Agosto 26, 2026
Home Archive by category Politica Economica (Page 17)

Politica Economica

Deutsche Bank: la crescita dipende dalle riforme. Il debito pubblico cambia pelle

Secondo lo studio di Deutsche Bank, la ripresa economica in Italia si è consolidata dopo l’accordo sulla legge di bilancio, ma i fondi legati al NextGen EU dipenderanno dal raggiungimento di un ampio spettro di obiettivi. Una serie di sfide per l’economia italiana.

Di Alberto Fadelli* e Matteo Fava*

Il successo delle campagne vaccinali europee, unito ai favorevoli effetti stagionali, aveva consentito all’Eurozona di raggiungere elevati livelli di crescita nel terzo trimestre 2021. Tuttavia, un aumento dei casi di Covid-19, unito ai problemi legati all’aumento del costo delle materie prime (soprattutto il forte aumento dell’energia registrato negli ultimi mesi del 2021), aveva comportato un rallentamento nel quarto trimestre, ma una crescita significativa è comunque stata registrata per l’intero 2021. Infatti, secondo i dati Istat nel 2021 l’economia italiana è cresciuta del 6,6% (rispetto a una media dell’Eurozona del 5,2%). Questo lascia il PIL italiano -0,5% al di sotto dei livelli pre-crisi, meglio di Germania (-1,5%) e Spagna (-4,0%). Un impatto positivo sulla crescita nell’Eurozona e in Italia, naturalmente, è atteso dall’attuazione del pacchetto del Next Generation EU, ma l’inflazione rimane un problema, e insieme ad essa anche la situazione Ucraina ha aumentato le aspettative negative relative agli aumenti dei prezzi dell’energia e ad altri problemi legati alle supply chain.

Facendo un passo indietro, la legge di bilancio che è stata approvata il 30 dicembre 2021 ha tentato di affrontare gli effetti della situazione pandemica iniziata nel 2020. Il disavanzo previsto per il 2022 è di 201,7 mld. di euro, mentre la spesa in conto capitale è stimata in 147 mld. di EUR. La legge di bilancio include anche le risorse derivanti dallo schema Next Generation EU per l’anno in corso, e le misure chiave includono una riduzione del carico fiscale (allocati 8 mld di EUR all’anno fino al 2024) e una maggiore spesa sanitaria per 2 mld di euro all’anno sul triennio. Rientrano nella norma anche gli interventi a favore delle famiglie, dei giovani e per il sociale. Saranno sostenute misure specifiche, ad esempio, per la tutela del lavoro durante l’uscita dallo stato di emergenza. In ambito previdenziale, invece, sono previste deroghe alla disciplina dell’età pensionabile per il solo anno in corso. Nell’ambito degli investimenti pubblici, con 112 mld di euro di risorse aggiuntive sul tavolo dal 2022 al 2036, gran parte della spesa è relativa alla commessa con RFI (Rete Ferroviaria Italiana/Ferrovie italiane), che ammonta a 10 miliardi di euro, e quella con ANAS (gestore di strade e autostrade). Gli investimenti in mobilità sostenibile nelle principali città ammonteranno a 3,7 mld. di Euro dal 2022 al 2036. La componente di interessi sul saldo di bilancio dell’anno in corso dovrebbe attestarsi invece al 9,5% delle spese totali.

Per quanto riguarda le entrate fiscali, è prevista una crescita del 7% nel 2022 per un totale di 625 mld di EUR, con entrate che raggiungeranno i 646 mld di EUR nel 2024 (equivalenti a una crescita cumulativa del 3,4%). L’andamento previsionale di entrate e PIL avrà un effetto positivo sul rapporto debito/PIL. Si stima che questo abbia raggiunto il 153,5% a fine 2021 (contro una previsione originaria del 155%) con un ulteriore calo previsto nel 2022, al 149,4%, e con il rapporto che dovrebbe scendere ulteriormente a 143,3% nel 2024. Queste previsioni mostrano l’influenza positiva del previsto ritorno a un saldo primario positivo già nel 2023 e di un’ulteriore crescita nel 2024.

I principali interventi previsti dal PNRR riguardano le infrastrutture, per il 75% relativi ad iniziative pubbliche nell’ambito della transizione energetica con un focus particolare nel corso dell’anno sull’economia circolare, la gestione dei rifiuti e lo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno. In ambito sanitario, l’obiettivo principale per il primo semestre 2022 è l’implementazione di un nuovo modello di assistenza sanitaria territoriale, mentre nel campo dell’istruzione sono compresi obiettivi quali la sicurezza delle infrastrutture, la riforma dell’organizzazione del sistema scolastico, nonché il finanziamento delle attività di ricerca e la rivalutazione dei centri di ricerca incentrati sull’innovazione tecnologica. La transizione digitale includerà l’attuazione degli accordi sulla cyber security nel 2022 e la digitalizzazione del patrimonio culturale del Paese.

Il PNRR sarà finanziato nel corso dell’anno 2022 in due tranche, come concordato con l’UE. Nel secondo trimestre sono previsti circa 24 miliardi di euro e nel quarto trimestre 21,8 miliardi di euro. Per accedere alla prima tranche di risorse, devono essere raggiunti 45 obiettivi, che vanno dalla riforma della pubblica amministrazione al potenziamento del quadro di revisione della spesa e alle regole sugli appalti, ed anche la riforma dell’amministrazione fiscale, la spending review, la strategia relativa all’economia circolare, le procedure per l’efficienza energetica, la diffusione della telemedicina e l’ammodernamento tecnologico.

Il sostegno all’attività economica previsto dal piano ammonterebbe a 5 punti percentuali cumulati di PIL nel quadriennio 2021 – 2024, ma l’attuale situazione in Ucraina rappresenta una minaccia per la crescita del PIL in Europa. Parlando di fonti energetiche, i recenti avvenimenti riguardanti il conflitto tra Russia e Ucraina mettono in pericolo l’approvvigionamento energetico italiano: secondo i dati IEA, l’Europa (nel 2019) dipende dal gas per il 25,66% del totale delle fonti energetiche, mentre l’Italia è più dipendente dal gas naturale, anche per l’assenza del nucleare, con una quota pari al 43,35% nel 2020. Di questo, secondo i dati Eurostat, oltre il 43% proviene dalla Russia. Se i prezzi dell’energia rimarranno su livelli elevati come quelli attuali, a parità di condizioni, il danno alla crescita del PIL potrebbe essere dello 0,7% per il 2022, secondo le ultime stime Istat. Inoltre, nuove proiezioni della BCE sottolineano l’impatto negativo sull’intera economia europea derivante dal conflitto in Ucraina: le stime di crescita del PIL sono state riviste al 3,7% nel 2022, contro una stima del 4,2% fatta a dicembre 2021.

