Davvero sorprendente il criterio di ripartizione dei 196 miliardi destinati all’Italia dall’Unione Europea nell’ambito del c.d. Recovery Plan. L’esperienza della pandemia ed il triste bilancio di morti, evidentemente, non hanno insegnato nulla.
Di Massimo Bonaventura
Il problema era soltanto quello di rimanere in casa per via dell’emergenza sanitaria? A giudicare dalla distribuzione dei miliardi del Recovery Plan, sembrerebbe di no. Infatti, il dibattito tra le forze politiche di maggioranza sui miliardi da spendere nel nostro Paese, e le scelte che sembrano essere scaturite, non cessano di riservare sorprese in quanto ad assenza di lungimiranza ed a prevalenza di interessi di bottega, che faranno di questo immenso “Piano Marshall” del terzo millennio un inefficace minestrone di misure economiche in salsa radical chic.
Ma andiamo con ordine. I 196 miliardi del Recovery Plan destinati all’Italia pioveranno su alcuni settori che, in teoria, sono tutti altamente strategici per il futuro di ogni paese: dalla digitalizzazione e innovazione alla “rivoluzione verde e transizione ecologica”, dal settore “infrastrutture per una mobilità sostenibile” al capitolo “istruzione e ricerca“, dalla “inclusione sociale” alla “salute”. Sulla carta, insomma, sei settori fondamentali, a ciascuno dei quali verrà assegnato un budget dei fondi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – il Recovery Plan italiano – la cui bozza è all’esame del Consiglio dei Ministri e, una volta completata e approvata, sarà poi trasmessa alla Commissione Europea.
Relativamente alla digitalizzazione, a cui andranno 48,7 miliardi, emerge in tutta la sua grandezza quella della Giustizia, in relazione alla quale tutti i processi, civili e penali, dovranno passare dalla carta al computer. E’ previsto anche un aumento del numero dei giudici e del personale amministrativo, ed una profonda trasformazione del contenzioso civile, che si svolgerà con un solo rito (anziché i tre attuali) e darà maggiore spazio alla conciliazione.
Pertanto, sembra che si parta con il piede giusto, ma quando si arriva ai programmi relativi al rito penale si cambia rapidamente idea. Infatti, è previsto che i tre gradi di giudizio dovranno rispettare una durata massima per ogni step: tre anni in primo grado, due in appello, uno e mezzo in Cassazione. In totale, quindi, saranno “al massimo” 6 anni e mezzo: una vita, come adesso, con buona pace della certezza del Diritto; ed è quasi comico assistere al compiacimento delle Istituzioni che si accompagna a questa “grande novità”. Certo, la scure sui tempi di prescrizione dovrebbe restituire maggiore affidamento a chi vuol far valere le proprie ragioni in un tribunale, ma non si comprende per quale motivo non si debba investire nell’aumento adeguato del numero dei magistrati – che dovrebbero essere pari ad almeno il doppio degli attuali 11.000, meglio ancora il triplo – invece di tentare di accorciare i passaggi amministrativi senza ridurre gli anni di durata del processo. Del resto, il programma di spesa dei miliardi previsti dal Piano non sembrano prevedere nulla riguardo ad un capitolo fondamentale per la Giustizia italiana, e cioè quello della formazione di nuovi giudici, e questo la dice lunga sulle reali intenzioni di spesa: solo un cambiamento di facciata, una cosa “all’italiana”, insomma.
La “regina” del Recovery Plan in salsa radical chic è la “rivoluzione verde”, a cui vengono assegnati ben 74,3 miliardi per le risorse idriche, la mobilità, l’economia circolare e la riqualificazione degli edifici, seguita dalle infrastrutture: alta velocità e manutenzione stradale (totale per 27,7 miliardi). L’intento è lodevole e gli obiettivi assolutamente di valore, ma sorprende l’enorme errore di valutazione – per non dire altro – alla base dell’assegnazione dei fondi: il settore delle infrastrutture offre opportunità di crescita occupazionale immediata e strutturale almeno pari (se non superiori) a quelle previste dalla c.d. rivoluzione verde, alla quale viene assegnata una cifra-monstre quasi tripla rispetto al settore infrastrutture, pur non avendo uguale ricaduta occupazionale nel breve periodo.
