Luglio 31, 2026
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The Global Banking Forum, ovvero le sfide che attendono banca e finanza

I principali protagonisti del mondo del credito e della finanza a confronto sulle nuove sfide tecnologiche e opportunità di mercato. Dalle ore 9.30 alle 16, in diretta streaming, un’ampia riflessione a più voci sui grandi temi e le sfide generate dall’innovazione tecnologica, dal processo di raggruppamento degli istituti e dalla ripresa economica post pandemia.

Milano, 26 aprile 2021 – Il futuro del mondo finanziario e bancario in Italia e nel mondo, l’inevitabile impatto della trasformazione digitale e gli strumenti finanziari più idonei a sostenere lo sviluppo: saranno questi i temi al centro del Global Banking Forum, un nuovo appuntamento organizzato da Eccellenze d’Impresa, il laboratorio di idee e innovazione per le PMI italiane, promosso da GEA, Harvard Business Review e Arca Fondi SGR.

Il Forum ha come partner scientifici Prometeia e ASSBB, l’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e il patrocinio di Borsa Italiana e della Commissione europea.

Il prossimo 11 maggio i principali protagonisti del mondo del credito e della finanza si confronteranno in tre sessioni (ore 9.30 – 16) in diretta streaming su www.eccellenzedimpresa.it  per un’ampia riflessione a più voci sui grandi temi e le sfide che attendono il mondo del credito alla luce dell’innovazione tecnologica, del processo di raggruppamento degli istituti e della ripresa economica post pandemia.

“In questa fase di profondo cambiamento per il settore bancario e di grandi investimenti in innovazione tecnologica questo eccezionale momento di confronto tra numerosi protagonisti del settore può aiutare a capire quali direzioni sta prendendo il sistema e a quali trasformazioni assisteremo.” dice Enrico Sassoon, direttore di Harvard Business Review Italia e ideatore dell’iniziativa.

Luigi Consiglio, presidente di GEA – Consulenti di direzione, ha aggiunto: “La trasformazione del sistema creditizio si interseca con una situazione economica eccezionale. La digitalizzazione ha favorito l’ingresso di nuovi protagonisti e nuove pratiche di mercato. Questi scenari richiedono da parte dei sistemi finanziari e di credito investimenti, ma anche un cambiamento culturale profondo.”.

“La ripresa che tutti ci auspichiamo dovrà poter contare sul supporto del sistema bancario. Si dovranno trovare anche nuovi strumenti finanziari per raccogliere e indirizzare il risparmio privato. L’Italia resta uno dei Paesi con i più alti tassi di risparmio personale, una risorsa importante che potrebbe essere utilizzata per favorire la crescita del sistema economico del Paese.” aggiunge Ugo Loeser, amministratore delegato di Arca Fondi SGR e che proprio su questo tema coordinerà la tavola rotonda del pomeriggio.

Apriranno i lavori del Forum Enrico Sassoon, direttore di Harvard Business Review Italia e presidente di Eccellenze d’Impresa, Massimo Gaudina, capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea che dà il patrocinio all’iniziativa, Rony Hamaui, segretario generale di ASSBB Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e Angelo Tantazzi, presidente di Prometeia.

Enrico Sassoon

Nella prima sessione, dedicata ai nuovi modelli strategici e operativi che caratterizzano l’evoluzione del sistema bancario, interverranno, moderati da Nazzareno Gregori, presidente di ASSBB e direttore generale di Credito Emiliano: Patrizia Grieco presidente di MPS, Giuseppe Latorre partner e head of Financial Services di KPMG, Elena Lavezzi head of Southern Europe di Revolut, Giuseppe Lusignani vicepresidente di Prometeia, Giovanni Sabatini, direttore generale di ABI e Davide Serra amministratore delegato di Algebris Investments.

La successiva sessione avrà come tema centrale la riflessione sul vortice della trasformazione digitale. A parlare di nuovi protagonisti, nuova organizzazione e nuovi sistemi di pagamento si alterneranno: Ugo Cotroneo managing director & partner di Boston Consulting Group, Elena Goitini amministratore delegato di BNL BNP Paribas, Alessandra Losito direttrice generale di Pictet Wealth Management Italia, Roberto Nicastro presidente di Aidexa, Ignazio Rocco ceo di Credimi e Pietro Sella ceo di Sella Group, moderati da Angelo Tantazzi, presidente di Prometeia.

Luigi Consiglio

L’ultima sessione lancerà uno sguardo oltre la crisi, analizzando gli strumenti finanziari migliori per sostenere lo sviluppo. Coordinati da Ugo Loeser ceo di Arca Fondi SGR, interverranno: Ugo Bassi direttore Mercati finanziari della Commissione europea, Raffaele Jerusalmi amministratore delegato di Borsa Italiana che patrocina l’evento, Monica Mandelli managing director di KKR, Victor Massiah past president di ASSBB, Giovanni Sandri country head for Italy di BlackRock e Giovanni Tamburi presidente di Tamburi Investment Partners.

Prima delle conclusioni dell’intensa giornata di lavori, affidate al presidente di GEA – Consulenti di direzione Luigi Consiglio, interverrà Alessandra Perrazzelli, vicedirettrice generale di Banca d’Italia.

Consulenti finanziari USA, business in forte espansione. Più stress, più clienti e più patrimonio

Secondo un recente studio, l’attività dei consulenti finanziari americani non è mai così fiorente come durante l’epidemia di Covid. In aumento sia le masse gestite che il numero dei clienti, e più tempo da passare a casa con le proprie famiglie.

In occasione di un aggiornamento del terzo “Advisor Wellness Survey” annuale di FlexShares Exchange Traded Funds (di Northern Trust Asset Management), circa 450 consulenti finanziari americani sono stati intervistati su come andava la loro attività nel periodo 2020-2021, e dall’indagine è venuto fuori una sintesi comune a tutti: più stress per via dell’adattamento alle nuove metodologie di contatto e relazione, ma più clienti e più portafoglio.

