Luglio 31, 2026
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Niente “sliding doors” negli investimenti, il segreto è ricevere buoni consigli

Negli investimenti non esistono delle “sliding doors” che ci permettono di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi, ma esiste la possibilità di fronteggiarli. Per riuscirci, basta evitare il fai da te e rivolgersi ad un professionista.

Di Alfonso Selva*

Siamo entrati da pochi giorni nel nuovo anno, e per i risparmiatori è tempo di bilanci e risultati a consuntivo. La pandemia, infatti, ha condizionato pesantemente l’andamento dei mercati finanziari nel corso del 2020, ma non proprio come ci si può aspettare da una analisi superficiale che prenda in esame i soli dati dal 1 Gennaio al 31 Dicembre: in mezzo c’è un oceano di differenze, a seconda di quando abbiamo iniziato ad investire.

Certo, alla fine il rendiconto dei nostri investimenti – quello che la nostra banca deve inviare almeno una volta l’anno – dirà esattamente come sono andati e che tipo di rendimento (se c’è stato) abbiamo avuto, ma ciò che leggerete nel prosieguo di questo articolo potrebbe anche farvi riflettere su come “sarebbe potuto andare” se avessimo fatto determinate scelte in determinati momenti dell’anno.

Partiamo dal mercato azionario mondiale. In America, nel 2020 lo S&P 500 ha guadagnato il 16% e il NASDAQ il 43%, mentre in Europa la situazione è un pò più varia: l’Italia ha perso il 5,21%, Parigi ha perso il 7,14%, Londra ha perso il 14,35%, Madrid ha perso il 15,45%, e solo Francoforte e Zurigo hanno guadagnato qualcosa (rispettivamente il 3,55% e lo 0,82%). La Russia ha perso il 4,34%, ed in Asia il Giappone ha guadagnato il 16%, mentre la Cina ha guadagnato il 13,87%.

Dopo aver passato in rassegna i mercati azionari, per chi ancora crede nella validità delle obbligazioni all’interno di un portafoglio, scopriamo che i titoli di stato con scadenza a 10 anni, in euro (il nostro BTP) rende lo 0,5% all’anno, mentre il resto delle obbligazioni in Euro sono tutte a rendimenti negativi: il BUND tedesco rende il – 0,57%, l’OAT francese il – 0,34%, il titolo di stato austriaco il – 0,44% e quello spagnolo zero. Per quanto riguarda le obbligazioni in valuta estera (per le quali esiste un rischio di cambio), quelle in sterline inglesi rendono lo 0,19%, quelle in franchi svizzeri il – 0,53% e quelle del Tesoro Americano in dollari 0,91%. Se poi ci si vuole avventurare nelle emissioni obbligazionarie “esotiche”, ci sono quelle cinesi (in valuta cinese) che rendono il 3,20% circa.

Naturalmente, i rendimenti sono lordi (la tassazione è del 26% o del 12,5%, a seconda del tipo di emittente) ed il rischio valutario non è certo da sottovalutare.

Oltre ad azioni e obbligazioni, esistono anche altre forme di investimento di cui possiamo tracciare un bilancio: l’Oro ha guadagnato il 22,27%, il Petrolio ha perso il 20,8% e il Bitcoin è salito di circa il 340%.

Questi sono i dati “a consuntivo”, che fotografano il rendimento conseguito (o meno) dalle suddette tipologie di investimento dall’1 Gennaio al 31 Dicembre 2020. Questi risultati complessivi, però, sono il frutto di un andamento “pazzesco”, che ha dovuto tener conto di alcuni passaggi che è il caso di ricordare. Siamo partiti da un 2019 spumeggiante e da un inizio 2020 sotto tono, con un mese di Febbraio già “bruttino”, ma niente al confronto della tempesta successiva. Infatti, a Marzo il Covid 19 ha fatto crollare i mercati – è crollato tutto, dalle azioni alle obbligazioni – e, tra gli investitori, c’è chi ha tenuto tutto ed ha aspettato, e c’è chi si è messo paura ed ha venduto. Alcuni, facendo la cosa giusta, hanno comprato a fine Marzo 2020 portando poi a casa risultati “stellari”, ben superiori a quelli dei migliori mercati presi nel loro risultato complessivo annuale. Chi ha comprato nella terza decade di Marzo, infatti, ha conseguito (in base ai singoli mercati) questo consuntivo:

NASDAQ + 77,33%,

S&P 500 +55,39%,

FTSE MIB (Italia) + 44,35%,

– Londra + 29,41%,

NIKKEI (Giappone) + 64,03

– Cina + 40,69%.

Naturalmente, si potrebbe obiettare che “del senno di poi son piene le fosse”, e che in finanza non esistono delle “sliding doors”, intese nel loro concetto di momento topico di una storia, o di un elemento assolutamente imprevedibile che può cambiare la vita di una persona o, nel nostro caso, di un investimento (“cosa sarebbe successo se…“). Questo particolare significato è venuto a crearsi dopo l’uscita nel 1998 del film omonimo con protagonista la bellissima Gwyneth Paltrow, e sebbene quella pellicola racconti la vita della protagonista “come sarebbe potuta essere se…”, nella realtà non esiste niente che ci permetta di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi. Il punto è che i dati sciorinati prima sulle possibili performance realizzate qualora avessimo investito intorno al 20 di Marzo non sono solo delle mere ipotesi, e sono molti i risparmiatori che hanno comprato proprio mentre il terrore e la paura di poter morire segnava le nostre vite di reclusi in casa. Ebbene, quegli investitori sono quelli che hanno ricevuto e accettato i consigli di un Consulente Finanziario, il quale li ha convinti che la cosa giusta da fare fosse il contrario di ciò che generalmente si fa (vendere quando le borse scendono, e comprare quando le borse salgono).

Persino i titoli di stato, acquistati a Marzo, hanno reso il 10-12% senza alcuna fatica, a testimonianza che la costruzione di un portafoglio di investimento è del tutto simile all’acquisto di una casa di nuova costruzione, in occasione del quale il costruttore non può certo impegnarsi a che non ci sia mai un terremoto, ma può assicurare che la casa resisterà ad un eventuale sisma perché edificata osservando tutte le norme edilizie ed anti-sismiche. Per farlo, sarà importante diversificare mettendo al bando i concetti del “gioco in borsa” e dell’investimento fortunato nel breve periodo, e innalzando a priorità assoluta l’impegno di perseguire obiettivi di spesa nel lungo periodo.

Tutto questo non si può improvvisare. Serve un bravo professionista in grado di “costruire la casa”, e fare in modo che un terremoto non ci possa spaventare.

* Consulente finanziario www.alfonsoselva.it

Investire nei megatrend del futuro. In un solo libro tutte le tendenze da cavalcare nei prossimi decenni

Il libro di Andrea Forni e Massimiliano Malandra accompagna il lettore nella comprensione dei megatrend che guideranno lo sviluppo economico e sociale dei prossimi decenni. Il testo li spiega attraverso venti scenari d’investimento composti da 400 azioni e 230 strumenti di risparmio gestito.

