Luglio 30, 2026
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Il segmento immobiliare del lusso non smette di creare interesse. Un mercato che vale 10 miliardi

Chi cerca una residenza di lusso apprezza la forte attenzione ai dettagli, soprattutto nelle nuove costruzioni, per le quali si considera, oltre al contesto, la tecnologia all’avanguardia, la classe energetica e le amenities condominiali. I prezzi del 2021 di cinque città a confronto.

Quello degli immobili di prestigio è un settore che rappresenta una quota di mercato pari a circa 10 miliardi di euro, e continua ad interessare soprattutto chi è alla ricerca di una prima abitazione ed ha un’elevata disponibilità di spesa, tale da permettersi le soluzioni ampie (almeno 180-200 mq), con spazi esterni e avanzati sistemi di sicurezza, unitamente alla posizione non defilata ma che assicuri un’adeguata privacy. Non manca l’interesse, inoltre, per il segmento del lusso, con dimore in fascia di prezzo superiore ad 1 milione di euro costituite da appartamenti di grande pregio ubicati nei centri storici delle città (50%), oppure da ville (20%), da palazzetti e/o attici (rispettivamente il 7% e il 13%) e case indipendenti, loft, rustici e casali (10% del mercato). In particolare, sono i superattici quelli più ricercati tra coloro che desiderano una dimora di prestigio.

Se volessimo tracciare un “profilo” dell’acquirente-tipo di questo segmento, chi cerca una residenza di lusso apprezza la forte attenzione ai dettagli, soprattutto nelle nuove costruzioni, per le quali si considera, oltre al contesto, la tecnologia all’avanguardia, la classe energetica e le amenities condominiali, come ad esempio gli spazi dedicati al relax e al benessere, come fitness room, il servizio di portierato e locali multifunzione. Le richieste si focalizzano essenzialmente sulla zona giorno (con saloni di rappresentanza e ampie cucine), la master bedroom con ampie cabine armadio. Gli immobili d’epoca, con affreschi, travi a vista e scalinate importanti attirano sempre. Anche sul segmento degli affitti di prestigio, che rappresentano una “super-nicchia” di mercato, si registrano tendenze simili.

I dati diffusi recentemente dall’ufficio studi di Tecnocasa analizzano le quotazioni odierne delle maggiori città italiane, suddivise per quartieri o macro-aree.  

MILANO – A Milano le zone con più appeal rimangono Garibaldi-Moscova-Brera, Porta Nuova e City Life. Il quartiere di Isola riscuote sempre interesse da parte degli acquirenti grazie anche all’appeal dato dal vicino Bosco Verticale e dai numerosi locali; la zona nel tempo si è ampiamente riqualificata e rivalutata, i prezzi partano dai 6000 euro al mq.  In forte crescita le zone interessate dall’imminente arrivo della nuova linea metropolitana M4 e le zone oggetto di futura riqualificazione degli scali ferroviari. Nella zona di corso Genova e via De Amicis, dove si muove un target con ottima disponibilità di spesa e dove c’è sempre un’elevata domanda ma un’offerta decisamente contenuta, si concentrano tipologie più signorili che, ristrutturate, raggiungono i valori elevati: 7000-8000 euro al mq. In viale Papiniano sono in corso interventi di nuova costruzione immessi sul mercato a 8000 euro al mq.

Nel quartiere di Porta Romana-Crocetta resta la preferenza per le ampie metrature, spazi esterni e le aree più richieste sono quelle di via Quadronno, piazza Mondadori e limitrofe dove ci sono soluzioni di pregio che possono arrivare a 9000 euro al mq se in ottime condizioni e con spazi esterni o begli affacci. Punte di 10 mila euro al mq sono toccate dalle tipologie nuove, ma per scendere di prezzo ci si può dirigere verso le abitazioni più signorili presenti in via Alberti, via Giovanni da Procida e le strade limitrofe, che hanno quotazioni medie di 5000 euro al mq. Prezzi simili anche in piazza VI Febbraio che beneficia della vicinanza del parco di City life. Nella zona di City Life molto richiesta è piazza Giulio Cesare, la cui offerta però è esigua ed i prezzi superano anche gli 8.000 euro, si tratta di soluzioni in condomini ma anche villette indipendenti molto ambite.

In piazzale Baiamonti le tipologie signorili hanno prezzi medi di 5000-6000 euro al mq. Prezzi intorno a 6000-7000 euro al mq anche per le abitazioni più signorili che sorgono nelle strade di congiunzione tra via Filzi e via Vittor Pisani. Nella macro-area di Città Studi-Indipendenza c’è un’ottima offerta di immobili di prestigio con top price di 6500 euro al mq che si affacciano su piazza Grandi (lato Fontana-Bunker), corso Plebisciti, via Compagnoni e via Hajech. Nella macro-area di Fiera-San Siro le quotazioni più elevate si raggiungono per le abitazioni presenti in via Monterosa e strade limitrofe e via Dominichino, dove si concentrano prevalentemente immobili signorili costruiti tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Le quotazioni si aggirano intorno 4000-5000 euro al mq.

ROMA – Nella Capitale continua a crescere l’interesse per gli immobili di prestigio, nonostante il periodo difficile che stiamo attraversando. Infatti, rispetto al 2020 le ricerche di immobili di prestigio sono cresciute del 25%. Nel dettaglio, la ricerca di abitazioni con prezzo compreso tra 1.200.000 e 1.500.000 di euro sono aumentate del 22%, mentre quelle nella fascia da 1.500.000 di euro a oltre i 2.000.000 hanno registrato un vero e proprio record di interesse: +39%. Gli immobili nel cuore della Capitale con ubicazioni particolari come, ad esempio, affacci su piazze importanti e storiche, se di piccolo taglio si toccano anche quotazioni di 13 mila euro al mq raggiungibili in piazza di Spagna. In piazza del Popolo e in via del Babuino le quotazioni medie sono di 8000-9000 euro al mq. Sul segmento di pregio si muovono sia acquirenti italiani sia stranieri. Valori di 7000-8000 euro al mq per le soluzioni posizionate in via Veneto, Fontana di Trevi e piazza Navona. Intorno al Pantheon e nel Ghetto Ebraico non si superano gli 8000 euro al mq per le soluzioni da ristrutturare con punte di 10 mila euro al mq per quelle in buono stato.  Nella zona del Colosseo si possono toccare punte di 6500-7000 euro al mq, con prezzi top sul pregio che non superano i 9000 euro al mq.

NAPOLI – A Posillipo l’offerta immobiliare è qualitativamente elevata e le famiglie che comprano l’abitazione principale si focalizzano sui trilocali dotati di vita panoramica sul golfo di Napoli, possibilmente con discesa diretta al mare. I valori per soluzioni panoramiche su via Petrarca si aggirano intorno a 5000 euro al mq. Sulla prestigiosa via Posillipo, dove ci sono immobili storici e signorili si toccano punte di 6000 euro al mq per tipologie ristrutturate, panoramiche, inserite in contesti di prestigio e dotate di portineria.