Nel dettaglio, il 62% degli intervistati ha affermato di aver aumentato il proprio patrimonio netto gestito durante la pandemia, sia nel 2020 che nel primo trimestre del 2021, e il 57% ha affermato di aver aumentato il numero di clienti. Solo il 7% ha segnalato un calo delle attività, e il 6% ha segnalato un calo dei clienti.

Il passaggio al lavoro a distanza (smartworking), pertanto, non ha avuto alcun impatto sulla loro attività, ed il 51% dei consulenti ha visto la pandemia anche come un’opportunità per trascorrere più tempo con le proprie famiglie mentre si lavora a casa, nonché un’opportunità per ripensare il proprio ruolo o modello di business (46%). Inoltre, nonostante le riaperture avvenute in tutti i quartieri finanziari delle città statunitensi, molti consulenti finanziari continuano a mantenere l’attività prevalente a casa, lavorando meno nei tradizionali uffici, i quali si stanno rapidamente trasformando in “smart building“. 

Nonostante le sfide lanciate dal Covid con continuità fino ad oggi, i consulenti hanno affermato che il loro livello di stress complessivo è essenzialmente alla pari con quello del 2018-2019, in cui i mercati sono stati la principale fonte di stress (2018 annus horribilis). Durante la pandemia, circa sette consulenti su 10 sono stati sradicati dal loro normale ambiente di lavoro, e tutti loro sono rimasti costantemente sollecitati sulla ricostruzione e aggiornamento della propria attività (44,3%) e su questioni di conformità e regolamentazione (43,5%). Anche queste cose si sono classificate come fonti di stress.

Nonostante tutto, la soddisfazione complessiva sul livello di carriera raggiunto e l’equilibrio tra lavoro e vita privata sono rimasti praticamente invariati e in gran parte positivi, secondo il sondaggio. I consulenti finanziari hanno riportato una soddisfazione professionale del 78% nel 2020, rispetto al 76% nel 2018-2019. Alla domanda su cosa amassero di più dell’essere un consulente finanziario, gli intervistati hanno dichiarato in modo schiacciante che era la loro capacità di aiutare e fornire servizi a coloro che ne avevano bisogno (58%), seguita da indipendenza e flessibilità (19%) e dalle relazioni che hanno formato (13%).

Circa un terzo degli intervistati (36%) ha attribuito uno scenario complessivamente positivo alla pandemia, che secondo loro ha fornito un rinnovato senso di scopo nel loro lavoro. Le donne consulenti hanno sperimentato livelli di stress più elevati rispetto ai loro colleghi uomini (55,3% contro 46,9%), e livelli di stress superiori alla media nazionale del 48,9%.

Secondo i risultati dello studio, lo stress è stato generato da un mix unico di fattori che influenzano le donne più degli uomini. Dal lavoro, alla vita familiare, al tenere i genitori anziani o le persone a carico al sicuro dal contagio, le donne hanno affermato di sentirsi schiacciate dalle responsabilità del lavoro e della famiglia in misura maggiore rispetto agli uomini che hanno partecipato allo studio.

Enasarco, accolta l’istanza di Fare Presto sulla elezione del Cda. Assopam: sui conti vogliamo vederci chiaro

La vicenda di Enasarco, negli ultimi 15 mesi, ha vissuto di improvvise accelerazioni dello scontro tra la vecchia-nuova governance, e la lista Fare Presto!, che rivendica ancora oggi l’invalidità della composizione dell’attuale Cda. Dopo la sentenza del tribunale di Roma dello scorso 22 Aprile, Assopam apre le danze e riaccende il confronto, che si preannuncia più aspro che mai.

Si riaccende lo scontro in Enasarco, e se qualcuno pensava che la pandemia, da un lato, ed il silenzio delle parti in causa, dall’altro, fosse un segnale di “normalizzazione” dagli eventi di Novembre e Dicembre 2020, si sbagliava di grosso.

Infatti, lo scorso 22 Aprile il Tribunale Civile di Roma, sezione XVI Civile, a proposito della elezione del Cda di Enasarco, ha accolto l’istanza cautelare presentata dalla coalizioneFare Presto!” (di cui fa parte anche Anasf) ed ha sospeso l’efficacia della delibera assunta dalla Commissione Elettorale della fondazione Enasarco del 28 dicembre 2020, sulla base della quale è stato eletto il Consiglio di amministrazione dell’Ente. A distanza di sole 24, sulla scorta della decisione giudiziale, Assopam – che fa parte della coalizione Fare Presto – da fuoco alle polveri con un comunicato stampa che se non è una dichiarazione di guerra, ci manca poco.

Il prossimo 29 Aprile, peraltro, è convocata l’assemblea dei delegati Enasarco, in occasione della quale è previsto il loro parere per l’approvazione del bilancio consuntivo. “I vertici di Assopam – si legge nella nota – prendono le distanze e sollevano una questione importantissima: come si fa a pretendere di far esprimere al voto gli ignari delegati (estranei a tutte le attività della governance Enasarco) per approvare o meno un bilancio così delicato, per di più solo alcuni giorni prima dalla data stabilita? Forse c’è chi considera i delegati come degli sprovveduti”. “E’ chiaro che la responsabilità di un eventuale approvazione del bilancio consuntivo ricadrebbe esclusivamente sulla testa dei delegati, quindi perché votare a occhi chiusi?”.

“Ci troviamo davanti ad un bilancio farraginoso – prosegue la nota di Assopam – chiuso con un utile di 50 milioni che, rapportato al patrimonio finanziario e immobiliare di oltre 6 miliardi di euro, rappresenta un misero 0,8%. Molto probabilmente un bambino di cinque anni avrebbe raggiunto risultati migliori”. “Si tratta, però, di un utile ‘sulla carta’, in cui non è stato considerato il Fondo Fenice e i rischi finanziari derivanti dal contenzioso, i quali ammontano a 162 milioni di euro per cause pendenti”.