Nel libro “Investire nei megatrend del futuro” (Ed. Hoepli, 2020, 224 pagg., euro 26,50), Andrea Forni e Massimiliano Malandra delineano le tendenze demografiche, tecnologiche, ambientali e geopolitiche dei prossimi decenni, spiegandone le evoluzioni e indicando con quali strumenti finanziari è possibile cavalcare questi “megatrend”. L’invecchiamento della popolazione, i consumi di massa, l’auto elettrica, i droni, i nuovi modi di comunicare e lavorare, le energie alternative, i cambiamenti climatici, sono solo alcuni trend che stanno plasmando la nostra vita e il nostro modo di lavorare. 

I c.d. “megatrend” sono forze strutturali e dirompenti per la società mondiale, che determinano cambiamenti demografici, tecnologici e ambientali, in grado di trasformare nel lungo termine il nostro modo di vivere e di lavorare, impattando sulle economie globali e sui mercati finanziari.

Il testo di Forni e Malandra – che insieme gestiscono il sito www.investireneimegatrend.it – accompagna il lettore nella comprensione del concetto di megatrend, e descrive una ventina di scenari d’investimento che sviluppano le tematiche collegate ai fattori demografici, tecnologici, ambientali e geopolitici. Ognuno di questi è accompagnato da portafogli teorici composti da aziende quotate, startup innovative e strumenti del risparmio gestito (Etf, certificati e fondi), e può essere facilmente replicato dal lettore che avrà quindi a disposizione oltre 400 azioni e 230 prodotti di risparmio gestito.

Il libro è l’occasione per gettare uno sguardo su come sta cambiando il mondo, tra riscaldamento globale, sovrappopolamento, scarsità di risorse, crescente ruolo dell’Est Asiatico nell’economia mondiale, applicazione massiva delle tecnologie digitali, ingresso della robotica e dell’intelligenza artificiale nella società e nel lavoro; tutte tendenze che rappresentano nuove sfide per l’individuo, la società e il pianeta.

Investire nei megatrend del futuro” è il seguito ideale del precedente testo intitolato “La ruota dei mercati finanziari” (Ed. Hoepli, 2018, 248 pagg., euro 26,50), dove Andrea Forni e Massimiliano Malandra hanno raccolto e spiegato le loro metodologie di analisi che qui sono oggetto di una più vasta applicazione pratica.

Scritto come un romanzo, con un linguaggio semplice e comprensibile anche ai “non addetti ai lavori”, il libro integra argomenti di grande attualità con un’analisi approfondita di ogni opportunità d’investimento attuale e futura nelle trasformazioni sociali ed economiche in atto. È pertanto utile anche al consulente finanziario che utilizza strumenti di risparmio gestito tematici per spiegare alla propria clientela temi difficili in modo semplice, con l’ausilio di dati, case study, storie e aneddoti.

Andrea Scauri: consolidamento bancario e investimenti green sono i temi di piazza affari del 2021

Borsa italiana, tra i titoli più interessanti, Anima su tema M&A bancario, Enel per le utilites, Fineco, Nexi per la digitalizzazione, Danieli e Fcs per la componente ciclica. Le banche centrali difficilmente aumenteranno i tassi di interesse nel nuovo anno.

“Ci aspettiamo che la politica monetaria e fiscale continui a essere accomodante nei prossimi mesi, e quindi riteniamo che le banche centrali difficilmente aumenteranno i tassi di interesse nel 2021. In questa fase, le valutazioni azionarie sono più appetibili delle obbligazioni e gli utili nel nuovo anno possono sorprendere al rialzo e tornare a livelli pre-Covid. A livello settoriale, puntiamo su ciclici, rinnovabili e temi legati alla digitalizzazione”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore azionario Italia di Lemanik.

I risultati incoraggianti del vaccino contro il Covid-19 e la fine dell’incertezza intorno alle elezioni americane hanno portato a un forte rimbalzo del mercato a novembre e un consolidamento nel mese di dicembre. I nuovi vaccini e le aspettative di ripresa economica hanno portato a una rotazione dai titoli growth a value, a beneficio dei settori più colpiti dalla pandemia, in particolare i settori bancario, assicurativo, petrolifero e automobilistico, mentre a sottoperformare sono stati l’healthcare, il food e il settore delle utilities. L’aumento della propensione al rischio, la continua ricerca di rendimenti da parte degli investitori e il ruolo chiave della Bce hanno fatto scendere il rendimento dei titoli a 10 anni al minimo. La volatilità del mercato si è significativamente ridotta, con l’indice Vix che è sceso dal 42% a circa 22. Le materie prime sono salite, in particolare il petrolio e il rame. L’oro è invece sceso, dato che i progressi compiuti con i vaccini hanno portato a un aumento della propensione al rischio, con gli Etf di metalli preziosi che hanno registrato consistenti deflussi dopo i livelli record di ottobre.

“In un contesto come questo, nelle nostre scelte di investimento siamo diventati più positivi su settori legati alla componente ciclica dell’economia, mentre continuiamo a rimanere sui settori più esposti agli investimenti che saranno finanziati dai piani europei – vedi utilities legate al tema delle rinnovabili, infrastrutture, pagamenti digitali – e a tendenze strutturali come la digitalizzazione”, sottolinea Scauri. “Auspichiamo che l’opportunità legata all’utilizzo dei recovery fund sia mirata a uno sviluppo infrastrutturale e tecnologico del paese, accelerando gli investimenti già parzialmente in essere”.

“Il tema del consolidamento bancario a livello domestico sarà un tema del 2021. Vediamo Anima come principale beneficiario, in maniera indiretta, di un’ipotetica fusione fra Banco Bpm e Bper. Questo alla luce della possibile, successiva fusione fra Anima e Arca, con importanti sinergie sia a livello di top line, sia di costo. La nomina del nuovo Ceo di Unicredit sarà fondamentale per definire la nuova strategia della banca. La possibile fusione con Monte dei Paschi avverrà comunque, a nostro avviso, solo a condizioni di non intaccare il capitale della banca. Questo elemento e lo standing del nuovo Ceo saranno fondamentali per ricostruire l’equity story presso gli investitori, sia italiani sia esteri, a fronte di una valutazione che ci sembra eccessivamente penalizzata”.

A livello di singoli nominativi, la posizione sulle utilities si concentra su Snam, dove si attende un re-rating sul tema green e sull’idrogeno in particolare. Resta un’ampia esposizione nei confronti di Enel, sulla scia del nuovo piano appena presentato, della piena visibilità sui dividendi e degli investimenti sulle energie rinnovabili. I principali titoli industriali in portafoglio si concentrano sui nomi tecnologici/pagamenti digitali/digitalizzazione, ovvero, Nexi, Stm e Reply. Fca è, a nostro avviso, molto interessante alla luce del dividendo straordinario e della valutazione post-fusione con Peugeot.

Tra i finanziari, Anima (per i motivi citati in precedenza) e Fineco. Tra i nomi small e mid-cap, il focus è su Danieli, sulla scia delle aspettative di ordini in entrata per nuovi impianti legati alla sostituzione degli altiforni ad alto inquinamento nell’industria siderurgica con impianti a tecnologia green, dove la società è leader di mercato a livello mondiale. Dopo il fallimento del piano di conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie, con contestuale pagamento di un dividendo straordinario, c’è fiducia che tale piano possa essere rimesso in atto, a condizioni diverse e più interessanti.

