Giugno 6, 2026
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Il Dollaro sempre più valuta rifugio. I fondi scommettono sulla parità con l’Euro

L’euro sta scivolando verso la parità con il dollaro per la prima volta in 20 anni, e il suo crollo al minimo degli ultimi cinque anni porta i fondi a scommettere sulla parità.

L’euro è sull’orlo della parità del dollaro USA per la prima volta in due decenni. La valuta comune europea è già crollata al minimo di cinque anni, vicino a 1,03 USD, cedendo alla corsa al biglietto verde come rifugio dalle turbolenze del mercato e dalla guerra in Ucraina.

Gli hedge fund ci stanno già scommettendo, e aziende del calibro di HSBC Holdings Plc e RBC Capital Markets prevedono che le due valute raggiungeranno la parità nel corso del 2022. Alcuni fondi speculativi hanno già accumulato circa 7 miliardi USD di valore nozionale in scommesse su opzioni sulla parità solo nell’ultimo mese, rendendolo lo scambio più popolare tra coloro che cercano un ulteriore calo della valuta comune. Eppure, secondo la maggioranza degli analisti finanziari, l’Euro in sé non è una valuta poco interessante, ma la forza del Dollaro e la volatilità del mercato fanno puntare il calcolo delle probabilità verso la parità fra i due. Infatti, in larga misura la difficile situazione dell’Euro è una funzione della forza del Dollaro, che è stata sovraccaricata dal momento che la Federal Reserve ha proseguito con una politica dichiarata di aumenti “aggressivi” – anche prospettici – dei tassi di interesse, in misura maggiore rispetto alle altre banche centrali. Tutto questo, però, ha determinato un ulteriore attacco di avversione al rischio, che ha tolto il vento dai mercati azionari e sta aggiungendo slancio alle valute rifugio.

A contribuire ad una certa debolezza dell’Euro si aggiunge uno scenario di continuo stallo con Mosca sulla fornitura di gas naturale, che ha sollevato la prospettiva di un pronunciato rallentamento dell’economia; tanto che il Fondo Monetario Internazionale ha ridotto al 2,8% le previsioni di crescita dell’anno in corso per l’Unione Europea per il 2022, la cui Banca centrale ora è costretta a camminare sul filo del rasoio, dovendo bilanciare la necessità di una politica più rigida per domare l’inflazione record con la prospettiva di causare danni economici agli Stati membri più indebitati della regione, come l’Italia. Non a caso lo spread tra i rendimenti italiani e tedeschi, visto come un indicatore di rischio, ha superato i 200 punti base questo mese per la prima volta dai primi giorni della pandemia. Pertanto, sebbene la Bce possa aumentare i tassi sopra lo zero prima della fine dell’anno, ci sono dubbi su ulteriori aumenti dopo quello previsto per Luglio.

Da oggi gli investitori guarderanno ai discorsi del presidente della BCE Christine Lagarde dei prossimi giorni, così come ai verbali della riunione di aprile della Banca centrale, per ricevere ulteriori indizi su come muoversi. Dal momento che l’inflazione probabilmente non ha ancora raggiunto il picco, è praticamente impossibile mantenere una politica monetaria accomodante, per cui la Lagarde dovrà navigare a vista lungo un percorso ad ostacoli che non prevede neanche la minima possibilità di errore. Dal punto di vista dell’analisi grafica, se l’Euro sfonderà al ribasso l’argine di 1,0341 con il Dollaro, la strada verso la parità sarà in forte discesa.

Ma non tutti gli analisti sono negativi. Roberto Mialich, stratega valutario di UniCredit, prevede che l’euro risalirà sopra 1,10 USD nel corso del prossimo anno, quando diventeranno certe le previsioni di interruzione del ciclo di aumenti dei tassi da parte della Fed. Lo scenario di parità duratura – o addirittura di sotto-parità – viene visto solo come un rischio marginale, che potrà avverarsi solo se la crescita della zona euro crollerà molto più di quanto temuto. Tuttavia, finché le attività di rischio rimarranno vulnerabili, i rifugi tradizionali come il Dollaro e lo Yen rimarranno in voga. Anche la guerra della Russia in Ucraina rimane un importante ostacolo per l’Euro, e diversi analisti (HSBC, in primis) danno revisioni al ribasso della crescita dell’area Euro e previsioni al rialzo per l’inflazione, cioè un “cocktail sgradevole” per qualsiasi valuta.