Raffaele Tafuro

“Inoltre – affermano i vertici di Assopam – fa molto discutere il fatto che in un ente in cui vengono amministrati cifre così importanti sia orfano da oltre due anni del Direttore Finanza. E’ come far partecipare Valentino Rossi al moto mondiale senza la sua moto. In compenso, però, si spendono quasi sei milioni di euro in consulenze (per lo più in spese legali) nonostante gli oltre 20 dei 400 dipendenti della Fondazione siano avvocati. A queste spese, inoltre, bisogna aggiungere altri 450.000 euro per un software dedicato al controllo del contenzioso, e quelle sostenute per il software “urna elettorale”, costato ben 173mila euro. Infine, è necessario riflettere sui soldi spesi in hardware per lo smartworking dei dipendenti, e gli oltre due milioni di euro per un call center esterno”.

“Infine – conclude la nota firmata dal presidente di Assopam Raffaele Tafuro – è importantissimo capire se il patrimonio immobiliare sia conforme al valore dichiarato. Secondo noi no. Forse qualcuno non ha ben compreso che i tempi sono cambiati, e che i soldi delle future pensioni degli agenti devono essere custoditi con cura e senza sprechi. A proposito di sprechi, qualcuno potrebbe darci una giustificazione plausibile circa il mega stipendio del Direttore Generale?”.

In Europa c’è molto più valore di quanto si creda. Imprese fiduciose e bassi livelli di scorte

Secondo Andrea Scauri di Lemanik, le azioni value beneficiano delle valutazioni ben al di sotto della media di mercato e del forte sottopeso nei portafogli globali.  

Value ed Europa hanno sotto-performato per anni, ma con l’aspettativa di una crescita economica in sincronia con tassi mai visti negli ultimi decenni e una ripresa dell’inflazione la parte più ciclica dei mercati potrebbe godere di performance molto forti. Il value beneficia delle valutazioni ben al di sotto della media di mercato e del forte sottopeso nei portafogli globali e la leva operativa di queste società rimane piuttosto elevata, consentendo un forte aumento dei profitti qualora i ricavi iniziassero a salire. Probabilmente c’è molto più valore in Europa di quanto si percepisca attualmente”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I mercati azionari europei sono saliti nelle scorse settimane nonostante la lentezza del lancio dei vaccini e nuove restrizioni, ma con l’attività industriale che continua a dipingere un quadro positivo, condizioni finanziarie favorevoli, elevata fiducia delle imprese e livelli di scorte ancora bassi. I mercati asiatici sono stati deboli, mentre i mercati azionari americani hanno registrato performance miste. L’Italia ha sovra-performato, continuando a beneficiare dell’effetto Draghi e del significativo impatto positivo delle misure della Bce, che hanno portato a un’ulteriore riduzione del costo di finanziamento del debito pubblico, arrivato a un nuovo minimo storico. Questo trend è destinato a continuare grazie a una forte riduzione del rischio politico e al pieno sostegno a Draghi da parte dei principali partiti politici per attuare efficacemente il Recovery Fund.

La volatilità dei mercati globali è scesa ulteriormente. Le materie prime hanno corretto leggermente e i tassi d’interesse sono saliti negli Usa, con il rendimento del Treasury a 10 anni che è salito di +31bps all’1,71%, un irripidimento della curva e un aumento del tasso d’inflazione previsto.

“Riteniamo che questo movimento si spieghi, da un lato, con la prospettiva sempre più probabile di una fine della pandemia e, dall’altro, con le consistenti emissioni di debito pubblico, che devono essere monitorate attentamente perché potrebbero portare a una volatilità a breve termine sui mercati, alla luce del significativo deficit statunitense”, sottolinea Scauri. “Continuiamo a credere che la Fed non abbia altra scelta che aumentare gli acquisti di buoni del tesoro, monetizzare il debito e, se necessario, utilizzare altre misure di politica monetaria a sua disposizione”.

Il differente ritmo di vaccinazione si traduce in divergenti prospettive di crescita: da un lato Usa e Uk, che stanno già pianificando le fasi di riapertura delle loro economie, dall’altro l’Europa, in ritardo. A livello fiscale, gli Usa sono stati estremamente aggressivi per la quantità di stimoli approvati. L’Europa ha dato segni di unità con il risultato storico del Recovery Fund, ma la percezione del mercato è che abbia fatto meno rispetto agli Usa.

Il margine di sorpresa del mercato americano resta molto limitato, mentre a livello europeo la percezione del mercato è peggiorata a causa della risposta alla pandemia frammentata e il consenso è rimasto negativo nonostante i dati effettivi siano migliori delle aspettative. Questi aspetti sono evidenti nel Citi Economic Surprise Index (CESI), che misura il livello di sorpresa dei dati rispetto alle aspettative del mercato. I dati macroeconomici americani sono risultati forti ma sono ancora al di sotto delle aspettative del mercato e il CESI americano è in costante diminuzione. Ciò significa che le aspettative sono aumentate al punto che anche i dati più forti vengono percepiti come insoddisfacenti. Al contrario, questa visione è stata opposta in Europa, dove il CESI è in rialzo e si sta nuovamente avvicinando ai massimi visti in precedenza.

“Se le notizie negative si interromperanno e il sentiment diventasse più positivo, potrebbe esserci una sovra-performance sostenuta delle azioni europee”, conclude Scauri.

Asset Management, per Moody’s l’outolook è negativo. Ecco le sfide di lungo termine imposte dal Covid

Analisi del mercato del Risparmio gestito effettuata dal lato dell’offerta. Tra i maggiori players della produzione e quelli della distribuzione di strumenti finanziari cambia la “visione industriale” del futuro.

