Luglio 30, 2026
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Previsioni di Ethenea sulle borse: in altalena fino alla fine dell’estate ed indici invariati

Secondo Christian Schmitt, il mercato è spaccato tra investitori istituzionali prudenti e investitori retail euforici, molto esposti sugli asset più rischiosi, come Spac, criptovalute, idrogeno, biotech. Nel portafoglio azionario, una quota di oro può rappresentare una protezione contro il ritorno dell’inflazione.

“Siamo alle battute finali di questa stagione degli utili e i risultati sono eccellenti, dato il confronto con il periodo di lockdown del 2020. Tuttavia, la maggior parte di queste buone notizie si riflette già nei prezzi dei titoli azionari, i mercati non si stanno muovendo e ci aspettiamo molta volatilità, con possibili picchi di crescita anche fino al 20%, ma entro la fine dell’estate prevediamo che gli indici di borsa saranno allo stesso livello di oggi”. È l’analisi di Christian Schmitt, Senior portfolio manager del fondo Ethna-Dynamisch (Ethenea).

In termini di tendenza del mercato, le azioni sembrano attraenti e lo sono state per anni grazie ai bassi tassi d’interesse – proseguono le considerazioni di Schmitt – con le banche centrali che stanno fornendo molta liquidità e l’economia che sta andando bene grazie agli stimoli fiscali in risposta alla pandemia. A livello di investitori emerge però una differenza tra gli retail e istituzionali. Gli investitori retail sono evidentemente in una fase di euforia, in particolare negli Stati Uniti, e si concentrano soprattutto sui segmenti altamente speculativi del mercato, come le Spac, le criptovalute, l’idrogeno, il biotech. Gli investitori istituzionali, invece, non sono così ottimisti, anche se sono positivi sui titoli azionari grazie a fattori congiunturali favorevoli e vedono l’eccessivo ottimismo degli investitori retail come un grande rischio. La maggior parte degli istituzionali è lontana dall’essere completamente investita in azioni, pertanto c’è un chiaro potenziale di rialzo che si manifesterà se anche questo gruppo di investitori dovesse entrare in una fase di euforia.

Oggi la maggior parte dell’euforia retail è nella parte in espansione del mercato, ma anche fortemente speculativa. Il successo di Cathie Wood e del suo Ark Innovation Etf ne è una dimostrazione. Questo Etf ha raccolto più di 10 miliardi di dollari negli ultimi mesi, raggiungendo una dimensione complessiva di quasi 20 miliardi di dollari. Ma la maggior parte dei nuovi investimenti sono attualmente in rosso e questo è significativo per un fondo del genere. Inoltre, altri 20 miliardi di dollari e più sono investiti in fondi analoghi, che vengono chiamati titoli Ark, perché sono a loro volta ampiamente investiti in fondi Ark: se i titoli sottostanti dovessero finire sotto pressione, c’è il rischio di una liquidazione improvvisa delle posizioni, con conseguente crollo del valore di questi fondi.

Per quanto riguarda il dibattito value/growth, i titoli ciclici hanno iniziato a sovraperformare i titoli difensivi già nell’aprile 2020. Inoltre, la maggior parte delle aziende del segmento value ha avuto problemi strutturali che esistevano già prima della pandemia e molte di queste problematiche sono tuttora presenti. “In conseguenza a questo scenario, il fondo Ethna-Dynamisch si concentra decisamente sulle azioni, che rappresentano il 70% del portafoglio”, conclude Schmitt, “con una forte diversificazione settoriale e cerchiamo anche di evitare gli estremi, come i titoli deep value e i titoli growth più costosi, perché è lì che si trovano i maggiori rischi. L’oro rappresenta circa il 5% del portafoglio: il ritorno dell’inflazione è sempre dietro l’angolo e il metallo prezioso fornisce una diversificazione in più. Inoltre, abbiamo il 5% in obbligazioni in corone norvegesi, perché le finanze statali norvegesi sono solide e questo ci dà anche una certa esposizione al mercato del petrolio. Per il resto, non abbiamo un’esposizione rilevante in obbligazioni societarie”.

 

Vendite al dettaglio negli Stati Uniti, a Maggio si riprende a salire. Risparmi record a sostegno della spesa

Le vendite al dettaglio negli Stati Uniti si sono temporaneamente bloccate ad aprile, quando la spinta delle misure di stimolo è svanita, ma è probabile un’accelerazione nei prossimi mesi tra risparmi record e una riapertura dell’economia.

Il recente rapporto del Dipartimento del Commercio americano aveva mostrato come le vendite al dettaglio a marzo fossero state molto più forti di quanto stimato in precedenza, impostando la spesa dei consumatori su un percorso di crescita più elevato verso il secondo trimestre. In sintesi, escludendo automobili, benzina, materiali da costruzione e servizi di ristorazione, le vendite al dettaglio sono diminuite ad Aprile dell’1,5%, dopo un aumento del 7,6% (rivisto al rialzo) a marzo. La spesa dei consumatori, che rappresenta oltre i due terzi dell’attività economica degli Stati Uniti, era aumentata a un tasso annualizzato del 10,7% nel primo trimestre, aggiungendo 7,02 punti percentuali al ritmo di crescita annualizzato del 6,4% dell’economia.

Gran parte dell’impennata nella spesa dei consumatori dell’ultimo trimestre, pertanto, si è verificata a marzo, il che ha stabilito una base di crescita più elevata per i consumi diretti al secondo trimestre. Gli economisti, infatti, avevano mantenuto le loro stime per una crescita a due cifre della spesa per consumi anche nel secondo trimestre. Inoltre, c’erano anche segnali che gli americani stavano iniziando a spostare la loro spesa dai beni ai servizi come ristoranti e bar, con oltre un terzo della popolazione vaccinata contro il COVID-19. “Ci sarà uno slancio nel secondo trimestre per la crescita economica”, aveva detto Chris Rupkey, capo economista di FWDBONDS a New York. Così, la lettura invariata delle vendite al dettaglio nel mese di Aprile, in confronto all’aumento del 10,7% avvenuto a marzo – il secondo aumento più grande mai registrato prima –  ha sorpreso non poco gli economisti intervistati da Reuters, i quali avevano previsto che le vendite al dettaglio sarebbero aumentate ad Aprile almeno dell’1,0%.