L’outlook 2021 di Andrea Siviero: una ripresa economica sostenibile dipende dalla gestione della pandemia

Lo scenario economico e finanziario 2021 nell’analisi del Comitato investimenti di Ethenea. Crescita disuguale nel corso del 2021. Andrea Siviero: crescita asincrona nella prima parte del 2021, favorite le economie più flessibili.

La maggior parte di noi ricorderà il 2020 come l’anno in cui la pandemia di Covid-19 ha contagiato più di 50 milioni di persone, ha causato la perdita di oltre 1 milione di vite umane e ha procurato enormi sofferenze in tutto il mondo. Lo ricorderemo anche come lo shock per l’economia globale, cui gli stati hanno reagito in un modo mai visto prima, non solo fornendo un sostegno fiscale pari a 12 trilioni di dollari su scala globale, ma anche introducendo misure di politica monetaria estremamente favorevoli, che hanno contribuito ad evitare che la crisi si trasformasse in una depressione economica. Tuttavia, la situazione è ancora incredibilmente complicata, e con la seconda ondata di Covid-19 che sta colpendo in modo duro l’economia statunitense ed europea, è chiaro che la piena ripresa economica dipenderà dalla nostra capacità di controllare e curare il virus.

Il nostro scenario di base per il 2021, quindi, è quello di una graduale ripresa economica, sostenuta dai progressi nello sviluppo di un vaccino efficace per il Covid-19 e dal prolungamento delle politiche economiche espansive. Tuttavia, il rimbalzo iniziale sarà asincrono e disomogeneo tra regioni e paesi. Di conseguenza, ci aspettiamo una sovra-performance dai paesi che saranno in grado di gestire meglio la pandemia (e che possono uscirne prima), dai paesi che riusciranno a fornire sufficiente sostegno fiscale e dalle economie più flessibili.

Tuttavia, è probabile che la crisi lascerà il segno nel medio termine. La spesa dei consumatori resterà moderata per un certo lasso di tempo, in particolare nel settore dei servizi e in altri ambiti che risentono del distanziamento sociale. L’incertezza e i timori di natura patrimoniale influenzeranno gli investimenti aziendali e il mercato del lavoro avrà bisogno di tempo per riprendersi. Pertanto, il previsto rialzo dell’attività economica globale nel 2021, compreso tra il +4,5% e il 5%, potrebbe essere seguito da un percorso di crescita più moderato.

Lo sviluppo di un vaccino efficace, affidabile e a prezzi contenuti, giocherà un ruolo chiave sia nella ripresa economica che nel sostegno dei mercati. A seguito delle recenti notizie positive in questo senso, gli asset di rischio sono stati spinti verso nuovi massimi, mentre i beni rifugio sono andati in tilt. Si osserva adesso una rotation geografica e settoriale dalle regioni e dai settori che meglio hanno resistito alla crisi ai più deboli (per esemplificare growth – value rotation). Questo fenomeno potrebbe continuare per un certo periodo di tempo, dal momento che i gap accumulati sono piuttosto significativi. Tuttavia, le dinamiche di crescita e l’abilità dei diversi settori di generare rendimenti, determineranno la capacità di migliorare la performance una volta che le cose cominceranno a normalizzarsi.

Il 2021 vedrà anche un cambio di amministrazione negli Stati Uniti. La divisione del Congresso dovrebbe avere un impatto positivo sui mercati, dal momento che sembra improbabile che l’amministrazione Biden riesca ad invertire i tagli fiscali di Trump, ad aumentare in modo significativo le imposte sul reddito delle società o ad imporre severe misure antitrust. Ci aspettiamo che uno stimolo fiscale venga approvato in tempi relativamente brevi nel 2021, anche se la portata e la finalità ancora non sono chiare. Questo consentirebbe all’economia statunitense di avere un’iniezione di liquidità puntuale, dato che il numero di casi Covid-19 è aumentato, oltre che a fungere da protezione contro rischi negativi per l’economia.

Sul fronte commerciale, ci aspettiamo che l’amministrazione Biden ricalibri l’approccio statunitense con i partner tradizionali. A breve termine, non ci aspettiamo nessun cambiamento significativo nelle relazioni Stati Uniti-Cina piuttosto un approccio più affidabile e programmatico, che dovrebbe scongiurare il risveglio della recente guerra commerciale.

Il sostegno della politica monetaria e fiscale continuerà ad essere un fattore chiave per la crescita economica nel 2021. Ci aspettiamo che la politica monetaria resti accomodante nel lungo periodo e che le banche centrali continueranno a sviluppare ed utilizzare politiche non convenzionali per raggiungere i loro obiettivi di stabilità dei prezzi e di piena occupazione.

Una volta che la ripresa economica avrà preso piede, sarà interessante vedere se e come le banche centrali saranno in grado di revocare lo stimolo monetario e di irrigidire la politica monetaria in un contesto di debito pubblico e privato molto elevato.

In caso di successo dell’introduzione di un vaccino contro il coronavirus, unitamente alla comprovata efficacia sul campo, ci aspettiamo uno scenario relativamente favorevole di una crescita globale sincrona per la seconda metà dell’anno. Supportato da politiche economiche espansive e da un allentamento delle misure restrittive legate al Covid-19, questo dovrebbe tradursi in un ritorno della propensione al rischio degli investitori e ad un anno generalmente positivo per i mercati azionari ed altri asset di rischio, come i mercati corporate credit e high yield.  Questo scenario sarebbe positivo anche per i mercati emergenti, che vedrebbero una ripresa di inflow di capitale nelle loro economie. Ci aspetteremmo anche un aumento dei rendimenti governativi dai livelli molto bassi raggiunti quest’anno all’indomani della crisi. Tuttavia, con un’inflazione bassa, una ripresa incerta e livelli di indebitamento elevati, le banche centrali saranno (molto) pazienti prima di aumentare i tassi di interesse ed eviteranno rendimenti più elevati che potrebbero compromettere anzitempo la ripresa. Ci aspettiamo pertanto solo un moderato innalzamento delle curve dei rendimenti nelle economie avanzate.

Enasarco, Fare Presto diffida a costituire il CdA. Definitivamente chiarito il mistero del voto annullato

Le liste “Fare Presto!” e “Arténasarco” presentano una diffida a procedere alla costituzione del Consiglio di Amministrazione di Enasarco, dopo l’annullamento del voto di un delegato della coalizione da parte della Commissione Elettorale dell’Ente. L’interessato chiarisce definitivamente come sono andati i fatti durante il collegamento online.

Fare Presto e Artènasarco, liste sostenute da Confesercenti, Anasf, Assopam, Federagenti, Fiarc, che valgono insieme la metà dei consiglieri eletti in CdA Enasarco, successivamente alla decisione della Commissione Elettorale della Fondazione di annullare il voto del delegato Romualdo Nesta e consegnare la maggioranza del CdA, regolamento alla mano, alla coalizione sconfitta alle elezioni di Novembre 2020, ha trasmesso una formale diffida “a procedere alla costituzione e alle attività del Consiglio di Amministrazione” dell’Ente.

