Luglio 30, 2026
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Mutui acquisto casa 2021. Nel primo trimestre tiene il mercato del credito

Il mercato dei mutui riparte in maniera importante, e si lascia alle spalle un periodo di transizione caratterizzato dall’emergenza sanitaria. Crescita del 41,8% per le operazioni a supporto di un acquisto immobiliare, calo del 18,4% per le operazioni di sostituzione e surroga.

Di Renato Landoni*

Secondo i dati riportati nel report Banche e Istituzioni finanziarie – I trimestre 2021 pubblicato da Banca d’Italia a fine giugno analizzati da Kìron (Gruppo Tecnocasa), le famiglie italiane hanno ricevuto finanziamenti per l’acquisto dell’abitazione per 14.722 milioni di euro nel primo trimestre 2021, e rispetto allo stesso trimestre del 2020 si registra una crescita delle erogazioni pari a +29,2 %, per un controvalore di oltre 3.3 miliardi di euro.

Pertanto, il mercato dei mutui riparte in maniera importante, e si lascia alle spalle un periodo di transizione caratterizzato dall’emergenza sanitaria. Infatti, i dati relativi alle erogazioni evidenziamo una crescita del 41,8% delle operazioni a supporto di un acquisto immobiliare, mentre calano del -18,4% le operazioni di sostituzione e surroga; segno che il mercato sta tornando ad incentrarsi sulle operazioni di acquisto anche a fronte delle mutate esigenze della famiglia nel periodo post-Covid. Cala, quindi, il rapporto tra surroghe e totale delle erogazioni proseguendo nel trend di discesa che dura dal secondo trimestre dello scorso anno.

Le previsioni per i prossimi mesi del 2021 indicano che la crescita dell’attività economica, grazie anche agli effetti del pacchetto di stimoli all’economia che ha interessato il nostro Paese, si rifletterà sulle condizioni finanziarie e sul clima di fiducia delle famiglie favorendo il ricorso al credito. La domanda di credito, in particolare, sarà sostenuta anche dalla ripresa dei consumi e dai bassi tassi di interesse per tutto il 2021 e buona parte del 2022. I finanziamenti alle famiglie per l’acquisto delle abitazioni cresceranno grazie al contributo della moderata ripresa degli investimenti in costruzioni, dai tassi di interesse ancora molto favorevoli e dalle nuove necessità abitative emerse nell’ultimo periodo.

Al contrario, la componente di surroga e sostituzione si ridurrà ulteriormente, anche in considerazione del fatto che gran parte dello stock mutui correnti è stato già surrogato o rinegoziato.

* Renato Landoni, Presidente Kìron Partner S.p.A. – Gruppo Tecnocasa

L’economia milanese ritrova la via della crescita. Bene l’industria, più lenta la ripresa del terziario

Dopo un 2020 in profondo rosso per la crisi Covid, la campagna vaccinale attenua l’emergenza sanitaria e rimette in moto le imprese. Previsioni positive per il valore aggiunto nel 2021: +5,3% per Milano, +5,8% per Monza Brianza, +5,2% per Lodi.

“L’economia milanese, nel 2020, è stata particolarmente colpita dalla crisi Covid, con una perdita del PIL di oltre il 10%. Ora abbiamo l’opportunità di ripartire anche grazie alle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destinate a Milano, da investire in maniera strategica in infrastrutture materiali ed immateriali e nello sviluppo del territorio e delle imprese”, ha affermato Carlo Sangalli, Presidente della Camera di commercio Milano Monza Brianza Lodi e di Unioncamere.

Dopo un anno estremamente difficile, il sistema delle imprese trasmette i primi segnali di fiducia, facendo registrare un recupero significativo nel primo semestre del 2021: al 30 giugno 2021 sono 16.994 le nuove imprese iscritte a Milano Monza Brianza Lodi (+37,4% rispetto allo stesso periodo 2020) e il saldo, fra le imprese iscritte e cessate – in attivo di 5.050 imprese – supera quello dell’intero 2020 (+4.404 imprese). Complessivamente nel territorio di Milano Monza Brianza Lodi a fine giugno sono 389.651 le imprese attive in crescita dell’1,6% rispetto a giugno 2020.

Prospettive incoraggianti anche dalle previsioni sul valore aggiunto che indicano per il 2021 una crescita pari al 5,3% per Milano, al +5,8% per Monza Brianza e +5,2% per Lodi. Scenario di ripresa, soprattutto per il capoluogo lombardo che l’anno scorso ha pagato un prezzo alto alla pandemia, perdendo 16 miliardi di euro di valore aggiunto, registrando un calo di -10,1% rispetto al 2019. Sono questi alcuni dei dati emersi in occasione dell’evento “Ripensare Milano oltre il 2020” dedicato alla presentazione del rapporto annuale “Milano Produttiva”, realizzato dal Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi.

Secondo Sangalli “Occorre rilanciare Milano con il PNRR e la dotazione di quasi 5 miliardi, che auspichiamo siano investiti prioritariamente nel potenziamento delle infrastrutture come ad es. la banda ultra larga, nel rilancio del turismo a livello internazionale e a favore dell’innovazione del sistema imprenditoriale. I tempi però sono molto stretti, perché il 70% dei fondi europei deve essere impegnato entro il 2022 e il restante 30% nell’anno successivo. Sarà questa certamente, la grande sfida della nuova amministrazione comunale per ripensare e rilanciare il futuro di Milano”.