In tema di finanza pubblica, la scadenza media del debito del Paese è nuovamente aumentata nel 2021, a 7,11 anni, e il costo medio si è attestato intorno al 2,3%. Il 28 febbraio 2022 il rendimento di un BTP con scadenza a 7 anni era dell’1,353%, significativamente inferiore al costo medio attuale del 2,3%, quindi alcuni benefici dal rifinanziamento del debito pubblico sono ancora possibili. La figura in basso evidenzia il calo del costo del debito all’emissione negli ultimi due decenni. Alla scadenza media dei titoli di debito emessi si è abbinata una costante diminuzione della quota di strumenti a tasso variabile, il che significa che il debito italiano ha caratteristiche diverse rispetto al passato: le emissioni a tasso fisso rappresentano ad oggi oltre il 70% dell’indebitamento in essere.

In definitiva, le sfide economiche per l’Europa e l’Italia avranno un impatto sulla crescita e sul percorso di ripresa economica e occupazionale nei prossimi anni. Ma i segnali di resilienza esistenti (ad esempio sulla produzione industriale e sulla fiducia dei consumatori) suggeriscono che gli eventuali rallentamenti economici possono essere gestiti, e questo ci dà fiducia per il futuro.

* Alberto Fadelli, Head Chief Investment Office Deutsche Bank Italy
* Matteo Fava, Investment Officer Deutsche Bank Italy

Ethenea: la guerra in Ucraina espone l’Europa al rischio stagflazione

Le autorità fiscali e monetarie dovranno probabilmente rivalutare attentamente i loro piani di normalizzazione. Le politiche di inasprimento già scontate dai mercati potrebbero dover essere riviste al ribasso e adattate alla nuova realtà. 

“Il conflitto in Ucraina, insieme alle conseguenti sanzioni statunitensi ed europee, aumenta la pressione sui prezzi delle materie prime e dell’energia, e causerà una crescita economica più lenta. L’economia globale è colpita da uno shock combinato di domanda e offerta che indebolirà la crescita economica e intensificherà ulteriormente le pressioni inflazionistiche”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

L’economia globale si trova in una circostanza particolarmente pericolosa. L’eccezionale sostegno politico messo in atto dai responsabili politici di tutto il mondo ha aiutato l’economia globale a uscire dalla recessione indotta dalla pandemia del 2020. La ripresa economica è stata insolitamente rapida e particolarmente solida, e non è stato possibile far corrispondere il forte aumento della domanda aggregata a un’offerta non abbinata. L’inflazione è aumentata a livello globale nel 2021 e le banche centrali nelle economie avanzate hanno recentemente segnalato un brusco cambio di orientamento hawkish e accelerato l’allentamento del loro sostegno politico pandemico. L’ambiente di persistente alta inflazione e il rallentamento della crescita economica è tuttavia particolarmente preoccupante e ha suscitato ipotesi secondo cui l’economia globale potrebbe presto entrare in un periodo di stagflazione economica.

La decisione di Vladimir Putin di attaccare lUcraina non solo causerà un danno immenso al popolo ucraino e all’economia ucraina e potrebbe innescare lo scoppio di un conflitto armato ampio e distruttivo in Europa, ma aumenterà enormemente i rischi al ribasso per l’economia globale e la pressione inflazionistica. La regione coinvolta nel conflitto è una delle principali fonti di materie prime di ogni tipo: petrolio, gas, grano, minerali, metalli, ecc. Un’impennata sostenuta dei prezzi dell’energia e delle materie prime alimenterà le pressioni sui prezzi con un rischio considerevole che l’inflazione si radichi, innescando effetti secondari più duraturi.

Con l’inflazione ostinatamente alta, l’indebolimento dello slancio economico e i responsabili politici che iniziano a ritirare il loro sostegno, uno shock stagflazionistico esogeno di questo tipo è particolarmente preoccupante ed estremamente impegnativo per i responsabili politici che cercano di iniziare il loro processo di normalizzazione. Rappresenta un ostacolo importante per l’economia globale equivalente a una significativa tassa estera sulla crescita per le economie occidentali.

Come reagiranno i politici? “Mentre la situazione è eterogenea tra le varie regioni e potrebbe essere troppo presto per trarre conclusioni, le autorità fiscali e monetarie dovranno probabilmente rivalutare attentamente i loro piani di normalizzazione”, conclude Siviero. “Le politiche aggressive di inasprimento attualmente scontate dai mercati potrebbero dover essere riviste al ribasso e adattate alla nuova realtà. La strada verso un atterraggio morbido dell’economia nelle economie avanzate è ancora aperta, ma i rischi sono aumentati considerevolmente”.

Contagi in calo, crescono occupazione e contratti a tempo indeterminato

Secondo le proiezioni fornite dal Ministero del Lavoro e da BankItalia, il 2002 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato.

Di Adriana Cardinale*

I contagi da Covid 19 sono nettamente calati e la pressione sugli ospedali si è ridotta, quindi si può ben sperare che nelle prossime settimane vi sia finalmente un ritorno alla normalità. Nonostante la pandemia, il lavoro in Italia ha registrato una forte ripresa, come attestano le statistiche dell’ultimo trimestre pubblicate dall’Istat.

Complici anche i vari lockdown, il mondo del lavoro è stato completamente rivoluzionato, ed oggi si ricercano professioni e abilità sempre più orientate al digitale, ma senza dimenticare le occupazioni tradizionali “anticicliche”, che non conoscono mai crisi. Secondo l’Istat, l’ultimo trimestre del 2021 ha registrato una crescita dell’occupazione pari allo 0,5% rispetto al periodo precedente, con l’assunzione di oltre 121mila lavoratori. Un dato che attesta la forte ripresa dell’Italia, dopo diversi mesi di decrescita e calo dell’occupazione.

Complessivamente, il 2021 ha visto una lenta ma costante crescita dell’occupazione, con circa 500mila nuove assunzioni, e il trend sembra continuare anche nei primi mesi del 2022. Questi dati  statistici scattano la fotografia di un Paese che vuole uscire dalla crisi pandemica e ritornare competitivo in Europa e nel mondo. In particolare, l’Istat ha rilevato un dato fondamentale per la ripresa del lavoro in Italia: il 5,4% degli inattivi o dei disoccupati ha finalmente trovato un nuovo lavoro, con contratto a tempo determinato o indeterminato. Pertanto, come affermano il Ministero del Lavoro, ANPAL e BankItalia, il 2022 sarà l’anno della ripresa del lavoro in Italia, con un aumento esponenziale di quello dipendente e dei contratti a tempo indeterminato, complici anche gli incentivi previsti per le imprese che assumono giovani under 36.

