Luglio 30, 2026
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Holiday working e mercato immobiliare turistico, un modo diverso di concepire la casa vacanza

Il fenomeno dell’Holiday Working interessa i comuni ben collegati con la città, che garantiscono un rientro immediato in caso di richiamo in servizio presso la sede di lavoro, vicini a centri abitati più grandi con servizi ed infrastrutture adeguate.

Da quando la pandemia è arrivata nelle nostre vite la modalità di concepire la casa è cambiata. La richiesta di spazi più ampi e di spazi esterni ha caratterizzato il mercato immobiliare post pandemia ed anche il mercato della casa vacanza è stato in qualche modo impattato dal coronavirus: in alcune località è stata piuttosto sostenuta la richiesta di immobili più ampi ma con tassativa presenza di balcone, terrazzo o giardino, in modo da poter trascorrere periodi più lunghi oltre la classica vacanza.

In questi mesi si è parlato molto di remote working, con ricerche di casa in affitto per lunghi periodi nelle località di vacanza. Peraltro, già nel primo lockdown si era rilevato il fenomeno della permanenza più lunga nelle case vacanze già di proprietà, che è continuato anche nelle ondate successive ed ha ristretto l’offerta disponibile in diversi periodi dell’anno, anche in alta stagione, da parte di coloro che l’affittavano per integrare il reddito. Questa tendenza è stata alimentata grazie al ricorso allo smartworking e alla DAD, che hanno permesso ad intere famiglie di trasferirsi in località di mare o di montagna, cercando case in affitto per periodi più lunghi (da maggio-settembre) e lavorare (e studiare) da remoto.

Naturalmente, il fenomeno ha interessato i comuni ben collegati con la città, che garantiscono un rientro immediato in caso di richiamo in servizio presso la sede di lavoro, vicini a centri abitati più grandi con servizi ed infrastrutture adeguate (es. vicinanza a uscite autostradali). Inoltre, la ricerca di casa in affitto per periodi più lunghi ha dovuto fare i conti anche con la disponibilità di immobili sul mercato, poichè molti proprietari hanno deciso di utilizzare per sè gli immobili, ed altri hanno ritenuto poco profittevole affittare per lunghi periodi preferendo affittare per periodi più brevi a prezzi più elevati. Ciò ha determinato una tenuta dei valori della casa vacanza, sia al mare che in montagna o al lago.

SICILIA – Il fenomeno dell’holiday working ha interessato molti siciliani, che hanno anche affittato casa al mare per tre mesi, principalmente nei comuni ben collegati con la città come Balestrate, Terrasini, Cinisi, Castellammare, Scopello, San Vito Lo Capo, Cefalù, Casteldaccia. Dopo il primo lockdown, tanti hanno espresso il desiderio di acquistare la casa in queste località, spinti anche dal timore di non potersi spostare. Nella zona di Castellammare del Golfo, per un bilocale di 4 posti letto in media i prezzi per settimana si aggirano sui 500 euro a Giugno, 600 euro Luglio, 700 -800 euro ad Agosto e 600-700 euro a Settembre. Su Scopello, le ville si affittano a 800 euro a giugno, 1000-1200 euro a luglio, 1200-1500 euro ad agosto e 1000-1200 euro a settembre. A Cefalù i prezzi si aggirano attorno agli 800 euro al mese, e l’offerta è decisamente più ampia rispetto alle altre zone di mare. A Sciacca si affitta a circa 1000 euro al mese anche in alta stagione, mentre ad Ortigia 70 mq si affittano a 1600 euro al mese (alta stagione estiva).

SARDEGNA – Nell’ultimo anno a Villasimius si è avuto un incremento di acquisti di soluzioni con ampie zone giorno e verande, dal momento che tanti stanno valutando lo smartworking.

LAZIO – In alcune località del litorale laziale come Terracina, S. Felice, Sabaudia, Lido di Latina, Nettuno, Scauri, già da Gennaio si registravano richieste di affitti di casa vacanza per il mese di luglio ed agosto. Molti proprietari sono ancora incerti sul da farsi, se affittare le abitazioni o tenerle per sé, in attesa delle decisioni sugli spostamenti, e questo crea una certa penuria di offerta. Nelle zone di Nettuno, Ardea, Lavinio ed Anzio si registra un aumento delle compravendite di casa vacanza. Acquistano residenti a Roma e nella zona dei Castelli Romani, alla ricerca di una soluzione con spazi esterni oppure con vista mare e quanto più possibile vicina al mare. Secondo Wikicasa, si rafforza anche la tendenza ad acquistare la prima casa in queste località in quanto ben collegate con Roma.

CAMPANIA – Nel cilentano gli acquirenti di casa vacanza sono campani, mentre l’offerta nella Costiera Amalfitana è a rilento poiché il bacino di utenza è prettamente straniero. Relativamente alle locazioni estive, un monolocale nella periferia di Amalfi si affitta anche a 4500 euro al mese a luglio e ad agosto.

LAGO DI GARDA – Sul Lago di Garda le richieste si indirizzano soprattutto verso le nuove costruzioni con spazi esterni. A Desenzano del Garda, per esempio, un bilocale di quattro posti letto si affitta a 1200 euro al mese a giugno, 2000-2300 euro al mese a luglio e 2500–2800 euro ad agosto.  

MONTAGNA – Molto vivace il comparto delle locazioni, soprattutto nelle ultime settimane di progressiva riapertura. Le richieste si sono indirizzate anche per i mesi che normalmente destano poco interesse, come maggio-giugno e settembre-ottobre, per via dello smartworking. Il clima più secco della montagna, nei mesi estivi, favorisce le lunghe permanenze, sebbene con l’Italia in zona bianca la tendenza potrebbe subire un rallentamento in attesa delle previsioni per l’autunno, che nonostante le vaccinazioni presenta ancora numerose incertezze sul pieno ritorno alla normalità.

Maurizio Novelli: sull’inflazione la Fed procede a fari spenti

La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è davvero temporanea, ma la sfrutta per svalutare il debito. Volatilità destinata a crescere su tutte le asset class. Piccoli investitori Usa esposti sull’azionario per 1.000 miliardi di dollari.

“La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è temporanea e quanto potrà durare, ma è abbastanza ovvio che la strategia è creare inflazione per svalutare un debito che continua a salire inesorabile. Una parte importante del fenomeno inflazionistico in corso dipende da fattori non monetari che non sono sotto il controllo delle banche centrali, dato che è stato innescato da problemi legati alla catena globale delle forniture e a un’impennata dei costi della logistica. Questi fenomeni possono anche essere considerati temporanei, ma al momento non sembra che ci siano rallentamenti in vista”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’aumento dei costi di produzione e di logistica è avvenuto in un contesto in cui le principali economie erano ancora parzialmente affette dal lockdown e le “riaperture” post Covid in fase iniziale. Cosa potrà accadere quando avremo anche un aumento della domanda proveniente da una riapertura completa dell’economia occidentale nessuno osa immaginarlo – ammonisce Novelli – ma è chiaro che il mercato dubita della “scommessa della FED” sulla temporaneità del fenomeno inflattivo in corso. Quindi, se la strategia è creare inflazione, prepariamoci a un aumento della volatilità su tutte le asset class. Le “prove tecniche” di questo fenomeno si sono già viste in queste ultime settimane, ma è probabile che sia solo l’inizio dell’uscita dal contesto di bassa volatilità che ha caratterizzato e sostenuto anni di alta propensione al rischio nel sistema.

