Agosto 26, 2026
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Politica Economica

Italia, un paese che non cresce più. Accelerare le fusioni per rafforzare il sistema delle imprese

Secondo Ugo Loeser di Arca Fondi SGR, l’Italia è un paese che non cresce, con un’economia bloccata da vent’anni: cinquemila miliardi di euro di ricchezza privata, di cui mille e ottocento depositati su conti correnti che non danno alcun rendimento.

 “La prima edizione del Global Banking Forum ha permesso un confronto profondo e costruttivo sulle grandi sfide che attendono il sistema bancario e finanziario, nel pieno della complessa fase di ripresa dalla Pandemia che per oltre un anno ha condizionato le attività di tutto il mondo. Sono stati illustrati e discussi i rischi connessi ad una fase di ricostruzione del Paese, pur con la consapevolezza che vi siano grandi opportunità che le banche in primis devono saper cogliere per porsi al fianco del sistema produttivo ed industriale nel rilancio del Paese”.

Questo il commento di Luigi Consiglio, Presidente GEA a conclusione della prima edizione del Global Banking Forum“Le grandi innovazioni che il settore ha innanzi a sé sono importanti per il futuro del sistema del credito e concorreranno alla ripresa economica del sistema Paese” ha aggiunto Consiglio. Occorre saper sostenere e incentivare la ripresa, identificando soluzioni che permettano di canalizzare flussi di risparmio verso le imprese. “Nel corso del 2020 la massa finanziaria delle famiglie messa a risparmio è ulteriormente cresciuta, toccando livelli record mai visti prima. Occorre immaginare strumenti adeguati che portino queste risorse al sostenere la ripresa” ha chiosato Consiglio.

Un riferimento anche alla leva fiscale, che potrebbe incentivare le famiglie a investire in fondi e strumenti a sostegno dell’economia reale. Secondo Enrico Sassoon, Presidente Eccellenze d’Impresa, “i cambiamenti cui stiamo assistendo sono estremamente veloci e profondi. Il sistema bancario come siamo stati soliti conoscerlo fino a pochi mesi fa non sarà quello post pandemia. Saranno necessari cambiamenti sia sotto il profilo tecnologico, sia organizzativo e di know how.  Dobbiamo fare in modo che tutto questo avvenga in modo veloce, coinvolgendo tutti gli attori del sistema. Può costituire una grande opportunità per la crescita del nostro Paese e la sua maggiore autorevolezza anche nel confronto internazionale”.

L’Italia è un paese che non cresce, con un’economia bloccata da vent’anni: cinquemila miliardi di euro di ricchezza privata, di cui mille e ottocento depositati su conti correnti che non danno alcun rendimento. Questa è la fotografia del Paese delineata da Ugo Loeser, CEO di Arca Fondi SGR . In Italia, ha proseguito Loeser nella sua analisi, vi sono due visioni contrastanti: da un lato una frugale, estremamente pericolosa, che vede l’Italia non in grado di crescere, a differenza del debito pubblico che continua ad aumentare; e una visione dinamica, mediterranea, che guarda invece a questa situazione come un’opportunità: con una leva economica finanziata dalla BCE a tassi negativi, usare la leva del debito pubblico.

Sul tema della crescita, inevitabile il riferimento alle dimensioni e performance delle nostre imprese, che devono necessariamente espandersi per dare continuità ad una crescita sostenibile nel tempo. Secondo Giovanni Tamburi (Tamburi Investment Partners), se il Covid venisse sfruttato come opportunità per accelerare le fusioni avremmo risolto un problema enorme. Il problema del paese è solo capitalizzare le imprese e metterle insieme. Gli fa eco Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, secondo il quale la dimensione delle aziende quotate oggi in Borsa non rispecchia il peso dell’economia italiana, dato che il Pil è tre volte superiore alla capitalizzazione di mercato. “In Italia ci sono solo 350 imprese quotate, troppo poche: è necessario capire che bisogna crescere molto più rapidamente per stare al passo con l’evoluzione del mercato”.

RCEP, l’inflazione agricola favorisce i paesi emergenti asiatici. Prezzi delle materie prime in su

Secondo Marcel Zimmermann di Lemanik, l’accordo RCEP firmato con la Cina favorirà l’aumento dei prezzi dei beni agricoli e avrà un impatto positivo sul reddito della popolazione rurale, che nei Paesi dell’Asean è concentrata nelle campagne per il 50%. Le banche asiatiche sono in ritardo, ma appaiono promettenti nel medio termine.

“Nel nostro portafoglio, specializzato sul Sud-Est asiatico, abbiamo aumentato l’esposizione nei Paesi dell’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico). Innanzitutto, la regione trarrà vantaggio dal patto RCEP firmato lo scorso anno con la Cina. Inoltre, l’aumento dei prezzi dei beni agricoli avrà un impatto positivo sul reddito della popolazione rurale, che rappresenta ancora circa il 50% della popolazione in paesi come Thailandia, Filippine e Indonesia”. È l’analisi di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity.

I casi attivi di Covid-19 sono in calo nelle Filippine, in Indonesia e a Singapore – spiega Zimmermann – ma sono in aumento in Giappone, Corea del Sud e Thailandia. La pandemia continua quindi a influenzare il sentiment degli investitori nella regione, ma lo slancio economico è comunque in aumento, poiché gran parte dell’economia globale si sta lentamente aprendo, grazie ai progressi della vaccinazione. Il miglioramento delle prospettive e il forte apprezzamento dei metalli e delle materie prime agricole stanno spingendo le aspettative di inflazione globale ai massimi pluriennali.

“L’indice Bloomberg Industrial Metals ha raggiunto un nuovo massimo da otto anni grazie alla forte domanda di rame, che ha toccato il massimo da dieci anni sulla base di domanda industriale, scorte inferiori – che fanno surriscaldare i prezzi contribuendo a creare inflazione – e voci di proteste da parte dei sindacati minerari cileni”, sottolinea Zimmermann. “Continuiamo a rimanere positivi nei confronti di questo segmento e ci aspettiamo che gli investimenti infrastrutturali globali sosterranno ulteriormente la domanda di metalli industriali”.