Il 2020 era stato un anno difficile da interpretare per l’andamento delle imprese del territorio di Milano Monza Brianza Lodi. Infatti, nonostante la pandemia, il saldo tra iscrizioni e cessazioni risultava positivo (+4.404 unità), sebbene in netto peggioramento sul dato 2019 (+6.725). Relativamente alle imprese attive, a fine 2020 si registravano sul territorio di Milano Monza Brianza Lodi 383.726 unità, primato italiano (con 7,5% del totale nazionale), con la sola Milano sede per oltre 305mila imprese. I dati del primo semestre 2021, evidenziano un sistema imprenditoriale in ripartenza: le nuove iscrizioni sono 16.994, pari al +37,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (12.370), attestandosi quasi ai livelli pre-covid del primo semestre 2019  (17.313, -319 in valori assoluti). Andamento positivo che si riflette sul saldo di “natalità aziendale”: nel primo semestre 2021 è pari a +5.050 imprese (Milano +4.119), in netto recupero rispetto al risultato negativo del primo semestre del 2020 (-80).

Sul piano settoriale, al 30 giugno 2021 nell’area di Milano Monza Brianza Lodi si osserva una buona crescita delle imprese dei servizi (+2,8%), da sempre settore trainante nel nostro territorio. Anche il commercio torna in terreno positivo (+0,3%) dopo lo stop del 2020, mentre rimane in sofferenza l’industria manifatturiera (-2,6%). Continua e si rafforza il trend espansivo delle imprese di costruzione (+2,5%). Fra le imprese che registrano le migliori performance le startup innovative che sono cresciute del 10,4% rispetto a luglio 2020, confermando il primato italiano di Milano come terreno fertile per lo sviluppo di questa tipologia di aziende.

Il trend dei settori economici nel primo trimestre 2021 – Nel primo trimestre 2021 si osserva un deciso cambio di passo per l’industria manifatturiera, con la produzione che ha ripreso a crescere in tutti i territori: +6,8% a Milano, +7,4% a Monza Brianza, +7,8% a Lodi. Risultano ancora forti, invece, gli effetti del lockdown sul terziario. Milano registra una pesante flessione del fatturato per il commercio (-6,9%) e un arretramento di quello dei servizi (-1,7%). A Monza Brianza entrambi i comparti mostrano una stagnazione sostanziale del fatturato con +0,5% per il commercio e +0,2% per i servizi. A Lodi, all’incremento del fatturato del commercio (+4,6%) si contrappone la contrazione registrata dai servizi (-0,5%).

Relativamente all’import ed export, gli scambi con l’estero nel 2020 si erano ridotti drasticamente, perdendo complessivamente l’export l’11% (in termini assoluti circa 6,5 miliardi di euro rispetto al 2019). Anche l’import nel 2020 aveva perso (-9,5%, circa 8 miliardi di euro in meno rispetto al 2019, con Milano maglia nera (-10%). Nel primo trimestre 2021, Milano si mostra ancora in difficoltà sull’export, perdendo il 3,8%, mentre Monza Brianza e Lodi mettono a segno incrementi a doppia cifra (+10,5% in Brianza e +22,4% nel Lodigiano). Un andamento che impatta sul dato complessivo dei tre territori che porta al risultato di – 0,1% rispetto al +3,5% della Lombardia e al +4,6 dell’Italia. L’import, invece, nel primo trimestre 2021 torna a crescere su tutti i territori, in modo particolare a Monza (+16,2%), mentre la crescita è più contenuta per Milano (+6,2%) e Lodi (+4,1%). Il dato complessivo dei tre territori è pari a +7%, in linea con l’andamento lombardo del +7.8%.

Lavoro e occupazione – Nonostante le politiche di sostegno al mondo del lavoro, gli effetti della crisi si sentono anche sull’occupazione, che a fine 2020 risultava in calo rispetto all’anno precedente: a Milano dell’1,3%, a Monza Brianza dell’0,7%, mentre a Lodi registrava un +1%. Complessivamente il territorio delle tre province registrava un calo del -1,1% degli occupati, più attenuato rispetto al -1,7% della Lombardia e al -2% dell’Italia. In ogni caso, i tassi di occupazione delle tre province (Milano al 68,7%, Monza 68%, Lodi 65,8%) rimangono di gran lunga migliori rispetto al dato nazionale (58,1%), nonostante le persone in cerca di occupazione siano poco meno di 116mila (-15.000 unità rispetto al 2019). Questo calo anomalo della disoccupazione nasconde in realtà il forte aumento dei cosiddetti “inattivi”, cioè di quelle persone in età lavorativa che non cercano lavoro, né sono immediatamente disponibili ad iniziarne uno, a dimostrazione di un diffuso sentimento di scoraggiamento, amplificato dall’emergenza sanitaria.

Possibile boom economico di medio-lungo termine, ma con effetti collaterali

Secondo Mario Cribari, i livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche. Il dollaro, strutturalmente debole, è però ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro, materie prime ed emergenti.