Da diversi anni, l’insieme delle aziende che operano nel mercato degli strumenti finanziari viene sempre più spesso definito come una “industria”, poiché il processo di vendita di fondi, sicav, gestioni patrimoniali e polizze di vario ramo deve necessariamente sottostare ai tipici meccanismi della progettazione, autorizzazione, produzione, distribuzione e controllo, come in qualsiasi settore industriale.

Allo stesso modo, all’interno dell’industria del Risparmio esistono attori della produzione e attori della distribuzione, che a volte coincidono – lo vediamo nei grandi agglomerati dei maggiori gruppi bancari del mondo – ma sempre più spesso, soprattutto in Italia, sono ben distinti tra loro. La c.d. Architettura Aperta, nel settore della distribuzione, ne è la prova più evidente, con il “multimanager” che impera da circa 15 anni e costituisce un “mantra” della distribuzione e della consulenza.

Ciò che è meno chiaro ai più, però, è che tra le due categorie di attori – produzione e distribuzione di strumenti finanziari – cambia la “visione industriale”: di medio-lungo periodo per i primi, di breve periodo (con rare puntate nel medio) per i secondi. E così, mentre le banche-reti  (riunite in Assoreti) brindano ogni mese a nuovi record di raccolta, i players dell’Asset Management (società di gestione del risparmio), pur esprimendo fiducia nel futuro, non manifestano uguale euforia.

Questo sentimento di prudenza è ben sintetizzato da uno studio di Moody’s, che sintetizza i risultati a consuntivo e le prospettive, non esattamente entusiastiche, per il futuro. Secondo il suo report, infatti, nel corso del 2020 gli asset dei gestori di fondi europei sono saliti alla cifra record di 11,3 trilioni di euro, nonostante la pandemia, grazie alla spinta che i mercati finanziari hanno ricevuto dal supporto delle banche centrali e dagli stimoli dei governi. I gestori di fondi hanno riportato 156 miliardi di euro di flussi netti nella seconda metà del 2020, mentre la fiducia degli investitori è stata alimentata dalle misure di sostegno pubbliche e dall’ottimismo sull’avvio della campagna vaccinale. “I gestori di fondi europei hanno avuto un anno record, pur nel contesto della pandemia. I ricavi per le commissioni di gestione sono saliti del 10% durante la seconda metà del 2020, riflettendo la più alta media di asset in gestione e i più forti flussi nei fondi“, ha commentato all’ANSA Marina Cremonese (nella foto), analista senior di Moody’s. Il margine di EBITDA degli asset manager indipendenti è salito del 32%, rispetto al 29% della prima parte dell’anno, grazie a commissioni di gestione più alte, spese operative più contenute e costi di distribuzione stabili, mentre la pandemia ha ridotto i costi per i viaggi e il marketing.

Nonostante questo, però, l’outlook di Moody’s per l’industria globale dell’asset management resta comunque negativo, in quanto la crisi scatenata dal coronavirus intensificherà le sfide di lungo termine.

Eppure, l’industria del risparmio gestito in Italia appare in grande salute, nonostante la pandemia. Banca Generali, per esempio, ha totalizzato una raccolta netta di 646 milioni di euro nel mese di marzo, portando il totale da inizio anno a 1,66 miliardi ed evidenziando un significativo incremento delle soluzioni gestite, mentre Azimut ha raccolto nel primo trimestre 2021 2,5 miliardi al netto dell’acquisizione di Sanctuary Wealth, portando il totale delle masse (comprensive del risparmio amministrato) a 72,3 miliardi e quello delle masse in risparmio gestito a 50 miliardi.

Viene da chiedersi, alla luce di questi consuntivi, perché Moody’s parli di outlook negativo, e per farlo bisogna analizzare il contesto. Innanzitutto, nonostante l’aumento delle masse in raccolta gestita e quello degli utili dei gruppi bancari, la situazione prospettica non è priva di rischi “adattivi”, ancora in corso per le reti con massa critica inferiore alla “soglia di allarme” di 25 miliardi, che nel medio-lungo periodo compensano, con il loro maggior costo, la crescita dei ricavi: alto livello di oneri di trasparenza e compliance, compressione dei margini – sui quali l’ESMA è recentemente intervenuta – pressione sulla riduzione degli incentivi (inducement), ulteriore aumento della complessità degli accordi distributivi per via del controllo sui requisiti di trasparenza e, quindi, possibile concentrazione del numero di accordi distributivi diretti. Naturalmente, esistono anche le opportunità, individuabili nelle possibili soluzioni “industriali” idonee a ridurre la complessità degli accordi distributivi ed a mantenere elevata la remunerazione, gli investimenti sulle piattaforme di collocamento elettronico degli strumenti di risparmio gestito e la capacità del sistema e dei suoi addetti, rispettivamente, di sviluppare prodotti personalizzati e di intensificare il livello di relazione con i clienti-investitori.

Con la riduzione del rendimento delle asset class tradizionali e il tramonto ormai definitivo della remunerazione “cuscinetto” prestata dai comparti obbligazionari (in particolare quelli governativi), è irrinunciabile introdurre anche per la clientela “mass” e “affluent” nuove strategie di composizione del portafoglio – c.d. asset allocation – privilegiando i comparti meno tradizionali, e cioè quelli azionari e flessibili, al fine di ricercare il rendimento di medio-lungo periodo. A questa piccola/grande rivoluzione, che potremmo definire nel passaggio culturale dal ruolo di risparmiatore a quello di investitore, deve corrispondere, da parte delle aziende di asset management, una diversa strategia di marketing e di gestione per strutturare maggiormente l’offerta nel rispetto dei profili di rischio.

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Pertanto, è già cambiato il modello di servizio dell’Asset Management, oggi ben costruito attorno ad un mix di canali differenziato: da un lato le reti di consulenti finanziari, che continueranno a privilegiare la distribuzione tradizionale, e dall’altro i canali digitali, maggiormente idonei a raccogliere le innovazioni di prodotto e l’avanzata inarrestabile degli ETF. In ogni caso, il comune denominatore è già la crescita di volumi e la standardizzazione degli strumenti.