In dettaglio, l’aumento del 2,9% negli acquisti di autoveicoli è stato compensato da un calo della spesa altrove. Le vendite nei negozi di abbigliamento sono diminuite del 5,1%, così come le vendite nei negozi di articoli sportivi, hobby, strumenti musicali e librerie. Le vendite nei negozi di mobili sono diminuite dello 0,7%, e persino le vendite al dettaglio online sono diminuite dello 0,6%; e questo dato, da solo, ha fatto preoccupare molto gli economisti. In compenso, le entrate nei negozi di elettronica ed elettrodomestici sono aumentate dell’1,2%. I consumatori hanno anche aumentato la spesa in ristoranti e bar, portando a un aumento delle entrate del 3,0% dopo il balzo del 13,5% a marzo. Complessivamente, le vendite di ristoranti e bar sono superiori del 116,8% rispetto ad aprile 2020.

La forte ripresa del settore ristorazione è la prova vivente che gli americani vaccinati stiano “patrocinando” ristoranti e bar dopo essere stati rinchiusi a casa per più di un anno. De resto, le vendite al dettaglio rappresentano la componente beni della spesa dei consumatori, e le famiglie hanno accumulato almeno 2,3 trilioni di USD risparmiati in eccesso durante la pandemia di Coronavirus, costituendo una riserva che dovrebbe sostenere la spesa quest’anno. Secondo James Knightley, chief international economista presso ING a New York ,”Vedremo sempre più persone che spostano una percentuale maggiore della loro spesa dalle ‘cose’, che vengono raccolte dalle vendite al dettaglio, verso ‘esperienze’ che si riflettono in una più ampia spesa dei consumatori“. E la disponibilità non dovrebbe mancare, visto che molte famiglie hanno ricevuto ulteriori 1.400 USD a Marzo, grazie al pacchetto di salvataggio pandemico da 1,9 trilioni di USD deciso dalla Casa Bianca e approvato proprio all’inizio di Marzo.

Alcuni economisti hanno affermato che il rapporto neutrale sulle vendite al dettaglio potrebbe alleviare le preoccupazioni dei mercati finanziari sull’inflazione, che sono state alimentate dai rapporti sui prezzi al consumo e sulla produzione di questa settimana. “I rendimenti delle obbligazioni sono più bassi e la curva un pò più piatta, forse perché la cresta dell’onda di spesa guidata dagli stimoli che guida l’inflazione fastidiosamente alta sta raggiungendo il picco”, ha detto Chris Low, capo economista di FHN a New York .

Un rapporto dell’Università del Michigan ha mostrato che i prezzi più alti stanno iniziando ad attirare l’attenzione dei consumatori, offuscando la loro percezione sulle prospettive economiche, ma i risparmi record potrebbero fornire un cuscinetto contro l’inflazione. “La crescita delle vendite al dettaglio sarà solida per il resto dell’anno”, ha affermato Gus Faucher, capo economista di PNC Financial a Pittsburgh, in Pennsylvania. “I consumatori hanno miliardi di dollari di pagamenti di incentivi risparmiati e spenderanno gradualmente quei fondi nei prossimi due anni”.

Tuttavia, si teme che la carenza di manodopera e materie prime, che ostacola la produzione nelle fabbriche, possa pesare sulle vendite al dettaglio. I porti inoltre non hanno abbastanza lavoratori per scaricare le navi, ritardando le consegne di beni di consumo importati. Le aziende hanno esaurito le scorte nel primo trimestre e stanno lottando per rifornirsi. Un rapporto separato della Federal Reserve ha mostrato che la produzione manifatturiera è aumentata moderatamente ad aprile, con la produzione di autoveicoli in calo a causa di una carenza globale di semiconduttori. Nonostante questo, il bilancio di economisti ed analisti vede la ripresa della crescita in netto vantaggio già dal mese di Maggio e fino a Giugno compreso, dopodichè le misure di limitazione alle spinte inflazionistiche dovrebbero cominciare a far sentire i propri effetti.

Accelera l’inflazione su base annua a maggio

Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese di maggio 2021 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, è stabile su base mensile e aumenta su base annua dell’1,3% (dal +1,1% di Aprile).
 
ROMA (ITALPRESS) – L’accelerazione tendenziale dell’inflazione si deve essenzialmente ai prezzi dei beni energetici, la cui crescita passa da +9,8% di aprile a +13,8% a causa dei prezzi della componente non regolamentata (che accelerano da +6,6% a +12,6%) mentre quelli della componente regolamentata continuano a registrare un forte incremento ma stabile (+16,8% come ad aprile). Tale dinamica è compensata in misura limitata dall’inversione di tendenza dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +0,7% a -0,1%).
L'”inflazione di fondo“, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rimane stabile a +0,3% e quella al netto dei soli beni energetici decelera e si porta a +0,2% (da +0,3% di aprile). La variazione congiunturale nulla dell’indice generale è dovuta a dinamiche opposte: da una parte, la crescita dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (+1,1%) e degli alimentari non lavorati (+0,9%), dall’altra, la diminuzione dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8%). L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +1,2% per l’indice generale e a +0,6% per la componente di fondo. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona amplificano di poco la loro flessione (da -0,7% a -0,8%), mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto accelerano (da +1,0% a +1,5%).
Complessivamente, nel mese di maggio 2021 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, è stabile su base mensile e un aumento su base annua dell’1,3% (dal +1,1% del mese precedente).
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

Mutuo per acquisto seconda casa: criteri delle banche più rigidi sia sul reddito che sull’immobile

Il mutuo per la seconda abitazione viene spesso utilizzato, oltre che per la casa vacanza, per l’acquisto di un immobile da destinare alla locazione e da mettere a reddito. Valutazioni più restrittive del rapporto rata/reddito.

L’acquisto della prima casa è la motivazione principale per la quale si sottoscrive un mutuo e, secondo le analisi di Kìron Partner sulle scelte delle famiglie nel 2020, rappresenta l’88,6% del totale delle richieste. Coloro che invece scelgono un finanziamento per l’acquisto della seconda casa costituiscono il 2,2%.

Quando si decide di acquistare una seconda casa sia essa per uso vacanza o per investimento ed accendere un finanziamento, è importante fare le dovute considerazioni affidandosi a consulenti specializzati nel credito per individuare la soluzione più idonea, capirne le condizioni, la durata del piano di ammortamento e tutti i costi ad esso correlato. “E’ necessario infatti conoscerne modalità e dinamiche – afferma Renato Landoni, Presidente Kìron Partner – anche perchè le banche tendono a valutare con criteri più rigidi le richieste di mutuo seconda casa. Come ad esempio attuando valutazioni più restrittive del rapporto rata/reddito o valutazioni maggiormente critiche sulla solidità del datore di lavoro, nonché ponendo ancora più attenzione all’immobile in oggetto e alla sua commerciabilità. Il motivo è da ricondursi al fatto che il rischio di insolvenza sul mutuo seconda casa è ritenuto maggiore e di conseguenza gli istituti bancari esaminano con più cautela le richieste con tale finalità”. “Inoltre – spiega Landoni – i tassi praticati sono in media più elevati (+0,15/+0,40 punti) rispetto ai mutui destinati all’acquisto della prima casa. Il maggior costo riguarda sia i tassi fissi che i tassi variabili”.