TORINO – Nelle zone centrali di Torino chi cerca soluzioni con caratteristiche architettoniche di pregio si orienta verso Borgo Valentino e via Massimo d’Azeglio dove, un affaccio sul parco, può arrivare a 3000 euro al mq. L’area di via Roma, piazza San Carlo e via Amendola presenta immobili d’epoca fascista, alcuni dell’architetto Piacentini, dalle metrature importanti: i prezzi per le soluzioni ristrutturate sono di 4000 euro al mq che scendono a 3000 euro al mq per le soluzioni da ristrutturare. Sono in corso interventi su immobili d’epoca per ricavare soluzioni di elevato standard con piscina e spa in comune. In questo caso i prezzi arrivano a 7000 euro al mq. Hanno metrature ampie fino a 250 mq, terrazzi con superficie che può arrivare anche al 30% di quella dell’immobile.

VERONA – Sul mercato del Centro storico si muovono per lo più famiglie che desiderano tagli superiori a 200 mq, posizionati ai piani alti con terrazzo o attici. Le soluzioni più costose sono quelle che affacciano su piazza delle Erbe e piazza Duomo, molte delle quali spesso sottoposte a vincoli delle belle Arti. Se l’immobile gode dell’affaccio su piazza può raggiungere anche i 5000 euro al mq. Si segnalano alcuni interventi di recupero, tra cui l’ex sede della Banca d’Italia, da cui si ricaveranno immobili di pregio e una serie di interventi di ristrutturazione in San Zeno.

Il decreto Sostegni bis e l’”emendamento assassino” contro agenti e mediatori creditizi

Secondo Federpromm, l’emendamento  approvato  alla Camera sul decreto Sostegni Bis pone seri quesiti di sostenibilità economica per agenti finanziari e mediatori creditizi. La norma, se approvata al Senato, colpirebbe anche i consulenti Finanziari.

In generale, il processo di formazione delle norme in materia finanziaria difficilmente è sorretto da ideali o istanze della collettività, poichè gli interessi che ruotano attorno all’oggetto prevedono esclusivamente l’azione dei gruppi di opposte fazioni, e non dei cittadini interessati. Del resto, è ormai noto a tutti che la stessa MiFID – la “regina” delle normative sulla regolamentazione dell’attività degli intermediari finanziari – sia stata voluta non dai consumatori (che rappresentano la domanda) bensì dai maggiori organismi della politica europea, con l’avallo dell’industria continentale del credito (che rappresenta l’”offerta”). Di conseguenza, di fronte agli emendamenti al decreto Sostegni bis a firma dei deputati Bellachioma, Borghi, Cattoi, Cestari, Comaroli, Frassini, Patassini, Paternoster. Giacomoni, Occhiuto, Prestigiacomo, Pella, Paolo Russo, D’Attis, Mandelli e Cannizzaro non si rimane sorpresi, poiché non è certo la prima volta che la Camera approva emendamenti “assassini” contro intere categorie di professionisti o lavoratori.

Questa tipologia di emendamenti, prevedendo un sicuro (e irrisarcibile) danno economico per una universalità di persone, ha sempre un “mandante”, e non è mai frutto delle profonde riflessioni civiche dei suoi firmatari, ai quali quell’emendamento viene di solito “telefonato” testualmente da coloro che, da esso, trarrebbero un sicuro vantaggio economico.

Capitali e consulenza

E’ la politica, baby!”, direbbero ad Hollywood; ma in questo caso non ci troviamo neanche a Cinecittà, e gli attori – anzi, le comparse – di questa sortita parlamentare sono alcune migliaia di agenti in attività finanziaria e mediatori creditizi che, in base all’emendamento in questione, sarebbero costretti a restituire parte della provvigione, legittimamente incassata ad affare concluso (come prevede qualunque contratto di agenzia), in caso di rimborso anticipato di un prestito da parte di un cliente precedentemente finanziato dalla banca per cui gli stessi agenti lavorano.

Nel dettaglio, l’emendamento prevede che “(Art. 125-sexies – Rimborso anticipato) – 1. Il consumatore può rimborsare anticipatamente in qualsiasi momento, in tutto o in parte, l’importo dovuto al finanziatore e, in tal caso, ha diritto alla riduzione, in misura proporzionale alla vita residua del contratto, degli interessi e di tutti i costi compresi nel costo totale del credito, escluse le imposte”….”…Salvo diversa pattuizione tra il finanziatore e l’intermediario del credito, il finanziatore ha diritto di regresso nei confronti dell’intermediario del credito per la quota dell’importo rimborsato al consumatore relativa al compenso per l’attività di intermediazione del credito”…. “….In caso di rimborso anticipato, il finanziatore ha diritto a un indennizzo equo e oggettivamente giustificato per eventuali costi direttamente collegati al rimborso anticipato del credito. L’indennizzo non può superare l’1 per cento dell’importo rimborsato in anticipo, se la vita residua del contratto è superiore a un anno, ovvero lo 0,5 per cento del medesimo importo, se la vita residua del contratto è pari o inferiore a un anno. In ogni caso, l’indennizzo non può superare l’importo degli interessi che il consumatore avrebbe pagato per la vita residua del contratto….”

Si tratta, pertanto, di una riedizione della desueta clausola dello “star del credere”, in base alla quale un agente deve restituire la sua provvigione in caso di inadempimento della ditta a cui è stata fatta una certa fornitura di merce e che non ha pagato le fatture nei termini previsti. La differenza, piuttosto sostanziale, è che nel caso in questione la ”fornitura” (il prestito) è regolarmente avvenuta ed il cliente non solo è adempiente, ma intende adempiere in anticipo, manifestando una volontà che è totalmente indipendente dall’attività dell’agente/mediatore il quale, in tutta evidenza, non può averne alcun controllo nè possibilità di contraddittorio. Da qui la reazione veemente di Federpromm-Uiltucs, sindacato che tutela gli interessi delle categorie colpite (compresi i consulenti finanziari), secondo la quale “…pur  comprendendo le ragioni politiche che sono legate a risolvere un problema quanto mai increscioso – quale appunto l’applicazione della sentenza Lexitor  per gli intermediari del credito – si evidenzia come l’emendamento  approvato  alla Camera sul decreto Sostegni Bis ponga dei seri quesiti alle categorie professionali quali gli agenti finanziari e mediatori creditizi (e indirettamente anche ai consulenti finanziari), che nell’ ambito dello svolgimento della propria attività professionale troveranno serie difficoltà nel proseguire tale qualificata funzione di assistenza e consulenza per la clientela che ha necessità di ricorrere al credito tramite finanziamento.