Bassa volatilità e tassi a zero sono un fattore primario di formazione di un altro fenomeno di instabilità prospettica: la leva finanziaria. “Fare debito per acquistare qualsiasi cosa abbia un rendimento positivo accentua i movimenti rialzisti ma produce gli effetti amplificati inversi quando c’è da smontare queste posizioni”, prosegue Novelli. “Si stima che attualmente la leva finanziaria per sostenere posizioni speculative sul mercato finanziario Usa sia oltre il 15% del Pil, pari a 3 trilioni di dollari, di cui quasi 1 trilione, cioè 1.000 miliardi, attribuito agli investitori retail per acquistare azioni. Il rischio di sistema è dunque talmente elevato che, se la scommessa della Fed sulla temporaneità dell’inflazione fosse sbagliata, si verificherebbe una carneficina sui mercati e l’effetto Bitcoin, che ha prodotto un crack sui mercati delle criptovalute, si estenderebbe anche ad altre asset class”.

Le recenti aperture di indagini da parte della SEC, dopo il caso Archegos, per capire quanto leverage esiste nel sistema degli hedge fund ha iniziato a innervosire i prime broker e non è escluso che le recenti correzioni del Nasdaq siano anche collegate a una riduzione della leva in questo segmento speculativo. Anche gli inviti alla prudenza sulle criptovalute non sono mai stati presi in seria considerazione dagli speculatori, mentre l’indice Goldman Sachs sulle società tecnologiche quotate che evidenziano grandi perdite nei bilanci è quadruplicato in 12 mesi.

“Sei delle dieci grandi crisi degli ultimi 50 anni sono state provocate da policy mistakes della Fed, che non ha voluto mai intervenire per frenare gli eccessi speculativi su alcune asset class come equity e credito, o ha deciso di “rimanere dietro la curva”, cioè in netto ritardo nel contrastare l’inflazione in rialzo, provocando così una caduta dei Treasury e una fuga dalla valuta Usa. Se la storia ci insegna qualcosa, oggi si sta ripetendo lo stesso problema”, conclude Novelli. “In un contesto simile, confermiamo una asset allocation decisamente contrarian rispetto al consensus del mercato. Siamo negativi sulle prospettive del dollaro mentre siamo long sull’oro. Rimaniamo positivi sulle prospettive delle asset class Asia emergenti e Cina, dopo i significativi movimenti di rialzo registrati negli ultimi mesi. Tuttavia, poiché la Cina ha iniziato a rimuovere parte degli stimoli monetari e fiscali, riteniamo che questi mercati siano al momento in una fase di correzione. Quello che sembra emergere, dopo tutti gli interventi che sono stati fatti per evitare il collasso, è che il contesto dell’economia post Covid rischia di essere meno stabile e più esposto a fenomeni di crisi di quanto stiano scontando attualmente gli investitori”.

Mercato immobiliare, i budget per chi vuole investire. Medie e grandi città, più località turistiche

Il mercato immobiliare continua a suscitare interesse sia per le case vacanza che per l’investimento. I rendimenti immobiliari medi annui lordi odierni intorno a 5% annuo. Cosa si può ottenere con diversi budget.

Il mercato immobiliare continua a suscitare interesse da parte di chi sta cercando la prima casa e di chi sta rivolgendosi al mercato della casa vacanza o per investimento. La ricerca per investimento con la finalità di messa a reddito, pur avendo avuto una battuta di arresto nel 2020, resta comunque interessante (pari al 16,5% delle compravendite 2020, secondo i dati della rete Tecnocasa). I rendimenti immobiliari annui lordi mediamente si sono portati intorno a 5% annuo. Anche i mutui a tassi ancora convenienti invitano all’investimento per chi non volesse impiegare tutto il capitale.  La ricerca della seconda casa, in modo particolare, ha avuto una spinta importante dalla pandemia: dopo il primo lockdown c’è stato un boom di ricerca che non si è spento col passare del tempo, compatibilmente con le restrizioni territoriali. È diventata tassativa, per questa tipologia di investimento, la presenza di spazi esterni.       

150.000 euro – Nonostante sia un budget contenuto, esso consente però di acquistare dei piccoli tagli in città ma anche in località turistiche, dando soddisfazione a quel desiderio di avere una casa in cui trascorrere dei giorni lontani dal caos metropolitano. A Milano con una disponibilità di spesa del genere si può puntare a zone periferiche come, ad esempio, quella di Bonola, dove si può acquistare un bilocale da 50-55 mq in discreto stato (considerando una tipologia medio usato di 55 mq si devono mettere in conto circa 140 mila euro). L’affitto si aggira intorno a 800 euro al mese, con un rendimento annuo lordo del 6,3%. Interessante anche la zona universitaria della Bicocca anche se con 150 mila euro occorre puntare su un taglio più piccolo intorno a 45 mq (acquistabile in discreto stato intorno a 146 mila euro) da poter affittare a 700 euro al mese con un rendimento annuo lordo del 5,8%. 

Con questo budget potrebbe essere interessante guardare anche a capoluoghi di provincia dove ci possono essere interventi di riqualificazione e potenziamento del territorio (metropolitane), così come dove ci sono sedi universitarie. Citiamo per esempio Monza (prezzo medio di 1800 euro al mq) dove c’è attesa per la metropolitana e con questo budget si acquista un bilocale o Modena altro centro universitario così come Trieste città in grande spolvero negli ultimi anni grazie alla capacità di attirare investitori italiani e non. A Trieste c’è un prezzo medio per l’usato di 1200 euro al mq.  Sulle località turistiche si possono puntare tante mete in montagna, al mare e al lago. A titolo di esempio a Gallipoli dove con 110 mila euro si può acquistare un bilocale in buona posizione che per l’intera stagione, da giugno a settembre, potrebbe rendere anche 8000 euro. Con questo budget si può pensare anche ad altre due località turistiche, Cogne e Peschiera del Garda. Quest’ultima, tra l’altro, negli ultimi due anni ha messo in luce una rivalutazione interessante intorno al 12,9%. 

300.000 euro – Si tratta di un budget che consente di acquistare un bilocale in zone semicentrali di metropoli come Roma e Milano. Nelle metropoli (alla luce del fatto che stanno lanciando segnali di ripresa) si può puntare su piccoli tagli meglio se in zone che potrebbero rivalutarsi nel tempo. Dalle nostre analisi un bilocale nelle grandi città rende mediamente il 5% annuo lordo. A Milano, per esempio, si possono prendere in considerazione le aree che in futuro saranno oggetto di interventi di riqualificazione come quella dello Scalo Farini (dove si segnalano prezzi medi di 4000 euro al mq e un rendimento annuo lordo del 3,4%). In generale, le aree sottoposte ad interventi che incrementano l’offerta di locali commerciali, di aree verdi e di modalità di trasporto sono da considerare in un’ottica di investimento

Nelle grandi città e in quelle di media dimensione rendono bene anche le zone universitarie che registrano sempre una buona domanda di affitto. Per fare un esempio a Roma nella zona Tiburtina dove c’è domanda di locazione universitaria un medio usato costa intorno a 2600 euro al mq e rende il 5,2% annuo lordo, con affitti medi intorno a 800 euro al mese per un bilocale. Sul mercato turistico si può pensare di optare per località note e con una buona presenza di turisti che cercano casa in affitto. In molti casi nelle località turistiche si tende ad affittare solo nel periodo di vacanza oppure si affitta durante l’anno salvo poi liberare l’immobile e passare poi all’affitto estivo. Con 300 mila euro si può optare per acquistare un bilocale da 65 mq con spazi esterni a Villasimius, dal valore intorno a 280-290 mila euro.  Per l’intero anno potrebbe rendere intorno a 16 mila euro con un rendimento annuo lordo del 5,7%. Altra località turistica potrebbe essere Cesenatico dove un bilocale da 65 mq si può acquistare intorno a 286 mila euro e permettere di ottenere 11500 euro all’anno con un rendimento annuo lordo del 4%.