Nonostante il salto in avanti dell’occupazione registrato nel 2021, il divario tra Nord e Sud continua a crescere, e dalle statistiche aggiornate del sito AnnunciLavoro360 si evidenzia come vi siano più opportunità di lavoro nel Centro-Nord e meno nel Sud dell’Italia. Anche a Sud, infatti, le aree economiche colpite dalla pandemia stanno lentamente uscendo dalla crisi, ma con ritmi lenti rispetto alle altre regioni del Centro-Nord, e questo si ripercuote sulle dinamiche del mondo del lavoro. Di conseguenza, se si è alla ricerca di una nuova occupazione è la Lombardia ad attestarsi ai primi posti per offerte di lavoro (+18%), ma anche altre regioni registrano un trend positivo come l’Emilia Romagna, il Veneto e il Piemonte. Nel mese di Gennaio 2022, finalmente, anche le regioni del Centro e del Sud hanno registrato una ripresa dell’occupazione, con numeri incoraggianti che si ritiene cresceranno nei prossimi mesi.

Analizzando le statistiche nel loro complesso, il trend del 2021 si conferma anche nel 2022: calano le assunzioni a termine o part-time e crescono quelle a tempo pieno (+60%). La crescita dei contratti a tempo indeterminato è un dato fondamentale per comprendere come sia davvero un periodo di ripresa per l’Italia, visto che molte aziende con progetti di crescita durevole prediligono creare rapporti lavorativi duraturi e stabili. I contratti a termine e a tempo determinato sono stati lo strumento preferito dalle aziende durante la pandemia, complice l’incertezza e l’incapacità di garantire ai dipendenti una continuità lavorativa, soprattutto nei settori del turismo e della ristorazione, ma questa tendenza sembra finalmente esaurirsi con il nuovo slancio dell’economia.

Negli anni della pandemia si è registrato un aumento esponenziale dello smartworking e la conseguente crescita di alcune professioni digitali, ma anche in questo caso il quadro immortalato nell’ultimo trimestre del 2021 e nei primi mesi del 2022 sta cambiando con un ritorno al lavoro in presenza e la ricerca di figure professionali tradizionali, come quello dell’autista, diventato tra i più ricercati, e come gli esperti di marketing, una professione che ha già registrato un trend positivo nell’ultimo decennio. Sempre tra le professioni più ricercate vi è anche l’ingegnere, una sorpresa sicuramente positiva visto che negli ultimi anni il settore dell’edilizia aveva affrontato momenti di crisi. Infatti, con l’introduzione del Superbonus 110 e degli altri incentivi statali per migliorare l’efficienza energetica degli immobili, il settore dell’edilizia è in continua ripresa, e di conseguenza si ricercano ingegneri e operai specializzati, insieme con altre figure professionali come architetti, geometri o interior designer.

* Segreteria di redazione P&F

Ucraina a parte, sui mercati pesano i dati “roventi” sull’inflazione: cosa succede adesso?

La performance dei mercati è stata modellata dalla crescita dei prezzi al consumo, che sta mettendo a dura prova il sentiment dei consumatori. La crisi Ucraina non modifica la prospettiva su ciò che mostrano i dati recenti, e su ciò che potrebbe accadere.

Mentre la crisi tra Russia e Ucraina incombe sul panorama mondiale, i fondamentali di mercato non mutano affatto, e affidano gli scenari futuri alla congiuntura economica. Infatti, l’inflazione ha accelerato la sua corsa a Gennaio, allargando le pressioni sui prezzi, ed il rendimento dei Treasury a 10 anni ha superato la soglia del 2% per la prima volta dal 2019, sotto la scia delle aspettative per un inasprimento più aggressivo da parte della Fed. E così, i settori sensibili ai tassi e i titoli growth hanno sottoperformato dopo tanto tempo, confermando un trend che vedrebbe adesso i titoli value più attrattivi.

Sebbene gli investitori si aspettassero una lettura dell’inflazione elevata, i dati di gennaio sono comunque riusciti a sorprendere al rialzo, innescando un’immediata reazione del mercato azionario ed obbligazionario. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato del 7,5% rispetto a un anno fa, superando la stima del 7,3% e segnando il più grande aumento dal febbraio 1982. Escludendo le componenti volatili di cibo ed energia, i prezzi sono aumentati del 6% rispetto a un anno fa e dello 0,6% da un mese prima.

L’aumento dei prezzi di cibo, elettricità, auto usate e abitazioni ha segnalato che le pressioni sui prezzi si stanno diffondendo al di là di alcuni beni che continuano a essere colpiti dalle interruzioni della catena di approvvigionamento. Inoltre, è probabile che l’accelerazione degli affitti, il peso maggiore nel paniere di spesa dei consumatori, sia supportata dall’aumento dei prezzi delle case, da un mercato del lavoro molto teso e dal tasso di affitti liberi più basso dal 1984. Con l’aumento dell’inflazione nel prezzo dei servizi, ci vorrà probabilmente più tempo di quanto le banche centrali siano disposte a tollerare prima che il tasso di crescita dei prezzi ritorni ad una soglia accettabile e adeguata a sostenere l’onda lunga del piano di espansione dell’economia.

Anche se l’inflazione probabilmente rimarrà al di sopra dell’obiettivo della Fed per qualche tempo, gli aumenti dei prezzi raggiungeranno presto il picco entro il mese di marzo e si modereranno in modo più significativo nella seconda metà dell’anno, man mano che le catene di approvvigionamento e le scorte si normalizzeranno. A gennaio, per esempio, i prezzi delle auto usate sono aumentati del 41% e quelli delle auto nuove del 12% rispetto a un anno fa, ma si tratta di un recupero delle perdite realizzate a dicembre.

Più in generale, i costi di spedizione sono diminuiti da metà novembre, e i tempi di consegna dei fornitori sono migliorati, entrambi indicando che i colli di bottiglia stanno iniziando a risolversi. Con l’attenuarsi dell’impennata della variante omicron, questa tendenza al miglioramento potrebbe ulteriormente prendere vigore, confermando che l’inflazione elevata è un problema che non verrà risolto presto, ma la sua dinamica in aumento verrà spenta non appena la Fed inizierà ad agire sui tassi in modo deciso. Forse è per questo che le aspettative di inflazione a lungo termine basate sul mercato sono rimaste relativamente stabili, anche se l’inflazione nel breve periodo sta raggiungendo i massimi da 40 anni.