In particolare, si legge nella missiva, “………a seguito della indizione del nuovo Consiglio di Amministrazione per la data del 4 gennaio 2021 e della richiesta ai nuovi componenti del Consiglio di comunicare la dichiarazione di accettazione dell’incarico entro la data del 3 gennaio 2021, si rappresenta (che)…..in assenza della dichiarazione di accettazione dell’incarico e della conseguente individuazione di tutti i consiglieri, non si può ritenere correttamente convocato e costituito il Consiglio di Amministrazione indetto per la data del 4 gennaio 2021 e, quindi, legittimato ad assumere alcuna decisione. Ciò anche alla luce di quanto espressamente previsto dall’art. 20 del Regolamento Elettorale per la convocazione dell’Assemblea dei delegati, i quali sono convocati solo a seguito della dichiarazione di accettazione dell’incarico”.

Atteso quanto sopra rappresentato – prosegue la nota – e nell’evidenziare come la decisione della Commissione Elettorale del 28 dicembre 2020 sia oggetto di impugnativa, atteso il suo contenuto palesemente illegittimo, nonché travolgente tutti gli atti successivi, ivi compresi quelli oggetto della presente, Vi invitiamo e diffidiamo formalmente dal procedere alla costituzione del Consiglio di Amministrazione e, conseguentemente, dal porre in essere alcuna attività di tale Organo in assenza della dichiarazione di accettazione della carica da parte di tutti i Consiglieri, riservandoci di agire presso le Autorità istituzionali e giurisdizionali competenti per tutelare i nostri diritti ed interessi nonché la legittimità dell’azione degli Organi della Fondazione”. 

Romualdo Nesta

Nel frattempo, il delegato Romualdo Nesta, che era stato eletto in quota Case Mandanti per Fare Presto, ha voluto personalmente rivelare come sono andati i fatti. “All’inizio dell’Assemblea, come già fatto nell’Assemblea precedente, mi sono collegato utilizzando il telefonino, sia in video che in audio, con il programma di video conferenza scelto da Enasarco, (Microsoft Teams, ndr). Ho risposto alla chiamata di riconoscimento e sono stato ammesso. Al momento in cui sono stato chiamato a esprimere il mio voto, pur avendolo fatto ed essendo regolarmente collegato, gli altri non riuscivano a sentirmi. Così ho iniziato a premere sullo schermo dei mio cellulare i bottoni per poter parlare, ma nulla di fatto. Nel frattempo ricevevo anche telefonate da parte di alcuni numeri, ma non potevo rispondere perché se lo avessi fatto il collegamento con Teams sarebbe irrimediabilmente caduto. Dopo qualche minuto, nei quali ho premuto non so più quante volte e in quale sequenza i bottoni audio e video, sono finalmente riuscito a farmi sentire: mi sono rapidamente scusato e ho espresso chiaramente il mio voto per Fare Presto. Successivamente al mio voto il notaio dell’Assemblea ha dichiarato Alla prima chiamata e alla seconda chiamata, per motivi sicuramente tecnici, ma questo nessuno lo sta ovviamente negando, non è stato possibile acquisire il voto di Nesta, il quale si è ricollegato successivamente esponendo una preferenza. Il Notaio ha poi acquisito il mio voto come settimo voto a Fare Presto”.

Da notare che il voto successivamente annullato dalla Commissione Elettorale ha determinato una vittoria per 7 a 6 per la governance uscente, e non un pareggio per 7 a 7, da cui sarebbe poi scaturita la decisione di applicare il regolamento che prevede l’attribuzione del ruolo di consigliere al delegato più anziano (che fa parte della coalizione sconfitta alle elezioni).

Naturalmente, si attenderanno gli esiti degli inevitabili pronunciamenti giudiziali, ma è impossibile non evidenziare che la Commissione Elettorale, con una decisione molto delicata – che avrebbe richiesto almeno un parere tecnico ad un organo esterno – ha di fatto ribaltato la volontà espressa dalla maggioranza degli elettori per Fare Presto (31.287 tra Agenti e Consulenti Finanziari, ossia il 44,81% dei votanti), che in coalizione con Artenasarco risulta avere la maggioranza assoluta.

L’Alfa Romeo GT di Pasolini esiste, ed è stata trovata. Ma il mistero è davvero finito?

Nonostante il parere degli scettici, il ritrovamento dell’Alfa Romeo GT 2000 Veloce appartenuta a Pier Paolo Pasolini era nell’aria da settimane, fin da quando Patrimoni&Finanza aveva anticipato la storia di quell’auto ed il mistero di cui era avvolta.

Com’è noto, dopo il delitto Pasolini, la sua Alfa Romeo GT 2000 Veloce venne tenuta sotto sequestro fino al 1983, e successivamente affidata all’attore Ninetto Davoli – amico intimo del poeta/regista – il quale dichiarò di averla rottamata nel 1987.

Dell’auto, quindi, si erano perse le tracce da allora, ma fu chiaro che la demolizione non fosse avvenuta veramente, e che il veicolo fosse rimasto integro nel deposito della ditta demolitrice a cui fu portato. Nel 1987, infatti, si poteva effettuare la demolizione della vettura esibendo al PRA solo le targhe, ed il demolitore avrebbe poi deciso cosa fare del veicolo. Ebbene, chi aveva ricevuto in deposito l’Alfa GT2000 di Pasolini, venuto a conoscenza dell’identità del proprietario, probabilmente preferì conservarla invece che demolirla, e così è stato, come ricostruito dal nuovo proprietario che si è manifestato solo pochi giorni fa.

Al numero di targa RMK69996, fino al 2019, risultava ancora l’intestazione di proprietà di una Alfa GT 2000 Veloce a Pasolini Pier Paolo. Pertanto, fino ad allora, non c’erano stati dopo di lui altri proprietari, non risultava nessuna copertura assicurativa dal Novembre 1975, non risultava nessuna cancellazione dal PRA o cessata circolazione. Finchè nel 2019 qualcuno ha nuovamente immatricolato la targa, come risultava anche dalle visure; finchè l’Alfa Romeo GT 2000 è stata ritrovata, ricomparendo in un garage in provincia di Varese dopo essere stata acquistata, ad inizio 2020, da un collezionista di auto d’epoca che pare sia intenzionato a riportarla in condizioni di restauro conservativo – l’auto, a quanto sembra, è in pessime condizioni generali – e ad affidarla ad un museo.

Di certo, stando alle cronache di questi giorni, il numero di telaio e la targa corrispondono, per cui è interessante ricostruire il percorso di questo ritrovamento così atteso. L’Alfa GT 2000 di Pasolini, utilizzata anche nella notte dell’omicidio, è rimasta a lungo all’interno del cortile della caserma dei Carabinieri di Ostia, con danni e tracce evidenti dell’omicidio che facevano dell’auto un irrinunciabile mezzo di prova. Nel 1981 le autorità emettono il permesso di demolizione, e l’attore Ninetto Davoli viene incaricato di portar l’Alfa GT al demolitore, dove rimane abbandonata – ma mai demolita – fino a quando un appassionato di auto palermitano la nota a Roma e l’acquista per una cifra modestissima.