Infatti, la variabile più importante, come dichiarato nello stesso Piano, è l’effetto moltiplicativo degli investimenti pubblici, il quale aumenta all’aumentare dell’occupazione, e la sua velocità di propagazione nel breve periodo – che è ciò che serve oggi alla nostra economia – dipende dalla rapidità di messa in opera delle opere. Ebbene, non è un mistero che il settore delle infrastrutture, nel breve periodo, gioca un ruolo importante grazie alla consolidata prassi di apertura dei cantieri i quali, in relazione alla Alta Velocità ed alla manutenzione stradale, assicurerebbero una ricaduta occupazionale pressoché immediata (da 3 a 6 mesi, contro i 12-24 mesi della Mobilità, per esempio).
La vera e propria “perla” del Recovery Plan all’italiana va, comunque, alla fantasia dei governanti “radical”. Infatti, ci
vuole grande fantasia per destinare 4,2 miliardi di euro alla c.d. Parità di Genere, obiettivo che nasce dalla più grande bugia che un coacervo di grandi interessi sta lentamente cercando di far prevalere sul buon senso: il concetto di “gender gap”, ossia il minor tasso di occupazione femminile – che è un fatto vero – combinato con la minore retribuzione riservata alle donne nel mondo del lavoro – che è falso come una banconota da due euro. La strumentale concezione del gender gap promossa dai media accomodanti verso le istanze di certa parte della politica nazionale, infatti, utilizza come parametro di riferimento il minor reddito totale prodotto da TUTTE le donne italiane rispetto a quello prodotto da TUTTI gli uomini, facendo intendere così che le donne, prese singolarmente, vengano pagate meno degli uomini. Ci vuol poco a capire che si tratti di un falso tanto odioso quanto abominevole, dal momento che le leggi del nostro Ordinamento, a partire dalla nostra Costituzione, vietano la disparità di trattamento retributivo tra uomo e donna e, peraltro, vengono rigidamente osservate sia nel settore pubblico che in quello privato.
Eppure, con il Recovery Plan ed il suo bagaglio di miliardi a pioggia, si vuole favorire il raggiungimento della parità – che è cosa diversa dalle pari opportunità – in barba alla Meritocrazia, promuovendo l’occupazione femminile e riformando le politiche del lavoro per i giovani; tutto ciò al fine di far salire artificiosamente la percentuale di impiego femminile – oggi pari al 50,1% – a parità di posti di lavoro disponibili. Ciò significa che i giovani uomini italiani, grazie al Recovery Plan in salsa radical chic, saranno sfavoriti in futuro proprio in termini di opportunità lavorative, tanto più che si pensa anche di istituire un Sistema nazionale di certificazione sulla parità di genere per le imprese. In pratica, essere donna, in Italia, grazie a questo Recovery Plan ed al suo carico di miliardi equivarrà appartenere ad una c.d. Categoria Protetta, alla faccia dell’art. 3 della Costituzione.
Riserviamo per ultimo, poi, lo stanziamento previsto per la Sanità e gli ospedali, che sarà pari a 9 miliardi. Contro ogni logica, dopo aver imparato sulla nostra pelle che nel nostro Paese il sistema sanitario, vessato da decenni di continui tagli, è passato dall’essere un vanto del nostro sistema sociale all’essere una vergogna nazionale, e che tale stato di cose ha causato un aumento esponenziale del tasso di mortalità per via della pandemia e dello scarso numero di posti nelle terapie intensive, la maggioranza decide di destinare al settore non il 30-40% delle risorse, ma un misero 4,6%. E’ vero che, fino ad oggi, la spesa pubblica per la Sanità ha destinato dall’inizio dell’emergenza circa 12 miliardi di risorse finanziarie, ma la somma di questa cifra con quella destinata dai fondi europei è comunque pari ad un risicato 10%, nonostante a fine pandemia – terza ondata permettendo – il numero complessivo di morti italiani per Covid non sarà inferiore a 90.000.
