Luglio 30, 2026
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Investimenti tematici e megatrend, i nuovi mantra dell’investimento di lungo periodo

I megatrend non individuano semplicemente alcune specifiche aree che potrebbero svilupparsi grazie a determinate circostanze microeconomiche, bensì vere e proprie tendenze macroeconomiche che hanno maggiori probabilità di successo non nel breve, ma nel lungo e lunghissimo periodo.

Nel mondo di oggi, il concetto di Megatrend viene inteso semplicisticamente come l’insieme di nuove tecnologie del futuro, come la robotica o i veicoli elettrici, oppure una somma di soluzioni legate al problema del dissesto climatico, come quelle che sfruttano l’energia solare. Più recentemente, anche l’impennata nelle vendite online è stata interpretata come un possibile megatrend trainato dalla pandemia globale, ma chi si è limitato a questa analisi piuttosto superficiale ha confuso spesso gli effetti con le cause. Infatti, i megatrend non individuano semplicemente alcune specifiche aree industriali che potrebbero svilupparsi grazie a determinate circostanze microeconomiche, bensì vere e proprie tendenze macroeconomiche che hanno maggiori probabilità di contenere tale potenziale di successo non nel breve, ma nel lungo (e lunghissimo) periodo.

Allo stesso modo, nella Finanza, il passaggio dall’analisi dei possibili trend globali all’individuazione di strumenti di investimento idonei ad esprimere la loro potenzialità non è affatto breve, e ciò che costituisce oggi l’offerta agli investitori è il risultato di una evoluzione di prodotto che ha richiesto anni di progettazione prima di coniare la classe di strumenti idonei a soddisfare la domanda di mercato. Con i c.d. investimenti tematici, per esempio, le società di gestione cercano di allineare i fattori macro necessari a definire un particolare megatrend con le loro strategie di investimento. In tal senso, potremmo dire che questa classe di prodotti è la “traduzione” del concetto di megatrend in termini di offerta finanziaria, poiché per sua natura l’investimento tematico si deve concentrare su ampi temi macroeconomici per essere tale.

Storicamente, l’investimento ha coinvolto metodologie di ricerca che hanno invariabilmente suddiviso le opportunità lungo linee geografiche (paesi, regioni, aree continentali), classi di attività e caratteristiche dei singoli titoli. Ma negli ultimi 30 anni il nuovo concetto di investimento tematico ha guadagnato sempre più terreno tra le migliori opportunità di investimento su un orizzonte a lungo termine, permettendo agli investitori di capitalizzare le tendenze future a livello macro che fioriranno nei prossimi anni o decenni. Di più, tale modalità di intendere gli investimenti ha determinato la nascita dell’investitore tematico, che grazie ad una larga esposizione nelle attività coinvolte in tali temi riesce a battere regolarmente la performance dei benchmark di mercato a lungo termine.

In genere, i megatrend-investors si concentrano sulle opportunità azionarie, anche se recenti evidenze suggeriscono che l’investimento tematico stia diventando sempre più una strategia multi-asset. Inoltre, essi tendono a ignorare i confini geografici, concentrandosi invece sulla ricerca di società e asset a livello globale che possono trarre vantaggio dalle mutevoli condizioni di mercato, concentrandosi così sull’obiettivo finale.

Alcuni dei temi di maggior successo del passato includono Internet, smartphone, televisione e computer. Per ognuna di queste tecnologie all’inizio l’interesse è cresciuto lentamente, per poi accelerare man mano che la tecnologia è diventata ampiamente accettata, continuando a crescere a un ritmo costante fino a quando gli ultimi utenti salgono a bordo e l’intero mercato viene saturato. Gli esempi odierni di temi popolari, invece, includono le tecnologie dirompenti della Quarta Rivoluzione Industriale, come l’intelligenza artificiale, l’apprendimento automatico, la robotica, la blockchain e l’analisi dei dati, ma anche le opportunità di investimento legate al concetto di sostenibilità, come l’energia pulita e i green bond, stanno suscitando molto interesse tra gli investitori tematici.

Più recentemente, per via dei noti motivi, gli investitori hanno rivolto la loro attenzione all’assistenza sanitaria, data la crisi globale scatenata dal coronavirus, ma questo è solo una piccola parte dell’insieme. Infatti, gli indici tematici si sono evoluti nel tempo raggruppando in tre distinti sotto-temi i megatrend, i temi macroeconomici e quelli microeconomici. I primi individuano le tendenze strutturali che potrebbero avere impatti a lungo termine sulla crescita in un mondo in rapida trasformazione, come la mobilità futura, la tecnologia, l’economia digitale, le città intelligenti e il ricambio generazionale (da patrimonials o babyboomers ai millennial). I secondi si rifanno alle tendenze che incidono sul contesto macroeconomico, come l’aumento dei tassi, l’inflazione, la crescita della classe media, i mercati emergenti e i modelli commerciali globali. Infine, i terzi individuano le tendenze che emergono a livello aziendale, come la struttura manageriale e le metriche di tipo ESG (ambientale, sociale e di governance). Inoltre, come ci ha insegnato la pandemia di Coronavirus, l’investimento tematico oggi può essere suddiviso e classificato tra temi ciclici, che sono sensibili ai cicli economici e congiunturali, e temi strutturali, che sono influenzati dai cambiamenti improvvisi e “violenti” nelle strutture industriali. I primi si verificano a intervalli piuttosto regolari a breve o medio termine in base ai cambiamenti nel ciclo economico, i secondi si verificano come cambiamenti “una tantum” che agiscono nel lungo termine e sono guidati da “forze potenti” come eventi naturali globali o tecnologie dirompenti che cambiano definitivamente il comportamento dei consumatori.

Pertanto, è naturale che gli investitori tematici siano interessati maggiormente ai temi strutturali, poiché saranno meno influenzati da fattori ciclici di breve termine. Non a caso gli investimenti tematici hanno guadagnato una popolarità significativa dall’inizio della pandemia, e mentre i flussi dei fondi azionari non tematici (o tradizionali) sono scesi nel gradimento degli investitori, il sotto-settore azionario tematico ha continuato a registrare flussi positivi.

 

Liberamente tratto da https://internationalbanker.com/brokerage/the-rise-and-rise-of-thematic-investing/

Piazza Affari sorpresa d’Europa? Il minore rischio paese alla base del suo maggiore appeal

Secondo Andrea Scauri di Lemanik, cresce l’attrattiva dell’Italia per gli investitori grazie al miglioramento del profilo di rischio e all’arrivo dei fondi del Next Generation Ue. Danieli, Unicredit, Banco Bpm e Pirelli tra i titoli che offrono valutazioni contenute e profili di crescita visibili.

