Giugno 19, 2026
Home Archive by category INVESTITORI (Page 51)

INVESTITORI

Il consulente finanziario affidabile? Quello che ti fa rimanere sempre connesso al tuo patrimonio

Qual è l’identikit del consulente finanziario affidabile ? Come faccio a sapere che sta veramente facendo i miei interessi e non solo i suoi, o quelli della banca per cui lavora?

Il tema dell’affidabilità del consulente finanziario e dei suoi consigli di investimento è molto sentito da tutte le famiglie italiane che risparmiano. Infatti, visto lo scarso livello di educazione finanziaria ricevuto fino ad oggi, il risparmiatore italiano medio, per evitare un pericolosissimo “fai da te”, è quasi costretto a ricevere le informazioni che servono da chi le possiede: banche tradizionali e consulenti finanziari

Ma non è certamente questo il problema; in fondo, se andate da un avvocato per un parere legale, mica potete rimpiangere di non possedere la sua stessa competenza, sì da poter decidere da soli come difendervi in tribunale….Stessa cosa accade nelle decisioni di investimento: serve la competenza di  un consulente che vi suggerisca strategie e strumenti adeguati. Chi ritiene di poterne fare a meno, non sa a cosa va incontro (oppure lo sa, ma si guarda bene dal rivelarne le conseguenze).

Tra dieci o vent’anni, forse, le nuove generazioni di risparmiatori saranno più “evolute” finanziariamente di quelle che oggi detengono il risparmio, e probabilmente il ruolo di banche e consulenti sarà sempre più, rispettivamente, quello di “sede di esecuzione delle operazioni” e di “consulente puro” per le scelte strategiche di investimento (es. allocazione geografica, settori, orizzonte temporale etc).

Oggi, però, anche l’informazione più elementare è saldamente nelle loro mani, ed è diritto dell’investitore finanziariamente “ineducato” poterla ricevere con le modalità corrette. Il risparmiatore, però, ha anche un dovere, ossia quello di dare le informazioni esatte al consulente, affinchè questo riesca ad elaborare il piano di investimento più adatto alle sue esigenze. Un classico esempio è quello del cliente che si rivolge per la prima volta ad un professionista, ed omette di fargli sapere che, presso un’altra banca, detiene una quantità non trascurabile di altro risparmio o, per esempio, che possiede altri immobili oltre a quello in cui vive, dai quali ricava un reddito aggiuntivo. In casi simili (assai frequenti all’inizio di un rapporto), il professionista sarà indotto ad elaborare una consulenza di investimento solo parzialmente efficace, rispetto a quanto potrebbe fare se avesse informazioni corrette sull’intero patrimonio dell’investitore.

Pertanto, la questione dell’affidabilità del vostro interlocutore finanziario, chiunque esso sia, sta anche nella capacità di raccogliere le informazioni giuste.

C’è da dire che, private bankers a parte -ossia quella particolare tipologia di dipendenti bancari che gestiscono portafogli elevati con un po’ di autonomia professionale – nelle banche tradizionali oggi è veramente difficile trovare un dipendente che riesca ad uscire dalla logica del budget giornaliero (di prodotti, di appuntamenti, di telefonate etc) nello svolgimento del proprio lavoro. I più fortunati di essi hanno un budget settimanale, e quindi puoi trovarli un po’ più rilassati tra lunedì e martedì; dal mercoledì in poi vengono travolti anche loro dall’avvicinarsi della scadenza settimanale del venerdì, allorquando dovranno rendicontare ai superiori l’attività commerciale svolta. Pertanto, la professione di Consulente Finanziario (esercitata sia in forma indipendente che attraverso le reti di consulenza finanziaria) costituisce una validissima alternativa al canale della banca tradizionale, ed anzi si è affermata sempre di più fino a diventare un elemento fondamentale del Risparmio in Italia. Dal 1991, poi, essa viene disciplinata dalla legge e da continui aggiornamenti normativi, e presenta non pochi vantaggi per i risparmiatori: capacità di ascoltare la loro storia personale, grande attenzione alle sue esigenze ed alla sua propensione al rischio, disponibilità anche in orari e giorni inconsueti (se serve, anche la domenica) e profonda conoscenza della materia.  

Questo percorso storico del consulente finanziario che, dal secolo scorso arriva fino all’attuale ruolo di consulente “patrimoniale” (in grado, cioè, di erogare consigli su tutto il patrimonio, compreso quello immobiliare), è il risultato di una lunga evoluzione che, a partire dal 2008, grazie all’intervento di normative europee molto incisive, ha determinato la netta prevalenza dell’interesse del cliente-famiglia rispetto a quello commerciale o “di vendita” a cui questa categoria di professionisti era prevalentemente legata prima di allora. Pertanto, oggi è ancora più semplice rispondere alla domanda “come faccio a trovare un consulente finanziario affidabile?”. Innanzitutto, è bene precisare che, a parte i consulenti c.d. indipendenti  – che vengono pagati esclusivamente dal cliente, non sono legati ad alcuna banca o rete, ma sono ancora pochi in Italia – i consulenti appartenenti ad una rete (es. Banca Fideuram, Banca Generali, Banca Mediolanum, solo per citare quelle con il maggior numero di professionisti) rappresentano il 98% circa del totale dei professionisti del risparmio. Il loro lavoro si svolge, in linea teorica, all’interno di un conflitto di interessi, nel senso che possono distribuire solo gli strumenti di investimento presenti nell’offerta della banca a cui sono legati in via esclusiva. Pertanto, se vogliono affermare la propria indipendenza personale, devono dimostrarlo con i fatti. Per fortuna, le reti di consulenza non distribuiscono più “prodotti della casa”, se non in minima parte, avendo adottato da tempo un sistema che, allo scopo di mitigare al massimo il conflitto di interesse, prevede la distribuzione di strumenti finanziari prodotti da soggetti esterni (le c.d. società di gestione) non legati alle reti da alcun rapporto societario.

Detto questo, per sapere se il vostro interlocutore stia facendo i vostri interessi, potrebbe essere interessante conoscere la sua storia personale e professionale: se lui è tenuto a sapere tutto di voi (è fondamentale, come abbiamo detto, per non commettere errori in fase di scelta degli strumenti da utilizzare), perchè voi non dovreste conoscere tutto di lui?

Naturalmente, questo scambio vicendevole di informazioni si limiterà, se volete, ai dati sensibili e familiari, agli obiettivi di investimento (cosa fare del denaro, nel tempo), e non certo ai fatti afferenti alla sfera della vostra intimità personale. Identica cosa potrete fare voi: da quanto tempo fa questo lavoro? Quanti clienti gestisce e quale portafoglio complessivo? Che tipo di studi ed eventuali specializzazioni ha fatto? E’ sposato, ha figli? Vive vicino, nella sua città, o deve fare molti chilometri per venirvi a trovare? Lavora presso un ufficio proprio o dentro una filiale bancaria?

Statene certi: i professionisti del risparmio non hanno alcuna remora a raccontarsi, e chi non lo fa o mostra una certa riluttanza, potrebbe nascondere qualcosa.

Una volta acquisite informazioni così dettagliate, la relazione sarà basata su una posizione di pariteticità tra consulente e cliente, e capirete ancora meglio che tipo di rapporto professionale ed umano sarà possibile far nascere, stando bene attenti a rimanere sempre “connessi” al vostro patrimonio, e cioè a farvi dotare degli strumenti (es. home banking, rendicontazione periodica trasmessa direttamente dalla banca) che vi consentano, in totale autonomia, di verificare facilmente l’andamento dei vostri investimenti ogni volta che volete, con un semplice click.

A pensarci bene, questo metodo dovrebbe andar bene anche per scegliere qualunque altro professionista a cui potrebbe capitare di rivolgervi, dall’avvocato al commercialista all’ingegnere. Giusto?

Trading online, 9 su 10 perdono capitale. Trappola “mortale” per chi non osserva metodo e disciplina

Nel trading online, chi non usa rigorosamente metodo e disciplina sarà matematicamente destinato a perdere, così come lo scommettitore in un casinò, e alimenterà la schiera di quel famoso 95% di (sedicenti) investitori che perde il  capitale ma ricorda solo le vincite.

Articolo di Matteo Bernardi

Oltre il 95% di coloro che investono nei mercati finanziari sfruttando il trading online non riesce a chiudere in profitto le proprie operazioni sia nel breve che nel lungo periodo. Bisogna chiedersi, pertanto, quali sono i motivi per cui così tanti risparmiatori, che decidono di lanciarsi nell’investimento autonomo dei propri risparmi, non riescono ad ottenere risultati profittevoli.

Lasciando da parte la questione delle piattaforme non bancarie – su quelle non certificate incombe sempre il rischio di possibili truffe – in generale, operando con il proprio sistema di home banking, perdere ingenti somme di capitale in un’operazione di trading è molto facile anche per i più “esperti” (figuriamoci per quelli inesperti), ed il segreto di questa “disgrazia” è riposto in un principio elementare ma quasi sempre non tenuto nella dovuta considerazione: nei mercati finanziari la ricchezza non viene né creata né distrutta, bensì trasferita.

