Negli investimenti non esistono delle “sliding doors” che ci permettono di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi, ma esiste la possibilità di fronteggiarli. Per riuscirci, basta evitare il fai da te e rivolgersi ad un professionista.
Di Alfonso Selva*
Siamo entrati da pochi giorni nel nuovo anno, e per i risparmiatori è tempo di bilanci e risultati a consuntivo. La pandemia, infatti, ha condizionato pesantemente l’andamento dei mercati finanziari nel corso del 2020, ma non proprio come ci si può aspettare da una analisi superficiale che prenda in esame i soli dati dal 1 Gennaio al 31 Dicembre: in mezzo c’è un oceano di differenze, a seconda di quando abbiamo iniziato ad investire.
Certo, alla fine il rendiconto dei nostri investimenti – quello che la nostra banca deve inviare almeno una volta l’anno – dirà esattamente come sono andati e che tipo di rendimento (se c’è stato) abbiamo avuto, ma ciò che leggerete nel prosieguo di questo articolo potrebbe anche farvi riflettere su come “sarebbe potuto andare” se avessimo fatto determinate scelte in determinati momenti dell’anno.
Partiamo dal mercato azionario mondiale. In America, nel 2020 lo S&P 500 ha guadagnato il 16% e il NASDAQ il 43%, mentre in Europa la situazione è un pò più varia: l’Italia ha perso il 5,21%, Parigi ha perso il 7,14%, Londra ha perso il 14,35%, Madrid ha perso il 15,45%, e solo Francoforte e Zurigo hanno guadagnato qualcosa (rispettivamente il 3,55% e lo 0,82%). La Russia ha perso il 4,34%, ed in Asia il Giappone ha guadagnato il 16%, mentre la Cina ha guadagnato il 13,87%.
Dopo aver passato in rassegna i mercati azionari, per chi ancora crede nella validità delle obbligazioni all’interno di un portafoglio, scopriamo che i titoli di stato con scadenza a 10 anni, in euro (il nostro BTP) rende lo 0,5% all’anno, mentre il resto delle obbligazioni in Euro sono tutte a rendimenti negativi: il BUND tedesco rende il – 0,57%, l’OAT francese il – 0,34%, il titolo di stato austriaco il – 0,44% e quello spagnolo zero. Per quanto riguarda le obbligazioni in valuta estera (per le quali esiste un rischio di cambio), quelle in sterline inglesi rendono lo 0,19%, quelle in franchi svizzeri il – 0,53% e quelle del Tesoro Americano in dollari 0,91%. Se poi ci si vuole avventurare nelle emissioni obbligazionarie “esotiche”, ci sono quelle cinesi (in valuta cinese) che rendono il 3,20% circa.
Naturalmente, i rendimenti sono lordi (la tassazione è del 26% o del 12,5%, a seconda del tipo di emittente) ed il rischio valutario non è certo da sottovalutare.
Oltre ad azioni e obbligazioni, esistono anche altre forme di investimento di cui possiamo tracciare un bilancio: l’Oro ha guadagnato il 22,27%, il Petrolio ha perso il 20,8% e il Bitcoin è salito di circa il 340%.
Questi sono i dati “a consuntivo”, che fotografano il rendimento conseguito (o meno) dalle suddette tipologie di investimento dall’1 Gennaio al 31 Dicembre 2020. Questi risultati complessivi, però, sono il frutto di un andamento “pazzesco”, che ha dovuto tener conto di alcuni passaggi che è il caso di ricordare. Siamo partiti da un 2019 spumeggiante e da un inizio 2020 sotto tono, con un mese di Febbraio già “bruttino”, ma niente al confronto della tempesta successiva. Infatti, a Marzo il Covid 19 ha fatto crollare i mercati – è crollato tutto, dalle azioni alle obbligazioni – e, tra gli investitori, c’è chi ha tenuto tutto ed ha aspettato, e c’è chi si è messo paura ed ha venduto. Alcuni, facendo la cosa giusta, hanno comprato a fine Marzo 2020 portando poi a casa risultati “stellari”, ben superiori a quelli dei migliori mercati presi nel loro risultato complessivo annuale. Chi ha comprato nella terza decade di Marzo, infatti, ha conseguito (in base ai singoli mercati) questo consuntivo:
– NASDAQ + 77,33%,
– S&P 500 +55,39%,
– FTSE MIB (Italia) + 44,35%,
– Londra + 29,41%,
– NIKKEI (Giappone) + 64,03
– Cina + 40,69%.