LEGGI ANCHE: L’Alfa GT di Pasolini esiste ma non si trova. Misteri e segreti dell’auto d’epoca più “attesa” d’Italia

Il colore dell’auto non era più quello originale, e forse questo particolare spiega sia il prezzo irrisorio di cessione, sia gli intenti di chi, probabilmente ignaro, la comprò presso il demolitore. L’auto viene conservata così com’è fino al 2017, quando un collezionista di auto d’epoca di Erice la acquista e la reimmatricola nel 2019, per poi venderla ad inizio 2020 all’attuale proprietario.

E’ così che l’Alfa Romeo GT 2000 di Pasolini finisce in provincia di Varese. Secondo il settimanale online Formulapassion.it, il nuovo proprietario sarebbe intenzionato a restaurare l’auto, e ha dichiarato di “non avere alcuna intenzione di venderla, nonostante le valutazioni astronomiche di cui si è sentito parlare, ma di riportarla alle sue fattezze originali e magari restituirla alla collettività consegnandola alle istituzioni, a un museo, pur mantenendo la proprietà”. 

Il lieto fine, però, sembra non risolvere ancora il “mistero delle due Alfa GT” presenti durante il barbaro assassinio di Pier Paolo Pasolini. Infatti, l’auto di Pasolini era stata ritrovata la notte dell’omicidio dalla polizia in una strada del quartiere Tiburtino, dove qualcuno l’aveva abbandonata. Dalle indagini, però, è emerso che, nelle stesse ore, la stessa auto – o meglio, un auto del tutto uguale – sarebbe stata avvistata a grandissima velocità e fermata a Ostia dai carabinieri con alla guida il presunto omicida, Pino Pelosi, che molto tempo dopo, prima di morire, ha raccontato pubblicamente la verità e la sua innocenza, tenuta a lungo nascosta per paura che i suoi familiari potessero essere oggetto di una vendetta trasversale. Pertanto, sembra che sul luogo del delitto sarebbe stata presente un’altra Alfa uguale a quella di Pasolini, ed è lecito oggi dubitare se la Alfa GT oggi ritrovata sia quella effettivamente guidata dai suoi carnefici ed usata per eseguire materialmente l’omicidio, oppure no. Secondo una testimonianza del 2010, infatti, la macchina che uccise Pasolini non era quella sua, bensì l’altra, e fu portata sporca di fango e sangue da due carrozzieri: il primo si rifiutò di lavorarci, il secondo accettò. Da lì in poi si persero le tracce anche della seconda Alfa GT.

Salta l’opportunità del “governissimo” in Enasarco. Troppa tensione ed obiettivi opachi da ambo le parti

In Enasarco sarebbe servita una maggiore maturità e spirito di collaborazione da parte delle opposte fazioni, una sorta di “governissimo”, basato su larghe intese, che finalmente si potesse occupare delle istanze della categoria, la quale attende ancora gli aiuti economici che solo una maggioranza stabile può finalmente garantire.  

Di Alessio Cardinale*

La tensione, soltanto mascherata dal silenzio, si tagliava con il coltello prima ancora dell’assemblea dello scorso 23 Dicembre 2020, ma pochi si aspettavano che l’irragionevolezza ed i giochi di potere potessero prevalere ancora una volta sulla necessità – diventata urgentissima, dopo otto mesi di ritardo – di garantire rapidamente una governance stabile alla cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari e mettere finalmente mano sui concreti provvedimenti straordinari su cui 220.000 iscritti contano.

Spiace dirlo, ma dopo il risultato elettorale sarebbe stato più opportuno che la maggioranza uscente – che già si era resa protagonista di un rinvio “sine die” delle elezioni, suscitando tensioni e polemiche – fissasse una data ravvicinata per l’assemblea dei delegati, anziché prendersi tutto il termine previsto dai regolamenti: ciò avrebbe rappresentato un segnale di efficienza, nonchè la volontà di segnare quel punto di svolta cui molti, da entrambe le parti, si sono ispirati in campagna elettorale: sediamoci al tavolo comune e risolviamo i problemi.

Andare immediatamente in assemblea – cosa mai poteva impedirlo? – avrebbe evitato il crescere della tensione che, dopo essersi accumulata per mesi, si è scaricata il 23 Dicembre con tutta la sua forza, facendo perdere a più di qualcuno le necessarie lucidità e lungimiranza, insieme ad un discreto ammontare di dignità personale da parte di qualcun altro.

Ciò che è accaduto, in fondo, era prevedibile, perché le forze in campo sostanzialmente si equivalevano, ed era sufficiente l’assenza di un solo delegato per far prevalere uno schieramento sull’altro. Infatti, la “campagna acquisti” estiva era già finita (non senza polemiche), e dominava la speranza che le tensioni potessero cessare una volta riuniti attorno allo stesso tavolo. In considerazione dei risultati elettorali, l’unica maggioranza possibile era quella di 8 consiglieri a 7, e con un simile margine non si va da nessuna parte: è sufficiente che uno dei consiglieri sia virtualmente assente – il WiFi e le connessioni non sono una scienza esatta – per determinare una situazione di stallo su decisioni importanti, inaccettabile dopo i recenti trascorsi.

Pertanto, serviva maturità e spirito di collaborazione, una sorta di “governissimo”, basato su larghe intese, che finalmente si potesse occupare delle istanze degli iscritti che ancora attendono i provvedimenti straordinari di sostegno economico alla categoria. Invece, il risultato più degno di nota scaturito dall’assemblea del 23 Dicembre 2020 sembra essere stato il fitto mistero sulla presenza di un delegato che, pur avendo asseriti problemi di connessione, contestualmente non risponde alle insistenti telefonate dei compagni di lista che lo richiamano disperatamente alla votazione. Ma questa, per fortuna, è materia che lasciamo volentieri alla coalizione di cui fa parte, affinchè si chiariscano le circostanze, magari per farne tesoro ed evitare gli stessi problemi “tecnici” nelle future riunioni del CdA da remoto.

La sensazione prevalente, in ogni caso, è che entrambe le coalizioni siano guidate da obiettivi opachi, e che nessuna di esse sarà all’altezza di governare Enasarco, tanto più da sole. In teoria, entrambe dovrebbero coltivare l’arte del compromesso, al quale però non sembrano tanto avvezze. Sempreché non intervengano i ministeri vigilanti a dettare forzosamente la fine delle ostilità ed un “tutti a casa”.  

* Direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Consulenza Patrimoniale, chi ne avrà la leadership? Una gara appena all’inizio tra SCF e banche reti

Secondo una analisi della Consob, circa la metà degli investitori italiani si dichiara favorevole a valutare la consulenza finanziaria a parcella. La vera partita, però, si gioca intorno alla c.d. Consulenza Patrimoniale. Luca Mainò: “il modello di consulenza finanziaria indipendente arriverà nei prossimi 5 anni a gestire il 10% delle masse complessive.

A circa due anni dalla sua nascita, la sezione dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari autonomi (c.d. indipendenti) conta già oltre 300 iscritti tra i singoli professionisti, a cui si devono aggiungere le 40 società di consulenza finanziaria (SCF) che operano su base autonoma. Sullo sfondo, il decreto del ministero attualmente in consultazione presso il Consiglio di Stato, che consentirebbe l’accesso di molti altri professionisti alla categoria dei consulenti indipendenti. Non è un mistero, infatti, che i principali attori della Consulenza Indipendente (a parcella, in totale assenza di conflitto di interesse) puntino sul lavoro in team con avvocati e commercialisti, con i quali costituire anche appositi studi associati.