Infine, i trend demografici, che spingeranno verso prodotti adatti a gestire soprattutto gli aspetti previdenziali e successori.

Pensionati e compravendite di case nel 2020: amano il trilocale, odiano il mutuo

Chi è in pensione preferisce il trilocale e nell’84,8% dei casi non ricorre al mutuo. Rispetto al 2019 cresce lievemente la percentuale di acquisti per casa vacanza.

Secondo l’ufficio studi Tecnocasa, nel 2020 il 72,7% delle operazioni effettuate da pensionati ha riguardato la compravendita di una abitazione, mentre nel 27,3% dei casi si è trattato di stipule di contratti di locazione. Rispetto al 2019 cresce la percentuale dei pensionati che sceglie l’affitto rispetto all’acquisto, si passa infatti dal 24,8% all’attuale 27,3%.

Sul fronte compravendite, i pensionati compongono il 7,6% del totale degli acquirenti a livello nazionale. Si tratta di una percentuale in lieve calo rispetto al 2019 .quando si arrivava all’8,0%.

Quasi nel 70% dei casi i pensionati comprano l’abitazione principale, nel 20,3% si acquista per investimento, mentre il 10,3% delle compravendite riguarda la casa vacanza. Rispetto al 2019 si evidenzia un calo della percentuale di acquisti per investimento da parte di pensionati, anche questa categoria infatti ha risentito dell’incertezza generata dalla pandemia in corso ed in alcuni casi preferisce aspettare il ritorno alla normalità prima di comprare per investimento. D’altro canto si segnala un leggero aumento della percentuale di acquisti di casa vacanza: infatti, soprattutto nei mesi successivi al primo lockdown, questo segmento ha visto aumentare richieste e compravendite. 

Anche nel 2020 la tipologia preferita dai pensionati rimane il trilocale, scelto nel 37,7% dei casi, mentre al secondo posto si piazzano i bilocali con il 25,4% delle preferenze. Rispetto al 2019 da segnalare un leggero aumento delle percentuali di acquisto di trilocali, 4 locali e soluzioni indipendenti e semi-indipendenti, mentre è in lieve calo la percentuale di acquisto dei bilocali.

I pensionati che acquistano casa sono coppie e coppie con figli nel 67,6% dei casi, mentre la restante parte è composta da single, divorziati, separati e vedovi.

Infine, solo una piccola parte degli acquisti da parte di pensionati è alimentata da un mutuo (15,2%), mentre nella maggior parte dei casi la compravendita si conclude in contanti (84,8%). Rispetto al 2019 si registra comunque un aumento di coloro che fanno ricorso al credito, anche grazie alla presenza di tassi sempre più bassi.

 

Ethenea: l’inflazione raggiungerà il picco nel secondo trimestre 2021

Per proteggersi, si può guardare a commodities, immobiliare, oro e Tips (Treasury inflation-protected securities), oltre ai titoli dei settori che riescono a trasferire l’aumento dei costi ai loro clienti. Gli asset obbligazionari con una duration più elevata saranno quelli più esposti ai rischi di perdite.

 “Le dinamiche d’inflazione a lungo termine non sono cambiate e rimangono di natura disinflazionistica. A causa di fattori provenienti da forze strutturali e da un crescente squilibrio risparmio-investimento, prevediamo che l’inflazione rimarrà debole, con un picco del livello dei prezzi nel secondo trimestre 2021, dopodiché l’inflazione si manterrà contenuta. Le maggiori banche centrali nei paesi avanzati manterranno quindi politiche accomodanti per un periodo di tempo prolungato”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea independent Investors.

Dal 2020, abbiamo visto misure monetarie e fiscali senza precedenti, finalizzate a invertire le forze deflazionistiche causate dalla pandemia ed evitare che la recessione globale si trasformasse in una depressione. Queste politiche, unitamente al lancio dei vaccini anti Covid-19 e alla progressiva riapertura delle economie, ha sollevato preoccupazioni sul riemergere di pressioni inflazionistiche.

Nell’ultimo decennio, le pressioni inflazionistiche sono state contenute e diverse economie avanzate hanno sperimentato periodi di crescita negativa dei prezzi, qualcosa che non può essere spiegato unicamente dai modelli di inflazione standard orientati alle dinamiche domestiche. I fattori chiave che hanno determinato un’inflazione contenuta e al ribasso sono stati di natura strutturale, come ad esempio il progresso tecnologico, la transizione demografica, la globalizzazione e la capacità delle banche centrali di mantenere basse le aspettative di inflazione.

“Nella situazione attuale, ci aspettiamo un aumento dell’inflazione nelle economie avanzate durante la prima metà del 2021, principalmente a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime, delle limitazioni dell’offerta e di un effetto base positivo, raggiungendo il picco nel secondo trimestre”, sottolinea Siviero. “Un aumento costante e moderato dell’inflazione è associato a un’economia sana, poiché incoraggia la spesa e la crescita economica. Tuttavia, se i prezzi aumentano troppo rapidamente, la perdita di potere d’acquisto può avere un impatto sugli standard di vita e più alta è l’inflazione più è improbabile che i risparmiatori ottengano un ritorno reale sul loro denaro. Gli investitori “income-oriented” e chiunque detenga liquidità saranno particolarmente colpiti dall’inflazione e anche i rendimenti degli investimenti a tasso fisso saranno inferiori. Dal momento che le banche centrali tendono a contrastare un quadro inflazionistico aumentando i tassi d’interesse, gli asset obbligazionari con una duration più elevata saranno quelli che perderanno di più. Per proteggersi, occorre affidarsi a un portafoglio ben diversificato, che includa investimenti che offrono un incremento di valore e un rendimento superiori al tasso d’inflazione”.