“L’accelerazione della campagna vaccinale e il netto miglioramento della pandemia hanno definitivamente scongiurato lo scenario di un nuovo rallentamento economico. Ci aspettiamo un boom economico di medio-lungo termine senza precedenti negli ultimi 15 anni. Fare confronti tra questa ripresa e quelle del passato è tuttavia pericoloso: la recessione sperimentata nel 2020 non è stata “classica” all’interno di un normale business cycle, e così pure la ripresa presenterà quelli che, da tempo, definiamo effetti collaterali”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno ancora festeggiando quella che sembra essere la fine della fase più acuta del Covid. Pur prendendo atto che il peggio sembra finalmente essere alle spalle (con l’incognita tuttavia della variante delta), l’equazione non può reggere: questo non è un punto di equilibrio sostenibile e qualcosa deve cedere, prima o poi.  La coperta è corta. La domanda aggregata è letteralmente esplosa, grazie all’enorme ammontare dei sussidi, mentre l’offerta arranca. Le vendite al dettaglio si sono velocemente riportate ben sopra i livelli pre-pandemici ma la produzione industriale è ancora sotto. Le supply-chain sono ancora disastrate, le materie prime in forte rialzo, componenti e semi-lavorati in affanno, molte persone sussidiate restano senza interesse a rientrare nel circuito lavorativo e la de-globalizzazione sta accelerando. I mercati emergenti sono concentrati sulla sostenibilità del loro consumo più che sulle proprie capacità produttive per l’export. Il risultato è tanta domanda auto-indotta e un’offerta che non tiene il passo, mentre le banche centrali, intrappolate nelle loro funzione di prestatori di ultima istanza, rifiutano di prendere atto della nuova realtà.

“I livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche”, sottolinea Cribari. “Come un treno in velocità senza macchinista si spera di evitare lo scontro ma il momento della frenata è inevitabile”. Il rialzo inflattivo è atteso a livello globale, non solo in Usa, anche se con entità diverse. Stiamo già assistendo a rialzi in molti paesi e il numero di banche centrali che tornano più restrittive aumenta ogni settimana. La Fed ha ammesso che forse l’inflazione non sarà tanto temporanea e ha iniziato a parlare di tapering. Sul fronte opposto la Bce si trova in un angolo in quanto, più prima che poi, non potrà più giustificare i massicci acquisti di governativi con la scusa della pandemia.

Nel breve la situazione può apparentemente normalizzarsi mentre nel lungo non è detto che sia l’inflazione a risolvere l’equazione del nuovo equilibrio. A breve termine è probabile una fase di stasi che non darà ragione né agli inflazionisti né ai deflazionisti e in cui il mercato potrebbe continuare a sguazzare, illudendosi che i rialzi dei tassi siano ancora lontani. L’impressione è che, avendo escluso un nuovo rischio recessivo, nella migliore delle ipotesi i mercati si trovino comunque a fair value con un risk/reward molto poco allettante. Questo non significa però che bisogna restarne completamente fuori. Il basso livello di volatilità si presta all’acquisto, a basso costo, di strumenti di copertura, mentre l’elevato livello di decorrelazione rende profittevole la gestione attiva e il bottom up. La temporanea fase di stasi potrebbe favorire il recupero dei segmenti growth ed esistono ancora titoli interessanti tra i ciclici dove la ripresa non è già stata tutta scontata.

“L’Europa ha ancora spazio di recupero relativo, come il Giappone, gli emergenti stanno finalmente realizzando il loro decoupling e andrebbero incrementati su una possibile debolezza causata dal mini-rallentamento cinese. Nessun valore invece sui governativi occidentali, americani ed europei, la cui funzione di hedge indiretto in un mondo reflazionista è seriamente messo in dubbio”, conclude Cribari. “A livello valutario, il dollaro pur strutturalmente debole è ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro e materie prime. La vera alternativa però sono gli asset reali e un numero limitato di valute dai fondamentali forti, tra cui includiamo il renminbi e altre valute emergenti”.

Prevenire gli effetti dell’inflazione è difficile, soprattutto quando non sai esattamente come farlo

Il presidente della Fed Jerome Powell afferma che il controllo delle aspettative di inflazione è la chiave per raggiungere i doppi obiettivi della banca centrale di stabilità dei prezzi e massima occupazione. Il problema è che non è chiaro come la Fed possa farlo mentre l’economia emerge prepotentemente dalla pandemia.

Leggendo i manuali di economia, in molti sono portati a pensare che le banche centrali abbiano il controllo assoluto di variabili come l’inflazione, come se questa non possa essere influenzata da altri fattori che, al contrario, non sono controllabili se non quando si sono già avverati e stanno cominciando a far sentire i propri effetti. Le aspettative tra i consumatori, per esempio, possono variare notevolmente a seconda della loro età e del sesso, e non sono particolarmente sensibili a ciò che fa e dice la banca centrale. Inoltre, gli atteggiamenti delle imprese, probabilmente gli attori più importanti nel processo di inflazione perché fissano i prezzi, sono spesso imperscrutabili per via della scarsità di sondaggi che diano indicazioni del loro pensiero sull’argomento. Oggi, in particolare, risulta difficile gestire quelle aspettative quando ti trovi in una situazione nuova e, a detta dell’ex governatore della Fed Randall Kroszner “non sai esattamente come farlo”.

