Giugno 14, 2026
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Politica Economica

La Fed non alzerà i tassi fino al 2023, ma il tapering comincerà prima

Tassi fermi fino al 2023, secondo Andrea Siviero, ma il tapering della Fed inizierà prima. La Federal Reserve comunicherà in anticipo le sue decisioni per evitare una grave correzione dei mercati.

“Il presidente Powell ha spesso evidenziato che qualsiasi cambiamento di strategia da parte della Fed sarà comunicato con largo anticipo: al momento non ci aspettiamo un aumento dei tassi di interesse fino al 2023”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

Se i tassi non dovrebbero subire aumenti fino al 2023, è probabile che il processo di normalizzazione inizi prima, con una riduzione degli acquisti mensili di asset da parte della banca centrale statunitense, il cosiddetto tapering. Anche in questo caso – spiega Siviero – la Fed darà comunque indicazioni anticipate ai mercati. Se si dovesse assistere a un inasprimento prematuro della politica monetaria statunitense, ciò sorprenderebbe gli operatori e creerebbe probabilmente una grave correzione dei mercati.

Per quanto riguarda l’inflazione, nel 2020 la Fed ha cambiato il suo approccio di politica monetaria ed è passata all’Average Inflation Targeting (AIT). Ciò significa che la Fed è disposta a lasciare che l’inflazione superi temporaneamente il target del 2% per compensare i periodi in cui l’inflazione è stata inferiore. Dopo aver mancato il suo obiettivo per un periodo prolungato, la Fed non è dispiaciuta dell’attuale aumento delle aspettative d’inflazione, poiché questo aiuta ad ancorare le aspettative a medio termine a un livello più alto. In base a questa linea, la Fed non agirà preventivamente per contenere l’inflazione e il suo processo decisionale si baserà sui dati, in particolare su quelli economici e senza un piano prestabilito per un restringimento della politica monetaria.

La Fed considera l’attuale picco inflazionistico un fenomeno transitorio, favorito dalla risposta politica senza precedenti alla pandemia Covid-19, dal balzo dei prezzi delle materie prime, dalle interruzioni della catena di approvvigionamento e da un effetto base anno su anno particolarmente importante. Una volta che l’economia globale recupererà il suo livello pre-pandemia, è probabile che la crescita economica ritorni alla sua traiettoria naturale e l’inflazione dovrebbe riprendere il suo andamento pre-pandemico. La Fed non si aspetta alcun cambiamento nelle dinamiche inflazionistiche a lungo termine. Le forze strutturali predominanti durante lo scorso decennio, come la demografia, la globalizzazione e il progresso tecnologico, manterranno una pressione deflazionistica nel medio termine.

“Per quanto riguarda la zona euro, la ripresa economica è in ritardo rispetto a quella statunitense”, conclude Siviero. “Il processo di vaccinazione sta prendendo velocità e i contributi previsti dal Recovery Fund saranno probabilmente erogati nel corso dell’anno. Le economie della zona euro si stanno progressivamente riaprendo e la Bce si è chiaramente impegnata a continuare a sostenere la ripresa attraverso una politica espansiva. Le pressioni inflazionistiche nella zona euro sono contenute e non ci aspettiamo un inasprimento troppo affrettato della politica monetaria della Bce”.

La FED ridurrà gli stimoli prima della BCE, sostenendo il dollaro. I tassi invariati la vera sorpresa

Secondo Filippo Garbarino, l’inflazione sarà  al picco in estate, ma più bassa nella seconda metà dell’anno, mentre i tassi dei Treasury a 10 anni andranno  verso quota 2% a fine 2021. Dopo la riunione del FOMC, la vera sorpresa sarebbe quella di non alzare i tassi, nonostante gli annunci di una stretta monetaria per il lontanissimo 2023.

Da qualche settimana, i tassi di interesse hanno cominciato ad essere al centro dell’attenzione per via della spinta inflazionistica generata dalla ripresa economica. Va da sé che questa “spinta” sui prezzi al consumo ed alla produzione stia avvenendo con diverse modalità a seconda dell’area geografica del mondo industriale: più cauta in Europa, “violenta” negli USA. A fine giugno, con ogni probabilità l’economia americana avrà annullato le perdite accusate con la pandemia, e ciò avverrebbe con oltre un anno di anticipo rispetto all’Eurozona.

In particolare, gli Stati Uniti – tradizionalmente molto “diretti” nell’annunciare le proprie politiche monetarie a breve termine – oggi stanno confondendo, e non poco, gli operatori. Infatti, prima del dato di Maggio sull’inflazione USA (+5% su base annuale) il segretario del Tesoro, Janet Yellen, aveva ribadito un concetto espresso nei mesi scorsi, e cioè che, di questo passo, il rialzo dei tassi da parte della FED sarà necessario per evitare il surriscaldamento dell’economia. Ebbene, il futuro rialzo dei tassi è stato fatto intravedere con un po’ troppo anticipo dal FOMC, che lo avrebbe programmato per il 2023 in modo da orientare i mercati senza troppi scossoni. Pertanto, visto il larghissimo anticipo (siamo ancora abbondantemente nel 2021, per cui mancherebbero due anni prima di una eventuale stretta monetaria), possiamo dire che la FED e la politica monetaria USA è più che mai accomodante, e sta dando la sensazione che la crescita sostenuta dell’inflazione sia un fatto temporaneo e destinato ad affievolirsi, consentendo così di mantenere gli stimoli inalterati (piano di acquisti di titoli da 120 miliardi di euro al mese). Invece il governo, come in un role playing ben sceneggiato, non perde occasione per mettere in guardia i mercati sulla probabile stretta monetaria, senza dire quando potrebbe accadere.