“Per l’Italia, i fondi della Next Generation Ue rappresentano un’opportunità unica per lo sviluppo, gli investimenti e le riforme e possono fornire la possibilità di accelerare la crescita sostenibile, rimuovendo gli ostacoli che hanno frenato la ripresa del paese negli ultimi decenni. Continuiamo a credere che il mercato italiano possa rappresentare la sorpresa tra i mercati europei”. È la posizione di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth che, in maggio, ha registrato una performance positiva di +5,58%.

I mercati azionari italiani hanno sovraperformato i principali indici, soprattutto grazie ai titoli finanziari. L’attrattiva dell’Italia per gli investitori sta crescendo, grazie al suo profilo di rischio drasticamente migliorato e perché è tra i principali beneficiari dei fondi Ue, che potrebbero portare nuovi capitali verso l’Italia e l’Europa, per monetizzare il debito e, se necessario, utilizzare altre misure di politica monetaria a disposizione dopo il periodo di consolidamento avvenuto durante il mese di maggio, quando un miglioramento continuo dei dati macro e risultati trimestrali complessivamente superiori alle stime hanno compensato il tono leggermente meno accomodante emerso dalla Fed e i timori di inflazione. Il rischio d’inflazione resta gestibile per i mercati e il nostro scenario di base prevede un’inflazione più elevata nei prossimi anni, ma guidata da una crescita economica più stabile – continua Scauri.

La view positiva sui mercati azionari si basa sul fatto che i tassi d’interesse reali non varieranno molto nei prossimi trimestri e rimarranno negativi, dato che le banche centrali cercheranno a ogni costo di evitare un rapido aumento del costo del denaro. Dopo una forte performance del mercato fino a questo punto del 2021, nel breve termine ci potrà essere un consolidamento che potrebbe durare qualche settimana o mese, prima di iniziare a vedere una nuova accelerazione guidata dai titoli e settori che beneficiano del reflation trade. Le stime per il 2021 e gli anni successivi restano costruttive, con l’accelerazione della crescita nei prossimi trimestri, l’impatto dei fondi Next Generation Ue in arrivo e una politica fiscale e monetaria ancora espansiva.

“In questo contesto, il nostro posizionamento di portafoglio è molto selettivo ed è incentrato su valutazioni relativamente basse e profili di crescita visibili”, conclude Scauri: “è il caso di Danieli, che combina crescita, multipli economici e tendenze a lungo termine legate alla decarbonizzazione dell’industria dell’acciaio. Abbiamo ulteriormente aumentato la nostra esposizione al settore finanziario, aumentando la partecipazione in Unicredit e aggiungendo una nuova posizione su Banco Bpm. Tra gli industriali, abbiamo costruito una nuova posizione su Pirelli, sulla base dell’aspettativa di un miglior prezzo/mix e di un aumento dei volumi, più che compensando l’aumento delle materie prime”.

Asset allocation tra azioni e bond, ad ogni età il suo portafoglio. Siamo in una bolla obbligazionaria?

L’analisi della migliore allocazione delle risorse può essere svolta tenendo in forte attenzione le caratteristiche comportamentali tipiche di ogni specifica fascia di età. Il timore di trovarci oggi dentro una vera e propria bolla obbligazionaria è elevata.

Dal 2009, ossia all’indomani della gravissima crisi dei mutui subprime, sia l’S&P 500 che il mercato obbligazionario – quest’ultimo con i suoi distinguo tra governativi ed emergenti – hanno registrato buoni risultati. Eppure, non è semplice comprendere quale possa essere in dettaglio la migliore asset allocation possibile tra azioni e obbligazioni, e soprattutto se esiste una correlazione tra le relative percentuali di distribuzione e la fascia di età degli investitori.

Enunciata così, la questione potrebbe sembrare piuttosto semplicistica, dal momento che una buona asset allocation non può prescindere dagli obiettivi finanziari e dalla propensione al rischio di ognuno di noi, ed è innegabile che esistano persone giovanissime ma molto prudenti (moltissimi millennials lo sono, per esempio) e persone meno giovani, come molti babyboomers, che hanno una propensione al rischio piuttosto elevata. In linea di principio, però, la tolleranza al rischio dovrebbe essere piuttosto alta per un ventenne o trentenne, poiché ha tutto il tempo per recuperare eventuali perdite e più entusiasmo ed energia per lavorare. Andando avanti con l’età, la tolleranza al rischio tende a svanire, ma non per tutti e, soprattutto, non sempre. Il contesto storico di oggi, per esempio, è caratterizzato da tassi molto bassi, liquidità improduttiva e, per non farci mancare nulla, una pandemia globale di cui non si vede ancora la fine (nonostante le vaccinazioni), ma solo una probabile attenuazione. In un contesto del genere, chi va alla ricerca di rendimento deve forzare la propria indole di investitore prudente, oppure acquisire consapevolezza del funzionamento dei mercati e degli strumenti finanziari, in modo tale da avere maggiore dimestichezza con i comparti azionari.

In concreto, in uno scenario di tassi bassissimi, l’analisi della migliore allocazione delle risorse potrebbe essere svolta tenendo in forte attenzione il segmento azionario in relazione alle caratteristiche comportamentali tipiche di ogni specifica fascia di età, come nella tabella a fianco (in alto, per la versione mobile) o, molto più in sintesi, nella classificazione che segue.

Età 0-25: non c’è quasi nulla da perdere, il potenziale di guadagno è basso e le energie personali sono ai massimi livelli. In pochi cominciano a risparmiare in questa fascia d’età (anche chi potrebbe permettersi di farlo), ma chi ci riesce dovrebbe investire tutto nei mercati azionari.
Età 26 – 40: gli appartenenti a questa fascia d’età sono in maggioranza millennials, ed ha ancora molta energia e potenziale di guadagno, ma deve iniziare a pensare anche agli altri e, di conseguenza, ad acquisti di grandi dimensioni (matrimonio, casa, autoveicolo) che attireranno in modo significativo le risorse disponibili. L’attenzione all’investimento immobiliare è forte, e questo comporta anche un certo livello di indebitamento sostenibile (mutuo per acquisto casa).
Età 41 – 60: sono gli anni migliori per realizzare guadagni elevati e risparmiare per investire anche in modo aggressivo. Tutti quei grafici degli obiettivi patrimoniali che da giovani sono stati disprezzati ora cominciano a ricevere attenzione e interesse, al pari del rendimento. Allo stesso tempo, aumentano le spese familiari (università dei figli, per esempio) e non è detto che si riesca a mettere da parte risorse sufficienti per gli obiettivi di lungo periodo.
Età da 61 in poi: è l’età dell’indipendenza finanziaria, o almeno così dovrebbe essere per tutti. L’obiettivo principale è la protezione del patrimonio per garantire il passaggio generazionale, e si da alla crescita del capitale sempre minore importanza.

