Giugno 16, 2026
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Politica Economica

Cresce la vulnerabilità delle famiglie italiane: il 30% non può affrontare un imprevisto da 1.000 euro

Secondo il Rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane pubblicato dalla Consob, dopo il Covid diminuisce la ricchezza degli italiani e aumenta il tasso risparmio. Crisi delle pensioni: solo uno su quattro ricorre alla previdenza complementare.

L’annuale rapporto della Consob, che fa il punto sulle conseguenze della pandemia sui risparmi e sugli investimenti degli italiani, ha rilevato che nel primo trimestre del 2020 la ricchezza delle famiglie è rimasta sostanzialmente stabile nell’Eurozona rispetto alla fine dell’anno precedente mentre sarebbe lievemente calata in Italia. Infatti, sul fronte delle passività le famiglie italiane continuano ad avere un più basso livello di indebitamento mentre il tasso di risparmio, dopo essersi attestato a un valore di poco superiore al 10% nel 2019, dovrebbe portarsi avanti di almeno 5 o 6 punti percentuali per via del c.d. movente precauzionale già manifestatosi in altri paesi europei e del mondo.

Di contro, con il Covid cresce di molto la vulnerabilità famiglie, tanto che una su due ha fatto debiti nel corso del 2020 per effetto della crisi innescata dalla pandemia. L’analisi da cui scaturiscono questi dati si basa un campione di 3.274 individui, secondo il quale circa il 30% degli intervistati dichiara di non essere in grado di fronteggiare una spesa inattesa di mille euro, e più del 30% dichiara di aver diminuito il proprio reddito nell’ultimo anno. In più, il 47% circa degli intervistati ha dovuto contrarre un debito (un mutuo nel 24% dei casi, e un prestito per coprire spese correnti nel restante 22% dei casi). 

Relativamente ai consumi, circa il 40% del campione Consob afferma di aver ridotto le proprie spese ed il 10% di aver intaccato i propri risparmi, mentre il 45% circa non ha modificato le proprie abitudini rispetto al passato. Tuttavia, si legge nel Rapporto, prevale un diffuso pessimismo rispetto al futuro ed aspettative di ripresa solo dopo il 2022. Per tale motivo prevale la propensione al risparmio, ed in particolare quello che non è legato ad obiettivi specifici, al c.d. “non si sa mai”. Infatti, più del 60% degli intervistati dichiara di accantonare risorse al fine di fronteggiare eventi inattesi (non si sa mai).

Altro capitolo delicato è quello relativo alla pensione. Infatti, pochi italiani hanno una chiara consapevolezza di come sarà la propria pensione, e meno del 20% degli intervistati dichiara di sapere (anche approssimativamente) quanti anni dovrà lavorare prima di poter andare in pensione, a quanto ammonterà la propria pensione mensile e quanto dovrebbe risparmiare per mantenere l’attuale tenore di vita. La mancanza di una chiara visione è più frequente tra coloro che si dicono insoddisfatti della propria situazione finanziaria e tra coloro che non risparmiano a sufficienza per finalità previdenziali.

E’ ormai noto che le pensioni saranno sempre più povere, con una progressiva riduzione del tasso di sostituzione percentuale. A questa conclusione è giunto uno studio recente realizzato da Progetica con la società Moneyfarm, che ha preso in esame il contributo che la pandemia di Covid e la crisi economica conseguente darà alle pensioni. Secondo lo studio, le pensioni saranno molto ridotte (mediamente al di sotto dei 1.400 euro mensili), e sarà sempre maggiore la necessità di ricorrere a un sistema integrativo che possa compensare gli importi derivanti dal calcolo totalmente contributivo dell’assegno.

Tuttavia, nonostante le pensioni in futuro dovranno essere integrate, solo un italiano su quattro ricorre oggi a quella complementare.

Coronavirus, la scelta del vaccino vince su quella della terapia. Le teorie complottiste alla prova dei costi

Perché si è preferito concentrare gli sforzi sulla ricerca del vaccino, lasciando scoperta lo studio di un trattamento farmacologico specifico? E’ un quesito suggestivo, che merita una analisi puntuale e obiettiva dei costi e delle priorità. Con buona pace dei “teorici del complotto”.

I numerosi progetti di laboratorio per la preparazione di vaccini contro il virus SARS-CoV-2 vengono coordinati, a livello internazionale, dalla Coalition for Epidemic Preparedness and Innovations (CEPI), che ha lo scopo di promuovere lo sviluppo  di vaccini contro i microorganismi come il c.d. Covid-19, in grado di causare una pandemia o epidemie a carattere regionale e diffuso. I preparati di Pfizer, Moderna e Astrazeneca, pertanto, sono i primi – o i più celebri, da questa parte del mondo – ad aver tagliato il traguardo degli esperimenti sugli esseri umani e ad essere commercializzati e distribuiti. Ma altri seguiranno, spinti da un business prospettico di tutto rispetto e dall’esigenza di coprire i costi di ricerca sostenuti, soprattutto se la copertura dei vaccini sul corpo umano sarà limitata ad un periodo di protezione limitato nel tempo (generalmente compreso tra 4 e 8 mesi) e, quindi, se la vaccinazione dovrà essere ripetuta ogni anno.

Attualmente, i ricercatori stanno lavorando su tre tipologie di vaccini, quello a RNA, quello a DNA e quello Proteico. Il vaccino a RNA (da RiboNucleic Acid, Acido Ribonucleico) si basa su una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria, producendo così gli anticorpi attivi contro il virus. Il vaccino a DNA (da DeoxyriboNucleic Acid, Acido Desossiribonucleico) ha un meccanismo simile a quello con RNA, dal momento che viene introdotto un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la  risposta immunitaria. Il vaccino proteico, infine, utilizza in laboratorio la sequenza RNA del virus per sintetizzare proteine o frammenti di proteine dal capside virale, iniettandole successivamente nell’organismo umano in combinazione con sostanze che esaltano la risposta immunitaria.

La comunicazione dei media mondiali, fino ad oggi, è stata concorde nell’imputare ai vaccini il ruolo di “salvatori del mondo”, generando in tutti i paesi della Terra la sensazione – e la convinzione – che, una volta trovato il vaccino, il Covid sparirà. Ma è proprio così?

Non esattamente. Innanzitutto, per far sì che il vaccino (o i vaccini) determinino la scomparsa del virus, sarà necessario raggiungere l’immunità di gregge, e per farlo serve una copertura compresa tra il 70% e l’85% dell’intera popolazione di un paese (bambini inclusi). Impresa quasi impossibile, soprattutto se consideriamo la naturale dispersione che deriva dal dover iniettare due dosi di vaccino a testa a distanza di qualche giorno. Solo in Italia, per fare un esempio, si tratterebbe di 45 milioni di persone, e prima di avere in stock 90 milioni di dosi (45 x 2 volte) ci vorranno molti mesi e, probabilmente, altri periodi di lockdown e colorature di cartina geografica.

Allo stato attuale, quindi, possiamo ipotizzare di arrivare all’immunità di gregge in Europa non prima del 2022, mentre in USA le previsioni di un maggiore sforzo distributivo indicano in Luglio-Agosto 2021 il raggiungimento di questo traguardo. Da qui alla fine del prossimo anno, pertanto, è ipotizzabile che la curva dei contagi verrà sottoposta ad altre “ondate”, ed il mondo – sia quello c.d. occidentale che tutto il resto – conterà altri morti, dal momento che un protocollo di cura unico ancora non esiste.

Già, la cura. E’ lecito chiedersi perché non siano stati fatti passi avanti verso la scoperta di una terapia risolutiva per tutti, e si sia preferito concentrare gli sforzi verso il vaccino il quale, normalmente, necessiterebbe di una attività di ricerca lunga da 4 a 5 anni.  Ci si chiede, senza scadere nello sterile complottismo cui certi ambienti sono piuttosto avvezzi, se sia stata effettivamente ponderata la scelta di concentrare gli sforzi sul vaccino e non sul farmaco.