Sui 9 miliardi previsti, peraltro, soltanto 4,8 sono destinati all’assistenza domiciliare e alla telemedicina, che hanno dimostrato, in tempo di pandemia, quanto siano efficaci per poter seguire i malati a casa.
Unica annotazione positiva, i 19,2 miliardi di euro di investimenti previsti per la modernizzazione dell’edilizia scolastica e la cablatura di tutti gli edifici, l’innovazione dell’istruzione universitaria in senso digitale, l’aumento delle borse di studio per gli studenti meritevoli o svantaggiati e l’estensione della “no tax area” per le famiglie a basso reddito. Ma è ben poca cosa, viste le incredibili disparità adottate nelle decisioni di spesa in tutti gli altri settori.



Di contro, con il Covid cresce di molto la vulnerabilità famiglie, tanto che una su due ha fatto debiti nel corso del 2020 per effetto della crisi innescata dalla pandemia. L’analisi da cui scaturiscono questi dati si basa un campione di 3.274 individui, secondo il quale circa il 30% degli intervistati dichiara di non essere in grado di fronteggiare una spesa inattesa di mille euro, e più del 30% dichiara di aver diminuito il proprio reddito nell’ultimo anno. In più, il 47% circa degli intervistati ha dovuto contrarre un debito (un mutuo nel 24% dei casi, e un prestito per coprire spese correnti nel restante 22% dei casi).
aver intaccato i propri risparmi, mentre il 45% circa non ha modificato le proprie abitudini rispetto al passato. Tuttavia, si legge nel Rapporto, prevale un diffuso pessimismo rispetto al futuro ed aspettative di ripresa solo dopo il 2022. Per tale motivo prevale la propensione al risparmio, ed in particolare quello che non è legato ad obiettivi specifici, al c.d. “non si sa mai”. Infatti, più del 60% degli intervistati dichiara di accantonare risorse al fine di fronteggiare eventi inattesi (non si sa mai).

Attualmente, i ricercatori stanno lavorando su tre tipologie di vaccini, quello a RNA, quello a DNA e quello Proteico. Il vaccino a RNA (da RiboNucleic Acid, Acido Ribonucleico) si basa su una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria, producendo così gli anticorpi attivi contro il virus. Il vaccino a DNA (da DeoxyriboNucleic Acid, Acido Desossiribonucleico) ha un meccanismo simile a quello con RNA, dal momento che viene introdotto un
frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria. Il vaccino proteico, infine, utilizza in laboratorio la sequenza RNA del virus per sintetizzare proteine o frammenti di proteine dal capside virale, iniettandole successivamente nell’organismo umano in combinazione con sostanze che esaltano la risposta immunitaria.
Non esattamente. Innanzitutto, per far sì che il vaccino (o i vaccini) determinino la scomparsa del virus, sarà necessario raggiungere l’immunità di gregge, e per farlo serve una copertura compresa tra il 70% e l’85% dell’intera popolazione di un paese (bambini inclusi). Impresa quasi impossibile, soprattutto se consideriamo la naturale dispersione che deriva dal dover iniettare due dosi di vaccino a testa a distanza di qualche giorno. Solo in Italia, per fare un esempio, si tratterebbe di 45 milioni di persone, e prima di avere in stock 90 milioni di dosi (45 x 2 volte) ci vorranno molti mesi e, probabilmente, altri periodi di lockdown e colorature di cartina geografica.