“Un paradosso dei paradossi – dichiara Federpromm nella sua nota – in piena confusione interpretativa della norma giuridica, che alimenta confusione e scompiglio fra gli operatori del settore e che non risolve il problema di fondo tipico di quegli emendamenti con i quali diverse forze politiche intendono scaricare i costi delle contraddizioni del sistema sulle figure più deboli, quali appunto gli agenti finanziari e i mediatori, che saranno costretti a restituire in quota parte le commissioni percepite ogni volta che si verifica una estinzione anticipata”. “Va anche sottolineato –  afferma l’organizzazione sindacale – che sulle regolari commissioni percepite per il servizio offerto per conto dell’intermediario, l’agente e il mediatore vi hanno regolarmente pagato le imposte, e sarà difficile per loro poterle recuperare.

Tale posizione di forte protesta sindacale è già stata espressa anche da altre associazioni professionali presenti all’interno dell’OAM, e tutte ritengono come la formulazione dei vari emendamenti approvati alla Camera metta in crisi l’intero sistema creditizio e, in realtà, si pone in netto contrasto con i principi stessi della sentenza Lexitor. Nel frattempo, il sindacato ha avviato una forte azione di sensibilizzazione nei confronti delle forze politiche affinchè venga rivisto, modificato o ritirato l’emendamento prima della sua approvazione definitiva al Senato, prevista prima del 24 luglio 2021.

Investire in Startup è questione di metodo, non di emozioni. In arrivo il tool di rating Startup Fixing

L’investimento in startup non può essere dettato solo dalle preferenze di natura emozionale, ma da un metodo razionale e replicabile per qualunque progetto di Equity Crowdfunding. A Settembre disponibile il tool di rating Startup Fixing dell’italiana ProjectBI.

Le recenti ricerche sui criteri di scelta adottati da chi ha investito in startup attraverso le piattaforme di Crowdfunding hanno rivelato che le loro preferenze sono dettate prevalentemente da elementi emozionali, i quali spesso consentono di “superare” persino il naturale sentimento di prudenza che si prova generalmente quando si acquistano azioni nei mercati regolamentati e che guida le nostre scelte. Infatti, è importante essere sempre informati sulle prospettive dell’azienda di cui diventiamo azionisti, ed la circostanza che i titoli siano quotati ufficialmente non deve costituire un deterrente verso la conoscenza di tutti gli elementi utili.

In buona sostanza, si tratta di un processo razionale – almeno così dovrebbe essere, nella maggior parte dei casi – che dà priorità al metodo, e relega l’emotività ad elemento del tutto secondario. Nel campo dell’Equity Crowdfunding, invece, si ha la sensazione che le scelte vengano dettate prevalentemente  da elementi emozionali o irrazionali, come l’interesse per un tema di importanza collettiva (clima, energie alternative, biotecnologie etc) oppure per le applicazioni informatiche di largo consumo. La  stessa Consob, sull’argomento, ha segnalato questa criticità nel suo sito dedicato all’Educazione Finanziaria “…il preponderante elemento emozionale nelle scelte di investimento in startup poste in essere dai risparmiatori, soprattutto non professionali, e il rischio di truffe, sono da tenere in considerazione prima di un investimento…..”.

Pertanto, è necessario uscire dalla “logica emozionale”, ma per farlo correttamente serve un metodo razionale di scelta e replicabile in tutti i progetti dell’Equity Crowdfunding. Su queste basi, la collaborazione di professionisti specializzati in diversi settori della finanza aziendale ha portato allo sviluppo di Startup Fixing, un tool di analisi che racchiude e sintetizza diverse discipline e competenze. Il tool è stato sviluppato da ProjetBI srl, che è essa stessa una startup innovativa italiana già conosciuta per aver creato nel 2018 (per conto di  Giuffrè Editore) la app “Indicatori di allerta”, finalizzata ad individuare precocemente segnali di crisi aziendale alla luce anche della riforma sulla Crisi d’impresa.

Ai fondatori di ProjectBI Carlo Mauri (Commercialista, Revisore ed Analista finanziario) e Roberto Massucco (Ingegnere Gestionale specializzato in sistemi informatici di analisi finanziaria) si è presto unito Alberto Villa, consulente finanziario autonomo, che ha portato il suo contributo di esperienza nella  formazione di assets d’investimenti, rendendo fruibile il tool agli investitori professionali e permettendo loro di beneficiare del set informativo che mette in evidenza, per tutte le proposte d’investimento in startup o in PMI innovative, l’intrinseca rischiosità ed il possibile rendimento atteso.

La fonte dei dati che alimentano il sistema di Startup Fixing sono gli stessi documenti obbligatori presenti  e pubblicamente consultabili nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding. In particolare, vengono selezionati ed archiviati i dati economico-finanziari presenti nei business plan e nei bilanci. Le informazioni quantitative archiviate nel database passano alla successiva fase di analisi, dalla quale si genera finalizzata una scheda di valutazione sintetica relativa al progetto proposto sulla piattaforma. “Il fulcro di Startup Fixing – spiega Carlo Mauri – si fonda sulla coerenza tra rischio e rendimento, che deve rispettare il postulato fondamentale di ogni scelta di investimento finanziario, e cioè che ad un maggior rendimento corrisponde sempre un maggior rischio”. “Pertanto – aggiunge Mauri – abbiamo individuato dei criteri che ci consentono di apprezzare gli sviluppi del progetto in chiave prospettica, basandoci esclusivamente sulle informazioni di carattere economico e finanziario presenti nei business plan, senza apportare alcuna modifica od integrazione. In particolare, grazie al tool di Startup Fixing, siamo in grado di determinare il rendimento netto teorico atteso, assumendo che la vendita delle quote della startup si realizzerà nell’ultimo anno indicato all’interno del progetto”.

In sintesi, il tool Startup Fixing (che sarà disponibile in rete da Settembre) adotta come criterio di valutazione il metodo universalmente utilizzato per questo tipo di investimenti, denominato “Venture Capital Method”. Per quanto riguarda la verifica dell’adeguatezza del c.d. valore di Pre-Money, dichiarato nel business plan del progetto, al valore futuro dell’azienda, il tool Startup Fixing applica un tasso di attualizzazione implicito derivante dal metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF). “In ogni progetto di startup – spiega Carlo Mauri – il rischio maggiore è rappresentato dal valore di Pre-Money, che viene attribuito dagli stessi soci del progetto e, quindi, sconta la possibilità di essere un po’ troppo generoso. Se il valore determinato con il metodo DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio del settore di riferimento (che è una grandezza conosciuta), questo significa che chi ha redatto il business plan ha tenuto debitamente conto dell’elevato rischio specifico che inevitabilmente caratterizza progetti di questa natura”. La risultante finale di questo processo di analisi è un rating sintetico, che attribuisce un numero di “stelle” (da 1 a 5) quale espressione qualitativa del giudizio di Startup Fixing in funzione di alcuni parametri fondamentali. Più precisamente, il rating sarà più elevato:

– se il rendimento netto teorico atteso supera (o meno) il benchmark di rendimento predeterminato per questo tipo d’investimenti;
– se il business plan espone la presenza di almeno un brevetto, rendendo più difendibile l’azienda (e i suoi azionisti) dalla concorrenza;
– se la startup non beneficia di finanziamenti da parte di terzi;
– se il valore Pre-Money di partenza, autodeterminato dai fondatori della startup/Pmi, sconta adeguatamente il livello di rischio specifico del progetto in misura tale da ridurre lo stesso valore Pre-money ad un livello più conveniente per l’investitore.

