Giugno 19, 2026
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Covid19, l’incertezza nuoce all’Economia. Per vincere, bisogna agire come sopravvissuti

Quanto tempo durerà la crisi connessa alla pandemia del Covid19, e quando potremo considerarci fuori? Quando cominceremo a ricevere notizie certe e potremo pensare di essere tornati alla normalità? 

Articolo di Luca Marucci*

Da oltre due mesi, ormai, gli interrogativi sulla efficacia degli strumenti messi in atto dall’Italia e da tutti i più grandi paesi del mondo non smettono di alimentare un generale clima di incertezza che influenza interi settori dell’Economia, mercati finanziari compresi, e la Società Civile, tutti in attesa di vedere i risultati delle politiche d’intervento messe in campo dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. In particolare, ci si chiede se le misure già adottate permetteranno all’economia globale di ripartire e di far intravedere i segnali di un recupero.

Pertanto, quando potremo dire di essere fuori dalla crisi?

La risposta non è semplice, e richiede alcune riflessioni. Certamente le politiche fin qui adottate rappresentano un primo intervento che andrà sicuramente e necessariamente ampliato, e sarà soggetto ad una costante revisione sia nel breve che nel medio periodo, quando si uscirà da un contesto “anormale” e si rientrerà in uno “normale” (che sarà comunque diverso da quello pre-Covid19). Nel frattempo, la necessità di uno sforzo generalizzato di tutti soggetti chiamati ad intervenire dovrà essere qualcosa d’inedito a livello globale, dal momento che la situazione che il mondo si è trovato ad affrontare non ha precedenti nella storia, dal dopoguerra in poi.

Dobbiamo anche considerare il fatto che, rispetto all’ultima pandemia (la famigerata “Spagnola”) la Società è profondamente cambiata, è esplosa la Rivoluzione Digitale e le interconnessioni globali – in primis le possibilità di spostamento di persone e merci – hanno raggiunto livelli impensabili anche solo fino ad un ventennio fa. Questo comporta l’esigenza di affrontare il problema come una singola entità, e non come unità separate che viaggiano in ordine sparso.

Di conseguenza, a prescindere dalla natura dagli strumenti messi in campo, questi dovranno essere armonizzati il più possibile e dovranno avere una “sensibilità” maggiore per quanto riguarda le singole realtà nazionali, allo scopo di non penalizzare in maniera eccessiva quei paesi che hanno problemi economici e di bilancio talmente seri che, qualora le misure intraprese non dovessero tenerne conto, potrebbero subire danni irrimediabili.

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Nell’immediato, i settori che avranno una maggiore resilienza saranno certamente quelli legati alle esigenze primarie delle persone, e cioè la c.d. grande distribuzione, i generi alimentari e l’intrattenimento domestico. Invece, i settori che avranno una ripartenza più difficile, e cioè quelli legati al turismo – con tutte le sue interconnessioni – dal settore aereo alle vacanze, dagli affitti brevi alla ristorazione, dovranno ripensare profondamente il loro business insieme a tutti quei settori dove le ridotte distanze fisiche e sociali erano il cardine della propria attività (cinema, concerti, discoteche, locali notturni etc).

In ogni caso, si può essere moderatamente ottimisti: molti settori potranno tornare ad uno stato di pre-crisi nel momento in cui il percorso di uscita dall’emergenza sanitaria sarà confermato dai dati e da una rinnovata fiducia da parte della popolazione, la cui vera necessità è ricevere notizie certe e pensare che il peggio sia finalmente alle spalle.

Infatti, l’incertezza viene costantemente alimentata da un numero impressionante di notizie non verificate, che circolano e ricevono immeritato credito. La diffusione di contenuti non veritieri, peraltro, influenza non poco, in circostanze come queste, le abitudini e il nostro stile di vita, che fino a due mesi fa davamo per scontati e che sono stati brutalmente sradicati da un evento inaspettato per velocità e virulenza.

Probabilmente, ciò che è successo, con il suo corollario di messaggi confusi e contrastanti, farà vivere all’intera popolazione mondiale uno stato di incertezza prolungata su tutte le sfere del nostro vivere.  Sicuramente questo comporterà, anche quando avremo superato pienamente l’emergenza e torneremo ad uno stato di tranquillità reale, un periodo di transizione temporalmente non ancora quantificabile. Basti pensare alla esperienza comune a tutti coloro che sono scampati un ad un grande pericolo (es. un incidente grave o qualsiasi altra cosa che fa temere la persona per la propria incolumità): questi soggetti hanno bisogno di un tempo e di input positivi per poter ritornare ad uno stato pre-evento. Allo stesso modo, per far sì che la crisi attuale sia la più breve possibile, tutti i soggetti che concorrono alla fase di “normalizzazione” ed al superamento dell’emergenza dovranno riflettere costantemente sui segnali da dare alla popolazione mondiale, in maniera omogenea, al fine di non allungare più del dovuto il periodo dell’incertezza.

Nel frattempo, sarà necessario imparare ad agire come dei “sopravvissuti”, ed apprezzare anche i piccoli progressi dell’Economia che, in attesa del ritorno alla normalità, saranno gli unici elementi su cui rifondare la nostra fiducia per il futuro.  

*Luca Marucci, consulente finanziario indipendente, analista quantitativo e formatore

 

Arte al tempo del Coronavirus. Nessuno crollo dei prezzi, avanza il piccolo collezionismo online

Il mercato è pronto ad aprire agli acquirenti minori, grazie alle piattaforme di scambi e aste online ed ai collezionisti interessati all’aspetto economico dell‘Arte come prodotto “razionale” e non solo emozionale.

La pandemia del Coronavirus si è abbattuta con forza in quasi tutti i mercati, e quello degli investimenti in arte – segmento del più ampio settore degli alternative o passion investment – non fa certo eccezione. Dopo la prima fase di buio, conseguente al generalizzato lockdown a cui investitori e galleristi si sono dovuti adattare, il mercato comincia a mostrare i primi segnali di reazione.

In linea generale, questo evento così invasivo e minaccioso ha portato ad una velocizzazione del processo di digitalizzazione in moltissimi ambiti professionali e commerciali (ma anche sociali, come la scuola e l’università), ed il mercato dell’Arte non ne è certamente rimasto fuori, adattandosi perfettamente alle circostanze.

C’è da dire che, mentre le quotazioni degli strumenti finanziari tradizionali non hanno ancora prezzato la possibile via di uscita – sanitaria e/o finanziaria – dalla pandemia, gli scambi di opere d’arte di valore medio-alto – che avvengono necessariamente nelle affollate sedi delle aste, come una volta succedeva in borsa valori – si sono talmente rarefatti che non si può neanche parlare di crollo dei prezzi, ma di una situazione di sospensione (quella che la Consob non è riuscita a realizzare con prontezza tra il 9 ed il 14 Marzo per il mercato azionario) che ha di fatto congelato i prezzi ad un livello pre-Coronavirus, e solo quando le restrizioni saranno finite si potrà capire se le quotazioni dell’Arte saranno scese oppure, come si prevede per le opere di grandi artisti, avranno mantenuto una certa stabilità.

Quindi il mercato si è fermato del tutto? Ovviamente no, e l’offerta si sta adeguando alle circostanze. Artisti come Banksy, per esempio, fanno “smart working”. Costretto anche lui ad osservare la quarantena, il maggior esponente della street art – che ha fondato il suo mito artistico anche sulla segretezza della sua identità – ha deciso di valorizzare la sua abitazione disegnando i suoi ormai celebri ratti sulle pareti, maniglie e tavolette della toilette, ritratti mentre corrono su rotoli di carta igienica o sul tubetto del dentifricio. Una mossa di non poco conto, considerando che soltanto le decorazioni del suo bagno hanno fatto triplicare l’ipotetico prezzo di vendita del suo appartamento.

In generale, chi acquista opere d’arte o altri passion investment (mobili d’antiquariato e bottiglie di vino vintage) nell’80% dei casi è un collezionista appassionato, mentre il restante 20% desidera investire solo per interesse economico o per trovare un “rifugio” al patrimonio. Altro requisito è quello di avere patrimoni molto consistenti, ma chi li detiene, al momento, ha sospeso le proprie partecipazioni alle aste e alimenta il mercato “secondario” privato.

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Il valore delle opere scambiate nel mondo è arrivato, prima dello scoppio della pandemia, a 64 miliardi di dollari di valore, raggiunto anche grazie ai 1.000 scambi di opere dal prezzo superiore a due milioni di dollari. In Cina il mercato è cresciuto del 214% tra il 2009 e il 2014, ed era riuscito a superare gli Stati Uniti fino a quando il calo della borsa cinese ha permesso agli Usa di tornare ad essere primi in un mercato in cui un’opera d’arte dell’artista più famoso è considerata un trofeo. Ma adesso il mercato è pronto ad aprire agli acquirenti minori, perché le piattaforme affidabili di scambi online – così come le aste – si svilupperanno sempre di più ed i collezionisti interessati semplicemente all’aspetto economico (sono secondi solo al settore della gioielleria) hanno imparato a considerare l‘Arte come un prodotto “razionale” e non solo emozionale.