La vera sorpresa, pertanto, sarebbe quella di far rimanere immutati i tassi, nonostante i ritmi di ripresa del PIL e dell’occupazione suggeriscano di fare il contrario per evitare di perdere il controllo dei prezzi. “È probabile che il tasso di inflazione arrivi a un picco durante l’estate per poi attestarsi su livelli inferiori nella seconda metà del 2021. In tale contesto inflazionistico, è lecito aspettarsi un prosieguo nel rialzo dei tassi, con una pendenza però inferiore rispetto a quanto visto nel primo trimestre. Plausibile un tasso di circa il 2% per il Treasury Bond decennale Usa per la fine 2021 e un dollaro forte, sostenuto dalla possibile fine degli stimoli monetari da parte della Fed”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities. 

L’inflazione Usa negli ultimi mesi è salita a livelli che non si vedevano da tempo. Tuttavia ci sono alcuni fattori importanti da considerare. Tra le categorie che hanno contribuito maggiormente al rialzo dell’inflazione vi sono quelle che erano state più colpite dalla pandemia, per esempio l’alberghiero, con il +8%, i biglietti aerei con il +10%, le macchine usate con il +10%. Era assolutamente prevedibile che tali categorie, venendo da un periodo di chiusura globale, subissero un aumento di domanda e conseguentemente anche di prezzi. Le banche centrali considerano tali pressioni transitorie. Anche le aziende industriali, che hanno costi di input legati alle materie prime, non ritengono che il rialzo possa essere duraturo. 

Filippo Garbarino

Ora l’economia globale si trova in pieno rimbalzo post pandemico, ma la ripresa non è sincronizzata, poiché alcuni paesi emergenti come India e Brasile sono rimasti indietro nel contenimento del virus. I tassi dovrebbero continuare a salire ancora per alcuni trimestri, esercitando pressione sui prezzi delle obbligazioni. Sul medio-lungo periodo però vi è molta più incertezza sulla loro direzione, visto che permangono i soliti fattori deflazionistici: alti livelli di indebitamento, trend demografici in stagnazione e impatto negativo della tecnologia sui prezzi. “In questo contesto, si raccomanda un portafoglio obbligazionario con una esposizione mista sia in termini di duration (corta/lunga) sia in termini di tasso (fisso/variabile/inflation linked)”, sottolinea Garbarino. “Per quanto concerne l’esposizione al rischio cambio, si raccomanda un approccio non coperto, mantenendo esposizione al dollaro, in quanto riteniamo che la FED anticiperà la BCE nella exit strategy dagli stimoli monetari e questo dovrebbe favorire la valuta Usa”.

Stime di crescita UE incoraggianti. Il mondo sostiene la ripresa, occhio al comparto obbligazionario

Nonostante le incognite legate all’evoluzione della pandemia e all’efficacia delle misure di sostegno all’economia, la ripresa è trainata dagli investimenti. Il miglioramento economico globale porterà la fine delle politiche monetarie accomodanti ed un aumento dei rendimenti delle obbligazioni, destinate così a rendere il comparto obbligazionario scarsamente conveniente.

Il quadro generale di ripresa delle economie mondiali rimane ancora strettamente legato al miglioramento del quadro sanitario globale e, localmente, al sostegno proveniente dalla politica monetaria e dalle politiche di bilancio dei singoli stati. In Europa, poi, la crescita – Il consensus prevede un crescita del 4,3% nel 2021- sarà fortemente dipendente dal modo in cui i paesi aderenti all’UE riusciranno a spendere al meglio le risorse derivanti dai fondi europei del Recovery Plan.

In Italia, queste risorse rientrano nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sul quale da tempo sono puntati i riflettori per via dei dubbi – assolutamente fondati, in considerazione del livello di responsabilità politica della nostra classe dirigente – mitigati dal ruolo di garanzia di Mario Draghi, che nel passaggio da “tecnico” a “politico” pare non abbia perso il patrimonio di credibilità acquisito negli anni scorsi. Nel frattempo, la BCE lascia intatti i tassi d’interesse, con il tasso principale che rimane a zero ed il tasso sui depositi a -0,50% (quello sui prestiti marginali a 0,25%). Gli acquisti netti di titoli per immettere liquidità nel sistema continueranno ad un elevato, e le stime di crescita per l’Eurozona nel 2021 e 2022 sono riviste al rialzo (+4,6% e +4,7%, +2,1% nel 2023).

L’inflazione, che negli ultimi mesi ha causato dolori in USA (con il prezzo dei treasury a picco), sarà dell’1,9% nel 2021, dell’1,5% nel 2022 e dell’1,4% nel 2023. Sul tema, la presidente Lagarde ha affermato che l’inflazione sta risalendo principalmente a causa di fattori temporanei, e che in questo momento “una stretta sarebbe prematura e creerebbe dei rischi”. In pratica, se nel primo trimestre l’economia europea ha beneficiato della riapertura dell’economia mondiale, grazie al programma di vaccinazione ed alla spesa pubblica, nel secondo trimestre la ripresa economica globale si svilupperà più lentamente, ed accelererà nella seconda metà dell’anno, creando frizioni inflazionistiche di fronte alle quali, però, le banche centrali manterranno posizioni attendiste, favorendo così i mercati emergenti oggi al traino di Cina e India.