400.000 euro– E’ un budget importante con il quale si può optare per acquisti più importanti oppure per investimenti frazionati. A Milano si potrebbe puntare su una zona semicentrale, come ad esempio quella della fondazione Prada che si è rivalutata negli ultimi anni e nei prossimi anni vedrà, non lontano, i lavori per le Olimpiadi invernali. Una soluzione di nuova costruzione si può acquistare con 4000 euro al mq e rende il 3% annuo lordo. Ma qui l’investimento è più legato alla riqualificazione dell’area e alla rivalutazione dell’immobile più che del rendimento ottenibile. Anche nella capitale questo budget permette di acquistare in zona Parioli dove un bilocale costa intorno a 395 mila euro e rende il 3% annuo lordo. Sul turistico si può puntare a località più costose, come ad esempio Ischia dove si potrebbe acquistare un trilocale da 100 mq pagandolo 400 mila euro e decidendo di affittarlo per il periodo estivo ottenendo 8.000 euro (giugno, luglio, agosto) e nei restanti 9 mesi a 6.300 arrivando così ad un 3,6% annuo lordo.  Oppure Amalfi dove si può arrivare ad acquistare un trilocale. In generale, con un budget così elevato si tende più a frazionare l’investimento in modo da diversificarlo.          

Quale futuro per il comparto Biotech? Cosa devono sapere consulenti e investitori prima di investire

Gli investitori dovrebbero prestare molta attenzione alle fasi in cui si trovano i candidati a farmaco di un’azienda biotech, dal momento che i loro titoli in borsa sono estremamente volatili. Infatti, una mancata approvazione dei test clinici in Fase 3 è capace di far scendere il valore dell’azione anche del 50%.

E’ notizia di qualche giorno fa quella del batterio sintetico “analfabeta”, ottenuto nei laboratori britannici del Medical Research Council (e pubblicato sulla rivista Science), inattaccabile dai virus perché non capisce il loro linguaggio e non può aiutarli a replicarsi, costringendoli a soccombere. Questo batterio sintetico apre la strada alla possibilità di ottenere microrganismi, dal patrimonio genetico modificato, da trasformare in fabbriche di farmaci come antivirali, antibiotici o antitumorali, poiché il batterio non sa leggere il codice genetico dei virus e impedisce la loro riproduzione basata sulla capacità delle cellule di leggere tutti i pacchetti di informazione del loro genoma. Di conseguenza, quando il virus entra nella cellula non trova nessun aiuto per replicarsi e l’infezione semplicemente non avviene.

Sulla scorta di tecniche di laboratorio come queste – inconcepibili persino qualche anno fa – alcuni scienziati ritengono che ci troviamo nell'”età dell’oro” della biotecnologia, grazie alla quale oggi è possibile curare e prevenire le malattie, ma anche sviluppare potenziali trattamenti e vaccini. Questo progresso costante, naturalmente, sta anche presentando enormi opportunità per gli investitori, poiché il potenziale di rendimento a lungo termine di molti titoli biotecnologici è molto interessante.

Che cos’è esattamente una azienda biotech? È un’azienda che utilizza organismi viventi (ad esempio batteri o enzimi) per produrre farmaci. Questo uso di organismi viventi differenzia le biotecnologie dalle aziende farmaceutiche, che utilizzano sostanze chimiche per sviluppare nuove molecole per il settore farmaceutico. Oggi è facile associare la biotecnologia all’assistenza sanitaria e alla ricerca di cure per malattie o virus. Tuttavia, il mercato e le sue innovazioni sono più vasti, comprendendo anche le innovazioni che potrebbero consentire alle società di ridurre le malattie, la fame e la dipendenza petrolchimica, trasformando anche il modo in cui la società interagisce con l’ambiente.

Nello sviluppo di nuovi farmaci, le aziende biotech devono osservare almeno quattro passaggi (identificazione della malattia, test preclinici in vitro o su cavie, test clinici e approvazione delle agenzie governativa) prima di arrivare a vendere un farmaco. I test clinici, in particolare, prevedono tre fasi:
– Fase 1: piccoli studi progettati per trovare una dose sicura per il “candidato a farmaco” e determinare come potrebbe colpire gli esseri umani.
– Fase 2: studi che possono includere circa 100 o più pazienti e concentrarsi sulla sicurezza, sugli effetti collaterali a breve termine e sulla determinazione della dose ottimale per il farmaco.
– Fase 3: studi più ampi che possono includere centinaia o addirittura migliaia di pazienti e che si concentrano sull’efficacia con cui un farmaco sperimentale tratta una malattia bersaglio e quanto sia sicuro.

Ebbene, un candidato a farmaco deve superare con successo ogni fase per passare alla successiva. Solo una volta che un farmaco ha completato con successo uno studio di Fase 3, dimostrando sicurezza ed efficacia nel trattamento della condizione target, l’azienda biotech potrà richiedere l’approvazione normativa utilizzando i dati clinici dello studio. Negli Stati Uniti, per esempio, la FDA sovrintende alle approvazioni per i nuovi farmaci. Gli investitori, pertanto, dovrebbero prestare molta attenzione alle fasi in cui si trovano i candidati a farmaco di un’azienda biotech, dal momento che i loro titoli in borsa sono estremamente volatili. Di solito, più avanzata è la fase, minore è il rischio, ma una mancata approvazione dei test clinici in Fase 3 (con rinvio, non si tratta di una bocciatura definitiva da parte delle agenzie) è capace di far scendere il valore dell’azione anche del 60-70% in un breve lasso di tempo. Inoltre, prima di investire è importante considerare il potenziale picco di vendite annuali di un candidato a farmaco, ossia il livello più alto di vendite all’anno previsto dagli analisti. Più alto è, maggiori saranno le opportunità di guadagno dall’investimento.

Naturalmente, qualunque valutazione deve partire sul c.d. portfolio: un’azienda biotech con più farmaci sperimentali nella sua pipeline (è il termine usato per riferirsi a tutti i farmaci di un’azienda che sono in fase di sviluppo) tenderà ad avere meno rischi di una biotech con solo uno o pochissimi farmaci candidati. Infatti, il portfolio incide molto sulla posizione finanziaria dell’azienda, dal momento che la maggior parte delle biotech non raggiunge la redditività finché non lancia con successo uno o più farmaci sul mercato, e ciò implica la valutazione di un investimento su un’azienda con fondamentali economici che, in altri settori, farebbero fuggire qualunque investitore. Sopperiranno, in questo caso, i dati sulla liquidità disponibile dei suoi maggiori azionisti, sebbene si tratti di un indicatore indiretto e molte biotech, nel corso della loro vita iniziale, emettono spesso nuove azioni per aumentare la liquidità necessaria, il che riduce il valore delle azioni esistenti.

Alcune biotech, però, ricevono denaro anche attraverso partnership con grandi case farmaceutiche, nonchè sovvenzioni da agenzie governative e organizzazioni senza scopo di lucro. Prima dell’esplosione della pandemia, aziende come Moderna (NASDAQ: MRNA) o BioNTech (NASDAQ: BNTX) erano probabilmente sconosciute a tutti, ed hanno raggiunto la notorietà grazie alle partnership sviluppate con aziende più note (come Pfizer) grazie alla necessità di sviluppare e produrre i vaccini che oggi usiamo per il COVID-19.