In ogni caso, è evidente che i dati economici evidenziano l’urgenza per la Fed di agire, e ciò rappresenta comunque un cambiamento di linea rispetto a quella di appena 4 mesi fa, secondo la quale non sarebbe stato necessario mettere mano ad un aumento dei tassi e sarebbe stato sufficiente attendere la sistemazione spontanea delle distorsioni nelle catene di approvvigionamento. La Fed deve quindi abbandonare la sua politica monetaria estremamente accomodante e iniziare velocemente ad aumentare i tassi di interesse. Con il PIL che dovrebbe continuare a crescere a un ritmo superiore alla media quest’anno, e con il tasso di disoccupazione in calo vicino ai minimi storici, l’economia non ha decisamente più bisogno di aiuto, e sebbene gli aumenti dei tassi non aiuteranno a risolvere i problemi della catena di approvvigionamento, ed anzi aumenteranno il costo dei prestiti – vero asse portante dei consumatori, soprattutto di quelli americani – le mosse della Fed potrebbero aiutare a bilanciare domanda e offerta.

Dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione, il mercato obbligazionario si sta muovendo in modo un po’ irrazionale, soprattutto in USA, dove sta scontando quasi ben sette rialzi dei tassi solo quest’anno. Decisamente troppi, ma a guidare questo comportamento è la percezione che la Fed, invece di aumentare il tasso di riferimento del classico 0,25% a marzo, possa decidere di aumentarlo dello 0,5%, ossia il primo aumento di mezzo punto dal 2000. Tale sensazione è rafforzata dal presidente della Fed di St. Louis James Bullard, che ha espresso pubblicamente il suo sostegno all’aumento dei tassi dell’1% entro luglio, facendo schizzare i rendimenti dei treasuries a due anni della percentuale più grande dal 2009.

Da qui il timore di una serie di rialzi che appare invece del tutto ingiustificata. Infatti, è più logico ritenere che in risposta all’aumento repentino e sostenuto dell’inflazione – il maggiore aumento degli ultimi quattro decenni – un ritmo di inasprimento più aggressivo sia giustificato solo all’inizio, con la Fed in rialzo in ciascuno dei prossimi tre incontri (marzo, maggio, giugno) allo scopo di “chiudere la partita” con l’inflazione nel più breve tempo possibile e continuare a far crescere l’economia. Da giugno in poi, la Fed potrebbe avere un certo margine per rivalutare le cose e muoversi a un ritmo più graduale se l’inflazione, come ci si augura, si dovesse moderare.

I rendimenti globali sono in aumento anche in Europa e nel resto del mondo, dove le altre banche centrali stanno ruotando in risposta alle pressioni inflazionistiche. I rendimenti a 10 anni dell’eurozona hanno superato lo 0% per la prima volta in tre anni, e i rendimenti giapponesi sono i più alti dal 2016, avvicinandosi al limite massimo dello 0,25% della Banca del Giappone. Con la fine dell’era dei tassi negativi, il valore di mercato del debito a rendimento negativo in tutto il mondo (composto principalmente da titoli di Stato esteri) si sta riducendo rapidamente, e con le banche centrali che iniziano a normalizzare la politica monetaria gli investitori con un orizzonte temporale pluriennale potranno beneficiare di rendimenti più elevati, ma solo se mantengono un investimento adeguato rispetto ai loro obiettivi di investimento, orizzonte temporale e tolleranza al rischio. Quando le obbligazioni a breve termine matureranno, il controvalore potrà essere reinvestito in obbligazioni di nuova emissione con cedole più elevate. Così facendo, le obbligazioni potrebbero tornare a fungere da stabilizzatore di portafoglio durante i periodi di volatilità dei mercati, proprio come una volta.

Rothschild: dal 2020 al 2022 tre “shock” diversi. Rischi da politiche meno accomodanti

La pandemia è stata un catalizzatore di cambiamenti a cui famiglie e imprese si sono  adattate in ​​un breve periodo di tempo. Il sostegno monetario e fiscale straordinario ha comunque raggiunto un chiaro punto di svolta.

Di Marc-Antoine Collard*

A Gennaio le infezioni giornaliere globali da Covid-19 segnalate hanno raggiunto 2,5 milioni, più del doppio del picco precedente registrato nell’aprile 2021, sebbene le distorsioni nei test e i ritardi nelle segnalazioni durante le festività potrebbero aver gonfiato in qualche modo le statistiche sul virus. Nel frattempo, diversi studi suggeriscono che l’Omicron causa sintomi più lievi, il che comporta un tasso di ospedalizzazione inferiore rispetto alla precedente ondata di variante Delta. Tuttavia, sebbene l’impatto negativo sul PIL sarà probabilmente più attenuato rispetto al 2020 e 2021, la variante Omicron a rapida diffusione sta danneggiando comunque l’attività economica. Infatti, le aziende hanno cercato di adattarsi all’aumento dei nuovi casi di Covid-19, inclusa la pressione sui livelli di personale, e migliaia di cancellazioni di voli hanno fornito esempi delle sfide che le aziende devono affrontare.

I governi stanno ora valutando come mantenere in funzione i servizi critici in un’ondata di assenze del personale. Paesi come gli Stati Uniti ed il Regno Unito hanno ridotto i periodi di isolamento per le persone che risultano positive al Covid-19, senza mostrare sintomi, per prevenire la carenza di lavoratori in aree importanti come gli ospedali. Al contrario, la Cina mantiene la sua politica zero-Covid di eradicazione immediata della trasmissione del virus, che continueranno a pesare sull’economia. È probabile che il recupero venga ritardato a causa dell’impatto del virus, ma non per molto tempo. Infatti, i produttori globali hanno già chiuso il 2021 con condizioni operative favorevoli, poiché il settore continua a raccogliere i frutti della forte domanda interna e internazionale.

I vincoli della catena di approvvigionamento raggiungeranno presto il picco?
Sebbene la maggior parte degli analisti rimanga ottimista riguardo alle prospettive economiche per il 2022, è difficile ignorare l’impatto della pandemia. Ad esempio, la carenza di materiali e le interruzioni della catena di approvvigionamento hanno ostacolato la crescita e causato notevoli pressioni sui prezzi. L’inflazione è aumentata nella maggior parte delle economie poiché le perturbazioni nei mercati dell’energia, dei prodotti alimentari e delle materie prime hanno fatto salire i prezzi. Inoltre, i prezzi elevati dell’energia stanno limitando la produzione di materiali chiave e beni intermedi e le strozzature nelle catene di produzione stanno portando a una carenza più generalizzata di beni.

Inoltre, il mercato del lavoro manifesta segni di squilibrio. Ad esempio, negli Stati Uniti 4,5 milioni di americani si sono dimessi dal lavoro a novembre e ha spinto il tasso di dimissioni fino al 3%, il livello più alto da quando i dati sono stati pubblicati per la prima volta nel 2000. A livello globale, i tassi di disoccupazione nella maggior parte dei paesi rimangono al di sopra dei livelli pre-pandemia, e le ore lavorate si sono solo parzialmente riprese. Tuttavia, le imprese di diversi settori hanno difficoltà a reclutare lavoratori, in parte spiegate da una mancata corrispondenza delle competenze. Una carenza di lavoratori in diversi settori riflette anche un calo dei tassi di partecipazione alla forza lavoro in diversi paesi, poiché alcune persone hanno deciso di andare in pensione in anticipo mentre le esigenze di assistenza all’infanzia o i problemi di salute hanno portato altre persone ad uscire dal mercato del lavoro. Infatti, indipendentemente dal fatto che gli equilibri di potere tra capitale e lavoro siano cambiati per sempre, la pandemia avrà innescato molti cambiamenti.