Andrea Siviero

“Nel mercato azionario”, continua Siviero, “i settori che possono fornire rendimenti superiori all’inflazione sono quelli che traggono vantaggio da tassi di crescita più elevati o che sono in grado di trasferire l’aumento dei costi ai loro clienti. A beneficiare dell’aumento dell’inflazione ci sono poi i beni reali.  Questo vale per le materie prime, ma anche per i prezzi degli immobili e per l’oro. Tuttavia se le banche centrali dovessero inasprire la loro politica dei tassi, questi asset potrebbero diventare meno interessanti. In alternativa, si possono considerare i Treasury inflation-protected securities (Tips), che pagano un tasso fisso, ma, essendo il loro valore capitale allineato al tasso d’inflazione, il rendimento finale include una protezione contro di essa. Infine, i “leverage loans” nei confronti di società con alti livelli di indebitamento o con un basso punteggio di credito pagano tassi d’interesse più alti e tipicamente offrono un rendimento a tasso variabile che funge da garanzia contro l’inflazione”.

Come la pandemia ha cambiato le priorità finanziarie degli investitori USA. E quelli italiani?

Secondo alcune ricerche, a seguito della pandemia gli investitori USA hanno aumentato l’apporto di mezzi finanziari ai propri programmi pensionistici, e i genitori americani stanno avendo più conversazioni con i propri figli in materia di finanza. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento.

La pandemia COVID-19 ha rimodellato i modi in cui molti investitori stanno spendendo e risparmiando i loro soldi, ma per i risparmiatori statunitensi una priorità non è cambiata affatto: quella di prepararsi per la pensione.

L’americano medio, infatti, non appena trova lavoro stabile – più o meno verso i 25 anni – mette in pratica tre azioni programmatiche di risparmio di lunghissimo periodo: pagare la copertura sanitaria (quando questa non viene inclusa nel pacchetto retributivo o come benefit, totale o parziale, dall’azienda presso cui si lavora), contrarre un mutuo per acquistare casa e sottoscrivere un fondo pensionistico.

Non ci si perde tempo, queste azioni fanno parte del bagaglio educativo e del corredo sociale che ogni americano eredita dai propri genitori. Si risparmia conoscendo già tre fondamentali obiettivi di spesa, che insegnano l’investitore USA ad avere una elevata consapevolezza finanziaria in giovanissima età, anche prima di entrare al college. Non è un caso che i consulenti finanziari americani lavorino tantissimo con i giovani millennials, e adeguino continuamente la propria offerta di servizi a queste tre esigenze di vita, che richiedono un forte supporto in termini di consulenza.

Gli italiani vivono storicamente in un contesto diverso, dove il welfare state ha spento sul nascere questo modo di intendere la finanza personale. Contestualmente, ha spento anche qualunque consapevolezza finanziaria, anche adesso che servirebbe per poter colmare, tra appena 15 anni, il vuoto pensionistico che i cinquantenni di oggi vivranno sulla propria pelle, ricavando pensioni pubbliche davvero “povere” rispetto alle generazioni precedenti.

Allo stesso modo, la consulenza finanziaria italiana e americana si differiscono moltissimo, e nel nostro paese l’ottica del rendimento di breve-medio periodo e l’assenza di una programmazione specifica padroneggiano ancora i criteri di scelta di un investimento e, in definitiva, anche del proprio consulente. In particolare, il benessere personale al raggiungimento dell’età pensionabile è ancora uno degli obiettivi più trascurati in Italia, e lo scoppio della pandemia ha aumentato i risparmi senza veicolarli in programmi pensionistici né in coperture sanitarie aggiuntive. Negli Stati Uniti, secondo i nuovi risultati del sondaggio di Ameriprise Financial, nonostante la pandemia il 69% di coloro che avevano stabilito in precedenza quando sarebbero andati in pensione ha affermato che il loro obiettivo non è cambiato. Quasi uno su cinque (18%), poi, ha addirittura accelerato i propri piani di pensionamento e, di questi intervistati, l’83% ha affermato che la decisione è stata volontaria. Solo il 13% di coloro che avevano in mente una data di pensionamento ha affermato che la pandemia ha ritardato questo obiettivo.

Lo studio sulle priorità finanziarie di Ameriprise ha intervistato più di 3.000 americani con almeno $ 100.000 in asset investibili, per capire a cosa tengono di più quando si tratta dei loro soldi e come sono cambiate le loro priorità tra le sfide dell’ultimo anno. In particolare, la maggioranza degli intervistati (63%) ha affermato che il proprio reddito familiare non è stato influenzato dalla pandemia, e il 10% ha aggiunto che il proprio reddito è effettivamente aumentato. Tuttavia, il 25% del campione ha riferito di guadagnare meno denaro, a dimostrazione del pedaggio irregolare che COVID-19 ha avuto sulle finanze degli americani.

In questo contesto, più di 6 intervistati su 10 hanno affermato che proteggere le proprie attività finanziarie (63%) e pianificare l’incertezza (62%) sono più importanti per loro adesso rispetto a prima della pandemia, e più di un quarto (26%) intende aumentare l’importo investito a lungo termine nel 2021.

Allo stesso modo, quasi la metà (45%) degli intervistati ha ridotto la propria spesa durante la pandemia e il 30% di loro si aspetta di rimanere frugale in futuro, ha rilevato il sondaggio, e una volta terminata la pandemia, un quarto degli investitori prevede di spendere più soldi del solito in attività che hanno posticipato.

Non sorprende che la salute e la sicurezza siano balzate in cima come priorità per gli investitori USA. In effetti, il 71% dei partecipanti al sondaggio ha affermato che mantenere la propria famiglia al sicuro è più importante per loro ora rispetto a prima della pandemia. Inoltre, il 63% degli investitori che non disponeva di un fondo di risparmio di emergenza prima della pandemia ne ha creato uno o prevede di farlo presto. Allo stesso modo, il 44% degli intervistati che non aveva un testamento o un piano successorio in precedenza, ne ha creato uno negli ultimi 12 mesi o prevede di farlo presto.