Già, la cura. E’ lecito chiedersi perché non siano stati fatti passi avanti verso la scoperta di una terapia risolutiva per tutti, e si sia preferito concentrare gli sforzi verso il vaccino il quale, normalmente, necessiterebbe di una attività di ricerca lunga da 4 a 5 anni. Ci si chiede, senza scadere nello sterile complottismo cui certi ambienti sono piuttosto avvezzi, se sia stata effettivamente ponderata la scelta di concentrare gli sforzi sul vaccino e non sul farmaco.
elemento del sistema immunitario, costituito da circa 30 proteine che circolano nel sangue, che gioca un ruolo fondamentale nella protezione contro le infezioni, uccidendo i batteri e avvertendo le cellule del sistema immunitario di entrare in azione.
I farmaci appartenenti a questa classe – come dicevamo – esistono già, ma hanno costi altissimi, in quanto destinati alla cura di malattie rarissime e, quindi, generalmente a carico dello Stato (c.d. cura compassionevole, molto utilizzata in Italia). Quello dei costi insostenibili per una famiglia è certamente un altro dei motivi che dovrebbe scoraggiare i professionisti del complotto sanitario dal continuare a sostenere che si sia preferito impegnarsi nel vaccino per motivi di cartello, “perché i farmaci costano di meno”. Infatti, una singola dose del farmaco inibitore Ravulizumab (distribuito sotto il nome di Ultomiris), ad esempio, costa circa 5.400 euro, e siccome la sua azione è pari ad un mese, potrebbero essere necessarie due dosi, con un costo a paziente pari a quasi 11.000 euro interamente a carico dello Stato. Il vaccino, invece, costerà intorno ai 20 euro, rappresenta un costo più che sostenibile e sarà a carico dei pazienti.
Così, l’ultimo rapporto utilizzabile ai fini analitici è quello che fotografa l’anno 2018 nel suo complesso, che identifica una quantità di posti letto complessivi che oltrepassa i 5 milioni e 113 mila, divisi tra alberghi (2 milioni e 260 mila) e strutture extra alberghiere (2 milioni e 852 mila). Queste ultime ancora in crescita nel 2019.
Nel solo 2019 il settore turismo ha fatto registrare 130,2 milioni di arrivi e 434,7 milioni di presenze nelle strutture ricettive. Numeri in crescita, che è stata trainata dal settore extra-alberghiero. Tuttavia gli alberghi e le catene alberghiere mantengono il primato quanto a presenze con il 64% del totale. Gli ospiti stranieri sono la componente maggiore presso tutte le strutture con un 50,6% assestato nel 2019 e con un ritmo di crescita quasi doppio negli ultimi tre anni. Il Veneto guida la graduatoria con il 16% del totale degli stranieri in Italia mentre nella parte meridionale della penisole e nelle isole, l’unica regione a raggiungere il 5% è la Campania.
Nel trimestre marzo-maggio del 2019 in Italia si sono registrati 81 milioni di turisti, una cifra che corrisponde al 18,5% del totale annuale. Nello stesso trimestre la media europea è leggermente superiore (20,9%) perché tiene conto delle percentuali, sempre più alte rispetto all’Italia, di Germania, Regno Unito e Spagna, legate alla differente distribuzione del turismo nell’arco di tutto l’anno.


L’accordo siglato tra la Cina e gli altri 14 paesi asiatici sembra favorire le aziende europee che hanno intrapreso da tempo un percorso di qualità. “In questo contesto, vediamo una potenziale rivalutazione delle società europee”, aggiunge Zimmerman, “dato che è ragionevole aspettarsi la fine del processo di de-globalizzazione delle supply-chain cinesi, causata dallo scontro con gli Stati Uniti. Inoltre, l’ulteriore crescita della classe media asiatica si trasformerà in un aumento della domanda per i prodotti europei di qualità”. 