L’attenzione della banca centrale americana si è spostata sul tentativo di fermare l’aumento vertiginoso dei timori di inflazione dopo un aumento annuale dei prezzi del 5% e un balzo delle aspettative dei consumatori al loro livello più alto dal 2013 in un sondaggio mensile della Fed di New York. Powell sostiene che i forti aumenti dei prezzi si dimostreranno in gran parte transitori, e che le aspettative nel complesso sono nel punto in cui la Fed le vuole. Le proiezioni a più lungo termine sono salite a “un intervallo coerente con i nostri obiettivi”, ha detto ai giornalisti quindici giorni fa, dopo che i responsabili delle politiche hanno inaspettatamente previsto due aumenti dei tassi di interesse nel 2023 rispetto alla loro impostazione attuale vicina allo zero.

Nonostante alcuni economisti abbiano minimizzato l’importanza dei cambiamenti nelle aspettative, sostenendo che ci sono poche prove dagli anni ’80 che modificazioni nelle aspettative abbiano portato frizioni nel tasso di inflazione effettiva, le persone che in passato hanno vissuto un’alta inflazione, hanno aspettative sistematicamente più alte, nonchè una maggiore avversione per l’inflazione rispetto alle persone che non hanno avuto questa esperienza. Ciò è emerso dall’ultimo sondaggio della Fed di New York: i consumatori di età pari o superiore a 60 anni, che hanno vissuto gli anni ’70 inflazionistici, avevano aspettative notevolmente più elevate rispetto a quelli di età inferiore ai 40 anni, che conoscevano solo prezzi bassi e stabili. Inoltre, le donne tendono anche ad avere prospettive di inflazione più elevate rispetto agli uomini perché spesso fanno più acquisti per la spesa, hanno detto i ricercatori accademici. “Per la tipica famiglia statunitense, le loro aspettative saranno altamente correlate al prezzo della benzina o al prezzo del cibo. La gente non presta attenzione a ciò che sta facendo la Fed“, ha detto Gorodnichenko, professore dell’Università della California.

Questa volta, però, il salto delle aspettative potrebbe rivelarsi più insidioso, perché il boom dell’economia post-pandemia rende improbabile un altro crollo del prezzo del petrolio, come nel 2008. Anzi, i continui tagli alla produzione stanno facendo risalire il prezzo verso gli 80 dollari al barile. L’opinione standard degli economisti è che se i consumatori pensano che i prezzi saranno significativamente più alti domani, acquisteranno beni e servizi oggi invece di aspettare che il loro prezzo aumenti, spingendo così ulteriormente in su i prezzi. E’ la situazione opposta alla deflazione, durante la quale i consumatori pensano che i prezzi saranno più bassi domani, per cui rinviano gli acquisti e, così facendo, spingono in basso i prezzi. In realtà, secondo gli esperti, il processo attuale è molto più complicato, dal momento che i consumatori stanno associando l’inflazione alla sensazione – indotta dagli effetti durevoli della pandemia -di una cattiva economia, e invece di spendere di più tagliano le loro spese. Infatti, secondo il sondaggio dell’Università del Michigan di giugno, questo atteggiamento dei consumatori è alla base del fatto che l’attitudine all’acquisto di veicoli e abitazioni è scesa ai livelli più bassi dal 1982, mentre il numero di intervistati che ha fatto spontaneamente riferimento a prezzi elevati per tali acquisti ha superato il record del novembre 1974.

Relativamente alle prospettive delle imprese, le informazioni su come le aziende percepiscono le prospettive di inflazione sono ancora più discutibili, soprattutto perché i sondaggi sui loro atteggiamenti sono scarsi. L’indice della FED sulle aspettative di inflazione comune, per esempio, è composto da 21 misure diverse, ma nessuna di esse copre direttamente le aziende. Secondo la Fed di Atlanta, le aziende, al pari dei consumatori, vedono un’inflazione più rapida nell’imminente futuro. Le aziende di quel distretto, che comprende Florida, Georgia e Alabama, prevedono che i loro costi unitari aumenteranno del 3% in media nei prossimi 12 mesi.

A dire il vero, il recente spostamento dell’attenzione della Fed dall’inflazioneinterpretata come fenomeno passeggero – ha calmato le preoccupazioni dei mercati finanziari, ma le lacune degli economisti sulla dinamica delle aspettative e su come si formano non lascia ben sperare e induce un po’ di prudenza. “Anche in tempi normali, placidi e stabili, il compito di misurare le aspettative di inflazione è arduo e difficile”, ha affermato David Wilcox del Peterson Institute for International Economics. “In tempi come questi, quella difficoltà viene amplificata molte volte. Oggi non vorrei essere al posto di Powell“.

L’Italia non è un paese per Startup. Tra miti e luoghi comuni, rischiamo di rimanere indietro

Secondo molti italiani, le startup falliscono per cui è pericoloso investire in questo settore. Perché allora la Francia nel 2020 ha impiegato 4 miliardi ed ha in programma investimenti maggiori nel 2021?