Da questa regola deriva una conseguenza altrettanto elementare: se circa il 95% di c.d. traders è destinato a perdere il proprio capitale nel lungo periodo, questo denaro verrà sistematicamente guadagnato dal restante 5%.

Ma esiste davvero qualcuno che, nel lungo periodo e indipendentemente dallo scenario macroeconomico che si presenta, riesce a chiudere costantemente in profitto? E quali sono le cause per cui la maggior parte di coloro che si approcciano in autonomia al mondo dei mercati finanziari non riesce a guadagnare una cippa oppure perde il proprio capitale? La risposta alla prima domanda è SI’, esistono traders che fanno di questa attività il loro mestiere principale, riuscendo a sfruttare a loro vantaggio la maggior parte dei movimenti che il mercato ogni giorno propone loro, ed a “farsi trasferire” – legittimamente, si capisce – risorse da coloro che, invece, le perdono maldestramente.

Molti concordano sul fatto che ciò che contraddistingue traders di successo dagli altri è l’atteggiamento con cui i primi si approcciano al mercato a differenza dei secondi. In particolare, i primi riescono a creare una sorta di “codice interiore di condotta” che consente loro di agire in modo equilibrato ed efficace in ogni situazione, rispettando rigorosamente due elementi fondamentali: metodo e disciplina. Con il primo si intende l’adozione di una precisa strategia, composta da limiti auto-imposti e da “piani alternativi” che non lasciano mai l’investitore senza sapere cosa fare in caso di possibili perdite. In particolare, egli dovrà assicurarsi di poter controllare alcune variabili e, prima di effettuare ogni movimento di acquisto/vendita, conoscere i segnali di entrata/uscita da un’operazione, quanto capitale investire su ogni singolo trading, quale è la perdita massima accettabile e quanto a lungo si terrà aperta la posizione.

Se il trader non osserva questo metodo con un certo rigore, non avrà mai pieno controllo del rischio. Al contrario, egli potrà minimizzare le perdite o, in segno contrario, massimizzare i profitti. Il pieno controllo di queste quattro variabili consente di evitare, sempre e comunque, la possibilità di subire gli effetti di situazioni in cui la perdita possa avere un impatto sul proprio capitale, tale da pregiudicare l’attività di trading complessiva.

In relazione alla disciplina, essa concerne il rigoroso rispetto del metodo che ci si impone di osservare e sul quale si fa pieno affidamento. Ciò comporta il controllo delle proprie emozioni, che sono alla base delle più grandi perdite della storia dei mercati finanziari. Infatti, mettere in pratica quanto detto finora è tutt’altro che scontato, perché il contrasto interiore tra la parte razionale e irrazionale della nostra mente spesso fa prevalere la seconda, la quale è preda dei naturali istinti dell’uomo, nel senso più antropologico del termine “istinto”.

In buona sostanza, una lotta contro la nostra stessa natura umana, che richiede la giusta dose di sacrificio attraverso il quale è possibile dominare i propri istinti, i propri impulsi e le proprie emozioni.  Questo accade ai traders più esperti, i quali sono consapevoli che non tutte le operazioni possono concludersi positivamente e, in virtù di ciò, si abituano a ragionare in maniera probabilistica, abituando la mente ad accettare che se una singola operazione si traduce in perdita, non è detto che le altre abbiano lo stesso esito, e che alla fine, conta il bilancio della giornata.

Nell’attività di trading non esistono né analisi tecnica né analisi fondamentale, ma solo probabilità. Infatti, imparare a ragionare sulla base delle probabilità conferisce l’unica possibilità di riportare i guadagni anche nel lungo periodo. In ogni caso, l’analisi del comportamento individuale è basilare per comprendere al meglio ciò che accade quando ci si lancia nel trading. Secondo la teoria più accreditata, molti investitori “credono” di essere dei traders, ma in realtà agiscono come dentro ad un Casinò, ottenendo le stesse probabilità di guadagno – e di perdita, soprattutto – di un giocatore d’azzardo. Invece, la differenza tra il trader ed il giocatore d’azzardo ricade proprio nel ruolo del casinò, nel quale i limiti posti sul singolo tavolo assicurano alla casa da gioco una forte redditività complessiva anche se qualche scommettitore dovesse vincere le sue giocate (evento che il casinò mette in conto ed accetta ben volentieri). Il casinò non prova alcuna emozione nel mettere in atto queste manovre, né si fa condizionare dalle piccole perdite che di tanto in tanto subisce. Invece, il giocatore d’azzardo si fa bruciare interiormente dalle proprie emozioni e in qualsiasi gioco in cui sfiderà il banco, indipendentemente dalla strategia utilizzata – ammesso che ce l’abbia – non sarà in grado di sconfiggerlo.

In parole povere, nel trading online chi non usa metodo e disciplina andrà incontro ad una “trappola mortale” per il suo capitale, e sarà matematicamente destinato a perdere, così come lo scommettitore in un casinò, alimentando così la schiera di quel famoso 95% di (sedicenti) investitori che nel lungo perdono capitale ma ricordano solo le vincite.

Chiunque voglia approcciarsi al trading online deve tener conto di questa similitudine, e cercare di ragionare sempre come il casinò, e non come il giocatore d’azzardo.

Chi non ne è capace o non se la sente, poco male: c’è sempre la vecchia cara Borsa Valori, con le sue azioni e obbligazioni, a rendere la vita da investitori meno rischiosa di quella del trader online; per quanto, anche lei, piuttosto movimentata di questi tempi.

Recovery Fund, un placebo franco-tedesco per mantenere l’Italia in cattivo stato di salute. Ecco perché

La proposta di Francia e Germania non è un vero aiuto e non risolve i problemi italiani. E’ come una pillola priva di principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto.

L’Italia è destinata a confermare, all’interno del modello economico voluto dalla Germania e dalla Francia fin dalla nascita dell’Unione Europea, il suo ruolo subalterno di “economia debole”, dalla quale attingere risorse, aziende e menti eccelse a beneficio delle “economie forti”. E’ questa la conclusione che si può ricavare – senza troppi giri di parole o particolare impegno mentale – dalle proposte di regolamento del c.d Recovery Fund, ossia di quel fondo che potrà contare su una dotazione pari a 750 miliardi di euro da distribuire ai paesi membri (cui si aggiungeranno i fondi del bilancio Ue 2021-2027, ossia altri 1.100 miliardi di euro). 

Secondo la proposta franco-tedesca, i soldi diretti ai paesi membri saranno costituiti in massima parte da contributi (fino a 500 miliardi), mentre per 250 miliardi si tratterà di prestiti che dovranno poi essere restituiti dai singoli paesi membri all’UE. In apparenza, si tratta di una cifra senza precedenti nella storia dell’UE, anche perché la raccolta dei fondi verrebbe effettuata tramite una emissione comune di bond con rating “tripla A”, con garanzia del bilancio UE, sui quali si pagheranno bassissimi tassi di interesse.

Finalmente una emissione di debito targato UE, si potrebbe dire. Il sogno del Premier Conte e di Gentiloni (e di molti altri), si potrebbe definire la soluzione prospettata, con grande sorpresa, da Francia e Germania.

Se le cose rimangono in questo modo, però, le misure proposte sono del tutto insufficienti per far fronte alla crisi italiana. Il nostro PIL, infatti, nel corso di quest’anno scenderà più o meno del 13%, per poi recuperare nel 2021 ma ampiamente al di sotto del livello pre-Covid. Facendo bene i conti, pertanto, verrà prodotta una quantità di ricchezza pari a circa 200 miliardi in meno rispetto al 2019, e per fronteggiare questo crollo servirebbero risorse aggiuntive pari almeno, appunto, ad altrettanti 200 miliardi tra il 2020 ed il 2021. Il Recovery Fund di edizione franco-tedesca, purtroppo, sarà disponibile solo a partire dal 2021, e verrà “spalmato” in due anni; così, per il 2020 e parte del 2021 dovremo contare soltanto sulle risorse proprie e sulle altre “pericolosissime” misure di emergenza (MES, SURE) che servono, da un lato, a mitigare gli effetti della crisi (SURE) o, dall’altro, a rafforzare un solo settore dell’Economia (MES), ossia quello sanitario. Nel 2021, infine, entrerà in vigore il Recovery Fund con gli 81 miliardi a fondo perduto (gli altri 90 miliardi saranno prestiti da restituire, pertanto non hanno il medesimo impatto dei primi), che di fronte ad una esigenza di almeno 200 miliardi sono già insufficienti a far fronte alla catastrofe economica in cui siamo precipitati dall’oggi al domani, facendo mancare all’appello circa 120 miliardi di fabbisogno a fondo perduto.