Gli investitori stanno anche avendo più conversazioni finanziarie con i loro parenti più stretti. Tra gli intervistati USA che sono genitori, infatti, il 30% ha affermato di discutere maggiormente le finanze con i propri figli. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento, che presume un elevato tasso di educazione finanziaria, molto carente nel Belpaese.

“Le circostanze straordinarie dell’ultimo anno hanno convinto molte persone, anche quelle che avevano già una solida base finanziaria, a intraprendere azioni che avrebbero potuto rimandare in precedenza”, afferma Marcy Keckler, Vicepresidente della strategia di consulenza finanziaria di Ameriprise. “Gli investitori stanno prestando maggiore attenzione alle loro finanze e stanno apportando importanti cambiamenti per rafforzare la loro situazione finanziaria”.

Il contesto appena delineato amplifica le differenze tra USA e Italia: nel primo, gli investitori cercano di sostenere le proprie finanze attribuendo un valore elevato alla consulenza di un professionista, in Italia e in Europa si tende, invece, ad un affievolimento delle funzioni e del numero dei professionisti presenti, e non sono in pochi a pensare che ciò sia il risultato di un preciso disegno politico internazionale dell’EU.

Eppure, una circostanza accomuna i consulenti finanziari di entrambi i paesi: secondo un sondaggio condotto online da Artemis Strategy Group a Gennaio 2021 tra 3.028 americani di età compresa tra 30 e 70 anni e con $ 100.000 o più in asset investibili, la maggior parte degli intervistati  ha affermato che la pandemia ha confermato l’importanza di lavorare con un consulente finanziario, ed il 39% degli intervistati che non ha un consulente al proprio fianco ritiene che lavorare con uno di essi potrebbe aiutarli a resistere a cambiamenti inaspettati. Anche in Italia, gli studi effettuati subito dopo il mese di Maggio 2020 hanno rilevato gli stessi risultati in merito all’indice di soddisfazione degli investitori assistiti da un consulente, ma nessun risultato così confortante abbiamo rispetto a quanti vorrebbero averne uno.

Comprare casa con mutuo, confronto 2010 vs 2020. A Genova si risparmia il 63 per cento

Un confronto utilissimo dell’ufficio studi di Tecnocasa, che fotografa i profondi cambiamenti avvenuti in un decennio nel mercato immobiliare. Dalla fiducia illimitata nel mattone allo scenario più fosco della pandemia, investire nelle abitazioni non è più una certezza. Ma non tutto è perduto.

Negli ultimi anni i ribassi dei prezzi immobiliari e l’andamento dei tassi sui mutui hanno determinato un importante risparmio per chi acquista casa. Sull’argomento, l’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa ha effettuato un raffronto su scala decennale, dal 2010 al 2020, ipotizzando l’acquisto di un trilocale di 90 mq effettuato ricorrendo ad un mutuo di 25 anni con un loan to value (percentuale finanziata) dell’80%.

Il calcolo del costo totale include gli interessi che, nel periodo totale, sono corrisposti alla banca, e le conclusioni, sintetizzate in una sola tabella, sono piuttosto eloquenti e fotografano i profondi cambiamenti del mercato immobiliare avvenuti non solo in termini di valori venali, ma anche in quanto alla considerazione che oggi gli italiani hanno dell’investimento immobiliare.

Le tabelle di Tecnocasa, però, contengono una speranza: il risparmio, rispetto a dieci anni fa, è oggi irresistibile per chi detiene liquidità e vuole impiegarla nel mattone. Questo potrebbe contribuire ad una stabilizzazione dei prezzi all’interno di un range +2%/-2% che, se non consente più di parlare di valore da investimento immobilizzato nel tempo, permette di poter fare programmi a chi, dagli immobili, vuole ricavare un reddito dignitoso al netto dei costi di manutenzione straordinaria e delle imposte.

Nel dettaglio, la città dove attualmente l’abitazione costa decisamente meno rispetto a 10 anni fa è Genova, che registra un risparmio del 63%. Si tratta anche della città i cui immobili hanno perso di più negli ultimi anni (-55,9%) e, attualmente, per acquistare un’abitazione di 90 mq si deve mettere in conto una rata di 282 € al mese.

Il capoluogo lombardo è quello dove si risparmia meno: infatti, a Milano, i prezzi negli ultimi 10 anni sono in crescita, unica realtà in controtendenza. Per questo motivo l’abbattimento della rata è dovuto esclusivamente alla diminuzione dei tassi di interesse: si passa, infatti, da un esborso mensile di 1280 € al mese ad uno di 1045 € al mese, con un risparmio sul costo effettivo dell’immobile pari al 15%.

L’ESMA ha intenzione di sacrificare i consulenti finanziari sull’altare della politica europea?

L’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla sostenibilità finanziaria di una ulteriore riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi. 

Di Massimo Bonaventura

Prima di rispondere alla domanda posta dal titolo di questo articolo, è buona pratica analizzare il contesto da cui essa si genera.

Dopo aver imposto all’industria del Risparmio europeo, attraverso le MiFID, una riforma che ha rivelato tutta la sua inconcludenza nei momenti difficili, e dopo aver obbligato le banche a sostenere oneri aggiuntivi per circa 2,5 miliardi di euro, l’ESMA non intende fermarsi nella sua “furia politica iconoclasta” contro i costi dei servizi di investimento, sciorinando un rapporto che finisce con l’essere una chiara manifestazione di intenti – neanche troppo futuri – con cui si mette a rischio la sopravvivenza di un intero modello economico che dà lavoro a decine di migliaia di addetti. Infatti, il recente documento dell’ESMA dal titolo molto eloquente “I clienti al dettaglio continuano a perdere a causa dei costi elevati dei prodotti di investimento” (“retail clients continue to lose out due to high investment products costs”), da un lato intende mettere a nudo le scarse capacità delle società di gestione di realizzare performance in grado di compensare adeguatamente con i risultati i costi del servizio, ma dall’altro svela una posizione “dogmatica” che, con le logiche dell’industria, c’entra poco e niente.

