Luglio 29, 2026
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Ethenea: l’inflazione rimarrà il problema principale anche nel 2023

Secondo Andrea Siviero, la recessione sarà poco profonda e con nette differenze a livello geografico tra l’Eurozona con Regno Unito e gli Stati Uniti. I paesi emergenti asiatici e latinoamericani sosterranno la crescita globale nel 2023.

“Le pressioni sui prezzi continuano a rappresentare la più grande minaccia per l’economia mondiale nel 2023. L’inflazione primaria globale raggiungerà probabilmente il picco, tuttavia l’inflazione di fondo resterà ancora a lungo a livelli elevati e comincerà a muoversi in direzione dei target delle banche centrali solo nel 2024”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea Independent Investors.

La corsa dei prezzi, l’inasprimento della politica monetaria e la forte insicurezza generalizzata pesano sulle prospettive economiche. Esiste una netta discrepanza tra i dati dell’economia reale, che continuano a segnalare il vigore delle economie nazionali, e gli indicatori anticipatori, in calo da mesi, indicanti che le grandi economie sviluppate potrebbero trovarsi già in territorio di contrazione. Grazie al calo dei prezzi energetici e delle materie prime, all’attenuarsi delle strozzature sul lato dell’offerta e all’indebolimento congiunturale globale, in molte regioni l’inflazione complessiva potrebbe essere prossima al picco. Tuttavia continuerà a viaggiare a livelli elevati: nel 2023 scenderà al 6,5%, ma minaccia di consolidarsi in ambiti critici come salari, affitti e terziario.

Le banche centrali di tutto il mondo devono muoversi con cautela. Molte banche centrali hanno annunciato che ridurranno le misure di inasprimento o hanno già rallentato i ritmi dei rialzi per esaminare il pieno impatto delle misure finora adottate. La politica monetaria rimarrà probabilmente restrittiva al fine di ripristinare da un lato la stabilità dei prezzi e dall’altro per non alimentare le aspettative di tassi d’inflazione futuri ancora più alti. La politica finanziaria dovrebbe concedere sgravi volti ad attutire gli effetti del rincaro dei prezzi dell’energia, evitando tuttavia di pregiudicare l’efficacia della stretta monetaria e puntando a ridurre gradualmente l’indebitamento.

Nel complesso, il rischio di errori politici è fortemente aumentato: le banche centrali rischiano di fare troppo o troppo poco. Un inasprimento eccessivo potrebbe precipitare l’economia mondiale in una grave recessione o innescare una crisi finanziaria, mentre una stretta troppo modesta porterebbe al consolidamento dell’inflazione, al disancoraggio delle aspettative di inflazione e all’aumento delle spese future per domare la dinamica del prezzi. Le banche centrali faranno attenzione a evitare una recessione, tuttavia nel dubbio opterebbero per un inasprimento più pronunciato allo scopo di riprendere il controllo dell’inflazione. “In questo contesto, i rischi di una grave recessione sono a nostro avviso moderati, giacché i mercati del lavoro restano solidi, i bilanci dei consumatori e delle aziende sono robusti, la situazione delle banche è molto migliore di com’era dopo la crisi finanziaria globale e gli istituti centrali procederanno con cautela nell’inasprire le proprie politiche per evitare il crollo dell’economia.

Pertanto, l’economia mondiale scivolerà in una recessione poco profonda, con alcuni trimestri di crescita negativa (recessione tecnica), per poi entrare in un periodo di crescita debole, frenata dalla persistente inflazione e da un orientamento monetario più restrittivo”, conclude Siviero (nella foto). “Tuttavia si rilevano nette differenze tra le diverse regioni: l’Eurozona e il Regno Unito potrebbero già trovarsi in una recessione, mentre le future decisioni di politica monetaria della Fed potrebbero consentire agli Stati Uniti di salvarsi per un pelo. In Cina la crisi dipenderà in larga misura dall’allentamento delle restrizioni anti-Covid e dalla capacità del paese di gestire la crisi del mercato immobiliare. Mentre i paesi emergenti asiatici e latinoamericani sembrano avere sotto controllo i rischi di inflazione e nel 2023 potrebbero essere in grado di sostenere la crescita globale”.

Andrea Scauri: stop ai rialzi delle banche centrali a inizio 2023

La continuazione di questo rally è legata alle aspettative di un cambio di rotta della Fed. Biotech, green capex, cybersecurity, difesa e concessioni, i settori su cui Lemanik punta per il proprio portafoglio.

“L’indebolimento della crescita globale continuerà per i prossimi due-tre trimestri, a causa del peggioramento degli indicatori macro, inasprimento delle condizioni di credito, riduzione della liquidità, crisi energetica nell’Ue. I messaggi delle banche centrali sottolineano che le politiche monetarie restrittive non sono ancora terminate, ma ci sono segnali che indicano una pausa nel ciclo di rialzi nel primo semestre del 2023 e una conseguente stabilizzazione dei costi di finanziamento”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Special Situations.

I mercati hanno registrato un forte rimbalzo dall’inizio di ottobre, grazie all’estremo posizionamento ribassista e alla stabilizzazione dei rialzi dei tassi. Dopo il recente rimbalzo, il posizionamento degli investitori è ora meno estremo e invita a una maggiore cautela nel breve termine in assenza di segnali positivi sul fronte macroeconomico. I dati macro continuano a segnalare un deterioramento delle condizioni: negli Stati Uniti, l’indice PMI composito per il settore manifatturiero è sceso da 50,4 a 47,6 a novembre, mentre il settore dei servizi è sceso da 47,8 a 46,1. Soprattutto, i nuovi ordini del settore privato sono scesi al ritmo più veloce da maggio 2020, quando la prima ondata della pandemia Covid-19 ha colpito. In Europa, gli indici PMI sono stati complessivamente leggermente superiori alle attese, ma sono rimasti saldamente al di sotto della soglia dei 50 punti, ovvero la linea di demarcazione tra espansione economica e recessione economica.

Per quanto riguarda i tassi statunitensi, il rendimento del decennale Usa è sceso di -30 pb al 3,75%, così come l’inflazione attesa, scesa di -25 pb al 2,3%. L’inversione della curva dei tassi Usa 10Y-2Y è leggermente aumentata, segnalando così un aumento della probabilità di recessione. In Europa, il rendimento del bund tedesco si è ridotto di -18pb all’1,96%, mentre il rendimento del titolo decennale italiano è sceso di -42 pb al 3,9%, con un restringimento dello spread BTP-Bund. Inoltre, il rallentamento del ritmo dei rialzi dei tassi a breve termine sembra meno evidente grazie alla recente tenuta degli indici dei responsabili degli acquisti e a un’inflazione che si è dimostrata più resistente rispetto agli Stati Uniti. I commenti più recenti della Bce sembravano aprire la porta a un allentamento dei tassi a 50 pb nella riunione del 15 dicembre, anche se il membro del Consiglio direttivo Isabel Schnabel ha rimesso sul tavolo un rialzo di 75 pb. Anche la banca centrale svedese (Riksbank) ha aumentato i tassi di 75 pb la scorsa settimana con una mossa da falco, mentre è già in atto una pausa nelle banche centrali dei paesi CE3 (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria).

Negli USA, i verbali dell’ultima riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) hanno rafforzato le aspettative che il Comitato intenda aumentare i tassi di 50 pb alla riunione del 14 dicembre (da 75 pb alla riunione di novembre). Nel complesso, se da un lato l’attesa riduzione della pressione sui tassi d’interesse è coerente con la stabilità dei multipli di mercato dopo il forte de-rating di inizio anno, dall’altro i fondamentali offrono ancora poco supporto, con una continua scarsa visibilità sull’entità e la durata dell’attuale rallentamento economico. Confermiamo la nostra opinione secondo cui la continuazione di questo rally è legata alle aspettative di un cambio di rotta della Fed.