Detto questo, l’indagine Markit sulla produzione industriale di dicembre ha inviato segnali provvisori che i vincoli di fornitura potrebbero aver iniziato a diminuire. Dopo aver raggiunto il massimo storico in ottobre, il sottoindice dei tempi di consegna globali ha indicato una riduzione dei ritardi, ed è ora tornato ai livelli dello scorso maggio. Inoltre, il miglioramento è in linea con il calo delle pressioni sui prezzi, poiché il sottoindice dei prezzi alla produzione è sceso per un secondo mese e, sebbene sia ancora elevato, è ora tornato al livello più basso da aprile.

Rischi derivanti da politiche meno accomodanti
Nel complesso, gli impatti di Omicron – e la possibilità di nuove varianti – sono ancora sconosciuti, ma gli investitori sono ottimisti che i policymaker rimarranno impegnati a contenere eventuali ripercussioni negative sull’economia. Tuttavia, le prospettive di inflazione sono incerte e le banche centrali sono state costrette a inasprire le politiche monetarie di fronte alle dilaganti pressioni sui prezzi. Il rischio è che l’economia globale sia colpita da uno “shock dei tassi” nel 2022, dopo lo “shock inflazionistico” del 2021 e lo “shock di crescita” del 2020. Nel frattempo, la maggior parte delle banche centrali nei paesi emergenti, ma anche alcune economie avanzate come Norvegia e Regno Unito, hanno intrapreso cicli di rialzo dei tassi di interesse in un momento in cui la politica fiscale è sul punto di essere meno stimolante.

Negli Stati Uniti, i tassi sono rimasti al limite inferiore dello zero, ma la Fed ha lanciato un messaggio da falco nelle ultime riunioni, e ha raddoppiato il ritmo del tapering degli acquisti di asset in vista della fine del programma a metà marzo. Inoltre, la previsione mediana per il tasso sui fondi federali ora prevede tre rialzi dei tassi nel 2022, e alcuni membri sono arrivati ​​al punto di sostenere che la riduzione del bilancio potrebbe iniziare subito dopo il rialzo dei tassi, aggiungendo che potrebbe essere appropriato un calo significativo. Questi aggiustamenti riflettono le modifiche alle aspettative economiche della Fed, con in particolare l’inflazione core PCE rivista fino al 2,7% nel 2022, rispetto alla stima precedente del 2,3% e dopo il 4,4% nel 2021. Inoltre, un tasso di disoccupazione in calo è stato visto come una prova che il mercato del lavoro si sta rapidamente avvicinando all’obiettivo di massima occupazione e, di conseguenza, gli operatori di mercato si aspettano che la Fed potrebbe iniziare ad aumentare i tassi già a marzo se l’inflazione dovesse aumentare significativamente.

* Chief Economist & Head of Research di Rothschild
(traduzione fedele dall’inglese a cura della redazione di P&F)

Giappone vs Cina: in posizioni contrarie, ma non troppo

Il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge tutte le economie mondiali. Guardinga la BoJ, pronta ad ulteriori tagli la PBoC.

Da circa un anno, e cioè da quando il governo cinese è entrato più volte “a gamba tesa” su alcune aziende del mercato azionario – attraverso restrizioni regolamentari imposte ad alcuni listini specifici – l’attenzione degli analisti specializzati sui mercati asiatici si è spostata sul Giappone e sui suoi fondamentali ritenuti più promettenti. Di conseguenza, diverse società di gestione hanno alleggerito l’esposizione sull’azionario cinese e appesantito quella in azioni giapponesi. Pertanto, il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge quasi tutte le economie mondiali.

Durante la scorsa settimana, i rendimenti del mercato azionario giapponese sono stati negativi, con l’indice Nikkei 225 in calo del 2,14% e il più ampio indice TOPIX in calo del 2,62%. A causa delle nuove infezioni da coronavirus record a livello nazionale, il governo ha posto Tokyo e altre 12 prefetture in uno stato di quasi emergenza, che ha pesato sul sentiment generale di mercato. In questo contesto, il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è sceso allo 0,13%, dallo 0,15% alla fine della settimana precedente, mentre lo yen si è rafforzato a circa 113,96 JPY contro il dollaro USA, dai 114,22 JPY della settimana precedente.

La banca centrale del Giappone (BoJ) mantiene un atteggiamento da colomba, spostando il punto di vista sul rischio di inflazione e conservando la sua posizione accomodante nella riunione di politica monetaria di gennaio. Di conseguenza, La Bank of Japan ha tenuto invariati i tassi di interesse a breve e a lungo termine ed ha affermato che proseguirà con l’allentamento monetario quantitativo e qualitativo per il controllo della curva dei rendimenti, con l’obiettivo di raggiungere la sostanziale stabilità dei prezzi al 2% di inflazione, e che non esiterà adottare ulteriori misure di allentamento, se necessario.

La BoJ ha aggiornato le sue previsioni di crescita economica per l’anno fiscale 2022, prevedendo un’espansione del prodotto interno lordo (PIL) anno su anno in termini reali del 3,8% (rispetto all’espansione del 2,9% prevista nell’ottobre 2021), grazie principalmente al contraccolpo delle misure economiche del governo e ad una ripresa della produzione per adeguarsi alla domanda. La BoJ ha anche aggiornato le sue previsioni per l’indice dei prezzi al consumo (CPI) nell’esercizio 2022 all’1,1% (dallo 0,9% previsto per ottobre), riflettendo un aumento dei prezzi delle materie prime e il trasferimento di tale aumento sui prezzi al consumo.

I dati economici separati hanno evidenziato che le esportazioni sono aumentate del 17,5% su base annua a dicembre, spinte dall’allentamento dei colli di bottiglia dell’offerta verso la fine del 2021. Le importazioni sono aumentate del 41,1% su base annua nello stesso periodo, grazie all’aumento dei costi delle materie prime e a uno yen più debole. Il primo ministro Fumio Kishida (nella foto) ha sottolineato che la ripresa economica del Giappone sarà guidata dalla digitalizzazione e dagli investimenti in tecnologia verde e capitale umano. La chiave per la digitalizzazione è l’investimento nelle infrastrutture, e l’uso della fibra ottica è molto più veloce e ha vantaggi in termini di riduzione dell’elettricità.