Di Alberto Villa*

Il rischio di impresa è un termine conosciuto ma piuttosto inviso a molti italiani, i quali vorrebbero escluderlo a priori nel loro modo di vedere il futuro. Per quanto legittimo, mettere da parte qualunque inclinazione all’attività d’impresa – che in Italia si trasmette quasi esclusivamente da una generazione di imprenditori all’altra, mancando una “scuola” imprenditoriale diffusa – produce una serie di conseguenze riguardo l’economia reale e, soprattutto, una falsa rappresentazione del rischio, nel senso che è vero che alcune iniziative imprenditoriali possono fallire, ma è anche vero che possono avere successo ed è impensabile che possano fallire tutte, solo perché c’è il “rischio d’impresa”.

Infatti, a determinare il successo o l’insuccesso di una startup concorre una serie di elementi, ed è opportuno sfatare dei veri e propri “miti” e luoghi comuni che stanno fiorendo attorno al nascente fenomeno dell’imprenditoria giovanile trainata dai megatrend delle tecnologie in tutte le loro sfaccettature. Innanzitutto, investire nelle PMI innovative non significa soltanto “ascoltare imprenditori con idee stravaganti” – sebbene ci siano anche questi – bensì analizzare la fase di avvio di nuove imprese che nascono, crescono, producono occupazione e fanno innovazione di servizio e di prodotto. E’ questo il principio di metodo osservato dalla Francia, che nel 2020, anno della pandemia, ha visto un forte iniezione di liquidità (4 miliardi) a favore delle startup. Lo stesso presidente francese Emanuel Macron lo aveva annunciato personalmente, puntando alla leadership continentale per innovazione e tecnologia.

E in Italia, cosa succede?

Mentre in Francia sono già nate 10 startup “unicorno”, in Italia molti neanche conoscono il significato del termine e l’importanza di queste aziende per l’economia nazionale. I risultati conseguiti in Francia, però, sono anche il frutto di un ecosistema nazionale ed istituzionale che ha saputo investire con pragmatismo, facendo guadagnare ai francesi una posizione invidiabile nello scenario internazionale dei Paesi più attrattivi per le startup. A differenza dell’Italia, per esempio, in Francia esiste dal 2013 la French Tech, un’agenzia governativa che ogni anno pubblica una lista di oltre 100 startup grazie al quale è possibile conoscere in maniera approfondita il mercato ed i loro investimenti.  Anche le istituzioni creditizie giocano un ruolo importante, come la banca pubblica Bpifrance, che ha svolto varie funzioni di impulso compreso l’impiego di capitali in diversi progetti.

In sintesi, mentre la Francia è stato l’unico Paese a crescere nel 2020, raggiungendo per la prima volta i 5 miliardi di investimenti e superando Regno Unito e Germania, noi non raggiungiamo neppure il miliardo. E’ anche vero che Italia e Francia siano due economie diverse, ma possiamo escludere che i francesi abbiano intenzione di finanziare società che siano destinate a chiudere entro 3 anni. Naturalmente, anche lì c’è un elevato numero di fallimenti, ma il dato va esaminato in relazione al contesto generale di quel Paese, dove esiste una comunità che favorisce la crescita di nuove realtà. In più, entro fine anno entrerà in vigore la normativa comunitaria del settore e, in un futuro molto vicino, sarà possibile investire in queste realtà d’Oltralpe esattamente come ora si utilizzano le piattaforme di Crowdfunding per accedere alle startup italiane.

Riguardo l’alto tasso di fallimento di molte iniziative, c’è da dire che anche le PMI “tradizionali” chiudono a seguito della evidente impossibilità di proseguire, ma in percentuale molto diversa rispetto alla startup innovative. Infatti, secondo i dati presentati da Banca d’Italia prima della pandemia, un quarto delle aziende “tradizionali”, considerate come piccole e medie PMI, sopravvivevano grazie alla liquidità fornita dalle banche, le quali a loro volta utilizzano varie tipologie di garanzie come ad esempio fideiussioni o consorzi fidi per tutelarsi. Pertanto, queste realtà continuano ad esistere perché in sostanza il costo del loro fallimento sarebbe difficile da sopportare. In pratica, si tratta di “aziende zombi”, destinate comunque a chiudere. A riprova di ciò, Cerved Group, ossia l’agenzia di informazioni commerciali specializzata nel valutare la solvibilità e il merito creditizio delle imprese, ha elaborato uno studio utilizzando i dati delle società italiane e ha applicato i parametri delle nuove norme sul Fallimento, con il risultato che quasi 140 mila imprese, cioè una su cinque, è in crisi, nel senso che i loro flussi di cassa futuri non sono adeguati a coprire il livello di indebitamento dell’azienda.

Non è un caso che ad aprile scorso il Governo abbia nominato una commissione di esperti per elaborare delle proposte sul tema, compreso il differire l’entrata in vigore della riforma del Fallimento, rinviata effettivamente al 2022.

Pertanto, se l’Italia non modificherà urgentemente il modo di intendere questo settore, rischiamo di vedere crescere innovazione solo all’estero, e assistere impotenti allo spostamento di patrimoni e liquidità dei nostri investitori verso altri Paesi comunitari che assicurino soluzioni alternative e più efficaci.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor 

New York, la frenesia abitativa nei sobborghi rallenta. A Manhattan il Real Estate torna alla normalità

Uno sguardo al mercato immobiliare Newyorkese. I contratti per l’acquisto di case suburbane sono diminuiti rispetto al loro ritmo frenetico del post pandemia. Gli acquirenti non hanno perso interesse nelle dimore spaziose, ma non riescono a trovare molta offerta sul mercato.