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In Italia i compratori rappresentano il 2% del mercato, e adesso in molti si avvicinano a questo mondo con disponibilità di poche migliaia di euro. Del resto, le occasioni per tutte le tasche non mancano, e Banksy stesso, nell’ottobre 2019, aveva aperto un temporary shop online mettendo in vendita su ordinazione (chiuse da tempo) una ventina di opere esposte anche nell’omonimo temporary shop allestito a Croydon (a sud di Londra). I prezzi erano assolutamente popolari: 10 sterline per le lattine di vernice spray o le tazze con vari disegni, 30 sterline per una t-shirt, 850 sterline per un giubbotto antiproiettile “John Bull” che riproduceva la bandiera dell’Inghilterra. Molte opere di Banksy possono essere tuttora acquistate online sui siti di gallerie e case d’asta, ma oggi i prezzi di una sua serigrafia in edizione limitata vengono dichiarati solo su espressa richiesta via mail.

Come per le opere d’arte più importanti, anche per quelle minori – e soprattutto per queste – vale il principio consigliato spesso dallo stesso Banksy: “comprate un’opera d’arte se vi piace, non solo perché pensate di poter fare un buon investimento”. Secondo il rapporto The art Market di UBS, il 31% delle opere scambiate nel mondo vale fino a 5.000 dollari, pertanto sembra che i piccoli risparmiatori si stiano avvicinando sempre di più a questo mercato, sviluppato anche dalle aste online. In Italia, per esempio, il 60% delle compravendite vede prezzi inferiori a 5.000 euro, specialmente per quanto riguarda le opere su carta di formato medio-piccolo che, secondo alcuni studi, possono avere una rivalutazione compresa tra il 10 ed il 15% annuo.

Affidandosi agli esperti, è bene “anticipare” il trend di alcuni artisti emergenti, per approfittare della crescita di valore che li accompagna nei primi 3-5 anni dalla loro “emersione”. Nel canale online, per esempio, le opere di artisti come il siciliano (ma milanese di adozione) Marco Fratini e la estone Elisaveta Sivas sono molto richieste.

Il primo è un pittore “espressionista metropolitano” che fonda la sua produzione sull’utilizzo esclusivo delle penne Bic di colore nero. I suoi primi disegni su “carta+Bic”, ognuno dei quali richiede un lungo lavoro manuale (tutti realizzati a mano, nessun processo di stampa e/o riproduzione in serie), venivano scambiati due anni fa a circa 600 euro, e cioè poco più del prezzo medio al pubblico praticato dall’artista; oggi, grazie alla scelta di produrre le sue opere solo su richiesta ed in numero limitato, queste passano di mano a non meno di 1.200 euro nel mercato secondario. 

La seconda è pittrice e ceramista a tutto tondo, proveniente da San Pietroburgo con un passaggio per qualche anno in Italia, presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. In pochi anni, il progetto artistico della Sivas è cresciuto contro ogni aspettativa, ed oggi è apprezzato in tutta Europa (dalla Germania all’Olanda, passando per Cipro e Italia), ma esistono ancora notevoli margini di apprezzamento per il valore delle sue opere, ancora sottovalutate in relazione alla sua capacità di espressione artistica. Le sue quotazioni, attualmente, vanno dai 1.500 euro ai 4.800 euro, a seconda dell’opera (scultura in ceramica o olio su tela), e sono molto richieste soprattutto in Nord Europa, dove prima della pandemia molte gallerie importanti stavano cominciando ad interessarsi alla produzione della Sivas.

La previsione/sensazione è che, ad emergenza finita, le opere di artisti come Fratini e la Sivas riceveranno ancora più attenzione da parte dei piccoli collezionisti, e finchè gli artisti minori non saranno inclini ad effettuare produzione in serie, è prevedibile che le loro quotazioni possano aumentare, grazie alla crescita della domanda di settore. 

Tempi duri per gli energy e commodity fund. High Yeld europei da preferire a quelli americani

Nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quelli del vecchio continente.

Quello del prezzo del petrolio è il primo vero shock dopo gli anni ’70. Una cosa del genere (30 milioni di barili al giorno in meno) non era successa neanche nel 2008. Secondo l’edizione di aprile del report “Commodity markets outlook” della Banca Mondiale, l’impatto complessivo del Coronavirus sulle commodity “dipenderà da quanto è grave, da quanto tempo durerà e da come i Paesi e le organizzazioni internazionali sceglieranno di rispondere”.

Pertanto, la pandemia ha tutte le carte in regola per apportare cambiamenti strutturali e durevoli sulla domanda e l’offerta di materie prime, le c.d. commodities, identificabili tipicamente in petrolio, gas, metalli, metalli preziosi, materie prime agricole e bestiame. Però la crisi non ha avuto lo stesso effetto in tutte le singole aeree. Infatti, mentre le materie prime energetiche e i metalli sono stati maggiormente colpiti dal blocco delle attività economiche, quelle agricole o legate all’allevamento di animali sono state sorrette da una domanda solo in leggero calo, ed hanno vissuto difficoltà solo fino a quando non si è riusciti a garantire, senza intoppi, la regolare catena distributiva. Invece, i crolli si sono registrati soprattutto per il petrolio e tutte quelle commodities legate al settore dei trasporti, complice anche il clima da guerra dei prezzi iniziato a Gennaio e culminato ad aprile, in piena crisi pandemica, con alcuni benchmark scambiati addirittura a livelli negativi.

Di conseguenza, tutti gli strumenti di risparmio gestito (fondi e sicav) che investono in materie prime – ad eccezione di pochissimi tra loro, che hanno avuto fino ad oggi una eccellente capacità di recupero, come Amundi CPR Global Resources in euro – hanno subito un decremento di valore molto significativo, che nelle settimane successive è stato solo parzialmente recuperato assorbendo esclusivamente l’iper-venduto.

Del resto, il consumo di petrolio giornaliero pre-Covid19 si attestava sui 100 milioni di barili al giorno, mentre oggi è sceso a circa 70 milioni. Per far fronte al crollo della domanda, il prezzo del Brent è sceso da 60 a 20 dollari al barile, mentre la mancanza di stoccaggi ha portato il WTI al fenomeno dei prezzi negativi osservati la scorsa settimana. La differenza tra i due (Brent e WTI) dipende dalla diversa regolamentazione: il mercato del WTI si riferisce al petrolio estratto negli Stati Uniti, che è libero e dipende esclusivamente dalla legge di domanda e offerta, mentre quello del Brent è regolamentato all’origine dai paesi dell’Opec+, i quali possono stabilire unilateralmente di tagliare la produzione di petrolio. Ma c’è di più. Per i produttori “liberi” degli Stati Uniti il prezzo di breakeven (punto di pareggio ricavi-costi) è pari a circa 30 dollari al barile, mentre quello dei paesi Opec (Arabia soprattutto) è pari a circa 13-15 dollari, e ciò determina una diversa capacità delle due aree produttive di rimanere nel mercato senza che molte delle aziende più piccole – come quelle americane – falliscano qualora l’attuale livello di prezzo (circa 13 dollari, mentre scriviamo) dovesse continuare a resistere oltre il breve periodo.

Sembra che l’offerta di petrolio sia talmente abbondante che serve tagliare la produzione di almeno 8-12 milioni di barili al giorno solo per ottenere una galleggiamento del prezzo dell’oro nero ai livelli attuali; pertanto, il timore che tutti gli OICR (fondi e sicav) del settore possano risentire di questa situazione per un po’ di tempo è piuttosto elevato, anche perchè la ripresa della domanda, nel caso del petrolio, dipenderà esclusivamente dalla possibilità di debellare il Covid19.

Nel frattempo, la produzione dello Shale Oil statunitense  (petrolio di scisto, prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) è allo stremo, tanto che la FED sta già cominciando ad acquistare i bond HY (high yeld, obbligazioni ad alto rendimento cedolare ma con rating basso) di molte società petrolifere americane allo scopo di salvarle, dal momento che, se i prezzi dovessero effettivamente rimanere molto bassi per i prossimi 18 mesi, le società USA che producono shale oil si troverebbero sull’orlo del fallimento, e queste società hanno complessivamente un debito verso le istituzioni finanziarie superiore ai 100 miliardi di dollari.

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Invece, nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quello del vecchio continente. La soluzione più efficace, ma ancora insperata, potrebbe essere quella di un triplice accordo tra Opec, Russia e Stati Uniti, che in questo modo potrebbero spingere di nuovo in su i prezzi verso quota 40 dollari al barile. Questo livello dei prezzi sarebbe di grande equilibrio, perché consentirebbe ai consumatori occidentali di consumare a costi normali (anche un po’ più bassi di quelli pre-Covid), ma soprattutto eviterebbe al comparto WTI – o anche ad interi stati produttori come la Nigeria – di fallire.