Pertanto questa categoria, rimasta sostanzialmente nell’ombra fino al 2018, si sta sviluppando a ritmi rapidissimi, del tutto simili in valore assoluto  – se non addirittura superiori – a quella dei consulenti non autonomi (gli abilitati fuori sede), i quali però sono 33.000, e scontano oggi un gravissimo ritardo nel ricambio generazionale che né Assoreti né le associazioni di categoria (Anasf in testa) sembrano interessate a risolvere concretamente nel breve periodo.

Cesare Armellini

Secondo Cesare Armellini, presidente ed amministratore delegato di Consultique, “nel momento in cui il decreto verrà pubblicato è facile immaginare la spinta che la categoria dei consulenti indipendenti potrà avere, soprattutto per i giovani che, a differenza di ieri, oggi possono trovare strutture operative sul territorio dove imparare la pratica fondamentale della professione”.

Le maggiori aspettative di Consultique – azienda leader nel settore da circa 20 anni – ricadono sulla possibilità di sviluppo che la fusione tra consulenti finanziari e commercialisti potrà dare, creando realtà multidisciplinari con enormi sinergie.

Relativamente al settore, mentre negli Stati Uniti più del 90% dei cittadini fa ricorso alla consulenza indipendente, in Italia non abbiamo questi numeri, ma secondo una analisi della Consob circa la metà degli investitori italiani si dichiara favorevole a valutare la consulenza finanziaria a parcella. La vera partita, però, si gioca intorno ad una specifica attività professionale – quella del c.d. consulente patrimoniale, ossia del professionista che si occupa di tutto il patrimonio del cliente, e non solo delle disponibilità finanziarie – sul quale tutti cercano di conquistare la leadership ma che, al momento, non riesce ad andare oltre una mera definizione di intenti.  Sull’argomento, abbiamo intervistato Luca Mainò (nella foto), direttore commerciale di Consultique.  

Recentemente lei ha affermato che nei prossimi 5 anni le masse sotto consulenza finanziaria indipendente possano passare dagli attuali 10 miliardi di euro a 500 miliardi di euro, con una quota di mercato pari al 10% di quella attualmente nelle mani delle banche-reti. Come siete arrivati a questa conclusione?

Si tratta dell’analisi fatta da un partner di un’importante società di consulenza strategica internazionale in occasione del meeting Efpa del 2018. In sostanza, il messaggio è stato molto chiaro: il modello di consulenza finanziaria remunerato a parcella arriverà in 5 anni ad una quota del 10% delle masse oggi gestite dal sistema tradizionale. Oltre agli investitori finali che godranno di questa evoluzione, chi tra gli operatori del settore sarà in grado di coglierne i benefici? Saranno le banche o le reti di consulenti finanziari fuori sede che si riconvertiranno al modello indipendente? Noi riteniamo di no, visto il disinteresse verso la consulenza pura degli intermediari tradizionali. Crediamo invece, come stiamo già constatando da tempo, che saranno proprio i Consulenti indipendenti e le SCF che accresceranno la propria quota di mercato.

Da più parti si sente parlare di consulenza patrimoniale, ma sembra che l’obiettivo di poterla erogare alla clientela, con servizi specifici e dedicati, sia ancora ben lontana dall’essere realizzato. Cosa sta frenando, secondo lei, la nascita di questa categoria di professionisti?

Noi indipendenti nasciamo come consulenti patrimoniali, tanto è vero che la nostra associazione NAFOP, che nel 2021 compie 15 anni, di definisce l’associazione dei “fee only planner” ossia dei pianificatori. Oggi vedo sul mercato vari tentativi da parte di operatori del settore di riposizionarsi come pianificatori, mi fa molto piacere, spero che siano mosse autentiche e non semplicemente il tentativo di rifarsi una verginità professionale nel mercato.  

Anche in termini di formazione alla consulenza patrimoniale, le varie realtà si muovono in ordine sparso. ABI ha lanciato già nel 2018 un suo corso di formazione specifico, mentre dal lato delle banche-reti Fideuram ha istituito un percorso di certificazione. Come si sta muovendo sul tema Consultique?

L’Executive Master, che sta per compiere i 20 anni di erogazione, da sempre trasferisce le competenze sviluppate dal nostro ufficio studi a diretto contatto con clienti privati, famiglie, imprese ed istituzionali. Proprio la pianificazione patrimoniale ed il passaggio generazionale rappresentano due tematiche fondamentali del percorso che oggi è fruibile totalmente in live streaming. Il prossimo master inizierà a febbraio 2021.

A suo parere, vista la quantità e la qualità di competenze richieste dalle problematiche sul patrimonio, quella del consulente patrimoniale è un ulteriore figura professionale che andrebbe disciplinata in modo specifico dalla normativa (magari con una sezione apposita dell’Organismo), oppure una sommatoria di competenze certificabili che possano essere appannaggio sia dei consulenti indipendenti che di quelli non autonomi?

La semplicità agevola notevolmente il cliente finale, il soggetto a cui tutti noi dovremmo fare riferimento. È assolutamente inutile e fuorviante a mio avviso pensare a nuove figure professionali. Ritengo che siano le certificazioni di professionalità a definire in modo corretto le competenze specifiche degli advisor, mi riferisco ad esempio a Efpa, con la sua certificazione European Financial Planner.

Enasarco, Valerio Giunta: basta tensioni, chi si richiama al bene comune deve perseguirlo veramente

Una opinione “dal di dentro” sui recenti fatti della Cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari, raccolta da chi ha vissuto in prima persona la convulsa giornata del 23 Dicembre che ha segnato l’ennesima fase di tensione. 

In pochi, tra i nuovi delegati di Enasarco, dimenticheranno il “battesimo di fuoco” del 23 Dicembre 2020, data in cui si è consumato l’ennesimo atto di una commedia che, mese dopo mese, rischia di essere declassata a semplice telenovela. Sarà difficile, adesso, evitare le lungaggini derivanti dalle iniziative legali che la coalizione uscita sconfitta dai regolamenti – ma non dalle urne – ha promesso di intraprendere dopo il pronunciamento della commissione elettorale, che ha annullato il voto ritardato di uno dei suoi delegati e consegnato di fatto la maggioranza, regolamento alla mano, alla coalizione che sembrava destinata ad un ruolo di opposizione.

Sul tema, abbiamo intervistato Valerio Giunta, imprenditore e AD di Startup Italia, eletto delegato in occasione della scorsa tornata elettorale di Enasarco, che ci illustra il suo punto di vista sui temi della Fondazione dalla sua ormai nota – e unica, a quanto sembra – posizione moderata e indipendente tra i delegati.

Per lei l’assemblea del 23 Dicembre era la prima adunanza nel mondo Enasarco, può dirci cosa l’ha colpita di più?