Guerra in Europa, volatilità garantita. Si teme una nuova Cecenia, ma niente recessione

Le sanzioni comminate alla Russia dall’Unione Europea e dagli altri paesi occidentali tradiscono la previsione di un conflitto dagli effetti durevoli. I mercati finanziari dovranno adattarsi rapidamente, sopportando il ritorno della volatilità.

Di Massimo Bonaventura

“L’aggressione della Russia verso l’Ucraina sarà una nuova Cecenia”? E’ questa la domanda che tutti gli analisti, in buona compagnia dei gestori di asset management, si stanno facendo in queste ore, e la sensazione che siamo di fronte ad un conflitto dagli effetti durevoli sull’economia mondiale è sempre più viva, tanto da far intravedere lo spettro di uno scontro bellico simile a quello che la Russia ha portato avanti per un decennio (1999-2009) contro i separatisti ceceni. Del resto, lo stile della propaganda russa per giustificare un atto vile come la guerra è identico a quello usato a fine millennio: gli ucraini, come i ceceni, definiti “terroristi e neonazisti”, e via con le bombe.

Pertanto, solo tra qualche mese sapremo quanto avrà avuto da perdere la Russia, e quanto il resto del mondo da questa aggressione che, se ci fosse stato un briciolo di buona fede politica da parte di Putin, avrebbe trovato migliore – e pacifico – contenitore nella Assemblea della Nazioni Unite. Nel frattempo, gli stati occidentali si chiedono in che modo poter ovviare alle probabili ritorsioni che la Russia indirizzerà ai paesi europei attraverso le forniture di gas. L’Europa, infatti, ha fatto sapere (tramite la Von Der Leyen) che fornirà armi all’Ucraina, ma contestualmente, con un sofisticato atteggiamento diplomatico, ha tenuto fuori alcune banche russe dallo “spegnimento” del canale bancario internazionale Swift per consentire i pagamenti del gas, quasi a voler comunicare allo zar Putin che le porte non si sono chiuse del tutto, e che al gas russo l’Europa non può rinunciare.

C’è da dire che, al momento, l’UE importa circa il 40% del suo gas dalla Russia. Questo Putin lo sa bene, e certamente un tale livello di dipendenza energetica dell’Europa  – la vera forza strategica della Russia, più efficace di qualunque missile  intercontinentale – permetterà il perpetrarsi di un ricatto potenziale contro le sanzioni economiche imposte dall’Occidente. Peraltro, da quando il Cremlino ha ridotto del 25 per cento le forniture i prezzi del gas nell’Unione europea sono quadruplicati, facendo impennare anche i prezzi dell’energia elettrica che viene prodotta attraverso il gas naturale.

Pertanto, la vera incognita non è la guerra in sé, bensì la durata del suo proseguimento e il grado di coinvolgimento degli altri paesi – dall’Europa al Giappone, passando dall’Australia – che in queste ore stanno manifestando la volontà di sostenere in tutti i modi l’Ucraina, che Putin vorrebbe annessa alla Russia. Ebbene, se la guerra dovesse rimanere confinata in Ucraina, è probabile che i mercati finanziari abbiano già scontato tale scenario nelle quotazioni; ma se così non fosse, la situazione si farebbe grave, e la sommatoria di alta inflazione, inasprimento della politica monetaria di Bce e Fed, i problemi sulle filiere di approvvigionamento delle materie prime e semilavorati, e la pandemia che non accenna a finire sono tutti elementi che mettono paura ai mercati.

Tuttavia, nonostante l’aggressione russa sia più estesa del previsto e le sue richieste per un cessate il fuoco addirittura improponibili, sembra improbabile che tutto ciò possa causare una recessione, dal momento che le ripercussioni sul commercio e le attività sarebbero ampiamente compensate dai fondamentali economici molto solidi e dalla ripresa economica ancora in atto, che genera la attuale crescita significativa del reddito da lavoro. Nel breve periodo, però, l’instabilità dei mercati è garantita, poiché gli scambi azionari basati sull’ipotesi di una guerra lampo e di una soluzione rapida del conflitto lasceranno il posto, nei prossimi giorni, ad una serie di notizie contraddittorie che vanno dalla esclusione della banca centrale russa dai circuiti internazionali all’alert nucleare. Inoltre, la violenza della correzione della Borsa russa e il crollo del rublo sono segnali importanti, e senza l’apertura di una trattativa concreta il mercato rimarrà vulnerabile.