Secondo le previsioni generose della World Bank, i prezzi del petrolio dovrebbero raggiungere una media di 35 dollari al barile verso la fine del 2020, con un calo del 43% rispetto alla media del 2019 di 61 dollari ma con un rialzo del 160% rispetto al prezzo di oggi che, ricordiamolo, ha oscillazioni giornaliere “da infarto” (anche del +/-2o% da un giorno all’altro). Pertanto, chi non è dentro il comparto “Oil + Commodity” potrebbe valutare l’investimento  in fondi specializzati, rispettando il principio di prudenza e dedicando una parte non superiore al 5% del portafoglio. Chi è già dentro, e sta subendo una minusvalenza “importante”, per recuperare ha di fronte a sé solo scelte molto, molto difficili, che prevedono un cambiamento delle proprie abitudini di investimento e, probabilmente, l’aumento della soglia di rischio nella propria asset allocation.

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Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai risparmiatori la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento.

C’è chi sostiene che in ogni crisi finanziaria, quale che sia la sua natura, la mossa migliore sia tenere tutto e aspettare che passi. Altri, invece, ritengono che sia meglio creare o sfruttare la liquidità per essere pronti a qualsiasi scenario. Allo stesso modo, i consulenti finanziari, in questo momento, si dividono tra quelli che stanno dicendo ai propri clienti di tenere tutto così com’è finchè il mercato non tornerà a salire, e quelli che, al contrario, consigliano di aumentare gradualmente la componente azionaria del portafoglio.

Tutto questo, MIFiD permettendo, naturalmente…

Pertanto, in questo frangente di crisi sanitaria che sta infettando anche l’economia mondiale, ci si chiede  quale sia il miglior consiglio che un risparmiatore possa ricevere tra quello di tenere tutto senza cambiare nulla oppure modificare il portafoglio. E mentre si cerca la risposta, i listini sono venuti giù (una catastrofe, dall’inizio dell’anno) e la pandemia fa il resto, in quanto a paura irrazionale. E di fronte la paura, i più scappano, mentre gli altri, al massimo, restano immobili. Pochi hanno il coraggio di muoversi, ben sapendo che nell’ottica di lungo periodo stare fermi non paga, dal momento che tutti gli strumenti finanziari affidabili – persino quelli targati H2O – riprendono inesorabilmente quota, soprattutto se sono sufficientemente esposti verso il mercato azionario in un orizzonte temporale di almeno 36 mesi.

La vera domanda, semmai,  è “quanto durerà l’emergenza?”. In soldoni, quanto dovranno attendere gli investitori prima di recuperare la temporanea minusvalenza odierna? Posta in questo modo, la questione diventa finalmente costruttiva, e ci consente di dire al cliente “…le cose sono andate malissimo per via della pandemia, ma ho un piano!”.

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai clienti la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento. L’approccio interventista non è esattamente nelle corde di tutti i clienti, però prevede la possibilità di prendere decisioni proprio nei momenti più gravi delle crisi dei mercati, ed è premiante laddove ci si basa esclusivamente sull’analisi quantitativa e sul lungo periodo, senza pretendere di sapere dove i mercati potranno andare nel breve periodo, come fanno gli improbabili guru trentenni della finanza che pullulano in Rete.

Non v’è dubbio che questa sia una crisi differente, generata dall’intervento di un fattore esterno ai mercati che incute paura riguardo al binomio perfetto della vita: salute e denaro. Nonostante questo, però, è sorprendente come la profondità della discesa dei mercati, in proporzione al terrore dettato dal Coronavirus, non sia stata così estesa: nel 2008 andò molto peggio, soprattutto per le materie prime e per alcuni listini, che arrivarono a perdere anche il 70%; mentre oggi ci troviamo con un calo medio delle borse inferiore al 30% (massima profondità -45% circa, soprattutto dopo l’uscita geniale della Lagarde), con il corollario del prezzo del petrolio in caduta libera o quasi.

L’universo del Risparmio Gestito ha risentito moltissimo del calo generalizzato, ma complessivamente ha tenuto. Un caso a parte è rappresentato dai fondi targati H2O, che fino al 2019 avevano ottenuto risultati strabilianti ma, con l’arrivo della pandemia, l’approccio stile hedge fund – attuato mediante operazioni a leva sia al rialzo sia al ribasso – ha causato perdite rilevanti ai sottoscrittori (-50% e oltre su alcuni fondi azionari, obbligazionari e a ritorno assoluto) ed ha costretto la società ad inviare loro una lettera di scuse.

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Qualcuno si chiede, in vista di una ripresa possibile, se sia bene affidarsi alla selezione di società con buoni dividendi. Non è detto, in alcuni casi le aziende con cedole generose finiscono con il rivelare, in un momento in cui è bene conferire solidità all’azienda e rinviare i dividendi al 2021, una mossa rinunciataria verso il reinvestimento degli utili ed il rafforzamento dell’azienda per il futuro, con conseguente creazione di maggior valore quando l’economia si riprenderà.

In ogni caso, la crisi in atto sta facendo saltare anche i dividendi già deliberati. Eni, per esempio, ha perso fino al 50% del proprio valore, e la distribuzione di una cedola non sarebbe un elemento favorevole da prendere in considerazione per chi vuole acquistarla adesso. Peraltro, nel caso in questione, il prezzo del petrolio – oggi più che mai – dipende da chi ha il minore costo di estrazione, cioè i paesi arabi, per cui il prezzo dell’azione ENI (così come di altri titoli petroliferi) dipenderà dalla eventuale volontà di Arabia Saudita & co. di tenere sotto scacco il prezzo mondiale dell’oro nero.

In ogni caso, i risparmiatori si trovano in un momento particolare sia dal punto di vista finanziario che umano, ma oggi hanno la possibilità di fare scelte più razionali, anche per via della maggiore disponibilità del proprio consulente che, come il cliente, si trova a casa, ha molto tempo in più da spendere e, come tutti, ha molta difficoltà a dire che è in riunione o in mezzo al traffico.

Ritornando alla domanda precedente (tenere tutto senza cambiare niente oppure modificare il portafoglio), avere un piano segnerà ineluttabilmente i tempi di recupero del valore: nel lungo periodo, se si rimane immobili ci vorrà più tempo; se si interviene, ce ne vorrà di meno. Quanto di meno? Lo sa solo l’Onnipotente, però qualcosa possiamo dirla anche noi. Per esempio, possiamo dire che molto dipenderà dalle modalità della ripresa post-Covid19, che non sappiamo come sarà, e quanto tempo durerà, e soprattutto come sarà diversificata in ogni singola area geografica del mondo (anche se uno scenario a doppio traino alternato Cina-USA si va già delineando).  Volendo cercare un indicatore buono per tutti nel brevissimo periodo, solo l’ufficialità dei dati sul PIL potrebbe portare un secondo e breve scossone alle borse. Queste hanno certamente incorporato, nelle quotazioni, le previsioni di un Prodotto Interno Lordo “da guerra mondiale”, tuttavia c’è ancora un po’ di incertezza sulla sua esatta entità, paese per paese. In Italia, per esempio, il M.E.F. parla di un PIL negativo del 5.5% nel primo trimestre e del 10.5% nel secondo, mentre il dato annuale si porterà al -8.0%, con un recupero parziale del 4.7% nel 2021. Un saldo negativo, pertanto, del 3.3% nel biennio 2020-2021, e lo spettro di una recessione tutt’altro che “tecnica”, ma strutturale, dalla quale ci si potrà risollevare rapidamente solo con misure altrettanto strutturali nella loro eccezionalità. Come unica consolazione, le importazioni cadrebbero più delle esportazioni, dando luogo ad un contributo netto alla crescita di segno positivo da parte  del commercio estero, e ad un ampliamento del surplus delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti.

L’Eurozona, nel complesso, dovrebbe vedere il PIL ridursi del 7,5%, con la Spagna a -8%, la Francia a -7,2% e la Germania  a -7%, mentre per gli Stati Uniti la contrazione del 2020 sarebbe del  5,9%. La Cina (+1,2%) e l’India (+1,9%), invece, dovrebbero salvarsi dalla recessione in quanto tale, ma le percentuali “risicate” rispetto agli usuali +5-7% sono comunque sorprendenti. 

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La pandemia, nel suo complesso, si abbatterà sull’economia mondiale con un PIL globale previsto in calo del 3% dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, e si tratta di risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Per questo motivo, a prima vista, non si comprende come le borse mondiali non siano scese molto di più di quanto effettivamente hanno fatto. Probabilmente, rispetto al 2008, la risposta corale delle banche centrali – in grande affanno e disarmoniche in occasione della crisi dei mutui subprime – ha fatto la differenza, limitando i danni.