LEGGI ANCHE: Il Sud Europa in rovina nel dopo-Covid. Tocca al Nord evitare una nuova “Questione Meridionale Europea”

La proposta dell’UE, pertanto, non è un vero aiuto, e non risolve i problemi italiani. Piuttosto li aggraverà, mantenendo costante nel tempo l’attuale livello di povertà che affligge una larga parte della popolazione. Si tratta di una cura senza principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto, relegando solo la Lombardia e (in parte) il Veneto, tra tutte le regioni italiane, a godere degli stessi benefici economici garantiti a tutti i paesi del Nord Europa.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere in relazione alla riedizione storica, in salsa europea, della Questione Meridionale, il Recovery Fund sembra incarnarla perfettamente, nella sua natura di “non aiuto” destinato ad un paese, come l’Italia, da impoverire – ma non troppo – ed usare per il trasferimento delle migliori risorse economiche, imprenditoriali ed umane verso i paesi dominanti.   

Consulenti finanziari, la Gabanelli mette a nudo (senza saperlo) i limiti storici del mono-mandato

“…..è necessario calmare gli animi e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino in polemica. Infatti, se lo scenario non cambia presto si combatterà una lotta di sopravvivenza tra banche-reti e consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Se Milena Gabanelli, con la sua “entrata a gamba tesa” sul mondo della consulenza finanziaria, ha avuto un merito grandissimo (tra tanti altri), non è certo quello di aver fatto conoscere agli italiani la figura del consulente indipendente. La celebre giornalista d’inchiesta – probabilmente senza volerlo – ha scoperchiato una pentola dentro la quale cuoce a fuoco lento, da circa trent’anni, una questione da cui dipende tutta la fragilità dell’attuale modello di business: il vincolo del mono-mandato per i consulenti abilitati alle operazioni fuori sede (c.d. non autonomi). 

Per spiegare meglio i termini del problema anche ai risparmiatori più attenti  – quelli che leggono Patrimoni&Finanza e si interessano dell’affidabilità dei propri consulenti – raccontiamo in dettaglio la polemica scatenata dalla Gabanelli, e le reazioni che ne sono derivate. “Il mercato del risparmio è dominato dalle banche e dalle assicurazioni che hanno sempre venduto al cliente quello che era meglio per loro…. da qualche anno esiste però un’alternativa, quella dei consulenti puri…..dal dicembre 2018 esiste un albo, diviso in tre sezioni….la prima sezione è la più numerosa e conta…. 33.700 consulenti, gli ex promotori, che hanno un mandato da una rete o da una banca, e quindi vendono solo i prodotti che hanno in catalogo. Negli altri due elenchi dello stesso albo troviamo invece 268 consulenti autonomi e 38 società di consulenza”.

Queste, in sintesi, le parole della Gabanelli che hanno infuocato l’ambiente e risvegliato persino l’ANASF. Secondo il suo presidente, Maurizio Bufi, che ha replicato in rappresentanza degli oltre 12.000 iscritti all’associazione, la gestione del conflitto di interessi riguarderebbe tutti i settori dell’attività umana e “…ovviamente anche l’attività di consulenza finanziaria e di collocamento non sfugge a questa regola. Proprio per questo, il legislatore ha voluto gestire il conflitto di interesse in capo agli operatori dando delle indicazioni molto puntuali e molto precise, e cioè che questo venga risolto sempre e comunque nell’interesse del cliente…”. Bufi ha aggiunto che, in ogni caso, le reti di consulenza finanziaria hanno adottato il c.d. modello di architettura aperta (ossia quello che consente di vendere i prodotti finanziari di altre società di gestione, e non solo quelli “della casa”), che gestisce in modo efficace il conflitto di interesse.

Più concreta la posizione di Federpromm, per bocca del suo segretario Manlio Marucci, secondo il quale “il servizio di consulenza, indipendentemente dal modo in cui si esercita, manifesta una  esigenza specifica particolarmente sentita, come bisogno primario di protezione, da parte dei risparmiatori , che investono di tale ruolo il consulente finanziario, sia sul piano culturale che  di educatore familiare e patrimoniale. Prendere una posizione di parte così come  è stato espresso dalla stessa  ANASF  nei confronti di una giornalista, a cui si riconosce l’accuratezza e qualità dell’inchiesta, dimostra scarsa capacità di analisi e visione d’insieme dei ruoli svolti da tutte le figure professionali del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo che, in qualità di operatori iscritti ad albi od elenchi, oltre ad essere vigilati, hanno a cuore gli interessi dei risparmiatori e una maggiore trasparenza del mercato”. “ In realtà”, conclude Marucci, “la dialettica che ne è seguita non affronta temi sostanziali come l’inquadramento effettivo del consulente sul piano normativo e contrattuale, la ricongiunzione della previdenza obbligatoria, l’assistenza sanitaria e qualificata, i nuovi modelli organizzativi dettati  dall’applicazione delle tecnologie avanzate al settore”.

LEGGI ANCHE: 2020, come in “Ritorno Al Futuro”. Consulenti e professionisti alle prese con il proprio storytelling

Al fine di evitare che un importante dibattito, come quello generato dalla Gabanelli, si risolva nel solito fatto di cronaca finanziaria rapidamente dimenticato dagli interessati, bisogna aggiungere che la vicenda, se non altro, ha avuto il merito di toccare alcuni “nervi scoperti” che risulta impossibile curare senza effettuare interventi risolutivi.

Il primo è quello di una forte competizione – prima impercettibile – tra consulenti non autonomi e consulenti c.d. indipendenti, cui la nuova normativa e la MIFiD II hanno riconosciuto un ruolo più evidente e disciplinato rispetto ad un passato di semi-oscurità. Nonostante ciò, e malgrado un notevole incremento dei professionisti che operano su base autonoma, costoro sono ancora “compressi” numericamente per via di un sistema che premia il risultato commerciale rispetto a quello squisitamente professionale. Da qui una forte rivalità (in verità molto sentita solo dai consulenti su base autonoma, soprattutto verso le banche più tradizionali), che la MIFiD II ha reso più evidente e che oggi viene veicolata anche da messaggi pubblicitari qualitativamente comparativi (come quello dell’immagine, che ritrae la pubblicità di una delle SCF operanti nella consulenza indipendente).

Il secondo nervo scoperto è quello della presunta autonomia e indipendenza, oggi usata come cavallo di battaglia per affermare una sorta di “supremazia etico-culturale” di una categoria di consulenti verso l’altra, che si vorrebbe far dipendere dall’esistenza del conflitto di interessi – sempre presente, in teoria, nel sistema banca-rete, nonostante la c.d. architettura aperta cui fa riferimento Bufi – e che, invece, si rivela essere il risultato di una forzatura del sistema italiano, fondato sul vincolo di mono-mandato, che trae le sue origini dal 1990, e che fa dei consulenti non autonomi attori del tutto incolpevoli.

Il terzo “nervo” – molto importante – è legato alla impossibilità del consulente c.d. indipendente di poter controllare in prima persona la corretta esecuzione dell’investimento da parte del cliente. Infatti, all’interno di un sistema letteralmente dominato dalle regole di funzionamento delle banche-reti, il ruolo di questa importante categoria di professionisti è limitato a quello di “mero dispensatore di consigli di investimento”, con un limite importante nella parte esecutiva delle operazioni che viene lasciata, contro ogni logica professionale, agli operatori bancari o, in ultima istanza, allo stesso cliente più o meno “tecnologicamente evoluto”. In pratica, è come se ad un avvocato venisse concesso di scrivere le memorie di difesa, ma non di poterle depositare in cancelleria e/o di discuterne in udienza.

LEGGI ANCHE: Filantropia e investimento, 8 regole per coniugare progetti sostenibili e rendimento

La polemica di cui sopra, pertanto, ha un comune denominatore: l’inadeguatezza storica del vincolo di mono-mandato, imposto da una norma ormai desueta e, soprattutto, da un sistema giunto alla sua fase di declino, per il quale è necessario comprimere continuamente (succede ormai dal 2008) i margini economici dei consulenti finanziari, alzare l’asticella del portafoglio medio e causare la fuoriuscita di migliaia di validi professionisti per consentire alle banche-reti che ne fanno parte di sopravvivere e tenere in attivo il proprio conto economico.

Pertanto, appare necessario calmare gli animi, e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino affatto in polemica, alimentando così una inutile rivalità che distrae tutti dalla soluzione del vero problema (che non è certo la Gabanelli). Piuttosto, bisognerebbe prendere coscienza che, in questo preciso momento storico, quella che si sta combattendo è una lotta di sopravvivenza tra gli attori della distribuzione (le banche-reti) e la categoria dei consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti, entro dieci anni, debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio-sopravvivenza.

Il mondo dei consulenti non autonomi, peraltro, è strutturato come in “compartimenti stagni” dove i professionisti non comunicano tra loro nel quotidiano, e tutti loro non stanno beneficiando – chissà perché – di un indispensabile ricambio generazionale; pertanto, sembrano aver già perso la battaglia, a meno che non si sveglino dal torpore in cui vivono e, soprattutto, ritrovino unità d’intenti, magari facendo riferimento alle organizzazioni di categoria, esperte in tutela del lavoro, veramente indipendenti dagli interessi di parte dell’industria.