Oggi le startup e le Pmi innovative godono di una particolare attenzione non solo da parte delle autorità italiane ed europee – basti pensare alle generose disposizione in materia fiscale per gli investitori, recentemente emanate dal nostro Governo – ma sempre di più anche da parte degli investitori e dei loro consulenti, e la forte crescita della raccolta fatta negli ultimi due anni lo testimonia. La tendenza ad investire nella c.d. economia reale viene sollecitata sempre più spesso dalle Istituzioni, e si ritiene che nel giro di qualche anno anche il settore delle startup e del Crowdfunding, con le dovute limitazioni in relazione ai profili di rischio, farà parte dei portafogli di tutti i risparmiatori, ma sia le nuove aziende che i futuri distributori (banche, reti, piattaforme indipendenti) dovranno dotarsi di uno strumento di analisi preventiva come Startup Fixing.

Immobili turistici, torna l’interesse di acquirenti ed investitori

Scende l’età media e aumentano le soluzioni indipendenti. Tra il 2019 ed il 2020 la percentuale delle compravendite di case vacanza passa dal 5,8% al 6,5%. Nel 2021 parte della liquidità risparmiata durante il lockdown verrà investita nelle case vacanza.

Secondo le analisi di Tecnocasa, nel 2020 i prezzi degli immobili turistici hanno evidenziato le seguenti variazioni: -0,3% il ribasso nelle località di mare, in aumento del +0,5% le quotazioni di quelle di montagna, mentre per il lago l’incremento è del +0,3%.

MARE: le performance migliori per la seconda parte dell’anno spettano alle Marche (+2,1%), all’Emilia Romagna (+0,5%) e all’Abruzzo (+0,5%). Sostanzialmente stabili il Lazio, il Molise, il Veneto. Bene anche Sardegna, Campania e Puglia (-0,4%).  
LAGO: il traino è rappresentato dal lago di Garda che mette a segno un aumento dei valori dello 0,3% con la sponda veronese che chiude con +0,9%. Bene anche il lago di Lecco e la sponda bresciana del lago di Garda. Si conferma l’interesse all’acquisto da parte dei turisti tedeschi sul lago di Garda.
MONTAGNA: aumentano i valori immobiliari In Abruzzo (+5,9%), Veneto (+1,4%). In leggero ribasso Valle d’Aosta e Piemonte. Stabili la Lombardia ed il Trentino-Alto Adige.

“Il 2020 si chiude positivamente per il mercato della casa vacanza. Infatti, – spiega Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – a partire dalla fine del primo lockdown del 2020, si è sempre registrata una crescita delle richieste di queste tipologie che hanno risposto all’esigenza di spazi aperti da parte dei potenziali acquirenti, in particolare di quelli residenti nelle metropoli. Infatti, tra il 2019 ed il 2020 si segnala un incremento della percentuale delle compravendite di casa vacanza che passa dal 5,8% al 6,5%”.

Sempre nello stesso arco temporale si nota un importante cambiamento relativamente alla tipologia richiesta: il trilocale si conferma la tipologia più scambiata (35,2%), ma si registra un aumento di scambi delle soluzioni indipendenti che rappresentano il 29,1% delle case vacanza acquistate (dal 26,5%). La presenza di uno spazio esterno (giardino o terrazzo e balcone abitabile) diventa sempre più vincolante nella scelta di cosa acquistare. Un altro dato interessante riguarda le fasce di età degli acquirenti: c’è un aumento del 2,4% delle compravendite in quella compresa tra 35 e 44 anni. 

Interessante l’aumento di richieste di chi ha budget importanti da destinare a questo tipo di acquisto: sempre più si decide di impiegare la liquidità risparmiata durante il lockdown per investire sul mattone e la casa vacanza è una di queste scelte. Gli acquirenti italiani desiderano soprattutto la vicinanza alle spiagge e la presenza dei servizi, mentre gli acquirenti stranieri prediligono maggiormente la tranquillità e la salvaguardia della privacy. Spesso optano per soluzioni tipiche, ma sono attirati anche dalle nuove costruzioni. La percentuale di stranieri che ha acquistato con Tecnocasa si è ridotta e dal 10,7% è scesa all’8,7%. Le restrizioni sugli spostamenti hanno determinato una minore presenza di stranieri e, infatti, una maggiore sofferenza si è registrata nei mercati dove c’è sempre stata una discreta componente di acquisto straniera.

Un altro dato che si conferma è il ricorso al credito per l’acquisto della casa vacanza, che ha interessato il 21,8% degli acquirenti con un aumento del 4,7% rispetto ad un anno fa. I mutui vantaggiosi, infatti, hanno sostenuto gli scambi in questo segmento di mercato.  

Fed nella “trappola del debito”. Una pura scommessa contro l’inflazione

La Banca Centrale Usa non è in grado di modificare la sua politica monetaria e continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente. In caso contrario, sarà il mercato a modificare il costo del debito per il sistema.

“Il sistema finanziario Usa non è più in grado di reggere la minima politica monetaria restrittiva e la Fed è totalmente “disarmata” dinnanzi a una possibile impennata dell’inflazione. L’attuale leverage nell’economia degli Stati Uniti ha infatti “infettato” il sistema e la Banca Centrale Usa è finita nella trappola del debito.” È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

La Fed non è in grado di modificare la sua politica monetaria e quindi continuerà a sostenere che l’inflazione è un fenomeno solo temporaneo, sperando che lo sia veramente, prosegue Novelli. La politica monetaria ha esaurito i suoi effetti e può solo rimanere appiattita sui tassi a zero. Infatti, mentre ulteriori stimoli monetari non avrebbero alcun effetto sull’economia reale, un minimo cambiamento restrittivo sarebbe più restrittivo di quanto può sembrare perché siamo ormai nella trappola del debito. Se dunque l’inflazione non fosse temporanea, la Fed non potrebbe intervenire con politiche restrittive perché produrrebbe una pesante recessione indotta da un aumento del costo dell’indebitamento che affligge il sistema. E’ dunque evidente che la Banca Centrale Usa è totalmente “disarmata” davanti ai rischi che le sue politiche monetarie hanno innescato nel sistema.

