi più bassi. L’analisi per tipologie immobiliari evidenzia che le diminuzioni più forti di prezzo nella prima parte del 2022 interessano in particolar modo le soluzioni acquistate per investimento, potendo contare sul maggiore potere di acquisto dell’acquirente. Queste, infatti, registrano un ribasso del -11%. Seguono i monolocali (-10,4%) e le soluzioni economiche (-10,1%). Ribasso superiore alla media anche per le soluzioni indipendenti (-8,8%) e per gli immobili posizionati al piano terra (-8,2%).
Il gap tra prezzo iniziale e prezzo finale è più contenuto rispetto alla media nazionale per i tagli più grandi (trilocali, quattro locali). Bene anche gli ultimi piani (-7,6%) e le tipologie signorili (-6,6%), risultato abbastanza prevedibile visto che si tratta di immobili sempre piuttosto ambiti e poco presenti sul mercato. I dati indicati mostrano dunque coerenza con il quadro immobiliare che si sta disegnando. Va comunque sottolineato che i prezzi di offerta oggi sono maggiormente “studiati” grazie ad un’attenta valutazione (anche delle stesse agenzie immobiliari) con la quale si determina un prezzo di partenza congruo e allineato alla capacità di spesa della zona.

Il problema principale di un modello economico basato sul debito che finanzia la domanda (rispetto a quello basato sulla crescita dei redditi), è che non può permettersi il deleverage (termine che indica una riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie, ndr), dato che il motore della crescita è supportato dal debito e non dal reddito. Il modello di sviluppo, per mantenersi in equilibrio, necessita di una costante crescita dell’indebitamento, che consente ai consumatori di acquistare beni e servizi che non possono permettersi con il proprio reddito reale. Per questo motivo, la crescita del PIL può essere ottenuta prevalentemente grazie ad un crescente indebitamento, che però non può mai fermarsi. Il sistema innesca un elevato grado di sviluppo finanziario, inventando strumenti di debito speculativo finalizzati a fornire
credito a tutti i segmenti dell’economia (MBS, CLO, Leverage Loans, Private Credit, ecc). Quando il modello va in crisi, l’unico meccanismo d’intervento sono i “bailout” o salvataggi a carico del bilancio pubblico, mentre la Banca Centrale è obbligata ad intervenire con il QE per impedire un deleverage che il sistema non potrebbe reggere. Il ruolo delle banche d’investimento si modifica: da consulenti d’investimento diventano i motori della raccolta di denaro da canalizzare nel sistema per sostenere il leverage; questo rende il modello estremamente propenso alle creazione di bolle finanziarie (Real Estate, Borsa, Credito).
Le previsioni sugli scenari futuri elaborate da tali intermediari devono quindi essere sempre positive, per non interrompere i flussi di capitale necessari a sostenere il leverage e indurre i risparmiatori a non vendere. Dal momento che un sistema di crescita basato sul debito richiede politiche monetarie sempre espansive, le Banche Centrali perdono lentamente la loro indipendenza. Questo è il principale motivo per il quale oggi assistiamo ad una crisi di credibilità delle Banche Centrali e ad una totale confusione sulle strategie di politica monetaria, dove la lotta all’inflazione appare più teorica che effettiva, dato che nessuna
Banca Centrale è in grado di ridurre il bilancio o portare i tassi reali in territorio positivo. Il collasso del modello “debt driven” viene innescato quando, per vari motivi: 1) il sistema privato non può più, o non riesce più, ad aumentare il suo indebitamento, che è vitale per il sostentamento del meccanismo di crescita, 2) il reddito reale perde sempre più potere d’acquisto, che il nuovo debito non riesce più a compensare, 3) eventuali fattori esogeni (inflazione o shock di offerta e domanda) non possono essere efficacemente contrastati da vere politiche monetarie o fiscali che rischiano di compromettere leverage e domanda finanziata. Allo stato attuale mi sembra che i punti 1, 2 e 3 siano già tutti presenti nel sistema.