Nell’area, il segmento value continua a sovraperformare rispetto al growth,e riteniamo che questa tendenza possa continuare nel prossimo periodo. La carenza globale di semiconduttori continua a essere un freno non solo per l’industria delle auto elettriche, ma anche per Pc, smartphone, console di gioco e altri dispositivi interconnessi. Gli analisti prevedono che tale carenza si protrarrà per tutto il 2021. “A livello settoriale, abbiamo aumentato l’allocazione nel settore dei prodotti di consumo di base, poiché crediamo che saranno in grado di trasferire l’aumento dei prezzi delle materie prime verso i consumatori”, conclude Zimmermann. “Abbiamo quindi abbassato leggermente l’allocazione nel settore finanziario, che ha continuato a registrare un ritardo rispetto al mercato generale, ma restiamo a medio termine positivi anche per questo settore. L’esposizione valutaria verso lo yen giapponese e il dollaro di Hong Kong rimane coperta poiché prevediamo ancora un ulteriore indebolimento dello yen e del dollaro Usa”.

Le sfide vinte da Biden nei suoi primi 100 giorni. Vaccinazioni di massa e sostegno all’economia

Secondo Andrea Siviero di Ethenea, il successo del presidente USA è dovuto alle vaccinazioni di massa e al sostegno fornito all’economia del paese con l’American Rescue Plan. La luna di miele di Biden proseguirà una volta superata la pandemia?

Joe Biden ha posto molta enfasi sull’agire rapidamente durante i suoi primi 100 giorni di presidenza. Le sue priorità sono state quelle di combattere la pandemia di Covid-19 e fornire assistenza economica alle famiglie americane, oltre che far riacquisire credibilità internazionale al paese”, sottolinea Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

“Sul fronte della pandemia, Biden ha posto alla sua amministrazione l’obiettivo di vaccinare 100 milioni di americani nei suoi primi 100 giorni di mandato: ci sono voluti solo 50 giorni per mantenere quella promessa. Il rilancio dell’economia ha ricevuto una spinta decisiva dal pacchetto di aiuti da 1,9 trilioni di dollari per il coronavirus, l’American Rescue Plan, a cui ora potrebbe aggiungersi l’American Jobs Plan. A livello internazionale, Biden ha rifocalizzato la politica estera degli Stati Uniti sulla diplomazia e il multilateralismo, facendo un passo oltre all’era dell’imprevedibilità”.

Con l’appoggio di un Congresso favorevole, Biden ha avuto un particolare successo nel realizzare le sue priorità politiche nei primi 100 giorni di mandato. I progressi nella lotta contro la pandemia, con la velocizzazione delle vaccinazioni e lo sfondamento di quota 100 milioni di dosi somministrate, sono stati un fattore chiave a sostegno della ripresa degli Stati Uniti, poiché hanno permesso una graduale riapertura dell’economia. Questo rilancio economico ha ricevuto una spinta decisiva dal pacchetto di aiuti dell’American Rescue Plan. Il programma non comprende solo pagamenti diretti ai cittadini statunitensi, integrazioni ai sussidi di disoccupazione e un ampliamento dei crediti d’imposta per i minori, ma anche un finanziamento supplementare destinato al piano vaccinale. Oltre a questo, Biden ha presentato un piano di investimenti infrastrutturali una tantum di oltre 2 trilioni di dollari, l’American Jobs Plan, che mira a ricostruire strade, riparare ponti, accelerare la lotta contro il cambiamento climatico e investire nella ricerca, creando milioni di posti di lavoro.

“Assieme all’American Rescue Plan, questo piano in attesa di approvazione avrà un notevole impatto sulla ripresa economica e sulla competitività a medio termine degli Stati Uniti, con rilevanti conseguenze che andranno a beneficio dell’economia globale”, sottolinea Siviero.

A livello internazionale, Biden ha sfruttato i suoi primi 100 giorni di mandato per fare alcuni passi simbolici nell’arena internazionale, tra cui la revoca delle politiche isolazioniste di Trump per rientrare sia nell’Organizzazione Mondiale della Sanità che nell’accordo sul clima di Parigi, oltre all’apertura a rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano

I risultati del presidente in riferimento alle priorità della sua amministrazione di combattere la pandemia di Covid-19 e di far ripartire l’economia statunitense non solo hanno alimentato ulteriormente il rally del mercato azionario avviatosi con la sua elezione, ma hanno anche portato a un rapido aumento dei rendimenti del Treasury Usa a 10 anni. Le aspettative di una solida ripresa statunitense e l’aumento dei rendimenti dei bond sovrani degli Stati Uniti hanno anche portato a un allargamento del gap con i rendimenti dei titoli sovrani europei e a un rafforzamento del dollaro statunitense, che (contrariamente alle previsioni) si era apprezzato nei confronti della maggior parte delle valute durante i primi tre mesi del 2021.

Joe Biden ha iniziato la sua presidenza affrontando una serie di problematiche straordinarie”, conclude Siviero (nella foto). “In linea con lo spirito del New Deal di Franklin D. Roosevelt, l’ex vice presidente ha elaborato un programma ambizioso per i suoi primi 100 giorni di mandato. Anche se, finora, ha avuto successo nel realizzare le sue principali priorità – combattere la pandemia di Covid-19 e far ripartire l’economia – sta ancora affrontando sfide estremamente difficili per realizzare le promesse della sua campagna. Una volta che l’emergenza pandemica sarà sotto controllo e il periodo di luna di miele sarà finito, Joe Biden avrà bisogno di tutta la sua esperienza per portare avanti la sua agenda politica”.