E’ possibile quindi richiedere un mutuo seconda casa per acquistare immobili nello stesso comune di residenza, ma anche per acquistare una casa vacanza o fare un investimento mettendo poi a reddito l’abitazione. In questi casi non esistono limiti sulla categoria catastale dell’immobile, così come invece sono presenti per ottenere le agevolazioni previste per i mutui prima casa, estendendo il finanziamento anche ad immobili di lusso o case al di fuori del comune di residenza.

“Cambia anche il discorso in termini di agevolazioni – specifica Landoni – che vengono meno nel caso di acquisto della seconda casa. A partire dall’imposta sostitutiva del mutuo: coloro che acquistano una prima casa pagano un’imposta sostitutiva pari allo 0,25% dell’importo erogato (salvo nei casi previsti dal nuovo decreto Sostegno BIS per i giovani under 36 dove l’imposta è azzerata), mentre per chi acquista la seconda casa l’imposta salirà al 2%. Sul mutuo seconda casa, inoltre, non è possibile beneficiare della detrazione sugli interessi passivi prevista appunto per il finanziamento della casa principale”.

Il mutuo per la seconda abitazione viene spesso utilizzato, oltre che per la casa vacanza, per l’acquisto di un immobile da destinare alla locazione e quindi da mettere a reddito. In questo caso l’investitore destina una parte dei risparmi per pagare l’anticipo e poi accende un mutuo che verrà rimborsato, in una quota variabile, dai proventi dell’affitto ricavato. Tale modalità è praticata in un momento in cui i prezzi di acquisto sono interessanti e tassi di interesse ancora molto vantaggiosi.

Banche, i megatrend per l’anno 2025. Dai servizi finanziari al “miglioramento finanziario individuale”

Le banche che prospereranno in futuro saranno quelle che effettueranno la transizione del modello di offerta: dalla fornitura di servizi finanziari alla consulenza sul ”miglioramento finanziario individuale”.

Di Massimo Bonaventura

Gli ultimi 14 anni ci hanno dimostrato che le banche non sono esentate dal subire gli effetti delle perturbazioni mondiali. Anzi, sono persino capaci di crearle, le perturbazioni, e farle camminare sottotraccia per anni, finchè non esplodono. E così le banche hanno dovuto affrontare le ricadute della peggiore crisi finanziaria mai vista prima, ed anche il suo naturale portato di riforme normative e di nuovi concorrenti; fino ad una pandemia globale, che avrebbe messo in ginocchio il sistema bancario – e con esso, l’intera popolazione della Terra – se solo non ci fosse stata la crisi del 2007-2008, che in qualche modo ha “preparato” la finanza mondiale all’adozione di tutti quegli strumenti (immissione massiva di liquidità, aiuti economici a fondo perduto, Quantitative Easing) che hanno tenuto su l’economia mondiale.

La crisi dei mutui subprime, pertanto, nella sua tragicità è servita a qualcosa, ma ciò che da essa si è imparato non è sufficiente per rientrare semplicemente in ciò che si faceva prima, e adesso è chiaro a tutti che per superare la tempesta attuale e costruire una maggiore resilienza per il futuro, il settore bancario dovrà vivere una rapida evoluzione, fino ad una vera e propria rivoluzione di servizio che avverrà al massimo entro i prossimi 5-10 anni, a causa della quale le banche che sopravviveranno  e prospereranno dovranno essere necessariamente migliori di quelle attuali, in tutti i sensi: migliori per i loro clienti, migliori per la società degli utenti e migliori per l’ambiente in cui esse operano (ancorandosi sempre più ai criteri ESG).

Oggi una recessione potrebbe non essere più evitabile, nonostante le enormi misure economiche di salvataggio messe in atto dai governi. Qualcuno afferma che ci siamo già, in recessione, e che manchino solo i dati definitivi per poterlo dire con certezza nel 2022, ma le banche sembrano essere più robuste di prima, e in una posizione migliore per resistere alla tempesta dell’incertezza economica. Per questo motivo è giunto il momento per le banche di riformare le proprie attività, e costruire una resilienza ancora maggiore. La buona notizia, in tal senso, è che la tecnologia aiuta le banche a tenere il passo e a soddisfare gli standard di qualità richiesti, che stanno avanzando rapidamente. L’Intelligenza Artificiale (IA) si sta sviluppando sempre di più come componente della forza lavoro, e ciò determinerà la scomparsa (o il mancato ricambio) di alcune mansioni tradizionali, ma ne saranno create di nuove.

Mantenere la relazione umana è comunque fondamentale. L’uomo è un “animale sociale”, e l’interazione diretta con i suoi simili fanno parte del bagaglio degli “istinti primordiali” che è impossibile eliminare. Ma l’uomo si relaziona anche con la Tecnologia, il che comporta una riqualificazione delle persone che devono lavorare servendosi di essa. Secondo una recente ricerca americana, un quarto dei dirigenti senior afferma che le proprie aziende prevedono di re-immaginare radicalmente le proprie attività con l’intelligenza artificiale entro la fine del 2021 (rispetto al 14% nel 2017), per cui il sistema si trova, proprio adesso, in mezzo ad una fase di transizione, nella quale da un lato devono attrarre nuovi talenti per avere successo con l’IA, e dall’altro devono riqualificare gli addetti meno giovani per il suo corretto utilizzo.

Analizzando la domanda di servizi bancari, tutti i clienti – soprattutto i millennials – oggi si aspettano un’esperienza-cliente senza interruzioni, una sorta di “continuum” che riesca a far percepire la banca come un servizio sempre in posizione “ON”. Secondo Anu Sachdeva (Global Practice Leader, Commercial Banking, Genpact), “c’è una domanda in continua evoluzione che sta costringendo le banche commerciali a concentrarsi fortemente sul percorso del cliente, che oggi è carente. Infatti, il settore bancario commerciale sta vivendo un’enorme slancio al cambiamento ed alla creazione di percorsi senza soluzione di continuità per i loro clienti finali. La finanza, però, è diversa. È una esperienza fatta di emozioni, e ci sarà sempre bisogno di consigli e supporto umani”.