FORSE POTREBBE INTERESSARTI: I tre mesi che hanno cambiato la relazione tra consulente ed investitori. Partecipa all’intervista di P&F

La soluzione al problema c’è, ed è sotto i nostri occhi da almeno un secolo. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca e consulente. Questo modello di business comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente di questo modello, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia soltanto per quelli abilitati fuori sede (e non per gli indipendenti).

A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di continuare a prosperare – e ciò accadrebbe anche di fronte ad una scontata riduzione delle commissioni di gestione – ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella distribuzione e nel grado di prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (ormai in declino avanzato, anche per via della tecnologia) basato essenzialmente sulla distribuzione, trasformandolo in un modello di rete di consulenza vera e propria, in cui il vincolo di mono-mandato diventerebbe solo una opzione contrattuale, remunerata in modo specifico, a discrezione del professionista.

*direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Borse mondiali appese alle sorti del vaccino, Cina al centro dei portafogli di investimento

Lo scontro tra Cina e USA ha un non so che di grottesco. Dalla prima, infatti, è partita la pandemia, e gli USA sono la nazione con il maggior numero di contagi e di morti. Eppure le rispettive borse stanno andando meglio di tutte le altre.

A livello mondiale, la pandemia non accenna ad invertire la curva verso il basso, e se in Europa la situazione sta migliorando (al netto del Regno Unito, dove il picco del contagio sembra appena raggiunto), negli Stati Uniti e nell’America del Sud – Brasile, soprattutto – il Covid19 sembra inarrestabile. Nel frattempo, i dati provenienti dal continente africano sembrano incoraggianti, ma in realtà in quei paesi non esistono statistiche affidabili per via del sistema sanitario molto carente.

Pertanto, la crescita di nuovi casi, in tutti i paesi occidentali, è sotto il 2%, ed in Eurozona sotto l’1%. Questo dovrebbe essere un trend sufficiente a restituire una certa serenità, ma dobbiamo scontare i risultati di alcuni studi, secondo i quali gli individui positivi al Covid19 sono dai 5 a 10 volte quelli ufficiali, e la rimozione dei blocchi alla produzione industriale e alla distribuzione potrebbe portare un nuovo incremento dei contagi che, sicuramente, non avrà le caratteristiche della c.d. fase 1, ma sembra ineluttabile.

Le borse occidentali, pertanto, non ne beneficeranno, e saranno perennemente “appese” alle notizie sul vaccino, rimanendo molto volatili. Ad esempio, sono bastate le perplessità relative ai progressi verso il vaccino di Moderna per buttare giù l’S&P 500, lo scorso 20 Maggio, di circa un punto in pochi minuti. Si è trattato di un movimento perfettamente  proporzionato a quello accaduto una settimana prima, con lo S&P in grande spolvero sulla scia delle notizie positive relative al vaccino del Covid19, su cui si stanno impegnando aziende del calibro di Sanofi, Pfizer e Astrazeneca.

Anche in Cina diverse aziende sono impegnate in sperimentazioni sugli esseri umani – CanSino Biologics ha comunicato di aver iniziato la c.d fase 2 già ad Aprile. Proprio sulla Cina, con la sua capacità di ripresa della produttività nazionale dopo un “lockdown assoluto” – in verità solo di alcune aree, in particolare quella di Whuan – durato meno di due mesi, si stanno concentrando le attenzioni delle case di investimento di tutto il mondo, nonostante pochi giorni fa, con un timing quanto meno infelice, la stessa Cina abbia annunciato l’intenzione di introdurre una legge sulla «sicurezza nazionale» nel territorio semi-autonomo di Hong Kong, facendo temere nuove tensioni e determinando un crollo della borsa locale del 5.6% in una sola giornata.

Al di là di questa questione, però, alcuni elementi di fondo fanno comprendere il perché di questa preferenza verso il mercato azionario cinese, in cui la migliore performance dovuta all’uscita anticipata, rispetto ai paesi occidentali, dalla situazione di lockdown non è quella principale. Infatti, c’è un dato che sorprende, ed è quello relativo al peso della Cina sul PIL mondiale, passato dal 7,2% del 2008 al 15,8% di oggi (più che raddoppiato). A fronte di questa accelerazione così rilevante, però, la presenza delle aziende cinesi negli indici azionari mondiali non ha avuto la medesima velocità di penetrazione, ed esiste quindi un buon margine di crescita; da qui l’interesse delle società di gestione, che vedono uno scenario dove, tra i due attuali contendenti della leadership commerciale nel mondo, USA e Cina, potrebbe prevalere proprio la seconda.

Certo che, a ben vedere, tutto ciò ha un non so che di grottesco. Dalla Cina, infatti, è partita la pandemia e gli USA sono la nazione con il maggior numero di contagi e di morti; eppure le rispettive borse stanno andando meglio di tutte le altre. La circostanza si potrebbe spiegare con il fatto che in Cina l’economia è ripartita prima degli altri ed il contagio è praticamente sparito, mentre gli Stati Uniti hanno messo in campo misure straordinarie talmente imponenti da “imporre” l’ottimismo a Wall Street.  Però, mentre nel caso della Cina si sta andando avanti verso una ripresa strutturale del mercato finanziario, basata sulla produzione industriale e sull’export (ma anche sui consumi interni), negli USA la borsa appare come “drogata” da misure monetarie e fiscali senza precedenti nella storia, alle quali dovranno necessariamente seguire, pena il sorpasso definitivo da parte dei cinesi, i relativi progressi nell’economia reale.

La scommessa è ancora in corso ma, a giudicare dagli altalenanti umori di Trump, la Cina fa proprio paura.

Perché rivolgersi al Consulente Finanziario? La risposta è nel sistema emotivo binario. Parola di Coach

Chi è veramente il consulente finanziario, qual è la percezione che ha di sé stesso, e come viene  percepito il suo ruolo dai risparmiatori e dalla Società? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Sabrina Pellegrini, Psicologa, Coach e Consulente di Carriera con oltre venti anni di esperienza sul campo.

Perché una persona si rivolge al Consulente Finanziario? Per quali motivi ne richiede l’intervento? Queste domande, poste anni fa con l’introduzione della MIFID I, sono ancora molto importanti, soprattutto adesso che si parla della probabile uscita di una MIFID III che dia soluzione alle numerose difficoltà incontrate nel dare piena attuazione alle prime due.

La risposta a queste domande è di estremo interesse, poiché incide nel modo in cui il Consulente Finanziario decide di interpretare la sua professione e determina le modalità di intervento, dell’azione pratica e della quotidianità con i suoi clienti, risparmiatori od investitori che siano.

Le stesse domande, poste riguardo altri professionisti di diversa tipologia, determinano risposte scontate: una persona va dal commercialista perché vuole tenere in regola la sua contabilità; chi si rivolge ad un avvocato lo fa per difendere i propri diritti in un tribunale; un paziente va dal medico per ottenere un rimedio ai suoi malanni; chi prende appuntamento con lo psicologo lo fa per cambiare alcune abitudini che condizionano negativamente il suo rapporto con se stesso, l’altro o il mondo. Lavoro da 20 anni come Coach e Consulente di Carriera, ed ho parlato con oltre 37.000 persone attraverso sessioni di gruppo e/o individuali; eppure, se torno al Consulente Finanziario, non trovo una risposta scontata all’interrogativo di partenza.

Qualcuno potrà affermare che si chiede l’intervento di un Consulente Finanziario quando si hanno dei risparmi da proteggere e/o da investire, oppure quando si cerca sicurezza per il proprio futuro e maggiore benessere nel rapporto con il denaro e gli obiettivi. Vista così, ecco che la Consulenza Finanziaria diventa un vero e proprio “servizio alla persona”, affine a quello di un buon tecnico che aiuta a risolvere un problema di natura gestionale (in ambito finanziario), e non più quello di un mero venditore che supporta l’acquirente nella scelta del prodotto migliore in campo previdenziale o speculativo, peraltro all’interno di un contesto di conflitto di interessi mai sufficientemente chiarito.

Ma c’è di più, molto di più. Una critica sommaria mostra che, ad esempio, l’assimilazione del Consulente Finanziario ad un tecnico che applica, su richiesta, strumenti e procedure di analisi e di studio dei mercati, al fine di rintracciare il prodotto migliore, non regge, poiché in questa come nelle altre affermazioni non si tiene conto che la performance finanziaria complessiva risiederà soprattutto nelle scelte e nel comportamento del cliente, e che per questo essa non potrà essere sganciata dall’oggetto della consulenza.

