A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione d’Italia, il Meridione continua ad essere la Cenerentola del Paese e di tutta Europa. Il differenziale dei prezzi al mq e l’assenza di infrastrutture fondamentali segnano una linea di confine tra due facce dello stesso Paese. Saverio Romano: “La Questione Meridionale è soprattutto una Questione Infrastrutturale”.
In Italia esiste un confine che divide in due il Paese. Si tratta di un confine “invisibile”, non segnato nella cartina geografica, ma piuttosto evidente per chi si muove da una regione all’altra. A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione, infatti, esistono ancora due Italie. La prima, quella che va dal Piemonte al Lazio, gode di buone infrastrutture e di un tessuto industriale ben sviluppato, insieme ad una mentalità imprenditoriale che si trasmette di generazione in generazione. La seconda, dal Lazio in giù, con infrastrutture fatiscenti – o addirittura inesistenti – ed una economia perennemente “assistita” che lascia in eredità ai più giovani, anno dopo anno, la consapevolezza di dover lasciare il territorio (sempre più spesso all’estero) per trovare una condizione di vita dignitosa.
Il Sud Italia, in realtà, è una opportunità che rimane lì ad aspettare che qualcuno la colga. E’ una promessa mai mantenuta, un’aspettativa costantemente disattesa, una “donna troppo bella per essere chiesta in moglie”. Eppure, le risorse e la vocazione turistica di gran parte del Sud, se beneficiassero di un (notevole) potenziamento delle infrastrutture, consentirebbero al PIL nazionale di aumentare senza ulteriori aiuti esterni, in totale autonomia.
C’è da dire che il confine economico del “regno delle due Italie” è segnato da numerosi indicatori; uno di questi è quello immobiliare, che da sempre indica lo stato di salute di un territorio e la sua attrattività. I prezzi del mercato immobiliare, infatti, variano a seconda che ci si trovi nelle grandi città, medie e piccole città, piccoli centri e zone più interne. In particolare, il differenziale delle quotazioni, a parità di territorio, può dare l’idea sulla capacità di “attrazione” di una determinata economia territoriale rispetto ad un’altra, e generalmente, in un paese dove le opportunità di crescita sono distribuite in maniera omogenea, questo differenziale è contenuto all’interno di una “forbice” massima di circa 10 punti (tra +5% e -5%). Se tali parametri di analisi – insieme a molti altri, di uguale importanza – dovessero presentare un differenziale più ampio di quello considerato “fisiologico”, testimonierebbero la presenza di un problema per l’economia dell’intero paese. Se poi, storicamente, tali differenziali dovessero persistere per più di un decennio, non si può più parlare di semplice “congiuntura”, ma di una precisa volontà politica che si protrae nel tempo, a cascata, attraverso le generazioni, diventando vera e propria “eredità” da accettare senza poter godere neanche del beneficio di inventario.
A mero titolo di esempio, la Liguria (2.451 euro/mq) si conferma il territorio più caro, seguita da Trentino-Alto Adige (2.449 euro/mq) e Valle d’Aosta (2.404 euro/mq), e si contrappongono alle quotazioni presenti in Sicilia (1.041 euro/mq), Molise (909 euro/mq) e Calabria (902 euro/mq). Mediamente, pertanto, i prezzi delle seconde tre regioni sono più bassi di circa il 55% delle prime tre. Se passiamo alle singole città, poi, il divario diventa ancora più sensibile: Venezia (4.441 euro/mq), Milano (4.000 euro/mq), Firenze (3.980 euro/mq) e Bolzano (3.697 euro/mq) sono le province più care d’Italia, mentre Palermo (1.342/mq), Ragusa (799 euro/mq), Caltanissetta (778 euro/mq) e Isernia (753 euro/mq) le più economiche, generando mediamente, a parità di abitanti, un differenziale medio del 65% tra le città del Nord e quelle del Sud (con la sola eccezione di Napoli, dove il differenziale a parità di caratteristiche si riduce drasticamente al 31%).