Sul tema dell’asset allocation, comunque, dominano la scena due domande che vanno bene sia per il consulente finanziario sia per lo stesso investitore, nel senso che quest’ultimo può tranquillamente porle a sé stesso prima di lanciarsi e determinare la migliore allocazione degli asset di azioni e obbligazioni. In questo periodo, una di queste domande è “perché sia ​​le azioni che le obbligazioni sono quasi a livelli record?”, seguita dal suo corollario “investendo adesso, con quotazioni oggettivamente alte, rischio di arretrare e poi essere costretto a recuperare?”. Riguardo alla prima domanda, lo S&P 500 è vicino a un massimo storico perché anche gli utili aziendali sono vicini ai massimi storici, ed il multiplo di valutazione P/E inizia lentamente ad aumentare anche per l’S&P 500 per via della fiducia negli utili aziendali e della certezza della loro crescita. La media storica e il multiplo S&P 500 P/E mediano è di circa 15X (prezzo dell’azione pari a 15 volte gli utili). Quello di oggi è pari a 33X, per cui le azioni sono molto costose, ma non ancora così scandalosamente costose come nel 2001 e nel 2009. Il mercato obbligazionario, invece, è vicino ai massimi storici perché anche l’inflazione è costantemente ai minimi storici. Il rendimento dei titoli americani a 10 anni è diminuito dal fantasmagorico 15,8% del 1980 al 1,45% di oggi, e il decennale europeo per eccellenza (il Bund tedesco) è negativo (-0,20%, quello italiano è a + 0,87%). Sembrerebbe una situazione densa di possibili catastrofi, eppure la bassa inflazione e i bassi tassi di interesse sembrano essere qui per restare ancora qualche anno.

Relativamente alla seconda domanda (“investendo adesso, con quotazioni oggettivamente alte, rischio di arretrare e poi essere costretto a recuperare?”), rispondere non è facile, per cui è meglio trattare i due macro-asset (azionario e obbligazionario) separatamente, cominciando dal parlare di cosa accadrà al mercato azionario, quale sarà il suo futuro. Onestamente, oggi nessuno sa per certo cosa c’è dopo la pandemia, ammesso che finisca presto. Graficamente, l’indice S&P 500 manifesta una tendenza a lungo termine al rialzo e verso destra, ma esistono cicli di “mercato bear” (mercatoorso”, in discesa) che si succedono all’incirca ogni 10 anni. Questo significa che, ad esempio, se avessimo investito il denaro nella parte superiore del mercato (cioè nel 2000), ci sarebbero voluti 10 anni prima di recuperare l’investimento, nell’ipotesi di resistere senza fare cambiamenti inopportuni nell’asset allocation; ma se avessimo comprato al minimo nel 2009, oggi avremmo un rialzo del 250% e oltre. Pertanto, dal momento che è estremamente difficile cronometrare il mercato ed individuare punti di svolta all’interno di un arco temporale così ampio e irregolare, è una buona idea seguire una strategia di costo medio coerente per tutta la vita, in modo da coprirci anche dai grandi sentimenti (ed eventi) di paura come la pandemia iniziata nel 2020, che ha causato una correzione temporanea dello S&P 500 del 32% (per poi tornare ai massimi storici nel giro di 14 mesi).

Riguardo al mercato delle obbligazioni, esso si comporta in modo diverso da quello delle azioni. Dai minimi del 2009, per esempio, l’indice obbligazionario aggregato Barclays è cresciuto solo del 25% circa, e dato che siamo vicini ai massimi storici per effetto del Quantitative Easing – che non è eterno per definizione – e l’inflazione fa capolino per via della ripresa generalizzata delle economie mondiali, la paura di perdere terreno con i bond fa spostare gli investimenti verso le azioni. In sintesi, il timore di trovarci in una vera e propria bolla obbligazionaria è tanta. La sensazione di paura è testimoniata anche dal rendimento del dividendo per entrambe le classi di attività: quello dello S&P 500 è superiore al rendimento da dividendo dell’indice obbligazionario aggregato Barclays, e quando ciò si verifica vuol dire che c’è una tendenza al flusso di denaro verso le azioni, dato che il costo opportunità di investire in obbligazioni è basso.

Per determinare la migliore asset allocation tra azioni e obbligazioni in base all’età, è inoltre necessario acquisire una buona conoscenza dell’inflazione e del suo potere di influenzare gli scambi azionari. L’inflazione, infatti, aiuta a far crescere gli utili aziendali, e più crescono gli utili aziendali, più in alto andrà il mercato azionario se i multipli di valutazione rimangono gli stessi; più forti sono le aspettative di crescita degli utili, più il mercato azionario tende a salire e le valutazioni ad espandersi. Inoltre, se prendiamo in esame il lunghissimo periodo (dal 1926 ad oggi), il rendimento totale annualizzato per un portafoglio composto esclusivamente da titoli dell’indice S&P 500 è stato di circa il 10%, mentre il tasso di inflazione medio per lo stesso periodo è stato del 2,93%, generando un tasso di rendimento reale delle azioni superiore al 7%. Nello stesso periodo, il rendimento medio annuo dei titoli di stato investment grade è stato del 5,72%, determinando un tasso di rendimento reale delle obbligazioni del  2,79%.

Ciò dimostra inequivocabilmente che per battere l’inflazione con il margine più ampio possibile, senza correre rischi particolari, bisogna favorire le azioni rispetto alle obbligazioni, e se teniamo entrambe le cose è solo perché non conosciamo il futuro e veniamo travolti dall’incertezza.

Chinastone Group e LVenture Group insieme al China-Italy Innovation Investment Day

L’evento, che ha visto la presentazione di diverse startup del portafoglio di LVenture Group a una platea di investitori internazionali, ha approfondito le opportunità di investimento in Europa e gli sviluppi recenti del mercato cinese, avvicinando i rispettivi ecosistemi dell’innovazione.

Si è svolta la prima edizione del China-Italy Innovation Investment Day di Chinastone Group, società cinese leader nel campo dei servizi industriali, e LVenture Group, holding di partecipazioni tra i principali venture capital europei. L’evento, tenutosi presso l’headquarter di Chinastone Group a Qingdao, ha fornito informazioni molto interessanti sull’analisi delle opportunità di investimento in Europa e in Italia sui recenti sviluppi del mercato cinese.