A monte di tutto, non dimentichiamoci del “fattore esterno”, e cioè del Covid19: una eventuale ripresa del contagio, in autunno o anche prima – se scambieremo l’allentamento delle restrizioni come un insensato “liberi tutti” – potrebbe segnare una nuova fase di paura irrazionale ed un nuovo crollo dei mercati che, questa volta, non incontrerebbe ostacoli in nessun Quantitative Easing umanamente concepibile.  

Pandemia e finanza di coppia, i piani familiari per gestire le emergenze. Suggerimenti utili

Nella famiglia i soldi non sono esattamente di chi se li procura, ed ognuno nella coppia collabora economicamente sia producendo reddito di qualunque natura (dallo stipendio agli utili provenienti da investimenti), sia contribuendo a contenere i passivi e, in definitiva, risparmiando.

Mai come oggi, in piena pandemia da Covid19, vale il concetto che le famiglie sono molto simili alle aziende: se non si effettua un attento controllo di gestione e di tesoreria, anche le migliori di esse vanno economicamente a gambe all’aria.

L’impatto che il Coronavirus può avere sulla sicurezza del lavoro o sulle finanze è fonte di preoccupazione per tutti, ma è anche una opportunità per le coppie di rivedere i piani di famiglia e lavorare insieme per sostenere la stabilità presente e futura.

I consigli degli esperti, in questo particolare settore che coinvolge più elementi emozionali che finanziari, convergono su alcuni suggerimenti fondamentali, dalla natura affatto scontata, la cui efficacia dipenderà moltissimo dalla propria capacità di condividere le decisioni, uscendo fuori dagli schemi – o dalla loro assenza – dettati dall’intimità coniugale e adottando un atteggiamento più distaccato, eventualmente facendosi aiutare da una figura esterna. In ogni caso, qualunque suggerimento trova il suo fondamento in alcuni principi stabiliti nel matrimonio civile. In particolare, nell’articolo Art. 143 del Codice civile si parla dei diritti e doveri reciproci dei coniugi: “Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia”.

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Nella famiglia, pertanto, i soldi non sono esattamente di chi se li procura, ed ognuno nella coppia collabora economicamente sia producendo reddito di qualunque natura (dallo stipendio agli utili provenienti da investimenti), sia contribuendo a contenere i passivi, esattamente come un’azienda che dedica agli acquisti un ufficio specifico. In più, nell’azienda-famiglia si coprono con il proprio lavoro diretto tutte attività (dalla cura dei figli alle faccende domestiche) che se non fossero svolte da uno dei due membri della coppia richiederebbero un esborso di denaro per assumere collaboratori esterni (colf, baby sitter etc), e quindi hanno un valore quantificabile.

Tornando ai piani familiari, per elaborarne uno veramente efficace bisogna partire dalle basi.

1) Fissare il tempo con il partner per parlare di soldi – Prima di fare qualsiasi altra cosa, la coppia dovrebbe “prendersi del tempo”, organizzando una discussione sul denaro, da soli o con un consulente finanziario. Si tratta di una conversazione seria, da affrontare preferibilmente nel fine settimana, quando si è liberi dai pensieri del proprio lavoro e non ci sono distrazioni. Infatti, le discussioni sul denaro possono essere difficili da gestire, ma in un periodo come questo c’è maggiore disponibilità per affrontare almeno i punti fondamentali: rivedere le proprie spese mensili per comprendere il loro “livello di combustione”, ossia il tasso di velocità di spesa; subito dopo, chiedersi quanti soldi mancherebbero se uno dei due perdesse il proprio lavoro o diminuisse le entrate, e come potrebbe essere gestito il periodo di transizione tra la perdita del lavoro ed il successivo reimpiego lavorativo.

Dopo aver esaminato questi punti, la coppia avrà un’idea più concreta della propria posizione finanziaria, e porre in essere le basi per parlare di prevenzione dei possibili problemi.

2) Istituire un fondo di emergenza – La creazione di un fondo di emergenza è una prima decisione che serve a risolvere il bisogno di sicurezza della coppia, anche in relazione ai figli. Gli esperti in genere raccomandano di risparmiare l’equivalente di tre-sei mesi di spese correnti mensili, quale “cuscinetto di cassa” nel caso in cui il Coronavirus continui a incidere negativamente sull’economia e, se non è ancora successo, pensare che possa influire ancora più pesantemente sull’Economia ed incidere sulla sicurezza della propria posizione lavorativa. Come regola generale, meno stabile è il lavoro, maggiore deve essere la contribuzione in un conto di semplice deposito, in modo da avere la disponibilità immediata delle somme.

3) Ridurre le spese non necessarie – Molti europei hanno già iniziato a farlo, ma è negli Stati Uniti che si è avuta la maggiore contrazione: il 52% degli adulti ha ridotto la spesa, secondo un recente sondaggio. Sarà sufficiente esaminare le spese discrezionali (es. alimenti ordinati da fuori, prodotti di marca, prodotti premium) e passare ad articoli generici fino a quando l’economia non si riprende.

4) Rivedere o stipulare la propria copertura assicurativa – Stipulare una polizza sanitaria-infortuni, oppure una di responsabilità civile diventa fondamentale in qualunque famiglia, anche perché permette di fare piani di emergenza senza accantonare quantità eccessive di denaro in conti deposito. E’ bene farsi assistere da un consulente prima di familiarizzare da autodidatta con i piani assicurativi, anche per districarsi dalle c.d. franchigie che, se da un lato diminuiscono il costo della polizza, dall’altro rischiano di vanificare lo sforzo. Se si è già titolari di un’assicurazione sulla vita, si dovrebbe uscire dalla genericità ed indicare con esattezza la persona che ha diritto a ricevere le somme in caso di premorienza.

5) Trovare un consulente finanziario – Si tratta di una regola “di chiusura”. Molte coppie, infatti, non hanno il tempo né la voglia di fare tutto da soli, e decidono di ricevere un aiuto professionale per elaborare un piano finanziario. Trovarne uno è molto semplice, ma è bene confrontarsi con almeno un paio di essi prima di decidere di affidarvi a qualcuno. Infatti, quando si assume un professionista, è fondamentale che sia non solo capace, ma che si impegni anche a mettere al primo posto gli interessi del cliente. Negli USA, per esempio, un pianificatore finanziario certificato (CFP) deve essere rigorosamente formato in 72 aree di competenza finanziaria e deve accumulare migliaia di ore di esperienza prima di guadagnare la certificazione. In Italia, i consulenti finanziari devono passare un esame difficilissimo e sono tutti “certificati” dall’appartenenza ad un Organismo Unico che vigila attentamente sul loro operato.

In generale, è meglio fare molti colloqui con un potenziale consulente, prestare particolare attenzione al suo stile di comunicazione ed alla puntualità nel rispondere alle domande, anche a quelle che sembrano superflue.

Investire a lungo termine al tempo della pandemia. Tre azioni promettenti, e occhio alle truffe

Quello di adesso potrebbe essere un buon momento per considerare di investire del denaro nel mercato azionario. Anche se i mercati dovessero andare temporaneamente indietro, a lungo termine investire in grandi aziende è sempre una decisione saggia e molto redditizia.

COVID19 è un nemico temibile e implacabile. Al momento in cui scriviamo, la malattia causata dal nuovo Coronavirus ha infettato circa 3 milioni di persone in tutto il mondo, e quasi 180.000 sono morte. Gli sforzi per combattere la pandemia stanno avendo gravi conseguenze economiche, tra cui milioni di perdite di posti di lavoro e danni devastanti a innumerevoli aziende. Si può dire che la nostra vita sia cambiata dalla sera alla mattina: all’improvviso, tutti a stare in streaming a casa, oppure alla ricerca di termometri, mascherine e carta igienica.

Eppure la speranza rimane. Un esercito di medici, scienziati e ricercatori in tutto il mondo sta lavorando instancabilmente per trovare una cura. L’ottimismo sta aumentando la possibilità di trovare presto un trattamento efficace per il COVID19, ed i mercati finanziari hanno iniziato a recuperare le loro perdite, mentre gli investitori guardano avanti verso un’eventuale ripresa economica.

Quindi quello di adesso potrebbe essere un buon momento per considerare di investire del denaro nel mercato azionario. Anche se i mercati dovessero subire una elevata volatilità ed andare temporaneamente indietro, a lungo termine investire in grandi aziende tende a essere una decisione molto saggia e redditizia, a condizione di farlo oggi e di investire in quelle aziende che trarranno un sicuro vantaggio dagli effetti del COVID19 sui costumi sociali delle persone.

Lo scenario, all’investitore comune, sembra il peggiore possibile per decidere di investire responsabilmente. Infatti, i licenziamenti stanno accelerando, i prezzi delle azioni stanno precipitando e c’è una incertezza generale che blocca qualunque ipotesi razionale. Ma se è vero che questi sono tempi disperati per l’economia, tuttavia è proprio in questi periodi che si trova l’opportunità che non arriva troppo spesso. Pertanto, è necessario confidare in due elementi, uno oggettivo e l’altro di metodo. Il primo riguarda le quotazioni delle grandi aziende: sono molto più basse di due mesi fa; il secondo è relativo al periodo: bisogna dimenticarsi del breve termine e del “mordi e fuggi”, e posizionarsi sul lungo periodo, almeno per quella fetta di capitale che non è destinato ad essere speso in tempo medio-brevi.