Tale minore attrattività del mercato immobiliare, naturalmente, è solo uno dei sintomi dell’enorme divario economico esistente tra le due Italie, che sarebbe possibile colmare – o ridurre, a voler essere più realisti – grazie al contributo di progetti di spesa pubblica più efficienti e mirati, che privilegino gli investimenti in infrastrutture invece degli inutili finanziamenti a pioggia. La bozza di ripartizione dei fondi del Recovery Plan, poi, ha acceso diversi dibattiti in relazione alla opportunità che il più grande intervento economico-finanziario della storia dopo il Piano Marshall sarebbe in grado di assicurare anche al Meridione d’Italia. Secondo Diego Bivona, Presidente di Confindustria Siracusa, “Non sappiamo se in futuro si presenterà un’altra opportunità come questa per
sciogliere i nodi del Mezzogiorno che è, come è noto, fondamentale per far ripartire il Paese intero. E’ necessaria una grande mobilitazione dell’intera società civile, dobbiamo essere artefici e protagonisti del nostro futuro, determinando cosa è meglio in tema di infrastrutture, di sviluppo industriale e soprattutto in tema di riforme: non possiamo far decidere chi negli anni ’60 scelse di fermare l’autostrada A1 a Napoli o chi come oggi ha stabilito che l’Alta Velocità è un privilegio non per tutti al Sud”.
Saverio Romano, già Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali nel Governo Berlusconi IV e deputato dal 2001 al 2018, ha recentemente affermato che “Senza infrastrutture il Sud è condannato alla miseria. E Draghi sa bene che per far crescere il PIL italiano non potrà più essere ritardata l’assunzione dell’impegno, che è sempre stato anche il mio, di rendere sempre meno pesante il gap che divide il Mezzogiorno dal resto dell’Italia. E per raggiungere questo obiettivo l’elemento decisivo è quello della infrastrutturazione materiale e
immateriale delle regioni del Sud”. “Insisto su questo tema – prosegue Saverio Romano – perché dati, analisi, esperienza politica e conoscenza dei meccanismi politici ed economici mi portano su questa linea: senza infrastrutture il nostro territorio non ha alcuna speranza. Chi investe ha necessità di reti digitali, di strade, autostrade, ferrovie, porti efficienti e funzionali. Il trasporto delle merci, i collegamenti per il turismo e i servizi, non possono prescindere da un livello alto di opere infrastrutturali”. “L’obiettivo – conclude Romano – è il riequilibrio socio-economico delle aree del Sud, e la riduzione della distanza dai valori medi infrastrutturali europei che sono quelli in base ai quali i grandi investitori decidono dove investire, creando occupazione e sviluppo. È per questo che la questione meridionale di oggi è essenzialmente una questione infrastrutturale. Da questo dipende qualsiasi ipotesi di riscatto della nostra terra, contro ogni visione assistenzialistica e di mera rivendicazione”. (ac)



aliquote avvenuto a inizio d’anno i prezzi al consumo sono destinati a risalire. Terzo punto, la tassazione delle emissioni di Co2: a partire dal 2021 a produttori e distributori di beni e servizi si applica un’imposta di 25 euro per ogni tonnellata di biossido di carbonio prodotta tramite la combustione di diesel, benzina, gasolio e gas naturale. La trasmissione di questi costi aggiuntivi agli acquirenti renderebbe più costosi beni e servizi nocivi per il clima, facendo salire i prezzi. Infine, il graduale aumento del salario minimo legale nel breve termine eserciterà un impatto positivo sull’andamento dell’inflazione.

Aquis Exchange, la seconda piattaforma di trading per le azioni europee nel Regno Unito, ha dichiarato che all’inizio di gennaio il 99,6% delle negoziazioni è stato effettuato attraverso la piattaforma gemella di Parigi. Lo stesso è da Cboe Global Markets, Inc. (precedentemente Chicago Board Options Exchange): circa il 90% delle operazioni di trading azionario dell’Unione Europea è stato eseguito ad Amsterdam, aggiunge Schmidt, quando nel 2020 quasi l’intero volume era stato gestito da Londra.
L’impatto sulle catene di approvvigionamento – Uno dei punti chiave dell’accordo Brexit riguarda l’assenza di dazi nel commercio bilaterale tra Regno Unito e Unione Europea. Tuttavia, poche settimane dopo, i problemi stanno diventando sempre più evidenti. “Da un lato, i piccoli commercianti al dettaglio e le aziende di trasporto si stanno lamentando della crescente burocrazia e dell’aumento di carte che questo comporta”, afferma l’esperto di Ethenea. “Ci sono code alla frontiera, camion che vengono respinti e catene di approvvigionamento che stanno collassando. Molte società di trasporto hanno provvisoriamente sospeso le consegne. Ma anche le grandi aziende sembrano essere state colte alla sprovvista dalle incertezze e sembrano non essere adeguatamente preparate. Affinché le merci possano beneficiare del trattamento duty-free, è necessario dimostrarne la provenienza dall’Unione Europea o dal Regno Unito”, spiega Schmidt.