Naturalmente, si potrebbe obiettare che “del senno di poi son piene le fosse”, e che in finanza non esistono delle “sliding doors”, intese nel loro concetto di momento topico di una storia, o di un elemento assolutamente imprevedibile che può cambiare la vita di una persona o, nel nostro caso, di un investimento (“cosa sarebbe successo se…“). Questo particolare significato è venuto a crearsi dopo l’uscita nel 1998 del film omonimo con protagonista la bellissima Gwyneth Paltrow, e sebbene quella pellicola racconti la vita della protagonista “come sarebbe potuta essere se…”, nella realtà non esiste niente che ci permetta di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi. Il punto è che i dati sciorinati prima sulle possibili performance realizzate qualora avessimo investito intorno al 20 di Marzo non sono solo delle mere ipotesi, e sono molti i risparmiatori che hanno comprato proprio mentre il terrore e la paura di poter morire segnava le nostre vite di reclusi in casa. Ebbene, quegli investitori sono quelli che hanno ricevuto e accettato i consigli di un Consulente Finanziario, il quale li ha convinti che la cosa giusta da fare fosse il contrario di ciò che generalmente si fa (vendere quando le borse scendono, e comprare quando le borse salgono).
Persino i titoli di stato, acquistati a Marzo, hanno reso il 10-12% senza alcuna fatica, a testimonianza che la costruzione di un portafoglio di investimento è del tutto simile all’acquisto di una casa di nuova costruzione, in occasione del quale il costruttore non può certo impegnarsi a che non ci sia mai un terremoto, ma può assicurare che la casa resisterà ad un eventuale sisma perché edificata osservando tutte le norme edilizie ed anti-sismiche. Per farlo, sarà importante diversificare mettendo al bando i concetti del “gioco in borsa” e dell’investimento fortunato nel breve periodo, e innalzando a priorità assoluta l’impegno di perseguire obiettivi di spesa nel lungo periodo.
Tutto questo non si può improvvisare. Serve un bravo professionista in grado di “costruire la casa”, e fare in modo che un terremoto non ci possa spaventare.
* Consulente finanziario www.alfonsoselva.it



la nostra vita e il nostro modo di lavorare.
Il libro è l’occasione per gettare uno sguardo su come sta cambiando il mondo, tra riscaldamento globale, sovrappopolamento, scarsità di risorse, crescente ruolo dell’Est Asiatico nell’economia mondiale, applicazione massiva delle tecnologie digitali, ingresso della robotica e dell’intelligenza artificiale nella società e nel lavoro; tutte tendenze che rappresentano nuove sfide per l’individuo, la società e il pianeta.
A livello di singoli nominativi, la posizione sulle utilities si concentra su Snam, dove si attende un re-rating sul tema green e sull’idrogeno in particolare. Resta un’ampia esposizione nei confronti di Enel, sulla scia del nuovo piano appena presentato, della piena visibilità sui dividendi e degli investimenti sulle energie rinnovabili. I principali titoli industriali in portafoglio si concentrano sui nomi tecnologici/pagamenti digitali/digitalizzazione, ovvero, Nexi, Stm e Reply. Fca è, a nostro avviso, molto interessante alla luce del dividendo straordinario e della valutazione post-fusione con Peugeot.