Infatti, nel suo terzo rapporto statistico annuale sul costo e la performance dei prodotti di investimento al dettaglio dell’Unione europea, l’ESMA rileva che i costi di investimento in prodotti finanziari chiave, come fondi OICVM, fondi alternativi al dettaglio e prodotti di investimento strutturato (SRP) rimangono elevati e riducono il risultato dell’investimento per gli investitori finali, e che “le informazioni chiare e comprensibili sull’impatto dei costi sui rendimenti sono fondamentali per consentire agli investitori di prendere decisioni di investimento informate”.

Fin qui nulla di nuovo; del resto, la rendicontazione ai clienti non è certamente più una novità, e gli investitori non sono mai stati – sulla carta – così informati come oggi grazie alla ulteriore “operazione trasparenza” messa in opera dalla MiFID II. Il rapporto, però, si snoda in una serie di osservazioni che mettono in relazione due grandezze, ossia costi e rendimenti, completamente diverse tra loro sia per natura che per finalità: i primi sono grandezze di natura quasi del tutto fissa, e servono a determinare la sostenibilità di tutti i costi e degli utili per gli azionisti delle aziende facenti parte dell’industria del Risparmio; i secondi sono una grandezza variabile che serve a remunerare il capitale investito dai risparmiatori e determinano, in funzione delle specifiche categorie a cui appartengono gli strumenti finanziari, la qualità e l’affidabilità nel tempo del lavoro svolto dai gestori e dai distributori. L’ESMA, pertanto, mette in relazione strettissima un indice di quantità e un indice di qualità, ossia due grandezze per nulla sostituibili né fungibili, ma “ne fa funzione” fino a fare dei primi (i costi) l’unica variabile che ha il dovere di mutare.

In sintesi, il messaggio implicito dell’ESMA è questo: siccome il mercato non consente di andare al di là di certi risultati, bisogna tagliare i prezzi, e quindi licenziare del personale, risparmiare sui costi fissi e variabili, per consentire ai risparmiatori di ottenere performance più soddisfacenti. Praticamente, è come dire che, se le banane vendute al mercato non sono poi così buone, bisogna tagliare i costi di produzione e distribuzione delle piantagioni di banane per ottenere un raccolto di migliore qualità.

Ma chi lo ha detto? Con una logica come questa, l’anno successivo avremo meno banane al mercato, e non è detto che quelle che arriveranno saranno più buone di quelle dell’anno prima. 

L’ESMA, pertanto, con la sua crociata contro i costi dei servizi di investimento mostra di non ritenere poi così importante l’unica grandezza che conta veramente nel settore del Risparmio, e cioè la ricerca della qualità (nel tempo). I suoi documenti, anziché contenere una contraddizione in termini, dovrebbero sollecitare – anche forzosamente – la ricerca di una maggiore profondità e selezione nelle ricerche e nello studio dei mercati finanziari, invece di “vincere facile” imponendo alle aziende di ridurre “ad oltranza” i costi per la clientela e, quindi, i propri ricavi e utili. Questo “gioco”, negli ultimi dodici anni, è costato la testa di migliaia di consulenti con un portafoglio medio inferiore ai 10 milioni di euro, sacrificati sull’altare dell’ideologia amministrativa e della politica europea che costringeva le reti a dover rincorrere i legittimi obiettivi di sostenibilità per i propri conti economici.

In definitiva, l’ultimo documento dell’ESMA sui costi dei servizi finanziari in Italia si rivela come un concentrato di ipocrisia comunicativa, tipico di chi vuole imporre all’industria obiettivi di politica internazionale: nessun richiamo alla qualità del servizio, né alla sostenibilità finanziaria di una riduzione dei margini, e le performance degli strumenti finanziari analizzate solo in funzione dei loro costi

A dimostrazione che si tratti, da parte dell’ESMA, di un atteggiamento squisitamente politico, i suoi burocrati non hanno mai prodotto un solo studio che definisca, una volta per tutte, il livello “equo” di costi che un investitore è tenuto a pagare in relazione alla qualità del servizio ricevuto, e che consenta all’industria del Risparmio (e ai suoi addetti) di avere una visione chiara del futuro che non sia quella di una totale “disintermediazione” della distribuzione e la conseguente sparizione dal mercato di reti e consulenti. E se sono bastati tredici anni per abbattere i margini commerciali del 50%, quel timore è oggi più che giustificato.

Del resto, l’approccio “burocratico” dell’Europa, come è stato dimostrato dai “elefanti normativi” delle due MiFID, mostra di privilegiare la quantità assicurata dalla c.d. Consulenza Difensiva, e non la qualità né l’interesse dei risparmiatori, i quali non hanno mai visto una campagna mediatica preventiva che spiegasse loro gli intenti dell’Europa in relazione alla trasparenza finanziaria, e nemmeno conoscono la storia delle due MiFID: in considerazione dell’altissimo valore sociale dell’iniziativa – la tutela del Risparmio – non sarebbe stato dovere dell’ESMA informare i cittadini europei, come accade in qualunque processo di formazione legislativa sui grandi temi (es. riforma della Giustizia, Clima e tutela dell’Ambiente, Sanità Pubblica, Scuola etc), prima e dopo il rilascio delle MiFID?

A quanto pare, per l’ESMA non era necessario tenere informato il pubblico dei risparmiatori, semplicemente perché non gli interessava farlo. Se non è ipocrisia questa….