Naturalmente, il miglioramento economico globale porterà ineluttabilmente – e gradualmente, senza scossoni – la fine delle politiche monetarie accomodanti, e le aspettative di questa circostanza porteranno ad un aumento dei rendimenti delle obbligazioni e ad una diminuzione dei loro prezzi, destinati così a rendere il comparto obbligazionario piuttosto rischioso per qualunque portafoglio che non contenga soluzioni flessibili e covered bond.

“I dati relativi all’andamento dell’economia nell’Eurozona sono incoraggianti, e spingono ad un cauto ottimismo. La BCE ha infatti alzato le stime di crescita per il 2021″, ha dichiarato Moreno Zani (nella foto), Presidente di Tendercapital. “Positiva la rassicurazione della Presidente Lagarde in merito al mantenimento del Programma di acquisto per l’emergenza pandemica (PEPP) a sostegno delle politiche di bilancio. Occorrerà, peraltro, monitorare con attenzione il tasso di inflazione core alla luce del lieve rialzo che ha portato la BCE a rivedere le proiezioni, pur rimanendo ben al di sotto del target del 2%. Preoccupa maggiormente il balzo dell’inflazione negli Stati Uniti, salita al +0,6% nel mese di maggio con una previsione per il 2021 pari al +5%”. E’ realistico – secondo Zani – ipotizzare che si tratti, almeno in Europa, di un fattore temporaneo legato alle manovre espansive, alla rapida ripartenza dell’economia ed ai prezzi delle materie prime. In tale contesto è ragionevole immaginare che il ritorno alla normalità della politica monetaria sarà graduale. “La previsione di uno strumento innovativo come il Next Generation EU – conclude Zani – è fondamentale purchè i Paesi membri utilizzino tali risorse in maniera virtuosa”.

Oltreoceano, l’economia americana crescerà almeno del 5% nel 2021, ma queste previsioni sono destinate ad essere ritoccate al rialzo per via degli effetti del pacchetto fiscale da 1,9 trilioni di dollari già approvato, e di quelli futuri di un altro pacchetto da 3 trilioni in fase di studio. Ciò aumenta i timori che un aumento strutturale dell’inflazione (al momento negato dal governo, ma non sappiamo fino a quando) costringa la Federal Reserve a reagire. Di certo, questo dibattito sulla FED-attendista-fino-a-quando sta già dominando la scena da alcune settimane, animando i mercati e mettendo pressione alla curva dei rendimenti dei Treasury.

In Cina la crescita dovrebbe tendere all’8%, ma il paese sembra attraversare una fase di debolezza nonostante la politica fiscale ancora accomodante. I consumi, infatti, sono in fase di stagnazione dopo una corsa lunga alcuni anni, ma la domanda è prevista in aumento, e questo rende solide le esportazioni, in particolare quelle di semiconduttori. Permane il rischio-bolla nel mercato immobiliare, e la banca centrale sembra indirizzata ad aumentare i tassi di interesse di soli 20 punti base, ma il governo continuerà a perseguire un programma di prudente riduzione dei rischi nei settori immobiliare e finanziario, concentrandosi sulla “crescita di qualità” e ponendo quindi maggiore attenzione sulla tecnologia, sull’ambiente e sui consumi interni.

Maurizio Novelli: sull’inflazione la Fed procede a fari spenti

La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è davvero temporanea, ma la sfrutta per svalutare il debito. Volatilità destinata a crescere su tutte le asset class. Piccoli investitori Usa esposti sull’azionario per 1.000 miliardi di dollari.

“La Fed non è in grado di valutare se l’inflazione è temporanea e quanto potrà durare, ma è abbastanza ovvio che la strategia è creare inflazione per svalutare un debito che continua a salire inesorabile. Una parte importante del fenomeno inflazionistico in corso dipende da fattori non monetari che non sono sotto il controllo delle banche centrali, dato che è stato innescato da problemi legati alla catena globale delle forniture e a un’impennata dei costi della logistica. Questi fenomeni possono anche essere considerati temporanei, ma al momento non sembra che ci siano rallentamenti in vista”. È l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

L’aumento dei costi di produzione e di logistica è avvenuto in un contesto in cui le principali economie erano ancora parzialmente affette dal lockdown e le “riaperture” post Covid in fase iniziale. Cosa potrà accadere quando avremo anche un aumento della domanda proveniente da una riapertura completa dell’economia occidentale nessuno osa immaginarlo – ammonisce Novelli – ma è chiaro che il mercato dubita della “scommessa della FED” sulla temporaneità del fenomeno inflattivo in corso. Quindi, se la strategia è creare inflazione, prepariamoci a un aumento della volatilità su tutte le asset class. Le “prove tecniche” di questo fenomeno si sono già viste in queste ultime settimane, ma è probabile che sia solo l’inizio dell’uscita dal contesto di bassa volatilità che ha caratterizzato e sostenuto anni di alta propensione al rischio nel sistema.

Bassa volatilità e tassi a zero sono un fattore primario di formazione di un altro fenomeno di instabilità prospettica: la leva finanziaria. “Fare debito per acquistare qualsiasi cosa abbia un rendimento positivo accentua i movimenti rialzisti ma produce gli effetti amplificati inversi quando c’è da smontare queste posizioni”, prosegue Novelli. “Si stima che attualmente la leva finanziaria per sostenere posizioni speculative sul mercato finanziario Usa sia oltre il 15% del Pil, pari a 3 trilioni di dollari, di cui quasi 1 trilione, cioè 1.000 miliardi, attribuito agli investitori retail per acquistare azioni. Il rischio di sistema è dunque talmente elevato che, se la scommessa della Fed sulla temporaneità dell’inflazione fosse sbagliata, si verificherebbe una carneficina sui mercati e l’effetto Bitcoin, che ha prodotto un crack sui mercati delle criptovalute, si estenderebbe anche ad altre asset class”.