Probabilmente, la strada del vaccino si è rivelata più efficace per via dell’abbattimento dei tempi di ricerca, sperimentazione e distribuzione (da 60 a 15-16 mesi), e per via di una migliore organizzazione scientifica grazie alla quale la Ricerca sui vaccini aveva maggiori chance di successo, a differenza di quella del farmaco (che partiva quasi da zero, come vedremo in seguito).

Infatti, le terapie farmacologiche usate oggi per combattere il Covid sono “non specifiche”, e vengono somministrate in una combinazione di specialità proprie di altre patologie prima di ottenere dei risultati che, purtroppo, non sono ancora pienamente risolutivi, soprattutto nei casi più gravi. La Ricerca, già da qualche mese, si sta concentrando su un’altra classe di farmaci, già esistenti ma finora poco noti, che agisce per placare le infiammazioni “fuori controllo” – come è quella scatenata dal Covid-19 – e che lavora direttamente sul c.d. “Sistema del Complemento”, e cioè su un elemento del sistema immunitario, costituito da circa 30 proteine che circolano nel sangue, che gioca un ruolo fondamentale nella protezione contro le infezioni, uccidendo i batteri e avvertendo le cellule del sistema immunitario di entrare in azione.

In parole semplici, il Sistema del Complemento entra in azione quando è necessario sconfiggere un’infiammazione, e “si spegne” una volta che l’infezione è stata affrontata. Esistono casi, però, in cui il Complemento “non si spegne”, e dà vita ad una reazione a catena che sfugge al controllo, come nella Sepsi (la più famigerata Setticemia), causata da un’eccessiva risposta infiammatoria del Sistema. Ed è esattamente ciò che sembra avvenire anche nei casi più gravi di Covid-19, dove i casi più severi sono, appunto, causati dall’azione anti-infiammatoria del Sistema del Complemento andato fuori controllo. Pertanto, trovare un farmaco in grado di bloccare a piacimento l’azione del Complemento potrebbe essere un trattamento efficace per guarire i pazienti gravi di Covid-19.

C’è da dire che il Sistema del Complemento è un elemento fondamentale della nostra difesa contro tutti i batteri, per cui bloccare la sua azione potrebbe provocare il rischio di contrarre altre infezioni. Ma anche questo rischio potrebbe essere agevolmente gestito, associando una terapia antibiotica alla somministrazione dei farmaci inibitori del Complemento.

I farmaci appartenenti a questa classe – come dicevamo – esistono già, ma hanno costi altissimi, in quanto destinati alla cura di malattie rarissime e, quindi, generalmente a carico dello Stato (c.d. cura compassionevole, molto utilizzata in Italia). Quello dei costi insostenibili per una famiglia è certamente un altro dei motivi che dovrebbe scoraggiare i professionisti del complotto sanitario dal continuare a sostenere che si sia preferito impegnarsi nel vaccino per motivi di cartello, “perché i farmaci costano di meno”. Infatti, una singola dose del farmaco inibitore Ravulizumab (distribuito sotto il nome di Ultomiris), ad esempio, costa circa 5.400 euro, e siccome la sua azione è pari ad un mese, potrebbero essere necessarie due dosi, con un costo a paziente pari a quasi 11.000 euro interamente a carico dello Stato. Il vaccino, invece, costerà intorno ai 20 euro, rappresenta un costo più che sostenibile e sarà a carico dei pazienti.

Peraltro, i farmaci inibitori del Complemento sarebbero efficaci solo contro i casi gravi di Covid, mentre per i casi lievi rischierebbero di causare una eccessiva risposta immunitaria e, quindi, una infezione settica anche letale.

Il risultato, in sintesi, è che per la maggioranza dei pazienti affetti da Coronavirus – quelli non gravi – il farmaco specifico è ancora allo stadio di pura ipotesi, ed anche le molecole attualmente allo studio richiedono comunque almeno due anni di analisi di laboratorio e sperimentazione. Pertanto, la scoperta di una terapia specifica per il Covid avrebbe richiesto complessivamente più tempo del vaccino, con buona pace dei teorici del complotto.

Covid, la stagione 2020 presenta il conto ad alberghi e B&B. In soli tre mesi quasi 10 miliardi in meno

In Italia oltre 200 mila esercizi extra-alberghieri e circa 32 mila alberghi. Una attività economica che ammonta ad oltre 90 miliardi di euro all’anno. Una “industria” da oltre 5 milioni di posti letto e decine di migliaia di addetti, colpita pesantemente dalla pandemia.

Di Mauro Alcamisi

L’Italia è al primo posto in Europa per quantità di esercizi ricettivi. Un dato che la porta a più del 30% del totale UE. Ed è un dato in costante crescita. Ad aumentare i numeri di questa percentuale, negli ultimi anni, è intervenuta una moltitudine di strutture extra-alberghiere di media e piccola dimensione. Cosa che ha portato il numero complessivo ad oltre 200 mila esercizi extra-alberghieri che si sommano ai circa 32 mila alberghi, in leggero calo.

Una attività economica che, calcolata in percentuali sull’intero sistema produttivo italiano, ammonta ad oltre il 6% del valore aggiunto, pari a circa 90 miliardi di euro all’anno.

Questo è il quadro economico che viene fuori dai dati presentati nell’ultimo CST, il Conto Satellite del Turismo, lo strumento più autorevole per valutare la dimensione economica dell’industria turistica. Tale conto considera esclusivamente le attività produttive caratterizzate dal turismo quali alberghi, pubblici esercizi, trasporti, agenzie di viaggio, servizi ricreativi e culturali, commercio al dettaglio, servizi abitativi e case vacanza. Ed è lo strumento usato anche a fini statistici dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, nella elaborazione dei report annuali. Il CST è uno strumento abbastanza preciso, in quanto include indici e dati esclusivamente afferenti all’impatto diretto delle attività turistiche e non tiene conto né di quello indiretto né dell’indotto.

Così, l’ultimo rapporto utilizzabile ai fini analitici è quello che fotografa l’anno 2018 nel suo complesso, che identifica una quantità di posti letto complessivi che oltrepassa i 5 milioni e 113 mila, divisi tra alberghi (2 milioni e 260 mila) e strutture extra alberghiere (2 milioni e 852 mila). Queste ultime ancora in crescita nel 2019.

I posti letto sul territorio nazionale sono quindi solo per il 44,2% nelle stanze d’albergo, concentrati soprattutto nel nord e nel Lazio (15,4% in Veneto, 11,1% in Toscana, 9% in Emilia-Romagna, 7,6% in Lazio e 7,3% in Lombardia. E sono molto frequentati dai turisti stranieri.

L’Italia, infatti, è in cima alla classifica europea per quota di presenze straniere, preceduta solo dalla Spagna, rispetto al totale delle presenze turistiche, ovvero sommando anche i numeri del turismo domestico. Se ne desume che il settore, dopo gli anni difficili a cavallo tra il 2008 ed il 2009, è tornato a trainare anche un consistente indotto.

Nel solo 2019 il settore turismo ha fatto registrare 130,2 milioni di arrivi e 434,7 milioni di presenze nelle strutture ricettive. Numeri in crescita, che è stata trainata dal settore extra-alberghiero. Tuttavia gli alberghi e le catene alberghiere mantengono il primato quanto a presenze con il 64% del totale. Gli ospiti stranieri sono la componente maggiore presso tutte le strutture con un 50,6% assestato nel 2019 e con un ritmo di crescita quasi doppio negli ultimi tre anni. Il Veneto guida la graduatoria con il 16% del totale degli stranieri in Italia mentre nella parte meridionale della penisole e nelle isole, l’unica regione a raggiungere il 5% è la Campania.

Effetto covid-19 – uno stop drastico nel periodo di ripartenza. Ciò che è successo nel corso di quest’anno si può paragonare, per i primi mesi di sviluppo della pandemia, che hanno coinciso con i primi mesi di profitto del settore ricettivo per la stagione 2020, ed a seguito delle misure di contenimento dei contagi e del lock-down generalizzato, ad un vero e proprio azzeramento dell’attività turistica che proprio nel trimestre marzo-maggio ha la sua fase di rilancio annuale e stagionale. La dimensione della perdita direttamente collegabile a questo periodo del 2020 può essere calcolata facendo riferimento allo stesso periodo dello scorso anno e paragonando i numeri.