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Infatti, è impossibile provare a prevedere cosa accadrà a breve termine, ed il futuro a 6-12 mesi degli affari è altamente incerto ed il mercato azionario riflette tale incertezza. Però sappiamo che la pandemia sta accelerando la tendenza dei consumatori verso la dipendenza dalla tecnologia, e le imprese che operano in questo settore hanno molto da guadagnare. Il mercato azionario si riprenderà come sempre, e questi titoli usciranno dalla flessione del mercato più forti che mai.

Il prezzo delle azioni di una società riflette il valore percepito futuro di quella società. C’è un motivo per cui alcune società hanno un prezzo delle azioni più elevato rispetto ai suoi concorrenti, è importante capire IL perché. Acquistare azioni significa che stai acquistando un pezzo di quel business; pertanto, è indispensabile comprendere quel modello di business per sentirsi sereni nell’investimento. Se si dispone di un certo capitale (anche 10.000 euro, non stiamo parlando di milioni…) da investire nel mercato azionario, ecco tre titoli che possono dare risultati di grande rilievo, mentre il mercato azionario si riprende dalla pandemia di COVID19.

1) Amazon* – Forse nessuna azienda è in una posizione migliore per capitalizzare l’ambiente attuale rispetto ad Amazon.com (NASDAQ: AMZN). Con molti rivenditori tradizionali, costretti a chiudere i loro negozi a causa delle direttive sul distanziamento sociale, il colosso della vendita al dettaglio online è servito come un’ancora di salvezza per le persone bisognose di cibo e altre forniture vitali. Inoltre, in questo particolare periodo molte persone stanno facendo acquisti online per la prima volta, soprattutto sul sito web di Amazon, costituendo il nuovo nucleo di clienti fedeli dell’azienda di Besos.

2) Microsoft* (NASDAQ: MSFT) è un partner prezioso per le innumerevoli aziende ora costrette a gestire le proprie forze di lavoro in remoto. La sua piattaforma alimenta le operazioni basate sul cloud di molte aziende. Inoltre, le applicazioni Microsoft Office 365, che includono versioni basate sul cloud del suo popolare software Word e Office, semplificano il lavoro delle persone da casa. È importante sottolineare, inoltre,  che con oltre 60 miliardi di dollari in contanti netti sul suo bilancio Microsoft ha la forza finanziaria per resistere anche a una grave recessione guidata dal Coronavirus. Il titano della tecnologia genera anche un flusso di cassa abbondante, tra cui oltre $ 10 miliardi in contanti dalle operazioni nel solo secondo trimestre.

3) Il gigante del software Salesforce.com* (NYSE: CRM) sta riscuotendo un aumento della domanda per i suoi servizi di trasformazione digitale, e probabilmente continuerà dopo la pandemia, così come più aziende cercheranno di trasferire le loro operazioni nel cloud per abilitare meglio il lavoro remoto. Oltre ad essere il leader globale nel software di gestione delle relazioni con i clienti, Salesforce offre anche i migliori strumenti che consentono alle aziende di aggregare e analizzare i dati provenienti da un’ampia varietà di fonti. La spesa globale per servizi che consentono la digitalizzazione di prodotti e pratiche aziendali raggiungerà l’incredibile cifra di $ 2,3 trilioni entro il 2023, secondo la società di ricerche di mercato IDC. Questo enorme mercato offre ancora molto spazio all’espansione, anche per un’azienda da 140 miliardi di dollari come Salesforce.

Gli investitori che acquistano azioni oggi dovrebbero essere ben ricompensati in futuro, poiché questi titoli sono vere e proprie “stelle del software”, con uno straordinario potenziale di crescita a lungo termine e dividendi futuri interessanti. Fondamentale, però, rivolgersi ad una banca e/o ad un consulente finanziario per eseguire l’operazione di investimento nel modo più sicuro e regolamentato. Infatti, da almeno un anno girano sul web numerosissime truffe online che fanno leva sul nome di queste aziende (soprattutto su Amazon) per invogliare gli utenti più sprovveduti ad inviare denaro (anche piccole somme) ad operatori sconosciuti che, in realtà, spariscono rapidamente dopo aver promesso “uno stipendio costante grazie al rendimento strabiliante delle azioni”.

Su Amazon, però, bisogna riconoscere che i furbetti del web ci hanno azzeccato, avendo cominciato ben prima della diffusione del Coronavirus. Ma sempre truffe sono.

 

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Eurozona, italiani con le ossa rotte. Ce lo dice lo spread di reddito

Mentre l’Olanda continua ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE, l’Italia è ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per riformare una Unione troppo “germanizzata” fin dalla sua nascita. Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, cresce a dismisura.

Se la pandemia del Coronavirus ha avuto un merito, questo è certamente quello di aver risvegliato le coscienze anche di quanti, fino a due mesi fa, ritenevano che l’UE fosse un progetto comune costruito nell’interesse ed al servizio di tutti. In tutta evidenza il Covid19 è stato – ed è tutt’ora – l’imprevisto inatteso, la forza oscura che ha evidenziato come l’Italia fosse proiettata artificiosamente a continuare la sua perenne “recessione controllata”, a causa della quale ha già perso le sue migliori risorse umane e, adesso, rischia di perdere le sue grandi aziende, divenute pericolosamente allettanti per i concorrenti tedeschi o francesi.

Con la stessa chiarezza, il mondo ha capito che l’unione monetaria sia stata fatta su misura della Germania che detta la linea del comando e dei suoi alleati di ferro, tra i quali l’Olanda sembra avere il compito di fare il “lavoro sporco” – generalmente quello di annunciare, in maniera aggressiva, le intenzioni della Merkel e dei conservatoti tedeschi – mentre la Francia ha sempre avuto un ruolo di “socio di maggioranza relativa”, il vero partner forte da invitare al banchetto dell’Euro ma anche da tenere buono.

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Ci si chiede ancora – distrattamente, ormai, ma la domanda è sempre nell’aria da almeno dieci anni – se Romano Prodi, unico personaggio politico italiano a non avere profili social ufficiali, avesse compreso diciotto anni fa che l’Unione Europea sarebbe nata per essere una sorta di “Commonwealth” tedesco. La risposta non può che avere una duplice sfumatura: se lo aveva capito, ha trascurato del tutto gli interessi politici del Paese barattandoli con quelli personali; se non lo aveva capito, è stato ingenuo – per usare un eufemismo – ed anche un pessimo premier.

Di certo, nessuno in questi anni di inesorabile declino italiano, causato dai meccanismi di funzionamento dell’UE (che Prodi conosceva bene), lo ha visto ergersi a difesa dell’Italia, tradita proprio da quei politici europei di cui si fidava e tesseva pubblicamente le lodi. Sarebbe stato più logico, viste le circostanze emergenti, che lui spendesse l’autorevolezza acquisita in campo internazionale per denunciare pubblicamente questi squilibri e difendere gli interessi del Paese. Invece, nulla di tutto questo. Pertanto, si propende per la prima ipotesi (interessi politici personali), e questo influenzerà per sempre l’opinione che gli italiani avranno di lui.

I dati, purtroppo, confermano impietosamente quanto detto finora in linea di principio. Per esempio, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 1999 (al momento dell’ingresso nell’euro) il reddito pro-capite degli italiani era pari al 96% di quello tedesco; nel 2018, era sceso al 72%, ossia il 25% in meno. Pertanto, o i tedeschi sono stati bravissimi ad arricchirsi, aumentando i proprio redditi, e gli italiani no (rimanendo fermi allo stesso livello di allora), oppure l’Unione Monetaria ha avvantaggiato la Germania a discapito dell’Italia.

Dal momento che gli italiani, per far soldi con l’imprenditoria, non sono secondi a nessuno in Europa, si propende per la seconda ipotesi.

Relativamente al bilancio delle partite correnti, tra il 1993 ed il 1999 l’Italia ha sempre avuto un surplus positivo, toccando il massimo nel 1996 (+2,9% sul PIL), allorquando il nostro Paese cessò di far fluttuare liberamente la Lira e rientrò nuovamente nel Sistema Monetario Europeo da cui era uscita quattro anni prima. Nello stesso periodo, la Germania ha quasi sempre registrato partite correnti deficit, ma dal 2000 al 2013 la situazione si è capovolta: l’Italia colleziona 12 deficit (fino al -3,5% sul PIL nel 2010) mentre la Germania beneficia di 12 anni di surplus (fino al portentoso +7% nel 2012).

Se non è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, poco ci manca.