Relativamente alle quotazioni immobiliari, la speciale classifica delle città europee secondo il costo a mq vede al primo posto Parigi con 12.900 euro/mq, seguita da Londra con 11.200 euro/mq e Monaco di Baviera con 7.800 euro/mq. In Italia, Milano è ben distante a quota 3.650 euro/mq, Roma 3.300 euro/mq e Torino 1.950 euro/mq. Relativamente al prezzo medio al metro quadrato per l’affitto degli immobili residenziali, Parigi sempre in testa con un valore di 27,8 euro/mq, seguita da Oslo con 25,3 euro/mq. In Italia, invece, è Roma al primo posto con 13,4 euro/mq, seguita da Milano con 12,9 euro/mq e Torino 6,9 euro/mq.
Se analizziamo i dati aggregati per aree geografiche e risaliamo fino ai livelli del 1980, le differenze rispetto alla media europea sono abbastanza evidenti: il blocco del Nord Europa resta ampiamente in vetta, con un reddito del 50 per cento più alto di quello della media europea (mentre alla metà degli anni novanta la differenza era solo del 25 per cento); quello occidentale è più alto del 25 per cento rispetto a quello orientale; quello del Sud è sceso sotto la media europea a seguito della grande crisi del 2008 (- 10 per cento) e quello dell’Est resta al 35 per cento sotto la media, ma viaggia a ritmi di PIL talmente superiori a quelli italiani che, tra i paesi un tempo ambiti dagli emigranti dall’Europa Orientale (Albania, in primis), c’è stato una sorta di avvicinamento da parte di alcuni di loro: non sono pochi gli italiani che emigrano oggi in Albania o In Croazia, attratti dal fisco leggero e dalla burocrazia snella.
Tra il 2004 e il 2018, la distanza tra i nostri salari e quelli degli sloveni, dei cechi, degli estoni, degli slovacchi, dei lettoni, si è ridotta notevolmente, grazie anche all’effetto combinato di decenni di declino italiano e di boom economico a Est. Infatti, il reddito netto disponibile degli italiani – escluse tasse e contributi – non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, e resta ancora oggi al livello di vent’anni fa.
ma sempre lesti ad acquisire le nostre (da Parmalat a Mediaset, passando per decine di altri marchi molto noti). Buona parte dei colossi italiani, infatti, ha diminuito sensibilmente il proprio valore in Borsa, ed i nostri servizi segreti, allertati dal Governo in merito a potenziali appetiti sulle nostre grandi aziende, oggi guardano soprattutto all’Olanda e alla Francia. In ambito petrolifero, ad esempio, l’italiana Eni rischia di essere “predata” dai Paesi Bassi con la Shell, o dalla Francia con la Total. Shell ha perso il 47% da inizio d’anno, ma in Borsa vale 108 miliardi contro i 29 dell’Eni (che ha perso il 42% nello stesso periodo); la francese Total invece vale 91 miliardi, più di tre volte l’Eni.
Settori di eccellenza come quelli della produzione alimentare e vinicola, oppure della logistica e della moda, oggi valgono molto meno di nove mesi fa, e diversi imprenditori con tradizioni secolari e di medie dimensioni, alla luce delle difficoltà emerse con la pandemia, potrebbero essere tentati di cedere a mani straniere le proprie quote di maggioranza.
Lo sviluppo del vaccino è un processo più lungo, che normalmente richiede circa 5 anni e molti test da effettuare su migliaia di persone. Data l’attuale emergenza, però, è stato proposto un periodo di tempo più ristretto, compreso tra 12 e 18 mesi, e trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantire anche un’equa distribuzione in tutti i paesi del mondo.
cura, poi il vaccino) è quella che il Covid-19 potrebbe rimanere in circolazione per maggiore tempo, dal momento che molte persone, sicure di potersi curare rapidamente in caso di contagio, non ricorrerebbero al vaccino. Anche questa ipotesi è corretta, ma è altrettanto corretto prevedere che sarà molto difficile attuare una vaccinazione di massa come è accaduto, ad esempio, per il Morbillo, che necessitava di una copertura pari al 95% della popolazione. Secondo un sondaggio recente, negli Stati Uniti solo il 50% dei cittadini intervistati si è dischiarato disposto a fare il vaccino.