Nel trimestre marzo-maggio del 2019 in Italia si sono registrati 81 milioni di turisti, una cifra che corrisponde al 18,5% del totale annuale. Nello stesso trimestre la media europea è leggermente superiore (20,9%) perché tiene conto delle percentuali, sempre più alte rispetto all’Italia, di Germania, Regno Unito e Spagna, legate alla differente distribuzione del turismo nell’arco di tutto l’anno.

Dunque in primavera la fotografia dell’Istat mostra il 56% di turisti esteri che prenotano per il 70% in strutture alberghiere, a scapito di case vacanza e B&B. Così nel periodo si concentra il 20% del totale delle presenze annuali negli alberghi. Le strutture a 4 e 5 stelle raggiungono in questo periodo la quota più elevata di presenze rispetto a tutto il resto dell’anno con oltre il 22% contrariamente alle strutture extra alberghiere che non vanno oltre l’11% e 19% per B&B e affittacamere. Un trimestre estremamente importante per l’economia del turismo italiano.

Ed è stato proprio questo il periodo maggiormente colpito dalle restrizioni durante il 2020. Era impossibile muoversi da regione a regione, i confini con molti stati esteri erano chiusi, si stavano attivando periodi di quarantena per chi doveva necessariamente viaggiare e molte altre difficoltà, oltre, naturalmente al fattore umano, la paura del contagio. Tutto ciò ha, di fatto, azzerato le entrate turistiche di uno dei periodi più favorevoli dell’anno, ed il danno economico può facilmente essere quantificato grazie ad uno studio sul turismo internazionale commissionato dalla Banca d’Italia per il 2019.

L’anno scorso, infatti, la spesa complessiva dei viaggiatori stranieri in Italia ammonta a circa 44,3 miliardi di euro, dei quali circa 22 miliardi sono stati destinati ai servizi di alloggio, poi la ristorazione, con circa un quinto del totale ed infine lo shopping ed il trasporto. Considerando il solo trimestre marzo-maggio questa componente nel 2019 ammontava complessivamente a circa 9,4 miliardi di euro. Cifra che che, nel 2020, è stata praticamente azzerata dalle condizioni imposte dalla pandemia.

Mauro Alcamisi

Mancano quindi, nel bilancio del turismo, quasi 10 miliardi di euro per il solo trimestre in esame. Ulteriori dati saranno disponibili nei primi mesi del 2021. E l’importanza del contributo alle entrate effettuato dalla clientela straniera è confermata anche dai dati di flusso della spesa turistica annua del periodo pre-crisi che mostrano, tra marzo e maggio, una incidenza della componente straniera significativamente più elevata (21,4%) di quella domestica.

Purtroppo l’attuale crisi è destinata a perdurare e peserà enormemente negli investimenti futuri per il turismo considerato che il settore ricettivo fattura mediamente 26 miliardi di euro con le sue oltre 52 mila imprese, delle quali 24 mila alberghiere e 27 mila extra. Un insieme di imprese che conta 283 mila addetti e che adesso rischia di vedere vanificati gli sforzi di crescita ed i capitali investiti negli ultimi 5 o 6 anni.

RCEP Asia, Europa favorita dal nuovo accordo. Zimmermann: una grande opportunità commerciale

Secondo Marcel Zimmermann di Lemanik, il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) consente di diversificare le catene delle forniture e di ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici. Cresceranno gli investimenti diretti nell’area, ma anche le importazioni cinesi.

“L’accordo commerciale siglato il 15 novembre dalla Cina con 14 paesi asiatici rappresenta una grande opportunità commerciale per le imprese europee, fin qui penalizzate dalla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti”, sostiene Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity. “Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) offre infatti una piattaforma regionale che consente alle imprese europee di diversificare la catena delle forniture, mantenendo aperto l’accesso sia ai paesi RCEP sia al mercato americano. Inoltre, riduce il rischio geopolitico legato all’internazionalizzazione”.

L’accordo siglato tra la Cina e gli altri 14 paesi asiatici sembra favorire le aziende europee che hanno intrapreso da tempo un percorso di qualità. “In questo contesto, vediamo una potenziale rivalutazione delle società europee”, aggiunge Zimmerman, “dato che è ragionevole aspettarsi la fine del processo di de-globalizzazione delle supply-chain cinesi, causata dallo scontro con gli Stati Uniti. Inoltre, l’ulteriore crescita della classe media asiatica si trasformerà in un aumento della domanda per i prodotti europei di qualità”. 

L’accordo RCEP copre il 30% dell’economia globale, con 26,2 triliardi di dollari, e il 30% della popolazione mondiale, con oltre 2,2 miliardi di consumatori. L’eliminazione delle tariffe all’interno del blocco commerciale che include i dieci paesi dell’associazione Sud-Est Asiatica (Asean)  più Giappone, Cina, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda dovrebbe toccare il 90% delle merci scambiate.

Marcel Zimmermann

Gli effetti di queste riduzioni tariffarie saranno naturalmente meno importanti all’interno della zona Asean, che già costituiva un blocco commerciale integrato. Tuttavia, nel contesto dell’accordo RCEP, aumenterà il flusso di investimenti diretti verso questi paesi. Una tendenza che si era già parzialmente verificata a seguito della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. I dazi saranno invece azzerati tra Giappone, Corea del Sud e Cina e questo metterà sotto pressione le aziende domestiche cinesi e comporterà sicuramente un aumento delle importazioni per la Cina. Quest’ultima, forte della sua importanza all’interno del gruppo, beneficerà della maggiore integrazione della regione nella nuova Via della Seta, promossa dal governo cinese.

La regolamentazione di tematiche di crescente rilevanza negli scambi commerciali, come diritti d’autore, e-commerce e servizi finanziari, sono altri fattori che rendono questo patto attrattivo. “Già prima di questo accordo, l’Asia era il motore principale della crescita globale. La regione ha gestito la pandemia in maniera più efficace del resto del mondo e la ripresa sta avanzando, come mostrano gli ultimi dati sulla produzione industriale e gli indici PMI e prevediamo un’accelerazione degli investimenti diretti verso il sud-est asiatico, non soltanto a livello regionale, ma anche da parte di Europa e Stati Uniti”, conclude Zimmermann.

Italia a buon mercato per gli appetiti stranieri. Immobili e redditi, siamo il nuovo Est Europa

Le statistiche rivelano  come l’Italia si trovi, più che in passato, nelle  condizioni per essere aggredita economicamente dalle potenze straniere. Il reddito pro-capite ed i prezzi del patrimonio immobiliare privato sono talmente bassi da far gola al Nord Europa, e  la voglia di shopping di Francia, Olanda e Germania potrebbe coinvolgere diffusamente  anche le nostre PMI migliori.

Di Alessio Cardinale

L’Italia è sempre stata un terra di conquista delle potenze straniere, e raramente nella sua storia unitaria si è posta essa stessa come “potenza”. Quando lo ha fatto, poi, sappiamo bene come è andata a finire.

Dal secondo Dopoguerra, le geografie mondiali sono mutate spesso, ma attraverso lunghi periodi di stabilità. Ciò che non viene evidenziato mai dalla cartine geografiche tradizionali, però, sono le mutazioni degli assetti geo-economici, che invece mutano continuamente, fino ad oggi, senza bisogno di ricorrere a conflitti armati e trovando nei “conflitti imprenditoriali” il proprio campo di battaglia, con tanto di virtuali – ma efficaci, se si vuole – trincee.

Esiste, infatti, un livello di “attaccabilità” delle aziende di un paese, di cui imprenditori di altri paesi possono avvantaggiarsi in particolari situazioni congiunturali. Esistono, anche, alcuni indicatori di riferimento che ci aiutano a capire quanto le nostre migliori aziende siano acquistabili o “scalabili” da parte di mani straniere, e che ci aiutano a comprendere, di conseguenza, quanto possa essere fragile il nostro tessuto economico in un determinato momento storico. In particolare, il mercato immobiliare – e i suoi segnali in termini di Domanda e Offerta – ed il reddito medio rappresentano due termometri infallibili per qualunque economia.