Le recenti aperture di indagini da parte della SEC, dopo il caso Archegos, per capire quanto leverage esiste nel sistema degli hedge fund ha iniziato a innervosire i prime broker e non è escluso che le recenti correzioni del Nasdaq siano anche collegate a una riduzione della leva in questo segmento speculativo. Anche gli inviti alla prudenza sulle criptovalute non sono mai stati presi in seria considerazione dagli speculatori, mentre l’indice Goldman Sachs sulle società tecnologiche quotate che evidenziano grandi perdite nei bilanci è quadruplicato in 12 mesi.

“Sei delle dieci grandi crisi degli ultimi 50 anni sono state provocate da policy mistakes della Fed, che non ha voluto mai intervenire per frenare gli eccessi speculativi su alcune asset class come equity e credito, o ha deciso di “rimanere dietro la curva”, cioè in netto ritardo nel contrastare l’inflazione in rialzo, provocando così una caduta dei Treasury e una fuga dalla valuta Usa. Se la storia ci insegna qualcosa, oggi si sta ripetendo lo stesso problema”, conclude Novelli. “In un contesto simile, confermiamo una asset allocation decisamente contrarian rispetto al consensus del mercato. Siamo negativi sulle prospettive del dollaro mentre siamo long sull’oro. Rimaniamo positivi sulle prospettive delle asset class Asia emergenti e Cina, dopo i significativi movimenti di rialzo registrati negli ultimi mesi. Tuttavia, poiché la Cina ha iniziato a rimuovere parte degli stimoli monetari e fiscali, riteniamo che questi mercati siano al momento in una fase di correzione. Quello che sembra emergere, dopo tutti gli interventi che sono stati fatti per evitare il collasso, è che il contesto dell’economia post Covid rischia di essere meno stabile e più esposto a fenomeni di crisi di quanto stiano scontando attualmente gli investitori”.

Spirale inflattiva o ritorno alla normalità? Presto il decennale USA sopra il 2% e il bund oltre lo 0%

Secondo Alberto Conca di Zest, la risalita dei tassi sconsiglia l’investimento sui titoli governativi a favore del corporate high yield. Il contesto macro favorisce banche e lusso: da seguire Unicredit, Deutsche Bank, Kering e Swatch.

“Il rendimento del decennale USA potrebbe spingersi fin sopra al 2%, mentre i differenziali di rendimento con l’Europa rimarranno sostanzialmente stabili e il Bund tedesco potrebbe tornare in territorio positivo, anche se solo marginalmente. Questo comporta ancora poco rischio di duration nei portafogli, ma scoraggia l’investimento in obbligazioni legate all’inflazione”. È l’analisi macro-economica di Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest Sa.

L’acceso dibattito di investitori ed economisti circa una nascente spirale inflattiva, che si potrebbe manifestare nei prossimi mesi e anni, appartiene alla sfera degli eventi conosciuti le cui conseguenze risultano difficili da prevedere – proseguono le considerazioni di Conca. Gli elementi in gioco sono molteplici e le loro interrelazioni possono portare a risultati differenti. Oltre al supporto fornito dalle banche centrali nell’ultimo decennio, la pandemia ha portato molti governi a implementare ingenti stimoli fiscali che hanno permesso il rapido recupero dell’attività economica. La pandemia ha causato un forte shock economico, simile a quello che avviene per effetto di un disastro naturale e diverso da quello causato da una recessione più tradizionale

Le banche centrali confidano che il rialzo dell’inflazione di questi mesi dovrebbe rallentare verso l’autunno per poi stabilizzarsi intorno al famoso obiettivo del 2% a inizio 2022. Depongono a supporto di questa tesi la normalizzazione del livello di scorte nel sistema, il riequilibrio del mercato del lavoro e il recupero di produttività. Inoltre, il rialzo dei prezzi delle materie prime si dovrebbe esaurire non appena l’attività economica sarà pienamente normalizzata. 

“L’andamento del decennale Usa mostra che di fatto siamo tornati sui livelli pre-pandemici, a conferma che quello che stiamo vedendo in queste settimane non è altro che un ritorno alla normalità e una riduzione del premio per il rischio”, spiega Conca. “Le manovre fiscali potrebbero ridurre più velocemente l’output gap, quindi la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale, e mantenere il tasso d’inflazione più stabilmente vicino agli obiettivi delle banche centrali. Questo a nostro avviso dovrebbe spingere moderatamente al rialzo i tassi a lunga, continuando a irripidire le curve dei tassi”.

Nell’area Euro, grazie alle manovre fiscali di supporto all’economia e ai continui interventi della Bce, crediamo che l’investimento in Corporate High Yield sia ancora premiante sia per il maggior rendimento, ma anche e soprattutto per la possibilità di un marginale restringimento degli spread. Con il Bund che potrebbe superare lo 0% di rendimento, crediamo che tutto il comparto governativi sia da evitare, in modo particolare la parte a lunga delle curve. Per il mercato azionario europeo, pensiamo che questo sia l’anno in cui il settore finanziario, e le banche in particolare, potrà continuare a recuperare parte del terreno perso negli ultimi anni. Grazie al contesto macro e alle ristrutturazioni intraprese negli ultimi anni, pensiamo che Unicredit e Deutsche Bank offrano interessanti profili di rischio/rendimento. Il settore del lusso, inoltre risulta ancora in grado di fare bene, grazie alla ripresa globale dei consumi. In questo contesto ci appaiono interessanti Kering per la qualità e Swatch come storia di ristrutturazione.