Nel frattempo, però, l’attenzione deve essere rivolta agli utili societari e alla guidance che si terrà nel febbraio 2023, con i risultati del quarto trimestre. I rischi sono ancora inclinati verso il basso. “In un contesto macro e geopolitico ancora fragile e sulla scia del recente rimbalzo dei mercati azionari, abbiamo modificato parzialmente la nostra asset allocation”, evidenzia Scauri. “Abbiamo ridotto in modo sostanziale il nostro posizionamento sui titoli finanziari; le posizioni chiave del nostro portafoglio si concentrano invece su biotech, con Vivoryon che rimane una delle partecipazioni principali del nostro portafoglio; Green capex: con titoli come Danieli che beneficeranno di un ciclo di investimenti a lungo termine nei rispettivi settori; Difesa, con Thales che è a nostro avviso il nome migliore per sfruttare l’atteso aumento della spesa per investimenti nei paesi europei; Concessioni, con Getlink (Eurotunnel) che è stato ridotto e sostituito da Sacyr; Cybersecurity, un tema chiave in questo scenario”.

L’epopea dei “calciatori-asset” nasce da lontano. Analisi di sei campioni e del loro patrimonio

Cosa succede quando le stelle del football lasciano il campo? Da Pelé a Maradona, passando per Cristiano Ronaldo e Messi, i calciatori più famosi diventano asset e brand su cui investire.

Di Marco d’Avenia

Li vediamo esultare, disperarsi, esaltare un paese o condannarlo alla sconfitta. Ma quando si spengono i riflettori, solo pochi calciatori riescono a mantenere il tenore di vita assaporato in gioventù, sia pure nella “dorata schiavitù” di allenamenti giornalieri e forma fisica impeccabile per sostenere prestazioni sportive ai massimi livelli. I più, quelli che hanno trascorso la propria carriera nelle massime serie e che hanno saputo accumulare senza sperperare in auto di super-lusso e follie varie, si godono il denaro risparmiato nella breve finestra lavorativa più proficua (che raramente supera i 7 anni), ma sono in pochissimi quelli che riescono a fare di sé stessi un vero e proprio “asset”, con tanto di brand personale con cui continuare a produrre fatturati a sei zeri anche quando si sono appesi gli scarpini al chiodo. 

Si prenda, ad esempio, Cristiano Ronaldo. Dopo cinque Palloni d’Oro, cinque Champions League, quattro Mondiali per Club, un Europeo con il Portogallo e tanto altro, il fuoriclasse dovrà presto arrendersi al tempo, avendo anche concluso in lacrime, con la sconfitta del suo Portogallo ai quarti di finale, il torneo più atteso dai calciofili del pianeta. Infatti, questo in Qatar ha l’aria di essere stato il suo ultimo mondiale, e nel 2023 Cristiano Ronaldo potrebbe approdare – il condizionale è d’obbligo, viste le recenti smentite – all’Al-Nassr FC, che avrebbe pronto un contratto-monstre da 200 milioni di euro a stagione. Se però la carriera del fuoriclasse portoghese (che ha 37 anni) si avvia verso la fine, la storia del brand “CR7” è ancora tutta da scrivere. Cristiano Ronaldo, infatti, è il terzo sportivo al mondo ad aver raggiunto ricavi per un miliardo di dollari dopo il golfista Tiger Woods e il pugile Floyd Mayweather. Il suo patrimonio (circa 350 milioni di dollari) non è però solo frutto di straordinarie gesta sportive: “CR7” è un asset finanziario che va oltre il rettangolo di gioco, grazie ad un contratto a vita con la Nike (20 milioni di dollari l’anno), diritti d’immagine per varie multinazionali (45 milioni l’anno), una linea d’abbigliamento intimo (“CR7 Underwear”) e una catena di alberghi di lusso (“Pestana CR7 Lifestyle Hotels”).

In realtà, la storia dei calciatori-asset non è proprio recente, e nasce nel secolo scorso con Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé. È il 14 giugno 1970, in Messico si gioca il quarto di finale Brasile-Perù e l’arbitro è pronto a dare il via alla sfida. A questo punto Pelé si ferma e allaccia i suoi scarpini Puma. Un gesto quasi banale, che però nasconde una strategia di marketing: il numero 10 per questa trovata riceve 120 mila dollari dal marchio tedesco, che rompe così il cosiddetto “Pelé Pact”: una sorta di patto di non belligeranza tra Puma e Adidas, che avevano rinunciato a farsi la guerra sull’immagine del brasiliano. Dopo la parentesi ai New York Cosmos, Pelé si ritira nel 1977, ma non si ferma; partecipa a diverse gare di beneficienza e presta la sua immagine a molti brand di prodotti di largo consumo, riuscendo a guadagnare anche più di quanto non avesse fatto durante il periodo in cui aveva giocato. Si dà anche al cinema, e nel 1981 recita in “Fuga per la vittoria”, film di John Huston con un casting stellare. All’alba degli anni Ottanta, Atari gli dedica un videogioco: “Pelé’s Championship Soccer”. Dopo l’avventura in politica negli anni Novanta, nel 2010 Pelé fa parte della cordata per salvare i New York Cosmos. Ad oggi si calcola che il patrimonio netto di Pelé tocchi i 185 milioni di dollari, cifra frutto di intelligenti investimenti, concordati con il suo team di esperti.

Poi arriva l’epoca del grande Diego Armando Maradona, genio e sregolatezza (anche finanziaria, per  via  dei problemi di dipendenza) e ormai mito puro per via della sua prematura scomparsa. Su “El Pelusa” si avventano da sùbito i primi sponsor. È sempre Puma il più lungimirante, e stila per l’argentino di Villa Fiorito un contratto fino al 1986 pari a 500 mila euro all’anno di oggi. Arriva anche Coca-Cola: un triennale da un miliardo delle vecchie lire. Una montagna di soldi che finisce per stravolgere la vita del giocatore, che nel 1984 diventa anche testimonial per McDonald’s in Spagna. La carriera del “Pibe de Oro” è stata solcata da trionfi e gol iconici da una parte, e da roboanti cadute dall’altra. Anche Maradona, dopo il tumultuoso ritiro, ha continuato a curare i propri affari. In particolare, nel 2006 fa scalpore la pubblicità escogitata da Guaraná Antarctica, bibita più diffusa in Brasile: Maradona (pagato per l’occasione 150 mila dollari) scende in campo con la maglia verdeoro, ma è solo un incubo. Dopo la tragica morte di “D10S”, è difficile fare una stima della sua eredità (si parla di “soli” 60 milioni di dollari).

L’esclusione di Maradona dai Mondiali di USA 1994 consente a un’altra stella di emergere. Luís Nazário de Lima, più semplicemente Ronaldo, negli Stati Uniti resta in panchina durante tutte le partite. Ma dal Brasile è già arrivata la voce che è nato un nuovo Pelé. Nello stesso anno, il Cruzeiro cede Ronaldo al PSV Eindhoven e ci si accorge che i rumour erano fondati. Dall’Olanda alla Catalogna il passo è breve, e Ronaldo esplode al Barcellona. Questa volta nell’affare entra la Nike, con un contratto da 10 miliardi di lire (siamo alla fine degli anni Novanta). Anche la nazionale brasiliana beneficia dell’accordo: dal 1996 la Nike è sponsor tecnico della Seleção, con un contratto da 200 miliardi di lire in 10 anni. Massimo Moratti, da poco presidente dell’Inter, vuole portare Ronaldo a Milano. L’affare è gigantesco: 48 miliardi di lire più 4,5 miliardi di supplemento aggiuntivo al Barça. Moratti, però, conduce una trattativa anche con la Nike. Il Baffo di Oregon dà il via libera e dal 1997 la Nike compare anche sulle maglie nerazzurre.

Dopo il ritiro, Ronaldo ha continuato a investire fino all’acquisizione nel 2018 del Valladolid, società di calcio spagnola che oscilla tra la Serie A e la Serie B iberica. Un successo finanziario, visto che “il Fenomeno” ha ereditato dalla vecchia gestione 30 milioni di euro di debiti e ora il bilancio è saldamente in attivo. L’anno scorso Ronaldo ha acquistato anche la maggioranza delle azioni del Cruzeiro, squadra che lo ha lanciato nei professionisti. Anche qui il brasiliano ha fatto centro con una promozione in Serie A brasiliana che mancava da tre anni. A oggi il patrimonio di Ronaldo è stimabile in circa 155 milioni di euro.