“Tuttavia, se le merci vengono importate nel Regno Unito e successivamente esportate nell’Unione Europea – con poca o nessuna ulteriore lavorazione – si applicherebbero i dazi doganali. Marks & Spencer, ad esempio, ha il suo marchio di dolciumi “Percy Pig” prodotto da Katjes in Germania, li importa nel Regno Unito e da lì li distribuisce anche in Irlanda: d’ora in poi dovranno pagare i dazi doganali. Per questo motivo, in futuro, le aziende si troveranno di fronte alla scelta di pagare gli oneri doganali o di riorganizzare le loro catene di approvvigionamento, in modo che i magazzini possano essere riforniti senza dover coinvolgere le strutture britanniche. Quest’ultima sarà una sfida enorme soprattutto per le piccole e medie imprese”.
Entrambi i paesi, infatti, hanno avuto il proprio “Piano Marshall”, che nella storiografia giapponese viene chiamato, al pari del nostro, “Miracolo economico o Boom economico”, ed esattamente come in Italia ciò è stato possibile grazie all’assistenza finanziaria degli Stati Uniti d’America e, successivamente, grazie alla politica di intervento pubblico del Ministero giapponese del commercio e dell’industria, vero cuore pulsante del Paese.
Per non parlare dell’influenza militare americana in Italia e in Giappone – che continua ancora oggi, sebbene sotto altre forme più condivise – e della nuova Costituzione, stilata per entrambi i paesi sotto la supervisione degli USA, che “suggerirono” (fortunatamente) i principi giuridici fondamentali dell’Ordinamento Democratico e la maggior parte degli articoli sui diritti umani e sulle libertà fondamentali dell’individuo, oltre alla composizione del Parlamento (due camere) e alla Corte Suprema (Corte Costituzionale, in Italia), quest’ultima con il compito di verificare la rispondenza delle leggi del Parlamento alle rispettive costituzioni.
Eppure, nonostante ciò, i due principali “figli dell’America” non sono venuti su allo stesso modo, un po’ come accade nelle migliori famiglie. E i motivi ricadono nelle scelte fondamentali effettuate dalle rispettive classi politiche e industriali, che negli ultimi venti anni – in particolare con la scelta obbligata di aderire all’UE, e con la perdita della sovranità monetaria – hanno determinato la scissione da quello storico “percorso economico comune” che rendeva così simili i due stati.
Invece l’Italia, sui media nazionali ed internazionali, è data per spacciata un giorno sì ed uno no, paragonata ai peggiori esempi stranieri di gestione della Res Publica. In particolare, i media italiani a cui piace parecchio parlar male del proprio paese hanno scelto, quale metro di paragone, la Turchia, dimenticando a piacimento le profonde differenze politiche, costituzionali ed economiche dell’Italia rispetto al paese di Erdogan. Così facendo, essi contribuiscono non poco al basso apprezzamento del nostro debito pubblico (rating) e sul prezzo dei nostri titoli di Stato, soprattutto quando accade uno shock mondiale come quello che stiamo vivendo oggi: il BTP decennale, ad Aprile 2020, è arrivato ad un rendimento del 3%, mentre le emissioni giapponesi dello stesso tipo e scadenza hanno superato lo 0% di pochi centesimi.
Il Quantitative Easing non l’ha inventato l’UE o Mario Draghi: la Bank of Japan è stata la prima a sperimentarlo già agli inizi degli anni 2000, acquistando obbligazioni governative per abbassarne il rendimento. In più, la domanda interna di questi titoli è sostenuta, sia dal mercato retail che da quello di banche e fondi pensione nazionali; questo sembra essere un indice di elevata sostenibilità, che detta la differenza con il debito pubblico italiano, detenuto in buona parte da banche e fondi stranieri (circa la metà, più di 1.000 miliardi).
Con questi strumenti, il nostro Paese potrebbe addirittura risolvere – politica permettendo – la questione meridionale che si trascina vergognosamente dalla caduta del Regno delle Due Sicilie e dalla c.d. Unificazione d’Italia.