FORSE POTREBBE INTERESSARTI: I tre mesi che hanno cambiato la relazione tra consulente ed investitori. Partecipa all’intervista di P&F

Non a caso Daniel Kahneman ha messo in guardia il settore finanziario dal perseverare nell’ignorare l’importanza delle emozioni, quando si parla delle scelte dei risparmiatori, e per questo ha ottenuto il Premio Nobel per l’Economia nel 2002; e che 15 anni dopo lo stesso prestigioso riconoscimento è stato assegnato a Richard Thaler per le ricerche volte a determinare cosa sia una buona architettura della scelta quando ci sono di mezzo gli investimenti e il denaro. Pertanto, parlare dell’importanza che ricoprono le emozioni nell’architettura di una scelta consapevole e sostenibile in materia finanziaria, significa di fatto affermare che sono i comportamenti dei risparmiatori a decretare il successo nelle performance finanziarie dei propri portafogli di investimento, e non i prodotti in quanto tali e/o la bravura dei singoli gestori.

Per esperienza, posso dire che le possibili percezioni del lavoro del Consulente Finanziario, probabilmente quelle più diffuse e comuni, si possono sintetizzare con due espressioni: l’amico dalla mia parte o lo sconosciuto di cui diffidare; in ogni caso colui che possiede delle preziose informazioni.

Nelle sessioni di lavoro da me svolte negli anni, attraverso colloqui di coaching o negli incontri sulla consulenza di carriera, ho ascoltato diverse definizioni/percezioni del ruolo di Consulente Finanziario; quella più amata dai consulenti amici dei numeri è quella del tecnico che sa e che applica, entro le più disparate situazioni e con i fini più diversi (di previdenza, di gestione del capitale o di protezione del risparmio dall’inflazione), il proprio strumentario su richiesta del cliente; mentre il ruolo implicito di “consulente commerciale” è senza dubbio quello dato per scontato tra i dirigenti di molti istituti, dove non a caso si parla ancora di “rete distributiva e di vendita”, e solo negli ultimi tempi – ma solo per i media – di “rete di consulenza” e di “responsabile della relazione col cliente”.

Esiste un modello alternativo alle due estreme posizioni appena descritte?

Se esaminiamo la professionalità del Consulente Finanziario all’interno di un modello di lettura di matrice psicologica, tenuto conto della mia esperienza sul campo e dei contributi degli illustri colleghi esperti di finanza comportamentale, possiamo dare una risposta molto semplice alla domanda iniziale “Perché una persona si rivolge al Consulente Finanziario?”: Perché il Consulente Finanziario esiste, come è vero che esiste un problema quando si deve decidere come investire il denaro!

Questa risposta si fonda su un elemento cruciale nella storia del ruolo di consulente finanziario, e cioè quello secondo cui la sua professione non ha ancora una lunga e consolidata tradizione, tale da consentire una domanda (ed una risposta) coerente con le diverse competenze che vengono richieste e che il suo intervento può offrire.

FORSE POTREBBE INTERESSARTI: Consulenti, il futuro è nella specializzazione delle competenze. Intervista a Massimo Scolari

Infatti, la competenza del Consulente Finanziario si applica ai criteri, alle emozioni, alle motivazioni, ai problemi che portano a cercare la vostra consulenza e che come tale può essere analizzata, compresa ed interpretata solo all’interno della stessa relazione di consulenza tra cliente e persona a cui il cliente pone delle domande. Analizzare la richiesta di questo servizio, la necessità che ha determinato il costituirsi di questo incontro, comporta necessariamente l’idea che durante questo scambio di informazioni vengono trasmessi dati e particolari conoscitivi non scontati, e passano di mano in mano elementi di conoscenza del contesto del cliente, del suo modo di pensare a se stesso, al denaro e ai suoi problemi di gestione economica, che non sono così facilmente esprimibili attraverso mere raccolte di indicatori numerici, per così dire digitali e quindi meramente razionali.

Ogni relazione ed incontro di consulenza – lo indica chiaramente il termine scelto – si lega all’idea di uno scambio di natura intima, che implica l’utilizzo di strumenti empatici, come l’ascolto, l’accoglienza, il sostegno e l’aiuto, si connette al mondo emotivo del cliente, sia esso un risparmiatore, un investitore o un cliente alla ricerca di buoni prodotti. L’abilità di un Consulente Finanziario sta quindi anche nel decodificare tali messaggi lanciati dentro una bottiglia in mezzo al mare, per creare e garantire la possibilità – grazie alla relazione creata – di assicurare al cliente quel “comportamento performante” che travalica la semplice performance del prodotto finanziario e non può prescindere da un’azione di formazione/educazione finanziaria e di considerazione del vissuto emozionale suscitato dal denaro.

Se è vero – ed è vero! – che il comportamento del cliente determina la performance del suo portafoglio, usando una similitudine di carattere sportivo potremmo dire che la capacità del consulente di leggere e decodificare la dinamica relazionale ed emotiva che il cliente innesca con lui ad ogni incontro sia l’undicesimo giocatore in campo. Definire il grado di preparazione del risparmiatore/investitore in materia finanziaria, il saper riconoscere le dinamiche emotive che legano le persone al denaro sono componenti rilevanti nel processo di consulenza, poiché profondamente legate al rapporto che ognuno ha con la realtà.

LEGGI ANCHE: 2020, come in “Ritorno Al Futuro”. Consulenti e professionisti alle prese con il proprio storytelling

Questo discorso andrebbe ripreso in altre sedi – che permettano una trattazione più diffusa – tuttavia è bene ricordare che, prima dell’esplosione della pandemia, venivamo da 10 anni eccezionali in ambito finanziario, caratterizzati da un forte trend positivo, mentre nei prossimi mesi dovremo affrontare situazioni più complesse e difficili determinate dalla fase post-COVID19, dove le azioni per garantire la stabilità delle monete metteranno a dura prova molti soggetti. Pertanto, vorrei dare una indicazione pratica che prende le mosse da tutto ciò che ho analizzato e proposto fin qui: se è vero – come è vero – che ogni individuo viene orientato dalle emozioni per stabilire che azioni intraprendere, e che le emozioni orientano la ricerca di soluzioni efficaci ai problemi e “volontà amorevole” anche da parte del consulente, è anche vero che ognuno di noi utilizza, di fatto, un Sistema Emotivo Binario. Infatti, come per trasmettere e decodificare le istruzioni è necessario usare infinite serie numeriche di cifre composte esclusivamente da 1 e 0, alla base della elaborazione cognitiva ci sono solo due tipi di sensazioni:

– quelle piacevoli (+), e

– quelle spiacevoli (-).

Sabrina Pellegrini

Le emozioni generate da questo sistema possono essere autentiche, e cioè frutto di un’esperienza che si sta consumando nel presente, o strumentali (emozioni-parassita, in un certo senso), frutto di una visualizzazione di eventi non ancora accaduti, effettuata allo scopo di anticipare il futuro, o frutto del rivivere con il ricordo eventi oramai passati.

Per questo è molto utile iniziare ogni incontro con il vostro cliente chiedendo apertamente se l’appuntamento è stato chiesto per raggiungere un obiettivo (+), oppure risolvere un problema (-), e da lì iniziare il viaggio verso rotte migliori.

Consulenti, il futuro è nella specializzazione delle competenze. Intervista a Massimo Scolari

“Ad oggi in Italia si stima che solo il 10% delle famiglie sia assistito da una consulenza finanziaria professionale. Ciò significa che il 90% dei risparmiatori italiani non riceve un’adeguata assistenza nelle proprie scelte di investimento… Se i colleghi consulenti abilitati all’offerta fuori sede vorranno valutare l’opportunità di intraprendere scelte professionali diverse dal passato, noi siamo qui per aiutarli”.

Con l’esplosione della pandemia di Covid19, molti nodi stanno venendo al pettine nel mondo della consulenza finanziaria. In particolare, mentre l’industria del Risparmio Gestito continua a macinare (nonostante i vari lockdown) risultati di raccolta assolutamente soddisfacenti, la “mano operativa” dei consulenti finanziari, complice la permanenza forzata presso le mura domestiche nella c.d. Fase Uno, ha cominciato ad interrogarsi seriamente sul futuro della professione.

Sul tavolo, per molti di loro, rimangono ancora oggi domande finora senza risposta; ne abbiamo poste alcune al dott. Massimo Scolari, Presidente di Ascofind (www.ascofind.it), Associazione per la Consulenza Finanziaria Indipendente, con sede a Milano.

La pandemia del Coronavirus, e i profondi cambiamenti nell’attività professionale indotti dai vari lockdown, sembrano aver scoperchiato un “vaso di Pandora” come nemmeno la MIFiD II era riuscita a fare, e aumentato l’attenzione di clienti e consulenti non autonomi verso la Consulenza Indipendente. Quanto, secondo lei, tutto ciò potrà influire sulle future scelte dei professionisti di oggi, e quali altri elementi potranno sollecitare un “cambio di abito” nei colleghi delle reti?