Relativamente alle quotazioni immobiliari, la speciale classifica delle città europee secondo il costo a mq vede al primo posto Parigi con 12.900 euro/mq, seguita da Londra con 11.200 euro/mq e Monaco di Baviera con 7.800 euro/mq. In Italia, Milano è ben distante a quota 3.650 euro/mq, Roma 3.300 euro/mq e Torino 1.950 euro/mq. Relativamente al prezzo medio al metro quadrato per l’affitto degli immobili residenziali, Parigi sempre in testa con un valore di 27,8 euro/mq, seguita da Oslo con 25,3 euro/mq. In Italia, invece, è Roma al primo posto con 13,4 euro/mq, seguita da Milano con 12,9 euro/mq e Torino 6,9 euro/mq.

Nel meridione d’Italia, a Napoli e Palermo, quotazioni ancora più basse pur riguardando città di grande interesse storico e con notevoli contesti architettonici.

Connesso a questo primo indicatore c’è il secondo, non meno importante, relativo al reddito. In particolare, se analizziamo quanti stipendi lordi medi annui servono per acquistare un immobile residenziale di 70mq, vediamo che i cittadini di Italia, Norvegia, Germania e Austria impiegano tra 5 (Germania) e 6,2 (Italia) stipendi lordi annui per coprire l’acquisto.

Se analizziamo i dati aggregati per aree geografiche e risaliamo fino ai livelli del 1980, le differenze rispetto alla media europea sono abbastanza evidenti: il blocco del Nord Europa resta ampiamente in vetta, con un reddito del 50 per cento più alto di quello della media europea (mentre alla metà degli anni novanta la differenza era solo del 25 per cento); quello occidentale è più alto del 25 per cento rispetto a quello orientale; quello del Sud è sceso sotto la media europea  a seguito della grande crisi del 2008 (- 10 per cento) e quello dell’Est resta al 35 per cento sotto la media, ma viaggia a ritmi di PIL talmente superiori a quelli italiani che, tra i paesi un tempo ambiti dagli emigranti dall’Europa Orientale (Albania, in primis), c’è stato una sorta di avvicinamento da parte di alcuni di loro: non sono pochi gli italiani che emigrano oggi in Albania o In Croazia, attratti dal fisco leggero e dalla burocrazia snella.

Tra il 2004 e il 2018, la distanza tra i nostri salari e quelli degli sloveni, dei cechi, degli estoni, degli slovacchi, dei lettoni, si è ridotta notevolmente, grazie anche all’effetto combinato di decenni di declino italiano e di boom economico a Est. Infatti, il reddito netto disponibile degli italiani – escluse tasse e contributi – non è ancora tornato ai livelli pre-crisi, e resta ancora oggi al livello di vent’anni fa. 

Pertanto, l’Italia sembra sempre più somigliare, in quanto a parametri economici e grado di “attaccabilità” (o scalabilità) da parte dei paesi più ricchi, ai paesi dell’Est Europa. Ecco perché, a livello immobiliare, e soprattutto relativamente agli immobili di pregio (sia nelle grandi città che nelle zone pregiate di campagna), lo shopping del Nord Europa è continuato senza sosta, anche nel periodo immediatamente successivo al primo lockdown.

Inoltre, dallo scoppio della pandemia è cresciuto il timore di acquisizione delle nostre migliori aziende da parte dei nostri partner europei, sempre attenti in passato a non permettere a mani italiane di scalare le loro grandi imprese, ma sempre lesti ad acquisire le nostre (da Parmalat a Mediaset, passando per decine di altri marchi molto noti). Buona parte dei colossi italiani, infatti, ha diminuito sensibilmente il proprio valore in Borsa, ed i nostri servizi segreti, allertati dal Governo in merito a potenziali appetiti sulle nostre grandi aziende, oggi guardano soprattutto all’Olanda e alla Francia. In ambito petrolifero, ad esempio, l’italiana Eni rischia di essere “predata” dai Paesi Bassi con la Shell, o dalla Francia con la Total. Shell ha perso il 47% da inizio d’anno, ma in Borsa vale 108 miliardi contro i 29 dell’Eni (che ha perso il 42% nello stesso periodo); la francese Total invece vale 91 miliardi, più di tre volte l’Eni.

Ma se relativamente alle grandi aziende il Governo Conte ha aumentato, lo scorso Aprile, la loro “blindatura” ampliando il cosiddetto Golden Power – che permette di bloccare acquisizioni estere anche da parte di aziende con sede Ue ma controllate da soggetti extracomunitari – nessun controllo potrà essere effettuato riguardo le possibili acquisizioni delle nostre migliori PMI non quotate che, com’è noto, costituiscono l’ossatura dell’apparato imprenditoriale italiano.

Settori di eccellenza come quelli della produzione alimentare e vinicola, oppure della logistica e della moda, oggi valgono molto meno di nove mesi fa, e diversi imprenditori con tradizioni secolari e di medie dimensioni, alla luce delle difficoltà emerse con la pandemia, potrebbero essere tentati di cedere a mani straniere le proprie quote di maggioranza.

In particolare, le più colpite potrebbero essere quelle dove risulta difficile – o impossibile – attuare un ricambio generazionale che non interrompa la continuità nelle conduzione familiare dell’azienda.

Prede facili, di questi tempi.

Coronavirus: Big Pharma spinge sul vaccino, ma il problema è la terapia. Fatturati da capogiro

Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi. Azioni previste in rialzo anche nel lungo periodo se gli anticorpi non saranno permanenti.

Nel pieno di una gravissima seconda ondata che molti, fino a meno di due mesi fa, bollavano come previsione estrema, tutti gli occhi rimangono puntati sui diversi vaccini ormai in dirittura d’arrivo e sui quali i mercati finanziari ci hanno regalato, metaforicamente parlando, belle giornate di sole. Nell’attesa che Pfizer, Moderna ed altre case farmaceutiche comincino la produzione e la distribuzione del vaccino su vasta scala, purtroppo non si sono ancora individuati i farmaci idonei alla terapia più efficace e standardizzata, ed il tasso di mortalità rimane ancora elevato.

Dal momento che i fatti umani sono spesso guidati da scelte di natura prettamente economica, il motivo – o i motivi – per cui si sia preferito indirizzare gli sforzi della ricerca mondiale verso tale strategia (prima il vaccino, poi la cura) sono sempre meno misteriosi. Del resto, non si comprende la logica attraverso la quale fiumi di denaro – quasi un miliardo di euro di finanziamenti governativi, ad oggi – siano arrivati alle varie equipe di Big Pharma (Pfizer e Moderna, soprattutto) per aiutare chi ancora il Covid-19 non l’ha contratto, mentre sulla possibile cura le cifre impiegate, al confronto, rimangono irrisorie. Infatti, sul versante della terapia, si è preferito prestare attenzione a farmaci già esistenti ed in circolazione – o ad una combinazione di essi – e non a molecole nuove, in grado di guarire in tempi rapidi, e con meno complicanze possibili, chi il Covid-19 l’ha già contratto e rischia la vita.

Lo sviluppo del vaccino è un processo più lungo, che normalmente richiede circa 5 anni e molti test da effettuare su migliaia di persone. Data l’attuale emergenza, però, è stato proposto un periodo di tempo più ristretto, compreso tra 12 e 18 mesi, e trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantire anche un’equa distribuzione in tutti i paesi del mondo. 