“Italia e Svizzera rappresentano i casi estremi di questo scenario. La prima è artificialmente tenuta in vita dalla Bce, visto che con l’indebitamento mostruoso che sta accumulando dovrebbe avere un rating non superiore a “B” e quindi un rendimento a 10 anni ben superiore a quello attuale irrisorio. All’opposto c’è la Svizzera, che pur di restare nella comfort zone della tripla A preferisce adottare restrizioni Covid-19 più leggere. Non meraviglia quindi che il franco non si schiodi dal suo valore di forza anche in momenti favorevoli. A rischio strutturale anche il dollaro, la cui supremazia assoluta potrebbe essere messa in dubbio”.
i mercati sono saliti grazie agli interventi-ponte di stati e banche centrali, nell’aspettativa che il peggio per la pandemia fosse finito e che un vaccino sarebbe presto arrivato. La velocità di inoculazione e accettazione di questi ultimi non è tuttavia così scontata e alcuni interventi strutturali di lungo termine sono lontani dalla loro implementazione. Due casi per tutti: il recovery fund europeo, per il quale passerà molto tempo prima che venga effettivamente messo in atto, e il nuovo stimolo fiscale americano, ancora non pervenuto nel penoso teatrino politico in atto nel paese.
“I mercati azionari hanno sperimentato da marzo 2020 uno dei migliori rally degli ultimi 45 anni, sottolinea Cribari. “Vi sono tuttavia una serie di elementi che depongono in favore di una correzione significativa. Al rischio economico e pandemico si aggiunge in effetti un livello di compiacenza molto alto, valutazioni ai massimi storici, aspettative sulla crescita degli utili abbondantemente a doppia cifra e un livello di speculazione retail simile a quanto visto nel 1999. Il rapporto prezzo-utili si trova il 25% sopra la media storica degli ultimi 25 anni su stime degli utili globali per il 2021 già molto elevate (crescita tra il 20% e il 35%). La correlazione inversa tra tassi e multipli spiega in parte tale eccesso e, se tutto va bene, le aspettative sugli utili potrebbero anche essere confermate. Ciò non lascia tuttavia spazio a errori o, d’altra parte, a significativi potenziali di rialzo”.

Il nostro scenario di base per il 2021, quindi, è quello di una graduale ripresa economica, sostenuta dai progressi nello sviluppo di un vaccino efficace per il Covid-19 e dal prolungamento delle politiche economiche espansive. Tuttavia, il rimbalzo iniziale sarà asincrono e disomogeneo tra regioni e paesi. Di conseguenza, ci aspettiamo una sovra-performance dai paesi che saranno in grado di gestire meglio la pandemia (e che possono uscirne prima), dai paesi che riusciranno a fornire sufficiente sostegno fiscale e dalle economie più flessibili.
Lo sviluppo di un vaccino efficace, affidabile e a prezzi contenuti, giocherà un ruolo chiave sia nella ripresa economica che nel sostegno dei mercati. A seguito delle recenti notizie positive in questo senso, gli asset di rischio sono stati spinti verso nuovi massimi, mentre i beni rifugio sono andati in tilt. Si osserva adesso una rotation geografica e settoriale dalle regioni e dai settori che meglio hanno resistito alla crisi ai più deboli (per esemplificare growth – value rotation). Questo fenomeno potrebbe continuare per un certo periodo di tempo, dal momento che i gap accumulati sono piuttosto significativi. Tuttavia, le dinamiche di crescita e l’abilità dei diversi settori di generare rendimenti, determineranno la capacità di migliorare la performance una volta che le cose cominceranno a normalizzarsi.
Il 2021 vedrà anche un cambio di amministrazione negli Stati Uniti. La divisione del Congresso dovrebbe avere un impatto positivo sui mercati, dal momento che sembra improbabile che l’amministrazione Biden riesca ad invertire i tagli fiscali di Trump, ad aumentare in modo significativo le imposte sul reddito delle società o ad imporre severe misure antitrust. Ci aspettiamo che uno stimolo fiscale venga approvato in tempi relativamente brevi nel 2021, anche se la portata e la finalità ancora non sono chiare. Questo consentirebbe all’economia statunitense di avere un’iniezione di liquidità puntuale, dato che il numero di casi Covid-19 è aumentato, oltre che a fungere da protezione contro rischi negativi per l’economia.
Il sostegno della politica monetaria e fiscale continuerà ad essere un fattore chiave per la crescita economica nel 2021. Ci aspettiamo che la politica monetaria resti accomodante nel lungo periodo e che le banche centrali continueranno a sviluppare ed utilizzare politiche non convenzionali per raggiungere i loro obiettivi di stabilità dei prezzi e di piena occupazione.