Dal Brasile all’Argentina e ritorno. Questa volta è il turno di Lionel Messi, che per anni si è conteso la palma di migliore al mondo insieme a Cristiano Ronaldo. “La Pulce” ha due anni in meno del portoghese ma non per questo sta rimanendo con le mani in mano. Il 10 argentino ha infatti a disposizione un capitale di circa 250 milioni di euro, che intende investire quanto prima. Nell’ottobre scorso, infatti, Messi ha annunciato che è al lavoro per fondare la “Play Time Sports-Tech HoldCo LLC”, una holding che dalla Silicon Valley investirà in sport, tecnologia e media in tutto il globo. Senza contare poi il suo contratto a vita con Adidas (12 milioni di dollari l’anno), gli accordi con Pepsi e Huawei e lo stipendio da sceicco con il Paris Saint-Germain (37 milioni di euro netti a stagione, bonus compresi). Tuttavia, mentre per Cristiano Ronaldo il mondiale in Qatar è finito, per Messi il sogno continua. E pensare che per il torneo iridato Cristiano Ronaldo ha creato con “Binance”, piattaforma di exchange per criptovalute, un’esclusiva collezione di NFT (“Not fungible token”) dal valore potenziale di oltre mezzo milione di dollari. Solo le aste, che stanno al momento assegnando gli NFT ai vari iscritti di Binance, potranno accertare la vera entità dell’affare.

Nonostante si sia ritirato nel 2013, David Beckham ha ancora un patrimonio netto valutato in almeno 450 milioni di dollari. Ciò indica che anche dopo il ritiro, fattura più di quando giocava nella Champions League. David e sua moglie Victoria hanno costruito la loro personalità come coppia influente, e messi insieme hanno una fortuna di circa 700 milioni di sterline. Dopo aver raccolto le sue entrate dalla carriera calcistica, “Becks” ha dimostrato di essere un astuto uomo d’affari anche dopo il suo ritiro, avvenuto nel 2013. Ha investito in piccole e grandi imprese che gli assicurano un reddito costante, e ha creato un portafoglio di attività diversificato con investimenti e proprietà di varie società. Le sue entrate legate all’immagine di ex campione di calcio vengono raccolte da una società chiamata “Footwork Productions“, con cui ha fatturato oltre 341 milioni di dollari fino ad oggi. Ma sono i social media la fonte più promettente per superstar come Beckham: con 66 milioni di follower su Instagram e 54 milioni su Facebook, le sue piattaforme social gli garantiscono entrate consistenti, pari a svariati milioni di sterline l’anno.

In definitiva, da Pelè a Maradona, passando per Ronaldo, “CR7”, Messi e Beckham – e l’elenco potrebbe continuare con Cruijff, Platini e Ronaldinho, solo a titolo di esempio – un unico comune denominatore unisce questi campioni, oltre alla circostanza di aver raggiunto l’apice del successo praticando il medesimo sport: tutti loro sono diventati un brand a sé stante, un marchio internazionale che apre molte porte e costituisce patrimonio immateriale dal notevole valore, proprio come per le grandi aziende, anche da morti (come nel caso di Maradona). Ed è proprio il marchio, nella sua essenza, che genera ulteriore ricchezza trasfigurando la funzione del semplice cognome e incarnando eventi di gloria sportiva vissuti e condivisi da miliardi di persone e da diverse generazioni. E’ la magia del calcio, che non ha pari anche quando diventa soltanto finanza e affari.

Consulenti finanziari indipendenti vs consulenti non autonomi: una inutile rivalità

La necessaria convivenza di due figure molto differenti all’interno di un unico organismo ha finito per creare una certa confusione di ruoli e una inutile competizione. Non esistono i consulenti “giusti” e quelli “sbagliati”, ma due professioni differenti.

Di Alessio Cardinale

In tema di Consulenza Finanziaria Indipendente e non autonoma (quella dei consulenti con mandato) non sono rari i tentativi di rimarcare le differenze tra le due categorie di professionisti con modalità un pò “partigiane”. Esiste, infatti, una certa rivalità tra le due categorie – oggettivamente oggi molto più sentita dai consulenti autonomi – che non restituisce con chiarezza agli utenti una analisi efficace su vantaggi e svantaggi derivanti dal farsi assistere dall’una o dall’altra tipologia di professionisti – o da entrambe contestualmente, perché no? – accomunati come sono da una “necessaria” convivenza amministrativa all’interno di un unico Organismo di gestione e vigilanza (sia pure in due distinte sezioni).

Nel 2018, grazie al Regolamento Consob n. 20307, è stato possibile tradurre normativamente l’opportunità di dare dignità professionale e futura massa critica alla Consulenza Finanziaria Indipendente, che già esisteva da tempo e non era normata, attraverso il nuovo OCF (Organismo Unico Consulenti), all’interno del quale è stata istituita una sezione dove possono iscriversi professionisti autonomi e società di consulenza finanziaria (SCF) non dipendenti da alcun operatore bancario-finanziario. Pertanto, oggi gli utenti possono richiedere i servizi di due categorie distinte di consulenza, ognuna con il proprio modello di business: quello della Consulenza Non Autonoma, senza importanti innovazioni strutturali – ad esempio lo “sdoganamento” del contratto di consulenza indipendente, ossia quello slegato dalla diretta distribuzione di strumenti finanziari – passerà rapidamente dalla fase della “maturità” a quella del “declino”, mentre la seconda (la consulenza indipendente) è delle due la professione con un grande futuro davanti, ma con un presente ancora poco significativo in termini quantitativi e identitari.

Sfortunatamente, l’accostamento di queste due figure così differenti all’interno di un unico contenitore ha generato un effetto collaterale, creando una certa confusione di ruoli e una evidente competizione, nonchè una sequela di luoghi comuni e di “spinte ideali” volte alla svalutazione puntuale del ruolo dei consulenti non autonomi, troppo spesso definiti come professionisti incapaci di uscir fuori dal “sistemico” conflitto di interessi che neanche il contratto di consulenza e la forte riduzione dei margini commissionali – insieme alle consolidate architetture “multibrand” – sono riusciti a mitigare secondo i più accesi detrattori. Anzi, è recente l’attacco di alcune associazioni internazionali di consumatori verso l’applicazione delle commissioni di consulenza, maliziosamente definite come “incentivi” e non come legittimo corrispettivo di un servizio veicolato proprio dai consulenti finanziari non autonomi, sia pure in conflitto di interessi “sistemico” che, visto il larghissimo utilizzo di strumenti finanziari di terzi e di ETF, è ormai del tutto teorico.

Quella del conflitto di interessi e delle commissioni gravanti sugli strumenti finanziari sono sempre stati il cavallo di battaglia di quanti, anche tra i media nazionali – il Fatto Quotidiano, per esempio, ne ha fatto una rubrica quasi fissa condotta da personaggi un po’ ridicoli e di dubbia competenza, tutti intenti a sparare ad alzo zero sui consulenti non autonomi – si sono scagliati in questi ultimi quattro anni contro la Consulenza Finanziaria non Autonoma e contro i suoi addetti, i quali (ricordiamolo) lavorano in regime di mono-mandato non per propria volontà o mera convenienza personale, ma in virtù di norme vigenti e vincolanti per tutti gli appartenenti alla categoria. Ebbene, affermare che l’attuale assetto della Consulenza non Autonoma sia professionalmente e “moralmente” discutibile per via dei costi del servizio, equivale ad affermare che le norme in vigore, regole MiFID comprese, abbiano la stessa natura immorale e discutibile, poiché permetterebbero il determinarsi di una leadership commerciale che proprio non piace a quanti stanno portando avanti una competizione poco tecnica e molto “politica”, che mira alla conquista di maggiori quote di mercato e che, su queste basi, nulla ha a che vedere con lo sviluppo e la tutela del Risparmio.