Sulla scia di questa strategia preferenziale verso il vaccino, circolano numerose informazioni che sollecitano una visione favorevole al concetto di “vaccinazione di massa”, l’unica che possa bloccare il virus per sempre. L’ipotesi è corretta, ma c’è da dire che lo stesso risultato si potrebbe raggiungere trovando la cura più efficace, che consentirebbe, a costi più bassi, di affrontare il Coronavirus con serenità, conducendo una vita normale senza pensare di poter morire da un momento all’altro. Unica controindicazione della strategia pro-cura (prima la cura, poi il vaccino) è quella che il Covid-19 potrebbe rimanere in circolazione per maggiore tempo, dal momento che molte persone, sicure di potersi curare rapidamente in caso di contagio, non ricorrerebbero al vaccino. Anche questa ipotesi è corretta, ma è altrettanto corretto prevedere che sarà molto difficile attuare una vaccinazione di massa come è accaduto, ad esempio, per il Morbillo, che necessitava di una copertura pari al 95% della popolazione. Secondo un sondaggio recente, negli Stati Uniti solo il 50% dei cittadini intervistati si è dischiarato disposto a fare il vaccino.  

Su tutto, però, non è stato chiarito un punto fondamentale, e cioè se i vaccini di imminente distribuzione proteggono solo dallo sviluppo della malattia da Covid-19 vera e propria, o se tengono il virus del tutto fuori dal corpo. Il secondo caso sarebbe quello più auspicabile, dal momento che scongiurerebbe la trasmissione del virus da persona a persona, accelerando la fine della pandemia.

Tornando ai nostri temi, lo scorso 9 Novembre Pfizer ha annunciato che il suo vaccino sperimentale contro il Coronavirus, sviluppato dalla tedesca BioNTech, si è rivelato molto più efficace del previsto nell’ultima fase di test su esseri umani. La notizia è stata accolta da grande ottimismo sia tra gli operatori che tra gli investitori in Borsa, ed ha generato ordini per miliardi di dollari da parte dei governi. Eppure, i tempi per distribuire il vaccino alle masse saranno piuttosto lunghi, per via delle procedure di autorizzazione da parte delle autorità sanitarie e della capacità di Pfizer di produrre materialmente i vaccini per alcuni miliardi di persone e distribuirlo in tutto il pianeta.

L’annuncio, comunque, ha fatto salire sensibilmente sia le azioni Pfizer, cresciute del 10% nella prima seduta, e di Biontech, salite del 15%. La tedesca Biontech, da sola, oggi vale 25 miliardi di dollari, nonostante un fatturato 2019 pari a 110 milioni di euro e perdite a bilancio per 180 milioni.

Il clima euforico di borsa, naturalmente, ha trascinato al rialzo anche le azioni dell’azienda americana Moderna, che già stipulato accordi anche con l’Unione Europea per 300 milioni di dosi.

Qual è il giro d’affari immediato che scaturisce per Pfizer e Moderna, grazie a questi accordi? Il vaccino Moderna costerà intorno ai 25 euro, mentre quello di Pfizer-Biontech poco sotto i 20 dollari. Pertanto, la commessa di Moderna con l’UE porterebbe all’azienda americana un fatturato di 7,5 miliardi, e le proiezioni per la Pfizer non sono da meno.

Un pò in sordina, c’è anche il vaccino di Astrazeneca, messo a punto dall’Università di Oxford e dall’Italiana Irbm, che sta per concludere i test di fase III ed è già allo studio dell’Ema. Il farmaco è basato sull’azione di un Adenovirus e richiede una sola somministrazione; in più, costerebbe solo  4-5 euro ed , entro gennaio 2021 la società inizierà la commercializzazione, per cui si prevede una domanda sostenuta, soprattutto da parte dei paesi più poveri (ai quali sarà garantita la diffusione anche gratuita a carico dei paesi più ricchi).

Nel frattempo, il marketing istituzionale delle diverse aziende operative nel campo del vaccino anti-Covid ha cominciato a diffondere i suoi messaggi “promozionali”, soprattutto attraverso i media, scatenando una specie di gara al rialzo sul grado di efficacia di ciascun vaccino. E così, Pfizer-Biontech, che aveva inizialmente annunciato un’efficacia di poco superiore al 90%, dopo l’annuncio di Moderna (efficacia al 94,5%) ha comunicato una percentuale del 95%. La Russia, dal canto suo, ha sbandierato un notevole 92%.

Ma la battaglia si combatte anche – e soprattutto – sulle proprietà in base alle quali la distribuzione di ciascun vaccino potrà essere più o meno difficoltosa. il vaccino Pfizer-Biontech, per esempio, necessita di temperature pari a -75°C (tra i -70°C e i -80°C), e solo negli ultimi giorni prima dell’iniezione può essere portato in un normale frigorifero ad una temperatura di 4°C (dove può resistere per cinque giorni). Il vaccino Moderna, invece, può essere conservato a -20°C anche per sei mesi di stoccaggio, e poi deve restare conservata tra i 2°C e gli 8°C fino a trenta giorni (e persino a temperatura ambiente per mezza giornata).

Relativamente alle previsioni di produzione, Moderna dichiara di poter arrivare, entro fine 2021, a produrre fino ad un miliardo di dosi, per un fatturato complessivo pari a circa 25 miliardi. Pfizer-Biontech dichiarano una produzione pari a 1,3 miliardi di dosi entro il prossimo anno, per un fatturato pari a circa 26 miliardi.

Cifre da capogiro, soprattutto se consideriamo la possibilità che gli anticorpi sviluppati non siano permanenti, e quindi saranno destinati a scomparire nel giro di pochi mesi. In questo caso, il fatturato sarebbe da replicare per “enne anni”, con indubbi benefici economici strutturali per Big Pharma e per i suoi azionisti, grandi e piccoli.

Economia e mercati, previsioni 2021 in dieci punti dai portfolio manager di Ethenea

Nel 2021 i tassi resteranno bassi, ma si manifesteranno anche alcune inversioni di tendenza che impongono grande attenzione alle scelte di investimento. In particolare, le banche centrali potrebbero rallentare i piani di Quantitative Easing e lo spread potrebbe rialzare la testa.

I senior portfolio manager di Ethenea  Independent Investors Volker Schmidt, Michael Blümke e Christian Schmitt hanno elaborato le previsioni economiche e di mercato per il 2021, analizzando 10 punti fondamentali che vanno dalla liquidità all’Oro all’inflazione, passando naturalmente per la variabile-Covid19.

Volker Shmidt

1. Liquidità in contrazione sul mercato dei capitali (Volker Schmidt, senior portfolio manager Ethenea). Nonostante la massiccia iniezione di liquidità da parte delle banche centrali, la liquidità sui mercati sta diminuendo. Negli ultimi anni le banche centrali hanno ripetutamente acquistato obbligazioni attraverso i loro programmi di quantitative easing. Tuttavia, hanno anche ridimensionato ripetutamente questi programmi. I consistenti acquisti delle banche centrali e il basso livello delle scorte delle banche di investimento hanno creato una situazione di bassa offerta, che spinge significativamente al rialzo i prezzi delle obbligazioni quando gli investitori istituzionali, quali le compagnie di assicurazione, i fondi pensione o i fondi di investimento, devono comprare per impiegare la nuova raccolta. Questa situazione proseguirà anche nel 2021, perché la Bce continuerà il suo Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) almeno fino a giugno 2021, mentre sono già stati approvati e sono in corso di implementazione i programmi della Fed, che effettua gli acquisti in modo opportunistico nei periodi di debolezza.

2. Ancora obbligazioni a rendimento negativo (Volker Schmidt). Viviamo ormai da molto tempo in un contesto di bassi tassi di interesse e la Bce ha introdotto i tassi negativi per i depositi delle banche commerciali già nel 2014. Nemmeno le obbligazioni emesse da emittenti sicuri sono state risparmiate, e infatti nel 2016 i tassi dei titoli governativi tedeschi a 10 anni per la prima volta finirono sotto lo zero. All’inizio di novembre 2020, i bond a tassi negativi in circolazione superavano i 17 trilioni di dollari: un ammontare tale che certamente non potrà scomparire in tempi brevi. Quindi le obbligazioni a rendimento negativo rimarranno anche nel 2021.