Partirei da una considerazione di carattere generale. Ad oggi in Italia si stima che solo il 10% delle famiglie sia assistito da una consulenza finanziaria professionale. Ciò significa che il 90% dei risparmiatori italiani non riceve un’adeguata assistenza nelle proprie scelte di investimento. Non sarebbe un grosso problema se gli investitori fossero dotati di adeguate conoscenze ed esperienze in materia finanziaria, tali da consentir loro di agire in autonomia sui mercati. Purtroppo, sappiamo che così non è. Il livello di educazione finanziaria in Italia, nonostante i lodevoli sforzi, continua ad essere estremamente basso e insufficiente. Tra i due fenomeni, ossia tra la scarsa diffusione della consulenza e l’insufficiente educazione finanziaria, a nostro avviso vi è un legame stretto: solo una crescita della consulenza finanziaria può garantire nel tempo un’effettiva crescita della cultura in materia di investimenti presso i risparmiatori. Ascofind si è battuta per 10 anni affinché anche in Italia venisse riconosciuta la consulenza finanziaria indipendente consentendo l’iscrizione ad un Albo, obiettivo che è stato raggiunto alla fine del 2018. Da quel momento, oltre ad accogliere i consulenti indipendenti, si è offerta a tutti i consulenti finanziari l’opportunità di svolgere la propria professione non più in un unico modo (lavorando come dipendenti o agenti di un intermediario mandante), ma potendo scegliere tra due modalità alternative entrambe disciplinate dalla normativa e vigilate dall’OCF. Noi non abbiamo mai pensato, e neppure ora lo pensiamo, che lo sviluppo della consulenza indipendente vada a sostituire la realtà attuale e consolidata delle reti di consulenti. Riteniamo invece che il contributo dei consulenti indipendenti e delle SCF si aggiunga all’offerta di consulenza esistente al fine di ampliare il mercato della consulenza e di consentire una maggiore concorrenza tra i modelli di servizio a favore degli investitori. Se i colleghi consulenti abilitati all’offerta fuori sede vorranno valutare l’opportunità di intraprendere scelte professionali diverse dal passato, noi siamo qui per aiutarli.

Ad oggi non sappiamo ancora quanto durerà questa situazione di emergenza e distanziamento sociale, che limita non poco l’attività di relazione consulente-cliente. Sarà  possibile abituare i risparmiatori ad effettuare incontri da remoto, e nello stesso tempo  dare continuità e qualità alla relazione?

Noi tutti speriamo che questa situazione di emergenza finisca al più presto. Ma siamo anche convinti che ciò che è avvenuto e le prassi a cui siamo stati costretti nella fase di lockdown avranno molteplici effetti strutturali. È indubbio, ad esempio, che l’accesso alla rete per comunicare, effettuare acquisti di beni e servizi, gestire i pagamenti ha avuto un’accelerazione formidabile in questi mesi e indietro non si tornerà. Cambiano le abitudini di acquisto dei consumatori e dei risparmiatori. Attraverso la rete diventa più facile effettuare confronti tra diversi provider di beni e servizi. Il settore bancario e finanziario, che ha basato per lungo tempo la propria strategia commerciale sul presidio del territorio, dovrà rapidamente riconvertirsi se vorrà mantenere le proprie quote di mercato.

Come vede la professione di consulente finanziario indipendente tra dieci anni?

Tra dieci anni il ricambio generazionale nel mondo dei consulenti sarà avvenuto e i nuovi consulenti finanziari saranno, in maggioranza, i ragazzi che oggi stanno uscendo dalle università, persone nate alla fine degli anni 90. Dotati in media di un livello di formazione accademica superiore agli attuali consulenti e da una familiarità con l’utilizzo delle applicazioni tecnologiche e dei social media. I mercati e i prodotti finanziari saranno probabilmente ancora più complessi di quanto lo siano ora e ci sarà bisogno, per i nuovi consulenti finanziari, di una forte specializzazione delle competenze.

LEGGI ANCHE: Risparmio, nessuna fuga dei clienti durante la fase 1. Consulenza indipendente, mano tesa ai colleghi delle reti

Nel modello di consulenza c.d. Anglosassone il cliente, la banca depositaria ed il consulente collaborano tra loro. Infatti,  il cliente sceglie sia la banca presso cui depositare il denaro che il consulente esterno a cui affidarne la gestione, mentre il consulente opera in maniera indipendente (senza vincolo di mono-mandato) e senza conflitto di interesse, controllando direttamente l’esecuzione delle operazioni inviate alla banca dal cliente. Secondo lei, si tratta di un sistema valido? E se sì,  potrebbe funzionare anche il Italia?

Molti tra i consulenti finanziari indipendenti e le società di consulenza finanziaria svolgono già il proprio servizio in questo modo. Forniscono, in assenza di conflitti di interesse,  raccomandazioni di investimento ed effettuano un monitoraggio – molto spesso richiesto dal cliente – sull’esecuzione delle operazioni di acquisto e di vendita da parte dell’intermediario scelto dal cliente. In Italia abbiamo però una limitazione normativa che ci distingue da altri paesi europei. Ossia il consulente finanziario, nonostante la Direttiva Mifid lo consenta, non è autorizzato a ricevere gli ordini di investimento del cliente e trasmetterli all’intermediario. La ricezione e trasmissione degli ordini è un servizio di investimento che in Italia è riservato agli intermediari. Ne consegue che il cliente, dopo aver ricevuto la raccomandazione di investimento da parte di un consulente indipendente, deve di persona trasmettere l’ordine alla propria banca depositaria, incontrando a volte ostacoli di  carattere operativo. La nostra Associazione si batte perché venga ampliato il perimetro legale di attività dei consulenti autonomi e delle SCF consentendo di prestare anche il servizio di ricezione e trasmissione degli ordini dei clienti.

Negli ultimi tre mesi abbiamo assistito ad un aumento esponenziale della formazione online, la quale, nei suoi contenuti, è rimasta sostanzialmente uguale al periodo pre-Covid, soprattutto per i consulenti non autonomi. Come cambierà qualitativamente  la formazione al consulente nei prossimi anni e, in particolar modo, chi se ne farà carico? 

La formazione è stata a lungo un’attività sottovalutata, anche nel settore bancario e finanziario. È stata spesso trattata come una Cenerentola, un mero adempimento normativo e formale a cui attribuire un’importanza assai relativa. Nel nuovo mondo nel quale entriamo la crescita generalizzata delle conoscenze e competenze e la diffusione di saperi specialistici rappresentano un carattere distintivo dei soggetti che staranno sul mercato e cresceranno e quelli che verranno messi da parte. Ascofind organizza corsi di formazione e di aggiornamento professionali sia per i consulenti autonomi che per il personale addetto alla consulenza  nelle Sim e nelle Sgr. È un’attività ormai diventata per noi prevalente come impegno di tempo e di risorse. Ma è anche una bellissima esperienza di crescita culturale e professionale.

Quali obiettivi si prefigge il corso Ascofind 2020? 

Il corso di formazione che svolgiamo tramite webinar a favore dei consulenti autonomi e delle SCF consente ai partecipanti di adempiere agli obblighi di aggiornamento professionale previsti dal Regolamento della Consob. Siamo al secondo anno del corso e le materie trattate diventano sempre più approfondite. Alla fine del corso svolgiamo di persona (non attraverso i video-games che oggi vanno così di moda) una prova valutativa individuale per verificare il grado di apprendimento di ogni singolo consulente. È una bellissima esperienza formativa anche questa, sia per il consulente che si fa valutare che per il docente che riesce a verificare i risultati del proprio lavoro.

LEGGI ANCHE: I tre mesi che hanno cambiato la relazione tra consulente ed investitori. Partecipa all’intervista di P&F

Filantropia e investimento, 8 regole per coniugare progetti sostenibili e rendimento

Con l’evolversi della crisi, nei prossimi due anni la Filantropia dovrebbe seguire alcune regole per realizzare progetti sostenibili e massimizzare  il rendimento di portafoglio con cui finanziarli. In ogni caso, qualunque ente benefico ha la necessità di avvalersi di uno o più professionisti, tra i quali rientra certamente il consulente finanziario.

Il legame tra la Filantropia (dal greco antico: φιλία, philía, “amicizia” e ἄνθρωπος, ànthrōpos, “uomo”) e gli investimenti non sempre viene colto con immediatezza dal mondo della finanza. In particolare, non sono molti i consulenti finanziari che, in Italia, si avvalgono di una specifica competenza in questa materia così importante che, al contrario, potrebbe costituire una validissima opportunità per l’inizio di nuove relazioni professionali e per l’apertura di nuovi mercati di pregio

Per meglio chiarire questo legame, è sufficiente rifarsi al significato più profondo del termine “Filantropia”, con il quale si intende quella particolare disposizione d’animo, propria di un individuo o di gruppi organizzati, a promuovere la felicità ed il benessere del prossimo attraverso la programmazione e realizzazione di opere strumentali al raggiungimento questi obiettivi. Pertanto, sia al momento della loro costituzione sia durante la loro vita, fondazioni, associazioni onlus ed enti benefici effettuano una costante raccolta di capitale, da parte di donatori individuali e/o aziende, che non verrà “distribuito” ai soggetti deboli beneficiari, bensì investito in maniera professionale per trarre il massimo rendimento possibile, con il quale finanziare i progetti in grado di poter raggiungere il numero più alto possibile di destinatari finali.