Il gestore fa notare che il Pil americano vale 20 trilioni di dollari e il debito in circolazione nel sistema è di oltre 70 trilioni di  (pubblico e privato): ipotizzando per i prossimi anni una crescita nominale del Pil del 6% (che con un’inflazione stimata al 3% produrrebbe un Pil reale del 3%), e un costo nominale medio del debito nel sistema fermo al 2% (si tenga conto che circa il 30% del debito in circolazione è di tipo speculativo e subprime a tassi molto elevati), si avrebbero questi risultati: 1) la crescita del Pil nominale al 6% produrrebbe 1,2 trilioni di dollari di nuovo reddito all’anno, 2) il costo del debito del 2% all’anno sarebbe pari a 1,4 trilioni di dollari ogni anno (ipotizzando che il debito rimanga fermo dov’è). In pratica, l’intero reddito prodotto in un anno dall’economia servirebbe a malapena solo a sostenere il costo dell’indebitamento.

Si tenga presente che l’ipotesi di crescita reale al 3% è superiore alla media di crescita dell’economia Usa degli ultimi 10 anni, che è stata del 2% nonostante perenni stimoli monetari e fiscali, mentre l’ipotesi che il debito rimanga fermo su questi livelli è decisamente ottimistica – spiega il gestore.

Se l’inflazione non sarà temporanea sarà il mercato (e non la Fed) a modificare il costo del debito per il sistema, con tutte le conseguenze del caso. Pertanto, la gestione del dollaro e dei tassi d’interesse si farà particolarmente difficile nei prossimi mesi, ed è abbastanza ovvio che i mercati finanziari si stiano prendendo dei rischi elevatissimi, affrontando questa scommessa al massimo della leva e con un profilo di allocazione su certe asset class talmente elevato che nessun errore è ammesso. Il paradosso di tale stato di cose è che tutti sperano che l’inflazione sia temporanea, ma in realtà avremmo bisogno proprio dell’inflazione per svalutare il debito gigantesco che abbiamo creato in questi ultimi vent’anni, dato che non siamo in grado di ripagarlo ma non possiamo neanche remunerarlo a costi più alti di quelli attuali.

Appare dunque piuttosto complicato – prosegue Novelli – sperare di non avere l’inflazione che vorremmo grazie alle politiche monetarie che stiamo facendo, che sono proprio finalizzate a produrla in modo non temporaneo. Siamo dunque, a mio parere, arrivati alla fine della corsa, dove tutti investono nel “reflation trade” senza però voler accettare le conseguenze del termine “reflation”, dove i mercati vorrebbero continue politiche monetarie reflazionistiche ma senza l’inflazione. Sono questi i classici contesti da “policy mistake”, dove si deve perseguire politiche ormai obbligate e continuare in un’unica e sola direzione, dato che una “exit strategy” è diventata ormai impraticabile.

Tra il 2018 e il 2019 la Fed ha iniziato a ridurre il bilancio e ad alzare i tassi d’interesse ma, in pochi mesi, l’economia si è trovata sull’orlo della recessione e la Banca Centrale americana ha dovuto innescare la retromarcia, riacquistando in poche settimane tutti i titoli che aveva venduto e riportando i tassi dal 2,5% allo 0,25% in meno di tre mesi – prosegue il gestore. Se già prima della pandemia l’economia non reggeva l’urto di politiche monetarie “meno espansive” cosa potrebbe succedere oggi pronunciando solamente la parola “tapering”?  

Il motivo per il quale il dollaro è rimasto debole nonostante le dichiarazioni restrittive è una ulteriore conferma che lo scenario a termine per la divisa Usa rimane la svalutazione. D’altronde un’economia che cresce solo sul debito monetizzato dalla Banca Centrale non può avere una divisa forte. Chi crede in scenari opposti (dollaro forte) dovrebbe essere coerente e vendere Equity e Bonds, perché scommette che la Fed alzerà i tassi e ridurrà il bilancio. Ma un dollaro esposto a rischi di svalutazione mette in crisi i flussi di capitale estero che finanziano il debito Usa. Per questo motivo la Fed ha iniziato questo “giochetto” delle dichiarazioni verbali per far credere che l’inflazione è temporanea, ma se non sarà così, interverrà a difendere il dollaro alzando i tassi?  I tassi non possono salire e il dollaro non sarà difeso in alcun modo. Lo stesso discorso vale per i Treasuries. Tutto sembra confermare che siamo giunti alla fase finale dell’efficacia delle politiche monetarie attuate dal 2008 a oggi, e la “tanto desiderata” inflazione potrebbe essere un elemento di svolta.

Se ci sarà veramente inflazione avremo disordine sui mercati finanziari e svalutazione del debito, spiega Novelli, se l’inflazione sarà solo transitoria rimarremo nella trappola del debito con un’economia in stagnazione, instabilità sociale, insolvenze e svalutazioni monetarie competitive. Gli investitori scelgano lo scenario preferibile, sapendo che, nel secondo caso, l’agonia da debito non darebbe risultati diversi ma solo posticipati e probabilmente peggiori.   

Il mattone per investimento convince ancora. Rendimento medio annuo del 5% nelle grandi città

Secondo Tecnocasa, i babyboomers e i tardo-millennials considerano ancora il mattone una modalità per diversificare il proprio portafogli, essendo una tipologia di investimento che ha già subito un forte ribasso delle quotazioni. Attenzione a servizi e zona, con un occhio alla rivalutazione del capitale.

Il mercato immobiliare sta lanciando importanti segnali di ripresa, come hanno dimostrato i dati di chiusura del 2020 e quelli relativi ai primi tre mesi del 2021. Riassumendo, nel 2020 si è registrata una contrazione degli acquisti per investimento (dal 17,9% al 16,5%) mentre è aumentata la percentuale di chi acquista per comprare la casa vacanza. Dalla fine del primo trimestre, in concomitanza con la riapertura dei settori produttivi ed il graduale allentamento delle restrizioni, le reti nazionali di mediazione immobiliare segnalano un rinnovato desiderio di acquisto per investimento, complice il miglioramento della fiducia e anche la liquidità accumulata durante il lockdown.

Secondo l’ufficio studi Tecnocasa, gli investitori – in particolare i babyboomers e i tardo-millennials – considerano ancora il mattone una modalità per diversificare il proprio portafoglio, essendo adesso una tipologia di investimento che ha già subito un forte ribasso delle quotazioni e con ipotesi di stabilità di reddito e valore a lungo termine. Inoltre, nell’ultimo anno la diminuzione dei turisti ha fermato chi acquistava con l’intenzione di fare attività ricettiva, soprattutto nelle grandi città, ma non ha trattenuto coloro che hanno voluto acquistare comunque una casa per puntare sulla sua futura rivalutazione e per ottenere comunque un rendimento da locazione, che resta interessante (2,2% annuo per bilocali e trilocali) nonostante la riduzione dei canoni che si è registrata nel 2020.  