Fa ancora più impressione scorrere la classifica delle regioni dell’UE secondo il loro reddito medio disponibile a parità di potere d’acquisto: occorre scendere fino alla ventesima posizione per trovare una regione non di lingua germanica, e cioè la provincia autonomia di Bolzano, che – ironia della sorte – è un territorio parzialmente germanofono. La regione di Parigi, per esempio, è soltanto ventitreesima, ed in cima al podio si trova il Lussemburgo (la cui lingua ufficiale è di derivazione germanica). La cosa non deve sorprendere, perchè in Italia gli stipendi si sono ristretti mentre all’estero, in particolare in Germania e Francia, si sono allargati. Infatti, se nel 2010 la retribuzione media del lavoro dipendente in Italia era di 30.272 euro, nel 2018 è scesa a quota 29.182 (il 3,6% in meno), mentre quella del lavoratore dipendente tedesco è salita nello stesso periodo di ben 3.825 euro, a quota 39.446 euro, portando il vantaggio retributivo della Germania ad un +35,17% rispetto all’Italia.

E’ questo il vero “spread” da tenere in conto per avere la misura del vantaggio accumulato dalla Germania (ed anche dalla Francia) in materia di reddito disponibile e, simmetricamente, dell’arretramento subito dall’Italia, che ha visto crollare il reddito disponibile reale dell’8,7% dal 2008 al 2017 (vedi tabella qui a fianco), facendoci scivolare nelle ultime posizioni della classifica dei paesi dell’Unione europea.

Tutto questo – ricordiamolo – a parità di potere d’acquisto; ciò significa che il dato è depurato dalle differenze dei prezzi dei beni che, peraltro, in Italia e Germania sono praticamente identici: con 100 euro di spesa riempi il carrello con gli stessi prodotti, per una settimana o giù di lì, sia in Italia che in Germania.

Un dato sorprendente è quello dei paesi che non hanno adottato l’euro ma geograficamente stanno dentro l’Unione Europea; ebbene, queste nazioni vivono molto meglio dei propri vicini: il PIL pro-capite medio dell’EFTA (l’accordo di libero scambio fra Norvegia, Liechtenstein, Islanda e Svizzera) è infatti pari a 62.534 dollari, mentre quello dell’Unione Europea è pari a 37.800 dollari (il 40% in meno).

Non è un caso che sia l’Islanda che la Svizzera abbiano ufficialmente abbandonato il progetto di adesione all’Unione Europea.

In termini di forza economica e competitività, inoltre, il Regional Competitive Index (RCI) dell’UE  vede l’Italia, una volta regina delle esportazioni a cavallo della Lira, soccombere miseramente dopo 18 anni di unione monetaria – e di politica accondiscendente, è il caso di precisarlo – ed acquisire un enorme gap (ritardo) di competitività con la Germania, che non era mai stato così marcato come adesso.

La Germania e i Paesi Bassi – cioè, proprio i due paesi che più si sono distinti nel boicottare ostinatamente, nonostante le migliaia di morti da Covid19, qualunque soluzione unitaria  – hanno tratto enormi benefici dall’Euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescita economica. Secondo lo studio tedesco – sì, proprio così – intitolato 20 years of the euro: winners and losers del Centrum für europäische Politik (Cep), tra il 1999 ed il 2017 il PIL del nostro Paese è diminuito, in valori assoluti, di 4.300 miliardi di euro, pari a 73.600 euro pro capite, mentre i tedeschi, grazie all’ingresso nell’Eurozona, si ritrovano più ricchi di 23mila euro pro capite (e gli olandesi di 21mila).

E così, mentre l’Olanda si ostina ad opporsi agli eurobond – continuando però ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE e attirando capitali europei con modalità oggettivamente sleali – l’Italia sembra essere ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per imprimere un impulso fondamentale a necessarie trasformazioni, senza dare per scontata come unica soluzione quella di una uscita dall’Euro che, senza fronte politico comune (e di larga scala, opposizioni comprese) finisce con l’essere l’unica percorribile per liberarsi di questa “trappola” monetaria.

Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, è cresciuto a dismisura, e appare non più controllabile. Coloro che al di là delle Alpi si oppongono ancora ad un progetto di Europa Federale, magari da raggiungere a tappe forzate, forse farebbero bene a temerlo.

Borse e mercati, nel dopo quarantena eventi estremi. Risparmio, tutti gli scenari possibili

E’ difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti, e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di probabili eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020. Approccio prudente agli investimenti, ecco perché.

La diffusione della malattia polmonare causata dal Coronavirus sta tenendo in pugno il mondo più di qualsiasi altro evento dalla fine del secondo Dopoguerra. Infatti, la chiusura su vasta scala di attività di produzione e distribuzione industriale, dei maggiori servizi pubblici e le restrizioni alla circolazione di persone – tutte misure tipiche del più classico scenario di guerra – sono ormai una realtà quotidiana in decine di paesi; ad eccezione della Cina, dove tutto sarebbe nato, e dove l’economia e la vita pubblica al di fuori della provincia più colpita (Hubei) sembrano tornare alla normalità. Allo stesso modo, le soluzioni adottate dai governi di tutto il mondo per contenere la pandemia sono stati senza precedenti nella storia, sia riguardo agli enormi pacchetti fiscali sia ai massicci aiuti di politica monetaria delle banche centrali.

I prezzi del petrolio e dei metalli industriali sono letteralmente crollati, mettendo in profonda crisi i paesi produttori ed esportatori. Tuttavia, il crollo del prezzo del petrolio era cominciato prima dell’emergenza, allorquando l’Arabia Saudita aveva iniziato una guerra dei prezzi dopo il fallimento delle trattative su un nuovo taglio della produzione di petrolio nell’ambito dell’OPEC Plus.

Relativamente alla crescita e all’indebitamento globalE, anche prima del Covid19 l’economia mondiale era alle prese con una crescita debole e debiti stellari, che adesso stanno diventando più grandi. La questione, ovviamente, preoccupa molto, anche perché gli imponenti pacchetti fiscali in fase di attuazione non sembrano essere veri e propri pacchetti di stimolo agli investimenti e alla crescita futura, bensì  misure destinate esclusivamente a limitare i danni dell’oggi. Pertanto, risulta difficile stimare adesso quando la ripresa economica darà i suoi frutti e quando sarà possibile riprendere il trend di crescita globale che ci accompagna da decenni, però è possibile stilare un elenco di possibili (e probabili) eventi che ci porteremo dietro per tutto il 2020, dando per scontata una ripresa “robusta” solo a partire dal primo o secondo trimestre del 2021.

Intanto, partiamo col dire che si tratta di un triplice shock per l’economia globale: shock di offerta, shock di domanda, shock sui prezzi petroliferi. Tale nefasta congiuntura porterà alla recessione l’economia USA – da sempre stimolo della domanda globale – per due o tre trimestri, mentre la Cina dovrebbe limitarsi ad un solo trimestre di PIL negativo.

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A proposito di Prodotto Interno Lordo, sarà bene prepararsi allo shock derivante dal balletto dei numeri ufficiali, non appena usciranno: vedere un PIL negativo della Cina od un -9% degli USA (così come un -12% dell’Italia) aumenterà per alcuni giorni la volatilità dettata da reazioni emotive, dal momento che, ad oggi, non si comprende se i mercati abbiano scontato questi effetti, oppure no.

Lo scenario di breve rimane negativo per gli asset rischiosi, perché permane incertezza sullo sviluppo e sulla persistenza del virus. Pertanto, è lecito immaginare che consumi e investimenti rimarranno depressi per un pò di tempo, così come le previsioni sulle stime degli utili aziendali. La combinazione dei dati sul PIL e di quelli sui consumi-utili potrebbe causare un ritorno dei minimi di borsa e di volatilità estrema, come nei giorni peggiori (9-13 Marzo 2020) dei mercati, dal momento che i tempi di ripresa rimarranno finchè la diffusione del virus non sarà sotto controllo e, soprattutto, non verranno trovate terapie risolutive ed un vaccino veramente efficace su tutta la popolazione mondiale.

La pandemia, però, non finirà di produrre effetti nel breve periodo. Probabilmente, almeno per alcuni anni, assisteremo ad una maggiore propensione al risparmio da parte delle famiglie, per ristabilire sicurezza contro gli eventi tragici che prima si pensava appartenessero solo al mondo cinematografico; ma anche una contrazione dei viaggi (sia per lavoro che per vacanza) e minore afflusso – e quindi una profonda trasformazione delle abitudini di spesa e del ciclo dei ricavi – negli esercizi pubblici come bar, ristoranti, palestre e supermercati.

Di conseguenza, il costo del debito corporate potrebbe diventare “strutturalmente” più elevato per via del maggiore premio richiesto per il rischio, mentre relativamente alle azioni ci sarà maggiore cautela nel distribuire dividendi, a causa dei margini operativi (anche questi strutturalmente) più.

La pandemia, inoltre, sta portando con sé una certa riduzione del grado di globalizzazione e correlazione dei mercati, e questo potrebbe designare il ritorno in grande stile dell’inflazione, determinato dall’eccesso di spesa pubblica e dall’aumento di massa monetaria ottenuto grazie ai QE delle banche centrali.