In una situazione del genere, molto dipende dall’atteggiamento delle banche centrali, che potrebbero passare dalle politiche restrittive a nuovi scenari temporaneamente accomodanti. Infatti, Christine Lagarde ha già annunciato che la Bce metterà a disposizione la liquidità necessaria per far fronte ai costi della crisi, e i bond dovrebbero festeggiare. Ma per quanto?

Lemanik: gestibile un rialzo dei tassi di 50 punti base in Europa

Il 2022 sarà ancora rialzista per l’azionario europeo, nonostante la maggiore volatilità. Portafogli da riposizionare sui titoli value come finanziari e materie prime.

“La Bce seguirà la Fed e aumenterà i tassi di interesse. Tuttavia un incremento di 50 punti base nel 2022, come si attende il mercato, è ampiamente gestibile attraverso rotazioni settoriali e aggiustamenti di portafoglio che consentano di cavalcare un mercato ancora decisamente rialzista nel 2022”. È l’opinione espressa da Andrea Scauri, gestore azionario Italia ed Europa di Lemanik, intervistato da Class Cnbc. 

Dopo aver tenuto una linea molto ferma fino a non più tardi di due settimane fa, con un atteggiamento molto accomodante che si leggeva nelle parole di Christine Lagarde, nella riunione del 3 febbraio la Bce ha capitolato ­– spiega Scauri – lasciando intendere un possibile rialzo dei tassi di interesse, che il mercato ha già prezzato in almeno 50 punti base nel corso del 2022. Alla base, probabilmente, c’è stata una spinta da parte dei paesi nordici ad abbandonare l’atteggiamento ultra-espansivo tenuto finora dalla Bce. In ogni caso, in un contesto di crescita come quello attuale, con le società che stanno riportando utili molto forti per il 2021, un aumento dei tassi di questa entità è assolutamente controllabile da parte del mercato azionario europeo, che può ancora contare su stimoli fiscali importanti, legati alla messa a terra del Recovery fund. Mentre, al contrario, gli Usa hanno già beneficiato degli importanti incentivi fiscali generati negli ultimi due anni.

Quindi la Bce seguirà la Fed nel ritoccare i tassi di interesse, anche se con un ritmo probabilmente meno forte: bisognerà quindi verificare se la domanda continuerà a essere sostenuta per far crescere gli utili nel 2022. “Alla luce di questa situazione”, prosegue il gestore, “abbiamo venduto tutta la componente industriale growth del nostro portafoglio azionario e ci siamo riposizionati in maniera decisa sulla componente value, che si traduce principalmente in banche, assicurazioni e materie prime, che in un mercato ancora molto volatile dovrebbero vedere una revisione dei multipli, legata alle aspettative di risalita dei tassi di interesse, sovraperformando i titoli growth”. “Ci aspetta una volatilità nettamente più alta rispetto al 2021, ma attraverso le rotazioni settoriali e gli opportuni aggiustamenti di portafoglio è possibile andare a trovare quelle opportunità che potranno beneficiare ancora di un bull market europeo nel 2022”.

Restano due elementi di criticità. Da un lato, il tema geopolitco legato alle tensioni tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, che in caso di escalation colpirà soprattutto l’Europa, e, dall’altro lato, il possibile ulteriore de-rating dei titoli tecnologici, che, trattando a multipli molto elevati, sono più esposti all’irripidimento della curva dei tassi, come sta avvenendo negli Usa con il Treasury.

Mercati, il sentiment della settimana. Strette monetarie sempre più vicine

Mentre la fiducia degli investitori sale nella zona Euro, le vendite piovono sui titoli di stato europei. Secondo alcuni analisti, il mercato sta prezzando troppo la sua scommessa sui tassi. In USA scontati cinque rialzi nel 2022.