Secondo un recente rapporto di Acumen Research and Consulting, si prevede che il mercato globale delle biotecnologie crescerà di circa il 15,5% dal 2020 al 2027, e raggiungerà un valore di mercato di oltre 850,5 miliardi di USD entro il 2027. C’è poi un nuovo rapporto del National Intelligence Council (NIC) degli Stati Uniti che indica che la biotecnologia potrebbe potenzialmente rappresentare circa il 20% dell’economia globale entro il 2040, con l’agricoltura e la produzione come alcuni dei suoi principali motori e con l’espansione delle applicazioni sanitarie. Questa crescita porterà molte opportunità agli investitori che si informano bene su ciò su cui ciascuna biotech sta lavorando e, soprattutto, su come stanno procedendo la loro ricerca e sviluppo. Infatti, le previsioni sul dato globale al 2027 non specificano quali saranno le aziende che non riusciranno a superare i test clinici e, di conseguenza, determineranno il fallimento dell’investimento.

In definitiva, l’investimento in titoli azionari biotech richiede una buona dose di saggezza (diversificazione estrema) ma anche il dovere di aggiornare costantemente le proprie informazioni, poiché può passare molto tempo tra ricerca e sviluppo della pipeline di potenziali trattamenti. È un gioco di attesa, che potrebbe portare fortuna solo agli investitori che sanno cosa aspettarsi negli anni a venire.

Biotech America ancora sugli scudi, grazie al Covid. I titoli biotecnologici più promettenti del Nasdaq

L’industria biotech sta cambiando rapidamente nell’attuale scenario economico, dominato ancora dalla pandemia. Il COVID-19 ha creato enormi opportunità di lungo periodo per le biotecnologie che sviluppano potenziali trattamenti e vaccini.  

E’ ormai noto a tutti – sia per gli addetti ai lavori che per gli investitori, anche i più piccoli – che la pandemia di COVID-19, oltre al suo carico di tragicità, crisi economica e sospetti, ha anche creato enormi opportunità per alcuni settori industriali, come le biotecnologie che sviluppano potenziali trattamenti e vaccini. Nel corso del 2020 queste potenzialità si sono tradotte in acquisti euforici di titoli farmaceutici e del settore Biotech applicato ai farmaci, e le quotazioni di oggi, soprattutto rispetto a quelle di cinque anni fa, appaiono come arrivate da una lunga corsa. Ma a detta dei migliori analisti, alcune aziende degli USA si sono rafforzate strutturalmente e adesso, dopo un sensibile ritracciamento dalle quotazioni massime di mercato, presentano margini interessanti anche per il lungo periodo.

Pertanto, i migliori titoli biotecnologici del Nasdaq da valutare in questo momento vantano solidi fondamentali e alcuni hanno già farmaci vincenti sul mercato. Ecco alcune società* che gli investitori dovrebbero tenere d’occhio.

Axsome Therapeutics – Il farmaco principale candidato di Axsome, che si chiama AXS-05, prende di mira la depressione e l’agitazione correlata al morbo di Alzheimer. Lo scorso 26 Aprile, Axsome Therapeutics ha annunciato l’approvazione della FDA della nuova domanda di farmaco per AXS-05 per il trattamento della depressione e del tabagismo. Axsome sta sviluppando un farmaco sperimentale per l’emicrania, chiamato AXS-07, per il quale prevede di richiedere l’approvazione della FDA (Food and Drug Administration) statunitense entro il secondo trimestre del 2021. AXS-05, come trattamento per la depressione, potrebbe essere un farmaco di successo, con picchi di vendita annuali – il più alto volume di vendite in dollari per anno previsto dagli analisti – stimato in 2,6 miliardi di dollari. Invece, il picco di vendita annuale previsto per AXS-07 nei soli Stati Uniti è di oltre 500 milioni di USD all’anno.

ExelixisExelixis ha sviluppato quattro farmaci che sono già sul mercato. Il suo più grande vincitore di gran lunga è Cabometyx. Il farmaco è approvato per il trattamento del carcinoma a cellule renali (RCC) e del carcinoma epatocellulare (HCC), rispettivamente i tipi più comuni di cancro del rene e del fegato. Questa azienda biotech potrebbe fornire una solida crescita in futuro espandendo l’uso di Cabometyx come parte delle terapie combinate. Exelixis e Bristol Myers Squibb (NYSE:BMY) hanno ottenuto l’approvazione negli Stati Uniti all’inizio del 2021 per Cabometyx in combinazione con l’immunoterapia Opdivo, ed Exelixis sta anche lavorando con Roche (OTC:RHHBY) per valutare un trattamento combinato Cabometyx-Tecentriq. Exelixis sta utilizzando la sua scorta di liquidità in rapida crescita per stipulare accordi di licenza e ampliare in altro modo le sue offerte. Ora sta concedendo in licenza da Aurigene un promettente farmaco contro il cancro in fase iniziale chiamato XL102.

Novavax – L’azienda potrebbe trarre vantaggio dall’essere uno dei candidati a produrre il vaccino COVID-19 NVX-CoV2373, utilizzando una subunità proteica (una singola molecola proteica) per stimolare una risposta immunitaria contro il nuovo coronavirus. La società biotecnologica all’inizio del 2021 ha riportato risultati intermedi positivi da uno studio in fase avanzata del Regno Unito sul vaccino sperimentale, e il governo degli Stati Uniti ha firmato un accordo da 1,6 miliardi di dollari con Novavax per finanziare lo sviluppo e la produzione in fase avanzata del suo vaccino, con la clausola che Novavax fornisca 100 milioni di dosi se il farmaco ha successo nei test clinici. Novavax ha anche siglato accordi di fornitura con Australia, Canada, Regno Unito e India. E’ bene ricordare che nel 2019 il titolo Novavax aveva perso quasi il 90% del suo valore quando il farmaco candidato al vaccino contro il virus respiratorio ResVax aveva fallito per la seconda volta gli studi clinici in fase avanzata. Ma il prezzo del titolo si è ripreso nel 2020 e la società ha riportato risultati straordinariamente positivi da uno studio in fase avanzata del suo vaccino antinfluenzale sperimentale NanoFlu. L’azienda prevede ora di perseguire l’approvazione della FDA del vaccino antinfluenzale. Gli analisti prevedono che, se approvato, NanoFlu potrebbe generare vendite annuali fino a 1,7 miliardi di dollari.

Regeneron – La più grande fonte di guadagno per Regeneron Pharmaceuticals è Eylea, un farmaco per le malattie degli occhi che produce in collaborazione con Bayer (OTC: BAYRY). Tutte le vendite nette di Eylea negli Stati Uniti vengono assegnate a Regeneron, e la società divide con Bayer le entrate ottenute dai mercati al di fuori degli Stati Uniti. Regeneron ha anche una redditizia partnership con Sanofi (NASDAQ:SNY), con la quale sta sviluppando congiuntamente farmaci per malattie autoimmuni Dupixent e Kevzara, farmaci antitumorali Libtayo e Zaltrap e il farmaco per il colesterolo Praluent. Regeneron ha anche vinto l’autorizzazione all’uso di emergenza negli Stati Uniti per il trattamento del COVID-19 con il suo cocktail di anticorpi REGEN-COV, che ha mostrato di poter ridurre significativamente il rischio di infezione sintomatica da parte del nuovo coronavirus.