In forza della partnership, Chinastone supporta le startup di portafoglio di LVenture Group nell’accesso al mercato cinese e nella raccolta di capitali. “Le imprese cinesi ed europee dovrebbero dare maggior valore alla circolazione e la sinergia di tecnologie, capitali e parchi industriali, e sfruttare le migliori risorse dei loro partner locali per valorizzare i rispettivi punti di forza”, ha affermato Wenfeng Zhang, CEO di Chinastone Industrial Services Group. “Attraverso il consolidamento di partnership di rilievo, abbiamo l’intento di inaugurare una nuova piattaforma per gli investimenti e la cooperazione industriale Cina-UE, con l’obiettivo di creare un nuovo ecosistema transnazionale per le industrie, i capitali, i talenti e per le varie risorse internazionali che necessitano di spostarsi più agevolmente”.

Luigi Capello

LVenture Group, secondo gli accordi siglati, potrà essere punto di riferimento per le startup cinesi che intendano operare sul mercato italiano ed europeo, e avvierà con Chinastone una joint venture per replicare in Cina il suo modello Full-Stack di Venture Capital.

Secondo Luigi Capello, CEO di LVenture Group, “La partnership con Chinastone è un asse strategico di grande importanza per la società, che può contare sulla collaborazione di un leader industriale di grande prestigio per l’espansione internazionale delle startup di portafoglio e questo evento contribuisce a rafforzare le connessioni tra gli ecosistemi dell’innovazione dei due Paesi”.

Sono quattro le startup del portafoglio di LVenture Group presentate durante il China-Italy Innovation Investment Day a una platea di investitori internazionali:

Filostartup che sviluppa prodotti basati sulla tecnologia bluetooth tra cui Tata Pad, cuscino dotato di allarmi intelligenti che previene l’abbandono dei bambini nelle automobili;

Go Pillarpiattaforma che connette architetti ed interior designer con i privati per la realizzazione di progetti personalizzati e offre corsi di formazione e strumenti per l’aggiornamento professionale;

Playwood startup che crea arredi modulari grazie a un sistema di connettori che consente di assemblare pannelli di legno per la creazione di nuove soluzioni di design, favorendo il riuso e limitando l’impatto ambientale;

Yakkyofypiattaforma che permette di creare e gestire un e-commerce con un catalogo di prodotti acquistati in drop shipping dalla Cina, automatizzando completamente la gestione del magazzino, degli ordini e delle spedizioni. In sintesi, il dropshipping prevede un accordo tra il proprietario dell’ecommerce e il fornitore, che accetta di fornire e spedire i suoi prodotti per conto del rivenditore, e funziona in questo modo:

  • Il proprietario dello store promuove i prodotti sul suo store e un utente finale li acquista;
  • Una volta effettuata la vendita, il rivenditore paga i prodotti e le spese di spedizione ad un fornitore ed invia un’e-mail con le informazioni sull’ordine da evadere;
  • Il fornitore spedisce l’ordine all’utente finale e invia un’e-mail al rivenditore con il numero di tracciabilità del pacco;
  • Il rivenditore condivide il numero di tracciamento con l’utente finale;

Nel modello dropshipping, il rivenditore si occuperà di tutte le attività di marketing e promozione degli articoli, mentre il fornitore si occuperà della logistica.

Ad oggi LVenture Group, che è quotata sul MTA di Borsa Italiana e investe in aziende a elevato potenziale di crescita nel settore delle tecnologie digitali, conta in portafoglio oltre 80 startup, che hanno raccolto 100 milioni di euro (di cui 20 investiti direttamente dalla società), e ha contribuito alla creazione di oltre 1.500 posti di lavoro ad alto valore aggiunto.

Atradius: in Asia ritardi di pagamento sul 50% delle fatture nella catena produttiva e distributiva

Il sondaggio condotto da Atradius sui comportamenti di pagamento tra aziende nei principali mercati asiatici mostra molte aziende in sofferenza per i ritardi nei pagamenti, ma ci sono attese di miglioramento.

Amsterdam/Roma, 16 giugno 2021 – Secondo i risultati emersi dal sondaggioBarometro sui comportamenti di pagamento in Asia – giugno 2021” condotto da Atradius, in Asia il 50% delle fatture tra aziende attive nella catena produttiva e distributiva (B2B) viene pagato in ritardo. Molte delle aziende intervistate hanno riferito di aver sofferto gli effetti della recessione economica provocata dalla pandemia Covid-19. Circa il 40% degli intervistati è pessimista sulle previsioni riguardanti i giorni medi di incasso (Days Sales OutstandingDSO) e il 25% è preoccupato per la tenuta dei livelli di liquidità mentre la pandemia continua farsi strada nel continente.

Complessivamente, il 40% delle aziende in Asia ha registrato un aumento dei ritardi di pagamento dai clienti B2B nell’ultimo anno, seppur con delle diversità dovute alle peculiarità dei numerosi mercati presenti in un continente così vasto. Il 48% in media degli intervistati (in Indonesia il tasso più alto, al 60%) ha riferito la necessità di adottare alcune misure correttive per contenere gli impatti delle insolvenze sul proprio business, in particolare viene menzionato il ritardo a loro volta nei pagamenti ai propri fornitori (riferito in media dal 40% degli intervistati, con gli Emirati Arabi Uniti al 47%, il livello più alto).

Il dato di quanti siano stati costretti a ricorrere a ricorrere ad ulteriori finanziamenti esterni per poter pagare i propri creditori (31% degli intervistati, con Hong Kong al 37%) potrebbe spiegare quel 25% di aziende asiatiche (Singapore al 32%) che ha espresso preoccupazione sul mantenimento di flussi di cassa adeguati per i prossimi mesi. Nonostante il clima di incertezza, i risultati del sondaggio evidenziano però un sentiment di fiducia da parte delle imprese, motivato dall’anticipazione del trend di ripresa delle economie locali, che dipende a sua volta dallo sviluppo della campagna vaccinale portata avanti dai singoli Paesi per contrastare la pandemia.

Andreas Tesch

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha commentato: “Il sondaggio annuale di Atradius analizza lo stato dei mercati di tutto il mondo. Tendenze quali l’aumento anno su anno del DSO possono rappresentare la campanella di allarme che anticipa le condizioni sotto pressione di un determinato settore. Sebbene l’economia mondiale sembri destinata a riprendersi nel 2021, permangono alcuni rischi strutturali. La recente risalita dei casi di Covid-19 in molte zone dell’Asia potrebbe rivelarsi una concreta minaccia per la ripresa economica a breve termine nella regione. Pertanto, è ancora piuttosto azzardato offrire una previsione certa sui futuri sviluppi economici e commerciali dei principali paesi asiatici. Ci sono comunque dei segnali positivi di attese ottimistiche per i prossimi mesi”.