Titoli di Stato funestati da forti vendite in questo inizio settimana per via di attese che vedono la Bce più aggressiva nel contrastare l’inflazione, con un conseguente anticipo temporale nel rialzo dei tassi di interesse. E così, il rendimento del Bund decennale è salito stamattina fino allo 0,24%, e i rendimenti del Btp decennale italiano sono arrivati all’1,89%.

A pesare sul sentiment generale sono i timori di una brusca stretta monetaria da parte della Bce e di una riduzione delle misure di protezione adottate dalla banca centrale sul debito della zona euro. Tutto questo, pertanto, oltre a ridurre lo slancio dell’economia farebbe riemergere la differente “qualità” del debito di Italia e Spagna rispetto a quello dei c.d. frugali. In più, in Italia si avverte un senso di incertezza sulla tenuta della maggioranza e soprattutto sulla permanenza di Mario Draghi alla guida del governo. Ne è ampia dimostrazione lo spread Btp-Bund, che nel frattempo si è allargato a ben 165 pb, trainato anche dalle dichiarazioni di Klaas Knot, presidente della Banca centrale olandese e membro del consiglio direttivo della Bce, che ha manifestato pubblicamente le sue aspettative per un primo aumento dei tassi di interesse già a Settembre, e per un secondo aumento nella primavera del 2023. Knot ha aggiunto che l’inflazione dell’area euro, arrivata al record del 5,1% lo scorso mese, è in gran parte “esogena” e ciò confermerebbe che il mercato sta scontando troppo i rialzi, prezzando già oggi 50 punti base entro la fine dell’anno.

Nonostante ciò, la fiducia degli investitori della zona euro è salita in questo primo scorcio di Febbraio, grazie alla maggiore stabilità della situazione economica mondiale, ma si comincia a sentire una certa mancanza di slancio che alla lunga evidenzierà la carenza di aspettative di miglioramento.

Negli Stati Uniti, il protagonista di questa settimana è l’indice dei prezzi al consumo del mese di Gennaio, che sarà pubblicato dal dipartimento del Lavoro Usa il prossimo 10 febbraio e costituisce un oracolo per la determinazione dell’andamento dell’inflazione. Secondo le anticipazioni, il dato sarebbe salito di più del 7% su base annua (come mai si vedeva da febbraio 1982). Sembra però che, anche in USA, il mercato abbia scontato più strette monetarie di quelle che molti analisti hanno previsto per il 2022 (si parla di cinque interventi), e al momento stia già dando probabile un aumento di 50 punti base già nella riunione di marzo, anche per via dei dati sfavillanti del report occupazionale Usa di gennaio, che ha evidenziato una crescita dei nuovi posti di lavoro (467.000 unità) di gran lunga maggiore del dato previsionale di 150.000.

Ciclo di crescita USA in anticipo rispetto all’Europa: la Bce non inasprirà i tassi

Il dibattito sui tassi si è spostato sulle modalità del loro inasprimento, dividendo gli analisti tra i sostenitori di un aumento rapido e sostenuto, e quelli che ritengono certa una crescita lenta e graduale.

Le azioni in Europa hanno chiuso al ribasso la scorsa settimana, poiché sono cresciute le aspettative che la Banca centrale europea (BCE) aumenti i tassi di interesse nel corso di quest’anno. In termini di valuta locale, l’indice paneuropeo STOXX Europe 600 è sceso dell’1,40%. Tra i principali indici, l’indice tedesco Xetra DAX è scivolato dell’1,76%, l’indice FTSE MIB italiano ha perso l’1,75% e l’indice francese CAC 40 si è indebolito dell’1,04%. L’indice FTSE 100 del Regno Unito è scivolato dello 0,65%.

Anche la Banca d’Inghilterra (BoE) potrebbe inasprire la sua politica monetaria. Il governatore della BoE Andrew Bailey ha detto a un comitato di legislatori che era preoccupato che l’inflazione elevata nel Regno Unito potesse durare più a lungo di quanto previsto, a causa dell’aumento dei costi energetici e dei segnali di aumento della domanda salariale. In precedenza, i dati hanno mostrato che l’inflazione ha raggiunto il 5,4% a dicembre, il livello più alto dal 1992. Tuttavia, il dibattito europeo sui tassi si è spostato sulle modalità del suo inasprimento, e adesso divide gli analisti tra i sostenitori di un inasprimento in stile USA (rapido e sostenuto) e quelli che ritengono certo un aumento lento e graduale (in stile Bce).