La cosa che mi ha imbarazzato di più è stata la totale mancanza di una minima parvenza di bene comune. Seguo la politica, ed ho fatto marginalmente politica anche in passato, per cui so bene che la consuetudine, prima di ogni votazione, è che ogni schieramento dichiari le proprie posizioni e i programmi, anche per rispettare una buona prassi storica e, se vogliamo, le semplici apparenze. In questa occasione, alla richiesta del Presidente dell’assemblea di illustrare i punti dei rispettivi programmi e/o le intenzioni di voto, è seguito il silenzio. Mentre assistevo a questo teorema di bocche cucite, mi chiedevo se stesse davvero accadendo, e se mi trovavo nel posto giusto. Infatti, confesso candidamente che le mie aspettative fossero quelle di una “maratona” dal sapore quasi parlamentare, con tante dichiarazioni di intenti e di possibili intese, ma mi sbagliavo, e l’ho capito solo quando mi sono trovato lì.

Cosa è successo dopo?

Al momento della votazione, svolta rigorosamente in videoconferenza e a chiamata nominale, viene chiamato ad esprimere il suo voto in quota Confesercenti, che nonostante tutte le raccomandazioni ricevute dai responsabili tecnici di Enasarco e tutta l’assistenza (e le prove tecniche), è letteralmente scomparso per un lungo lasso di tempo. Il Presidente, invece di considerarlo assente o astenuto, ha proceduto con la votazione di tutti gli altri componenti, per dare il tempo a quel delegato di poter risolvere gli eventuali problemi e votare per ultimo. Naturalmente, i compagni di lista e i tecnici informatici della Fondazione hanno cercato di rintracciare il delegato, ma il suo telefono e il suo telefono squillava a vuoto. Dopo ulteriori chiamate da parte del presidente, non ottenendo risposta la votazione viene dichiarata chiusa con 59 votanti su 60, e lì è successo il finimondo.

Il delegato è stato poi rintracciato?

Sì. Dopo circa 25 minuti di parapiglia e di dichiarazioni a verbale, il delegato “scomparso” è riapparso ed ha espresso la sua volontà di voto. Il notaio ne ha preso atto, rimarcando che sarebbe stata la commissione elettorale a stabilire la validità del suo voto. Ne è seguito un caos totale, durante il quale un altro delegato ha fatto mettere agli atti l’esistenza di un precedente, avvenuto in occasione di una precedente assemblea dei delegati per l’approvazione dei bilanci in cui, a causa di una abbassamento di linea, questi non riuscì a esprimere il voto – che fu ritenuto nullo ed escluso dal conteggio – nonostante risultasse presente in video e fosse in costante collegamento telefonico. Il resto è storia recente: a fronte di una sostanziale parità, i regolamenti interni di Enasarco prevedono di assegnare il ruolo di consigliere in CdA al delegato più anziano, e questi fa parte della coalizione di Solo Agenti in Enasarco (che raggruppa anche Ugl, Cisl, Cgil).

Com’è la situazione adesso, e che sensazioni ha ricavato da questo episodio?

Innanzitutto mi ha colpito la correttezza del presidente uscente, che ringrazio per aver gestito con grande equilibrio un’assemblea difficilissima e carica di tensione. Devo dire che molti di nuovi delegati sono rimasti perplessi, al pari di me, per come si sono svolte le cose, per il clima generale e per i toni. Personalmente, sono rimasto allibito per questa bagarre, ma mi auguro che il CdA possa esprimere a breve un Presidente e si possa iniziare finalmente a lavorare. Come ho detto con insistenza in campagna elettorale, occorre tornare alla normalità e concentrarsi sui programmi.

Quali dovrebbero essere le priorità di breve e lungo periodo di Enasarco, secondo lei?

Secondo la delibera del CdA del 27 novembre 1996, la Fondazione Enasarco è un organismo di diritto privato incaricato di pubbliche funzioni, per operare nel settore della previdenza obbligatoria, dell’assistenza, della formazione e qualificazione professionale nei confronti degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari. Confrontiamoci allora su questi temi di breve e lungo periodo, a partire dagli aiuti economici alla categoria, così duramente colpita dalla pandemia, e dalla formazione di agenti e consulenti per attrarre giovani. Ricordo che negli ultimi 10 anni abbiamo perso circa 5/6 mila iscritti ogni anno, e che nel 2020 il numero di iscritti è calato di ulteriori 12 mila iscritti, tra 5 mila pensionamenti e 7 mila che hanno terminato l’attività. Pertanto, è urgente raccogliere le forze di tutti sul rilancio della nostra categoria.

Lei è sempre stato un fautore delle “larghe intese” in Enasarco. Oggi è dello stesso parere?

Lo sono più di prima. Spero che ANASF  voglia iniziare una fase di collaborazione attiva con la maggioranza, per costruire insieme la futura generazione di consulenti finanziari. Infatti, quella dei CF è una categoria particolarmente avanti con l’età (età media oltre i 53 anni) ed ancora troppo chiusa dentro le alte mura dell’autoreferenzialità. A tal proposito, ultimamente ho visto nel nuovo presidente confortanti segnali di apertura e reale volontà di operare in questa direzione.

E relativamente al mondo degli agenti di commercio, come dovrebbe muoversi il CdA di Enasarco?

E’ nella natura degli intermediari commerciali prendersi una grande responsabilità, e cioè quella di rilanciare l’economia attraverso le vendite. In Italia abbiamo tutto: agricoltura, artigianato e turismo sono le nostre eccellenze. Il 70% del patrimonio culturale e artistico mondiale è in Italia, e ci classifichiamo quinti a livello di PIL legato al turismo, dietro a Francia, USA, Spagna e Cina. Auspico quindi, da parte del nuovo CdA, un grande programma di rilancio formativo e di interventi a favore di politiche inclusive nei confronti dei giovani, soprattutto di quelli del Sud.  Occorre compattezza sui programmi anche e soprattutto per presentarsi uniti quando sarà il momento di investire i fondi del Recovery Fund. Rimanere disuniti vorrebbe dire mancare di nuovo l’appuntamento con i supporti economici alla categoria (vedi il capitolo dei c.d. ristori) e ad un commissariamento che non giova a nessuno.

Quali saranno le sue priorità personali in seno ad Enasarco, non appena sarà definita la nuova governance?

Appena sarà definita la nuova governance, sarò il primo a presentarmi per chiedere di passare immediatamente all’operatività relativamente a quanto promesso agli iscritti durante la campagna elettorale. Chiedo con forza a tutti gli schieramenti in campo di fare altrettanto, partendo dai numerosi punti di contatto dei rispettivi programmi. Chi si richiama al bene comune della Cassa, dovrà perseguirlo veramente per essere credibile.

Brexit, storia di un divorzio. Dal 1971 all’epilogo del 2020, l’uscita del Regno piace ai conquistatori europei

Come si è arrivati alla Brexit? La Gran Bretagna è passata da un impegno entusiastico nei confronti dell’UE ad un atteggiamento acrimonioso frutto di errori e calcoli politici. In mezzo, una generazione di delusi che, a distanza di cinquanta anni dai primi trattati, ha prevalso su chi avrebbe voluto rimanere in una Europa che oggi trae un enorme vantaggio dall’uscita del Regno.