Il Covid ha riscritto le regole sulla pianificazione finanziaria. I babyboomers “condannati” ad una lunga vita

Oggi i babyboomers hanno bisogno di una strategia su come gestire attivamente il patrimonio anche ben oltre i 60 anni, abbandonando l’idea che il loro tenore di vita possa poggiare le sue fondamenta nella pensione corrente e privilegiando la disponibilità mobiliare come strumento principale di copertura di costi sanitari e di assistenza medica per un periodo più lungo.

Raggiungere il pensionamento a 65 anni? Spese di assistenza medica assicurate dallo stato o da una compagnia privata? Un portafoglio di investimenti prudente o bilanciato? Investire in immobili rende sempre? Per decenni, europei e americani hanno vissuto secondo alcune di queste “regole” finanziarie, ma la pandemia di coronavirus le ha distrutte, costringendo famiglie di investitori a cercare nuovi approcci e strategie per costruire sicurezza finanziaria nel nuovo contesto socio-economico mondiale.

Pertanto, è utile valutare dove siamo adesso, e come la pandemia ha cambiato le aspettative in Europa e negli Stati Uniti. secondo uno studio di Northwestern Mutual, quasi un terzo degli americani oggi afferma che i loro piani pensionistici sono stati influenzati dall’impatto economico del Covid, con il 20% che prevede di ritardare il pensionamento oltre quanto previsto. In Europa la musica è la stessa: gli accantonamenti nei piani pensionistici privati sono aumentati sensibilmente, così come le coperture sanitarie personalizzate, per via delle paure scatenate dall’impreparazione dei sistemi pubblici – in particolare la Sanità – ad affrontare eventi improvvisi e di una certa gravità come la pandemia.

In Italia, poi, il sistema pensionistico ha già segnato un confine certo tra il tenore di vita degli attuali pensionati – quelli oltre il minimo, si intende – e i pensionati del futuro, che saranno penalizzati, a parità di contributi versati, rispetto a quelli di oggi. La sfiducia nel sistema sanitario e in coloro che l’hanno gestito fino ad oggi in maniera piuttosto discutibile, poi, ha fatto il resto.

Ciò che è interessante è che anche gli ostacoli finanziari agli obiettivi di pensionamento si sono spostati. Per esempio, prima che il COVID-19 si diffondesse ampiamente, il 42% degli americani citava la mancanza di risparmi come il principale ostacolo, mentre oggi il 49% di essi cita l’economia come il più grande ostacolo. In Europa, di contro, si è fatta strada tra i babyboomers l’idea di andare in pensione a 70 anni o giù di lì, soprattutto tra liberi professionisti e lavoratori autonomi (ma non solo). Tra questi, c’è chi dovrà continuare a lavorare per necessità, per via dei risparmi insufficienti e della preoccupazione per la sicurezza sociale. In Italia, a questi due elementi si aggiunge anche il desiderio di poter dare una mano ai figli che non riescono a trovare lavoro oppure l’hanno perso a causa dei profondi cambiamenti che la pandemia sta lasciando dietro di sé in tutto il tessuto economico e industriale del Paese.

A differenza del passato, le persone potevano fare affidamento su pensioni e benefici definiti senza pensare di dover sostenere se stesse per 25 o 30 anni dopo il superamento della soglia dei 60 di età, ma oggi l’allungamento della vita media, di per sé fattore socialmente positivo per le famiglie, si scontra con la necessità di dover affrontare costi sanitari e di assistenza medica elevati per un periodo più lungo, costringendo europei e americani ad avere un patrimonio mobiliare di una certa entità anche durante l’età pensionabile. In alternativa, se si hanno le possibilità di accantonamento, diviene indispensabile sottoscrivere delle assicurazioni sanitarie private, ma il settore in Italia dimostra ancora una certa approssimazione nell’offerta.

Pertanto, oggi i babyboomers hanno bisogno di una strategia su come gestire attivamente il patrimonio anche ben oltre i 60 anni, abbandonando l’idea che il loro tenore di vita possa poggiare le sue fondamenta nella pensione corrente e privilegiando, invece, la disponibilità mobiliare come strumento principale della propria pianificazione finanziaria. Non più, quindi, patrimonio “inerziale” a disposizione dei futuri eredi, da elargire generosamente in vita per matrimoni e case dei figli, ma asset prezioso necessario per far fronte alla cura di sé e della propria salute fisica. Parimenti, non più investimenti di breve periodo, ma orizzonti temporali anche lunghi – in proporzione all’età – adeguati all’aspettativa media di vita, e laddove il livello di educazione finanziaria sia basso, intervenire nella sua crescita con l’ausilio di un consulente finanziario.

Questa nuova strategia dovrebbe essere fondata su una pianificazione integrata ed elaborata su più scenari, idonei a garantire la soluzione di problemi specifici che saranno presenti durante l’età pensionabile. In particolare, si dovrà prestare attenzione all’impatto dell’inflazione e delle tasse, al desiderio di lasciare un’eredità ben ripartita, alla previsione di spese impreviste che, in relazione alla fascia di età, saranno piuttosto elevate. Una più abbondante riserva di risparmio “da emergenza”, pertanto, non dovrà mai mancare da una buona asset allocation, e sottostare a criteri di investimento di natura non esclusivamente monetaria. Sia in America che in Europa, infatti, con la recessione economica e l’elevata disoccupazione causata dalla pandemia molte persone hanno dovuto scavare nei loro risparmi per mantenere il tenore di vita, abbandonando i propri piani di risparmio a lungo termine.

Negli Stati Uniti, il classico portafoglio in cui le attività sono investite per il 60% in azioni e per il 40% in reddito fisso è stato a lungo l’elemento fondamentale della pianificazione finanziaria. Oggi, il portafoglio di investimenti personalizzato in base alle circostanze e agli obiettivi specifici di una persona è quello più richiesto dagli investitori statunitensi – che hanno un più alto livello di educazione finanziaria rispetto agli europei – per raggiungere la stabilità e la sicurezza finanziaria. Si è passati rapidamente dall’approccio “60/40” al mix che combina investimenti, assicurazioni sulla vita e coperture rafforzate sull’assistenza medica, e l’offerta di consulenza finanziaria si è spostata su queste esigenze.