Il c.d. capitale di funzionamento, quindi, non viene intaccato, se non parzialmente ed in casi di eccezionale gravità ed urgenza, ed anche in questi casi è compito dell’ente benefico, e dei suoi organi dirigenti, di ricostituirlo al più presto con altre donazioni (anche personali).

Da quanto delineato finora discendono una norma generale ed un paio di corollari di fondamentale importanza e, in un certo senso, sorprendenti: il patrimonio di un ente benefico deve essere gestito con criteri volti alla prudenza ed alla trasparenza (norma generale), ma potrà essere investito anche in asset non esclusivamente conservativi, ricomprendendo anche quelli azionari, sebbene in percentuale moderata (primo corollario). Un secondo corollario può essere individuato nella necessità, per un soggetto filantropico, di avvalersi di uno o più professionisti, tra i quali rientra certamente il consulente finanziario.

Il periodo che stiamo vivendo, ed i lockdown mondiali conseguenti, hanno creato veri e propri sconquassi di portafoglio anche per gli enti di questo particolare settore, mettendo a repentaglio i progetti benefici su cui essi stavano lavorando e, in molti casi, dirottando le risorse finanziarie verso l’emergenza del contagio, che ha colpito le fasce più deboli della popolazione mondiale.

Molti filantropi, ai massimi livelli, si sono fatti avanti per dare un sostegno alla Ricerca, come il fondatore di Microsoft, Bill Gates, che ha dichiarato di essere pronto ad assumersi i costi della produzione di un vaccino contro il Coronavirus; ma non personalmente – anche se certamente sarà tra i più generosi donatori in denaro – bensì attraverso la fondazioneBill and Melinda Gates”, la più ricca fondazione privata al mondo, fondata nel 2000 insieme alla moglie, mediante la quale aiuterà le istituzioni mondiali a trovare i soldi necessari perché, una volta messo a punto il vaccino, sia possibile produrlo su larga scala, in modo da coprire le necessità di tutti i paesi. In un’intervista al Times, Gates ha detto che “…è come una guerra mondiale, tranne che per il fatto che stiamo tutti dalla stessa parte”. In Europa, invece, si è messa in moto la macchina filantropica per finanziare la ricerca e trovare quanto prima una cura ed un vaccino. In particolare, con il patto europeo  “World against Covid-19” – ideato dalla Commissione Ue e presentato con una lettera aperta firmata dalla Merkel, da Macron, da Conte, dal presidente del consiglio europeo Michel, dalla premier norvegese Solberg e da Ursula von der Leyen – è nato un organismo per raccogliere almeno 7,5 miliardi di euro e destinarli alla Ricerca. 

LEGGI ANCHE: Le donazioni non si improvvisano. Dal caso Zonin un monito per chi si occupa di tutela del patrimonio

Sul fronte dei metodi di investimento, vista la grande incertezza in cui si continuerà a vivere anche nei prossimi mesi, le fondazioni filantropiche dovrebbero concentrare i loro sforzi per raggiungere alcuni obiettivi: a) minimizzare l’impatto della pandemia nei loro portafogli di investimento per mitigare quello che potrebbe essere un periodo gravemente afflittivo dal punto di vista economico; b) mantenere un livello stabile delle donazioni o aumentarle; c) conseguire significativi rendimenti finanziari durante la ripresa e d) approfittare dei profondi cambiamenti dei costumi dettati dalle circostanze, gettando le basi per un’economia futura resiliente e, soprattutto, equa.

Con l’evolversi della crisi, nei prossimi due anni la Filantropia dovrebbe seguire alcune regole per massimizzare sia i progetti sostenibili che il rendimento di portafoglio con cui finanziare i primi.

LEGGI ANCHE: Risparmio, nessuna fuga dei clienti durante la fase 1. Consulenza indipendente, mano tesa ai colleghi delle reti

1 – Supportare al meglio le aziende partecipate, e quindi mettersi in contatto con esse per capire meglio come la situazione in evoluzione influisce sulle loro attività; ma anche per rassicurarle che l’ente benefico continuerà ad essere una fonte di capitale paziente e flessibile, apportando, se serve, nuove risorse.

2 – Ritardare i pagamenti di interessi sul debito e posticipare le scadenze dei prestiti.

3- Per gli investimenti in titoli di debito, prolungare i periodi di prestito o rinunciare temporaneamente ai pagamenti di interessi per aiutare gli investitori a gestire il flusso di cassa e creare riserve per le soluzioni dei problemi (o per il finanziamento di progetti proficui) a breve termine.

4 – Aiutare le partecipate ad accedere al capitale di credito offrendo garanzie, al fine di rafforzare i loro bilanci, migliorare il profilo e sbloccare il capitale commerciale.

5 – Fornire capitale attraverso prestiti ponte, che possono aiutare le partecipate a mantenere i processi operativi (es. il pagamento dei salari per la manodopera).

6 – Cercare le nuove opportunità che i periodi di crisi sono capaci di creare, come contribuire a sviluppare un vaccino, creare un accesso continuo a cibi sani in comunità con risorse insufficienti o rafforzare i sostegni di capitale per le piccole imprese.  

7 – Finanziare aziende innovative/startup, perché la crisi creata dal Covid19 scatenerà sicuramente idee imprenditoriali innovative per la costruzione di infrastrutture sostenibili e nuovi servizi sanitari.

8- Prestare molta attenzione alle pratiche eque. Le comunità con risorse insufficienti sono le più bisognose in questo momento, ed anche in tempi normali hanno meno probabilità di attrarre capitali di investimento. Pertanto, gli enti filantropici dovrebbero assicurarsi di finanziare una serie diversificata di imprenditori per aiutare a costruire un’economia “per tutti”, in grado di assorbire gran parte delle richieste di lavoro provenienti da tutti gli strati della popolazione.

 

Bye bye Germania. Tedeschi vicini alla “soluzione finale” della Questione Europea?

Dopo la sentenza della sua Corte federale, la Germania potrebbe salutare tutti ed uscire dall’UE, portando con sé un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di privilegi finanziari  e di guerra  commerciale condotta, in maniera disinvolta, contro i propri alleati dell’Unione. 

Di Massimo Bonaventura

La “Questione Europea”, esplosa improvvisamente con l’arrivo della pandemia, ha preso un inaspettato abbrivio la scorsa settimana, allorquando la Corte federale tedesca ha sancito, in estrema sintesi, che il diritto nazionale della Germania prevale su quello europeo, spingendosi fino a dare una sorta di ultimatum all’Unione Europea ed alla BCE, le quali avrebbero dovuto spiegare, entro tre mesi, in che modo il programma di Quantitative Easing sarebbe stato rispettoso della costituzione tedesca.

L’abbrivio è continuato fino a ieri, quando Ursula von Der Leyen, rispondendo ad una lettera dell’eurodeputato tedesco Sven Giegold, ha dichiarato che “…la recente sentenza della Corte costituzionale federale solleva questioni che toccano il nucleo stesso della sovranità europea, ma la politica monetaria dell’Unione è una competenza esclusiva comunitaria, ed il diritto dell’Ue ha la precedenza sul diritto nazionale”. Inoltre, ha proseguito la Von Der Leyen, “la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha sempre l’ultima parola sul diritto dell’Ue e le sue sentenze sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali”.

Infine “….Prendo questa questione molto sul serio. La Commissione sta attualmente analizzando in dettaglio la sentenza di oltre 100 pagine della Corte costituzionale federale tedesca, e sulla base dei risultati di quest’analisi, stiamo prendendo in considerazione possibili passi successivi, incluse le procedure di infrazione”.

Dietro la sentenza della Corte federale tedesca, accolta con finta rassegnazione dal governo conservatore della Merkel, pare ci sia il desiderio di una soluzione inaspettata della “questione europea”: l’uscita della Germania dall’UE, insieme ad un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di guerra finanziaria e commerciale perpetrata allegramente ai propri alleati dell’Unione, ai quali va rimproverato la passiva accettazione dell’enorme surplus tedesco, contrario alle regole fondanti dell’Unione e mai fatto valere, per timore verso il paese dominante, in tutte le sedi europee. 

LEGGI ANCHE: Eurozona, italiani con le ossa rotte. Ce lo dice lo spread di reddito

Ebbene, questo “paura dell’abbandono” sembra trovare nei fatti degli ultimi tre mesi un riscontro notevole. Infatti, l’ipotesi – di stampo solo apparentemente complottistico – di una uscita della Germania non è così lontana dalla realtà. Non è un mistero, infatti, che gli esponenti di spicco del partito conservatore tedesco (quello che regge la poltrona della Merkel) accarezzino da almeno due anni la possibilità di una “Germanexit” dall’Unione Europea, da realizzare adesso per via della raggiunta potenza economica neanche immaginabile soltanto venti anni fa, ed il comportamento ostruzionistico adottato nei momenti più tragici della pandemia, oltre ad essere stato deprecabile, dimostra oltre ogni dubbio che gran parte degli schieramenti politici tedeschi non hanno più alcun interesse a che il loro Paese rimanga in Europa. Adesso, forti dell’impedimento interno creato dalla sentenza della Corte federale, tutti loro mandano un messaggio chiarissimo: il primato della Corte di Giustizia Europea nell’interpretazione del diritto comunitario, ed il carattere vincolante che le decisioni della stessa hanno su tutte le corti nazionali, valgono per tutti tranne che per la Germania; se questo non sta bene, i tedeschi saranno “costretti” ad andare via, magari in compagnia della fedele Olanda di Rutte.