Per spiegare meglio quale possa essere il futuro prossimo del sistema bancario, dobbiamo partire dal contesto economico generale, per nulla favorevole, in cui esso si trova ad operare dal ventennio precedente allo scoppio della pandemia. Negli ultimi anni, infatti, le persone hanno cominciato a nutrire sospetti sulla bontà del modello economico capitalista e, per usare le parole di Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra. “….nonostante gli immensi progressi della tecnologia, molti cittadini delle economie avanzate stanno affrontando maggiore incertezza e  lamentano una perdita di fiducia nel sistema. Piuttosto che una nuova era d’oro, la globalizzazione è associata a salari bassi, occupazione precaria e disuguaglianze sempre più marcate”. Pertanto le banche, grazie al loro elevato livello di prossimità con gli utenti, hanno l’opportunità di migliorare il modo in cui aiutano i propri clienti a immaginare e pianificare un futuro migliore di quello attuale. I millennials, in particolare, sono stati davvero influenzati negativamente da questo scenario tardo-capitalistico, e oggi si chiedono quale potrà essere l’alternativa; soprattutto, quali caratteristiche salienti può avere questa “alternativa”.

Tre sono i macrotrend che danno forma al mondo come sarà nel 2025, e le banche devono adattarsi per prosperare. Il primo megatrend è quello della Realtà Ottimizzata, che secondo Devie Mohan (un noto ricercatore del settore Fintech) “è nata per imporre una forte personalizzazione al modello di servizio (anche) delle banche. Nel 2025 nuove esperienze renderanno l’offerta bancaria più fluida, personalizzata e creativa di oggi. Le banche utilizzeranno i dati in modo sempre più innovativo, adattando prodotti e servizi alle persone in tempo reale. Le persone si aspetteranno esperienze che si sintonizzano sui loro stati d’animo e comportamenti a un livello quasi inconscio, mentre le banche avranno bisogno di un codice di condotta per regolare il processo decisionale sull’IA, più un solido quadro di governance in grado di garantire che le esperienze siano ‘vendute’ in modo etico e sicuro”. Pertanto, le banche utilizzeranno i dati per potenziare le relazioni, e i clienti al dettaglio si rivolgeranno alle interfacce digitali che garantiranno, per le operazioni che non richiedono ragionamenti molto complessi, velocità ed efficienza.

Non mancano le ultra-innovazioni, alcune delle quali si distinguono per la sintesi sapiente tra tecnologia e iniziativa commerciale. In Polonia, per esempio, sono una realtà le banche strutturate per incontrare i clienti esattamente dove si trovano nella loro vita di ogni giorno. Idea Bank, per esempio, è una banca polacca che gestisce filiali popup e spazi di co-working sui treni dei c.d. pendolari, dove dipendenti di Idea Bank aiutano i clienti con le transazioni, direttamente dentro vetture “customizzate” con lo stile ed il layout della banca, con l’ausilio di un semplice cellulare o di un tablet collegato con la rete bancaria. UBS, invece, ha iniziato a sperimentare un avatar realistico di Daniel Kalt, il suo chief investment officer in Svizzera, per confrontarsi in ogni momento con la clientela.

Creare un portafoglio alternativo investendo in Startup e PMI innovative. Che metodo utilizzare?

Il “focus investor” o “investimento selettivo” è una strategia idonea a creare un portafoglio totalmente decorrelato e orientato alla crescita nel lungo termine. Gli esempi di Charles Munger e Warren Buffet.

Di Alberto Villa*

Per trattare l’argomento proposto dal titolo, conviene partire dal presente. I mercati azionari, infatti, dopo aver scontato nei propri indici le previsioni di effetti positivi della vaccinazione di massa sulle economie e sugli utili aziendali, soffre adesso l’assenza di nuovi spunti macro capaci di dare continuità al trend rialzista pluridecennale che sembra essere arrivato al capolinea.

Nessuno sa quanto possa durare questa fase di assestamento, e molti danno per scontata una prossima (e ampia) correzione del mercato. Qualunque cosa succeda, potrebbe essere arrivato il momento di valutare un comportamento “innovativo” nella composizione di un portafoglio di investimento, prendendo in considerazione una strategia notevolmente differente rispetto alle classiche due strategie di investimento azionario: a) la gestione attiva e b) gli investimenti-indice (gestione passiva). I gestori dei fondi comuni di investimento, naturalmente, sposano la prima 

strategia, poiché preferiscono gestire attivamente l’acquisto e la vendita di azioni e creare un asset di titoli sulla scorta delle previsioni di mercato di specifici settori e/o aree geografiche. L’investimento-indice, invece, è dominato dall’approccio “buy-and-hold”, cioè “acquista e conserva”. Esso consiste, per esempio, nell’acquistare quote di alcuni ETF (Exchange Traded Fund), che replicano fedelmente gli indici sui quali si intende diversificare il portafoglio nel lungo periodo, e tenerli per molti anni salvo eventi straordinari che ne consigliano l’alleggerimento o la vendita.

Ovviamente, esistono sostenitori del primo e del secondo metodo. In entrambi i casi, per l’investitore finale il principio sarà comunque quello di minimizzare il rischio attraverso la più ampia diversificazione. In riferimento ad entrambe le strategie, il pensiero comune è che in un portafoglio diversificato alcuni titoli saliranno e altri scenderanno, e che i rialzi dei primi superino i ribassi dei secondi. Questo tipo di approccio è utilizzabile nel caso di un portafoglio costituito da startup?

In linea di fatto e di principio, la “legge” della diversificazione vale anche in questi asset. Infatti, non è conveniente, né opportuno, avvicinarsi alle startup acquistando azioni di una sola o due società al massimo, qualunque sia la quota complessiva del patrimonio che si vorrà destinare a questi asset.

Chiarite le premesse, è utile analizzare come un “investitore selettivo” – scuola Munger o Buffett, per intenderci – agirebbe:

– scrupolosa selezione di pochi investimenti, effettuati sulla base dell’effettivo potenziale intrinseco della società, con l’obiettivo di realizzare alti rendimenti nel lungo termine;

– conservazione in portafoglio di queste partecipazioni e, in relazione alle società non quotate (come una startup), “vigile attesa” del momento in cui attuare una exit strategy, che in genere coincide con la quotazione in Borsa;

diversificazione in un ragionevole assortimento di titoli, con differenti rapporti di rischio/rendimento.

Pertanto, è evidente che l’investitore selettivo si differenzi da altre figure quale il Business Angel. Infatti, a differenza del secondo, per il primo l’importante è scegliere le partecipazioni giuste, e attendere il realizzarsi delle condizioni per monetizzare il potenziale incremento di valore intravisto nella fase dell’investimento iniziale. Solo dopo il periodo considerato (non inferiore a 5 anni) sarà possibile vedere questo potenziale, oppure non vederlo affatto e incassare le conseguenze di una scelta errata. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il successo della strategia da “investitore selettivo” ricade sia nelle attività preparatorie (studio del business plan e dei bilanci prospettici, conoscenza del management e delle sue caratteristiche, studio del mercato e dei competitor etc), sia nel calcolo delle probabilità di insuccesso: più questo calcolo è accurato, minori saranno le possibilità di insuccesso; più è accurata la scelta del “mix” di startup, maggiore sarà la probabilità che l’eventuale fallimento si limiti ad una o due iniziative sul mix ideale di 7-10 partecipazioni presenti in portafoglio.