In Europa e in Italia questo cambiamento è ancora in atto, perché i babyboomers hanno fatto tardi a prendere coscienza che l’investimento immobiliare non è più il miglior modo di garantire sicurezza finanziaria alle proprie famiglie, ma si stima che nell’arco dei prossimi tre anni la consulenza patrimoniale basata esclusivamente sul rendimento di portafoglio sarà un lontano ricordo.

Prospettive economiche, Europa e Cina in vantaggio sugli Stati Uniti. Grazie al Recovery Fund

Secondo Maurizio Novelli di Lemanik, le politiche di sostegno all’economia erogate da Europa e Cina offrono prospettive decisamente migliori rispetto a quelle americane, che sono basate esclusivamente su debito. Il +18% del Pil cinese è un gioco di numeri: il Pil reale è scivolato sotto il 6%.

“Le politiche fiscali di sostegno all’economia erogate da Europa e Cina presentano un moltiplicatore fiscale decisamente migliore rispetto a quello americano perché sono basate su investimentiLEuropa ha un progetto fiscale come il Recovery Fund, mirato a sostenere gli investimenti per la transizione ecologica e la spinta sulla digitalizzazione. La Cina ha finanziato una politica fiscale mirata sulle infrastrutture con il piano “Urbanisation 2”. Gli Stati Uniti, invece, hanno finora speso 25 punti di Pil per erogare soltanto aiuti e sussidi a chi stava per fallire, ma non hanno ancora deliberato un piano strategico di sostegno durevole alla crescita e rischiano di ricadere in recessione non appena si esauriranno i sussidi erogati dall’ultimo piano fiscale di dicembre 2020”. È questa l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund.

Il trend dell’economia mondiale ha aperto la fase di riassorbimento della perdita subita dal Pil nel corso del 2020. Al fine di rendere più eclatanti le cifre del recupero, la pubblicazione dei dati avviene confrontando i dati di oggi con quelli del marzo 2020, momento che ha coinciso con il culmine della caduta del Pil internazionale. Misurando le cose in questo modo, il Pil cinese è cresciuto del 18%, ma in realtà la crescita cinese tendenziale è scivolata sotto il 6% alla fine del primo trimestre di quest’anno. Europa e Giappone si stanno agganciando alla fase di ripresa del Pil mondiale, ma il recupero è meno significativo e più tardivo rispetto a Cina e Stati Uniti. L’economia Usa è in fase di recupero grazie agli stimoli fiscali erogati, pari al 25% del Pil, ma l’attuale rimbalzo è esposto a ricadute nel secondo semestre e gli Stati Uniti sono oggi l’area che offre incertezze maggiori riguardo al ciclo dell’economia.

Nel frattempo i rischi finanziari nel sistema continuano a crescere inesorabili e le vulnerabilità emergono un pò ovunque in modo sempre più preoccupante. Il leverage per acquistare asset finanziari americani è ai massimi storici. Gli investitori privati hanno accumulato un debito di 950 miliardi di dollari per acquistare azioni a leva (quasi il 5% del Pil). Sommando questa leva a quella degli hedge fund, che gestiscono 3,5 trilioni di dollari, con una leva prudenziale stimata di due (Archegos era a 5 volte), arriviamo a oltre 4 trilioni di dollari, ovvero il 20% del Pil, senza tener conto della leva nel private equity e nel real estate.

Maurizio Novelli

“Il debito del settore privato è ai massimi di sempre e ci vorrà certamente altro debito per finanziare la crescita, ma guardando a quello che succede nei bilanci delle principali banche americane, si evince che il credito all’economia è ora in netta contrazione. È evidente che la crescita attesa dovrebbe basarsi prevalentemente sull’espansione del bilancio pubblico, dato che il settore privato è troppo indebitato per espandere ancora il debito. È proprio su questo punto fondamentale che si è aperto uno scontro feroce tra Democratici e Repubblicani: i primi vorrebbero finanziare la spesa con l’aumento delle tasse sulla corporate America e sulle fasce più ricche, mentre i secondi vorrebbero far finanziare il nuovo debito alla Fed con un perenne Quantitative Easing. Da come l’America deciderà di finanziare il proprio debito dipenderà il futuro del dollaro, dei Treasuries e anche della borsa Usa, ma sarà di fondamentale importanza anche per l’economia e per i futuri equilibri finanziari mondiali”, conclude Novelli.

Idrogeno Verde, ovvero la soluzione chiave per “de-carbonizzare” i portafogli di investimento

Il tema dell’idrogeno verde rientra tra i megatrend climatici e ambientali, ed è diventato oramai di grande attualità. Nel 2020 quasi ogni titolo legato a questa tecnologia si è ben comportato in Borsa, ed anche per il futuro le prospettive sono interessanti. 

Il tema dell’idrogeno rientra tra i megatrend climatici e ambientali. “L’energia rinnovabile può de-carbonizzare la generazione di energia, e lo farà, ad esempio nel settore automotive” spiega Simon Webber, Portfolio Manager di Schroders. “Ma queste tecnologie non saranno così disponibili per l’aviazione, la navigazione, i veicoli commerciali, la produzione di acciaio o di fertilizzanti. In tutte queste industrie vitali sembra che sarà necessario l’idrogeno, o almeno che l’idrogeno sarà una delle soluzioni più praticabili”.

L’idrogeno, infatti, può essere bruciato in un motore a combustione o in una caldaia per il trasporto e il riscaldamento. Poi usato per alimentare una cella a combustibile per il trasporto o il riscaldamento o usato come agente di riduzione del ferro per fare acciaio. Può anche essere utilizzato come agente di stoccaggio dell’energia usando l’energia solare in eccesso in estate per produrre idrogeno, immagazzinato e riconvertito in elettricità per l’uso in inverno. Tutti processi che hanno emissioni di CO2 nulle o molto più basse delle alternative attuali.