In caso di successo dell’introduzione di un vaccino contro il coronavirus, unitamente alla comprovata efficacia sul campo, ci aspettiamo uno scenario relativamente favorevole di una crescita globale sincrona per la seconda metà dell’anno. Supportato da politiche economiche espansive e da un allentamento delle misure restrittive legate al Covid-19, questo dovrebbe tradursi in un ritorno della propensione al rischio degli investitori e ad un anno generalmente positivo per i mercati azionari ed altri asset di rischio, come i mercati corporate credit e high yield. Questo scenario sarebbe positivo anche per i mercati emergenti, che vedrebbero una ripresa di inflow di capitale nelle loro economie. Ci aspetteremmo anche un aumento dei rendimenti governativi dai livelli molto bassi raggiunti quest’anno all’indomani della crisi. Tuttavia, con un’inflazione bassa, una ripresa incerta e livelli di indebitamento elevati, le banche centrali saranno (molto) pazienti prima di aumentare i tassi di interesse ed eviteranno rendimenti più elevati che potrebbero compromettere anzitempo la ripresa. Ci aspettiamo pertanto solo un moderato innalzamento delle curve dei rendimenti nelle economie avanzate.
La Gran Bretagna, storicamente, era sempre stata ambivalente nei confronti del progetto europeo. Per la maggior parte dei paesi continentali, la costruzione dell’unità europea è stata una reazione agli orrori della seconda guerra mondiale e alle sue conseguenze. I tedeschi stavano sfuggendo al nazismo e alla sconfitta, così come l’Italia alla dittatura fascista, ma la Gran Bretagna era l’unico membro che non sentiva il bisogno di fuggire dal suo passato; anzi, per molti versi, preferiva crogiolarsi nel passato piuttosto che affrontare il futuro.
fosse tradizionalmente isolata, marittima, collegata attraverso i suoi scambi, i suoi mercati, le sue linee di rifornimento ai paesi più diversi e spesso più lontani e che, in definitiva, non avesse alcun bisogno dell’Europa. E così, i dubbi dei politici portarono un governo laburista a indire un referendum sull’adesione nel 1975, solo due anni dopo l’adesione, ma la Gran Bretagna a quel tempo era colpita dagli scioperi e l’Europa sembrava offrire un futuro più stabile e prospero, determinando un risultato elettorale netto (due terzi degli elettori votarono per rimanere in Europa).
C’è da dire che, agli occhi dei suoi fondatori, l’Europa era un progetto politico il cui scopo era quello di legare il continente così strettamente che un futuro conflitto bellico sarebbe stato inconcepibile, ma l’ipotesi di “un super-stato europeo che esercita un nuovo dominio da Bruxelles” non piaceva né alla Thatcher né agli inglesi, determinando il fiorire, negli anni ’80, di un profondo euroscetticismo che fu mitigato solo nel 1992, con il trattato di Maastricht, grazie al quale l’Unione Europea e la Gran Bretagna si riavvicinarono. Lo scontro politico sulla condivisione della sovranità, però, non smise di alimentarsi, generando quello scenario di “quasi adesione” in base al quale la Gran Bretagna era metà dentro e metà fuori, conservando la propria moneta e parecchie prerogative.
Dopo la crisi finanziaria, questa situazione di avere “un piede in due scarpe” non fu utile al Regno Unito, dal momento che il governo di David Cameron fu costretto a tagliare la spesa danneggiando maggiormente le aree povere, ed il partito laburista virò a sinistra, eleggendo un euroscettico di estrema sinistra (Jeremy Corbyn) come leader. All’interno di questo clima politico, con l’ascesa di altre formazioni contrarie all’Unione Europea, nacque l’ipotesi di un referendum, che Cameron aveva promesso agli inglesi con un azzardo dettato dalla certezza di non vincere le elezioni. Invece, le vinse, e dovette mantenere l’impegno preso (il Regno Unito non è l’Italia…).
abbracciato felicemente le normative europee, e così agli elettori fu offerta una scelta binaria (SI’/NO) su una serie complicata di relazioni. Nella scheda elettorale non c’era nulla sul mercato unico, sull’unione doganale o su come affrontare il confine di 500 km tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, carico di storia e carico di tensione. L’asimmetria tra la complessità del problema e la semplicità della questione ha fatto sì che il dibattito referendario fosse superficiale e mendace per gli ignari votanti.