A questo punto è altamente probabile che il paradigma sia completamente cambiato e nulla sarà più come prima. Mi aspetto quindi un lungo bear market e una lunga fase di deleverage che avrà un duraturo impatto sulla crescita dell’economia. Le uniche politiche efficaci per sostenere il ciclo saranno solo quelle fiscali, dato che quelle monetarie non avranno più lo stesso effetto di prima, poichè il sistema, oberato da un eccesso di debito, è esposto ad una balance sheet recession come già accaduto in Giappone negli anni 90. Il cedimento del Dollaro costituirà l’ultimo capitolo di questa fase complicata ed avverrà in concomitanza con una probabile recessione USA nel 2023, o quando la FED dovrà necessariamente prendere atto che una Debt Driven Economy non
regge i tassi necessari a contrastare l’inflazione in corso. Per ripartire si dovrebbe agire su un rilancio dei redditi reali ma, in un contesto inflazionistico, tale strategia rischia di creare ulteriori problemi. In realtà, negli ultimi 15 anni abbiamo implementato politiche di QE per reflazionare l’economia quando sarebbe bastato rivalutare i redditi reali per farlo. Il risultato è che queste politiche hanno solo creato bolle speculative ed un eccesso di debito nel sistema. La crisi delle Banche Centrali (BoE, BoJ, FED e ECB), che alzano i tassi ma stampano moneta, evidenzia la fine di un esperimento fallimentare implementato senza mai pensare ad una exit strategy, proprio perché il modello fa perdere l’indipendenza dei policy maker, che diventano schiavi delle bolle che hanno alimentato.
I tentativi di sostenere le borse con le tattiche di “short squeeze”, che servono ad innescare rally puramente tecnici dovuti a ricoperture, non fanno che rimandare la vera liquidazione delle posizioni ed evidenziano continui meccanismi di manipolazione. Nel frattempo, le posizioni rialziste degli investitori rimangono vicine ai massimi storici, in attesa di un imminente cedimento della FED e un ritorno al QE per evitare una crisi. Si è così innescato un braccio di ferro tra mercati e FED, che rischia di finire male per tutti e due. Se dovessero vincere i mercati, ripristinando condizioni finanziarie espansive tramite restringimento degli spreads e ritorno al credito speculativo, l’inflazione non si fermerebbe e ripartirebbe al rialzo, costringendo la FED a rafforzare politiche monetarie anticicliche. La lotta all’inflazione è dunque complicata dal fatto che i mercati finanziari possono innescare condizioni finanziarie meno restrittive di quelle che vorrebbe avere la Banca Centrale. Non credo che la FED possa permettersi di correre questo rischio, la view sui mercati azionari rimane dunque negativa fino a quando non si cominceranno ad evidenziare chiari segnali di recessione e cedimento del mercato del lavoro USA.
Il mercato dell’arte, insieme a molte altre industrie del lusso, ha vissuto anni turbolenti con una contrazione delle vendite nel 2020 a causa delle condizioni senza precedenti poste durante la pandemia di COVID-19. A questo è seguito un rimbalzo migliore del previsto nel 2021, con un’espansione delle vendite aggregate di quasi il 30%, recuperando i valori persi e superando i livelli pre-pandemici del 2019 per raggiungere i 65,1 miliardi di dollari.
In particolare, alcuni dei maggiori incrementi di valore si sono verificati nella fascia alta del mercato, con la spesa dei collezionisti HNWI (High Net Worth Individuals) che ha contribuito a guidare la ripresa del mercato. Nonostante le nuove varianti COVID-19 e le restrizioni in Cina, sia i collezionisti che il commercio d’arte hanno iniziato il 2022 con una prospettiva ottimistica, poiché le vendite e gli eventi hanno ripreso un ritmo più regolare nella maggior parte delle regioni. Tuttavia, la prima metà dell’anno si è rivelata più impegnativa del previsto, con un contesto di instabilità politica ed economica, il perdurare degli effetti della pandemia in alcune regioni, l’intensificarsi della guerra in Ucraina, l’accelerazione dei tassi di inflazione, i problemi di approvvigionamento, nonché l’indebolimento della spesa dei consumatori e la crisi del costo della vita. Pertanto, il commercio transfrontaliero internazionale di opere d’arte ha registrato una forte ripresa. Le importazioni globali di arte e antiquariato sono aumentate del 41% nel 2021 e le esportazioni sono aumentate del 38%, con incrementi a due cifre che continuano nella prima metà del 2022 rispetto allo stesso periodo del 2021.