Vertex – Vertex gode di un monopolio quasi totale nel trattamento della causa sottostante della fibrosi cistica (FC), una malattia genetica rara che provoca l’eccessivo accumulo di muco nei polmoni e nell’apparato digerente. Il suo farmaco più recente, Trikafta/Kaftrio, potrebbe dare beneficio ad oltre il 50% dei pazienti affetti da Fibrosi Cistica grazie ad una mutazione genetica stimata nel 90% dei pazienti affetti da Fibrosi Cistica. Inoltre, Vertex sta cercando di testare terapie di modifica genica (trattamenti che comportano la modifica delle sequenze di DNA) mirate alle malattie rare del sangue beta-talassemia e anemia falciforme. L’azienda è anche avanzata nella fase 1/2 della sperimentazione di un farmaco sperimentale che ha il potenziale per curare il diabete di tipo 1, una malattia che, solo negli Stati Uniti, colpisce più di 1,5 milioni di persone.

 

* Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite unicamente a titolo informativo, e non devono essere intese né come una consulenza di investimento, né come un consiglio di acquisto, vendita o altri tipi di operazioni relative ad un investimento su prodotti o servizi, né tanto meno un invito, un’offerta o un sollecito a investire. Le informazioni del Sito vengono fornite esclusivamente in virtù del fatto che ognuno prenderà autonomamente le proprie decisioni in materia di investimenti. Inoltre, nessun elemento nel Sito rappresenta o intende rappresentare una consulenza finanziaria, legale, contabile o fiscale.

In Cina le notizie sul taglio dell’imposta di bollo confondono i traders. Indici fuori dal trading rangebound?

Gli indici azionari cinesi hanno vissuto un andamento altalenante a causa dei rumors sul taglio dell’imposta di bollo. L’euforia dei traders sui possibili tagli dei costi di negoziazione è durata poco. Indici cinesi fuori dal trading rangebound dopo tre mesi.

La recente proposta della Cina di ridurre l’imposta di bollo – che avrebbe l’effetto di portare un taglio dei costi di negoziazione – è stata interpretata erroneamente da molti investitori, nonostante tale provvedimento non sia stato ufficialmente menzionato dal governo. In una conferenza stampa, Zang Tiewei, portavoce del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, il principale organo legislativo della nazione, ha affermato che ci sono piani per modificare le bozze di delibera sulle leggi relative all’imposta di bollo, come l’abbassamento del tasso e la portata del prelievo.

Sebbene il commento di Zang non abbia menzionato il trading azionario, parecchi investitori (soprattutto quelli più piccoli) sono stati presi dall’euforia, alimentando i guadagni nelle azioni degli intermediari quotati in borsa, poiché questi ultimi trarrebbero maggior beneficio dall’aumento del volume delle transazioni a seguito del taglio. I guadagni, però, sono stati di breve durata, dopo che gli analisti di Huaxi Securities hanno sottolineato che i commenti erano stati interpretati in modo errato, perché le autorità di mercato tendono a tagliare i costi di negoziazione solo quando occorre rilanciare il mercato.

Le conseguenze sui listini non si sono fatte attendere: l’indice CSI300, che replica i 300 titoli più grandi sia di Shanghai che di Shenzhen, venerdì è balzato fino all’1,5% a un massimo intraday prima di cedere la maggior parte dei guadagni della giornata per chiudere la giornata in rialzo dello 0,5%. Gli indicatori di riferimento in entrambi i mercati sono aumentati prima di chiudere in ribasso. “I mercati cinesi sono stabili ora, e gli investitori hanno una buona fiducia”, ha affermato Li Lifeng, stratega di Huaxi, “per cui la possibilità di una riduzione dell’imposta di bollo a breve termine è estremamente bassa”.

L’emendamento al disegno di legge sull’imposta di bollo non interessa la compravendita di azioni, ha affermato il Securities Times, quotidiano gestito dal People’s Daily, portavoce del Partito comunista, citando fonti governative non identificate.

Nel complesso, l’indice Shanghai Composite è uscito da quasi tre mesi di trading rangebound, ossia da quella strategia di trading che cerca di identificare e capitalizzare il trading di azioni nei canali di prezzo, dopo aver trovato i principali livelli di supporto e resistenza e averli collegati con le linee di tendenza orizzontali (acquistando un titolo al supporto della linea di tendenza inferiore, in basso nel canale, e vendendo in prossimità della resistenza della linea di tendenza superiore, in cima al canale). Tale strategia ha trovato fine questo mese, poiché i timori di un brusco cambiamento nell’allentamento della politica monetaria e la forza dello yuan hanno aumentato l’attrattiva delle attività legate alla valuta locale.

Gli acquisti esteri di azioni cinesi onshore sono aumentati al livello più alto quest’anno a maggio, e i costi di transazione più elevati in genere vengono vissuti come una tassa dagli investitori a breve termine (come i day trader) e dai trader ad alta frequenza, che si affidano a transazioni rapide per realizzare profitti rapidi. Gli investitori a lungo termine, i fondi istituzionali e i gestori patrimoniali sono generalmente indifferenti alle mutazioni dei costi di transazione.

La Cina, fino ad oggi, ha già adeguato dieci volte l’aliquota dell’imposta di bollo sulle transazioni di azioni. L’ultima volta è stata nel settembre 2008, durante la crisi finanziaria globale, quando Pechino ha abolito l’imposta sull’acquisto di azioni e ha mantenuto il tasso di vendita allo 0,1 per cento. Le imposte di bollo in Cina vengono applicate anche ad altre aree, come le transazioni immobiliari, e i costi di negoziazione delle azioni di Hong Kong, per esempio, sono tra i più alti al mondo: a partire da agosto verrà imposta una tassa dello 0,13 per cento sia sull’acquisto che sulla vendita, contro l’attuale 0,1 per cento.

Il 18 Giugno l’edizione annuale di OIM21, il web talk di Deloitte su Fintech e Wealthtech

Il convegno è riservato a chi opera nel mondo della finanza o in quello accademico, ed è necessaria l’iscrizione e l’invito. Un web-content che si sviluppa attraverso il tema “Ci aspetta un futuro post-dollaro, in cui la finanza decentralizzata giocherà un ruolo strategico?”   

Il prossimo 18 Giugno alle ore 15.30 (termine previsto per le 17.30) Deloitte organizza e svolge, in collaborazione con SIAT ed in modalità virtuale/digitale, il webtalk  dal titolo “OIM21. Third Edition of Investment Management Observatory Symposium”, che avrà in agenda un aggiornamento sul mondo fintech/wealthtech.

Il convegno è riservato a chi opera nel mondo della finanza (tradizionale, centralizzata o decentralizzata) o in quello accademico (docenti, ricercatori, studenti), e la partecipazione è possibile esclusivamente su invito.

Si tratta di un web-content creato “da colleghi per colleghi” (C2C), senza alcun fine commerciale, e si sviluppa attraverso due tavole rotonde sul tema “Ci aspetta un futuro post-dollaro, in cui la finanza decentralizzata giocherà un ruolo strategico?”. La prima Tavola vedrà interventi di alcuni esperti proprio sul tema della finanza decentralizzata, mentre la seconda sarà maggiormente focalizzata sulla finanza tradizionale, con il punto di vista dei portfolio manager su come si sviluppano le preferenze degli utenti, sul perché vengono prese determinate scelte e su come viene percepito il rischio nelle nuove generazioni.