Il duello rusticano basato sui costi, infatti, non è affatto opportuno per la stessa Consulenza Indipendente, poichè anche i suoi clienti sostengono dei costi, sotto forma di parcella, e i consulenti indipendenti hanno legittimamente bisogno di sostenersi economicamente per non affondare, come qualsiasi professionista. Ad eccezione del “consiglio volante” dato all’amico fraterno, non esiste in Finanza la consulenza pro bono (come per gli avvocati, ad esempio), e questo è un fatto universalmente noto a tutti. Ebbene, sui costi delle reti, così come su quelli applicati dalla  consulenza autonoma, da circa quattro anni vige l’obbligo della disclosure (rendicontazione annuale iper-dettagliata e comprensibile), ma è unicamente sull’industria del Risparmio Gestito che esiste una corposa letteratura sui costi medi applicati non solo in Italia, ma in tutta Europa; non è così per la nascente industria della Consulenza Indipendente, dove a fianco di circa 60 autorevoli società di consulenza (SCF) e di ottime associazioni di categoria (NAFOP, AssoSCF e Ascofind, per esempio), operano più di 200 professionisti (su circa 550 in totale) regolarmente iscritti all’Organismo Unico e non facenti parte di una SCF, dai quali non arrivano nè dati periodici nè sufficiente informazione sui costi applicati alla clientela, per cui risulta impossibile stabilire una media di mercato attendibile. 

Si può dire, agli amici indipendenti, senza alcuno spirito di polemica, che questa assenza di dati non è esattamente un fatto positivo per la trasparenza del settore, e che potrebbe nascondere, da parte dei professionisti non appartenenti ad alcuna società di consulenza, l’applicazione di parcelle mediamente più elevate rispetto a quelle pubblicizzate e applicate dalle SCF? E che se anche fosse così, come potrebbe essere possibile sindacare i legittimi (e sostenibili) accordi economici raggiunti tra un consulente indipendente ed il proprio cliente, anche se di valore sopra la media/SCF, senza ledere il principio di discrezionalità professionale che, se è quasi del tutto assente per i consulenti non autonomi, è molto presente per quelli indipendenti, ed anzi ne costituisce un punto di forza di questa splendida professione?
E se domani, proprio su questo tema della trasparenza dei costi applicati dalla Consulenza Indipendente alla clientela, il settore della banche-reti chiedesse a gran voce di mettere sotto la lente di ingrandimento l’esatta entità della “parcella media“, magari anche allo scopo di contrastare la sicura avanzata della Consulenza Indipendente presso la clientela di pregio – il che rischia di sottrarre masse di risparmio elevate ai consulenti non autonomi, come potrebbe non essere letto dagli indipendenti come un colpo basso?

La verità è che la svalutazione puntuale dei concorrenti, in qualunque ambito del commercio, si rivela sempre come un gioco al massacro con conseguenze negative per tutti. Probabilmente, per capire dove la Consulenza Finanziaria nel suo complesso si potrebbe trovare tra dieci o venti anni, si dovrebbe prendere esempio dal mondo dell’Avvocatura, all’interno della quale esistono diverse tipologie di avvocati distinte per specializzazione (civilisti, penalisti, amministrativi, fiscalisti, societari etc) e dove nessuno si fa la guerra: provate a chiedere ad un legale di denigrare pubblicamente un collega, o di violare le regole deontologiche di correttezza reciproca, e vedrete come vi risponderà. Allo stesso modo, le due categorie di consulenti finanziari, pur lavorando nel medesimo settore, sono già completamente diverse l’una dall’altra, ed in futuro il criterio della specializzazione prenderà sempre più piede. Quella odierna non è solo una diversità basata sulle modalità di erogazione/distribuzione degli strumenti di investimento alla clientela, ma è anche una diversità di approccio, contenuti e soluzioni, talmente marcata da creare due “mondi” che, pur essendo accomunati dallo stesso organo di vigilanza, hanno pochissimi punti di contatto, anche in relazione ai target di investitori.

Eppure, nei detrattori della consulenza non autonoma, spesso sembra quasi di percepire il sogno mai rivelato in cui tutti i consulenti abilitati fuori sede, dall’oggi al domani, si spogliano dell’abito cucito addosso dalla normativa e diventano improvvisamente “quelli giusti”, ossia indipendenti, smettendo così di essere “quelli sbagliati”. E’ un pò come affermare che tutti i geometri dovrebbero trasformarsi in ingegneri, o tutti i ragionieri commercialisti in dottori commercialisti, solo perchè trattano (sia pure con modalità differenti) la medesima materia, ma i primi non hanno la laurea.

Peraltro, ognuna delle due categorie di consulenti presenta un “deficit di servizio” fondamentale, che le rende rigidamente separate: i consulenti non autonomi non possono erogare consulenza indipendente, poiché sono legati alla distribuzione di un contratto di consulenza che vede come sottostanti le operazioni sugli strumenti finanziari – che sono potenzialmente migliaia, non qualche decina – collocati dalla propria mandante, ai quali possono dare esecuzione certa; i consulenti autonomi, al contrario, erogano consulenza indipendente ma non possono avere certezza dell’esecuzione del consiglio di investimento, essendo quest’ultima affidata alla prontezza del cliente nell’eseguire personalmente presso la propria banca le operazioni di acquisto e vendita.

Un punto in comune tra le due categorie, semmai, lo possiamo trovare nel modo in cui esse subiscono gli effetti economici delle congiunture mondiali, in particolare sul reddito generato dagli addetti. Infatti, qualunque sia il metodo con cui i professionisti vengano pagati – direttamente dai clienti quelli indipendenti, tramite provvigioni di rete quelli non autonomi – entrambi condividono la medesima base di calcolo: il valore del patrimonio amministrato. Sia le reti di consulenza finanziaria che i consulenti indipendenti e le SCF, nell’ultimo anno, hanno condiviso appieno il crollo delle quotazioni nei mercati azionari e obbligazionari. In termini di management fee – la c.d. retribuzione/provvigione di mantenimento e gestione del portafoglio – infatti, ciascun consulente finanziario non autonomo ha visto decurtati i propri ricavi annui in misura proporzionale rispetto al calo della quotazione degli strumenti di risparmio gestito presenti nel portafoglio clienti (mediamente del 15-20%). Parimenti, gli indipendenti hanno visto scendere i ricavi generati dalla parcelle, poiché le loro fee sono applicate in percentuale rispetto al minor valore del patrimonio. 

Tuttavia i consulenti autonomi, rispetto a quelli abilitati fuori sede, hanno anche vantaggi non indifferenti. Il primo è che gli asset amministrati – c.d. A.U.M., asset under management – su cui calcolare le parcelle comprendono spesso anche il patrimonio immobiliare e la gestione delle sue problematiche (amministrazione, valorizzazione, flussi etc), a differenza degli AUM dei consulenti non autonomi, che comprendono esclusivamente i valori mobiliari; il secondo vantaggio è rappresentato dalla possibilità, in teoria, di manovrare discrezionalmente la propria parcella anche in aumento, tutelando il livello dei propri ricavi, mentre i consulenti abilitati fuori sede non hanno alcuna possibilità di agire sulla propria tabella provvigionale, che negli ultimi quindici anni ha invece subito continui aggiornamenti al ribasso da parte delle reti.

In definitiva, sarebbe auspicabile che i consulenti finanziari indipendenti possano avviare una politica di crescita facendo leva sulle caratteristiche specifiche di questa grande professione, evitando di svalutare in modo così smaccatamente competitivo la Consulenza non Autonoma. Del resto, tra i due è proprio il loro settore quello con con margini di crescita anche nel lunghissimo periodo, soprattutto per i giovani; e presto raccoglierà proprio dai giovani più talentuosi una certa preferenza culturale per via di uno status innegabile, di assenza di barriere all’entrata e di un maggiore appeal.

Pertanto, a cosa serve questa inutile rivalità?

Compravendite immobiliari ancora in aumento nel III trimestre 2022. In luce i capoluoghi

Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate fino al terzo trimestre 2022, in Italia si è verificata una crescita delle transazioni rispetto allo stesso periodo del 2021. I tempi di vendita toccano il minimo storico.

Continua la crescita delle compravendite immobiliari in Italia, confermando l’andamento positivo su scala nazionale, ma il terzo trimestre preso singolarmente rivela una contrazione delle transazioni rispetto al terzo trimestre del 2021. E’ questa la sintesi degli ultimi dati sul mercato immobiliare italiano.