Il “Draghi Put” riduce in schiavitù lo spread. Un cane da guardia per i fondi del Recovery Plan

Secondo Goldman Sachs, il prezzo del rischio sovrano italiano indica fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico. Lo spread sui titoli tedeschi a 10 anni si riduce e premia le aspettative di riforme strutturali della coalizione italiana di unità nazionale.

Nei suoi otto anni come presidente della BCE, Mario Draghi ha sviluppato una capacità quasi leggendaria di contenere gli oneri finanziari per i governi della zona euro. Gli investitori sembrano attribuirgli poteri taumaturgici, a giudicare dalla calma che è scesa sui mercati obbligazionari da quando è entrato in carica a febbraio, passando dal ruolo di ex banchiere centrale – ampiamente riconosciuto per aver domato la crisi del debito dell’eurozona un decennio fa – in quello di politico. Prova ne è che, dopo una breve oscillazione al rialzo dello spread per via della preoccupazione che la BCE potesse presto ritirare il suo stimolo finanziario all’economia di emergenza, i costi di finanziamento di Roma sono tornati ai minimi nel giro di un mese.

Gli analisti di Goldman Sachs hanno soprannominato il potere dell’ex capo della BCE sui mercati obbligazionari come il “Draghi put“, poiché “il prezzo del rischio sovrano italiano indica innegabilmente fiducia nella capacità di Draghi di contenere il rischio politico”, ha scritto la banca in una nota ai clienti la scorsa settimana.

Gli investitori hanno segnalato il loro sostegno ai piani del primo ministro per rivedere la burocrazia italiana grazie ai 205 miliardi di euro provenienti dal Recovery Plan, e così oggi lo spread che l’Italia paga sul suo debito in relazione agli interessi sui titoli tedeschi a 10 anni si attesta a poco sopra un punto percentuale, non molto al di sopra del minimo quinquennale di febbraio. “C’è sicuramente una visione del mercato secondo cui Draghi non può sbagliare, che tutto ciò che tocca si trasforma in oro”, ha affermato James Athey, gestore di portafoglio obbligazionario presso Aberdeen Standard Investments.

Alcuni gestori di fondi percepiscono un’opportunità per scuotere l’Italia da decenni di torpore a bassa crescita, e stanno scommettendo che la stabilità fornita dalla coalizione di unità nazionale di Draghi crei uno sfondo ideale per il programma di riforma, poiché l’Italia beneficia di una delle maggiori quote del fondo di recupero dalla pandemia pari a 750 miliardi di euro. Il governo ha istituito un “cane da guardia” per sorvegliare le modalità di spesa del denaro, e ha introdotto misure per snellire la burocrazia e accelerare lo sviluppo delle infrastrutture. “Questo è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno per affrontare i suoi problemi a lungo termine. Si tratta di una spesa fiscale mirata finalizzata alle giuste riforme”, ha affermato Gareth Colesmith, responsabile dei tassi globali di Insight Investment. Ecco perché siamo positivi sull’Italia“.

La direzione degli spread italiani ha ripercussioni oltre i suoi confini. Essendo il più grande mercato dei titoli di stato dell’eurozona – e uno dei più rischiosi – l’Italia dà il tono agli asset ad alto rischio in tutto il blocco. Secondo Andrea Iannelli, direttore degli investimenti di Fidelity International, per ora “l’effetto Draghi” ha contribuito a nascondere le preoccupazioni per il consistente debito pubblico italiano, che supera il 160 per cento del PIL. “Questa visione potrebbe essere eccessivamente ottimista – sostiene Iannelli – perché distribuire miliardi di investimenti potrebbe riaccendere vecchi conflitti politici”. Ed effettivamente qualche segnale di malcontento c’è, perché Fratelli d’Italia – unico grande partito a non sostenere la coalizione di Draghi – è attualmente al secondo posto nei sondaggi a livello nazionale e non mostra particolare fiducia nell’UE. “Non sarà una navigazione semplice”, ha detto Iannelli. “e il mercato sta valutando positivamente uno scenario che presenta qualche rischio”.

In quanto nomina tecnocratica, Draghi non dovrebbe continuare come primo ministro oltre le prossime elezioni. Il mandato della coalizione deve terminare entro il 2023, anche se il voto potrebbe arrivare già il prossimo anno se Draghi decidesse di candidarsi alla Presidenza della Repubblica. Chiara Cremonesi, stratega del reddito fisso di UniCredit, ha affermato che i mercati potrebbero presto iniziare a preoccuparsi per ciò che potrebbe seguire la coalizione di unità. “Gli investitori sono positivi su Draghi, quindi sono ovviamente preoccupati per quanto durerà il suo governo”, ha detto. UniCredit non si aspetta elezioni nel 2022, ma un “aumento del rumore politico” potrebbe riportare gli spread al livello di circa 1,2 punti percentuali raggiunto prima dell’arrivo di Draghi, ha aggiunto.

Anche senza una fiammata politica, la relativa calma nei mercati dipende dalla BCE e dal suo continuo sostegno ai mercati attraverso il programma di acquisto di obbligazioni pandemiche da 1,85 trilioni introdotto dal successore di Draghi alla banca centrale, Christine Lagarde. Un sell-off obbligazionario dell’eurozona a maggio, che ha ampliato gli spread italiani aumentando anche i rendimenti tedeschi, mostra quanto i mercati siano diventati sensibili a qualsiasi suggerimento di un “tapering” anticipato degli acquisti netti dall’attuale livello di 80 miliardi al mese. La stessa Lagarde, però, ha rassicurato gli investitori che manterrà i suoi sforzi.