Lo sviluppo di un vaccino efficace, affidabile e a prezzi contenuti, giocherà un ruolo chiave sia nella ripresa economica che nel sostegno dei mercati. A seguito delle recenti notizie positive in questo senso, gli asset di rischio sono stati spinti verso nuovi massimi, mentre i beni rifugio sono andati in tilt. Si osserva adesso una rotation geografica e settoriale dalle regioni e dai settori che meglio hanno resistito alla crisi ai più deboli (per esemplificare growth – value rotation). Questo fenomeno potrebbe continuare per un certo periodo di tempo, dal momento che i gap accumulati sono piuttosto significativi. Tuttavia, le dinamiche di crescita e l’abilità dei diversi settori di generare rendimenti, determineranno la capacità di migliorare la performance una volta che le cose cominceranno a normalizzarsi.
Il 2021 vedrà anche un cambio di amministrazione negli Stati Uniti. La divisione del Congresso dovrebbe avere un impatto positivo sui mercati, dal momento che sembra improbabile che l’amministrazione Biden riesca ad invertire i tagli fiscali di Trump, ad aumentare in modo significativo le imposte sul reddito delle società o ad imporre severe misure antitrust. Ci aspettiamo che uno stimolo fiscale venga approvato in tempi relativamente brevi nel 2021, anche se la portata e la finalità ancora non sono chiare. Questo consentirebbe all’economia statunitense di avere un’iniezione di liquidità puntuale, dato che il numero di casi Covid-19 è aumentato, oltre che a fungere da protezione contro rischi negativi per l’economia.
Il sostegno della politica monetaria e fiscale continuerà ad essere un fattore chiave per la crescita economica nel 2021. Ci aspettiamo che la politica monetaria resti accomodante nel lungo periodo e che le banche centrali continueranno a sviluppare ed utilizzare politiche non convenzionali per raggiungere i loro obiettivi di stabilità dei prezzi e di piena occupazione.
In caso di successo dell’introduzione di un vaccino contro il coronavirus, unitamente alla comprovata efficacia sul campo, ci aspettiamo uno scenario relativamente favorevole di una crescita globale sincrona per la seconda metà dell’anno. Supportato da politiche economiche espansive e da un allentamento delle misure restrittive legate al Covid-19, questo dovrebbe tradursi in un ritorno della propensione al rischio degli investitori e ad un anno generalmente positivo per i mercati azionari ed altri asset di rischio, come i mercati corporate credit e high yield. Questo scenario sarebbe positivo anche per i mercati emergenti, che vedrebbero una ripresa di inflow di capitale nelle loro economie. Ci aspetteremmo anche un aumento dei rendimenti governativi dai livelli molto bassi raggiunti quest’anno all’indomani della crisi. Tuttavia, con un’inflazione bassa, una ripresa incerta e livelli di indebitamento elevati, le banche centrali saranno (molto) pazienti prima di aumentare i tassi di interesse ed eviteranno rendimenti più elevati che potrebbero compromettere anzitempo la ripresa. Ci aspettiamo pertanto solo un moderato innalzamento delle curve dei rendimenti nelle economie avanzate.
In particolare, si legge nella missiva, “………a seguito della indizione del nuovo Consiglio di Amministrazione per la data del 4 gennaio 2021 e della richiesta ai nuovi componenti del Consiglio di comunicare la dichiarazione di accettazione dell’incarico entro la data del 3 gennaio 2021, si rappresenta (che)…..in assenza della dichiarazione di accettazione dell’incarico e della conseguente individuazione di tutti i consiglieri, non si può ritenere correttamente convocato e costituito il Consiglio di Amministrazione indetto per la data del 4 gennaio 2021 e, quindi, legittimato ad assumere alcuna decisione. Ciò anche alla luce di quanto espressamente previsto dall’art. 20 del Regolamento Elettorale per la convocazione dell’Assemblea dei delegati, i quali sono convocati solo a seguito della dichiarazione di accettazione dell’incarico”.
Da notare che il voto successivamente annullato dalla Commissione Elettorale ha determinato una vittoria per 7 a 6 per la governance uscente, e non un pareggio per 7 a 7, da cui sarebbe poi scaturita la decisione di applicare il regolamento che prevede l’attribuzione del ruolo di consigliere al delegato più anziano (che fa parte della coalizione sconfitta alle elezioni).