Si tratta di un settore altamente tecnologico, con un giro d’affari potenziale (al 2050) di 820 miliardi di euro l’anno, capace di creare circa 5,4 milioni di nuovi posti di lavoro. Le stime sono di “Hydrogen Roadmap Europe: A sustainable pathway for the European Energy Transition” (di The Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking).

Certo, oggi i costi sono ancora elevati: “L’idrogeno rinnovabile è molto più costoso dell’idrogeno da combustibili fossili” conferma Webber. “Tuttavia, questo dovrebbe cambiare, ed entro il 2030 l’idrogeno rinnovabile dovrebbe diventare il metodo di produzione più economico. La situazione è molto simile a quella in cui si trovavano i veicoli elettrici e la stessa energia rinnovabile 5-10 anni fa”.

LO SVILUPPO IN ITALIA – Di recente, H2IT (Associazione Italiana Idrogeno e Celle a Combustibile) ha presentato il report “Strumenti di supporto al settore idrogeno. Priorità per lo sviluppo della filiera idrogeno in Italia” in occasione dell’evento digitale ”Idrogeno: il futuro dell’energia è oggi”. Si tratta di uno studio dettagliato, che ha coinvolto l’intera filiera e portato all’elaborazione di sette priorità per una Strategia Nazionale dell’Idrogeno. Dall’industria ai trasporti, dalla produzione di energia e calore all’uso in ambito residenziale: tanti i settori che verrebbero trasformati dall’idrogeno.

Come spiegano da H2IT, il 2020 è stato l’anno della svolta per le politiche ambientali europee, con l’UE che ha varato una strategia per azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050. L’idrogeno si presenta come soluzione chiave: è un vettore energetico che non genera emissioni (anche nella produzione se prodotto da fonti rinnovabili attraverso elettrolisi dell’acqua). Può essere conservato per lungo tempo sia in forma gassosa che liquida. Inoltre, permette di utilizzare infrastrutture di trasporto e distribuzione già esistenti con costi di adeguamento sostenibili, e può essere usato in diverse tipologie di veicoli per la mobilità di merci e persone, come materia prima nelle industrie, come combustibile nei processi ad alta temperatura. Inoltre, può essere utilizzato nel settore industriale e residenziale in sostituzione ai combustibili fossili per la produzione di energia e calore.

Con un immagazzinamento senza particolari problemi di sicurezza, offre una soluzione per de-carbonizzare i processi industriali e i settori energetici in cui la riduzione delle emissioni di carbonio è urgente e difficile da ottenere.

IDROGENO E INVESTIMENTI – Quali saranno le ricadute dell’utilizzo dell’Idrogeno su aziende e investimenti? “Ci saranno opportunità per le aziende energetiche e le società di ingegneria industriale per costruire e gestire tutti i nuovi impianti di idrogeno verde” spiega il manager di Schroders. “Ci sarà anche bisogno di centinaia di gigawatt di nuova capacità di energia rinnovabile per fornire elettricità agli elettrolizzatori. Questi nuovi volumi di energia rinnovabile non sono ancora incorporati nelle previsioni di mercato per i fornitori dell’industria eolica e solare. Tuttavia, forse la più semplice opportunità di business e di investimento sarà la crescita che avverrà a livello delle aziende che potranno catturare il mercato delle attrezzature per tutti i nuovi elettrolizzatori che verranno distribuiti. Le vendite di attrezzature per elettrolizzatori sono un mercato davvero minuscolo oggi, con solo circa 250 milioni di dollari di ricavi nel 2020. Arrivare al quantitativo di idrogeno verde necessario per de-carbonizzare tutte queste industrie a livello globale richiederebbe un mercato annuale di elettrolizzatori più vicino ai 25 miliardi di dollari negli anni di picco della costruzione”.

“il fatto che ci sia solo una manciata di operatori leader di elettrolizzatori oggi rende questo settore molto interessante, in quanto potrebbero sì esserci alcuni nuovi arrivi, ma la tecnologia non è semplice. Inoltre gli operatori consolidati stanno rapidamente formando alleanze e relazioni con sviluppatori e gruppi energetici” conclude Webber. Ecco perchè sono “tutti pazzi per l’idrogeno”.

BORSA E IDROGENO – A Piazza Affari sono disponibili due strumenti per investire sul tema dell’idrogeno. In primo luogo un Tracker Certificate di Ventobel, poi il nuovo Etf, listato da poco più di un mese, di L&G su Hydrogen Economy. Infine, incentrato su alcuni titoli legati all’economia dell’idrogeno, vi è un Certificato di SocGen emesso da pochi giorni.

Liberamente tratto da:
https://www.investireneimegatrend.it/tutti-pazzi-per-lidrogeno-con-certificati-ed-etf-quotati/  (di Massimiliano Malandra)
https://www.wallstreetitalia.com/borse-tutti-pazzi-per-lidrogeno-ecco-i-motivi-di-tanta-frenesia/  (di Mariangela Tessa)

Pil -4,7% a marzo con le nuove restrizioni anti-Covid

ROMA (ITALPRESS) – L’economia italiana si trova a rivivere oggi una situazione di menomazione produttiva simile per molti aspetti a quella di marzo e aprile dello scorso anno.
 