Oltre all’analisi dei futuri scenari dell’Asset and Wealth Management per i prossimi anni, nel corso del convengo si discuterà della crescente importanza della tecnologia blockchain. Infatti, mentre gli Stati Uniti sembrano intenzionati ad approfondirne il framework regolatorio, l’86% delle Banche centrali ha un progetto legato a una propria digital currency, e altre realtà (finanziarie e non) hanno deciso di inserire le cryptocurrency nelle proprie strategie per il futuro.

Approfondiranno le tematiche gli interventi di:

Luca Anzola, Head of Multimanager and Alternative Investment Fideuram
Alessandro Bertirotti, Docente Universidad Externado di Bogotà
Paolo Biamino, Portfolio Manager Euromobiliare Asset Management SGR
Luca Boiardi, CEO The Crypto Gateway
Davide Bulgarelli, Presidente SIAT
Davide Capoti, CEO Rocket Capital Investment
Alessandra Ceriani, FSI Consulting Leader Deloitte
Paolo Gianturco, Business Operations & FinTech Leader Deloitte
Laura Grassi, Responsabile dell’Osservatorio FinTech Politecnico di Milano
Manuela Maccia, Chief Investment Officer BNL-BNP Paribas
Marco Mione, FinTech Team Manager Deloitte & Vice Presidente SIAT
Marco Piovesan, Professore University of Copenaghen

Chi vorrà iscriversi e richiedere l’invito potrà collegarsi a questo link.

Il “Draghi Put” riduce in schiavitù lo spread. Un cane da guardia per i fondi del Recovery Plan

Secondo Goldman Sachs, il prezzo del rischio sovrano italiano indica fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico. Lo spread sui titoli tedeschi a 10 anni si riduce e premia le aspettative di riforme strutturali della coalizione italiana di unità nazionale.

Nei suoi otto anni come presidente della BCE, Mario Draghi ha sviluppato una capacità quasi leggendaria di contenere gli oneri finanziari per i governi della zona euro. Gli investitori sembrano attribuirgli poteri taumaturgici, a giudicare dalla calma che è scesa sui mercati obbligazionari da quando è entrato in carica a febbraio, passando dal ruolo di ex banchiere centrale – ampiamente riconosciuto per aver domato la crisi del debito dell’eurozona un decennio fa – in quello di politico. Prova ne è che, dopo una breve oscillazione al rialzo dello spread per via della preoccupazione che la BCE potesse presto ritirare il suo stimolo finanziario all’economia di emergenza, i costi di finanziamento di Roma sono tornati ai minimi nel giro di un mese.

Gli analisti di Goldman Sachs hanno soprannominato il potere dell’ex capo della BCE sui mercati obbligazionari come il “Draghi put“, poiché “il prezzo del rischio sovrano italiano indica innegabilmente fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico”, ha scritto la banca in una nota ai clienti la scorsa settimana.

Gli investitori hanno segnalato il loro sostegno ai piani del primo ministro per rivedere la burocrazia italiana grazie ai 205 miliardi di euro provenienti dal Recovery Plan, e così oggi lo spread che l’Italia paga sul suo debito in relazione agli interessi sui titoli tedeschi a 10 anni si attesta a poco sopra un punto percentuale, non molto al di sopra del minimo quinquennale di febbraio. “C’è sicuramente una visione del mercato secondo cui Draghi non può sbagliare, che tutto ciò che tocca si trasforma in oro”, ha affermato James Athey, gestore di portafoglio obbligazionario presso Aberdeen Standard Investments.

Alcuni gestori di fondi percepiscono un’opportunità per scuotere l’Italia da decenni di torpore a bassa crescita, e stanno scommettendo che la stabilità fornita dalla coalizione di unità nazionale di Draghi crei uno sfondo ideale per il programma di riforma, poiché l’Italia beneficia di una delle maggiori quote del fondo di recupero dalla pandemia pari a 750 miliardi di euro. Il governo ha istituito un “cane da guardia” per sorvegliare le modalità di spesa del denaro, e ha introdotto misure per snellire la burocrazia e accelerare lo sviluppo delle infrastrutture. “Questo è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno per affrontare i suoi problemi a lungo termine. Si tratta di una spesa fiscale mirata finalizzata alle giuste riforme”, ha affermato Gareth Colesmith, responsabile dei tassi globali di Insight Investment. Ecco perché siamo positivi sull’Italia“.

La direzione degli spread italiani ha ripercussioni oltre i suoi confini. Essendo il più grande mercato dei titoli di stato dell’eurozona – e uno dei più rischiosi – l’Italia dà il tono agli asset ad alto rischio in tutto il blocco. Secondo Andrea Iannelli, direttore degli investimenti di Fidelity International, per ora “l’effetto Draghi” ha contribuito a nascondere le preoccupazioni per il consistente debito pubblico italiano, che supera il 160 per cento del PIL. “Questa visione potrebbe essere eccessivamente ottimista – sostiene Iannelli – perché distribuire miliardi di investimenti potrebbe riaccendere vecchi conflitti politici”. Ed effettivamente qualche segnale di malcontento c’è, perché Fratelli d’Italia – unico grande partito a non sostenere la coalizione di Draghi – è attualmente al secondo posto nei sondaggi a livello nazionale e non mostra particolare fiducia nell’UE. “Non sarà una navigazione semplice”, ha detto Iannelli. “e il mercato sta valutando positivamente uno scenario che presenta qualche rischio”.

In quanto nomina tecnocratica, Draghi non dovrebbe continuare come primo ministro oltre le prossime elezioni. Il mandato della coalizione deve terminare entro il 2023, anche se il voto potrebbe arrivare già il prossimo anno se Draghi decidesse di candidarsi alla Presidenza della Repubblica. Chiara Cremonesi, stratega del reddito fisso di UniCredit, ha affermato che i mercati potrebbero presto iniziare a preoccuparsi per ciò che potrebbe seguire la coalizione di unità. “Gli investitori sono positivi su Draghi, quindi sono ovviamente preoccupati per quanto durerà il suo governo”, ha detto. UniCredit non si aspetta elezioni nel 2022, ma un “aumento del rumore politico” potrebbe riportare gli spread al livello di circa 1,2 punti percentuali raggiunto prima dell’arrivo di Draghi, ha aggiunto.

Anche senza una fiammata politica, la relativa calma nei mercati dipende dalla BCE e dal suo continuo sostegno ai mercati attraverso il programma di acquisto di obbligazioni pandemiche da 1,85 trilioni introdotto dal successore di Draghi alla banca centrale, Christine Lagarde. Un sell-off obbligazionario dell’eurozona a maggio, che ha ampliato gli spread italiani aumentando anche i rendimenti tedeschi, mostra quanto i mercati siano diventati sensibili a qualsiasi suggerimento di un “tapering” anticipato degli acquisti netti dall’attuale livello di 80 miliardi al mese. La stessa Lagarde, però, ha rassicurato gli investitori che manterrà i suoi sforzi.

In ogni caso, gli investitori pensano che la BCE sarà molto sensibile a qualsiasi aumento dei rendimenti italiani. Finché l’ex capo della BCE rimarrà in carica, in molti scommettono che la banca centrale avrà maggiori probabilità di mantenere in funzione il rubinetto degli stimoli. “Finché pensano che l’Italia stia facendo riforme sensate, continueranno a fornire supporto”, ha affermato Colesmith.

Fonte: https://www.ft.com/content/c896f2b3-58b5-43e1-8c3d-d67bde88aaa9 (traduzione ed elaborazione dall’inglese a cura della redazione)

Trend locazioni dal 2010 al 2021. Dopo l’inversione di rotta, mercato degli affitti in timida ripresa

Il calo della domanda generato nel 2020 dalla pandemia ha prodotto un pesante accumulo di stock che solo nell’ultimo periodo si sta riassorbendo, grazie soprattutto alle riaperture ed alle vaccinazioni. La domanda dovrebbe aumentare grazie al comparto delle locazioni brevi estive, ma ancora non si intravede una stabilizzazione dei prezzi per il residenziale a contratti lunghi.