Mentre le restrizioni del Covid si vanno attenuando e sempre più lavoratori iniziano a pianificare un ritorno in ufficio, le vendite delle zone suburbane di New York stanno ancora aumentando a un ritmo che farebbe piacere al proprietario di qualsiasi società di intermediazione immobiliare. Ma l’aumento su base annuale delle transazioni è più misurato di quanto non fosse stato per gran parte dell’anno passato.

A Long Island, per esempio, i contratti per l’acquisto di case unifamiliari sono aumentati del 14% a giugno rispetto all’anno precedente, secondo un rapporto di Miller Samuel e Douglas Elliman Real Estate; il dato, però, è in calo rispetto a maggio e aprile, quando le offerte sono aumentate del 160% rispetto ai mesi corrispondenti del 2020. La contea di Westchester ha registrato il 20% in più di contratti il ​​mese scorso rispetto a giugno 2020, ma a maggio l’aumento annuale era stato dell’81%. A Greenwich, nel Connecticut, l’aumento del 50% dei contratti di giugno è stato il minor dato anno su anno rispetto allo scorso luglio. Secondo Scott Durkin, presidente di Douglas Elliman, “le scorte si sono esaurite”.

Dando uno sguardo agli annunci di case unifamiliari, a giugno sono diminuiti del 45% a Westchester e del 3% a Long Island, mentre a Greenwich sono scesi dell’11%.

Uscendo dai sobborghi e rientrando verso le zone di pregio, a Manhattan il volume delle vendite torna ai livelli pre-pandemia, ma i prezzi sono leggermente aumentati. Infatti, con l’aumento dei livelli di vaccinazione e la riapertura delle attività, gli immobili residenziali sono finalmente tornati al punto in cui erano prima che il Covid devastasse New York. A Manhattan, questa primavera, il numero di appartamenti venduti è stato più del doppio rispetto a un anno fa, quando la città è stata chiusa nei primi giorni della pandemia, secondo una mezza dozzina di rapporti di mercato pubblicati la scorsa settimana.

Sebbene in molti modi il mercato non avesse dove andare se non in rialzo – le proiezioni di appartamenti sono state limitate per gran parte della scorsa primavera – l’aumento delle trattative chiuse è persino forte per gli standard storici. I rapporti mostrano che nemmeno nel 2015, un periodo di grande boom, c’è stato un periodo di tre mesi con attività comparabili. In realtà c’era uno scenario misto in termini di prezzi, con cooperative e condomini scambiati per una media di 1,1 milioni di dollari, e un prezzo medio di mercato di 1,6 milioni, in leggero aumento rispetto alla scorsa primavera. I broker affermano che il fenomeno può essere spiegato da un eccesso di offerta di appartamenti, che ha alimentato gli sconti. “Il modo in cui le persone guardavano la città un anno fa, ora sarebbe concepibile in un film di fantascienza con sparizione quasi totale del genere umano, ha affermato Jonathan Miller riferendosi ai diffusi timori che moltissimi abitanti di New York si sarebbero trasferiti permanentemente nei sobborghi o nelle seconde case fuori città.

Sebbene il conteggio delle vendite totali sia variabile da agenzia ad agenzia a causa delle diverse metodologie di gestione dei dati, tutte loro hanno mostrato enormi picchi di attività, rispetto alla primavera 2020, ma anche rispetto a questo inverno. Ci sono stati 3.417 accordi completati da aprile a giugno, contro 1.357 accordi di un anno fa, con una crescita del 152%. Anche se confrontato con il trimestre gennaio-marzo, quando Manhattan ha registrato 2.457 vendite, questa primavera è sembrata particolarmente intensa. Nel terzo trimestre del 2015, una delle rilevazioni storicamente più favorevoli del mercato, c’erano state 3.654 vendite, ossia un dato molto vicino a quello odierno.

Nuovi fondi hedge e Startup miliardarie: un cammino di prosperità, sotto il segno delle biotecnologie

I lanci di hedge fund quest’anno sono in linea con i numeri dello scorso anno, anche se i rendimenti sono stati più contenuti rispetto ai grandi guadagni del 2020. E le startup del 2022 potrebbero essere ancora più grandi.

La maggior parte delle startup si concentrerà sulle azioni, specializzandosi in aree come la biotecnologia o la tecnologia e sperando di capitalizzare la sovraperformance del 2020 di tali fondi speculativi specializzati, che battono il mercato più ampio. Finora quest’anno, questi cosiddetti fondi di settore sono rimasti indietro rispetto all’S&P 500, restituendo circa un quinto dei guadagni del benchmark, ma il numero di nuove startup di successo nel 2021 è sulla buona strada per eguagliare il totale dello scorso anno (circa 60), secondo Morgan Stanley. Anche con la pandemia, lo scorso anno sono stati lanciati circa il 20% in più di fondi speculativi rispetto al 2019. Alcuni di essi hanno raccolto un miliardo di USD o anche più.