Relativamente ai rendimenti annui lordi, i dati di Tecnocasa restituiscono un risultato del 5,0% per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane, e le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova e Verona, con il 6,2 e il 6,1%, Palermo con il 6% e al terzo posto Bari con il 5,4%. Un target, sempre molto apprezzato dagli investitori, è quello degli studenti, nonostante siano stati in parte assenti dalle aule durante la pandemia. In questo caso i quartieri vicini agli atenei o con essi ben collegati sono stati i preferiti.

Altro aspetto da considerare, il cui peso è aumentato soprattutto dopo la pandemia, è la presenza dei servizi (negozi, supermercati, scuole, ecc) all’interno dei quartieri. Questi elementi consentono di valutare l’acquisto per investimento nell’immediato, ma c’è anche chi decide di investire sul mercato immobiliare scommettendo sul futuro. E in tal caso, ad essere interessate sono le aree sottoposte ad interventi di riqualificazione e che hanno in sè tutte gli elementi per potersi rivalutare. Si potrebbe per esempio guardare ai quartieri che saranno serviti da fermate della metropolitana, in particolare quelli più periferici possono arrivare anche rivalutazioni a due cifre. Nel 2020 e nel primo trimestre 2021, la tipologia immobiliari più acquistata con questa finalità è stata il bilocale, con il 34,4% delle preferenze, a seguire i trilocali con il 26,4%.

In genere, chi investe nel settore immobiliare per il lungo periodo non guarda solo ai rendimenti da locazione, ma anche e soprattutto alla rivalutazione del capitale. A tal proposito, dal 1998 al 2020 (grandi città italiane) la rivalutazione media è stata del 37,1%. Quella che si è rivalutata maggiormente è stata Milano con 103,7%, seguita da Firenze con il 66,0% e Napoli con il 64,3%.

Le banche centrali “snobbano” l’inflazione e le borse festeggiano. Catastrofisti vs ottimisti

Di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti. Esiste però un certo numero di “catastrofisti”, secondo i quali si prepara il più grande crollo di tutti i tempi.

Di Massimo Bonaventura

Tutto è cominciato a Giugno scorso, con i verbali della riunione della Federal Reserve. Nel comunicare le loro conclusioni, i funzionari della Fed hanno affermato che “le condizioni finanziarie complessive rimangono molto accomodanti, al fine di continuare a fornire il giusto sostegno all’economia. Tuttavia, i bassi tassi di interesse stanno facendo aumentare i prezzi delle case e questo potrebbe comportare rischi per la stabilità finanziaria. (Per tale motivo) Il ritmo degli acquisti di asset (il c.d. Tapering) potrebbe essere ridotto un pò prima del previsto”.

In sintesi, per la Fed tutto rimane com’è anche con l’inflazione al 5%, poiché si tratta di un fenomeno transitorio, per cui i tassi non verranno toccati prima del 2023. Questa strategia, naturalmente, è stata studiata con la segreta speranza di non doverli ritoccare mai, i tassi di interesse, per almeno altri cinque o dieci anni, continuando a comprare debito e mantenendo alta la liquidità nel sistema. Infatti, sembra ormai impossibile concepire una politica monetaria che non preveda il ricorso a dosi massicce di Quantitative Easing come elemento “strutturale” del sistema economico, e non più “eccezionale”.

Sia pure con le dovute differenze, lo scorso 7 luglio la Bce ha annunciato, con un comunicato molto prudente (fatto precedere da molte anticipazioni), la possibilità di tollerare una inflazione superiore (ma non troppo) al 2%, qualora le condizioni dell’economia lo richiedano. Si tratta di una piccola rivoluzione nella strategia di politica monetaria in circa 20 anni di Unione Europea, e preannuncia, alla pari degli Stati Uniti, il proseguimento della politica monetaria accomodante. L’inflazione, e cioè il “grande nemico” che fu prima della Germania e poi di tutta l’Unione, verrà tollerata solo se le deviazioni intorno al livello del 2% saranno entrambe ritenute “accettabili” e quelle al di sopra di tale soglia “moderate”.

Naturalmente, di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti o pessimisti. Esiste anche, però, un certo numero di esperti “catastrofisti”, secondo i quali lo scenario appena tracciato prepara il più grande crollo di tutti i tempi. Per sostenere la loro tesi, alcuni si servono del c.d. “Indicatore Buffet“, e cioè quello che mette in rapporto la capitalizzazione di mercato di tutte le azioni statunitensi quotate in borsa e il PIL dell’ultimo trimestre disponibile. Ebbene, questo indicatore ha raggiunto nei giorni scorsi il 200%, e suggerisce che il prezzo delle azioni è troppo elevato, segnando in teoria – come accaduto anche in passato – la premessa di un crollo dei mercati finanziari.

Sarà per questo che Warren Buffett ha già liquidato molte posizioni e aumentato la liquidità del portafoglio Berkshire Hathaway? Probabilmente no, poiché l’oracolo di Omaha sa bene che l’emergenza sanitaria ha depresso il PIL in modo anomalo nel 2020, gonfiando la lettura dell’indicatore Buffett che, invece, descrive solo un ritorno ai livelli pre-pandemici, e non una vera e propria crescita del PIL dai valori del 2019. Invece, tra gli analisti pessimisti, Robert Kiyosaki  aveva affermato a Maggio scorso “il più grande crollo della storia sta arrivando, e farà esplodere la più grande bolla del mondo”, consigliando gli investitori a fare incetta di criptovalute e metalli preziosi come oro e argento. Al contrario di Michael Burry – il genio de “la grande scommessa” – che ha annunciato i prossimi crolli delle criptovalute e delle azioni Tesla. In particolare, secondo Burry quella dei Bitcoin sarà “la madre di tutti i crash”, poiché i governi interverranno pesantemente nel regolamentare le criptovalute.

Tra gli ottimisti anche UBS, che benedice una crescita dei mercati azionari e predice persino un crollo dell’oro causato dalla liquidità che confluisce abbondante sui mercati azionari. Secondo la banca svizzera, infatti, la tendenza rialzista del metallo giallo non è destinata a durare a lungo, e affinché l’oro riveda il livello di 1.900 dollari per oncia, i tassi reali dovrebbero scendere verso un intervallo compreso tra -1% e 1,2%. Ciò è altamente improbabile per UBS, mentre è più probabile che la domanda di oro diminuisca e la sua quotazione scenda a circa 1.600 dollari l’oncia – già oggi è a poco più di 1.800 – per via dell’esaurimento delle spinte inflazionistiche e della risalita del dollaro (che è già in atto).