3. Primi passi indietro delle banche centrali (Volker Schmidt). I governi e le banche centrali stanno cercando di mitigare l’impatto economico della pandemia di Coronavirus con una serie di misure. Il Pandemic Emergency Purchase Programme (PEPP) per acquisti accelerati di obbligazioni e il programma di ricostruzione dell’Ue “Next Generation Europe” sono gli interventi più noti su questa sponda dell’Atlantico. Inoltre, ci sono in ballo diversi programmi di sostegno nazionali. Anche negli Stati Uniti, la Fed ha già acquistato più di 1,8 trilioni di dollari in titoli di Stato e il governo degli Stati Uniti sostiene i consumatori e le aziende con sussidi di disoccupazione e agevolazioni fiscali programmate e non programmate. Molte di queste misure saranno ancora con noi nel 2021.

4. Alti livelli di indebitamento faranno ripartire lo spread (Volker Schmidt). Il debito pubblico in molti paesi è salito a livelli record e continuerà a crescere. Negli Stati Uniti, il deficit fiscale dell’anno fiscale che si è concluso a settembre era già di 3,1 trilioni di dollari: 2,2 trilioni di dollari in più rispetto all’anno precedente. L’Unione europea diventerà il più grande emittente di obbligazioni nei prossimi anni, nell’ambito del programma di ricostruzione “Next Generation Europe“. Tuttavia, la crisi del Coronavirus e la recessione economica stanno anche ponendo un enorme onere sui bilanci dei singoli stati, e nel momento in cui la ripresa economica continuerà nel 2021, le differenze tra aree o paesi diventeranno evidenti. Le aziende hanno anche accumulato enormi livelli di indebitamento. Attualmente un default di massa è scongiurato grazie ai pacchetti fiscali, e i governi stanno assumendo livelli crescenti di indebitamento per stabilizzare la domanda e mantenere a galla le aziende particolarmente colpite attraverso sussidi o prestiti.

Michael Blumke

5. La corsa dell’oro potrebbe fermarsi (Michael Blümke, senior portfolio manager Ethenea). Dopo essere rimasto fermo per anni, l’oro è tornato sotto i riflettori con un forte movimento al rialzo. Dal nostro punto di vista, ci sono buone ragioni per aspettarsi una prosecuzione di questo rally nel lungo termine. Sullo sfondo di tassi di interesse nominali semi-fissi molto bassi e di continui tentativi di spingere l’inflazione con misure monetarie, i tassi di interesse reali resteranno bassi anche nel prossimo futuro e forse diminuiranno ulteriormente. Il conseguente graduale deprezzamento delle valute gioverà all’oro nella sua funzione di mantenimento del valore.

6. Declino dei fondi-benchmark (Michael Blümke). La crescente popolarità dei fondi passivi, testimoniata da ulteriori aumenti della loro quota di mercato, non può essere negata ed è anzi ben giustificata. Soltanto il gestore attivo, che offre valore aggiunto per il cliente al netto dei costi, ha una ragion d’essere nel lungo termine – e soltanto un manager molto flessibile e attivo può soddisfare questo requisito. Riteniamo che la domanda di soluzioni di fondi intelligenti, che in primo luogo abbiano flessibilità e un sufficiente grado di libertà, e in secondo luogo siano disposti e in grado di trarne vantaggio con profitto, resterà presente e crescerà anche con l’eliminazione delle offerte semi-passive.

7. Il multi-asset come soluzione per i clienti retail (Michael Blümke). È risaputo che la diversificazione del rischio migliora la performance di portafoglio in relazione al rischio. Per molti anni, e giustamente, le soluzioni multi-asset sono cresciute nei portafogli degli investitori privati: questo concetto è oggi più rilevante e necessario che mai in un contesto di mercato inedito, caratterizzato da tassi di interesse molto bassi.

Christian Shmitt

8. Bassa inflazione su beni e servizi, alta sugli investimenti (Christian Schmitt, senior portfolio manager Ethenea). C’è stato un tempo in cui l’inflazione – positiva o negativa – rappresentava una seria minaccia per i paesi industrializzati occidentali. Nella prospettiva del 2020, sembra che quest’era si sia conclusa con il volgere del millennio. È a dir poco improbabile che nel 2021 si verificheranno aumenti dei prezzi sostenuti sui mercati globali dei beni. Sembra quasi certo, tuttavia, che continuerà a sussistere un’ulteriore pressione al rialzo dei prezzi delle principali classi d’investimento in tutto il mondo, date le continue iniezioni di liquidità.

9. Coesistere con il Covid-19 (Christian Schmitt). Dall’inizio della pandemia ad oggi, abbiamo imparato molto sul virus e ci stiamo adattando alla nuova situazione, mentre è in corso uno sforzo globale senza precedenti per sviluppare un vaccino efficace e sistemi di cura adeguati. Al momento, solo una cosa sembra essere chiara: il Covid-19 non sarà affatto finito entro la fine del 2020. La pandemia avrà un impatto importante anche sul prossimo anno.

10. Titoli value ancora in sofferenza (Christian Schmitt). Il raffronto tra gli stili di investimento value e growth è una vecchia storia, ma ormai da 14 anni i titoli growth sono strutturalmente in vantaggio nella corsa alla miglior performance. E nonostante i ripetuti annunci sulla fine di questa era, i titoli growth hanno proseguito la loro overperformance rispetto ai titoli value, soprattutto nel 2020. Con la conseguenza che la cosiddetta trappola del valore, che vede gli investimenti bloccati su titoli i cui prezzi non recuperano, sembra essere più grande che mai. Anzi, in un contesto di tassi d’interesse bassi, nulli o negativi, gli investitori value dubitano che la tendenza si invertirà in maniera sostenibile nel 2021. La performance relativa di entrambi gli stili di investimento sarà certamente una delle domande più interessanti per il prossimo anno.

Lagarde: niente illusioni, l’economia va traghettata fino all’arrivo del vaccino. Tempi lunghi

Secondo il numero uno della Bce, la pandemia ha prodotto una recessione “insolita” e la ripresa sarà “instabile”. L’Eurotower pronta a “ricalibrare gli strumenti” per fronteggiare la crisi. Attenti all’effetto “spiazzamento” della spesa privata.

Lunedì 9 novembre Pfizer ha annunciato che l’efficacia del vaccino contro il Coronavirus è superiore al 90%. In base alle proiezioni attuali, Pfizer e BioNTech prevedono di produrre fino a 50 milioni di dosi di vaccino nel 2020, e fino a 1,3 miliardi di dosi nel 2021. Il vaccino richiede la somministrazione di due dosi per persona. Sia Pfizer che BionTech avevano siglato a luglio un accordo con il governo Usa, del valore di quasi $2 miliardi, per la fornitura di 100 milioni di dosi.

“La pandemia ha prodotto una recessione insolita e probabilmente genererà una ripresa instabile”. Cosi il numero uno della Bce, Christine Lagarde, ha definito la situazione dell’Eurozona al Forum (virtuale) di Sintra, ricordando che il direttivo è pronto a “ricalibrare i propri strumenti”, al prossimo direttivo di dicembre e che la sfida che la banca centrale si trova di fronte “sarà traghettare l’economia” compensando i gap produttivi fino a quando vaccini saranno ben sviluppati e la ripresa potrà guadagnare slancio”.

Lagarde ha gettato acqua sul fuoco sui facili ottimisti che sembrano aver contagiato i mercati alla notizia dei progressi del vaccino Pfizer. “Anche se le ultime notizie su un vaccino sembrano incoraggianti – ha detto – potremmo ancora dover affrontare cicli ricorrenti di accelerazione della diffusione virale e di restringimento delle restrizioni fino al raggiungimento di un’immunità diffusa”. “Quindi – ha aggiunto – il recupero potrebbe non essere lineare, ma piuttosto instabile”.

Simili sono state le dichiarazioni rilasciate alla Cnbc da Klass Knot, esponente del Consiglio direttivo della Bce: “Quella sul vaccino è una notizia assolutamente positiva, ma il concretizzarsi dell’impatto economico della buona notizia potrebbe richiedere un po’ di tempo e, comunque, non avverrà nell’arco di una notte. La vaccinazione di massa comporterà un ammontare significativo di tempo, e ciò significa che l’outlook economico per il 2021 continuerà a essere irregolare per molto tempo, fino a quando gli effetti benigni del vaccino diventeranno finalmente disponibili a pieno”.