Eric den Boogert

Eric den Boogert, Managing Director di Atradius per l’Asia, ha aggiunto: “Il sentiment generalmente ottimista delle imprese e l’anticipazione sul maggiore utilizzo del credito commerciale, sono segnali di fiducia delle imprese verso la capacità dei governi di ridurre al minimo l’impatto della crisi pandemica sull’economia. Ciò detto, non ci aspettiamo che il trend di ritardo nei pagamenti migliori rapidamente e restano valide le preoccupazioni delle aziende su un ulteriore deterioramento del DSO. I processi aziendali di gestione del credito saranno messi alla prova e solo le aziende che adotteranno un approccio olistico e flessibile alla gestione del credito avranno gli strumenti necessari per affrontare al meglio il periodo di incertezza”.

L’ultima edizione del Barometro Atradius sui comportamenti di pagamento in Asia è stata condotta nel secondo trimestre del 2021, un anno dopo che l’Organizzazione mondiale della sanità aveva dichiarato il Covid-19 pandemia globale. I mercati sottoposti al sondaggio sono Cina continentale, Hong Kong, Indonesia, Singapore, Taiwan e gli Emirati Arabi Uniti. I report possono essere scaricati dal sito web di Atradius (sezione Pubblicazioni).

La FED ridurrà gli stimoli prima della BCE, sostenendo il dollaro. I tassi invariati la vera sorpresa

Secondo Filippo Garbarino, l’inflazione sarà  al picco in estate, ma più bassa nella seconda metà dell’anno, mentre i tassi dei Treasury a 10 anni andranno  verso quota 2% a fine 2021. Dopo la riunione del FOMC, la vera sorpresa sarebbe quella di non alzare i tassi, nonostante gli annunci di una stretta monetaria per il lontanissimo 2023.

Da qualche settimana, i tassi di interesse hanno cominciato ad essere al centro dell’attenzione per via della spinta inflazionistica generata dalla ripresa economica. Va da sé che questa “spinta” sui prezzi al consumo ed alla produzione stia avvenendo con diverse modalità a seconda dell’area geografica del mondo industriale: più cauta in Europa, “violenta” negli USA. A fine giugno, con ogni probabilità l’economia americana avrà annullato le perdite accusate con la pandemia, e ciò avverrebbe con oltre un anno di anticipo rispetto all’Eurozona.

In particolare, gli Stati Uniti – tradizionalmente molto “diretti” nell’annunciare le proprie politiche monetarie a breve termine – oggi stanno confondendo, e non poco, gli operatori. Infatti, prima del dato di Maggio sull’inflazione USA (+5% su base annuale) il segretario del Tesoro, Janet Yellen, aveva ribadito un concetto espresso nei mesi scorsi, e cioè che, di questo passo, il rialzo dei tassi da parte della FED sarà necessario per evitare il surriscaldamento dell’economia. Ebbene, il futuro rialzo dei tassi è stato fatto intravedere con un po’ troppo anticipo dal FOMC, che lo avrebbe programmato per il 2023 in modo da orientare i mercati senza troppi scossoni. Pertanto, visto il larghissimo anticipo (siamo ancora abbondantemente nel 2021, per cui mancherebbero due anni prima di una eventuale stretta monetaria), possiamo dire che la FED e la politica monetaria USA è più che mai accomodante, e sta dando la sensazione che la crescita sostenuta dell’inflazione sia un fatto temporaneo e destinato ad affievolirsi, consentendo così di mantenere gli stimoli inalterati (piano di acquisti di titoli da 120 miliardi di euro al mese). Invece il governo, come in un role playing ben sceneggiato, non perde occasione per mettere in guardia i mercati sulla probabile stretta monetaria, senza dire quando potrebbe accadere.

La vera sorpresa, pertanto, sarebbe quella di far rimanere immutati i tassi, nonostante i ritmi di ripresa del PIL e dell’occupazione suggeriscano di fare il contrario per evitare di perdere il controllo dei prezzi. “È probabile che il tasso di inflazione arrivi a un picco durante l’estate per poi attestarsi su livelli inferiori nella seconda metà del 2021. In tale contesto inflazionistico, è lecito aspettarsi un prosieguo nel rialzo dei tassi, con una pendenza però inferiore rispetto a quanto visto nel primo trimestre. Plausibile un tasso di circa il 2% per il Treasury Bond decennale Usa per la fine 2021 e un dollaro forte, sostenuto dalla possibile fine degli stimoli monetari da parte della Fed”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities. 

L’inflazione Usa negli ultimi mesi è salita a livelli che non si vedevano da tempo. Tuttavia ci sono alcuni fattori importanti da considerare. Tra le categorie che hanno contribuito maggiormente al rialzo dell’inflazione vi sono quelle che erano state più colpite dalla pandemia, per esempio l’alberghiero, con il +8%, i biglietti aerei con il +10%, le macchine usate con il +10%. Era assolutamente prevedibile che tali categorie, venendo da un periodo di chiusura globale, subissero un aumento di domanda e conseguentemente anche di prezzi. Le banche centrali considerano tali pressioni transitorie. Anche le aziende industriali, che hanno costi di input legati alle materie prime, non ritengono che il rialzo possa essere duraturo. 

Filippo Garbarino

Ora l’economia globale si trova in pieno rimbalzo post pandemico, ma la ripresa non è sincronizzata, poiché alcuni paesi emergenti come India e Brasile sono rimasti indietro nel contenimento del virus. I tassi dovrebbero continuare a salire ancora per alcuni trimestri, esercitando pressione sui prezzi delle obbligazioni. Sul medio-lungo periodo però vi è molta più incertezza sulla loro direzione, visto che permangono i soliti fattori deflazionistici: alti livelli di indebitamento, trend demografici in stagnazione e impatto negativo della tecnologia sui prezzi. “In questo contesto, si raccomanda un portafoglio obbligazionario con una esposizione mista sia in termini di duration (corta/lunga) sia in termini di tasso (fisso/variabile/inflation linked)”, sottolinea Garbarino. “Per quanto concerne l’esposizione al rischio cambio, si raccomanda un approccio non coperto, mantenendo esposizione al dollaro, in quanto riteniamo che la FED anticiperà la BCE nella exit strategy dagli stimoli monetari e questo dovrebbe favorire la valuta Usa”.

I risparmiatori ignoranti e la “delega emozionale”. Cultura ed educazione finanziaria non sono la stessa cosa

La manipolazione emotiva dei clienti sembra essere una delle cause principali della presenza di eccessiva liquidità nei conti correnti, intesa come un meccanismo di autodifesa “non cosciente” dalla malizia dell’industria del Risparmio, che è alla continua ricerca di margini.