Se la crescita continua allo stesso ritmo nella seconda metà del 2022, il commercio transfrontaliero potrebbe raggiungere livelli record nei principali mercati dell’arte. La raccolta annuale di Forbes sui miliardari più ricchi del mondo ha mostrato un forte aumento della ricchezza dei miliardari durante la pandemia, con alcuni settori come la tecnologia, l’e-commerce e la salute. Tuttavia, i dati pubblicati a marzo 2022 hanno mostrato una contrazione sia del numero di miliardari (in calo del 3% rispetto al 2021) sia della loro ricchezza collettiva (anch’essa in calo del 3%), con forti perdite in Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina (34 miliardari in meno) e Cina (87 miliardari in meno, a causa della regolamentazione del governo e del maggiore controllo delle società tecnologiche).
Ma anche con queste perdite, la ricchezza dei miliardari è più che raddoppiata in dieci anni ed è ancora cresciuta nel 2022, con i primi dieci miliardari che hanno aumentato la loro ricchezza complessiva del 13% da marzo 2021 a marzo 2022 .
Secondo il sondaggio, la spesa dei collezionisti HNWI nel 2022 ha mostrato una forte fiducia nel mercato e una significativa intenzione di acquisto. La maggior parte dei collezionisti HNWI intervistati (78%) è ottimista sulla performance del mercato dell’arte globale nei prossimi sei mesi, con un aumento del 4% rispetto a sondaggi simili alla fine del 2021 e una quota leggermente maggiore rispetto a quanto era ottimista sul mercato azionario. Il 55% prevede di acquistare opere d’arte nei prossimi 12 mesi e il 39% spera di vendere opere delle proprie collezioni. La pandemia sembra anche aver incoraggiato le donazioni filantropiche tra alcuni collezionisti, con il 45% che intende donare opere a un museo nei prossimi 12 mesi, rispetto al 29% nel 2020.
In tutti i mercati, la spesa media dei collezionisti HNWI nella prima metà del 2022 è stata superiore all’intero anno nel 2021 e alla media nel 2019 prima della pandemia. Le previsioni per il resto dell’anno indicano le intenzioni di spesa in aumento, il che potrebbe spingere la spesa mediana totale per il 2022 a più del doppio del livello del 2021. Anche gli acquisti nella fascia alta di prezzo sono aumentati. La quota di collezionisti HNWI che acquistano opere con un prezzo superiore a 1 milione di dollari è quasi raddoppiata (dal 12% nel 2021 al 23% nella prima metà del 2022), e risultano molto apprezzate le opere di arte digitale, che rappresenta il 17% della loro spesa totale, di cui il 10% legato a un NFT (Non Fungible Token).
Nonostante la maggiore consapevolezza e le preoccupazioni sulla sostenibilità, la maggior parte dei collezionisti è disposta a viaggiare di più: il 77% ha affermato di aver pianificato di recarsi a più fiere, mostre o eventi all’estero il prossimo anno; L’11% ritiene che i propri piani di viaggio rimarranno gli stessi; e solo il 12% prevede di viaggiare di meno. Per coloro che avevano intenzione di viaggiare di meno, il motivo più importante per farlo erano i rischi rimanenti relativi al COVID-19 (83%), mentre il 63% pensava che fosse importante o molto importante viaggiare di meno per ridurre la propria impronta di carbonio.