Al di là del filone “catastrofista”, comunque, i grandi temi sui quali si potrebbe intravedere un rischio concreto per i mercati si contano nelle dita di una mano. Il primo tema – la pandemia – è quello che da oltre un anno non smette di apportare modifiche ed continui adeguamenti al nostro stile di vita, e certamente rimane quello su cui potrebbero concentrarsi le maggiori probabilità di un crollo delle borse. Infatti, se le mutazioni del virus e la delle sue varianti non liberano gli operatori dall’incertezza, si è scoperto che il sistema finanziario è in grado di gestire al meglio una situazione di gravissima emergenza sanitaria. Rimane però il rischio – tutt’altro che lontano, in considerazione di ciò che sta succedendo nel Regno Unito  – che una particolare mutazione possa portare alla nascita di un virus talmente resistente agli attuali vaccini da far tornare il clima di terrore generale, le restrizioni ed il collasso dei sistemi sanitari. Uno scenario del genere, certamente, potrebbe determinare una forte correzione dei mercati azionari ed obbligazionari, che oggi risalgono a ruota libera dando per scontata la sconfitta del Coronavirus.

Il secondo tema, che ha minori probabilità di avverarsi rispetto al primo, è quello di una iperinflazione causata dall’immissione massiccia di liquidità che non viene accompagnata da una crescita significativa del PIL. Uno scenario del genere è stato sconfessato pubblicamente sia dalla Fed che dalla Bce, le quali hanno reagito alle spinte inflazionistiche bollandole come fenomeno temporaneo e mantenendo una politica monetaria molto accomodante. Qualora, però, si dovesse manifestare il binomio inflazione elevata-PIL immobile, le dichiarazioni dei banchieri centrali si rivelerebbero come un bluff, e i ribassisti si scatenerebbero facendo correggere i mercati in maniera pesante. Oggettivamente, non si vede come ciò possa accadere prima del 2024, sempre che durante i prossimi tre anni le banche centrali non mettano in atto le dovute strategie evolutive per scongiurare un simile scenario.

Il terzo tema è quello dei fattori geo-politici, che sono in grado di influire sull’andamento dei mercati aggiungendosi ad eventuali fondamentali deludenti e amplificando le correzioni. Escludendo del tutto l’ipotesi di conflitti globali, non mancano però i “conflitti localizzati”, che non smettono mai di far danni. Tra questi, le maggiori aree di tensione sono il Medio Oriente, la Crimea invasa dai russi, la Cina che limita le libertà di Hong Kong, e lo scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina.

In definitiva, non si intravedono fattori tali da determinare “crolli mai visti prima”, ma solo elementi perfettamente gestibili dalle autorità finanziarie del mondo, sempre che queste ultime non saranno disunite nel modo di gestire i problemi e non determineranno così periodiche e fisiologiche correzioni.

JPMorgan e Pimco scommettono sui bond degli emittenti in odore di upgrade

Alcune tra le maggiori case d’investimento di Wall Street stanno scommettendo su quelle società emittenti pronte a riconquistare rating di qualità grazie all’accelerazione della ripresa economica europea.

La pandemia, per l’industria della finanza mondiale, non smette di creare opportunità a quasi un anno e mezzo dal suo inizio. In particolare, le maggiori banche quotate a Wall Street hanno lanciato una scommessa potenzialmente redditizia sui bond di società emittenti che stanno beneficiando della ripresa economica post pandemica e che potrebbero vedere aggiornato positivamente il proprio rating debitorio. Pacific Investment Management Co. e JPMorgan Chase, per esempio, hanno affermato pubblicamente che l’acquisto delle obbligazioni di società in odore di upgrade ha il potenziale per far crescere i profitti già dal 2022. E sulla scia di una pandemia che ha visto un numero record di aziende con buoni fondamentali cadere nel territorio “Junk”, la strategia – nota come investimento “rising star” (stella nascente) – sembra molto promettente.

Pimco, celebre società di investimento specializzata nei fondi obbligazionari, prevede fino a 200 punti base di sovraperformance nei tre anni medi necessari ad un emittente per uscire dal ratingspazzatura”. Come hanno fatto Smurfit Kappa Group Plc e Stellantis NV, le quali hanno risollevato il rating di obbligazioni pari a 12,5 miliardi di euro e hanno già fatto il salto di qualità quest’anno. Gli strateghi di JPMorgan prevedono che il conteggio dello stock di debito delle “rising star” raggiungerà la cifra record di 30 miliardi di euro nel 2021, e comprenderà quasi un decimo dei titoli classificati BB.

Secondo una nota di Madhubala Sriram, strategist di JP Morgan, mentre la campagna di vaccinazione coinvolge tutti i paesi e la crescita economica sembra destinata ad accelerare, l’attenzione dei gestori si sposterà sempre più verso il ciclo di aggiornamento dei rating e gli emittentirising star” come Valeo SA e ArcelorMittal SA. In generale, si pensa che gli investitori in emittenti di questa categoria possono ottenere rendimenti interessanti in un momento in cui stanno lottando contro l’inondazione di liquidità generata dalle banche centrali che spingono ancora i rendimenti verso i minimi storici.

“Dato che le valutazioni del debito governativo e corporate “investment grade” sono meno interessanti, è il momento di diversificare abbandonando l’indicizzazione passiva e concentrandosi davvero sulla selezione dei bond dal basso verso l’alto, trovando le ‘stelle nascenti’”, ha affermato Eve Tournier, responsabile della gestione del portafoglio crediti europeo presso Pimco. Del resto, le obbligazioni con rating BB, che sono il gradino più alto dell’universo di bond con rating “spazzatura”, rendono circa il 2%, ed è circa quattro volte quello che rendono le obbligazioni investment grade BBB, secondo i dati dell’indice Bloomberg Barclays.

Roman Gaiser

In ogni caso, servirà una selezione spietata e attenta. Infatti, la strada per il recupero del rating superiore potrebbe essere più complicata per alcuni emittenti, poiché la variante delta del virus minaccia di capovolgere i progressi raggiunti dalla campagna di vaccinazione. Tuttavia, il quadro generale delle valutazioni sta migliorando e gli utili societari stanno tornando ai livelli pre-pandemia. Le aziende hanno anche adottato misure per sostenere i propri bilanci, come la riduzione dei costi, la vendita di attività non essenziali o la raccolta di capitale. secondo Roman Gaiser, responsabile del reddito fisso e dell’alto rendimento EMEA presso Columbia Threadneedle Investments, anche compagnie aeree come Deutsche Lufthansa AG e British Airways, di proprietà di IAG SA, dovrebbero essere in grado di recuperare la strada persa un anno fa, grazie alla ripresa robusta dei viaggi. “Probabilmente il mercato vedrà una discreta quantità di stelle nascenti nei prossimi 18 mesi, e ci aspettiamo più stelle nascenti che angeli caduti”, ha detto Gaiser.