Di Maurizio Nicosia*

Con Lorenzo ci conosciamo da oltre 30 anni, avendo lui sposato la più cara amica di mia moglie. Abitiamo in due regioni diverse, ma ogni estate troviamo il tempo per incontrarci. Lui è un affermato funzionario commerciale di una grossa azienda, ed è sempre oculato nella gestione delle sue risorse finanziarie. E’ laureato in economia, ha una buona conoscenza degli strumenti finanziari e sa bene quale è il mio lavoro. Ogni tanto abbiamo parlato del mondo della finanza, ma mai in modo approfondito, poiché egli è uno storico ed orgoglioso rappresentante dei BOT people, e non c’è dialogo sul tema.

La sua insoddisfazione nel modo in cui sono gestiti i suoi risparmi in banca è cresciuta costantemente in modo direttamente proporzionale alla riduzione dei tassi di interesse, e questo ha determinato crescenti richieste di approfondimento sui prodotti finanziari “non BOT” finchè, vinto dal tragico orfanage del tasso di interesse,  mi ha chiesto di analizzare i suoi investimenti. Dando una occhiata al suo portafoglio, il suo sport preferito è rimasto quello di annegare nella liquidità. Fatto 100 il suo patrimonio, 40 sono abbandonati alla deriva sul conto corrente, e 60 sono investiti in attività alla ricerca disperata del tasso perduto. “Maurizio, ho visto che con quel deposito oggi ricavo l’1,10% annuo lordo, netto imposte diventa lo 0,614%. Ma come posso fare? I fondi che ho sottoscritto negli anni non mi hanno mai dato riscontro, le azioni nel 2000 ti ricordi che fine hanno fatto…. i titoli di stato non rendono più, forse questi certificates che mi propongono possono darmi un ritorno, che ne dici?”.

Ometto le risposte, che qualunque pianificatore patrimoniale potrà facilmente immaginare. Però, rispetto alla sua storia, faccio una riflessione: la “cultura finanziaria” non è “educazione finanziaria”, nel senso che nell’educazione finanziaria è certamente compresa la cultura, ma la semplice conoscenza degli strumenti e dei rischi legati agli stessi non definisce affatto l’educazione finanziaria. Per arrivare a questa, infatti, serve collegare l’universo dei singoli investimenti a degli obiettivi di spesa programmati all’interno di un orizzonte temporale, ed è questo collegamento – così assente nella mente di quasi tutte le famiglie italiane – che rende un investitorefinanziariamente educato”.

Che la responsabilità di questo stato di cose risieda nella scarsa attitudine dei risparmiatori a gestire le proprie emozioni nella scelta degli strumenti finanziari è un dato di fatto; ma è anche vero che costoro effettuano una vera e propria “delega emozionale”, in materia finanziaria, a quegli interlocutori che, con la finanza, vivono e prosperano operando in regime di conflitto di interessi, alla continua ricerca di margini.

E’ questa l’origine della perdita di fiducia subita dalle “cattedrali bancarie”, che fino agli anni 80 venivano percepite come qualcosa di sacro e immutabile, cui rivolgersi per la crescita e della difesa del patrimonio familiare. E così la storia ci rivela che, quando i margini hanno cominciato a scricchiolare – anche per via della riduzione dei tassi, ma non solo – si è acuita la necessità di trovare soluzioni più rapide e dirette, individuate nei “prodottoni finanziari” costruiti spesso con la complicità delle fabbriche interne alle aziende. Un gioco che ha sempre permesso certezze di ritorni economici per gli intermediari, erodendo le risorse delle famiglie.

I “prodottoni”, nel pieno rispetto della delega emozionale di cui parlavamo prima, sono generalmente di due tipi: quelli che proteggono dalla paura di perdere, e quelli che assecondano l’avidità del guadagno. Il buon padre di famiglia non può assecondare la sua avidità e, poiché non si è mai alleato con il tempo, sceglie i prodottoni del primo tipo. Il “boomer” con figli adulti, con un certo grado di evoluzione, sceglie (soprattutto) i secondi perché gli piace la sensazione di un guadagno fuori misura, da conseguire esclusivamente in un periodo breve (sennò fa presto a rientrare nel primo tipo). Nel frattempo, il frullatore della vendita da banco è sempre in azione, ma la perdita di fiducia genera lunghi periodi di permanenza in conto corrente delle risorse disponibili.

La conclusione, pertanto, sembra essere quella che la manipolazione emotiva dei clienti, che dura ormai da molti anni, è la concausa principale della presenza di tutta questa liquidità sui conti, e questa tendenza del “popolo ignorante” si manifesta come un meccanismo di autodifesa – l’unico possibile, se ci fate caso – contro la malizia dei “prodottoni”.

Mentre faccio queste riflessioni, il mio amico Lorenzo mi chiama al telefono. “….Maurizio, mi propongono questo certificate che dà il 3% per 3 anni con barriera al 40% sul valore di Apple. Mi sembra straordinario…”. “Certamente – gli rispondo – è addirittura strabiliante….”.

* Manager di area di una primaria rete di consulenza finanziaria

Equity Crowdfunding, quella insostenibile leggerezza del valore premoney

Per ridurre il rischio di un cattivo investimento, l’investitore dovrà scegliere tra tutte le proposte pubblicate nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding quelle che hanno scontato l’alto rischio di variabilità del valore pre-money.

Di Carlo Mauri*

I valori economico finanziari presenti nei business plan delle startup pubblicati nei portali di Crowdfunding sono espressi spesso in termini puntuali, e se non fosse per il fatto che sono inseriti in tabelle prospettiche si potrebbero facilmente confondere con dati consuntivi. Tuttavia, sarà molto difficile trovare nei bilanci dei prossimi anni gli stessi dati o anche valori ad essi approssimabili. Infatti, quei dati si trascinano dietro una forte componente aleatoria, dai contorni indefiniti.

Servirebbe una applicazione finalizzata a misurare le relazioni tra rischio e rendimento esistenti nei piani finanziari presenti  nelle piattaforme di Crowdfunding, ma prima ancora servirebbe confrontarsi con la difficoltà di esprimere una congrua misura del rischio aziendale. Le startup sono, per definizione, prive di una precisa identità storica misurabile, e questo impedisce di fondare delle stime su dati certi da cui derivare delle linee di tendenza. Nelle scienze naturali, che studiano fenomeni “complessi” (come nella  Meteorologia) le previsioni si fondano su stime probabilistiche e non puntuali, ed anche in altri contesti della fisica classica le previsioni non sono sempre precise. In Balistica, per esempio, che un “proietto”  colpisca esattamente il bersaglio non è affatto una certezza, poiché sono troppe le variabili in gioco che possono influire sul moto inerziale, soprattutto sulle lunghe gittate.

