La fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008, che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimana, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane.
Mentre il Governo Conte vara la madre di tutte le manovre economiche italiane per sostenere l’Economia nel mese di Marzo (farà la stessa cosa ad Aprile, annunciando interventi successivi per complessivi 350 miliardi), con la seconda mossa in pochissimi giorni la Fed abbassa i tassi quasi a zero e annuncia la riapertura del QE (quantitative easing) per una cifra di 700 miliardi di dollari di acquisti – tra T-bond e mutui immobiliari – al fine di combattere gli effetti della pandemia sull’economia americana e, conseguentemente, su quella mondiale. L’intervento complessivo annunciato è di 1.500 miliardi di dollari, e sappiamo bene che i consumi degli Stati Uniti hanno un effetto trainante su buona parte delle economie asiatiche e su parte di quella europea.
L’annuncio notturno della FED sembra tendere la mano verso una concertazione con la BCE (con la BoI, ossia con la Bank of England, c’è già), la quale invece, per via delle mosse individualiste della Lagarde e della Merkel, appare ancora in balia delle pulsioni tedesche e francesi – con il corollario di proteste generalizzate provenienti da quasi tutta l’area meridionale dell’UE – e sembra non avere ancora preso una decisione sui tassi.
Pare che già questa settimana ci possa essere un ulteriore annuncio, ma l’effetto sui mercati si prevede modesto dopo gli effetti generati dal “patto scellerato” franco tedesco.
Pertanto, se in Europa si rimarrà in balia degli speculatori – che già tanto devono, in termini di ricchezza procurata in brevissimo tempo, alla Lagarde – adesso tutto dipende proprio da colei che ha affossato la borsa italiana lo scorso 12 Marzo. Al momento, infatti, sembra che i buoi siano stati liberati tutti dalle proprie stalle, e che non esista un piano comune che possa sorreggere l’economia europea, ma solo iniziative lasciate ai singoli stati. Ed è proprio questo approccio che ci dirà se una bruttissima parentesi del trend di crescita possa trasformarsi in una vera e propria inversione di tendenza, lunga e profonda, per tutte le economie europee.
Eppure, secondo gli esperti, tutto indica che si tratti, appunto, di una parentesi, e cioè di una c.d. recessione tecnica che durerà due trimestri consecutivi di PIL con il segno meno davanti, più corta negli USA e più lunga (grazie alla BCE targata Lagarde) in Europa. Tecnicamente, la settimana scorsa l’indice S&P 500 è passato con grande velocità dallo status di semplice correzione di mercato “toro” a quello di scenario “orso”, e cioè a meno venti punti percentuali dai massimi di periodo. Ma bisogna fare attenzione: passare dal mercato “toro” all’orso per qualche punto non basta per dichiarare un’inversione di un trend di lungo periodo. Infatti, la fase attuale non ha niente a che vedere con la grande crisi del 2008 (con il crac di Lehman Brothers), che rischiava di distruggere il sistema alla radice; quella crisi non arrivò in una manciata di settimane, ma ci mise un anno prima di minacciare la solidità delle grandi banche e istituzioni americane, chiedendo l’intervento coraggioso del Tesoro USA e della Fed. Anche allora, come oggi, esse misero sul piatto migliaia di miliardi di dollari, riuscendo a far riprendere anche un’Europa attonita e, come oggi, dominata da personaggi piuttosto inclini a far prevalere l’interesse di Germania e Francia.
A differenza di quel periodo, però, nel 2012 arrivò Mario Draghi a salvare la barca, mentre oggi ci ritroviamo al timone della BCE la modestissima – per usare un eufemismo – Christine Lagarde.
Tecnicamente, la recessione che si prospetta oggi è generata dalla contemporanea caduta della domanda e dell’offerta. Per quanto riguarda la prima, il consumo di beni e servizi sta subendo una forte contrazione in molti settori, mentre la seconda appare inevitabilmente legata al rallentamento dell’attività economica globale e alle interruzioni nelle catene dei rifornimenti di materie prime e semilavorati. Per un po’ di tempo non dovrebbero esserci problemi di approvvigionamento (tranne che per i prodotti strettamente collegati all’emergenza sanitaria) e si potrà andare avanti con le scorte di magazzino, ma se non si assicura adesso un piano di continuità produttiva e distributiva è difficile non ipotizzare un blocco dei mercati globali.