Visco: “La ripresa si sta consolidando”. Ma le banche più piccole faticano ad adattarsi

Secondo il governatore della Banca D’Italia, la condizione patrimoniale delle banche si mantiene solida, ma rimane non trascurabile il numero di piccoli intermediari che faticano ad adattarsi ai cambiamenti. Tra gli istituti che operano come banche commerciali tradizionali non sono da escludere future crisi.
 
ROMA (ITALPRESS) – “In Italia, grazie al buon andamento della campagna di vaccinazioni e al miglioramento del quadro sanitario, la ripresa economica si sta consolidando. Secondo le valutazioni attuali, la crescita si rafforzerebbe con decisione nel secondo semestre; nella media dell’anno potrebbe toccare valori intorno al 5%, consentendo un recupero di oltre metà della caduta del prodotto registrata nel 2020″. Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel corso dell’Assemblea dell’Abi.
“Come anche segnalato dalle imprese nelle nostre indagini, la crescita verrebbe favorita dalla vivace dinamica degli investimenti; il recupero dei consumi sarebbe più lento, con un graduale rientro dagli elevati tassi di risparmio causati dalla pandemia; le esportazioni di beni beneficerebbero dell’accelerazione della domanda estera – ha spiegato Visco -. Con il supporto della politica di bilancio, incluse le misure finanziate con i fondi europei, e il mantenimento di condizioni monetarie e finanziarie favorevoli, la fase espansiva dovrebbe consolidarsi, restando sostenuta anche per il prossimo biennio. L’incertezza resta però elevata”.
“Questo scenario – ha aggiunto – presuppone che prosegua ai ritmi attuali la campagna di vaccinazioni e si consolidi il contenimento dei contagi; ritardi nell’attuazione delle misure di rilancio previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNNR) potrebbero indebolire, anche per gli effetti negativi sulla fiducia di imprese e famiglie, le prospettive sulla domanda aggregata e sull’occupazione“.
Riguardo alle banche “la condizione patrimoniale si mantiene solida”, ma “rimane non trascurabile il numero di piccoli intermediari che faticano ad adattarsi al mutamento del contesto esterno. I problemi sono concentrati prevalentemente – anche se non esclusivamente – tra gli istituti con modelli di attività tipici della banca commerciale tradizionale. Non è da escludere che nel prossimo futuro si verifichino casi di crisi. Gli effetti della recessione, infatti, si aggiungono a difficoltà strutturali derivanti da modelli di attività non sostenibili e da carenze nel governo societario che abbiamo più volte invitato, spesso non adeguatamente ascoltati, a superare”.
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

Nord America, previsioni di crescita commerciale a più velocità per le aziende

Secondo le indagini condotte per il barometro di Atradius relativamente ai comportamenti di pagamento tra aziende del Nord America, le aziende del Messico sono ottimiste e quelle del Canada pessimiste. Le aziende statunitensi esprimono cauto ottimismo.

Previsioni ottimistiche di crescita del business per oltre l’80% delle aziende intervistate in Messico. Decisamente più pessimiste in tal senso le aziende canadesi (36%), mentre quelle statunitensi si dimostrano caute nell’azzardare previsioni di crescita commerciale nei prossimi mesi. Percezioni diverse tra le aziende del Nord America, a causa del perdurare della pandemia e delle differenti modalità di gestione dell’emergenza pandemica a livello locale. Ad approfondire tali tematiche ci pensa il Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento tra aziende a livello internazionale, edizione di luglio 2021 dedicata al Nord America.

Gordon Cessford, direttore regionale Atradius per il Nord America, ha commentato: “Potrebbero essere molte le ragioni alla base di questa differenza di percezione del futuro. Sebbene appartengano ad un ambiente di business con delle specifiche interdipendenze a livello di catene di fornitura, ciascun Paese ha affrontato il contesto pandemico in maniera diversa. In Messico, gli interventi governativi meno restrittivi in tema di contenimento del virus hanno avuto come conseguenza per le aziende il proseguimento degli scambi commerciali senza interruzioni. Per il Canada si può dire il contrario”. Inoltre, il governo centrale del Canada ha implementato una serie di misure fiscali a supporto delle imprese. In Messico, la maggior parte degli interventi di sostegno alle aziende sono derivati da iniziative locali e la loro implementazione è stata disegnata in modo da affrontare le singole peculiarità.

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, si è concentrato sui diversi impatti che potrebbero aver prodotto le politiche fiscali governative di ciascun Paese. In particolare, ha dichiarato: “Le aziende del Canada e degli Stati Uniti potrebbero andare incontro alla sospensione delle misure di sostegno del governo già nella seconda metà dell’anno. La maggior parte delle previsioni finanziarie mostra, in questa fase, un aumento delle insolvenze aziendali. È verosimile che il pessimismo dichiarato dalle aziende canadesi rifletta le aspettative di un contesto commerciale di rischio elevato”.

Il sondaggio è stato condotto da Atradius nel secondo trimestre del 2021, un anno dopo che l’Organizzazione mondiale della sanità aveva dichiarato il Covid-19 pandemia globale. Oltre a raccogliere opinioni che riflettono la fiducia delle imprese, il sondaggio ha analizzato lo stato di salute delle imprese attraverso alcuni indicatori chiave che rilevano i trend di utilizzo del credito commerciale, i termini di pagamento, il DSO e le modalità di gestione degli impatti delle criticità delle tempistiche di pagamento delle fatture sull’andamento del business. Dai risultati del sondaggio emerge che più della metà del totale delle operazioni commerciali tra imprese, effettuate da fornitori del Nord America è stato effettuato a credito e il 44% delle aziende ha riferito un maggior ricorso all’utilizzo del credito commerciale a seguito della pandemia. Per quanto riguarda i singoli Paesi dell’area c.d. NAFTA (North American Free Trade Agreement), sono gli Stati Uniti a mostrare la percentuale più alta riguardo ai ritardi di pagamento e ai crediti inesigibili.

Nonostante l’ottimismo riferito dalle imprese del Messico, la pandemia si trova in cima alla lista delle preoccupazioni delle imprese di tutta la regione. In particolare, le aziende hanno indicato come principale fonte di preoccupazione l’imprevedibilità legata all’andamento della pandemia e la salvaguardia dei livelli di liquidità. Il Barometro sui comportanti di pagamento tra aziende del Nord America – USMCA 2021 è stato condotto negli Stati Uniti, in Messico e in Canada, e i report possono essere scaricati dal sito web di Atradius all’indirizzo https://group.atradius.com  (sezione Pubblicazioni).