Francia, Irlanda e Regno Unito, peraltro, hanno cominciato ad allentare la maggior parte delle restrizioni sul coronavirus, nonostante il numero crescente di casi di COVID-19. Infatti, in Francia la maggior parte dei controlli non si applicherà più dall’inizio di febbraio, anche se i cittadini dovranno mostrare le tessere per i vaccini e indossare maschere al chiuso.

Nel frattempo, sono scesi i rendimenti obbligazionari core dell’eurozona poiché la presidente della Bce Christine Lagarde ha respinto le aspettative di un aumento dei tassi di interesse nel corso del 2022, e le tensioni geopolitiche sull’Ucraina si sono intensificate. I rendimenti dei titoli obbligazionari periferici dell’eurozona hanno ampiamente seguito i mercati principali, ma hanno chiuso pressoché invariati. I rendimenti dei gilt britannici hanno chiuso leggermente al rialzo, poiché l’inflazione è ai massimi da 30 anni e ha portato i mercati a scontare la maggiore probabilità di un aumento del tasso della BoE già a febbraio.

Dal punto di vista della politica monetaria, la Lagarde appare ferma sulla sua posizione di non aumentare subito i tassi, ma si intravede una profonda spaccatura in seno alla Bce dopo che la presidente ha respinto le richieste alla banca centrale di aumentare i tassi di interesse più rapidamente del previsto per frenare l’inflazione record, affermando alla radio France Inter che il ciclo di ripresa economica negli Stati Uniti è in anticipo rispetto a quello dell’Europa, per cui non vede le motivazioni per un inasprimento più veloce. Rimane il fatto, però, che l’aumento dei costi energetici e alimentari ha portato l’inflazione dell’eurozona a un record del 5% a dicembre, ben al di sopra dell’obiettivo del 2% della BCE, e questo rende la posizione della Lagarde più difficile da accettare, anche se la stessa ha ribadito che l’inflazione si stabilizzerà e “gradualmente scenderà” al di sotto dell’obiettivo entro la fine dell’anno.

Pertanto, sono emerse profonde divisioni nel Consiglio direttivo della BCE per la fissazione dei tassi, secondo i verbali. La maggioranza ha convenuto che “era ancora necessario un sostanziale sostegno monetario” affinché l’inflazione si possa stabilizzare al livello obiettivo della banca centrale nei prossimi tre anni. Tuttavia, alcuni membri hanno avvertito che l’inflazione potrebbe rimanere alta più a lungo, e hanno affermato di non poter sostenere il “pacchetto globale” di adeguamenti ai programmi di acquisto di attività della banca.

Nessuna recessione nel 2022, ma attenzione alla spirale inflazionistica

Secondo Mario Cribari di Bluestar, il caso Evergrande avrà effetti negativi sull’immobiliare cinese ma non dovrebbe contagiare nè il sistema finanziario cinese nè quello mondiale. Attese per un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario.

“I forti aumenti dei costi energetici e i colli di bottiglia nelle forniture, così come gli effetti delle politiche di stabilizzazione cinesi, rischiano di rallentare, nel breve termine, la crescita globale. L’incognita non è da sottovalutare, ma nessuna recessione in vista: tali elementi di disturbo dovrebbero infatti ridursi nel corso dei primi mesi del 2022. Il grosso rischio, piuttosto, riguarda l’accelerazione di una spirale inflazionistica che parte dalle componenti energetiche a monte e finisce a valle in un aumento dei salari, a causa dell’evidente squilibrio tra domanda-offerta di lavoro causato, tra l’altro, dalle politiche assistenzialiste implementate negli ultimi anni”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Gli interventi a sostegno dell’economia durante la pandemia hanno evitato il disastro e reso la recessione del 2020 la più veloce della storia. Ma tutto ha un prezzo. Gli effetti secondari degli stimoli uniti alla de-globalizzazione, alle nuove tecnologie, alla corsa agli investimenti sostenibili ristabiliranno un punto di equilibrio dell’inflazione ben più elevato rispetto a quanto successo dal 1997 al 2019. Dall’altro lato, tuttavia, “l’elettroshock” subito dal ciclo lo renderà più vigoroso spinto da investimenti e consumi.