Al numero di targa RMK69996, fino al 2019, risultava ancora l’intestazione di proprietà di una Alfa GT 2000 Veloce a Pasolini Pier Paolo. Pertanto, fino ad allora, non c’erano stati dopo di lui altri proprietari, non risultava nessuna copertura assicurativa dal Novembre 1975, non risultava nessuna cancellazione dal PRA o cessata circolazione. Finchè nel 2019 qualcuno ha nuovamente immatricolato la targa, come risultava anche dalle visure; finchè l’Alfa Romeo GT 2000 è stata ritrovata, ricomparendo in un garage in provincia di Varese dopo essere stata acquistata, ad inizio 2020, da un collezionista di auto d’epoca che pare sia intenzionato a riportarla in condizioni di restauro conservativo – l’auto, a quanto sembra, è in pessime condizioni generali – e ad affidarla ad un museo.
Di certo, stando alle cronache di questi giorni, il numero di telaio e la targa corrispondono, per cui è interessante ricostruire il percorso di questo ritrovamento così atteso. L’Alfa GT 2000 di Pasolini, utilizzata anche nella notte dell’omicidio, è rimasta a lungo all’interno del cortile della caserma dei Carabinieri di Ostia, con danni e tracce evidenti dell’omicidio che facevano dell’auto un irrinunciabile mezzo di prova. Nel 1981 le autorità emettono il permesso di demolizione, e l’attore Ninetto Davoli viene incaricato di portar l’Alfa GT al demolitore, dove rimane abbandonata – ma mai demolita – fino a quando un appassionato di auto palermitano la nota a Roma e l’acquista per una cifra modestissima.
E’ così che l’Alfa Romeo GT 2000 di Pasolini finisce in provincia di Varese. Secondo il settimanale online Formulapassion.it, il nuovo proprietario sarebbe intenzionato a restaurare l’auto, e ha dichiarato di “non avere alcuna intenzione di venderla, nonostante le valutazioni astronomiche di cui si è sentito parlare, ma di riportarla alle sue fattezze originali e magari restituirla alla collettività consegnandola alle istituzioni, a un museo, pur mantenendo la proprietà”.
guida il presunto omicida, Pino Pelosi, che molto tempo dopo, prima di morire, ha raccontato pubblicamente la verità e la sua innocenza, tenuta a lungo nascosta per paura che i suoi familiari potessero essere oggetto di una vendetta trasversale. Pertanto, sembra che sul luogo del delitto sarebbe stata presente un’altra Alfa uguale a quella di Pasolini, ed è lecito oggi dubitare se la Alfa GT oggi ritrovata sia quella effettivamente guidata dai suoi carnefici ed usata per eseguire materialmente l’omicidio, oppure no. Secondo una testimonianza del 2010, infatti, la macchina che uccise Pasolini non era quella sua, bensì l’altra, e fu portata sporca di fango e sangue da due carrozzieri: il primo si rifiutò di lavorarci, il secondo accettò. Da lì in poi si persero le tracce anche della seconda Alfa GT.
Ciò che è accaduto, in fondo, era prevedibile, perché le forze in campo sostanzialmente si equivalevano, ed era sufficiente l’assenza di un solo delegato per far prevalere uno schieramento sull’altro. Infatti, la “campagna acquisti” estiva era già finita (non senza polemiche), e dominava la speranza che le tensioni potessero cessare una volta riuniti attorno allo stesso tavolo. In considerazione dei risultati elettorali, l’unica maggioranza possibile era quella di 8 consiglieri a 7, e con un simile margine non si va da nessuna parte: è sufficiente che uno dei consiglieri sia virtualmente assente – il WiFi e le connessioni non sono una scienza esatta – per determinare una situazione di stallo su decisioni importanti, inaccettabile dopo i recenti trascorsi.