In ogni caso, gli investitori pensano che la BCE sarà molto sensibile a qualsiasi aumento dei rendimenti italiani. Finché l’ex capo della BCE rimarrà in carica, in molti scommettono che la banca centrale avrà maggiori probabilità di mantenere in funzione il rubinetto degli stimoli. “Finché pensano che l’Italia stia facendo riforme sensate, continueranno a fornire supporto”, ha affermato Colesmith.

Fonte: https://www.ft.com/content/c896f2b3-58b5-43e1-8c3d-d67bde88aaa9 (traduzione ed elaborazione dall’inglese a cura della redazione)

Vendite al dettaglio negli Stati Uniti, a Maggio si riprende a salire. Risparmi record a sostegno della spesa

Le vendite al dettaglio negli Stati Uniti si sono temporaneamente bloccate ad aprile, quando la spinta delle misure di stimolo è svanita, ma è probabile un’accelerazione nei prossimi mesi tra risparmi record e una riapertura dell’economia.

Il recente rapporto del Dipartimento del Commercio americano aveva mostrato come le vendite al dettaglio a marzo fossero state molto più forti di quanto stimato in precedenza, impostando la spesa dei consumatori su un percorso di crescita più elevato verso il secondo trimestre. In sintesi, escludendo automobili, benzina, materiali da costruzione e servizi di ristorazione, le vendite al dettaglio sono diminuite ad Aprile dell’1,5%, dopo un aumento del 7,6% (rivisto al rialzo) a marzo. La spesa dei consumatori, che rappresenta oltre i due terzi dell’attività economica degli Stati Uniti, era aumentata a un tasso annualizzato del 10,7% nel primo trimestre, aggiungendo 7,02 punti percentuali al ritmo di crescita annualizzato del 6,4% dell’economia.

Gran parte dell’impennata nella spesa dei consumatori dell’ultimo trimestre, pertanto, si è verificata a marzo, il che ha stabilito una base di crescita più elevata per i consumi diretti al secondo trimestre. Gli economisti, infatti, avevano mantenuto le loro stime per una crescita a due cifre della spesa per consumi anche nel secondo trimestre. Inoltre, c’erano anche segnali che gli americani stavano iniziando a spostare la loro spesa dai beni ai servizi come ristoranti e bar, con oltre un terzo della popolazione vaccinata contro il COVID-19. “Ci sarà uno slancio nel secondo trimestre per la crescita economica”, aveva detto Chris Rupkey, capo economista di FWDBONDS a New York. Così, la lettura invariata delle vendite al dettaglio nel mese di Aprile, in confronto all’aumento del 10,7% avvenuto a marzo – il secondo aumento più grande mai registrato prima –  ha sorpreso non poco gli economisti intervistati da Reuters, i quali avevano previsto che le vendite al dettaglio sarebbero aumentate ad Aprile almeno dell’1,0%.

In dettaglio, l’aumento del 2,9% negli acquisti di autoveicoli è stato compensato da un calo della spesa altrove. Le vendite nei negozi di abbigliamento sono diminuite del 5,1%, così come le vendite nei negozi di articoli sportivi, hobby, strumenti musicali e librerie. Le vendite nei negozi di mobili sono diminuite dello 0,7%, e persino le vendite al dettaglio online sono diminuite dello 0,6%; e questo dato, da solo, ha fatto preoccupare molto gli economisti. In compenso, le entrate nei negozi di elettronica ed elettrodomestici sono aumentate dell’1,2%. I consumatori hanno anche aumentato la spesa in ristoranti e bar, portando a un aumento delle entrate del 3,0% dopo il balzo del 13,5% a marzo. Complessivamente, le vendite di ristoranti e bar sono superiori del 116,8% rispetto ad aprile 2020.

La forte ripresa del settore ristorazione è la prova vivente che gli americani vaccinati stiano “patrocinando” ristoranti e bar dopo essere stati rinchiusi a casa per più di un anno. De resto, le vendite al dettaglio rappresentano la componente beni della spesa dei consumatori, e le famiglie hanno accumulato almeno 2,3 trilioni di USD risparmiati in eccesso durante la pandemia di Coronavirus, costituendo una riserva che dovrebbe sostenere la spesa quest’anno. Secondo James Knightley, chief international economista presso ING a New York ,”Vedremo sempre più persone che spostano una percentuale maggiore della loro spesa dalle ‘cose’, che vengono raccolte dalle vendite al dettaglio, verso ‘esperienze’ che si riflettono in una più ampia spesa dei consumatori“. E la disponibilità non dovrebbe mancare, visto che molte famiglie hanno ricevuto ulteriori 1.400 USD a Marzo, grazie al pacchetto di salvataggio pandemico da 1,9 trilioni di USD deciso dalla Casa Bianca e approvato proprio all’inizio di Marzo.

Alcuni economisti hanno affermato che il rapporto neutrale sulle vendite al dettaglio potrebbe alleviare le preoccupazioni dei mercati finanziari sull’inflazione, che sono state alimentate dai rapporti sui prezzi al consumo e sulla produzione di questa settimana. “I rendimenti delle obbligazioni sono più bassi e la curva un pò più piatta, forse perché la cresta dell’onda di spesa guidata dagli stimoli che guida l’inflazione fastidiosamente alta sta raggiungendo il picco”, ha detto Chris Low, capo economista di FHN a New York .