Tornando ai nostri temi, lo scorso 9 Novembre Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sperimentale contro il Coronavirus, sviluppato dalla tedesca BioNTech, si è rivelato molto più efficace del previsto nell’ultima fase di test su esseri umani. La notizia è stata accolta da grande ottimismo sia tra gli operatori che tra gli investitori in Borsa, ed ha generato ordini per miliardi di dollari da parte dei governi. Eppure, i tempi per distribuire il vaccino alle masse saranno piuttosto lunghi, per via delle procedure di autorizzazione da parte delle autorità sanitarie e della capacità di Pfizer di produrre materialmente i vaccini per alcuni miliardi di persone e distribuirlo in tutto il pianeta.
Il clima euforico di borsa, naturalmente, ha trascinato al rialzo anche le azioni dell’azienda americana Moderna, che già stipulato accordi anche con l’Unione Europea per 300 milioni di dosi.
Nel frattempo, il marketing istituzionale delle diverse aziende operative nel campo del vaccino anti-Covid ha cominciato a diffondere i suoi messaggi “promozionali”, soprattutto attraverso i media, scatenando una specie di gara al rialzo sul grado di efficacia di ciascun vaccino. E così, Pfizer-Biontech, che aveva inizialmente annunciato un’efficacia di poco superiore al 90%, dopo l’annuncio di Moderna (efficacia al 94,5%) ha comunicato una percentuale del 95%. La Russia, dal canto suo, ha sbandierato un notevole 92%.
Relativamente alle previsioni di produzione, Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi.

3. Primi passi indietro delle banche centrali (Volker Schmidt). I governi e le banche centrali stanno cercando di mitigare l’impatto economico della pandemia di Coronavirus con una serie di misure. Il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per acquisti accelerati di obbligazioni e il programma di ricostruzione dell’Ue “Next Generation Europe” sono gli interventi più noti su questa sponda dell’Atlantico. Inoltre, ci sono in ballo diversi programmi di sostegno nazionali. Anche negli Stati Uniti, la Fed ha già acquistato più di 1,8 trilioni di dollari in titoli di Stato e il governo degli Stati Uniti sostiene i consumatori e le aziende con sussidi di disoccupazione e agevolazioni fiscali programmate e non programmate. Molte di queste misure saranno ancora con noi nel 2021.
4. Alti livelli di indebitamento faranno ripartire lo spread (Volker Schmidt). Il debito pubblico in molti paesi è salito a livelli record e continuerà a crescere. Negli Stati Uniti, il deficit fiscale dell’anno fiscale che si è concluso a settembre era già di 3,1 trilioni di dollari: 2,2 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente. L’Unione europea diventerà il più grande emittente di obbligazioni nei prossimi anni, nell’ambito del programma di ricostruzione “Next Generation Europe“. Tuttavia, la crisi del Coronavirus e la recessione economica stanno anche ponendo un enorme onere sui bilanci dei singoli stati, e nel momento in cui la ripresa economica continuerà nel 2021, le differenze tra aree o paesi diventeranno evidenti. Le aziende hanno anche accumulato enormi livelli di indebitamento. Attualmente un default di massa è scongiurato grazie ai pacchetti fiscali, e i governi stanno assumendo livelli crescenti di indebitamento per stabilizzare la domanda e mantenere a galla le aziende particolarmente colpite attraverso sussidi o prestiti.

10. Titoli value ancora in sofferenza (Christian Schmitt). Il raffronto tra gli stili di investimento value e growth è una vecchia storia, ma ormai da 14 anni i titoli growth sono strutturalmente in vantaggio nella corsa alla miglior performance. E nonostante i ripetuti annunci sulla fine di questa era, i titoli growth hanno proseguito la loro overperformance rispetto ai titoli value, soprattutto nel 2020. Con la conseguenza che la cosiddetta trappola del valore, che vede gli investimenti bloccati su titoli i cui prezzi non recuperano, sembra essere più grande che mai. Anzi, in un contesto di tassi d’interesse bassi, nulli o negativi, gli investitori value dubitano che la tendenza si invertirà in maniera sostenibile nel 2021. La performance relativa di entrambi gli stili di investimento sarà certamente una delle domande più interessanti per il prossimo anno.