I vincoli alla mobilità, le chiusure degli esercizi commerciali e dei luoghi di scambio sociale, seppure relativamente meno stringenti e più articolate sul territorio rispetto a quelle di un anno fa, sortiranno effetti molto problematici in quanto si innestano in un sistema economico già fortemente compromesso”. Lo evidenzia Confcommercio nel rapporto Congiuntura.
“A questo punto, è in discussione anche una previsione di crescita del PIL attorno al 4% per l’anno in corso. Si ampliano i divari tra settori – spiega l’associazione di categoria -: gran parte dei servizi di mercato si trovano ormai da un anno nell’impossibilità di operare mentre almeno alcuni settori dell’industria stanno recuperando le perdite registrate nei peggiori momenti dello scorso anno”.
“Inciampi nell’implementazione del piano vaccinale e un eventuale allontanarsi dell’inizio della fase di ripresa potrebbero, tuttavia, depotenziare questa molla, in ragione di un peggioramento delle attese di famiglie e imprese sulle prospettive e sull’intensità della futura ripresa – prosegue Confcommercio -. Quest’ultima dovrebbe registrare, in seguito alle nuove limitazioni, un brusco stop nel mese di marzo per il quale si stima una riduzione del PIL del 4,7% in termini congiunturali”. Su base annua, il confronto con il mese iniziale della crisi porta, comunque, a una crescita del 7,3%. Nel complesso del primo trimestre la variazione dovrebbe attestarsi al -1,5% rispetto all’ultimo quarto del 2020 e al -2,6% rispetto ai primi tre mesi dello scorso anno.
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

PIL mondiale 2021: il 6% della Cina non è un fatto negativo. India al top, USA oltre le previsioni

Secondo gli analisti intervistati da CNN e CNBC, l’obiettivo di crescita dichiarato dalla Cina per il 2021 è volutamente prudenziale. L’India esce dalla recessione e crescerà del 12.6%, gli USA del 6,5%, oltre tre punti percentuali in più rispetto alle previsioni di dicembre.

L’OCSE prevede che l’economia mondiale crescerà del 5,6% nel 2021, con un miglioramento di oltre un punto percentuale rispetto alla stima di dicembre. Naturalmente, all’interno della sua media spiccano alcuni paesi del continente asiatico, con la sorpresa dell’India come possibile “vincitore assoluto” in termini di crescita del prodotto interno lordo.

Michael Hirson

Il dibattito, però, nelle settimane scorse si era scatenato sugli obiettivi dichiarati dal premier cinese, per molti talmente sottostimati da creare dubbi sulla sostenibilità della crescita cinese e, conseguentemente, una correzione dei mercati azionari. “Quello della Cina è un obiettivo di crescita così facile da raggiungere, che averlo dichiarato è come non aver dichiarato alcun obiettivo”, ha affermato Michael Hirson, capo di Eurasia Group per la Cina e il Nordest asiatico.

Per meglio interpretare questo dato così prudente, gli analisti avrebbero dovuto leggere meglio le parole del premier cinese. Infatti, rivolgendosi ai giornalisti al termine della riunione parlamentare annuale, Li Keqiang ha dichiarato: “Fissando l’obiettivo di crescita del PIL al di sopra del 6%, abbiamo lasciato aperte le possibilità, il che significa che nella consegna effettiva potrebbe esserci una crescita ancora più rapida”.

Simon Baptist

Il vero obiettivo dei cinesi, pertanto, sembra quello di voler stupire il mondo, magari per dare maggiore spinta al mercato azionario nel momento in cui verrà annunciato un risultato di gran lunga superiore. E’ questa l’opinione di Simon Baptist, capo economista presso l’Economist Intelligence Unit (EIU), secondo il quale “l’obiettivo di crescita del GDP sarà facilmente soddisfatto. È un “finto obiettivo“, che si comunica quando non si vuole davvero avere un obiettivo, e vuole puntare in alto senza voler sembrare presuntuosi”, ha affermato Baptist ai microfoni di CNBC.

L’EIU di Simon Baptist prevede che la crescita della Cina quest’anno sarà intorno all’8,5%, e cioè 2.5 punti percentuali in più rispetto all’obiettivo ufficiale. “Un obiettivo facile da raggiungere non è inutile”, afferma Michael Hirson (Eurasia), “tale annuncio è coerente con il desiderio della Cina di dare la priorità alla qualità rispetto alla quantità”. “Esso invia un messaggio ai funzionari locali e al resto del sistema: concentrarsi sulla qualità della crescita, e se questa porta ad un risultato maggiore, è tanto di guadagnato”, ha detto recentemente Baptist a “Street Signs Asia” della CNBC.

Il desiderio di aumentare la qualità della crescita a discapito della quantità è rafforzato anche dalle caratteristiche del piano quinquennale cinese, che mostra una continua riduzione dell’enfasi sul raggiungimento di numeri rigidi di crescita. Inoltre, Baptist dell’EIU ha affermato che i precedenti obiettivi di crescita hanno causato “squilibri pericolosi nell’economia cinese” in passato, incluso un accumulo di debito determinato dal voler raggiungere in alcuni settori, a tutti i costi, obiettivi molto elevati. Pertanto, il risultato dichiarato (+6%) sembra rafforzare l’ipotesi secondo cui la politica economica della Cina sarà un po’ più stretta ed il sostegno fiscale e monetario meno forte rispetto agli anni precedenti.

Rimanendo in Asia, l’India potrebbe rivelarsi quest’anno come l’economia in più rapida crescita al mondo.

Dopo essere precipitata in recessione per la prima volta in quasi un quarto di secolo, il prodotto interno lordo dell’India potrebbe aumentare del 12,6% durante l’anno fiscale del paese (a partire da aprile), secondo una previsione pubblicata martedì dall’OCSE. Se questo livello di crescita si dovesse realizzare, l’India potrebbe rivendicare il suo status di grande economia in più rapida crescita, rubando addirittura il titolo alla Cina.

Recentemente l’OCSE ha comunicato importanti aggiornamenti sull’India, affermando che le sue prospettive economiche sono migliorate notevolmente negli ultimi mesi grazie al dispiegamento di vaccini contro il coronavirus e gli annunci di stimoli aggiuntivi. Questo potrebbe riflettere un targeting più attento delle misure di salute pubblica e del sostegno al reddito, tanto più che le imprese ei consumatori si sono adattati alle restrizioni.