Le politiche fiscali e monetarie molto creative stanno per presentare il loro conto. Mentre alcune banche centrali, meno dipendenti dai ministri del Tesoro dei rispettivi paesi, possono permettersi politiche più ortodosse altre, in primo luogo la Fed e la Bce sono ormai intrappolate nel loro ruolo di prestatori di ultima istanza del debito nazionale e/o di difensori degli spread di credito di alcuni paesi periferici. Mentre la Fed ha per lo meno cominciato a parlare di tapering e qualche dubbio, non ufficiale, trapela sulla natura non transitoria dell’inflazione, per la Bce qualunque manovra di disimpegno è assolutamente tabù. L’insistenza sulla natura temporanea dell’inflazione ha l’obiettivo di mantenere ancorate le aspettative inflazionistiche di lungo termine che altrimenti rischierebbero davvero di innescare una pericolosa spirale. “È altamente probabile che le due banche centrali manterranno un atteggiamento molto lasco finché potranno, col rischio però di dover poi velocemente rincorrere senza dare tempo alle aspettative di aggiustarsi gradualmente”, sottolinea Cribari. “L’atteggiamento più ortodosso invece di altre banche centrali dovrebbe favorire la forza delle rispettive valute e la natura più solida dei propri mercati obbligazionari. La banca centrale cinese, in particolare, può ormai essere considerata la “Bundesbank” del nuovo Millennio”.

La Cina ha avuto il vantaggio di poter vedere, come in una macchina del tempo, tutti gli errori che i maggiori paesi capitalisti hanno compiuto negli ultimi 30 anni e non vuole ripeterne l’esperienza. Questo approccio può essere vincente. Il tempo della megalomania di alcune società è finito (Huarong o Evergrande) così come la penetrazione incontrollata di alcuni colossi tecnologici in ambiti non di loro stretta competenza, con effetti sociali a volte deleteri per le future generazioni. La Cina vuole fare il salto di qualità in termini di percezione della propria solidità, frenare gli eccessi e incentivare gli investimenti in settori ad alto valore aggiunto considerati strategici a livello nazionale (TikTok e videogames non lo sono di certo). Il caso Evergrande potrebbe avere effetti piuttosto negativi sull’immobiliare cinese ma non contagerà né il suo sistema finanziario né quello mondiale.

“In questo contesto generale, il nostro scenario base implica una view costruttiva sulle azioni nel medio termine ma allo stesso tempo la necessità di un doloroso periodo di reset delle aspettative in ambito valutario e obbligazionario che non potrà, a sua volta, non sortire effetti sulle azioni. Ancora peggio se il nuovo regime inflazionistico dovesse diventare più grave o avere ripercussioni economiche”, conclude Cribari (nella foto). “Un rialzo dei tassi avrà conseguenze sulle valutazioni azionarie di alcuni settori e titoli in particolare e potrebbe causare la definitiva rotazione settoriale a favore dei segmenti più ciclici/value. Nessuna bolla sui big cap tecnologici ma ci attendiamo un recupero relativo importante, in parte già realizzato, dei settori più old economy. Nei momenti di volatilità, che potranno essere ben peggiori di quelli appena sperimentati, non si avrà sollievo dalla detenzione delle solite obbligazioni statali, di certo non di quelle americane o europee. Consigliamo di privilegiare i real asset a sfavore delle obbligazioni, a eccezione di nicchie particolari o dei governativi (e corporate di qualità) cinesi o dei mercati emergenti. Le materie prime si trovano in un nuovo super-ciclo di crescita ma vanno trattate con attenzione. Il dollaro è destinato a svalutarsi ma un’alternativa di valore non è certamente l’euro”.

Tassi d’interesse, indici sempre ai minimi e rate di mutuo molto accessibili

Le previsioni per l’imminente futuro delineano uno scenario senza rialzi dei tassi di interesse ed un proseguimento della politica accomodante della Bce. Si teme, però, un ritocco in aumento degli spread da parte delle banche, i cui bilanci necessitano di una politica dei ricavi da mutuo più aggressiva.