Secondo l’ufficio Studi Tecnocasa, in Italia sono state scambiate 175.268 abitazioni residenziali, con un aumento del +1,7% rispetto allo stesso periodo del 2021. Come già accaduto nel secondo trimestre dell’anno, i comuni capoluogo hanno registrato un aumento delle compravendite maggiore rispetto ai comuni non capoluogo, invertendo il trend che si era consolidato post lockdown. Infatti, tra le grandi città italiane spiccano la performance di Bari (+28,2%), di Palermo con +12,2%, di Milano con +10,4% e di Bologna con +10,0% rispetto allo stesso periodo del 2021. Limitando l’analisi al terzo trimestre, tuttavia, si registra una contrazione dei volumi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente in alcune grandi città come Firenze (-5,5%), Milano (-5,1%) e Napoli (-2,9%). È la prima volta che accade nell’anno in corso. Nelle altre realtà metropolitane il terzo trimestre, invece, evidenzia un aumento degli scambi.

Alla luce dei dati attuali, per la fine dell’anno si prevede un numero totale di compravendite intorno alle 760-770 mila unità, in aumento rispetto al 2021; ma il risultato finale sarà condizionato dall’andamento dell’economia, dal clima di fiducia delle famiglie e dall’andamento del mercato del credito dopo gli aumenti dei tassi. Tale contesto economico, così incerto e volatile per le famiglie, fa registrare un aumento delle aste immobiliari e delle vendite all’incanto, che nella prima metà dell’anno hanno sfiorato quota 110.000 (+16% rispetto al 2021); tuttavia, i risultati di fine anno dovrebbero posizionarsi ad un livello ancora inferiore rispetto a quanto raggiunto nel 2019.

Relativamente ai tempi di vendita, nel terzo trimestre 2022 è stato toccato il minimo storico degli ultimi 10 anni, pari a 108 giorni per le grandi città – queste ultime con un miglioramento di 6 giorni rispetto alla precedente rilevazione – e per tutte le realtà territoriali. Il mercato immobiliare, pertanto, si dimostra veloce e dinamico alla luce della domanda vivace e dell’offerta in diminuzione. Ancora una volta Milano e Bologna si confermano le città più veloci, rispettivamente con 52 e 69 giorni, con la differenza che Milano segnala una diminuzione di 10 giorni rispetto ad un anno fa, mentre Bologna un aumento di 6 giorni. Le città con tempi più lunghi sono Bari con 141 giorni e Palermo con 132 giorni, entrambe con un trend in diminuzione. Tempi sostanzialmente stabili a Genova (127 giorni) e Napoli (100 giorni), mentre le diminuzioni maggiori si sono registrate a Verona (da 135 a 122 giorni) e Palermo (da 143 a 132 giorni).

Le realtà dell’hinterland delle metropoli registrano una sostanziale stabilità nei tempi di vendita, pur restando in un contesto di velocizzazione delle transazioni: in media, per vendere un immobile occorrono 148 giorni. I tempi di vendita più brevi si segnalano nell’hinterland di Firenze (118) seguito da quello di Verona (127). Quest’ultimo, in particolare, registra un miglioramento di 14 giorni rispetto a un anno fa, un dato che non sorprende alla luce del fatto che esso include molte località del lago di Garda dove il mercato, da alcuni semestri a questa parte, è estremamente vivace grazie agli acquisti di case vacanza. Peggiora invece l’hinterland di Bari, con un aumento di 14 giorni (178 giorni).

Passando ai capoluoghi di provincia, chi decide di vendere casa deve mettere in conto mediamente 134 giorni, decisamente meno di quanti ne avrebbe impiegati un anno fa, quando ne occorrevano 143. C’è stata quindi una contrazione di 9 giorni, che ha fatto in modo che anche nei capoluoghi di provincia si raggiungessero i livelli minimi degli ultimi dieci anni. I dati analizzati, in definitiva, evidenziano che chi sta acquistando casa sta velocizzando le decisioni di acquisto, sia a causa della bassa offerta sul mercato sia per timore di incappare in ulteriori aumenti dei tassi di interesse. Veloci anche gli investitori che intendono impiegare la liquidità messa da parte per evitare che sia erosa dall’inflazione crescente. Chi invece sta valutando l’acquisto, sta dimostrando una maggiore prudenza alla luce dello scenario economico più incerto e del cambiamento in atto sul mercato creditizio. Saranno i prossimi mesi a dirci se tutto questo inciderà sui tempi di vendita, allungandone la durata.

La Juve non avrebbe potuto essere quotata in Borsa? L’inchiesta adesso fa paura al mondo del calcio

Non smette di produrre novità e interesse il caso Juventus. La Società rischia grosso e la dirigenza bianconera ha evitato di un soffio le misure cautelari. Finirà come al Palermo di Zamparini?

di Marco d’Avenia

Questi finora i fatti: la Juventus è indagata come soggetto giuridico nell’inchiesta “Prisma”, condotta dai PM della Procura di Torino. Le accuse riguardano i bilanci relativi alle annate che vanno dal 2018 al 2021 e includono i seguenti reati: false comunicazioni sociali di società quotate in Borsa, emissione di fatture false, notizie false e manipolazione del mercato e ostacolo all’esercizio delle funzioni dell’autorità di vigilanza. Tra gli indagati, anche veri e propri “pezzi da novanta” dell’ormai ex entourage bianconero, come Andrea Agnelli, Pavel Nedved, Fabio Paratici (ora direttore generale del Tottenham) e Maurizio Arrivabene (“traghettatore” fino alla formazione del prossimo CdA). Relativamente al bilancio, approvato lo scorso 3 dicembre, si evidenziano perdite pari a 239,3 milioni di euro.

Di fronte a questo dato, anche la UEFA ha aperto un’inchiesta per indagare su presunte violazioni del Financial fair play, mentre la FIGC – dopo l’archiviazione per l’esame di italiano “facilitato” a Perugia per l’attaccante Luis Suarez – sta valutando se riaprire il fascicolo alla luce dei nuovi elementi emersi in questi giorni. Nel frattempo, il titolo in Borsa della Juventus ha perso il 30% del proprio valore da inizio anno, toccando il minimo di 0,25 euro per azione. Il titolo è scambiato ad un’alta frequenza, il che comporta un’elevata volatilità, e non sono in pochi a temere l’arrivo di una tempesta finanziaria; tuttavia John Elkann, amministratore delegato di Exor, al momento ha scongiurato l’ipotesi di un’ulteriore ricapitalizzazione del gioiello sportivo più prezioso della famiglia Agnelli. L’immissione di nuovi liquidi nella società, infatti, è una ipotesi che preoccupa il mercato, che detiene il 24,33% delle oltre 2,5 miliardi di azioni, mentre Exor ne controlla il 63,77%.

La lettera ai dipendenti della società dipinge uno scenario in cui la Juve si trova in difficoltà. Lo stesso Agnelli ha deciso, di concerto con John Elkann, di abbandonare la nave nel momento di maggiore pericolo, allo scopo di “contenere i danni” e salvarla.

Tuttavia, questa mossa potrebbe non bastare. Negli ambienti bianconeri si ha la sensazione di trovarsi in svantaggio in quello che potrebbe essere considerato uno dei momenti più delicati della storia della Juventus. Il nuovo CdA, che sarà operativo solo a gennaio, avrà dunque un compito ben preciso: ribaltare i confronti con la Procura di Torino e con l’opinione pubblica. La tesi dei PM è la seguente: senza le plusvalenze il patrimonio netto della Juventus sarebbe andato in rosso e quindi il club “non avrebbe potuto operare negli esercizi in discorso, né essere quotata in Borsa”. Un’accusa che la società torinese ha sempre rigettato, difendendo la bontà della sua condotta finanziaria. In suo soccorso, nelle ultime ore, è arrivata la decisione del giudice per le indagini preliminari Ludovico Morello, il quale ha per ora respinto le accuse presentate dai PM, ricordando come le plusvalenze siano prassi costante nel mondo del calcio da quando esistono i diritti Tv, affievolendo non poco l’ipotesi del dolo e, conseguentemente, l’entità del reato. Inoltre, il GIP ha motivato affermando che gli accusati sono tutti incensurati e che le manovre sul taglio stipendi 2020 e 2021 siano strettamente collegate alla pandemia Covid. Tuttavia, al di fuori delle vicende giudiziarie in corso, si potrebbe ipotizzare che la “parte lesa”, in questa vicenda, è certamente rappresentata dai tifosi.