Del resto, dopo la sospensione del Patto di Stabilità – un vero e proprio “totem” per i paesi fondatori dell’UE – si è cominciato a respirare un clima da “liberi tutti”, che evidentemente è piaciuto molto anche all’Establishment tedesco. Per chi non ha ben presente la questione, derogare al Patto di Stabilità significa, di fatto, sospendere l’insieme di regole – trattato di Maastricht: limite di deficit/Pil al 3% e debito sotto il 60% della ricchezza nazionale – che governano dal 1997 le politiche di bilancio degli Stati membri e che sono state allargate nel corso degli anni successivi fino a giungere al famigerato Fiscal Compact.

Se così fosse, si tratterebbe di una “soluzione finale” dell’Unione Europea, generata questa volta senza alcun genocidio, ma con una dose di cinismo politico sufficiente a determinare, con un solo colpo, l’assassinio del sogno europeo che decine di milioni di suoi abitanti hanno coltivato, inutilmente, per due decenni.

Allora, se così deve essere, bye bye Germania; e, probabilmente, addio Europa.

Risparmio, nessuna fuga dei clienti durante la fase 1. Consulenza indipendente, mano tesa ai colleghi delle reti

Come stanno reagendo clienti, reti e consulenti agli effetti del Covid19 sui mercati? Il mondo della consulenza indipendente lancia un invito ai colleghi delle banche-reti:  il momento per fare una scelta professionale è adesso. Verso un modello anglosassone di consulenza finanziaria?

L’esperienza della pandemia, oggettivamente, ci mancava, e con essa possiamo dire che l’umanità stia compiendo un passo avanti nella conoscenza dei propri limiti e nella consapevolezza della priorità di alcuni valori irrinunciabili. la nostra vita ha fatto i conti, nel breve volgere di pochi giorni, con una rapida escalation degli eventi, e se qualcuno, a gennaio 2020, vi avesse detto che, per esempio, nei successivi tre mesi avreste provato piacere nel fare due passi attorno all’isolato, o salutato come una vittoria il poter far visita ad un parente, lo avreste preso per matto.

Alcuni elementi sono emersi con forza. In particolare, la pandemia – che è ancora in corso – ha confermato che, in una elementare scala di valori del genere umano, la salute viene prima del denaro. La riprova è nel comportamento dei risparmiatori i quali, di fronte agli effetti più gravi scatenati dal Covid19 sui mercati, non hanno opposto alcuna fuga irrazionale, bensì una composta comprensione del momento generata – appunto – dalla fortissima paura per la propria salute.

I risultati di periodo confermano quanto sopra: i riscatti hanno colpito meno dell’1% del patrimonio gestito complessivamente dalle case di investimento, ed i flussi in uscita hanno riguardato soprattutto le gestioni collettive di tipo aperto. Ed anche la fase 2 vede un clima complessivamente sereno, a cui ha contribuito certamente la capacità dei professionisti di rimanere accanto ai clienti anche nei momenti più gravi, assicurando una sorta di “prossimità remota” che proprio i clienti hanno apprezzato.

Nonostante ciò, mentre il Governo ha concesso per la prima volta un (molto) parziale allentamento delle misure contenitive – che oggettivamente crea soltanto l’illusione di un ritorno alla normalità – non tutto appare così grave nel mondo della consulenza finanziaria, sia per i segnali provenienti dalle reti sia, soprattutto, per il comportamento generale dei clienti. Infatti, secondo uno studio condotto da McKinsey & Co. per Anasf, emerge anche che pochissimi risparmiatori si sono resi più liquidi, sebbene sia cresciuto diffusamente il desiderio di ridurre la volatilità attraverso la richiesta di prodotti a capitale protetto (certificate, ad esempio, oppure soluzioni assicurative con protezione 75-85% del capitale). Solo il 5% delle masse di risparmio dei consulenti è stato spostato a liquidità, con un valore complessivo poco significativo.

Pertanto, nonostante i meccanismi di sicurezza della MIFiD II abbiano mostrato tutti i loro limiti, adesso è forte la sensazione che, dopo un ulteriore periodo di sacrifici, ci sarà una ripresa forte, ancorata più di prima alle professionalità che questa crisi ha evidenziato nella categoria dei consulenti. Per questi ultimi, però, rimangono tutti gli interrogativi per il futuro della professione, stretta ancor di più nella morsa della progressiva riduzione dei margini e del fisiologico rallentamento delle attività di relazione e di prossimità tradizionalmente usate nello svolgimento della professione. Infatti, sempre secondo l’indagine di McKinsey, per gli intervistati il nuovo contesto avrà degli impatti sulla gestione del rapporto con i clienti, ed oltre uno su tre dichiara di voler aumentare la relazione da remoto e di utilizzare maggiormente la web collaboration. Non mancano, però, le ombre; i consulenti temono di perdere circa il 3% dei clienti entro fine anno e stimano una performance media dei portafogli del -5%.

LEGGI ANCHE: Arte al tempo del Coronavirus. Nessuno crollo dei prezzi, avanza il piccolo collezionismo online

Come conseguenza di questa fase molto complicata sta emergendo la fortissima accelerazione dei processi di digitalizzazione in ogni area della Società, velocizzando il trend già in corso e anticipando fenomeni che, senza il Covid19, avrebbero richiesto ancora qualche anno di tempo prima di affermarsi.

Come sta andando sul fronte delle reti? Non male. Azimut, per esempio, sottolinea come sia continuata in maniera positiva  l’attività di reclutamento in Italia di consulenti finanziari e private banker: 31 nuovi ingressi  nel primo trimestre del 2020, che portano il totale a 1804 risorse umane di rete (N.B. il 20 maggio sarà distribuito un dividendo di 1 euro per azione, interamente cash).

Nell’universo Mediobanca/CheBanca! Non sono stati registrati incrementi nei riscatti da parte della clientela Affluent e Private, e la nuova raccolta del trimestre si attesta a circa 1,1 miliardi (liquidità 0,6 miliardi e masse gestite-amministrate 0,5 miliardi). La rete ha raggiunto i 1.000 professionisti (+20 da dicembre scorso: 14 consulenti finanziari, un gestore dedicati e 5 bankers).

La raccolta netta totale di Banca Generali, ad aprile, si è attestata a 408 milioni euro, in piena crescita anche durante l’emergenza, facendo salire la raccolta da inizio anno a oltre 1,9 miliardi. In particolare, gli strumenti digitali della banca hanno consentito ai consulenti la piena operatività anche da remoto.

In Banca Mediolanum, Massimo Doris afferma che dal punto di vista commerciale la rete non ha vissuto sia la fase 1 che la fase 2, ed ha continuato ad andare benissimo, tanto da considerare una possibile revisione al rialzo del target di raccolta netta a fine 2020 (stabilito in 5 miliardi euro).

Nel frattempo, , dal fronte della consulenza indipendente arriva un chiaro invito per i consulenti finanziari non autonomi. Secondo Consultique, la prima realtà italiana a portare avanti, da circa venti anni, la mission dei c.d. fee only (consulenti pagati esclusivamente dal cliente, a parcella) i consulenti non autonomi dovrebbero ripensare e riorganizzare il futuro, individuando una “exit strategy” verso i servizi indipendenti, remunerati dalla clientela con un onorario, in modo trasparente e chiaro. Questa scelta, secondo Luca Mainò (Founder e Managing Partner di Consultique), va maturata adesso, altrimenti si corre il rischio, nel prossimo futuro, di vedere i propri clienti cambiare advisor, preferendone uno che sia in grado di erogare servizi che solo un indipendente può offrire. L’attuale consulente, in sintesi, rischierebbe anche nel breve periodo di trasformarsi in un semplice esecutore di raccomandazioni, senza più alcun ruolo a contenuto  professionale.

In sostegno dell’opinione di Consultique giunge l’esperienza dei paesi più evoluti del nostro dal punto di vista finanziario, che hanno tracciato da tempo la strada per una vera indipendenza. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente. Il modello anglosassone, in questo modo, comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia per quelli abilitati fuori sede (ma non per gli indipendenti).

LEGGI ANCHE: Le donazioni non si improvvisano. Dal caso Zonin un monito per chi si occupa di tutela del patrimonio

A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di prosperare e di trovare nuovi e più durevoli sviluppi di mercato, ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (già in declino) basato sulla sola distribuzione, trasformandolo in modello di rete di consulenza vera e propria – in cui il vincolo di mono-mandato sarebbe solo una opzione contrattuale, remunerata, a discrezione del professionista – e sviluppando quello delle già esistenti SCF (società di consulenza finanziaria).