Il mercato delle locazioni, dal 2010 ad oggi, ha messo in luce trend importanti in seguito al verificarsi della stretta creditizia, iniziata nel 2008, e al delinearsi di nuove tendenze sociali (primo fra tutti il fenomeno degli short rent o affitto breve) che hanno impattato su questo segmento del mercato immobiliare. Dalla ricerca di Tecnocasa emerge che, dopo un periodo di ribasso dei valori (2010-2015), dal 2016 i canoni iniziano a risalire in seguito ad una domanda più selettiva, che premia gli immobili di qualità, e grazie alla contrazione dell’offerta. In particolare, a trainare il settore in quel periodo intervenivano gli affitti turistici, che sottraevano immobili alla tradizionale locazione residenziale. La crescita dei canoni si arresta nel 2020 con l’arrivo della pandemia e inverte pericolosamente la rotta. Resta da comprendere come sarà il 2021 e, soprattutto, se sarà possibile un rientro “strutturale” verso le quotazioni pre-pandemiche.

Nel 2010 in alcune grandi città l’aumento della domanda si fa sentire sui valori, stabilizzandoli. I proprietari delle abitazioni diventano selettivi nella scelta dell’inquilino, temono eventuali morosità. Questa tendenza continuerà anche nel 2011 e nel 2012.

Nel 2013 i canoni di locazione si abbassano ulteriormente diminuendo del 4,0%. Le motivazioni si racchiudono in un aumento dell’offerta, nella diminuita disponibilità di spesa dei potenziali acquirenti e nella volontà dei proprietari di andare incontro agli inquilini “affidabili” ribassando i canoni. Aumenta la rigidità ad affittare l’immobile da parte dei proprietari che vogliono sempre più garanzie.

Nel 2014 i canoni di locazione sono ancora in discesa a causa della diminuita disponibilità di spesa dei potenziali inquilini e dall’aumentata offerta sul mercato di immobili in affitto. Il secondo semestre vede un lieve rialzo dei canoni di locazione in alcune aree delle grandi città. La maggioranza di coloro che cerca casa in affitto lo fa per trovare l’abitazione principale, insieme a chi si trasferisce per lavoro e per motivi di studio. Il contratto più praticato è quello a canone libero, ma aumenta l’appeal del contratto a canone concordato grazie anche alla cedolare secca agevolata. In alcune città come Verona e Bologna prevale sulle altre tipologie contrattuali.

Nel 2015 i canoni di locazione nelle grandi città hanno segnato una diminuzione dello 0,8% per i monolocali, dello 0,5% per i bilocali ed un aumento dello 0,3% per i trilocali. Non si riscontrano importanti cambiamenti rispetto all’anno precedente se non un lieve aumento dei canoni di locazione nel secondo semestre del 2015. Importante invece sottolineare anche per questo anno un incremento del ricorso al canone concordato.

Nel 2016 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +0,8% per i monolocali, +1,2% per i bilocali e +1,2% per i trilocali. Su tutte le tipologie, per la prima volta, si vede un segnale positivo, attribuibile prevalentemente ad una diminuzione dell’offerta immobiliare e ad una migliore qualità della stessa. Quello che è cambiato sensibilmente col tempo è l’utilizzo del canone concordato che, a livello nazionale, si è attestato intorno al 27,2%, trovando sempre più consensi tra proprietari ed inquilini (in un anno è passato dal 20,3 % del secondo semestre del 2015 al 27,2% dello stesso periodo del 2016).

Nel 2017 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +3,6% per i monolocali, +3,0 per i bilocali e +2,7% per i trilocali. Tra le motivazioni la riduzione dell’offerta sul mercato (soprattutto in quelle realtà dove sta crescendo il fenomeno degli affitti turistici) e la migliore qualità della stessa. Abbastanza invariata, nell’anno, la distribuzione della motivazione della ricerca della casa in affitto: il 56,8% cerca la casa principale, il 37,2% lo fa per motivi legati al lavoro e il 6,0% per motivi legati allo studio. In lieve aumento la componente lavorativa e in ribasso la percentuale di chi ricerca la casa in affitto per scelta abitativa. Una conseguenza di quanto detto è la crescita del contratto a canone transitorio che passa da 13,7% del 2016 a 16,9% nel 2017.  Anche il canone concordato è in aumento portandosi a 27,3%. 

Nel 2018 i canoni di locazione delle grandi città sono in aumento: +3,4% per monolocali e bilocali e +2,8% per i trilocali. Su tutte le tipologie si registra un segnale positivo. Tra le città con l’aumento dei canoni più elevato ci sono Bologna (+14,4%, +10,8%, +11,3%) e Milano (+6,9, +6,8%, +6,1%). Il fenomeno degli affitti turistici continua a far sentire i suoi effetti contribuendo alla riduzione dell’offerta di immobili destinati alla locazione residenziale. Si conferma il successo del canone concordato.

Nel 2019 i canoni di locazione continuano a salire. Nelle grandi città sono in aumento del +5,3% per i monolocali, +1,8% per i bilocali e per i trilocali. Per la prima volta, si segnalano canoni in rialzo su tutte e tre le tipologie analizzate. Milano e Bologna mettono a segno l’aumento dei canoni più importante rispettivamente con (+5,6%, +4,6% e +6,7%) e (+6,1%, +4,2% e +5,3%): tra le motivazioni c’è la riduzione dell’offerta sul mercato dovuta, in parte, alla crescita del fenomeno degli affitti turistici. Contribuisce, infine, al rialzo dei valori l’aumento di chi cerca casa in affitto perché non vuole o non riesce ad acquistare. Continua a funzionare il contratto a canone concordato.

Nel 2020 il mercato delle locazioni, a causa della pandemia, inverte la rotta di crescita che aveva intrapreso negli anni scorsi. Lo smart working e la didattica a distanza hanno ridotto la domanda di immobili in affitto da parte di lavoratori fuori sede e studenti e, allo stesso tempo, la forte contrazione dei flussi turistici ha determinato una maggiore offerta. Questo ha comportato una riduzione dei canoni di locazione avvertita soprattutto nelle grandi città, in particolare in quelle che registravano importanti presenze turistiche. Si segnala una riduzione dell’1,6% per i monolocali e del 2,2% per bilocali e trilocali. Il contratto a canone concordato continua a riscuotere successo ma si segnala un maggiore ricorso al transitorio: chi aveva immobili a destinazione turistica li immette sul segmento residenziale con contratti brevi in attesa della risoluzione della pandemia.             

Per quanto riguarda il 2021, sembra che nell’ultimo periodo la campagna vaccinale stia contribuendo a riassorbire il pesante accumulo di stock generato dal calo della domanda del 2020. La domanda adesso dovrebbe aumentare grazie al comparto delle locazioni brevi estive, ma ancora non si intravede una stabilizzazione dei prezzi per il residenziale a contratti lunghi. Complessivamente, secondo il portale Idealista, il settore degli affitti in Italia segna un rimbalzo del 2,3% a maggio, a 11,3 euro/m². Nel dettaglio, 57 città hanno visto aumentare i prezzi degli affitti, 8 sono rimaste stabili e 34 hanno avuto tassi di diminuzione. I rimbalzi maggiori si sono registrati a Barletta (17,1%), Foggia (8,5%) e Massa (7,8%), mentre le città di Trani (-5,1%), Fermo (-6,4%) e Cesena (-7%) hanno segnato i cali maggiori.