Lagarde mette in guardia dal rischio di “crowding-out”, ovvero di “spiazzamento“, col quale gli economisti intendono la riduzione della spesa privata (sia di investimento sia di consumo) a seguito di un aumento della spesa pubblica. “In primo luogo, mentre la politica fiscale è attiva nel sostenere l’economia, la politica monetaria deve ridurre al minimo gli effetti di ‘spiazzamento‘ che potrebbero creare ricadute negative per famiglie e imprese“, ha detto Lagarde, entrando poi nel merito di questi rischi: “Le famiglie potrebbero avere più paura per il futuro e aumentare il loro risparmio precauzionale. Le imprese che sono sopravvissute fino ad ora aumentando l’indebitamento potrebbero decidere che rimanere aperte non ha più senso per gli affari”.

Tutto ciò “potrebbe innescare un ‘moltiplicatore di uscita delle imprese‘, in cui la chiusura di attività commerciali soggette a restrizioni sanitarie riduca la domanda di attività complementari, provocando a sua volta una riduzione della produzione di tali imprese“. Per evitare questi rischi, in vista del direttivo di dicembre, Lagarde chiarisce che “tutti i settori dell’economia devono avere fiducia che le condizioni di finanziamento rimarranno eccezionalmente favorevoli per tutto il tempo necessario, soprattutto perché l’impatto economico della pandemia si estenderà ora fino al prossimo anno”. “Attualmente – precisa Lagarde – esistono tutte le condizioni affinché il settore pubblico e quello privato adottino le misure necessarie. La curva dei rendimenti sovrani ponderata per il Pil è in territorio negativo fino alla scadenza di dieci anni. Ma è importante garantire – spiega ancora Lagarde – che le condizioni di finanziamento rimangano favorevoli”.

Alla domanda sulla possibilità che i tassi vengano ulteriormente ridotti, Knot ha risposto: “Non vogliamo escludere nessuna misura, riguardo al meeting di dicembre”. Lagarde dal canto suo ha fatto la precisione: “Sebbene tutte le opzioni siano sul tavolo, il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e le operazioni di TLTRO hanno mostrato la loro efficacia in questo contesto, e possono essere aggiustati in modo dinamico per reagire all’evoluzione della pandemia. E’ dunque probabile che rimangano i principali strumenti di aggiustamento della politica monetaria”.

Novelli, Lemanik: Cina ed emergenti banchettano sulla crisi irreversibile del modello Occidentale

Analisi magistrale di Maurizio Novelli (Lemanik). “La crescita economica occidentale del dopo Covid-19 sarà modesta, ci avviamo verso la fine della leadership del monopolio del dollaro come divisa di riserva mondiale”.

“L’impatto strutturale della pandemia è un evento “malthusiano” che determina un cambiamento significativo e amplifica la portata di alcuni mutamenti già in corso prima di questa crisi. L’economia mondiale sarà caratterizzata da alcuni trend che finiscono e altri che cominciano in un intreccio di distruzione e creazione di nuovo valore, che sarà distribuito geograficamente e socialmente in modo decisamente diverso rispetto a oggi. Per il prossimo futuro, siamo negativi sulle prospettive di performance degli asset finanziari occidentali rispetto a quelli emergenti e siamo negativi sul dollaro e rialzisti su renminbi e divise emergenti“. È questa la sintesi del pensiero di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

La cosiddetta ripresa a V si sta spegnendo gradualmente sotto la minaccia del trend di fallimenti e dall’indomabile diffusione dei contagi in Europa e sulla costa occidentale americana. Gli Stati Uniti hanno rimosso il blocco dei pagamenti delle rate sui mutui e sul credito al consumo, e solo da questo momento si riuscirà a capire la reale dimensione delle insolvenze che ci attendono. Nel frattempo, il sistema bancario si è preparato al peggio, accantonando decine di miliardi di dollari a fronte di future perdite sui crediti.

Il consensus continua a essere focalizzato sulle trattative per lo stimolo fiscale e sulle prospettive di un vaccino anti Covid; tuttavia, non saranno questi elementi a condizionare il cambiamento strutturale dell’economia mondiale che ha già iniziato a materializzarsi in questi mesi. Se vogliamo veramente capire cosa ci attende, bisogna avere la capacità di guardare oltre l’orizzonte temporale dei prossimi due/tre mesi, ignorando il rumore di breve termine.

“Il quadro attuale – sottolinea Novelli – evidenzia una serie di fattori. In primis, un’economia occidentale ormai dipendente dalle politiche fiscali e dall’intervento pubblico. In secondo luogo, uno stimolo fiscale di dimensioni mai viste ma prevalentemente assorbito dalle esigenze di sopravvivenza e non per sostenere un rilancio economico. Poi, un tasso di disoccupazione che rimarrà elevato per almeno due anni o più. Infine, l’intero settore privato posizionato in modalità sopravvivenza e determinato a difendere cash flow e solvibilità”. “La crescita economica occidentale del dopo Covid, interrotta da ricadute in recessione alquanto probabili, sarà modesta dopo le ampie oscillazioni del Pil che avranno caratterizzato i vari trimestri dell’intero anno 2020″.

Secondo Novelli, pertanto, tutto questo decreterà la fine del modello di crescita Usa basato sulla leva finanziaria esasperata. Infatti, le attuali politiche delle banche centrali sono necessarie a sostenere un sistema sempre meno solvibile ed esposto in ogni crisi al default sistematico anche se il debito costa molto poco. Esasperare il profitto a breve per essere salvati dal default a ogni crisi è diventato troppo oneroso per il sistema e non più socialmente accettabile.

Inoltre, questo scenario determinerà anche la fine del privilegio fiscale goduto dal capitale rispetto al reddito da lavoro. Infatti, le aziende americane hanno potuto finora beneficiare di aliquote fiscali decisamente ridotte grazie a un sistema fiscale morbido e propenso a concedere ogni sorta di privilegio alla redditività del capitale. Questo meccanismo è ora insostenibile per la dimensione degli interventi di salvataggio richiesti dal sistema finanziario e per il livello raggiunto dal debito pubblico a causa di tali interventi.

Ma non basta. Andiamo incontro anche alla fine del modello orientato alla “deregulation and free markets”. La maggiore presenza dello stato nell’economia comporterà una maggiore invasione e controlli nella corporate governance e sui mercati finanziari. A uscirne favorita sarà la Cina, poiché già ora ha un’economia che opera sotto questo regime da tempo. In ultimo, assisteremo alla fine della leadership del monopolio del dollaro come divisa di riserva mondiale. Infatti, la continua esigenza di sostenere l’economia con l’intervento fiscale obbliga la Fed a stampare moneta a tempo indefinito per sottoscrivere le emissioni di debito pubblico Usa mentre, nel frattempo, gli investitori internazionali vendono Treasuries. Il recente rafforzamento del renminbi conferma che i flussi di capitale hanno iniziato a indirizzarsi verso la Cina.

Da questo contesto deriveranno diverse novità:

1) In primo luogo, l’inizio della riorganizzazione della global value chain. Molte aziende globali hanno iniziato a spostare fuori dalla Cina una buona parte della produzione di beni e prodotti non destinati al mercato cinese. India e Messico saranno tra i paesi favoriti in questo processo di diversificazione della delocalizzazione, e anche alcuni paesi satelliti dell’area Euro potranno intercettare questo trend. Si tratta di una strategia orientata a costruire aree economiche integrate con la propria value chain, al fine di ridurre i rischi produttivi e geopolitici. Questo meccanismo sarà uno dei prossimi motori della crescita economica globale e produrrà benefici a tutte le aree coinvolte. Anche se la Cina non avrà più il monopolio di questi investimenti globali, riuscirà a compensare questo meccanismo negativo grazie a un aumento dei consumi interni che dovrebbero costituire il futuro elemento trainante dell’economia mondiale.