Invece, il risultato più degno di nota scaturito dall’assemblea del 23 Dicembre 2020 sembra essere stato il fitto mistero sulla presenza di un delegato che, pur avendo asseriti problemi di connessione, contestualmente non risponde alle insistenti telefonate dei compagni di lista che lo richiamano disperatamente alla votazione. Ma questa, per fortuna, è materia che lasciamo volentieri alla coalizione di cui fa parte, affinchè si chiariscano le circostanze, magari per farne tesoro ed evitare gli stessi problemi “tecnici” nelle future riunioni del CdA da remoto.


Si tratta dell’analisi fatta da un partner di un’importante società di consulenza strategica internazionale in occasione del meeting Efpa del 2018. In sostanza, il messaggio è stato molto chiaro: il modello di consulenza finanziaria remunerato a parcella arriverà in 5 anni ad una quota del 10% delle masse oggi gestite dal sistema tradizionale. Oltre agli investitori finali che godranno di questa evoluzione, chi tra gli operatori del settore sarà in grado di coglierne i benefici? Saranno le banche o le reti di consulenti finanziari fuori sede che si riconvertiranno al modello indipendente? Noi riteniamo di no, visto il disinteresse verso la consulenza pura degli intermediari tradizionali. Crediamo invece, come stiamo già constatando da tempo, che saranno proprio i Consulenti indipendenti e le SCF che accresceranno la propria quota di mercato.
Noi indipendenti nasciamo come consulenti patrimoniali, tanto è vero che la nostra associazione NAFOP, che nel 2021 compie 15 anni, di definisce l’associazione dei “fee only planner” ossia dei pianificatori. Oggi vedo sul mercato vari tentativi da parte di operatori del settore di riposizionarsi come pianificatori, mi fa molto piacere, spero che siano mosse autentiche e non semplicemente il tentativo di rifarsi una verginità professionale nel mercato. 

La cosa che mi ha imbarazzato di più è stata la totale mancanza di una minima parvenza di bene comune. Seguo la politica, ed ho fatto marginalmente politica anche in passato, per cui so bene che la consuetudine, prima di ogni votazione, è che ogni schieramento dichiari le proprie posizioni e i programmi, anche per rispettare una buona prassi storica e, se vogliamo, le semplici apparenze. In questa occasione, alla richiesta del Presidente dell’assemblea di illustrare i punti dei rispettivi programmi e/o le intenzioni di voto, è seguito il silenzio. Mentre assistevo a questo teorema di bocche cucite, mi chiedevo se stesse davvero accadendo, e se mi trovavo nel posto giusto. Infatti, confesso candidamente che le mie aspettative fossero quelle di una “maratona” dal sapore quasi parlamentare, con tante dichiarazioni di intenti e di possibili intese, ma mi sbagliavo, e l’ho capito solo quando mi sono trovato lì.
Il delegato è stato poi rintracciato?
Quali dovrebbero essere le priorità di breve e lungo periodo di Enasarco, secondo lei?
E’ nella natura degli intermediari commerciali prendersi una grande responsabilità, e cioè quella di rilanciare l’economia attraverso le vendite. In Italia abbiamo tutto: agricoltura, artigianato e turismo sono le nostre eccellenze. Il 70% del patrimonio culturale e artistico mondiale è in Italia, e ci classifichiamo quinti a livello di PIL legato al turismo, dietro a Francia, USA, Spagna e Cina. Auspico quindi, da parte del nuovo CdA, un grande programma di rilancio formativo e di interventi a favore di politiche inclusive nei confronti dei giovani, soprattutto di quelli del Sud. Occorre compattezza sui programmi anche e soprattutto per presentarsi uniti quando sarà il momento di investire i fondi del Recovery Fund. Rimanere disuniti vorrebbe dire mancare di nuovo l’appuntamento con i supporti economici alla categoria (vedi il capitolo dei c.d. ristori) e ad un commissariamento che non giova a nessuno.