Un rapporto dell’Università del Michigan ha mostrato che i prezzi più alti stanno iniziando ad attirare l’attenzione dei consumatori, offuscando la loro percezione sulle prospettive economiche, ma i risparmi record potrebbero fornire un cuscinetto contro l’inflazione. “La crescita delle vendite al dettaglio sarà solida per il resto dell’anno”, ha affermato Gus Faucher, capo economista di PNC Financial a Pittsburgh, in Pennsylvania. “I consumatori hanno miliardi di dollari di pagamenti di incentivi risparmiati e spenderanno gradualmente quei fondi nei prossimi due anni”.

Tuttavia, si teme che la carenza di manodopera e materie prime, che ostacola la produzione nelle fabbriche, possa pesare sulle vendite al dettaglio. I porti inoltre non hanno abbastanza lavoratori per scaricare le navi, ritardando le consegne di beni di consumo importati. Le aziende hanno esaurito le scorte nel primo trimestre e stanno lottando per rifornirsi. Un rapporto separato della Federal Reserve ha mostrato che la produzione manifatturiera è aumentata moderatamente ad aprile, con la produzione di autoveicoli in calo a causa di una carenza globale di semiconduttori. Nonostante questo, il bilancio di economisti ed analisti vede la ripresa della crescita in netto vantaggio già dal mese di Maggio e fino a Giugno compreso, dopodichè le misure di limitazione alle spinte inflazionistiche dovrebbero cominciare a far sentire i propri effetti.

Accelera l’inflazione su base annua a maggio

Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese di maggio 2021 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, è stabile su base mensile e aumenta su base annua dell’1,3% (dal +1,1% di Aprile).
 
ROMA (ITALPRESS) – L’accelerazione tendenziale dell’inflazione si deve essenzialmente ai prezzi dei beni energetici, la cui crescita passa da +9,8% di aprile a +13,8% a causa dei prezzi della componente non regolamentata (che accelerano da +6,6% a +12,6%) mentre quelli della componente regolamentata continuano a registrare un forte incremento ma stabile (+16,8% come ad aprile). Tale dinamica è compensata in misura limitata dall’inversione di tendenza dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +0,7% a -0,1%).
L'”inflazione di fondo“, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rimane stabile a +0,3% e quella al netto dei soli beni energetici decelera e si porta a +0,2% (da +0,3% di aprile). La variazione congiunturale nulla dell’indice generale è dovuta a dinamiche opposte: da una parte, la crescita dei prezzi dei beni energetici non regolamentati (+1,1%) e degli alimentari non lavorati (+0,9%), dall’altra, la diminuzione dei prezzi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8%). L’inflazione acquisita per il 2021 è pari a +1,2% per l’indice generale e a +0,6% per la componente di fondo. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona amplificano di poco la loro flessione (da -0,7% a -0,8%), mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto accelerano (da +1,0% a +1,5%).
Complessivamente, nel mese di maggio 2021 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, è stabile su base mensile e un aumento su base annua dell’1,3% (dal +1,1% del mese precedente).
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

USA e la teoria della “temporary inflation”: solo una scusa per continuare ad emettere debito?

Secondo Mario Cribari, la “temporary inflation” che Powell si ostina a dichiarare sembra una scusa per mantenere i tassi più bassi possibili e permettere al Tesoro di continuare a emettere debito. Conviene puntare su alcuni titoli growth di elevatissima qualità e sui real assets.

“Lo scenario macro che si prospetta è quello di un boom economico iniziale e poi di una crescita strutturalmente più alta di quanto sperimentato dopo il 2008, affiancata però da effetti collaterali come l’inflazione”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

La seconda e terza ondata pandemica hanno colpito duramente l’Europa e alcuni mercati emergenti. Un certo senso di assuefazione è evidente non solo nei comportamenti delle persone ma anche dei governi e soprattutto dei mercati che hanno completamente ignorato lo sviluppo pandemico. La fotografia che si prospetta è quella di un boom economico post pandemico, che sarà seguito poi da crescita sostenuta per i prossimi anni, ma sarà pure accompagnato da tassi e inflazione in rialzo. Alla lunga lista di forze inflattive già presenti si aggiunge il serio aggravamento di alcuni deficit di approvvigionamento (sui microchip ma non solo), la forte resilienza dei salari orari e la fine della moratoria sugli sfratti negli Usa che, insieme al boom di compravendite immobiliari in un mercato con scarsissime scorte di immobili, porterà una componente importante dell’indice dei prezzi al consumo ad aumentare. Da non trascurare poi il fortissimo apprezzamento delle materie prime.

“La “temporary inflation” che Powell si ostina a dichiarare sembra una scusa per mantenere i tassi più bassi possibili e permettere al Tesoro di continuare a emettere debito”, sottolinea Cribari. “Una parte degli interventi fiscali americani sarà produttiva mentre molti altri rappresentano spesa improduttiva, che favorisce il consumo e di conseguenza la domanda di beni che si fa fatica a produrre”.

Alla fase di asset inflation post Quantitative easing (dei ricchi) seguirà la goods inflation post interventi fiscali (del ceto medio basso). A una prima fase di recupero temporaneo dell’inflazione, per effetto base, ne seguirà un altro in cui ci si renderà conto che l’incremento è strutturale. A questo punto delle due l’una: o le banche centrali lo ammetteranno affannandosi a prosciugare in fretta e furia la liquidità in eccesso, o continueranno a parlare di fenomeno temporaneo con il rischio di perderne il controllo definitivamente. In nessuno dei due casi il mercato resterà indifferente: o i tassi salgono e i multipli scendono o l’aumento dell’inflazione causerà una riduzione degli utili societari e per mantenere i multipli costanti già elevati dovranno scendere i prezzi di borsa. Unico elemento che potrebbe temporaneamente calmierare tale tendenza è la restrizione monetaria e fiscale in atto in Cina che peserà probabilmente sull’andamento economico dei mercati emergenti e sui prezzi delle materie prime. Essa può raffreddare taluni eccessi di un’economia che sarà ancora una volta la prima della classe e una pausa temporanea nella corsa economica e delle materie prime è quindi probabile nel breve, senza però che possa fermare i processi in atto.