In tutti questi  scenari, pertanto, ha senza dubbio più senso esprimersi in termini di “distribuzione di probabilità”, tanto di colpire il bersaglio in Balistica, quanto di raggiungere esattamente le previsioni quantitative di un obiettivo economico aziendale per una startup, la quale si muove, al pari di un proietto, all’interno di un ampio campo di variazione. Sfortunatamente, questo modo di rappresentare le grandezze diviene meno attraente per l’investitore medio, soprattutto in relazione al valore di premoney, il quale dovrebbe così assumere dimensioni “probabilistiche” talmente variabili da renderlo incompatibile con l’esigenza di avere una grandezza ben determinata da inserire nella delibera di aumento di capitale richiesta agli investitori.

Ogni misurazione è un interrogativo rivolto alla Natura” (Erwin Schrodinger)

Come risolvere il problema? Prima di tentare una risposta dobbiamo definire bene il concetto di rischio finanziario. Per un investitore, il rischio finanziario si identifica nella concreta possibilità di perdere tutta o quasi la somma investita nell’aumento di capitale della startup. Questo tipo di rischio deriva dalla inevitabile presenza – ed estremizzazione – del cosiddetto rischio d’impresa, che a sua volta discende dal fatto che “In  un’economia di mercato il consumatore è sovrano e dalla sua libertà di scelta sorge il rischio per l’impresa” (Ghiringhelli, “Analisi di Bilancio e Driver di Valore”). Ad esempio, i potenziali clienti delle startup potrebbero non comprare i servizi/prodotti, oppure accettare lo scambio a prezzi del tutto insufficienti a coprire i costi aziendali, rendendo di fatto impossibile il recupero delle somme investite.

In definitiva, limitarsi a valorizzare nei business plan le ipotesi di rendimento atteso mostra solo un lato della questione (quello che piace all’investitore). Questa lacuna ci spinge a trovare un’adeguata misura del rischio specifico corrispondente alla proposta del rendimento atteso. Tale misura è implicitamente sempre presente nel tasso di attualizzazione dei flussi di cassa/reddito che portano a quel dato valore di premoney (ovvero il valore dell’azienda prima della raccolta dei fondi, che di fatto rappresenta il prezzo di ingresso per i nuovi soci). L’intensità di questo  specifico “segnale di rischio” dovrà essere necessariamente di gran lunga superiore a  quella  presente nei  tradizionali investimenti in equity espressi dai prezzi dei valori azionari dei mercati regolamentati .

Quindi, assumendo il valore premoney e i flussi di cassa/reddito come parametri, il tasso che equilibra questi due differenti parametri è dato dal tasso di attualizzazione dei flussi che a sua volta incorpora una misura del rischio specifico. Inoltre, il rischio in cui impatterà la startup non potrà prescindere dalla maggiore o minore volatilità del segmento di mercato che la startup stessa andrà ad occupare; questa ulteriore integrazione di rischio la si può ottenere stimando la volatilità storica dei maggiori competitors .

Riassumendo, l’investitore potrà avere una rappresentazione aggiornata di tutte le proposte pubblicate nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding andando a scegliere quelle che hanno scontato l’alto rischio di variabilità del valore premoney attraverso una riduzione prudenziale del prezzo di ingresso al patrimonio aziendale, valutata da precisi dati statistici che la rendano congrua.

* Carlo Mauri, commercialista, socio AIAF,
Managing Partner di M&V Private Corporate Advisor

Compravendite di case primo trimestre: +38,6%. Agenti immobiliari, migliori le prospettive a due anni

Il risultato risente dei bassi livelli di scambi avuti nel 2020 a causa dello scoppio della pandemia, ma i dati dei primi tre mesi dell’anno sono veramente incoraggianti per gli operatori del settore. Rimangono sullo sfondo i grandi cambiamenti dal lato della domanda, con una offerta ancora in via di adeguamento

L’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa analizzando i dati dell’Agenzia delle Entrate conferma il buon momento del mercato immobiliare italiano, che chiude i primi tre mesi del 2021 con 162.258 compravendite, in aumento del 38,6% rispetto allo stesso periodo del 2020. Il risultato naturalmente risente dei bassi livelli di scambi avuti nel 2020 a causa dello scoppio della pandemia, ma i dati dei primi tre mesi dell’anno sono veramente incoraggianti. 

Nel primo trimestre, infatti, tra le grandi città spiccano Bari (+51,7%), Verona (+50,9%), Genova (+36,8%). La crescita più contenuta a Milano (+14,4%) e Bologna (+14,9%). Il 78% delle compravendite ha interessato l’abitazione principale, il 16,5% la finalità di investimento e il 5,5% la casa vacanza. Rispetto allo stesso trimestre del 2020 si conferma il lieve calo (-1%) dell’acquisto per investimento. Relativamente al numero di compravendite, il 2021 potrebbe vedere un recupero in tutte le realtà regionali, portando le previsioni a livello nazionale tra 570 e 580 mila transazioni, mentre i prezzi sono previsti ancora in diminuzione (tra -2% e 0%), rinviando il recupero al 2022.

In definitiva, le attese risultano più favorevoli su un orizzonte biennale, rispetto al breve periodo. Recentemente, la Banca D’Italia (“Sondaggio congiunturale sul mercato delle abitazioni in Italia”) ha raccolto le opinioni di un campione esteso (1.323) di agenti immobiliari, e il 61,5% di loro segnala una sostanziale stabilità dei prezzi rispetto al trimestre precedente. Il 27,1%, invece, segnala quotazioni in diminuzione ed il restante 12% circa in aumento. Il sondaggio, inoltre, rivela che i giudizi sulle condizioni della domanda sono migliorati nelle aree non urbane, e si confermano sfavorevoli nelle città, dove l’andamento dei nuovi incarichi a vendere è rimasto negativo. Unica consolazione: i tempi di vendita sono lievemente diminuiti, così come lo sconto medio rispetto al prezzo iniziale richiesto dal venditore. In particolare, lo sconto medio sui prezzi di vendita è sceso al 10,1% (dal 11,3% del trimestre precedente), e i tempi di vendita sono diminuiti a 7 mesi (da 7,5).