La convinzione che un –20% di discesa dei mercati azionari possa coincidere con il completamento della fase negativa evidenzia una predisposizione a guardare al passato più recente per configurare un futuro senza cambiamenti. I parametri degli investitori rimangono i precedenti massimi, che vengono considerati come i livelli di riferimento di mercato a cui si dovrà di tornare. Purtroppo sono molti i segnali che provengono dall’economia reale che confermano che probabilmente non sarà così. La crisi energetica, infatti, non è transitoria, dato che era iniziata già prima del conflitto Russia – Ucraina per motivi legati alla transizione green, ed i prezzi dell’energia
avevano iniziato a salire mesi prima della guerra (greenflation). Lo shock inflattivo è probabilmente destinato a subire un effetto trascinamento nel tempo attualmente sottovalutato. Un recente studio statistico-storico fatto dagli economisti di Deutsche Bank evidenzia che quando il tasso d’inflazione sale oltre il livello dell’8% ci vogliono in media due anni per farlo ridiscendere sotto il 6%. Di contro, uno studio pubblicato dal governo tedesco sulle previsioni di crescita per il 2023 evidenzia che l’economia sarà in recessione, ma l’inflazione salirà ancora e rimarrà sopra le due cifre per tutto l’anno.
Ma a parte i meccanismi di ricalcolo delle valutazioni delle borse in base a tassi più alti, ci dobbiamo chiedere quanto tempo l’economia reale impiegherà ad adeguarsi a questi nuovi parametri di costo del debito, che difficilmente tornerà ai livelli passati, salvo una devastante crisi finanziaria ed economica. Energia e costo del denaro sono i motori del sistema, dato che impattano sui costi di produzione, sul livello di break even delle aziende e sul costo del finanziamento. Se il livello di break even si sposta al rialzo in modo significativo, per compensare puoi solo fare due cose: aumentare produzione e incrementare le vendite oppure ridurre i costi per abbassare il break even point. Nel primo caso devi avere un’economia reale che ti consente di farlo, nel secondo caso imprimi una contrazione ulteriore del PIL.

I mercati internazionali hanno iniziato a disinvestire dai titoli cinesi prima del Congresso e questo ha portato il rapporto intrinseco tra capitalizzazione e patrimonio netto dell’indice Hang Seng China Enterprise a raggiungere un nuovo minimo da oltre 20 anni. La capitalizzazione è scesa ad appena 0,545 volte il patrimonio a fine ottobre, contro un massimo di oltre 5 volte durante la bolla sul mercato cinese nel 2007. Riteniamo tuttavia che l’importanza dell’economia cinese in un contesto globale – sia per quanto riguarda l’esportazione che per il suo mercato interno – continuerà a giustificare l’investimento nel mercato azionario del Paese, nonostante sia attualmente soggetto a un momentaneo sottopeso.
Il mese di ottobre è stato dominato dall’esito del 20° Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese. Xi Jinping ha consolidato ulteriormente il suo potere nominando i suoi fedelissimi collaboratori nel Comitato permanente del Politburo, il massimo organo di governo in Cina. Sono state inoltre allontanate le figure moderate. Già nel 2018 Xi aveva abbandonato il limite massimo di due mandati presidenziali quinquennali, introdotto dal grande riformatore Deng Xiaoping per limitare il culto personale di Mao Zedong. Il Congresso della Nccp ha fatto passare quindi in secondo piano il sentiment generalmente positivo che si era diffuso durante il mese di ottobre, con i mercati azionari giapponese, coreano e indonesiano che avevano registrato un rendimento positivo. La Banca del Giappone è intervenuta per il secondo mese sui mercati valutari con 42,8 miliardi di dollari per far salire il valore dello yen.
“Nel nostro portafoglio, abbiamo mantenuto una copertura totale sulla nostra esposizione allo yen, ma stiamo osservando attentamente l’eventuale inversione di tendenza del dollaro Usa”, spiega Zimmermann. “Abbiamo aumentato la ponderazione del fondo verso la Corea del Sud, il Giappone, le Filippine e la Thailandia, ma abbiamo preso profitto in Indonesia e ridotto ulteriormente l’esposizione alla Cina. Continuiamo comunque a ritenere interessanti le valutazioni delle azioni cinesi, ma attendiamo segnali tecnici, politici e/o economici più forti per aumentare il nostro peso”.