I mercati cinesi, in posizione ostinatamente contraria al resto del mondo occidentale – la Cina ed il suo modello economico ormai fanno storia a sé – hanno registrato un guadagno settimanale, poiché il governo ha intensificato le misure di allentamento monetario e ha segnalato un ulteriore supporto per il settore immobiliare assediato dai fallimenti. L’indice Shanghai Composite è salito dello 0,1% e l’indice CSI 300 ha guadagnato l’1,1%. Lunedì scorso, la People’s Bank of China (PBOC) ha inaspettatamente ridotto di 10 punti base il tasso di interesse sui prestiti a medio termine (MLF) a un anno ad alcune istituzioni finanziarie, portandolo al 2,85%, la prima riduzione della banca centrale dall’aprile 2020. In risposta, le banche cinesi hanno tagliato i tassi di prestito privilegiati per i prestiti a uno e cinque anni. A seguito di questo taglio dei tassi, il vice governatore della PBOC Liu Guoqiang ha affermato che la Cina lancerà ulteriori misure politiche per stabilizzare l’economia e prevenire le pressioni al ribasso. I suoi commenti hanno innescato un rally dei titoli di stato cinesi, portando il rendimento del titolo sovrano a 10 anni al 2,736% dal 2,809% della scorsa settimana.

Nel frattempo, la pressione normativa sul settore tecnologico cinese è continuata fino al punto che la società ByteDance, proprietaria del celebre social TikTok, ha comunicato che stava sciogliendo il suo team di investimento strategico a livello di gruppo. L’agenzia di pianificazione statale cinese, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, ha pubblicato un documento politico contenente opinioni contro i monopoli, contro la concorrenza sleale e i problemi relativi ai dati degli utenti nelle società di piattaforme online.

Secondo i dati più recenti, il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 4%, un risultato migliore del previsto nel quarto trimestre del 2021, rallentando però rispetto al ritmo di espansione del 4,9% del terzo trimestre. I dati suggeriscono un peggioramento delle pressioni al ribasso, soprattutto nei consumi e nell’andamento degli immobili, anche se gli investimenti in infrastrutture hanno mostrato un certo miglioramento. Lo yuan ha chiuso la settimana stabile a 6,34 per dollaro USA, dopo essere salita al livello più alto da maggio 2018 all’inizio della settimana. Alcuni analisti hanno attribuito la recente forza della valuta cinese agli afflussi degli investitori obbligazionari, che si stanno posizionando in vista di ulteriori tagli dei tassi.

Ciclo di crescita USA in anticipo rispetto all’Europa: la Bce non inasprirà i tassi

Il dibattito sui tassi si è spostato sulle modalità del loro inasprimento, dividendo gli analisti tra i sostenitori di un aumento rapido e sostenuto, e quelli che ritengono certa una crescita lenta e graduale.

Le azioni in Europa hanno chiuso al ribasso la scorsa settimana, poiché sono cresciute le aspettative che la Banca centrale europea (BCE) aumenti i tassi di interesse nel corso di quest’anno. In termini di valuta locale, l’indice paneuropeo STOXX Europe 600 è sceso dell’1,40%. Tra i principali indici, l’indice tedesco Xetra DAX è scivolato dell’1,76%, l’indice FTSE MIB italiano ha perso l’1,75% e l’indice francese CAC 40 si è indebolito dell’1,04%. L’indice FTSE 100 del Regno Unito è scivolato dello 0,65%.

Anche la Banca d’Inghilterra (BoE) potrebbe inasprire la sua politica monetaria. Il governatore della BoE Andrew Bailey ha detto a un comitato di legislatori che era preoccupato che l’inflazione elevata nel Regno Unito potesse durare più a lungo di quanto previsto, a causa dell’aumento dei costi energetici e dei segnali di aumento della domanda salariale. In precedenza, i dati hanno mostrato che l’inflazione ha raggiunto il 5,4% a dicembre, il livello più alto dal 1992. Tuttavia, il dibattito europeo sui tassi si è spostato sulle modalità del suo inasprimento, e adesso divide gli analisti tra i sostenitori di un inasprimento in stile USA (rapido e sostenuto) e quelli che ritengono certo un aumento lento e graduale (in stile Bce).

Francia, Irlanda e Regno Unito, peraltro, hanno cominciato ad allentare la maggior parte delle restrizioni sul coronavirus, nonostante il numero crescente di casi di COVID-19. Infatti, in Francia la maggior parte dei controlli non si applicherà più dall’inizio di febbraio, anche se i cittadini dovranno mostrare le tessere per i vaccini e indossare maschere al chiuso.

Nel frattempo, sono scesi i rendimenti obbligazionari core dell’eurozona poiché la presidente della Bce Christine Lagarde ha respinto le aspettative di un aumento dei tassi di interesse nel corso del 2022, e le tensioni geopolitiche sull’Ucraina si sono intensificate. I rendimenti dei titoli obbligazionari periferici dell’eurozona hanno ampiamente seguito i mercati principali, ma hanno chiuso pressoché invariati. I rendimenti dei gilt britannici hanno chiuso leggermente al rialzo, poiché l’inflazione è ai massimi da 30 anni e ha portato i mercati a scontare la maggiore probabilità di un aumento del tasso della BoE già a febbraio.

Dal punto di vista della politica monetaria, la Lagarde appare ferma sulla sua posizione di non aumentare subito i tassi, ma si intravede una profonda spaccatura in seno alla Bce dopo che la presidente ha respinto le richieste alla banca centrale di aumentare i tassi di interesse più rapidamente del previsto per frenare l’inflazione record, affermando alla radio France Inter che il ciclo di ripresa economica negli Stati Uniti è in anticipo rispetto a quello dell’Europa, per cui non vede le motivazioni per un inasprimento più veloce. Rimane il fatto, però, che l’aumento dei costi energetici e alimentari ha portato l’inflazione dell’eurozona a un record del 5% a dicembre, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della BCE, e questo rende la posizione della Lagarde più difficile da accettare, anche se la stessa ha ribadito che l’inflazione si stabilizzerà e “gradualmente scenderà” al di sotto dell’obiettivo entro la fine dell’anno.

Pertanto, sono emerse profonde divisioni nel Consiglio direttivo della BCE per la fissazione dei tassi, secondo i verbali. La maggioranza ha convenuto che “era ancora necessario un sostanziale sostegno monetario” affinché l’inflazione si possa stabilizzare al livello obiettivo della banca centrale nei prossimi tre anni. Tuttavia, alcuni membri hanno avvertito che l’inflazione potrebbe rimanere alta più a lungo, e hanno affermato di non poter sostenere il “pacchetto globale” di adeguamenti ai programmi di acquisto di attività della banca.