Secondo le ultime previsioni, l’economia degli Stati Uniti dovrebbe espandersi del 6,5% quest’anno, oltre tre punti percentuali in più rispetto alle previsioni di Dicembre 2020. L’OCSE ha sottolineato gli effetti del “forte sostegno fiscale” da 1,9 trilioni di dollari del pacchetto di stimolo del presidente Joe Biden. In Europa, invece, dove il lancio del vaccino è stato lento (tranne che nel Regno Unito), l’OCSE prevede “una ripresa più graduale” del 3,9% ( Regno Unito + 5,1%).

Le prospettive, comunque, rimangono molto incerte a causa della pandemia. L’OCSE ha osservato che le campagne sui vaccini si stanno muovendo a velocità diverse in tutto il mondo, e c’è ancora la possibilità di nuove mutazioni che resistono ai vaccini.

Relativamente all’inflazione, gli investitori sono diventati sempre più preoccupati che una forte ripresa mondiale potrebbe innescare un aumento dei prezzi oltre misura, costringendo le banche centrali ad aumentare i tassi di interesse o ridurre gli acquisti di obbligazioni prima del previsto. Secondo l’OCSE, però, le economie e il mercato del lavoro ancora deboli dovrebbero indirizzare i banchieri centrali verso il mantenimento di politiche monetarie espansive pur in presenza di un livello più elevato di inflazione, se questo dovesse essere interpretato come un evento transitorio.

Dubbi sul Bitcoin. Antonio Mazzone: stop alle ipocrisie, la moneta virtuale non rispetta i criteri ESG

Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale ne ricaverebbe un vantaggio. I miners sottraggono allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili.

La storia recente di Bitcoin è nota. Con lo scoppio della pandemia, l’interesse verso le cripto-valute è cresciuto a dismisura, determinando anche un furioso aumento delle quotazioni. E così, Bitcoin ha superato la quota “psicologica” dei 50.000 dollari USA (portando il suo massimo fino a quasi 60.000) ed oggi, dopo una correzione ampiamente prevista, mentre scriviamo vale circa 42.400 euro (51.000 dollari circa), avendo raddoppiato il suo valore in meno di tre mesi e portando la sua capitalizzazione di mercato a quasi 900 miliardi di dollari (+400% in 12 mesi).

Per molti operatori, la sensazione è quella di trovarsi in un contesto simile a quello del 2017, quando ai record della moneta virtuale seguì un crollo verticale del 75%. Secondo le stime recentemente riportate dal Wall Street Journal, rispetto all’offerta di Bitcoin “di fresco conio” pari a 150.000 nell’ultimo quadrimestre del 2020, la domanda nello stesso periodo è stata di circa 360.000 unità, stabilendo uno squilibrio che, da solo, anticipava con chiarezza la rapidissima crescita di valore dei primi mesi del 2021.

C’è da dire che, oltre ai Bitcoin già in circolazione, ogni giorno una (modica) quantità di nuovi bitcoin viene immessa sul mercato grazie al protocollo denominato Blockchain, che permette di far funzionare un particolare processo di estrazione digitale (circa 900 nuove monete digitali al giorno).

Su questo fenomeno – a metà strada tra la finanza innovativa ed il marketing puro – molti esperti si sono pronunciati nell’ultimo periodo, determinando un dibattito piuttosto acceso tra i fedeli sostenitori dell’Economia Reale e quelli della finanza “a tutti i costi”. Warren Buffett, per esempio, già nel corso dell’assemblea annuale dei soci del 2018 di Berkshire Hathaway aveva affermato che il Bitcoin è “veleno per topi al quadrato”, mentre per il suo socio storico Charlie Munger si tratterebbe di “demenza finanziaria”. Buffett, che non è affatto avverso alla tecnologia (lo dimostra il suo corposo investimento in azioni Apple) motiva il suo giudizio spietato sulla base del fatto che il Bitcoin è “un asset che di per sé non sta creando nulla. Quando si comprano asset non produttivi, tutto quello su cui si conta è che ci sia qualcuno che paghi di più perché è ancora più entusiasta di chi lo ha acquistato prima di lui”. Micheal Burry, analista finanziario famoso per essere stato interpretato al cinema nel cult-movie “The Big Short” (La Grande Scommessa) dall’attore Christian Bale, da mesi sta mettendo tutti in guardia dal rischio di una enorme bolla speculativa legata alle cripto-valute.

Sembra essere stato toccato, quindi, un punto altamente critico, nel quale, da una lato, il Bitcoin riceve attestati di stima dalle grandi banche internazionali, da investitori c.d. “visionari” (Elon Musk, per esempio, ci ha investito parecchio) da colossi dei pagamenti digitali e dagli hedge fund e, dall’altro, sussiste il rischio di una rigida regolamentazione che è già stata sollecitata dal segretario al Tesoro USA, Janet Yellen, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Inoltre, grava l’accusa secondo la quale le attività di mining non siano ecosostenibili, perché determinano un enorme consumo di energia elettrica e una elevatissima produzione di CO2 all’interno di un contesto dominato dai criteri ESG.

Non mancano anche in Italia le voci fuori dal coro di chi osanna l’investimento in Bitcoin. Secondo Antonio Mazzone, fondatore di Bancadvice.it, “è venuto il momento di chiudere tutte le posizioni attive su azioni Tesla e wallet in cripto-valute. Recentemente ho avuto un flashback: mi è sembrato di rivivere il periodo 1999-2000, dove all’euforia successe presto lo “sboom” delle dot.com”. Secondo Mazzone, oggi è bene porsi tre domande sul Bitcoin, e darsi immediatamente delle risposte prima di soccombere:

1) “relativamente a Tesla, una azienda automobilistica che commercializza solo mezzo milione di vetture, e fa utili solo da attività di trading in bitcoin, può capitalizzare quanto l’intero settore auto mondiale ed avere un P/E (indice price/earnings) superiore a 1.000? Per me NO”.

2) “L’intera popolazione dei miners produce in un mese un quantitativo di CO2 pari a quello prodotto in un intero anno da un paese come la Giordania, e consuma energia elettrica in un mese quanto l’Argentina in un anno. E’ un sistema sostenibile? Per me NO”.