Lagarde ha gettato acqua sul fuoco sui facili ottimisti che sembrano aver contagiato i mercati alla notizia dei progressi del vaccino Pfizer. “Anche se le ultime notizie su un vaccino sembrano incoraggianti – ha detto – potremmo ancora dover affrontare cicli ricorrenti di accelerazione della diffusione virale e di restringimento delle restrizioni fino al raggiungimento di un’immunità diffusa”. “Quindi – ha aggiunto – il recupero potrebbe non essere lineare, ma piuttosto instabile”.
Lagarde mette in guardia dal rischio di “crowding-out”, ovvero di “spiazzamento“, col quale gli economisti intendono la riduzione della spesa privata (sia di investimento sia di consumo) a seguito di un aumento della spesa pubblica. “In primo luogo, mentre la politica fiscale è attiva nel sostenere l’economia, la politica monetaria deve ridurre al minimo gli effetti di ‘spiazzamento‘ che potrebbero creare ricadute negative per famiglie e imprese“, ha detto Lagarde, entrando poi nel merito di questi rischi: “Le famiglie potrebbero avere più paura per il futuro e aumentare il loro risparmio precauzionale. Le imprese che sono sopravvissute fino ad ora aumentando l’indebitamento potrebbero decidere che rimanere aperte non ha più senso per gli affari”.
Alla domanda sulla possibilità che i tassi vengano ulteriormente ridotti, Knot ha risposto: “Non vogliamo escludere nessuna misura, riguardo al meeting di dicembre”. Lagarde dal canto suo ha fatto la precisione: “Sebbene tutte le opzioni siano sul tavolo, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e le operazioni di TLTRO hanno mostrato la loro efficacia in questo contesto, e possono essere aggiustati in modo dinamico per reagire all’evoluzione della pandemia. E’ dunque probabile che rimangano i principali strumenti di aggiustamento della politica monetaria”.
Secondo Novelli, pertanto, tutto questo decreterà la fine del modello di crescita Usa basato sulla leva finanziaria esasperata. Infatti, le attuali politiche delle banche centrali sono necessarie a sostenere un sistema sempre meno solvibile ed esposto in ogni crisi al default sistematico anche se il debito costa molto poco. Esasperare il profitto a breve per essere salvati dal default a ogni crisi è diventato troppo oneroso per il sistema e non più socialmente accettabile.
questo regime da tempo. In ultimo, assisteremo alla fine della leadership del monopolio del dollaro come divisa di riserva mondiale. Infatti, la continua esigenza di sostenere l’economia con l’intervento fiscale obbliga la Fed a stampare moneta a tempo indefinito per sottoscrivere le emissioni di debito pubblico Usa mentre, nel frattempo, gli investitori internazionali vendono Treasuries. Il recente rafforzamento del renminbi conferma che i flussi di capitale hanno iniziato a indirizzarsi verso la Cina.
2) In secondo luogo, l’inizio del decoupling dell’Asia dall’economia Usa e l’aggancio alla crescita cinese. La leadership della Cina in Asia si gioca sulla capacità di superare velocemente l’attuale crisi globale e ribilanciare la crescita sui consumi interni, in modo da diventare il principale cliente delle economie asiatiche. Già oggi l’interscambio cinese con l’Asia coinvolge quasi il 40% del commercio nella regione ed è destinato a crescere grazie alla rapidità con la quale la Cina ha superato l’impatto del Covid mentre gli Stati Uniti e l’Europa sono ancora in piena crisi economica.