Finora quest’anno, almeno quattro nuovi fondi hedge sono sulla buona strada per raggiungere o superare il traguardo di un miliardo di dollari di raccolta. Per esempio, due ex gestori di fondi di Citadel, Niall O’Keeffe e Tio Charbaghi, hanno avviato FIFTHDELTA, con sede a Londra e dotazione di 1,25 miliardi. Rami Abdel-Misih, che ha lavorato alla Moore Capital Management di Louis Bacon per quasi dieci anni, ha aperto Mane Global all’inizio di quest’anno con circa un miliardo di dollari provenienti dalla stessa Moore Capital per il suo fondo azionario, e ha raccolto altri 200 milioni da altri clienti. In particolare, Abdel-Misih si sta concentrando sui titoli della tecnologia, dei media e delle telecomunicazioni.

Deep Track Capital di David Kroin ha aperto i battenti ad aprile con circa 800 milioni di dollari, con 500 milioni di dollari in più previsti entro la fine dell’anno. Kroin, 45 anni, ha lavorato presso Great Point Partners per 17 anni, principalmente gestendo l’hedge fund biotecnologico dell’azienda, che ha gestito circa 1,4 miliardi di dollari all’inizio del 2020. Grant Wonders, un ex manager di Viking Global, ha avviato Voyager Global quest’anno con quasi un miliardo di dollari, mentre Chris Golden, che ha co-fondato Darsana Capital Partners nel 2014, prevede di avviare la propria azienda entro la fine dell’anno o all’inizio del 2022 e secondo i bene informati potrebbe anche essere tra i debutti più grandi del 2022.

Divya Nettimi

Golden si concentrerà sulle società pubbliche e private, una tendenza che è stata abbracciata da molti fondi azionari dato il forte mercato delle offerte pubbliche iniziali.

Divya Nettimi, 35 anni di Viking Global, la cui azienda deve ancora essere svelata, si concentrerà su tecnologia, media e telecomunicazioni, e investirà anche in aziende pubbliche e private. Viking ha generato alcuni dei debutti più importanti degli ultimi anni, per cui l’esordio di Nettimi è attessissimo.

Infine, a Miami Tarigh Yusufi aprirà Forest Avenue Capital Management nella prima metà del 2022, investendo in energie rinnovabili, industriali e titoli di consumo.

Credit Suisse: dopo gli scandali, un aumento di stipendio agli asset manager per arginare le defezioni

Credit Suisse Group AG offre aumenti selettivi degli stipendi di metà anno ai migliori gestori patrimoniali, nel tentativo di arginare le defezioni dopo gli scandali Archegos Capital Management e Greensill Capital.

La cronaca finanziaria si è recentemente occupata di Credit Suisse, a seguito delle perdite per circa 4,7 miliardi dal fondo hedge Archegos. In particolare, in quella occasione l’istituto bancario svizzero aveva preso la decisione di tagliare bonus per centinaia di milioni di dollari ai propri dirigenti, nonostante fosse in grado di compensare ampiamente quelle perdite con alcune plusvalenze e così distribuire dividendi per complessivi 4,8 miliardi di dollari. In ogni caso, sembrava che il caso Archegos avrebbe potuto trasmettere, nella sua negatività, un messaggio importante al Credit Suisse, e cioè quello di privilegiare le attività della banca d’investimento – da cui si erano generati i profitti maggiori – e di “mettere in sicurezza” l’investment banking, ridimensionandolo.

Oggi, a distanza di circa tre mesi da quei fatti, l’istituto elvetico torna ad aumentare – riservatamente, non ci sono comunicati al riguardo ma solo fonti interne alla banca – gli stipendi base per le posizioni apicali del wealth e asset management (+ 20% nella fascia alta), ed estendendo gli aumenti selettivamente a tutti i livelli, dai dipendenti junior agli amministratori delegati. Sebbene non sia una novità, nel mondo della finanza, premiare i migliori talenti con un aumento di stipendio a metà anno, sembra che tali aumenti abbiano la finalità di arginare la fuoriuscita di personaggi di spicco delle gestioni patrimoniali, i quali sono stati sollecitati, a seguito degli scandali di Aprile (Archegos e il crollo di Greensill), dalla concorrenza. A ciò si aggiunge anche la previsione di una diminuzione, per gli stessi motivi, dei premi di fine anno, circostanza alquanto sgradita ai manager.

Molte partenze sono già avvenute e hanno colpito la banca di investimento, nonostante il nuovo presidente del Credit Suisse Antonio Horta-Osorio abbia affermato pubblicamente che la gestione patrimoniale è al centro della strategia della banca, la quale farà di tutto per risollevare la propria reputazione presso la clientela. Non sarà facile, dal momento che Credit Suisse ha venduto strumenti finanziari con rischio molto elevato, nei propri uffici di private banking, classificandoli come investimenti sicuri. Oggi, più di 50 dipendenti del front office se ne sono andati, compresi almeno 20 amministratori delegati in ruoli chiave nell’unità titoli, e questo la dice lunga sul difficile momento che sta vivendo Credit Suisse, e sulle strategie da mettere in atto nell’imminente futuro. In particolare, secondo l’agenzia Reuters, Credit Suisse starebbe studiando la centralizzazione delle sue attività di gestione di patrimoni privati, modificando così l’attuale organizzazione basata sulle diverse aree geografiche e diverso management. Nel frattempo, si vocifera di una possibile fusione con Ubs.