Siviero, Ethenea: Dovremo convivere con l’inflazione per tutto il 2022

Lo squilibrio tra domanda e offerta è il principale problema per la crescita e per l’inflazione. Le economie emergenti stanno già alzando i tassi, ma le banche centrali hanno poco spazio per farlo in modo aggressivo ed evitare una recessione.

“L’incertezza resta molto elevata e le banche centrali devono affrontare un difficile compromesso tra un inasprimento della politica monetaria, che rischia di arrestare la ripresa economica, peraltro senza grandi effetti sul contenimento dell’inflazione, o attendere, rischiando di perdere il controllo sui prezzi. Tuttavia lo scenario di base resta espansivo e ci aspettiamo che gli aumenti dei prezzi dovrebbero progressivamente attenuarsi e l’inflazione tornare gradualmente ai livelli pre-pandemia nella maggior parte delle economie avanzate tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

La ripresa ciclica globale è stata solida nel 2021 grazie alle vaccinazioni e al forte sostegno delle politiche monetarie, ma il ritmo della ripresa è diminuito durante la seconda metà dell’anno. Lo scenario di base per il 2022 è quello di una continua espansione della produzione globale a un ritmo solido e superiore al trend, pari a circa il 5%. Il Fmi prevede che i dati definitivi per il 2021 si attesteranno su una crescita globale del 5,9%, mentre stima al 4,9% la crescita nel 2022. Tuttavia, l’incertezza per il 2022 è particolarmente elevata e la strada verso la normalità economica sta subendo diversi venti contrari, tra cui possiamo annoverare: la recrudescenza delle infezioni da Covid-19 e la comparsa della variante Omicron; le pressioni inflazionistiche; la normalizzazione della politica monetaria; il rallentamento dell’economia cinese.  Le prospettive di crescita rimangono divergenti tra paesi e regioni con cicli asincroni e nelle economie emergenti, che soffrono di tassi di vaccinazione più bassi e di un sostegno politico più debole.

L’elevata inflazione è in gran parte il risultato di una mancata corrispondenza tra la forte ripresa della domanda aggregata, sostenuta da uno stimolo pubblico senza precedenti, e un’offerta insufficiente, dovuta a mancanza di input, colli di bottiglia delle catene di approvvigionamento, eccetera. Questo squilibrio è l’unico principale rischio al ribasso per la crescita e il principale rischio al rialzo per l’inflazione. “Ultimamente, i problemi delle catene di approvvigionamento legati alla pandemia nei mercati dei beni e del lavoro si sono comunque attenuati, ma rimangono elevati e potrebbero intaccare ulteriormente la fiducia dei consumatori e ritardare gli investimenti, ostacolando la crescita economica”, prosegue Siviero. “Tuttavia, l’inflazione dovrebbe comunque tornare ai livelli pre-pandemia nella maggior parte delle economie avanzate tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023”.

Di fronte alle spinte inflazionistiche ostinatamente elevate, al rischio di perdere il controllo dell’inflazione e all’intensa pressione politica, le banche centrali delle economie avanzate hanno abbandonato la spiegazione “transitoria” dell’inflazione e hanno spostato la loro attenzione a breve termine dal sostegno alla crescita e all’occupazione al garantire la stabilità dei prezzi e contenere le aspettative inflazionistiche. Anche le economie dei mercati emergenti (Brasile, Messico, Cile, Ungheria, Polonia, Russia, ecc.) hanno da tempo inasprito la politica in modo aggressivo e stanno continuando su questa via, anche se non è ancora chiaro se le banche centrali saranno in grado di andare avanti così.

“Un ritmo accelerato di normalizzazione, combinato con una recrudescenza dei casi di Covid-19, potrebbe interrompere la crescita e riportare le economie in recessione”, conclude Siviero. “Con l’inflazione che torna progressivamente agli obiettivi delle banche centrali e l’espansione economica in decelerazione, anche il sostegno politico a politiche monetarie più restrittive potrebbe diminuire rapidamente. Un aggressivo inasprimento di tali condizioni potrebbe appiattire ulteriormente le curve dei rendimenti sovrani, causando un’accresciuta volatilità del mercato. La politica monetaria dovrà rimanere dipendente dai dati e le banche centrali dovranno mantenere il loro approccio flessibile, ma è probabile che abbiano poco spazio per aumentare i tassi in modo aggressivo”.

Prospettive dei mercati finanziari e congiuntura economica nel 2022

La Cina rimane il grande punto interrogativo del 2022, e ci si chiede se sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò influendo negativamente sui mercati.

di Cristiano Iacopozzi*

Il 2021 è stato caratterizzato da almeno tre elementi di interesse. Il primo è indubbiamente il “risk on” che ha visto quasi tutti i mesi dell’anno registrare performance competitive dei mercati azionari, con la prevalenza di Wall Street ma con ottimi risultati anche dalle borse europee. Pertanto, i rendimenti azionari dei maggiori indici americani ed europei sono a doppia cifra, mentre hanno deluso la borsa di Hong Kong – con una performance negativa del 10% – e quella brasiliana. Nel dettaglio, il 2021 ha registrato da un lato il riequilibrio delle performance tra i comparti Growth e Value, dopo molti anni in cui il primo aveva visto risultati brillanti a scapito del secondo e, dall’altro, risultati meno confortanti delle borse dei paesi emergenti, che hanno abbastanza deluso le aspettative di inizio 2021, nonostante i risultati positivi, poichè hanno sottoperformato rispetto alle piazze più mature.

Il secondo elemento di interesse del 2021 è rappresentato dalla evoluzione dei tassi di interesse, che dopo tre anni hanno fatto registrare un aumento sensibile dei rendimenti sui treasuries americani, e meno pesante sui bund tedeschi. A questo fa da contraltare l’aspettativa sull’innalzamento dei tassi futuri, dal momento che se si prendono in considerazione i tassi impliciti dei contratti future sui tassi interbancari, a cominciare da quelli relativi all’Euribor 3 mesi, si può evidenziare come il mercato prezzi in ampio anticipo il ritorno in territorio positivo dell’Euribor 3 mesi da metà 2026 a metà 2024, e in qualche occasione dell’anno scorso si è visto prezzare in territorio positivo il contratto future sull’Euribor 3 mesi anche durante il 2023. A riprova di ciò, si segnala che gli indici sulle aspettative di inflazione indicano un aumento sia in Europa che negli Stati Uniti, a riprova dell’esaurimento  del periodo di bassa inflazione e di contenimento delle spinte inflazionistiche che si era consolidato fin dal 2008.

Il terzo ed ultimo tema del 2021 riguarda le valute, con il Dollaro americano che dopo una partenza incerta ed un conseguente indebolimento nella prima parte dell’anno passato, ha registrato un netto recupero nel secondo semestre, sia sull’Euro che sullo Yen, sulla scorta degli annunciati interventi da parte della Fed nel breve periodo. Poche sorprese, infine, sul versante delle materie prime, che hanno finito per confermare i significativi segnali di ripresa che erano già emersi nell’ultima parte del 2020, accentuando la stessa tendenza nel corso del 2021.