Altra tendenza importante – sebbene è da verificare quanto possa essere strutturale – è quella dei canoni di affitto che scendono nelle grandi città, dove il saldo tra intervistati che forniscono giudizi di aumento dei canoni di affitto e quelli che li danno in diminuzione è ampiamente negativo nelle aree urbane e metropolitane (-37,1% e -42,3%, rispettivamente), mentre fuori dalle aree urbane circa il 70% degli operatori segnala canoni stabili. Il saldo relativo agli scenari del mercato delle locazioni, evidentemente, risente ancora molto delle attese negative nei centri urbani

Uscendo dagli scenari di breve periodo, le aspettative sull’andamento del mercato immobiliare nel suo complesso sembrano migliorate. Le prospettive a due anni, infatti, sono tornate positive secondo l’indagine di Banca D’Italia, e la quota di agenti immobiliari che si attende un aumento prospettico nella domanda di abitazioni è sensibilmente aumentata, poiché è opinione comune degli “ottimisti” che l’impatto della pandemia si estenderà fino alla metà del 2022, per poi rientrare gradualmente. Il gruppo dei “pessimisti”, però, è ancora nutrito: il 50% degli intervistati prevede un impatto negativo, sebbene sui prezzi di vendita i pessimisti sono in netta diminuzione.

Stime di crescita UE incoraggianti. Il mondo sostiene la ripresa, occhio al comparto obbligazionario

Nonostante le incognite legate all’evoluzione della pandemia e all’efficacia delle misure di sostegno all’economia, la ripresa è trainata dagli investimenti. Il miglioramento economico globale porterà la fine delle politiche monetarie accomodanti ed un aumento dei rendimenti delle obbligazioni, destinate così a rendere il comparto obbligazionario scarsamente conveniente.

Il quadro generale di ripresa delle economie mondiali rimane ancora strettamente legato al miglioramento del quadro sanitario globale e, localmente, al sostegno proveniente dalla politica monetaria e dalle politiche di bilancio dei singoli stati. In Europa, poi, la crescita – Il consensus prevede un crescita del 4,3% nel 2021- sarà fortemente dipendente dal modo in cui i paesi aderenti all’UE riusciranno a spendere al meglio le risorse derivanti dai fondi europei del Recovery Plan.

In Italia, queste risorse rientrano nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sul quale da tempo sono puntati i riflettori per via dei dubbi – assolutamente fondati, in considerazione del livello di responsabilità politica della nostra classe dirigente – mitigati dal ruolo di garanzia di Mario Draghi, che nel passaggio da “tecnico” a “politico” pare non abbia perso il patrimonio di credibilità acquisito negli anni scorsi. Nel frattempo, la BCE lascia intatti i tassi d’interesse, con il tasso principale che rimane a zero ed il tasso sui depositi a -0,50% (quello sui prestiti marginali a 0,25%). Gli acquisti netti di titoli per immettere liquidità nel sistema continueranno ad un elevato, e le stime di crescita per l’Eurozona nel 2021 e 2022 sono riviste al rialzo (+4,6% e +4,7%, +2,1% nel 2023).

L’inflazione, che negli ultimi mesi ha causato dolori in USA (con il prezzo dei treasury a picco), sarà dell’1,9% nel 2021, dell’1,5% nel 2022 e dell’1,4% nel 2023. Sul tema, la presidente Lagarde ha affermato che l’inflazione sta risalendo principalmente a causa di fattori temporanei, e che in questo momento “una stretta sarebbe prematura e creerebbe dei rischi”. In pratica, se nel primo trimestre l’economia europea ha beneficiato della riapertura dell’economia mondiale, grazie al programma di vaccinazione ed alla spesa pubblica, nel secondo trimestre la ripresa economica globale si svilupperà più lentamente, ed accelererà nella seconda metà dell’anno, creando frizioni inflazionistiche di fronte alle quali, però, le banche centrali manterranno posizioni attendiste, favorendo così i mercati emergenti oggi al traino di Cina e India.

Naturalmente, il miglioramento economico globale porterà ineluttabilmente – e gradualmente, senza scossoni – la fine delle politiche monetarie accomodanti, e le aspettative di questa circostanza porteranno ad un aumento dei rendimenti delle obbligazioni e ad una diminuzione dei loro prezzi, destinati così a rendere il comparto obbligazionario piuttosto rischioso per qualunque portafoglio che non contenga soluzioni flessibili e covered bond.

“I dati relativi all’andamento dell’economia nell’Eurozona sono incoraggianti, e spingono ad un cauto ottimismo. La BCE ha infatti alzato le stime di crescita per il 2021″, ha dichiarato Moreno Zani (nella foto), Presidente di Tendercapital. “Positiva la rassicurazione della Presidente Lagarde in merito al mantenimento del Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP) a sostegno delle politiche di bilancio. Occorrerà, peraltro, monitorare con attenzione il tasso di inflazione core alla luce del lieve rialzo che ha portato la BCE a rivedere le proiezioni, pur rimanendo ben al di sotto del target del 2%. Preoccupa maggiormente il balzo dell’inflazione negli Stati Uniti, salita al +0,6% nel mese di maggio con una previsione per il 2021 pari al +5%”. E’ realistico – secondo Zani – ipotizzare che si tratti, almeno in Europa, di un fattore temporaneo legato alle manovre espansive, alla rapida ripartenza dell’economia ed ai prezzi delle materie prime. In tale contesto è ragionevole immaginare che il ritorno alla normalità della politica monetaria sarà graduale. “La previsione di uno strumento innovativo come il Next Generation EU – conclude Zani – è fondamentale purchè i Paesi membri utilizzino tali risorse in maniera virtuosa”.

Oltreoceano, l’economia americana crescerà almeno del 5% nel 2021, ma queste previsioni sono destinate ad essere ritoccate al rialzo per via degli effetti del pacchetto fiscale da 1,9 trilioni di dollari già approvato, e di quelli futuri di un altro pacchetto da 3 trilioni in fase di studio. Ciò aumenta i timori che un aumento strutturale dell’inflazione (al momento negato dal governo, ma non sappiamo fino a quando) costringa la Federal Reserve a reagire. Di certo, questo dibattito sulla FED-attendista-fino-a-quando sta già dominando la scena da alcune settimane, animando i mercati e mettendo pressione alla curva dei rendimenti dei Treasury.

In Cina la crescita dovrebbe tendere all’8%, ma il paese sembra attraversare una fase di debolezza nonostante la politica fiscale ancora accomodante. I consumi, infatti, sono in fase di stagnazione dopo una corsa lunga alcuni anni, ma la domanda è prevista in aumento, e questo rende solide le esportazioni, in particolare quelle di semiconduttori. Permane il rischio-bolla nel mercato immobiliare, e la banca centrale sembra indirizzata ad aumentare i tassi di interesse di soli 20 punti base, ma il governo continuerà a perseguire un programma di prudente riduzione dei rischi nei settori immobiliare e finanziario, concentrandosi sulla “crescita di qualità” e ponendo quindi maggiore attenzione sulla tecnologia, sull’ambiente e sui consumi interni.