Acquirenti immobiliari, in discesa i babyboomers e in aumento gli under 44

Le due fasce di età 18-35 e 36-44 anni si confermano quelle più attive nelle compravendite immobiliari. Gli over 64, invece, scendono in percentuale ma continuano ad avere una domanda molto diversificata.

Secondo i dati forniti dal gruppo Tecnocasa relativamente alle compravendite immobiliari effettuate su tutto il territorio nazionale, la fascia di età più attiva sul mercato è quella compresa tra 18 e 35 anni (28,5%), seguita dalla fascia di età compresa tra 35 e 44 anni (27,3%). Complessivamente, pertanto, gli under 44 si confermano gli acquirenti più attivi, costituendo il 55,8% del mercato immobiliare. Gli over 64 – i c.d. babyboomers – invece, scendono in percentuale ma continuano ad avere una domanda molto diversificata rispetto alle generazioni più giovani, che comprano soprattutto la prima casa e, in misura minore, la casa vacanza o quelle per investimento. A seguire, gli acquirenti di età compresa tra 45 e 54 anni (22,1%) e quelli di fascia 55-64 (13,8%), mentre gli over 64 sono in decrescita rispetto al 2019: 8,1% nel 2020 contro il 9,0%.

In relazione alle finalità, il 62,9% degli over 64 ha acquistato la casa principale, il 18,6% ha investito per mettere a reddito, l’11,2% ha comprato la casa vacanza e il 7,0% ha acquistato l’immobile per i figli. Da segnalare anche qualche acquisto per realizzare Bed & Breakfast e affittacamere (0,3%), e l’aumento del tasso di acquisto di case vacanza, che passa dal 10,0% all’11,2%, mentre diminuisce la percentuale di acquisti per investimento, che scende dal 20,6% al 18,6%. In calo anche la percentuale di acquisti per i figli, che passa dall’8,3% al 7,0% (in quest’ultimo caso ad incidere è stato anche il blocco dei corsi universitari in presenza ed il ricorso alla didattica a distanza).

La tipologia preferita dagli over 64 è il trilocale (36,7%), seguita dal bilocale (25,8%). Rispetto al 2019 non si registrano particolari variazioni, diminuisce lievemente il tasso di acquisto di bilocali e quattro locali ed aumenta leggermente la percentuale di acquisto di trilocali, che passano dal 35,0% al 36,7%. Sostanzialmente stabili i tassi di acquisto di monolocali, cinque locali e di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti.  Infine, nel 59,7% dei casi gli acquirenti over 64 sono pensionati e nel 67,8% dei casi si tratta di coppie e famiglie.

Quinta edizione del Premio Attrattività Finanziaria per le aziende capaci di attrarre risparmio privato

Eccellenze D’Impresa premia le aziende leader per trasparenza, governance e capacità di attrarre risparmio privato per crescere. Il premio viene attribuito alle aziende quotate e alle aziende non quotate.

Viene assegnato lunedì 12 luglio il Premio Attrattività Finanziaria, organizzato per il quinto anno consecutivo da Eccellenze d’Impresa, Arca Fondi Sgr Harvard Business Review Italia, con il patrocinio di Borsa Italiana. Il Premiorivolto a tutte le aziende italiane e straniere operanti in Italia, senza limite dimensionale o settoriale, è un riconoscimento assegnato alle imprese che presentano caratteristiche di eccellenza in termini di trasparenza, governance e capacità di attrarre risparmio privato per la crescita.

La premiazione, che si terrà in presenza il 12 luglio alle 17.00 presso Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana, in piazza Affari a Milano. L’ingresso è limitato per rispettare le normative sanitarie ed è ad inviti, ma l’evento potrà essere seguito in diretta www.eccellenzedImpresa.it . Il programma della giornata prevede, dopo i saluti introduttivi dell’Amministratore Delegato di Borsa Italiana Raffaele Jerusalmi e l’apertura di Enrico Sassoon, presidente di Eccellenze d’Impresa, una relazione introduttiva di Marco Fortis, vicepresidente di Fondazione Edison.

Ugo Loeser

A seguire la premiazione, per poi invece passare alla tavola rotonda “Dopo la crisi sanitaria: strategie e opzioni di investimento per il rilancio delle imprese italiane” in cui interverranno Michele Crisostomo presidente di Enel, Giovanna Della Posta amministratore delegato di Invimit Sgr, Sergio Dompé presidente di Dompé, Federico Ghizzoni presidente di Rothschild, Ugo Loeser (nella foto) amministratore delegato di Arca Fondi Sgr, Emma Marcegaglia vice chairman e chief executive officer di Marcegaglia.

Chiuderanno la giornata due interventi: un keynote speech di Corrado Passera, amministratore delegato di Illimity e le conclusioni affidate al presidente di GEA Luigi Consiglio (nella foto). Il premio viene attribuito a un vincitore e a due menzioni speciali per ciascuna delle due categorie previste: aziende quotate e aziende non quotate. L’edizione 2020 è stata vinta da Campari Group (aziende quotate) e Copan (non quotate), con menzioni speciali per Ima e DiaSorin (quotate) e Caffè Borbone e Bending Spoons (non quotate).