Passando agli scenari prospettici per il 2022, i temi oggetto di riflessione ed attenzione sono essenzialmente due. Il primo riguarda la solidità della congiuntura economica e in seconda battuta il ritorno dell’inflazione dopo molti anni in cui l’andamento dei prezzi al consumo si era mantenuto su livelli oggettivamente contenuti e bassi.

Con riferimento alla dinamica della crescita globale, non si può fare a meno di sottolineare che i tassi di crescita del PIL mondiale sono stati superiori alle aspettative di fine 2020, e che le indicazioni di fine 2021 sono confortanti per le principali economie occidentali. Gli Stati Uniti, per esempio, presentano degli indici anticipatori sostenuti anche in chiave prospettica per il 2022. Occorre anche sottolineare come l’area dell’Euro abbia conseguito livelli di PIL positivi del tutto inattesi, specialmente in Italia e Francia, e come gli indici PMI si stiano posizionando su livelli di crescita sostenuta. L’unica delusione è rappresentata dalla Cina, che non ha confermato la prontezza del rimbalzo avvenuto dopo lo scoppio della pandemia, ed anzi ha visto una decelerazione nel corso del 2021 sia sul versante della produzione industriale che su quello della domanda interna. L’economia cinese, pertanto, è il grande punto interrogativo del 2022, ed in particolare ci si chiede se la Cina sarà in grado di effettuare un soft landing su livelli di crescita soddisfacenti del 4-5% annui, oppure si posizionerà su livelli più bassi, in ciò generando una sorpresa negativa. Non è un caso, infatti, che i tassi cinesi abbiano subito una limatura nel corso del 2021, a differenza di quelli europei ed americani.

Il grande tema che dominerà almeno la prima parte del 2022 è l’inflazione, che è balzata su livelli che non venivano segnati da almeno trent’anni nelle economie occidentali, che sono ascrivibili alla presenza di più variabili contemporaneamente. Innanzitutto dal rincaro delle materie prime e dall’aumento dei prezzi per il trasporto, come accaduto nei noli marittimi che hanno visto un grande balzo, soprattutto per i container. A questi due elementi, comuni a tutte le economie, negli Stati Uniti si aggiunge l’aumento dei salari medi, che ha raggiunto percentuali del 6% come non accadeva da un trentennio.

Da ultimo, rimane sostenuta la domanda interna, anche in questo caso maggiormente negli Stati Uniti, come testimonia la robustezza delle vendite al dettaglio. Pertanto, il mantenimento di una atteggiamento “risk on” richiederà necessariamente la stabilizzazione dell’inflazione su livelli più contenuti rispetto a quelli degli ultimi mesi, ma non così bassi come quelli a cui ci eravamo abituati nel corso del decennio precedente, quindi con un target del 3% per gli Stati Uniti e del 2-2,5% per quanto riguarda l’Europa, tenuto conto del mutamento del target del 2% medio (e non più come massimo assoluto) concordato dalla Bce per fronteggiare le fasi più gravi della crisi pandemica.

* Cristiano Iacopozzi, docente di Asset Allocation (facoltà di Economia, Università di Siena)

Indebitamento UE di nuova generazione: una prima valutazione

Il programma Next Generation EU sta cambiando radicalmente il modo in cui l’UE si finanzia e interagisce con i mercati finanziari. Caratteristiche delle emissioni, potenziali rischi e opportunità legate all’indebitamento dell’UE.

Di Adriana Cardinale*

Il programma Next Generation EU (NGEU) sta cambiando radicalmente il modo in cui l’Unione Europea interagisce con i mercati finanziari a causa del suo ambizioso e innovativo programma sul debito pubblico.

Negli ultimi due anni, la Commissione Europea ha adottato una nuova strategia di prestito diversificata, simile a quella di altri grandi emittenti, per raccogliere denaro in modo sicuro, affidabile e conveniente, in moda tale da diventare “attraente” per i mercati finanziari e mantenere un solido rating creditizio. In particolare, l’UE prevede di costruire una curva dei rendimenti di riferimento completa, emettendo una gamma diversificata di titoli di debito con scadenze comprese tra tre mesi e trenta anni, da distribuire attraverso una rete di operatori bancari primari idonei a sostenere il programma di emissione, che avverrà principalmente per mezzo di aste e transazioni sindacate. Una rete di concessionari ben funzionante, infatti, è fondamentale per aiutare l’UE a vendere il debito senza intoppi, mantenere il livello di liquidità e adeguare i piani di prestito alle condizioni di mercato.

Finora, le prime emissioni dell’UE hanno mostrato un forte interesse da parte degli investitori e l’UE ha ottenuto buoni rating e prezzi relativi elevati rispetto ai suoi omologhi sovrani e sovranazionali. Il prestito NGEU rappresenta un’opportunità unica per gettare le basi per un asset sicuro europeo, che potrebbe aiutare a risolvere alcuni problemi di vecchia data con l’architettura finanziaria europea. Affinché abbia successo, il debito dell’UE dovrà avere prestazioni almeno pari a quelle degli altri principali emittenti dell’area dell’euro in termini di emissioni primarie e sui mercati secondari. La Commissione Europea, poi, dovrà monitorare la sua rete di concessionari per assicurarsi che sia ben posizionata per supportare le operazioni di mercato. Dovrebbe anche fare attenzione che la selezione di banche con cui lavorare nelle operazioni finanziarie sia considerata equa, trasparenti e imparziale.

Grazie a questo nuovo approccio, si prevede che l’UE diventerà presto il più grande emittente di obbligazioni verdi nell’ambito del mandato di Next Generation EU, arrivando ad emettere fino a un terzo del suo debito in questo segmento di mercato. In caso di successo, ciò potrebbe ulteriormente rafforzare il ruolo internazionale dell’euro  in tema di Sostenibilità Ambientale, e ciò richiederà all’Unione Europea di bilanciare il suo impegno nei confronti dei nuovi standard climatici, adattandosi alle attuali condizioni di mercato per garantire che il debito NGEU sostenga le nuove regole di finanziamento del clima e attiri un sufficiente interesse degli investitori.

Nel complesso, il debito a livello dell’UE dovrebbe avvantaggiare i mercati dei capitali dei Paesi aderenti e rafforzare l’architettura finanziaria dell’area dell’euro. Tuttavia, per trarre pieno vantaggio dai prestiti obbligazionari, il programma dovrebbe essere reso permanente e il suo volume aumentato sensibilmente, in modo da fornire una affidabile curva dei rendimenti di riferimento e un’attività sicura a lungo termine.

* Segreteria di redazione P&F