La Gran Bretagna, storicamente, era sempre stata ambivalente nei confronti del progetto europeo. Per la maggior parte dei paesi continentali, la costruzione dell’unità europea è stata una reazione agli orrori della seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze. I tedeschi stavano sfuggendo al nazismo e alla sconfitta, così come l’Italia alla dittatura fascista, ma la Gran Bretagna era l’unico membro che non sentiva il bisogno di fuggire dal suo passato; anzi, per molti versi, preferiva crogiolarsi nel passato piuttosto che affrontare il futuro.
fosse tradizionalmente isolata, marittima, collegata attraverso i suoi scambi, i suoi mercati, le sue linee di rifornimento ai paesi più diversi e spesso più lontani e che, in definitiva, non avesse alcun bisogno dell’Europa. E così, i dubbi dei politici portarono un governo laburista a indire un referendum sull’adesione nel 1975, solo due anni dopo l’adesione, ma la Gran Bretagna a quel tempo era colpita dagli scioperi e l’Europa sembrava offrire un futuro più stabile e prospero, determinando un risultato elettorale netto (due terzi degli elettori votarono per rimanere in Europa).
C’è da dire che, agli occhi dei suoi fondatori, l’Europa era un progetto politico il cui scopo era quello di legare il continente così strettamente che un futuro conflitto bellico sarebbe stato inconcepibile, ma l’ipotesi di “un super-stato europeo che esercita un nuovo dominio da Bruxelles” non piaceva né alla Thatcher né agli inglesi, determinando il fiorire, negli anni ’80, di un profondo euroscetticismo che fu mitigato solo nel 1992, con il trattato di Maastricht, grazie al quale l’Unione Europea e la Gran Bretagna si riavvicinarono. Lo scontro politico sulla condivisione della sovranità, però, non smise di alimentarsi, generando quello scenario di “quasi adesione” in base al quale la Gran Bretagna era metà dentro e metà fuori, conservando la propria moneta e parecchie prerogative.
Dopo la crisi finanziaria, questa situazione di avere “un piede in due scarpe” non fu utile al Regno Unito, dal momento che il governo di David Cameron fu costretto a tagliare la spesa danneggiando maggiormente le aree povere, ed il partito laburista virò a sinistra, eleggendo un euroscettico di estrema sinistra (Jeremy Corbyn) come leader. All’interno di questo clima politico, con l’ascesa di altre formazioni contrarie all’Unione Europea, nacque l’ipotesi di un referendum, che Cameron aveva promesso agli inglesi con un azzardo dettato dalla certezza di non vincere le elezioni. Invece, le vinse, e dovette mantenere l’impegno preso (il Regno Unito non è l’Italia…).
abbracciato felicemente le normative europee, e così agli elettori fu offerta una scelta binaria (SI’/NO) su una serie complicata di relazioni. Nella scheda elettorale non c’era nulla sul mercato unico, sull’unione doganale o su come affrontare il confine di 500 km tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, carico di storia e carico di tensione. L’asimmetria tra la complessità del problema e la semplicità della questione ha fatto sì che il dibattito referendario fosse superficiale e mendace per gli ignari votanti.
Anche l’Europa ha contribuito al risultato di una “Hard Brexit, negando ostinatamente di scendere a compromessi con Theresa May – succeduta a Cameron alla guida del paese – quando la stessa stava cercando disperatamente di rendere più soft l’uscita del Regno Unito. Oggi, appare evidente l’intento politico di Germania, Francia e Olanda nell’opporsi alle richieste di una “soft Brexit” da parte della fragile leadership della May. La Scozia, infatti, ha votato per il “Remain” con un’ampia maggioranza, e l’Irlanda del Nord con una più piccola. Per evitare di creare un confine inaccettabile tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica di Irlanda, è stato stabilito un confine all’interno del Regno Unito, tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, e adesso la maggioranza degli scozzesi vuole l’indipendenza, mentre il sostegno all’unificazione irlandese sta crescendo giorno dopo giorno.