Ritornando alle due strategie “classiche”, è difficilmente immaginabile trovare uno strumento che replichi un indice delle startup o PMI innovative italiane o comunitarie. Così come è impensabile di voler suddividere la somma che si desidera investire in modo paritetico tra tutte le società presenti e ottenere così una buona diversificazione. Esistono holding e società di investimento che predispongono dei portafogli potenziali, ma il problema rimane quello di determinare qual è il reale rischio/rendimento del portafoglio complessivo, poiché per le startup è più complicato determinarlo rispetto agli altri strumenti finanziari più classici, come i fondi comuni di investimento.

Inoltre, con un portafoglio del genere risulta inopportuno concentrarsi sull’andamento del prezzo nel breve-medio periodo, poiché in questo particolare mercato bisognerebbe tenere sotto controllo le variabili che determinano la creazione di valore per ogni singola società nel tempo, e la via meno complicata è quella di una selezione accurata ma numericamente non eccessiva (poche startup, ma buone). Infatti, eccedere con la convinzione che aumentare il numero dei singoli titoli possa ridurre la rischiosità del portafoglio, in un settore come questo può essere un errore che studiosi e investitori del calibro di Buffett o Munger hanno sempre sottolineato.     

Resta una domanda: vale la pena creare un portafoglio composto da questi titoli azionari così poco liquidi e ad alta rischiosità? La risposta è insita nel metodo dell’investitore selettivo. Si tratta di un cambio di paradigma: tutto il sistema finanziario, dai gestori ai consulenti, non vede altro che i prezzi insiti negli strumenti finanziari, non la creazione di valore. Invece, la scrupolosa valutazione della società, del team che la compone e del mercato di riferimento ha lo scopo di svincolare la reddittività dell’investimento dalle tradizionali oscillazioni di prezzo, focalizzando l’attenzione sulla scelta delle “occasioni di valore nel tempo”.

Così facendo, si sceglie un comportamento – e non un semplice insieme di asset – idoneo a realizzare una decorrelazione tra la componente startup e le altre presenti nel patrimonio. Decorrelare un portafoglio di investimento tramite il “comportamento selettivo”, e non tramite una selezione di asset differenti, è il risultato di questo approccio.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor

Un manuale per consulenti finanziari, scritto dai consulenti finanziari. Scambia: mettiamoci in cattedra

Un testo utile non solo per i più giovani che vogliano intraprendere questa professione, ma anche per i consulenti più esperti con il desiderio di confrontare la propria storia professionale e, naturalmente, per i bancari che vogliono intraprendere questa bellissima attività.

“Si tratta di una sfida e, insieme, un’opportunità per i consulenti finanziari iscritti all’albo”, dichiara Nicola Scambia* in relazione al prossimo lavoro editoriale. “Per tutte le professioni esistono dei manuali che insegnano ai c.d. novellini a lavorare e a farsi strada nella vita – afferma Scambia – Purtroppo per i consulenti finanziari non c’è ancora nulla del genere. La professione si impara sul campo, siamo d’accordo, ma un vademecum con i ‘segreti’ dei consulenti finanziari più esperti e di lungo corso servirebbe davvero tanto e, probabilmente, riscuoterebbe un certo successo”.

In sintesi, Nicola Scambia propone ai colleghi consulenti di ogni rete di condividere le proprie esperienze, i “segreti del mestiere” e le strategie che hanno imparato sul campo, come se dovessero spiegarle a un giovane esordiente. “Da autentico innamorato di questa professione – aggiunge – da tempo sogno di poter scrivere un libro sui consulenti finanziari, in modo da raccontare e far raccontare tutto quel sapere che non si impara a scuola e che, invece, si accumula nel tempo con l’esperienza”.

Consulenza professionale

Un testo utile, quindi, per un target composito. I più giovani, innanzitutto, desiderosi di intraprendere questa professione con la consapevolezza, però, che la strada del successo di un consulente finanziario è costellata da piccoli fallimenti e da notevole impegno personale (senza limiti di orari); i consulenti più esperti, in particolare quelli che vogliano “rileggere” la propria storia professionale e confrontarla istintivamente con quella degli altri colleghi; ultimi, ma non meno importanti, i bancari che valutano concretamente di intraprendere questa bellissima attività potendo contare, a differenza dei giovanissimi, su un patrimonio di relazioni personali e professionali già ben strutturato.

“Chiedo a tutti i colleghi che vorranno farmi l’onore di collaborare – conclude Scambia – di inviarmi delle note personali, anche semplici opinioni e suggerimenti, che possano costituire argomento di insegnamento o di condivisione. Tutti coloro che avranno inviato un contributo saranno doverosamente citati nel libro. Il tutto, per chi lo chiederà espressamente, nel rispetto della riservatezza, ma con la voglia, almeno per una volta, di mettersi in cattedra e raccontarsi un po’”.

Chiunque fosse interessato al progetto editoriale di Nicola Scambia, potrà scrivere a: ns@nicolascambia.net (con oggetto “Vademecum del CF“).  Il termine di raccolta del materiale scade il prossimo 31 Dicembre 2021, la stesura sarà conclusa entro il mese di Maggio 2022 e la pubblicazione del manuale è prevista per l’autunno 2022.

Il progetto verrà presentato ufficialmente alla comunità dei consulenti italiani (Covid permettendo) in occasione di un evento pubblico a Milano, subito dopo il rientro dalle vacanze; in alternativa, la presentazione avverrà con un live in diretta streaming.

* Nicola Scambia, delegato sindacale Federpromm, consulente finanziario e scrittore, autore di “Jackfy. La Ribellione” e del manuale per investitori “Guadagnare in fondi oggi” – www.nicolascambia.net

 

Fare startup: non solo buone idee e iniziativa, ma anche un piano aziendale e un business “scalabile”

Una buona idea, da sola, non è sufficiente per il successo di una startup. Ciò che viene prospettato agli investitori in termini di profitti attesi, infatti, deve essere confermato successivamente sul piano dei profitti realizzati, entro il periodo previsto. Ecco le agevolazioni finanziarie previste in Italia.

Avviare una startup richiede molto impegno, e purtroppo non esiste una formula unica per riuscire a raggiungere il successo con la propria idea innovativa, differenziata e, soprattutto, “scalabile”, ossia una idea di business in grado di espandersi senza dover incontrare particolari limiti intrinseci in alcune risorse e, con un costo fisso non molto alto, capace di ottenere un ritorno dell’investimento molto elevato rispetto alle risorse impiegate.