Nonostante tutto questo, l’opinione generale è che grazie alle soluzioni “aggressive” di politica monetaria e fiscale adottate, i mercati abbiano già visto il peggio, ma lo scenario tratteggiato finora richiede prudenza. Infatti, ipotizzare un altro trend delle borse perennemente al rialzo per i prossimi anni è del tutto fuori luogo, perché il recupero dalla recessione sarà più lento, e gli utili aziendali recupereranno altrettanto lentamente a causa della distruzione dei modelli economici tradizionali (shock contestuale di domanda e offerta).

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L’inflazione, poi, condurrebbe ad un rialzo strutturale dei tassi di interesse per via dell’enorme massa di emissioni di titoli di Stato. Pertanto, è preferibile mantenere un approccio complessivamente prudente, privilegiare i titoli che distribuiranno un più alto dividendo e diminuire gli investimenti nel settore finanziario, che subirà perdite sui crediti. Un asset che promette qualcosa in più è quello delle commodities e dei metalli preziosi, che vedono valutazioni ai minimi storici ed erano già a sottopesati in tutti i portafogli.

Le azioni dei paesi emergenti – tema “caldissimo” appena prima lo scoppio della pandemia – sembrano trovarsi su livelli di valutazione dai quali in passato hanno di nuovo ripreso a salire (1998, 2008 e 2015), ma potrebbero scendere ancora al di sotto di questi livelli prima di consolidarsi e ripartire, anche perché non si può stimare con certezza quanto tempo durerà l’emergenza sanitaria e, soprattutto, molti dei paesi emergenti non dispongono  delle risorse finanziarie e delle reti di sicurezza sociale delle nazioni industrializzate per attutire le conseguenze di una crisi economica prolungata. Stesso discorso per le valute emergenti, che da inizio anno si sono svalutate del 20% circa rispetto al dollaro USA (vedi paesi dell’America Latina, del Sudafrica, dell’Indonesia e della Russia).

In definitiva, al momento è quasi impossibile fare una previsione sull’andamento dei corsi e sulla crescita economica dei prossimi mesi: quasi tutti gli scenari sembrano possibili, da una temporanea depressione economica globale ad una profonda recessione, fino a un ritorno rapido alla normalità.

In queste condizioni, è possibile ipotizzare persino un ritorno d’amore dei risparmiatori verso il reddito fisso, ed una certa disaffezione verso il risparmio gestito; ma con un elemento di novità, dettato da una maggiore propensione all’accantonamento assicurativo ed alle coperture non vita (sanitarie ed infortuni), che dovrebbe compensare il minor gettito da commissioni che certamente deriverà per le banche e i professionisti della finanza familiare dalla distribuzione di OICR e gestioni patrimoniali.

La paura del virus cambia il futuro. Per consulenti finanziari e assicurazioni un nuovo ruolo di tutela delle famiglie

Gli italiani sono un popolo di sotto-assicurati, soprattutto per quanto riguarda la salute. Anche quando l’esperienza collettiva della pandemia sarà un brutto ricordo, la nostra “zona di comfort” dovrà necessariamente comprendere una buona polizza sanitaria. I consulenti finanziari sapranno cogliere l’opportunità? 

La pandemia del Coronavirus ha frantumato, in brevissimo tempo, la nostra ordinarietà quotidiana, distruggendo dall’oggi al domani la nostra c.d. “zona di comfort” (comfort zone), ossia il contesto fatto di tutte quelle piccole/grandi certezze su cui basavamo la nostra vita. L’effetto emotivo, su ognuno di noi, è stato simile a quello di una grave perdita (es. la morte di un genitore), mitigato dalla circostanza che si tratta di un evento collettivo, che colpisce tutti allo stesso modo, nel mondo intero. Questo, però, porta anche ad un “ritardo elaborativo” del lutto – la perdita della sicurezza e della libertà personale, per quanto temporanea – per via della sua amplificazione mediatica e sociale: siamo tutti nella stessa barca, ma se ne parla continuamente, senza mai porvi fine.

Questo evento così simile ad una guerra porta con sé delle conseguenze complesse. La prima riguarda i temi della salute, della malattia e della morte, ossia quegli aspetti della vita che siamo abituati a veder colpire gli altri. La seconda tocca il proprio lavoro ed i propri risparmi, annullando i sacrifici fatti in passato o addirittura causando la perdita della propria posizione lavorativa. La terza, di portata collettiva, riguarda il sistema informativo-mediatico in cui siamo inseriti, che in occasione delle disastrose pandemie di un secolo fa non era così connesso alle nostre vite.

Oggi infatti le informazioni sulla diffusione del Coronavirus ci accompagnano fin dall’inizio, con contenuti estremamente negativi (o fortemente discordanti) che portano grande instabilità nelle emozioni di tutti noi.

Tutte queste complessità, pertanto, stanno richiedendo alle persone una capacità di adattamento mai richiesta prima. C’è da dire che ognuno di noi, nella vita, è chiamato ad adattarsi ad un sistema complesso, ed in quanto esseri umani siamo “progettati” per questo. La fase di fisiologico adattamento, ed il modo in cui ci adattiamo a circostanze nuove, si chiama “sindrome generale di adattamento” (detta anche sinteticamente “stress”), e permette a tutti noi di rispondere ad eventi inaspettati, siano essi positivi o negativi.

Per comprendere meglio l’esperienza che stiamo vivendo, tutti i nostri organi di senso, all’interno di questa fase di stress, raccolgono continuamente informazioni, che noi elaboriamo traducendole in emozioni ed in comportamento conseguente. Per esempio, quando siamo di fronte ad un pericolo – come in questo particolare momento storico – il nostro cervello “si accende”, rilevando il pericolo e determinando azioni. Subito dopo, entriamo in una fase di c.d. “resistenza”, che può avere una durata piuttosto lunga e ci fa consumare molte energie fisiche e mentali, esposti come siamo di fronte al tentativo di conservare il contesto abituale (che non esiste più) mentre veniamo travolti da un numero inusuale di incertezze. E’ proprio in questo contesto di stress che nasce la paura. A nessuno piace averne, ma è utile “ascoltarla”, prenderne coscienza e far sì che le nostre azioni siano programmate nel modo giusto senza che le altre reazioni emotive che solitamente l’accompagnano (es. la rabbia) possano avere il sopravvento anche quando, come nel caso di questa pandemia, la causa del nostro stress non è visibile (il virus non si vede, non si tocca e non si sente, se non quando entra nel nostro organismo).

In realtà, quindi, la paura fin dai primordi della nostra specie è stata un’emozione cosiddetta “adattiva”, che ci ha fatto sopravvivere e ci ha permesso d’esplorare mondi sconosciuti. I nostri antenati, infatti, erano spesso costretti a decidere in fretta: meglio provare paure, anche infondate, ma evitare i pericoli, spesso mortali, che si manifestavano in un ambiente di vita talmente pericoloso da richiedere l’utilizzo costante e consapevole della paura quale principale strumento di difesa.

La paura è un’emozione che si può contrastare solo con la calma ed il coraggio, ossia con emozioni di segno contrario che ricaviamo dall’esempio degli altri, “contagiati” da essi. Per questo motivo, mai come oggi un buon consulente può essere d’aiuto. Infatti, anche se i luoghi in cui viviamo sono diventati molto meno pericolosi del passato, gli ambienti di vita contemporanei, rispetto a quelli di allora, sono più complessi e difficili da decifrare, soprattutto quelli economico-finanziari. Le paure, in questo particolare contesto, tendono a perdere la loro funzione originaria di “strumento benefico e protettivo”, generando nuovi pericoli sulla scia della “paura irrazionale”.

Nel libro “L’economia della mente: come evitare le trappole che fanno perdere i soldi” (di P. Legrenzi e A. Masserenti ) viene introdotta la “Casa della nuova consulenza”, una simbolica abitazione universale dove ai piani bassi ci si preoccupa di mettere in sicurezza i due mattoni della “Ricchezza umana” e della “Ricchezza precauzionale”, che rappresentano rispettivamente le persone che producono reddito e i prodotti assicurativi che la persona possiede a tutela della persona, dei suoi beni e della sua famiglia. Sistemati quelli, ci si può dedicare ai piani alti, cioè alla ricchezza finanziaria; ciò comporta – e comporterà sempre più in futuro, date le circostanze di durevole pericolo per la salute pubblica – la stipula di una polizza per prevenire ciò che è oggettivamente pericoloso. Da qui la necessità di un interloquire con un professionista che conosca a fondo il cliente e la sua famiglia, e questi non potrà che essere il consulente finanziario-patrimoniale, oppure l'”assicuratore di famiglia”, figura un pò desueta ma ancora presente in alcune fasce d’età della clientela.