Una realtà che, per certi versi, richiama quella già vissuta dai tifosi dell’U.S. città di Palermo dopo le dimissioni e l’arresto di Maurizio Zamparini, padre-padrone del club siciliano dal 2002 al 2017 e scomparso di recente. Anche in quel caso, i tifosi si ritrovarono ad ingoiare una delusione dopo l’altra dopo gli sfarzi dei vari Dybala, Cavani, Belotti, Ilicic, Pastore, Grosso, Miccoli e Amauri, solo per citarne alcuni. E pensare che nel 2009 Il Sole 24 Ore premiò l’operato dell’U.S. Palermo, che nel giugno dello stesso anno approvò un bilancio tra i più positivi delle società di Serie A. Poi la crisi economica mise a dura prova le finanze di Zamparini, che in una lettera aperta ai tifosi nel 2011 confessò di aver speso per il Palermo oltre 84 milioni di euro, 21 dei quali di tasca propria. Senza contare poi il fatto che, a ogni chiusura di esercizio, il club rosanero andava quasi sempre in perdita in quanto le uscite superavano sistematicamente i ricavi.

Al buco di bilancio evidenziato dalla Procura, in tutta probabilità, contribuì in larga parte la gestione spregiudicata degli allenatori, in un declino economico-finanziario senza soluzione di continuità, culminato con le accuse di falso in bilancio per il triennio 2014-2016 e di false comunicazioni alla Commissione di Vigilanza sulle Società di Calcio Professionistiche (Covisoc). Anche nel caso dell’U.S. Città di Palermo, i tifosi sono stati le vera parte lesa della vicenda, costretti a vedere dissolvere l’esperienza dolce-amara – ed a tratti esaltante – della propria squadra, rapidamente precipitata dai fasti della serie A all’inferno della D; molti  di loro, probabilmente, si stanno chiedendo perché per Andrea Agnelli e soci non siano ancora scattate le manette e perché, al contrario, la richiesta di misure cautelari per i dirigenti bianconeri formulata dalla Procura sia stata respinta già a fine ottobre.

Quale che sia la risposta, i rischi a cui vanno incontro la Juventus e gli altri imputati dell’inchiesta “Prisma” non sono da considerare meno seri. Ad inguaiare la Vecchia Signora, infatti, ci sono le intercettazioni raccolte dagli stessi pm di Torino, che rivelerebbero un sistema di plusvalenze fittizie, prodotto da una “decisione aziendale complessiva, imposta e condivisa dai vertici”, scrivono i magistrati. Se si considerano anche le due cosiddette “manovre stipendi”, attuate per ridurre il peso degli ingaggi, ecco che i PM arrivano a calcolare come ci sarebbero oltre 70 milioni di euro fuori bilancio. In più, la Consob ha ipotizzato per la Juventus l’ipotesi di violazione dell’art. 154-ter del TUF (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), dove si rende obbligatorio il giudizio di conformità sul bilancio da parte di una società di revisione.

Gli scenari futuri dipenderanno dalle decisioni dell’autorità giudiziaria, che potrebbero innescare, oltre ad un possibile delisting di Borsa in caso di procedure concorsuali/fallimentari, anche un processo anche dal punto di vista sportivo, che potrebbe generare sanzioni fino alla retrocessione e alla revoca degli scudetti. Nel caso del Palermo, i punti di penalizzazione furono 20 per la stagione di Serie B 2018/2019, ai quali seguirono poi l’esclusione dalla Serie B e il fallimento nell’ottobre del 2019. Sono ipotesi come queste quelle che più spaventano i tifosi e tutto il sistema-calcio italiano, che per anni ha fatto delle plusvalenze un’arma contabile utile a sopperire alle follie del calciomercato che, nonostante tutto, continua a sfuggire ad ogni forma di controllo.

Rapporto CENSIS, Federpromm: in evidenza il ruolo e l’importanza del consulente finanziario

Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili.

Di Rita Casula *

Recentemente, il Censis ha presentato il 56° rapporto sulla situazione sociale del Paese presso il Cnel, da cui emerge un Paese toccato da vulnerabilità e insicurezza. È “la malinconia” a definire oggi il carattere degli italiani, il sentimento proprio del nichilismo dei nostri tempi, corrispondente alla coscienza della fine del dominio onnipotente dell’”io” sugli eventi e sul mondo e alla certezza e al timore di doversi misurare con eventi esterni incontrollabili quali la pandemia, la guerra, la crisi economica e quella energetica.

In questo scenario, fra le tante declinazioni sociali ed economiche esaminate dall’Istituto emerge come le opportunità di lavoro siano inadeguate, come il mito del posto fisso e il lavoro stesso abbia perso la sua leva identitaria. La retribuzione spesso non è all’altezza delle aspettative e, nonostante i giovani siano molto preparati (spesso hanno una laurea con il massimo dei voti e un master post universitario), l’offerta di lavoro consiste quasi sempre in un tirocinio gratuito e stipendi da 800 euro mensili. L’Italia, infatti, è l’unico Paese dell’OCSE con economia avanzata che ha registrato una riduzione del valore della retribuzione negli ultimi 30 anni, esattamente il 30% in meno rispetto al 1990. In Germania, per esempio, il 30% in più. E questo induce molti giovani a lasciare il Paese.

Siamo inoltre i primi nella classifica Neet, quella che comprende i giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, e gli ultimi per occupazione femminile. Un aspetto interessante è dato dalla propensione degli italiani per gli “investimenti green” su cui il rapporto fa interessanti osservazioni. Il 57,4% dei risparmiatori italiani considera positivamente l’idea di investire in prodotti finanziari e in imprese sostenibili. Maggiormente convinti sono i residenti nel Nord-Ovest (61,7%), i laureati (67,9%) e le persone con redditi alti (76,6%). L’89,8% dei risparmiatori vorrebbe, però, che ci fossero istituzioni o enti certificatori terzi per garantire che gli investimenti green siano effettivamente conformi agli obiettivi e ai criteri annunciati dai proponenti.

Quella della “certificazione verde” è uno snodo cruciale dell’attuale mega-trend della Sostenibilità, poichè consentirebbe di concretizzare le intenzioni dichiarate dai risparmiatori sugli investimenti green, permettendo di superare la persistente confusione e diffidenza. Resta irrisolta, ad oggi, la questione della definizione univoca di che cosa sia da intendere per “investimento green” e  il timore di possibili operazioni di greenwashing è assolutamente giustificato. Per questo gli italiani reputano essenziale l’istituzione di intermediari di riconosciuta terzietà che garantiscano che quello che viene dichiarato green lo sia effettivamente. In ogni caso, gli sforzi delle istituzioni europee per pervenire a una uniformità tassonomica e concettuale non sono stati risolutivi. Il 57,5% dei risparmiatori italiani ritiene “indispensabile” l’assistenza di un consulente finanziario nella scelta degli investimenti da indirizzare su imprese, settori, progetti sostenibili. Convinti di avere bisogno di una consulenza fidata e di competente certe per orientarsi in tempi di forte incertezza, lo sono ancora di più quando si parla di investimenti green.

* Ufficio stampa Federpromm

Lo slancio dell’economia USA fa paura ai mercati. Eppure, in mezzo alla pioggia c’è chi vede il sole

Il mercato azionario USA tra previsioni di ulteriori ribassi e visioni “contrarian” di un inaspettato rialzo dei prezzi. Secondo Bank of America, possibile una crescita dello S&P500 fino a 4.600 punti.

Parte negativamente la settimana per le borse internazionali. Mentre l’area degli emergenti mostra una certa vivacità grazie anche alle buone notizie provenienti dalla Cina in merito all’allentamento dei lockdown, i principali indici di Wall Street sono in calo dopo che dati migliori del previsto sul settore dei servizi hanno alimentato il nervosismo sul possibile ulteriore inasprimento delle politiche monetarie da parte della Fed e dello spostamento temporale del picco dei tassi da Marzo a Maggio 2023. Infatti, i dati hanno mostrato un rimbalzo dell’occupazione nel settore dei servizi a Novembre, dando la netta sensazione che lo slancio dell’economia statunitense non sia finito, e che la tanto paventata (e prima auspicata) recessione non sia poi così vicina.