Una buona idea, da sola, non è sufficiente, poiché deve essere convincente anche il suo progetto. In particolare, ciò che viene prospettato agli investitori nella fase precedente al lancio in termini di profitti attesi, deve essere confermato successivamente – alla lettera, o in aumento – sul piano dei profitti realizzati.

In generale, non esistono consigli o verità assolute nella progettazione di una startup, ma passaggi basilari, comuni a qualunque iniziativa imprenditoriale, che è bene osservare con attenzione. Il primo, in assoluto, è quello di capire quali sono le esigenze del target di consumatori a cui è rivolto il progetto, se il prodotto/servizio risolve loro i problemi e se esistono già dei competitor presenti sul mercato, di cui si devono valutare punti di forza e di debolezza.

Il secondo passaggio è quello della presenza sui principali canali online, attraverso un sito web ottimizzato e risorse umane in grado di conoscere le principali regole SEO per raggiungere dei buoni risultati sui motori di ricerca e diventare popolari nelle piattaforme social più importanti.

Il terzo passo è quello di avere un buon piano aziendale, una elevata attenzione all’analisi dei dati e una perfetta pianificazione del ciclo finanziario. Senza questi elementi di attenzione, messi “nero su bianco” nel Business Plan, il fallimento è un evento piuttosto frequente. Infatti, secondo la statistica, circa il 20% delle startup non riesce a superare i primi 12 mesi di vita, e ben il 60% rischia di fallire entro 3 anni.

Il quarto elemento è la creazione di un brand forte, capace di attrarre i consumatori ed avere un buon gradimento sui social. Il brand deve essere creato accompagnandosi ad una visione di lungo termine, con obiettivi ben scadenzati che partono dal breve termine, per poi gradualmente raggiungere quelli di lungo periodo.

Aprire una startup non richiede soltanto impegno e finanze personali, ma anche la ricerca di investimenti e agevolazioni che oggi, in pieno periodo pandemico, non mancano. “Il Decreto Sostegni bis – afferma Carlo Mauri, partner di Private Corporate Advisor – introduce un ulteriore importante vantaggio fiscale per gli investitori in Equity Crowdfunding in startup e PMI innovative. Infatti, le plusvalenze realizzate sulla vendita di quote di startup e PMI dal 2025 se reinvestite entro un anno in altre startup e PMI non subiranno l’applicazione dell’imposta sostitutiva del 26%.

Questo provvedimento porterà, insieme a quelli già introdotti per l’ottenimento delle detrazioni d’imposta, un impareggiabile vantaggio fiscale per gli investitori.

A parte le agevolazioni riservate dal Decreto Sostegni Bis, ce ne sono altre di grande rilievo. Il Decreto Rilancio, per esempio, ha destinato un Fondo di Sostegno per il Venture Capital, finanziato con 200 milioni di euro con la deliberazione di CDP Venture Capital SGR e del Fondo Nazionale d’Innovazione. Questo fondo potrà sostenere gli investimenti di capitale per le PMI innovative e startup in un programma di co-investimenti con investitori qualificati e regolamentati. Il “” ha una durata di 10 anni, a cui se ne potranno aggiungere altri 3, e vi possono accedere gli investitori qualificati e regolamentati, i quali segnalano le PMI innovative e le startup in cui stanno per investire o in cui si è investito nei sei mesi precedenti all’entrata in vigore del nuovo Decreto Rilancio.

Un altro strumento agevolativo è la “Nuova Sabatini”, che eroga finanziamenti per micro, piccole, medie imprese e startup e che con la Legge di Bilancio 2021 permette alle nuove imprese di accedere a un contributo statale, senza il limite di 200mila euro della “vecchia Sabatini”, per l’acquisto o acquisizione in leasing di macchinari, beni strumentali d’impresa, hardware e macchinari, oppure di beni immateriali (tecnologie digitali e software).

Il bando “Resto al Sud” di Invitalia è più vivo che mai, e consente a nuove imprese e startup di avere un finanziamento con credito d’imposta per gli investimenti realizzati nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sardegna Sicilia e aree del Centro Italia colpite dal terremoto tra il 2016 e il 2017), ed in particolare per l’acquisto di nuovi beni strumentali.

Infine, il bando Voucher 3I di Invitalia è promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico, ed è aperto alle startup innovative che hanno bisogno di finanziare la consulenza per la brevettazione.

Il mercato immobiliare dal 2007 ad oggi: compravendite, prezzi e mutui. Il 2021 un anno di transizione

Dalla seconda metà degli anni ’90 il mercato immobiliare italiano ha registrato una fase espansiva seguita all’introduzione della moneta unica, che ha generato una crescente domanda di abitazione. Analisi anno per anno e previsioni per il 2021.

Per spiegare le fasi che ha attraversato il mercato immobiliare italiano, bisogna attraversare soprattutto due eventi fondamentali. Il primo coincide con l’introduzione della moneta unica, che ha determinato l’abbassamento dei tassi di interesse sui mutui e, di conseguenza, una maggiore propensione all’indebitamento per l’acquisto della casa. Il secondo è di qualche anno dopo (2007), e coincide con la “grande crisi” dei mutui subprime, scatenata negli USA, che ha invertito bruscamente il trend del mercato. Il primo evento, in particolare, ha portato ad un incremento dei volumi di compravendita – con un picco nel 2006 con quasi 845 mila transazioni – e ad una crescita dei valori che si è protratta fino al 2007, quando il secondo evento ha seminato distruzione a causa dell’esplosione della bolla immobiliare statunitense.

Da quel momento (secondo semestre 2007) ha inizio la fase discendente del ciclo immobiliare, e per la prima volta dopo tanti anni i prezzi degli immobili hanno segnalato una contrazione che si trascina fino ai giorni nostri. Vediamo cosa è successo, anno per anno.

2007 – Il credito ipotecario destinato alle famiglie per l’acquisto delle abitazioni registra la prima battuta di arresto, complici la crisi del mercato dei mutui subprime che rende gli istituti di credito molto prudenti nella concessione dei finanziamenti ed il rialzo dei tassi di interesse. Tutto ciò si riflette sul mercato immobiliare che segnala una contrazione della disponibilità di spesa e, di conseguenza, la prima riduzione dei volumi (-4,6%) e dei prezzi immobiliari (-1,0%).

2008-2009 – Continua la stretta creditizia, categorie di potenziali acquirenti non riescono più ad accedere al credito (immigrati, single, lavoratori a termine), i tempi di vendita iniziano ad allungarsi, l’offerta sul mercato aumenta e di conseguenza i prezzi e le transazioni scendono ancora. Nel 2008 queste ultime registrano una riduzione del 15% rispetto all’anno precedente. E’ il primo calo importante.