Nei primi 10 centri italiani, dove si concentra oltre il 60% dell’offerta di abitazioni, si conferma una chiara tendenza rialzista a Roma (1,1%), a Milano (0,9%), a Firenze e a Venezia (entrambe 0,8%), mentre Napoli e Genova sono piatte e Palermo (-0,7%) e Bologna (-0,9%) in calo. In tutta evidenza, però, sembrano essere dati non troppo confortanti per parlare di ripresa strutturale del mercato delle locazioni, per la quale sarà utile rimandare l’analisi tra novembre 2021 e febbraio 2022.

Comincia l’era della banca “solidale, emotiva e istintiva”. Ruolo educativo in partnership con il cliente

Le società richiederanno che le imprese bancarie, fino ad oggi cadute idealmente in basso, si risollevino ed assumano un ruolo attivo nell’etica all’interno delle comunità, prendendo posizione sulle questioni che contano di più per la Società e l’individuo.

Il lungo periodo di forzata riflessione aperto – e non ancora chiuso – dalla pandemia ha avuto il merito di accelerare dei cambiamenti che, nel sistema bancario, sarebbero comunque avvenuti, ma molto più lentamente. In più, la tragedia che ha colpito la popolazione mondiale ha certamente aumentato il senso di responsabilità sociale di molte aziende, e tra queste certamente anche le banche, per le quali la responsabilità civica non sarà più una scelta, ma una necessità, poiché la società adesso si aspetta che esse intervengano laddove i governi stanno fallendo.

Questo cambiamento di mentalità imprenditoriale è già in atto, ed oggi è possibile elencare alcuni elementi fondamentali che si manifestano con estrema chiarezza:

– Entro il 2025, i fondi di investimento alternativi con tempi di ritorno più lunghi avranno aumentato la propria popolarità tra gli investitori, e i criteri di compliance di portafoglio verranno gradualmente modificati in modo da consentire una maggiore esposizione degli investitori su questi asset, oggi fortemente limitati dalla MiFID II.
– Le banche estere – in particolare quelle americane ed asiatiche – stanno già “pensando a lungo termine”, sostenendo investimenti basati su un atteggiamento meno immediato nei confronti del ROI, incoraggiando le aziende di medie dimensioni a crescere, innovare e competere.
– Viene attribuita una particolare enfasi sugli “aspetti morali” in relazione al modo in cui le macchine e i programmi di Intelligenza Artificiale vengono costruite e programmati, visto il sempre più largo impiego di tale tecnologia nel mondo bancario.
– Si afferma il ruolo delle banche come “educatori” e la necessità di agire in partnership con i loro clienti. Di conseguenza, nel futuro più prossimo sia i consumatori che i clienti commerciali entreranno in relazioni più educative con le banche, le quali agiranno da supporto costante per raggiungere gli obiettivi della vita. Relativamente a quest’ultimo aspetto, per esempio, già oggi Barclays offre uno strumento che consente ai clienti di “spegnere” la spesa con carta di debito presso determinate categorie di rivenditori, mentre Monzo ha introdotto uno strumento simile a Barclays, registrando una riduzione del 70% nella spesa per il gioco d’azzardo.

Nel rispetto di questa nuova etica bancaria “di responsabilità”, nel giro dei prossimi 5 anni le banche dovranno strutturare una offerta adeguata per i due miliardi di adulti che, a livello globale, oggi non accedono al credito bancario tradizionale, creando una sorta di credito intelligente. Petalcard, per esempio, utilizza l’apprendimento automatico per analizzare i record finanziari digitali delle persone non bancarizzate, fornendo linee di credito fino a 10.000 USD. Secondo Raja Bose, partner di Genpact in Transformation Services e Consumer Banking, “Utilizzando l’intelligenza artificiale e l’analisi avanzata, le banche possono identificare “micro-segmenti” all’interno di popolazioni non bancarie che hanno il potenziale per diventare clienti redditizi”.

Le banche, nel loro insieme, sono un sistema complesso, ed è ciò che viene oggi rimproverato dall’utenza che, invece, richiede sempre più che esse siano aperte e sostenibili, di pari passo con le istanze della Collettività che non chiede più la crescita economica ad ogni costo, bensì il perseguimento di obiettivi che diano priorità all’umanità e all’ecologia. Poiché i consumatori richiedono maggiore trasparenza, le banche dovranno dare priorità all’attenzione agli ecosistemi in cui esse lavorano. In tal senso, l’UE sta già imponendo, di fatto, ai consulenti finanziari di informare i clienti sulle opzioni di investimento ambientali, sociali e di governance (riunite nell’acronimo ESG), mentre le aziende (banche comprese) stanno inserendo specifici esperti di etica a tempo pieno nei CdA.

Questo scenario sta permettendo, dopo oltre due secoli di rivoluzioni industriali e tecnologiche, di riqualificare l’essenza stessa del profitto, attribuendo a questo la necessità di uno scopo sociale. Così, sarà possibile lanciare sul mercato servizi che aiutino i consumatori a gestire e vedere come i loro comportamenti di acquisto influiscano sulla società e sull’ecologia. Per esempio, la carta Baltic Sea di The Bank of Aland aiuta i clienti a vedere il loro impatto ambientale attraverso i consumi, mentre Challenger Bank, con la sua Aspiration Card, consente ai clienti di monitorare le proprie spese rispetto all’indice etico della banca attraverso una app, che fornisce un punteggio basato su come un marchio si prende cura della sua forza lavoro e quanto siano sostenibili i suoi processi e le sue pratiche per il mondo.

RIDURRE IL RISCHIO PER RACCOGLIERE FRUTTI – In questo mondo sempre più volatile, le banche devono adottare strategie per contrastare gli shock e ridurre i rischi, ad esempio distribuendo geograficamente call center e agenti per mantenere la continuità operativa in caso di crisi globale. Una parte cruciale del cambiamento del sistema, infatti, sarà la c.d partnership di sistema che, anziché far combattere i concorrenti tra loro, creerà un sistema più sicuro per tutti. Per metterlo in atto nei prossimi cinque anni, le banche stanno valutando partnership con fornitori di servizi, società di paghe, società di contabilità e aggregatori di dati per automatizzare la raccolta dei dati.

Infine, ogni cambiamento deve accompagnarsi ai suoi “laboratori di pensiero” per creare nuovi modelli di business. Per esempio, nel tentativo di cambiare il proprio business model dall’interno e promuovere una cultura del lavoro più aperta, Goldman Sachs ha lanciato un incubatore interno, GS Accelerate, attraverso il quale la banca incoraggia i dipendenti a sviluppare soluzioni innovative che aumentino la soddisfazione del cliente, rafforzino la gestione del rischio e riducano l’inefficienza. Goldman Sachs, del resto, ha già investito in 23 società del comparto fintech, allo scopo di evolvere in ​​una “impresa istintiva” che prosperi in un mondo plasmato da realtà ottimizzata, impatto etico e pianificazione dell’intero sistema-dati, al fine di prendere decisioni rapide e accurate a vantaggio dei clienti. Grazie all’intelligenza artificiale integrata in tutte le loro organizzazioni, la prossima generazione di banche si sarà allontanata dalla semplice offerta di servizi e prodotti finanziari, dirigendo la propria offerta principale verso uno scopo più elevato, incentrato sul miglioramento finanziario dei propri clienti.