Il voto alla Camera dei Comuni per l’approvazione dell’adesione della Gran Bretagna alla Comunità Economica Europea, il 28 ottobre 1971, fu accolto con un tripudio diffuso. Il voto “sì” fu molto ampio (maggioranza di 112 voti) e i leader politici andarono a festeggiare nelle sedi dei loro partiti, mentre il primo ministro Edward Heath tornò a Downing Street in uno stato di euforia. Oggi, a distanza di 49 anni, la Gran Bretagna completa la sua partenza dall’UE senza alcuna celebrazione. Persino gli euroscettici si lamentano dei termini del trattato di recesso (in particolare sulla pesca), mentre altri sono dispiaciuti, se non furiosi; secondo l’ultimo sondaggio, infatti, il 48% dei britannici pensa che il paese dovrebbe rimanere nell’UE, mentre solo il 38% pensa che doveva andarsene.

C’è nervosismo, soprattutto tra le imprese che commerciano con l’Europa, su come funzionerà il rapporto. E c’è una perplessità residua da entrambe le parti. Come è potuta andare così male?

La Gran Bretagna, storicamente, era sempre stata ambivalente nei confronti del progetto europeo. Per la maggior parte dei paesi continentali, la costruzione dell’unità europea è stata una reazione agli orrori della seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze. I tedeschi stavano sfuggendo al nazismo e alla sconfitta, così come l’Italia alla dittatura fascista, ma la Gran Bretagna era l’unico membro che non sentiva il bisogno di fuggire dal suo passato; anzi, per molti versi, preferiva crogiolarsi nel passato piuttosto che affrontare il futuro.

Anche la storia imperiale britannica ha fatto la differenza. Il suo impero era più grande e più recente di quello di altre nazioni europee. Culturalmente, gli inglesi si sentono più vicini all’America, al Canada e all’Australia che all’Europa. Gli espatriati britannici che vivono nel mondo anglofono sono due volte e mezzo rispetto a quelli che vivono nel continente europeo, e le principali minoranze etniche della Gran Bretagna provengono dai paesi del Commonwealth. Il fatto, poi, che l’inglese sia la lingua del mondo dà agli inglesi la sensazione di essere a casa ovunque. Pertanto, non erano pochi i politici britannici che dubitavano dell’adesione all’Unione Europea, sulla base del fatto che la Gran Bretagna fosse tradizionalmente isolata, marittima, collegata attraverso i suoi scambi, i suoi mercati, le sue linee di rifornimento ai paesi più diversi e spesso più lontani e che, in definitiva, non avesse alcun bisogno dell’Europa. E così, i dubbi dei politici portarono un governo laburista a indire un referendum sull’adesione nel 1975, solo due anni dopo l’adesione, ma la Gran Bretagna a quel tempo era colpita dagli scioperi e l’Europa sembrava offrire un futuro più stabile e prospero, determinando un risultato elettorale netto (due terzi degli elettori votarono per rimanere in Europa).

Fin dall’inizio, la Gran Bretagna non era soddisfatta dei termini della sua adesione. L’agricoltura era il punto principale della contesa. Impegnata nel libero scambio di prodotti alimentari dall’abolizione delle leggi sul mais nel 1846, la Gran Bretagna aveva un minuscolo settore agricolo rispetto ai suoi vicini, e godeva di cibo a buon mercato. L’adesione alla CEE impose tariffe elevate, facendo pagare prezzi elevati ai consumatori; di conseguenza, la Gran Bretagna fu il secondo maggior contributore al bilancio europeo, fino a quando la Thatcher non ottenne un ristoro di quel fiume di denaro nel 1984.

C’è da dire che, agli occhi dei suoi fondatori, l’Europa era un progetto politico il cui scopo era quello di legare il continente così strettamente che un futuro conflitto bellico sarebbe stato inconcepibile, ma l’ipotesi di “un super-stato europeo che esercita un nuovo dominio da Bruxelles” non piaceva né alla Thatcher né agli inglesi, determinando il fiorire, negli anni ’80, di un profondo euroscetticismo che fu mitigato solo nel 1992, con il trattato di Maastricht, grazie al quale l’Unione Europea e la Gran Bretagna si riavvicinarono. Lo scontro politico sulla condivisione della sovranità, però, non smise di alimentarsi, generando quello scenario di “quasi adesione” in base al quale la Gran Bretagna era metà dentro e metà fuori, conservando la propria moneta e parecchie prerogative.

Dopo la crisi finanziaria, questa situazione di avere “un piede in due scarpe” non fu utile al Regno Unito, dal momento che il governo di David Cameron fu costretto a tagliare la spesa danneggiando maggiormente le aree povere, ed il partito laburista virò a sinistra, eleggendo un euroscettico di estrema sinistra (Jeremy Corbyn) come leader. All’interno di questo clima politico, con l’ascesa di altre formazioni contrarie all’Unione Europea, nacque l’ipotesi di un referendum, che Cameron aveva promesso agli inglesi con un azzardo dettato dalla certezza di non vincere le elezioni. Invece, le vinse, e dovette mantenere l’impegno preso (il Regno Unito non è l’Italia…).

Boris Johnson, ex sindaco di Londra, ha fornito un volto sorridente come facciata per il movimento che sosteneva l’uscita dall’UE, e Jeremy Corbyn, con il suo noto disgusto per l’Europa, fece il resto, ma anche i matrimoni difficili sono difficili da far finire. In mezzo secolo, la legislazione europea era diventata parte dell’ordito e della trama del diritto e degli affari europei e britannici, ora completamente intrecciati. Le aziende avevano abbracciato felicemente le normative europee, e così agli elettori fu offerta una scelta binaria (SI’/NO) su una serie complicata di relazioni. Nella scheda elettorale non c’era nulla sul mercato unico, sull’unione doganale o su come affrontare il confine di 500 km tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, carico di storia e carico di tensione. L’asimmetria tra la complessità del problema e la semplicità della questione ha fatto sì che il dibattito referendario fosse superficiale e mendace per gli ignari votanti.

Il risultato del referendum, poi (48% dei no contro 52% dei sì) avrebbe dovuto sostenere una Brexit “morbida”, con la Gran Bretagna che rimaneva vicina all’Europa, ma il fatto che sia avvenuta una Brexit “dura”, con la Gran Bretagna che lascia sia il mercato unico che l’unione doganale, non è una buona cosa per la l’economia inglese.

Anche l’Europa ha contribuito al risultato di una “Hard Brexit, negando ostinatamente di scendere a compromessi con Theresa May – succeduta a Cameron alla guida del paese – quando la stessa stava cercando disperatamente di rendere più soft l’uscita del Regno Unito. Oggi, appare evidente l’intento politico di Germania, Francia e Olanda nell’opporsi alle richieste di una “soft Brexit” da parte della fragile leadership della May. La Scozia, infatti, ha votato per il “Remain” con un’ampia maggioranza, e l’Irlanda del Nord con una più piccola. Per evitare di creare un confine inaccettabile tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica di Irlanda, è stato stabilito un confine all’interno del Regno Unito, tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, e adesso la maggioranza degli scozzesi vuole l’indipendenza, mentre il sostegno all’unificazione irlandese sta crescendo giorno dopo giorno.

La disgregazione del Regno Unito, in questo modo, sembra sempre più vicina, e così il suo indebolimento economico che, probabilmente, fa molto piacere ad una Europa di nuovi e moderni “conquistatori”.