2010 – Anno in cui le compravendite si stabilizzano grazie ad una ripresa dell’erogazione dei mutui stimolata da provvedimenti governativi in sostegno dell’accesso al credito e all’aumento della domanda da parte delle famiglie. Resta la tendenza delle banche ad essere comunque prudenti. Gli scambi sono a quota 611.878

2011 – La situazione economica del Paese lancia segnali negativi, la disoccupazione sale, la fiducia di imprese e consumatori diminuisce, la volontà di acquistare casa anche, il mercato del credito vede nuovamente un forte calo delle erogazioni che si trasferisce sul mercato immobiliare che vede ancora prezzi e transazioni in diminuzione.

2012 – “Annus horribilis” per il mercato immobiliare italiano: si registra la contrazione dei prezzi più importante (-10,2% in un solo anno) ed i volumi di compravendita iniziano a precipitare (-25,8% rispetto al 2011) a causa di mancanza di fiducia, di una congiuntura economica ancora fortemente negativa e un aumento del costo dei mutui che rende più difficoltoso l’accesso al credito. A questo si aggiunge la pressione fiscale che, incidendo soprattutto sulle seconde case, determina un aumento di offerta immobiliare. 

2013-2014 – Si raggiunge il picco minimo di compravendite con 403.124, si ritorna ai livelli degli anni ’80, i prezzi sono ancora in caduta (-8,7%). Sul mercato del credito iniziano ad esserci i primi segnali di ripresa della domanda di finanziamento da parte delle famiglie che, nonostante il trend non brillante di consumi e mercato del lavoro, sembrano riprendere fiducia. Nel 2014mutui ripartono, la domanda di credito delle famiglie è in salita e la Bce immette liquidità sui mercati finanziari attraverso il Quantitative Easing. Riparte la fiducia delle imprese e dei consumatori. Tutto questo determina un aumento della domanda immobiliare che diventa nel frattempo più selettiva. Aumentano le transazioni, mentre i prezzi ancora non decollano.

2015 – La domanda immobiliare continua a crescere, le transazioni anche e i tempi di vendita iniziano a contrarsi, segno che il mercato si sta avviando verso una nuova fase. Tutto ciò ancora non si trasferisce sui prezzi che continuano a diminuire meno che in passato e vanno verso la stabilità. Questo grazie al mercato del credito che registra una domanda in forte aumento anche grazie a tassi molto bassi (negativi gli indici sui tassi variabili). Tassi storicamente ai minimi e prezzi degli immobili convenienti sono una miscela che innesca una fase di ripresa del mercato.

2016 – I volumi di compravendite fanno un balzo in avanti e crescono del 18,9% supportati dalla ripresa del mercato creditizio: le erogazioni infatti crescono del 20,6% nel 2016. I prezzi vanno verso la stabilità e chiudono l’anno con una riduzione del -1,6%.

2017 – Il mercato sembra ormai aver imboccato il percorso di fuoriuscita dalla crisi immobiliare. La domanda immobiliare si riprende, gli investitori tornano sul mercato, i tempi di vendita si riducono (140 gg).  Il mercato del credito continua a dare segnali positivi anche se si intravedono i primi rallentamenti con volumi in linea con gli anni precedenti. Le compravendite sono ancora in crescita e chiudono a quota 542.480. I prezzi restano stabili. 

2018-2019 – Il trend positivo del mercato immobiliare continua: le compravendite sono in aumento e, molto probabilmente, l’anno chiuderà intorno a 580 mila transazioni. I tempi di vendita sono diminuiti gradualmente e si sono portati intorno a 134 gg. Il mercato del credito continua a dare segnali positivi e nei primi sei mesi del 2018 la ripresa si conferma, per poi ulteriormente entro la fine dell’anno. Nel 2019 il mercato immobiliare conferma l’andamento positivo. Le compravendite continuano a crescere e si stima che l’anno chiuda intorno a 600 mila. I tempi di vendita si aggirano intorno a 122 giorni. Il mercato del credito, ormai da alcuni anni, continua a dare segnali positivi anche se nella prima parte del 2019 c’è stata una leggera frenata delle erogazioni.

2020 – Il mercato apre in modo positivo ma la pandemia a marzo mette il mondo ed il mercato immobiliare in stand by. La chiusura forzata in casa però porta ad una maggiore consapevolezza della propria abitazione con la conseguenza che subito dopo la fine del lockdown la richiesta di abitazioni riprende. Le caratteristiche richieste iniziano a modificarsi con la ricerca di abitazioni dotate di spazi esterni e spazi più ampi. Gli investitori si fermano soprattutto coloro che puntavano sul segmento turistico e degli affitti brevi alla luce del calo dei flussi turistici. I tempi di vendita iniziano ad aumentare lentamente. I prezzi subiscono una battuta d’arresto a parte Milano, Verona e Bari che continuano a segnare ancora una lieve ripresa dei valori. 

In crescita l’andamento del credito relativo al 2020 che, nonostante il periodo di pandemia, raggiunge i 50,5 miliardi di euro, con una variazione del +5,2% rispetto al 2019 (48 mld), con un incremento dei volumi erogati di 2,5 miliardi di euro. Da sottolineare la crescita delle surroghe che, grazie all’onda lunga dei tassi ai minimi, da settembre 2019 sono cresciute notevolmente fino a registrare il massimo nel mese marzo 2020 (+55%), dall’altra la sostanziale tenuta delle operazioni di acquisto (-1,7%) rispetto al calo, più consistente, del numero di compravendite immobiliari (-7,7%). Alla luce dei numeri di chiusura dell’anno 2020 possiamo affermare che sebbene l’anno sia stato caratterizzato dalla pandemia che ha impattato negativamente sull’economia globale, il mercato del credito alla famiglia ha retto molto bene.

E il 2021, come si va delineando? E’ presto dirlo, perché i profondi cambiamenti dettati dalla pandemia nelle preferenze immobiliari sono tali da considerare il mercato immobiliare ancora “in divenire”, e l’assenza di punti d’appoggio più saldi – in termini di variabili strutturali – continuerà almeno fino alla fine del primo semestre 2022, allorquando gli scambi e i prezzi risaliranno al livello pre-pandemico. Allora, sarà chiaro quali potranno essere i driver del mercato, uno dei quali, però, sembra già adesso essere una certa abbondanza di offerta nel segmento immobiliare per ufficio ed in quello relativo alle abitazioni di grande quadratura (oltre i 150 mq); questi ultimi, in particolare, non rientrano più nelle preferenze delle nuove generazioni di proprietari, i quali ricercano soluzioni abitative tra i 75 ed i 100 mq.