Anche l’Europa ha contribuito al risultato di una “Hard Brexit, negando ostinatamente di scendere a compromessi con Theresa May – succeduta a Cameron alla guida del paese – quando la stessa stava cercando disperatamente di rendere più soft l’uscita del Regno Unito. Oggi, appare evidente l’intento politico di Germania, Francia e Olanda nell’opporsi alle richieste di una “soft Brexit” da parte della fragile leadership della May. La Scozia, infatti, ha votato per il “Remain” con un’ampia maggioranza, e l’Irlanda del Nord con una più piccola. Per evitare di creare un confine inaccettabile tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica di Irlanda, è stato stabilito un confine all’interno del Regno Unito, tra la Gran Bretagna e l’Irlanda del Nord, e adesso la maggioranza degli scozzesi vuole l’indipendenza, mentre il sostegno all’unificazione irlandese sta crescendo giorno dopo giorno.
Domenica, il segretario alla sanità Matt Hancock ha detto che le ulteriori restrizioni per l’Inghilterra annunciate da Johnson sabato sera potrebbero dover rimanere per “i prossimi due mesi” mentre verrà lanciata la distribuzione su larga scala del vaccino. “Ciò che è veramente importante è che le persone non solo seguano le nuove regole, ma agiscano come se avessero il virus e si chiudessero presso la propria casa per non di diffonderlo ad altre persone”, ha aggiunto Hancock. “Sappiamo che con questa nuova variante si può essere contagiati più facilmente, anche da una piccola quantità di virus presente. Questo è il problema fondamentale”.
non saranno stati introdotti in tutto il paese. Infatti, nelle zone dove è iniziata questa nuova variante del virus (nel Kent) i casi sono continuati a salire, mentre nel resto del Paese il blocco di Novembre ha funzionato in modo molto efficace.
A livello mondiale, il PIL dell’intera area del G20 è rimasto notevolmente al di sotto dei livelli dello stesso trimestre dell’anno precedente. Solo la Turchia e la Cina hanno registrato una crescita del PIL rispetto allo stesso periodo del 2019, nonostante l’impatto della pandemia, registrando rispettivamente una crescita del 5,4% e del 4,9%. Nel terzo trimestre, l’area del G20 ha registrato un rimbalzo totale dell’8,1 per cento; tra i 20 paesi, l’India ha registrato il rimbalzo trimestrale più corposo, poiché la sua economia è balzata del 21,9% dopo un calo del 25,2% nel trimestre precedente.
rispetto a ogni altra grande economia, e questo sembra incidere sensibilmente sulla percezione di quel “sogno londinese” che, sulla scia di una iper-occupazione, faceva di questa “città-stato” il mito dei flussi migratori giovanili in cerca di prima occupazione (soprattutto nel comparto alimentare e dell’intrattenimento, il cui livello di occupazione è sceso del 40% nel secondo trimestre) e dei millennials di ogni paese europeo in cerca di una maggiore valorizzazione delle proprie competenze professionali. Del resto, solo gli italiani residenti stabilmente a Londra, poco prima della Brexit, erano circa 400.000, e cioè il 5% della popolazione residente.

Elon Musk, fondatore e CEO di SpaceX e Tesla. Altri individui super ricchi che hanno raccolto i frutti durante la crisi includono Bernard Arnault, il miliardario francese, Mark Zuckerberg di Facebook, Bill Gates di Microsoft e Larry Page di Google.


L’aumento della disoccupazione, il calo dei fatturati e la perdita di posti di lavoro, soprattutto nel commercio al dettaglio e nel settore dell’intrattenimento, hanno fatto scendere il prodotto interno lordo britannico più che in qualsiasi altro paese industrializzato. Il -11,3% stimato nel 2020 è il dato peggiore degli ultimi tre secoli. A ciò si aggiunge il fatto che il Regno Unito dipende dalle relazioni commerciali con l’UE molto più di quanto l’UE non dipenda dal Regno Unito, dato che circa la metà delle importazioni e delle esportazioni britanniche di merci e servizi riguarda scambi con l’UE. Anche l’accordo più favorevole possibile sulla Brexit imporrebbe a Londra investimenti significativi nella riconversione della produzione e della catena di approvvigionamento, nonché l’adeguamento ai nuovi controlli alle frontiere e ai nuovi requisiti in materia di documentazione.
“Una situazione che graverà ulteriormente sull’economia britannica e che eserciterà ulteriori pressioni al ribasso sulla sterlina», sottolinea Schmidt, «mentre i titoli di Stato britannici dovrebbero continuare a essere considerati un porto sicuro”.