Rimanendo negli Stati Uniti, l’atteggiamento di Wall Street nei confronti del mercato azionario nel 2023 appare pertanto ribassista, ma secondo Bank of America potrebbe esserci più di un fattore rialzista a determinare un’inversione di tendenza nei prezzi delle azioni. Mentre un certo numero di analisti azionari (Morgan Stanley e Deutsche Bank) hanno suggerito che l’S&P 500 potrebbe scendere fino a 3.000 l’anno prossimo, con un potenziale calo di circa il 26% rispetto ai livelli attuali, Savita Subramanian di Bank of America ha affermato che l’S&P 500, al contrario della maggioranza delle opinioni, potrebbe salire del 13-14%, a 4.600 punti, proprio sull’idea che Wall Street sia troppo ribassista. “Wall Street è troppo ribassista, il che è un segnale rialzista”, ha detto, indicando l’indicatore del sentiment Sell Side di BofA vicino a far lampeggiare un segnale di acquisto. “L’indicatore Sell Side – ha aggiunto l’analista di BofA – è sceso di oltre 6 punti percentuali da inizio anno, al 52,8%, più vicino a un segnale di acquisto che a un segnale di vendita, sebbene ancora in territorio neutral. Questo livello implicherebbe una possibile crescita dei prezzi fino al 16% nei prossimi 12 mesi”.

Nel dettaglio, un segnale decisamente “buy” verrebbe generato se l’indicatore Sell Side scendesse ancora di un ulteriore 1,3% dai livelli attuali, e cioè al 51,5%, e ciò potrebbe accadere già a gennaio se il ritmo intrapreso da inizio anno dovesse continuare. “Storicamente, quando l’indicatore Sell Side è stato ai livelli attuali o inferiori, i successivi rendimenti dello S&P 500 a 12 mesi sono stati positivi il 94% delle volte, e il rendimento medio a 12 mesi è stato del 22%”, ha affermato Subramanian.

C’è da dire che gli indicatori contrarian sono difficili da cronometrare e non sempre funzionano, ma quando il sentiment degli investitori raggiunge gli estremi, come è sul punto di fare sulla base dell’indicatore Sell Side di BofA, gli investitori dovrebbero prestare attenzione e tenersi pronti ad accumulare in modo più incisivo. Il rischio maggiore, attualmente, è quello rappresentato dalla restrizione quantitativa della Federal Reserve, che potrebbe innescare rischi di liquidità in diverse aree dei mercati e comprimere eccessivamente gli utili aziendali (le previsioni per il 2023 parlano di un calo del 9% degli utili per azione per le aziende dello S&P 500). Infatti, la Fed continua con la riduzione del suo bilancio di $ 8,6 trilioni a un ritmo di $ 95 miliardi al mese, e questo mette paura agli investitori. In ogni caso, sembra inevitabile l’attraversamento del 2023 tra i flutti di una notevole volatilità per l’intero anno prossimo.

Sono già evidenti, peraltro, i rischi di liquidità nel mercato dei Treasury statunitensi, e queste preoccupazioni probabilmente diventeranno più pronunciate il prossimo anno perché la Cina non acquista più nuove emissioni di buoni del Tesoro americani. Questo rischio di liquidità potrebbe ripercuotersi sulle azioni perché il mercato dei Treasury è una funzione chiave di determinazione del prezzo sia dei mercati del credito che di quelli azionari tramite il tasso privo di rischio. Man mano che gli acquirenti escono dal mercato dei Treasury aumenta il tasso privo di rischio, il che pone il finanziamento del debito societario su un terreno più instabile e genera uno sconto maggiore per i prezzi delle azioni.

Inoltre, la ormai scontata recessione che colpirà le economie il prossimo anno sarà molto diversa da quelle “normali”. Infatti, si entrerà in recessione con  le imprese e i consumatori che godono di un bilancio solido e sono meno esposti al rischio di credito e alla leva finanziaria rispetto alle precedenti recessioni. Nel frattempo, le aziende hanno un grande incentivo a investire nelle loro attività per rimanere competitive, il che è positivo per l’economia. Pertanto, secondo Savita Subramanian “non sarà necessario alcun salvataggio come quello del 2008, per cui la Fed potrebbe pensare di impegnarsi in una stretta quantitativa temporalmente più lunga per frenare l’inflazione, generando ulteriore ribasso per le azioni”. “Il mercato in genere tocca il fondo sei mesi prima della fine di una recessione, quindi conviene scommettere – e quindi accumulare – sulla fine della recessione entro il terzo trimestre del 2023″, conclude Subramanian.

Sistema pensionistico al collasso, i fondi pensione sempre più indispensabili per i più giovani

In un sistema pensionistico che si sta gradualmente “americanizzando”, sottoscrivere un fondo pensione diventa una necessità per tutti, soprattutto per i più giovani. Ecco una analisi dei suoi fattori di convenienza.

In Italia, il tema delle pensioni è uno dei più discussi, soprattutto negli ultimi anni. Per molti cinquantenni, che nella seconda metà del secolo scorso avevano visto i propri genitori andare in pensione anche prima dei cinquanta annidi età, la pensione oggi sembra lontanissima, soprattutto per via delle varie riforme che negli ultimi decenni si sono succedute, “marcando” negativamente il nome dei vari ministri che le hanno varate. Sta di fatto che adesso l’età in cui si va in pensione è aumentata sempre di più, e soprattutto le nuove generazioni – complice un tasso di natalità quasi dimezzato rispetto agli anni ’70 – andranno in pensione con il sistema contributivo, a differenza di quanti, ancora oggi, godono del sistema retributivo.

E’ un sistema, quello pensionistico, che si sta gradualmente “americanizzando” in tema di pensioni (e pericolosamente anche in tema di Sanità), e i lavoratori più giovani sarebbero obbligati ad attivarsi in largo anticipo sulla propria previdenza, poiché versare i propri contributi non è più sufficiente per vivere dignitosamente in futuro. Il problema è che il “messaggio” di effettuare una severa pianificazione previdenziale, nella categoria che ne ha oggi più bisogno, non è ancora passato a sufficienza nel comune sentire degli italiani, ed è probabile che, se lo Stato non avvierà una seria e martellante campagna di informazione sull’argomento, esisterà presto una “generazione zero” – quella degli attuali babyboomers o patrimonials – che sbatterà contro al problema delle pensioni povere e del tenore di vita insostenibile, prima che le generazioni immediatamente successive, di fronte al disagio vissuto da chi li ha preceduti, non imparino la lezione e comincino finalmente a pianificare per obiettivi come regola di vita.

In buona sostanza, arriverà il momento in cui la fine del principio solidaristico intergenerazionale si manifesterà in tutta la sua virulenza, con un probabile capovolgimento di fronte: i figli che dovranno aiutare economicamente i genitori, pur avendo redditi medi molto bassi – in Italia non esiste il reddito minimo, e sembra che nessuno in Parlamento abbia intenzione di istituirlo – e divorati dall’inflazione. Uno scenario da allarme sociale, cui servirà porre rimedio dopo gli sprechi del passato: baby pensioni, pensioni anticipate, assegni uguali o addirittura superiori all’ultimo stipendio, pensioni d’oro etc.

Oltre a questo e a monte di tutto, lo Stato ha dovuto far fronte a un aumento del numero di pensioni erogate a causa – come dicevamo – di un progressivo invecchiamento della popolazione. E così, per via della bassa natalità e dell’aumento dell’aspettativa di vita, il numero di persone appartenenti alla terza età è altissimo rispetto al secolo scorso. Inoltre, l’età media in cui si inizia a lavorare si è anch’essa alzata, e questo ha portato il sistema pensionistico nazionale ad indebolirsi. Di fronte a questo scenario, lo strumento più adatto e “forzoso” di risparmiare (in modo similare alla contribuzione obbligatoria, per le sue caratteristiche) per avere un buon tenore di vita in vecchiaia è il Fondo Pensione, e cioè quello strumento che permette a tutti i lavoratori di avere una pensione complementare, la cui somma si aggiunge a quella che gli garantirà lo Stato.