Questo trend, già evidente alla fine del 2020, potrebbe aprire le porte al business dei frazionamenti immobiliari che, peraltro, determinerebbe un aumento di offerta di immobili di quadratura medio-piccola (bilocali e trilocali), stabilizzandone i prezzi.

Inflazione, tassi d’interesse e mutui a tasso variabile. Rate ancora ancora convenienti, ma fino a quando?

I timori di un aumento dell’inflazione tengono banco e alimentano il dibattito tra i detentori di mutuo per acquisto casa. La paura più grande di chi si è indebitato a tasso variabile è quella di una eventuale crescita delle rate mensili oltre una certa soglia di sostenibilità, determinando così la scelta di passare al tasso fisso prima che sia troppo tardi.

Prima della pandemia, lo sviluppo sostenuto del mercato immobiliare ha determinato il fiorire di una vasta offerta di mutui casa e di varie tipologie di prodotti con i quali si riescono a soddisfare tutte le possibili finalità (acquisto, acquisto più ristrutturazione, acquisto più costruzione, solo ristrutturazione etc, a rata costante o meno), ma alla base di ogni scelta rimane sempre la solita domanda: conviene indebitarsi a tasso fisso o a tasso variabile?

Prima di decidere, è meglio effettuare un’analisi approfondita, e capire quali possono essere i fattori che ci guidano nella scelta del tasso più appropriato. Il primo di questi fattori è certamente il reddito familiare, a seguire l’importo del mutuo che si intende richiedere alla banca e, infine, il fattore-durata del periodo di ammortamento. A questi primi tre elementi, poi, va aggiunto lo scenario presente e futuro dei tassi di interesse: più alti saranno i tassi di lungo periodo, maggiore sarà la probabilità di un loro abbassamento congiunturale e, quindi, più conveniente sarà indebitarsi a tasso variabile. Al contrario, se lo scenario vede tassi molto bassi, il tasso fisso è preferibile.

In base a questi quattro elementi – reddito disponibile, importo del mutuo, durata e tassi di interesse prospettici – possiamo valutare con maggiore consapevolezza la scelta del mutuo in relazione alla tolleranza verso un eventuale rischio di aumento dei tassi di interesse nel corso degli anni, poiché se i tassi aumentano, le rate del mutuo a tasso variabile aumenteranno proporzionalmente, mettendo in difficoltà finanziaria chi aveva contato su un budget circoscritto. La “grande crisi” dei mutui subprime (2008), è scoppiata negli USA (trascinandosi dietro tutto il pianeta) proprio a causa dei mutui a tasso variabile e alle rate che, nell’arco di 18 mesi, aumentarono anche del 100%.

Negli ultimi anni, però, grazie ai tassi prossimi allo zero, il mutuo a tasso fisso è stato quello decisamente più richiesto da parte delle famiglie, che così hanno potuto fissare la rata nel tempo senza doversi preoccupare di un possibile aumento dei tassi e avendo la certezza di pagare sempre la stessa rata per tutta la durata.

In relazione al reddito disponibile, il mutuo a tasso fisso è più indicato per chi ha un reddito costante e quando l’importo del mutuo è medio-alto, comportando la necessità di una durata lunga (es. 25 o 30 anni). In casi del genere, che sono molto frequenti, non è possibile prevedere l’andamento dei tassi in un arco temporale così ampio, per cui la scelta del mutuo a rata (e tasso) fissa conferisce maggiore serenità. Il mutuo a tasso variabile, invece, potrebbe essere la soluzione ideale per chi stipula un contratto di breve durata (es. 10 anni) di importo relativamente basso.

Secondo Renato Landoni, Presidente di Kìron Partner SpA, “Nell’attuale congiuntura socio-economica, tenuto conto dell’emergenza sanitaria che sta ancora impattando in maniera importante sul PIL europeo, la Bce ha più volte dichiarato che porrà in essere ogni azione possibile per mantenere i tassi agli attuali livelli. Di contro giungono da oltreoceano le prime avvisaglie di un aumento dell’inflazione che, come noto, fa da contraltare ad un successivo aumento dei tassi di interesse. Gli indici di riferimento dovrebbero far registrare ulteriori lievi aumenti, restando comunque ancora a valori storicamente molto bassi e permettendo così di ottenere tassi convenienti sui finanziamenti”. Così ha recentemente affermato in relazione ai timori di inflazione e di un possibile aumento delle rate dei mutui a tasso variabile.

Qualunque mutuo si compone di due elementi: tasso di riferimento specifico (indice di mercato, rilevabile ogni giorno) più il guadagno vero e proprio della banca, che si chiama “Spread” (oggi compreso tra lo 0,50% e l’1,5%, a seconda della banca e del prodotto). Nel caso dei mutui a tasso variabile, l’indice-tasso di riferimento è l’Euribor a 3 mesi, che dai massimi di Luglio 2011 (1,60%) ha iniziato una parabola discendente che lo ha portato a quota -0,54% ad Aprile 2021, il suo minimo storico. I mutui a tasso fisso, invece, hanno come indice di riferimento l’Eurirs a 25 o 30 anni, che dal 3,4% nel 2011 ha toccato il minimo storico ad Ottobre 2020 segnando 0,02%. Dal mese di Gennaio 2021, però, è iniziata un’importante crescita che ha fatto raggiungere nel mese di Aprile lo 0,51%.

­­ESEMPIO PRATICO – Stando alle dinamiche dei tassi di Aprile 2021, si è calcolato l’importo della rata mensile di un mutuo ipotecario del valore di 110.000 euro per una durata di 25 anni, ipotizzando che l’immobile valga 160.000 euro e che lo spread medio di mercato si attesti all’1,1% sia per il tasso fisso sia per il tasso variabile. Con un mutuo a tasso fisso sosterremmo una rata di 446 Euro, circa 53 Euro in più rispetto a quanto dovremmo sostenere se scegliessimo un mutuo a tasso variabile, in quanto la sua rata ammonta a 393 Euro.

Volendo optare per la situazione di maggior risparmio, ovvero quella del mutuo a tasso variabile, è fondamentale capire quanto il reddito del nucleo familiare sia in grado di sopportare eventuali aumenti della rata, sia in termini di capacità di rimborso sia in termini di sostenibilità del tenore di vita.

Difficile capire cosa accadrà nei prossimi 12-18 mesi, ma chi non ha ancora afferrato il treno del tasso fisso, farebbe meglio a farlo subito, poiché le variazioni sui contratti di mutuo più recenti prevede il passaggio da una tipologia all’altra – da tasso variabile a tasso fisso – senza alcun costo accessorio.