“La necessità di un reset su tassi, inflazione e percezione avrà implicazioni non piacevoli. Un effetto logico sarà la svalutazione di quelle che vengono chiamate “long duration equities”, vale a dire titoli e settori spinti solo dal momentum e dalla speculazione, che soffriranno di una contrazione dei multipli. Tra questi includiamo molte nuove IPO di titoli tecnologici, alcune società legate alla green economy e in particolare alla mobilità elettrica e alcune criptovalute”, conclude Cribari. “Continuano a piacerci invece alcuni titoli growth più “tradizionali” e di elevatissima qualità, i quali continuano a crescere a ritmi impressionanti: ulteriori correzioni rappresenterebbero a nostro parere un punto di entrata estremamente interessante. Ribadiamo il nostro elevato livello di guardia anche su alcuni titoli ciclici che, se erano certamente interessanti qualche settimana fa, hanno ormai scontato la ripresa economica. In una fase di risk on i mercati europei potrebbero recuperare terreno, così come il Giappone, mentre i mercati emergenti potrebbero subire la politica restrittiva cinese. Insistiamo infine sul nuovo ruolo dei real asset, che assumeranno il ruolo di nuovi hedge di portafoglio, insieme ad alcune obbligazioni emergenti di qualità, al posto dei tradizionali governativi”.

 

Italia, un paese che non cresce più. Accelerare le fusioni per rafforzare il sistema delle imprese

Secondo Ugo Loeser di Arca Fondi SGR, l’Italia è un paese che non cresce, con un’economia bloccata da vent’anni: cinquemila miliardi di euro di ricchezza privata, di cui mille e ottocento depositati su conti correnti che non danno alcun rendimento.

 “La prima edizione del Global Banking Forum ha permesso un confronto profondo e costruttivo sulle grandi sfide che attendono il sistema bancario e finanziario, nel pieno della complessa fase di ripresa dalla Pandemia che per oltre un anno ha condizionato le attività di tutto il mondo. Sono stati illustrati e discussi i rischi connessi ad una fase di ricostruzione del Paese, pur con la consapevolezza che vi siano grandi opportunità che le banche in primis devono saper cogliere per porsi al fianco del sistema produttivo ed industriale nel rilancio del Paese”.

Questo il commento di Luigi Consiglio, Presidente GEA a conclusione della prima edizione del Global Banking Forum“Le grandi innovazioni che il settore ha innanzi a sé sono importanti per il futuro del sistema del credito e concorreranno alla ripresa economica del sistema Paese” ha aggiunto Consiglio. Occorre saper sostenere e incentivare la ripresa, identificando soluzioni che permettano di canalizzare flussi di risparmio verso le imprese. “Nel corso del 2020 la massa finanziaria delle famiglie messa a risparmio è ulteriormente cresciuta, toccando livelli record mai visti prima. Occorre immaginare strumenti adeguati che portino queste risorse al sostenere la ripresa” ha chiosato Consiglio.

Un riferimento anche alla leva fiscale, che potrebbe incentivare le famiglie a investire in fondi e strumenti a sostegno dell’economia reale. Secondo Enrico Sassoon, Presidente Eccellenze d’Impresa, “i cambiamenti cui stiamo assistendo sono estremamente veloci e profondi. Il sistema bancario come siamo stati soliti conoscerlo fino a pochi mesi fa non sarà quello post pandemia. Saranno necessari cambiamenti sia sotto il profilo tecnologico, sia organizzativo e di know how.  Dobbiamo fare in modo che tutto questo avvenga in modo veloce, coinvolgendo tutti gli attori del sistema. Può costituire una grande opportunità per la crescita del nostro Paese e la sua maggiore autorevolezza anche nel confronto internazionale”.

L’Italia è un paese che non cresce, con un’economia bloccata da vent’anni: cinquemila miliardi di euro di ricchezza privata, di cui mille e ottocento depositati su conti correnti che non danno alcun rendimento. Questa è la fotografia del Paese delineata da Ugo Loeser, CEO di Arca Fondi SGR . In Italia, ha proseguito Loeser nella sua analisi, vi sono due visioni contrastanti: da un lato una frugale, estremamente pericolosa, che vede l’Italia non in grado di crescere, a differenza del debito pubblico che continua ad aumentare; e una visione dinamica, mediterranea, che guarda invece a questa situazione come un’opportunità: con una leva economica finanziata dalla BCE a tassi negativi, usare la leva del debito pubblico.

Sul tema della crescita, inevitabile il riferimento alle dimensioni e performance delle nostre imprese, che devono necessariamente espandersi per dare continuità ad una crescita sostenibile nel tempo. Secondo Giovanni Tamburi (Tamburi Investment Partners), se il Covid venisse sfruttato come opportunità per accelerare le fusioni avremmo risolto un problema enorme. Il problema del paese è solo capitalizzare le imprese e metterle insieme. Gli fa eco Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, secondo il quale la dimensione delle aziende quotate oggi in Borsa non rispecchia il peso dell’economia italiana, dato che il Pil è tre volte superiore alla capitalizzazione di mercato. “In Italia ci sono solo 350 imprese quotate, troppo poche: è necessario capire che bisogna crescere molto più rapidamente per stare al passo con l’evoluzione del mercato”.