3) “Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale se ne accorgerebbe e ne avrebbe un danno significativo? Per me, assolutamente NO. Anzi, ne ricaverebbe un vantaggio. Infatti, il numero dei miners negli ultimi 18 mesi è cresciuto di nk-volte rispetto al periodo precedente, seguendo una progressione simile a quella logaritmica. Sono state così sottratte allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili, senza avere in cambio alcuna partecipazione su larga scala ai profitti di queste nuove “miniere”.

Antonio Mazzone

“Solo a febbraio e solo in Iran – prosegue Mazzone – sono stati disconnessi dalla rete elettrica locale oltre 1.600 nuovi miners dopo aver procurato diversi blackout”. “Diventa evidente – conclude Mazzone – il contrasto paradossale, al limite dell’ipocrisia, tra la diffusione di investimenti con criteri ESG, l’attenzione sulla riduzione dei gas serra e sul disastro climatico e la corsa a proteggerci da eventuali nuove pandemie con le sollecitazioni di big Financial corporation (JPM, Citi, Bayerische L., per citarne alcune) e blasonati miliardari che consigliano investimenti sulle cripto-valute, la cui attività estrattiva è tra le più energivore ed inquinanti del pianeta”.

Atradius: riparte l’economia globale nel 2021, ma gli scenari rimangono incerti

Lo sviluppo dei vaccini e le politiche di sostegno fiscale dei governi lasciano ben sperare per una ripresa dell’economia, che dovrebbe riacquistare slancio nel 2021, ma molto dipenderà dall’efficacia della vaccinazione e dall’assenza di nuove ondate di contagio.

(Comunicato Stampa) Roma, 02 marzo 2021 – L’economia, grazie ai programmi di vaccinazione di massa e agli aiuti fiscali, dovrebbe riprendersi, sebbene rimanga incerta l’efficacia dei vaccini e, per alcuni Paesi, la stabilità degli effetti positivi sul PIL anche per il 2022. Questo lo scenario delineato dall’Economic Outlook, il documento di previsione economica di Atradius, società leader mondiale nell’assicurazione del credito commerciale, recupero crediti e fideiussioni assicurative. L’outlook, sulla scia del PIL mondiale in aumento (+5%) nel 2021, mostra previsioni fiduciose anche per il commercio globale (+7-8% nel 2021).

Sono i paesi emergenti dell’Asia, guidati da Cina e India, a riprendersi più rapidamente, essendo tornati già a fine 2020 ai livelli del 2019; Europa Occidentale e America Latina appaiono invece in ritardo, e si riprenderanno solo nel 2022, mentre USA ed Est Europa si collocano a metà strada e supereranno la crisi entro fine 2021.

Andando più nel dettaglio, le economie avanzate stanno iniziando a riprendersi dalla recessione e dovrebbero registrare una crescita media del PIL del +3.9% nel 2021, dopo un calo del -5% nel 2020 e ancora un punto in meno rispetto al 2019, anche se rimangono alcune incertezze nelle due aree principali. Gli Stati Uniti  dovrebbero cresecre del +4.2% nel 2021 , ma il rischio di un nuovo aumento della disoccupazione e dei contagi riduce al +3,4% la crescita nel 2022; per l’Eurozona la ripresa sarà più lenta, dovendo recuperare il crollo dell’economia nel 2020 (-7,1%), e nonostante la previsione di un aumento del 4.2% nel 2020, dovrà aspettare il 2022 (previsione: +4,9%) per tornare ai livelli pre-pandemici (possibili anche due scenari, vedi tabella sotto).

Nel Regno Unito, a causa soprattutto dell’imposizione di un terzo lockdown nazionale, la ripresa si mostra più lenta e la crescita del +4,5% del 2021 coprirà solo la metà delle perdite del PIL nel 2020 a causa della pandemia (-10,3%), mentre un recupero sostanziale potrebbe arrivare nel 2022 (+6.4%). In Giappone, la forte recessione innescata dalla pandemia nel 2020 (-5,3%), potrebbe essere recuperata grazie alle Olimpiadi estive, che fanno prevedere una prudenziale stima del +2,7% nel 2021 e altrettanto nel 2022.

La crescita economica nei mercati emergenti (Pil a -1.9% nel 2020, +6.3% nel 2021) è peggiorata drasticamente nel 2020 e staziona ancora in una fase critica, seppure con trend differenti tra i diversi Paesi. L’Asia Emergente (Pil a -0.3% nel 2020 e +7.4% nel 2021) si trova nella posizione più alta tra i Paesi che hanno saputo contenere meglio la diffusione del virus, grazie soprattutto alla performance di Cina (Pil a -1.8% nel 2020 e +8.8% nel 2021), con la gestione dei contagi sotto controllo e una forte politica di sostegno monetario, e India (PIL a -7.6% nel 2020 e +10.2% nel 2021), caratterizzata da previsioni più deboli. Viceversa, l’America Latina (Pil a -7.1% nel 2020 e +5.4% nel 2021) si colloca nella posizione più bassa, con le sue economie trainanti, Brasile (Pil a -4.7% nel 2020 e +4.0% nel 2021) e Messico (Pil a -8.7% nel 2020 e +6.1% nel 2021), che mostrano entrambe una performance di crescita ancora debole.

Massimo Mancini

Massimo Mancini, Country Director di Atradius per l’Italia, ha commentato: “Le previsioni sulla ripresa economica nel corso del 2021 restano ancora incerte, a causa dei dubbi sulla diffusione dei vaccini e sul reale controllo dei contagi. In molti mercati, anche fra quelli avanzati, permangono inoltre incognite sull’evoluzione politica dei governi e sulle decisioni che verranno adottate nei rapporti commerciali tra Stati. In questa fase, è ancora fortemente necessaria un’attenzione particolare alla gestione del credito, verso tutti i mercati che si stanno ancora riprendendo dagli effetti devastanti della pandemia”.