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Non avendo alcuna esperienza storica recente sulle circostanze che il mondo sta vivendo adesso, si potrebbe ipotizzare che i mercati tenderanno a stabilizzarsi solo quando il resto del mondo potrà – e vorrà – replicare il modello di contenimento cinese del coronavirus (quarantena forzata e misure molto più drastiche di quelle italiane ed europee). Pertanto, ci potrebbero volere da 8 a 10 settimane prima di vedere risultati positivi e avviarsi verso un ritorno alla normalità. Traducendo il tutto in termini di PIL, si prevede una discesa di quello cinese nel primo trimestre 2020, e di quello europeo nei primi due, potendosi parlare di recessione globale “tecnica” solo a cavallo tra il primo ed il secondo trimestre; ma sarà comunque una recessione del tutto diversa da quelle “non tecniche”, ossia quelle generate da forti squilibri nel debito di stati e imprese, che richiedono una durata di almeno 12 mesi. Ed è proprio qui che entra in gioco la BCE, con il suo dannoso attendismo; infatti, occorre agire in fretta attraverso un’espansione monetaria e fiscale, in modo da non mettere in discussione la solvibilità delle medie e piccole imprese. C’è tempo fino a tutta questa settimana, dopo di che i giochi saranno fatti ed ogni intervento, pur avendo effetti positivi sull’economia, sarà tardivo per i mercati azionari dell’UE e per una possibile ripresa immediata dei corsi.
In ogni caso, nonostante gli aggiornamenti siano all’ordine del quotidiano, è opinione comune che sia ormai troppo tardi per vendere, ed anzi l’obiettivo degli asset manager è quello di trovare un buon punto di ingresso, dal momento che una correzione massima del 40% dai massimi, nella quale già ci troviamo, pare avere scontato le aspettative peggiori ed è considerata oggi sufficiente per tornare a comprare.



Perché tanta attesa, visti i disastrosi risultati del mercato, ampiamente scontati, attesi già da sabato 8 Marzo? Nella delibera con la quale, nella tarda serata di ieri, la Consob ha deciso di sospendere le vendite allo scoperto su 85 titoli quotati sul Mta (mercato telematico italiano), si chiarisce che il divieto è stato deciso ai sensi dell’articolo 23 del Regolamento europeo 236/2012, per l’intera giornata di negoziazione del 13 marzo 2020. L’articolo in questione prevede restrizioni alle contrattazioni se “….la negoziazione ha subito una diminuzione significativa durante un solo giorno di negoziazione rispetto al prezzo di chiusura in tale sede del giorno di negoziazione precedente”, ed in questo caso “…l’autorità competente dello Stato membro di origine per tale sede verifica se sia opportuno vietare o porre delle restrizioni a persone fisiche o giuridiche per quanto riguarda l’avvio di vendite allo scoperto dello strumento finanziario in tale sede di negoziazione o altrimenti porre delle restrizioni alle operazioni su detto strumento finanziario in tale sede di negoziazione allo scopo di impedire una diminuzione disordinata del prezzo di detto strumento finanziario”. Inoltre, nella nota diffusa nella serata del 12 marzo dall’Autorità, si spiega che la soglia indicata dal regolamento è quella di una flessione superiore al 10 per cento.
Pertanto, la pandemia del Covid-19 ci sta dando almeno tre insegnamenti: il primo è che gli italiani stanno già superando, con il buon senso e grande spirito di adattamento, gli effetti delle misure dettate dall’emergenza; il secondo è che dovranno farcela senza l’aiuto dell’Europa, e con l’ossequioso ministro Gualtieri (che esprime parole di ringraziamento per la Lagarde) al timone del ministero delle Finanze; il terzo, che è un corollario del secondo, è che l’Europa non esiste più nemmeno in quel che rimaneva nell’immaginario collettivo, e che la voglia di imitare il Regno Unito sarà sempre più forte.
vanno aggiunti 240 miliardi investiti in obbligazioni con rendimenti prossimi allo zero. Rispetto al 2018, liquidità in conto corrente, certificati di deposito e pronti contro termine aumentano di oltre 116 miliardi di euro, pari a un +7,9%. Le grandi banche vorrebbero far confluire questa marea di liquidità sul risparmio gestito, come indicato di recente dal numero uno di Intesa (Carlo Messina).
I tedeschi ed i francesi, com’è noto, hanno da sempre terrore dell’inflazione, ma la loro eccessiva prudenza non è più giustificata. Infatti, l’inflazione senza controllo successiva all’entrata in vigore della moneta unica ci ha portati rapidamente verso uno scenario da incubo: prezzi dei beni sempre più alti, reddito effettivo sempre più basso, tassi di interesse pari a zero ed assenza di inflazione, che rende costante il valore dell’indebitamento reale (anche di quello italiano). Di contro, al di fuori dell’UE, esistono paesi in via di sviluppo (c.d. emergenti) con una economia robusta, dove l’inflazione è abbastanza elevata (ma non impazzita). In questi paesi le obbligazioni a tasso fisso non governative in valuta locale, come quelle emesse dalla B.E.I. (Banca Europea degli Investimenti, rating AAA perenne), garantiscono cedole generose (anche superiori al 10% annuo) nel medio-lungo periodo, ed assicurano un certo livello di copertura sul cambio se viene attuata una opportuna diversificazione tra le differenti valute (nell’estate 2018, ad esempio, le obbligazioni in Lira Turca erano arrivata a perdere circa il 60.00% contro Euro e dollaro Usa, ma chi ha acquistato a settembre 2018 oggi ha quasi raddoppiato il capitale grazie al doppio effetto positivo prezzo-cambio).