2) In secondo luogo, l’inizio del decoupling dell’Asia dall’economia Usa e l’aggancio alla crescita cinese. La leadership della Cina in Asia si gioca sulla capacità di superare velocemente l’attuale crisi globale e ribilanciare la crescita sui consumi interni, in modo da diventare il principale cliente delle economie asiatiche. Già oggi l’interscambio cinese con l’Asia coinvolge quasi il 40% del commercio nella regione ed è destinato a crescere grazie alla rapidità con la quale la Cina ha superato l’impatto del Covid mentre gli Stati Uniti e l’Europa sono ancora in piena crisi economica.

3) In terzo luogo, l’inizio del ruolo del renminbi come divisa di scambio commerciale e l’avvio del processo di diversificazione delle riserve valutarie mondiali. I cinesi hanno iniziato ad acquistare massicciamente titoli di stato giapponesi in yen e hanno frenato sugli acquisti di Treasuries. È plausibile che tale diversificazione dal dollaro sia destinata ad accentuarsi procurando un comportamento imitativo da parte di altre banche centrali in Asia. I cinesi non puntano a sostituire il dollaro come divisa di riserva ma ne ridimensioneranno il ruolo. È altamente probabile che i flussi di capitale verso gli Stati Uniti, oggi al record di tutti i tempi, siano destinati a ridimensionarsi.

Maurizio Novelli

“Alla luce di tali considerazioni, confermiamo la nostra view molto rialzista su equity e credito emergente dell’Asia, ma rimaniamo piuttosto negativi sulle prospettive dei mercati finanziari occidentali. Europa e Stati Uniti si apprestano a fronteggiare una situazione particolarmente difficile e destinata a durare a lungo. La ripresa dei contagi preannuncia un inverno piuttosto complicato e non privo di rischi per la stabilità sociale”, conclude Novelli. “L’allocazione rialzista del fondo Global Strategy si concentra dunque su equity Cina e Asia, mentre siamo short su SPX e DAX. Siamo sempre long di Oro e short di dollaro vs euro. Abbiamo chiuso le posizioni long sui Treasuries a 10/30y, dopo il lungo bull market e data la forte compressione dei tassi Usa, e siamo ora long sui bond governativi cinesi in Renminbi“.

Elezioni USA, Trump verso la sconfitta. La Corporate America vuole Biden

Con la sconfitta di Trump ormai certa, è chiaro che alle grandi corporation americane interessano gli effetti sull’Economia Reale e sugli utili prospettici di lungo periodo. Per questo hanno voluto fortemente Biden.

Di Massimo Bonaventura

Mentre il conteggio dei voti è ancora in corso, con Trump in netto svantaggio sullo sfidante, appare chiaro che Wall Street puntava proprio su Biden. Non che il presidente in carica dispiaccesse ai mercati finanziari, ma le grandi corporation americane guardano oltre, preferendo chi assicura maggiori benefici di lungo termine all’Economia Reale e al ciclo degli utili aziendali.

Chi opera nei mercati, invece, deve fare i conti anche con le aspettative di breve periodo, che in caso di vittoria conclamata di Biden (e accettata da Trump, che invece minaccia il ricorso alla Corte Suprema per asseriti brogli) potrebbero non coincidere esattamente con quelle di medio-lungo periodo.

Lo chiamano “assestamento post-elettorale”, e di solito in USA dura lo spazio di 24-48 ore, a meno che Trump non voglia ricorrere davvero contestando il risultato in tutti i modi possibili. In quel caso regnerà la volatilità per una settimana (al massimo fino al 12-13 Novembre), che rappresenta il periodo massimo di incertezza elettorale tollerato dal sistema americano, ed entro il quale le varie corti federali – ed eventualmente la Corte Suprema – si pronunceranno sui reclami del presidente uscente (come nel 2000, in occasione dello scontro tra George W. Bush e Al Gore).

In ogni caso, il precedente ricorso presentato a Houston dai repubblicani per invalidare 120.000 voti è stato respinto sia dalla corte locale che da quella d’appello federale, per cui sarà molto difficile che il potere giudiziario, anche ai massimi livelli, appoggi una fazione o l’altra e invada in qualche modo le prerogative del potere esecutivo.

Pertanto, a prescindere dal risultato e dai suoi strascichi temporanei in termini di conteggi e riconteggi, a trionfare saranno le logiche dell’Economia Reale. Infatti, con la vittoria di Biden verranno attuati sia un piano di investimenti strutturali nel medio termine, sia un piano anti Covid nel breve termine, quest’ultimo bloccato fino all’ultimo dai litigi elettorali. Complessivamente, si tratta di un pacchetto di sostegno pari a circa 4 triliardi di dollari, che sarà finanziato anche da aumenti fiscali più che compensati dalle ricadute positive sul giro d’affari delle aziende. Infatti, il prelievo sui profitti aziendali sul quale pare essere diretto Biden sarebbe aumentato al 28%, dopo che Trump lo aveva ridotto dal 35 al 21%. Ma per le grandi multinazionali americane non è difficile spostare gli utili in paesi con aliquote più favorevoli, per cui per loro cambia poco o nulla. Ciò che vale di più, invece, sono gli stimoli all’economia e ai consumi promessi da Biden, grazie ai quali per le grandi aziende si riaprirebbe una stagione di utili stabili nel lungo periodo.

Lo scenario più probabile del dopo-elezioni, con la vittoria di Biden, sembra essere quello che prevede:

– un nuovo rally in borsa;

– un ritorno del flusso di capitali verso i paesi emergenti, grazie alla politica tradizionalmente “multilaterale” dei democratici;

PIL in crescita più sostenuta;

– maggiore disponibilità della Cina a negoziare accordi;

– nessun accordo bilaterale tra il “repubblicano inglese” Johnson e gli USA, e l’adozione di una linea più morbida del premier inglese con l’UE;

– un dollaro stabile al livello attuale (fino ad 1,20 contro Euro), e i tassi di interesse in lieve risalita (fino all’1% o giù di lì);

– aumento temporaneo della volatilità dei mercati, almeno fino a quando la “visione” della nuova governance americana non sarà chiara a tutti (ma la volatilità spesso fa bene ai mercati, e più è forte e maggiore stabilità di medio-lungo periodo preannuncia);

– risalita dell’oro, così come alcune valute-rifugio, ma la sua corsa presto verrebbe “anestetizzata” dal nuovo corso dei mercati favorevoli al programma Biden.

L’eventuale (e ormai quasi impossibile) vittoria di Trump, appesa com’è al filo dei ricorsi e delle schede non ancora contate del voto per corrispondenza, probabilmente determinerebbe un dollaro più forte ma deluderebbe le corporation ed i mercati, i quali chiederebbero a Trump un cambio di passo – anche in relazione alla guerra commerciale con la Cina – che non arriverebbe in tempi rapidi.

In termini di Economia Reale, secondo l’agenzia di rating Moody’s  l’affermazione di Biden offre migliori prospettive rispetto ad un Trump-bis, producendo un aumento dell’occupazione del 2,8% da qui al 2024 (+2,1% con Trump), e la creazione di oltre 18 milioni di posti di lavoro (+11 mln con l’attuale presidente). 

Tra tutte le analisi più autorevoli, quella di Goldman Sachs – che si augurava la c.d. “blue wave”, ossia la netta affermazione dei democratici alla Casa Bianca e in entrambi i rami del parlamento – non verrà confermata, perchè la Camera sembra essere saldamente in mano ai repubblicani. Pertanto, il piano di sostegno all’economia USA non arriverà in tempi rapidissimi, e ciò non permetterà all’amministrazione Biden di poter affrontare altrettanto rapidamente l’altro grande driver dei mercati finanziari: il vaccino contro il Covid-19.

Ecco, se proprio si deve individuare una buccia di banana che minaccia il cammino del prossimo presidente, quella è la gestione della pandemia, sulla quale gli americani si augurano discontinuità rispetto al passato e maggiore efficacia.

Ma non aspettiamoci un lockdown in stile europeo. Infatti, incombe il dominio di una Cina in grande vantaggio su tutti, e un eventuale blocco totale è fuori discussione.