Naturalmente, non si tratta di “improvvisare” un’offerta di servizi che si conosce poco, ma di approfondire le conoscenze specifiche del settore – troppo spesso trascurato dai consulenti per via della predominanza di quello degli investimenti – e selezionare i prodotti mirati alla protezione di “quel”  nucleo familiare, in modo personalizzato, al fine di restituire una corretta percezione dei rischi anche in relazione alla propria persona. Per esempio, per quale motivo gli investitori detengono così tante somme liquide sui conti correnti, pur sapendo che proprio quelle somme non investite sono a maggiore rischio di essere coinvolte, oltre una certa soglia, da un eventuale fallimento della banca? Ebbene, tutte le ricerche recenti mostrano che la motivazione principale sia proprio la paura irrazionale, tradotta in comportamenti eccessivamente prudenti  facendo prevalere il dato emozionale (“ho paura del non si sa mai”) rispetto al ragionamento (“temo l’oscillazione dei mercati, ma ho obiettivi di lungo periodo”).

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Tutto ciò dimostra che siamo alla costante ricerca di sicurezza, e che il compito del consulente sarà quello di tradurre l’insicurezza che ci lasceremo dietro in strumenti che ce la tolgano del tutto, trasferendola ad altri soggetti. In pratica, il “non si sa mai” dell’investitore, relativo alla propria salute, si trasforma in forme assicurative, trasferendo ad una compagnia i relativi rischi ed eliminando così le principali fonti di incertezza. Purtroppo, gli italiani sono un popolo di persone sotto-assicurate. Infatti, su 100 italiani che posseggono un’auto e, di conseguenza, sono obbligatoriamente assicurati per la responsabilità civile, la statistica ci rivela questa distribuzione:

– nessun altro tipo di assicurazione 56,4%;

– assicurazione vs. rischi professionali 0,7%;

– assicurazione vs. infortuni 3,1%;

– assicurazione vs. malattie 3,7%;

– assicurazione vs. infortuni per rischi da circolazione: 7,0%.

Questo elenco (dati 2017, ma non sono cambiati affatto, anzi..) mostra che gli italiani sono, nel complesso, i meno assicurati tra tutti i paesi industriali e, peraltro, con un numero elevatissimo di lavoratori autonomi (cioè, i più vulnerabili nel capitale umano).

I consulenti finanziari e assicurativi, in questo scenario, possono fare molto, e far sì che i propri clienti-famiglie superino le classiche barriere legate alla mancanza di sicurezza proprio lì dove ci sono i due “mattoni” più importanti della famosa Casa della nuova consulenza: Ricchezza Umana e Ricchezza Precauzionale. Infatti, è noto che non ci si assicura se si ignora o si trascura la possibilità di un rischio, e gli italiani sono dei maestri in questo: a) non si curano dei rischi legati alla vita e/o al lavoro perché la loro attivazione emotiva è troppo bassa (e quindi non ci pensano) oppure b) non se ne curano perché l’attivazione emotiva è troppo alta e fa paura (e quindi non ci vogliono pensare).

Ma anche i consulenti finanziari dovranno fare un passo avanti, e questa pandemia, con il suo carico di paura, renderà possibile diminuire l’eccessiva attenzione al portafoglio fondi/titoli – sopravvalutato in termini di relazione con il cliente – e maggiore cura agli aspetti assicurativi della persona-famiglia, nella cui “zona di comfort” dovrà rientrare necessariamente la protezione da eventi inaspettati come il Coronavirus.

 

Coronavirus e mercato immobiliare, profondo rosso per le case dei baby boomers

I baby boomers, in tutto il mondo occidentale, sono stati fondamentali per lo sviluppo della cultura, della politica e dell’economia, ma oggi la loro evoluzione demografica preoccupa moltissimo gli analisti del mercato immobiliare. Mentre i millennial sceglieranno di riqualificare i sobborghi, ci attende un decennio di ulteriori ribassi dei prezzi.

Gli effetti della pandemia del Coronavirus sulla salute pubblica avranno importanti ripercussioni sull’economia globale, influenzando le future tendenze in molti settori differenti tra loro. Tra questi, certamente quello immobiliare.

In Italia, in particolare, il patrimonio di case costruite dai c.d. baby boomers (individui nati tra il 1950 ed il 1965), composto da abitazioni di quadratura medio-grande, era già “sofferente” prima della pandemia, ed al suo arrivo ha fatto subito i conti con una totale immobilità: tante trattative interrotte, molte altre ripensate per via dei sopravvenuti dubbi sulla opportunità di assumere un importante impegno economico durante e dopo l’emergenza. Pertanto, le case con molte stanze saranno sempre più difficili da vendere, ed il loro prezzo appare destinato a calare vertiginosamente. Ciò significa che, nel nostro Paese – ma anche in Europa – il portafoglio immobiliare dei tipici proprietari di questa tipologia di immobili – i baby boomers, appunto – è prevedibile che subirà un duro colpo proprio mentre essi si ritirano gradualmente dal lavoro per sopraggiunti limiti di età.

Tale “congiuntura”, come vedremo, ha effetti notevoli sul mercato delle case per i prossimi dieci anni. I baby boomers (denominati anche “BBs”), in tutto il mondo occidentale, sono stati fondamentali per lo sviluppo della cultura, della politica e dell’economia; l’importanza della loro domanda di abitazioni, combinata al potere d’acquisto in crescita negli anni del c.d. Boom Economico, è stata osannata dai media fin dagli anni ’80, ed ha contribuito a generare in tutto il mondo una crescita costante del mercato immobiliare fino al 2006, allorquando negli Stati Uniti alcuni studiosi hanno cominciato a capire (pochi, in verità) che la festa stava per finire.

Poi è arrivata la “generazione X” (quella che segue i baby boomers), caratterizzata da un relativo declino nella crescita della domanda di alloggi e nella percentuale di proprietari, giunta presto in Italia al livello impressionante del 70%. Ma è la generazione precedente che continua a preoccupare gli analisti di mercato. Infatti, le pensioni dei baby boomers, che andranno via via diventando sempre più basse, già oggi non sono più in grado di alimentare il livello di compravendite, il cui prezzo medio (e quadratura media) si è abbassato notevolmente. E così, le case più grandi hanno sotto-performato in termini di crescita dei prezzi, numero di compravendite e durata media dei tempi di incasso. Inoltre, nei prossimi due decenni il numero dei BBs si ridimensionerà sempre di più – anche per via dello shock demografico causato dal Coronavirus – e si stima che almeno un quinto delle case italiane arriverà sul mercato, alimentando un circolo vizioso di continui ribassi per eccesso di offerta. Stessa cosa accadrà in Europa, con numeri meno elevati rispetto all’Italia per via delle percentuali più basse di proprietari.

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La domanda di alloggi, invece, tenderà a seguire un modello già tracciato negli ultimi anni, con netta preferenza di acquisti destinati a basse quadrature (70-80 mq, anziché la media di 120 mq dei BBs) e ulteriore sviluppo del mercato degli affitti, soprattutto stagionali e/o ad altro reddito (camere arredate per studenti, turisti e lavoratori in trasferta). Pertanto, pare che ci troviamo in una fase del ciclo di vita degli immobili in cui, con l’avvicinarsi dell’età pensionabile, i BBs tenderanno a ridimensionare il proprio stile di vita, spostandosi dalle case in cui hanno cresciuto le loro famiglie in case notevolmente più piccole, spesso con una o al massimo due camere da letto.

Relativamente alla situazione in atto, si calcola che, a livello locale, uno shock demografico dell’1% delle fasce più anziane della popolazione – come quello che sta tragicamente avvenendo nelle regioni del Nord Italia a causa della pandemia – porterà ad un aumento dell’offerta di case dell’11%, e si tratterà per lo più di abitazioni di grande quadratura, difficili da vendere, se non a costo di consistenti riduzioni dei prezzi, anche quando la situazione si sarà normalizzata.

In definitiva, gli effetti della diffusione del Coronavirus si stanno aggiungendo, aggravandola, ad una fase di lunga correzione del mercato immobiliare che, nel 2019, stava mostrando i primi segni di adattamento alla mutata composizione della domanda di abitazioni; ciò significa che tali adeguamenti continueranno probabilmente in tutto il prossimo decennio, e avranno effetti macroeconomici significativi. Questo mix micidiale di fattori congiunturali, però, potrebbe portare con sé il beneficio di invertire o accelerare questi aggiustamenti. Confinati nei loro appartamenti urbani, infatti, i millennial potrebbero tornare a preferire il distanziamento sociale garantito dal vivere nei sobborghi, invertendo le tendenze attuali di concentrazione abitativa nelle parti centrali dei nuclei urbani. Pertanto, sembra altamente probabile che la domanda di case, anche in considerazione dello sviluppo del c.d. Smart Working, si sposterà verso le parti esterne delle città, facendo nascere nuovi modelli cittadini anche nello sviluppo edilizio e, di conseguenza, nella produzione di nuove case di tipologia differente dagli edifici tradizionali.

La posta in gioco, naturalmente, sembra piuttosto alta.