In concreto, ogni mese una parte del proprio stipendio viene accantonata e inserita nel Fondo Pensione. Al termine della propria vita lavorativa, il titolare potrà godere di una rendita pensionistica sul totale dei contributi accantonati, oppure riscattare in denaro il 50% del montante maturato (capitale versato più rendimenti) e l’altra metà sotto forma di rendita. La differenza principale con la pensione erogata dall’INPS, è che l’importo di quest’ultima varia a seconda dell’andamento del PIL italiano, che dall’entrata nell’Unione Europea è stato inadeguato a sostenere un tasso di crescita in linea con quello degli altri paesi dell’UE. I fondi pensionistici privati, invece, basano il proprio risultato sull’andamento dei mercati azionari e obbligazionari europei e mondiali, e questo li rende più affidabili e sicuri, soprattutto nel lungo periodo.

Sottoscrivere un Fondo Pensione è molto semplice, basta compilare un modulo apposito scaricabile da internet con il quale si autorizza il datore di lavoro a mettere da parte una percentuale del nostro stipendio da versare poi nel fondo. La somma di denaro da accantonare in un Fondo Pensione varia a seconda del “tasso di sostituzione” (che si può trovare sul sito dell’INPS tramite l’apposito simulatore), ossia del rapporto in percentuale tra l’importo della prima pensione mensile e l’ultimo stipendio o reddito percepito prima del pensionamento. Generalmente i lavoratori dipendenti riescono a godere mediamente di una pensione pari al 70% della retribuzione durante la vita lavorativa, mentre i lavoratori autonomi solo del 50%, ma queste proiezioni sono destinate a peggiorare nel tempo. Pertanto, aprire un Fondo Pensione nel momento in cui si inizia a lavorare è diventato fondamentale.

Dal punto di vista fiscale, il Fondo Pensione presenta vantaggi indiscutibili, che si sommano ad un regime di costi di gestione tra i più bassi rispetto a tutti gli altri strumenti finanziari di accantonamento faceti parte dell’universo del c.d. Risparmio Gestito. Infatti, ad accezione del libero professionista a partita IVA in regime forfettario (che non può godere di alcuna deduzione fiscale ma solo del vantaggio intrinseco dell’accantonamento forzoso per un miglior tenore di vita futuro), il professionista con regime fiscale ordinario può dedurre dal proprio reddito lordo le somme versate nel Fondo Pensione fino a 5.164,57 di euro annui. Il lavoratore dipendente è ancora più avvantaggiato dalla sottoscrizione di un Fondo Pensione; infatti, egli potrà dedurre le  somme accantonate fino a 5.164,57 di euro annui ed potrà anche versare il TFR (a sua discrezione) nel Fondo Pensione, beneficiando della tassazione nel momento dell’erogazione della prestazione pensionistica – e non annualmente – e di un’aliquota compresa tra il 9% e il 15% (in base agli anni di contribuzione nel fondo), mentre l’aliquota applicata al TFR lasciato in azienda sarà pari alla media delle aliquote Irpef degli ultimi 5 anni di lavoro, e quindi da un minimo del 25% ad un massimo del 44%.

Infine, tra i tanti altri vantaggi, la tassazione delle plusvalenze finanziarie del Fondo Pensione avviene tramite una aliquota agevolata del 20%anzichè del 26%, e ciò contribuisce notevolmente ad aumentare l’appeal di questo strumento così utile anche a proteggere il patrimonio dagli attacchi esterni di terzi (creditori vari, Stato): il TFR versato nel Fondo Pensione è “blindato”, impignorabile ed insequestrabile (ad eccezione dell’intervento di una sentenza penale), poiché risponde alla finalità previdenziale dell’individuo, che nei giudizi civili supera le pretese di eventuali creditori. Cosa che non accade per il TFR lasciato in azienda, regolarmente pignorabile e sequestrabile qualora sorretto da una sentenza civile esecutiva.

Articolo redatto con la collaborazione di https://www.prontoassicuratore.it

Italpress, nuova sede a Milano. Borsellino: continua la nostra crescita

“Un cammino che ci vede oggi leader nell’informazione multimediale con 120 tv e 370 siti partner che rilanciano i nostri contenuti. Essere a Milano per noi è un orgoglio e una emozione”.

Taglio del nastro per la nuova sede milanese dell’Italpress. L’inaugurazione si è tenuta alla presenza del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, dei sindaci di Milano e Palermo, Beppe Sala e Roberto Lagalla, del sottosegretario all’editoria, Alberto Barachini, del vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè. Presenti anche i vertici lombardi e milanesi delle forze dell’ordine: il generale Andrea Taurelli, comandante regionale dei Carabinieri; il generale Iacopo Mannucci Benincasa, comandante provinciale dell’Arma di Milano;  il generale Francesco Mazzotta, comandante provinciale della Guardia di Finanza; il maggiore Paolo Bombaci, capo ufficio operazioni delle Fiamme Gialle.

A pochi passi dal centro, in corso di Porta Vittoria, la nuova redazione e gli studi televisivi ospiteranno alcune delle principali produzioni multimediali dell’agenzia di stampa fondata e diretta da Gaspare Borsellino, tra cui Primo Piano ed €conomy, le rubriche condotte da Claudio Brachino.  “Dopo Palermo, dove Italpress è nata e dove si trova la nostra redazione centrale, e dopo l’inaugurazione della sede di Roma, Italpress continua la sua crescita. Una sfida iniziata 34 anni fa. Milano è una tappa importante di questo cammino”, afferma Gaspare Borsellino. “Un cammino che ci vede oggi leader nell’informazione multimediale con 120 tv e 370 siti partner che rilanciano i nostri contenuti. Essere a Milano per noi è un orgoglio e una emozione”.

“Vedo sempre con grande favore la crescita dell’informazione, mai fondamentale come in questo periodo. Italpress è una di quelle agenzie riuscite con la loro capacità ad avere successo nel nostro Paese, partendo da Palermo e arrivando a Milano”, ha sottolineato il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. “Le agenzie sono diventate ancora più centrali nell’informazione. Fate bene a restare ancorati a Palermo e a guardare allo stesso tempo a Milano. Avete fatto una cosa straordinaria, partendo dalla Sicilia, con coraggio. Un atto di fiducia, attraversando momenti non facili. Una fiducia ben riposta. Voi questo mestiere lo fate bene. Ho sempre trovato in voi un atteggiamento professionale”, ha aggiunto il sindaco di Milano Giuseppe Sala.

Gaspare Borsellino è stato profeta in patria e poi altrove. Per l’Italpress oggi è un nuovo riconoscimento, partendo da un territorio non sempre ospitale per chi vuole fare ma che gli ha riconosciuto il merito e a Borsellino ha riconosciuto le capacità di imprenditore. Italpress ha saputo affermarsi in maniera professionale, onesta, non avvelenata da strumentalizzazioni improprie, con spirito di servizio ai cittadini”, ha sottolineato il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla. “Costanza, pazienza, perseveranza sono alla base dell’impresa dell’Italpress. Una impresa – ha evidenziato il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulèfondata sulla capacità di riempire dei vuoti di informazione in settori di nicchia che 34 anni fa nessuno riempiva. Oggi Italpress è una agenzia diversa perché non è mai venuta meno al suo ruolo di agenzia: dare notizie certificate, senza cedere alla voglia di retroscena e di raccontare quello che le agenzie non devono raccontare. Una particolarità fa la differenza ed è motivo di assoluta unicità nella capacità di coniugare una multimedialità che non è mai banale. Sono certo che con questo Dna il prossimo passo sarà la proiezione internazionale. La Sicilia ha tutti i numeri per diventare un hub mediterraneo e Italpress ci sarà”.

Per il sottosegretario all’Editoria, Alberto Barachini, “il coraggio di chi fa impresa seriamente deve trovare una risposta dalle istituzioni. Sosterremo la qualità, premiando chi fa informazione nel rispetto della trasparenza dei bilanci, delle risorse pubbliche che gli vengono attribuite, chi ha la capacità di stare in piedi con le proprie gambe e fare informazione rigorosa. E questa è l’agenzia che ha il minore contributo dal mio dipartimento. Al vostro coraggio risponderà un impegno da parte nostra”.

Fonte: https://www.primaonline.it/2022/12/02/367617/istituzioni-e-autorita-e-politica-salutano-la-nuova-sede-milanese-di-italpress/