“Nell’attuale congiuntura socio-economica, tenuto conto dell’emergenza sanitaria che ha impattato in maniera importante sul PIL europeo, la Bce continua a manifestare la propria volontà di contenere i tassi di interesse agli attuali livelli attraverso il mantenimento delle misure emergenziali adottate (“PEPP”). Di contro, giungono dai paesi del Nord Europa e dagli Stati Uniti le prime avvisaglie di un deciso aumento dell’inflazione che, com’è noto, fa da contraltare a un successivo aumento dei tassi di interesse. Gli indici di riferimento dovrebbero far registrare lievi aumenti, restando comunque ancora a valori storicamente molto bassi e permettendo così di ottenere tassi convenienti sui finanziamenti”, è l’opinione di Renato Landoni, Presidente Kìron Partner SpA.  

Relativamente al primo semestre del 2021, le domande di mutui e di surroga sono cresciute del 20,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I volumi totali – nonostante un dato sensibilmente negativo di Giugno (-4,4%) – sono superiori sia a quelli del 2020 che ai valori degli anni precedenti. Sulla crescita hanno inciso soprattutto le richieste di mutui per acquisto, mentre le surroghe e i mutui per sostituzione rappresentano una percentuale marginale.

I dati su Euribor ed Eurirs degli ultimi dieci anni, analizzati da Kiron SpA – società del gruppo Tecnocasa – delineano uno scenario di sostanziale stabilità per tutto il 2021. Per quanto riguarda l’Euribor (indicizzazione mutui a tasso variabile), dai massimi di Luglio 2011 (1,60%) il tasso Euribor (3 mesi) ha iniziato una parabola discendente che lo ha portato a quota 0,19% (Dicembre 2012), per attestarsi poco sopra lo 0,20% per tutto il 2013 e il 2014. Ha virato sottozero col mese di Maggio 2015 e dopo una progressiva discesa ha raggiunto il -0,55% nel mese di Agosto 2021, molto vicino al minimo storico. L’Eurirs (indicizzazione mutui a tasso fisso), invece, dopo aver mantenuto una media intorno al 3,4% nel 2011, è sceso a Giugno 2012 a quota 2,13% per poi tornare a crescere fino a 2,75% a Settembre 2013. Da allora ha iniziato una fase discendente di lungo periodo che si è accentuata a Luglio 2019. Ha toccato il minimo storico a Ottobre 2020 segnando 0,02%. Dal mese di Gennaio 2021, che ha fatto registrare lo 0,08%. Con la rilevazione media del mese di Agosto quota a 0,26%.

Stando alle dinamiche dei tassi di Agosto 2021, si è calcolato l’importo della rata mensile di un mutuo ipotecario del valore di 110.000 euro per una durata di 25 anni, ipotizzando che l’immobile valga 160.000 € e che lo spread medio di mercato si attesti all’ 1,1% sia per il tasso fisso che per il tasso variabile. Con un mutuo a tasso fisso sosterremmo una rata di 433 euro, circa 40 euro in più rispetto a quanto dovremmo sostenere se scegliessimo un mutuo a tasso variabile, in quanto la sua rata ammonta a 393 euro. Questo chiaramente qualora i tassi rimanessero sempre agli attuali livelli, cosa che è difficilmente verificabile in un orizzonte temporale così lungo.

Volendo optare per la situazione di maggior risparmio, ovvero quella del mutuo a tasso variabile, è fondamentale capire quanto il reddito del nucleo familiare sia in grado di sopportare eventuali aumenti di rata, sia in termini di capacità di rimborso sia in termini di sostenibilità del tenore di vita che si è abituati ad avere. Però, le previsioni per l’imminente futuro delineano uno scenario senza rialzi dei tassi di interesse e con un proseguimento della politica accomodante della Bce. Si teme, semmai, un ritocco in aumento degli spread da parte delle banche, i cui bilanci necessitano di una politica dei ricavi da mutuo più aggressiva.

Pertanto, è lecito pensare di approfittare subito del binomio tassi bassi/spread bassi e, per chi ce l’ha in programma, acquistare casa adesso e senza ulteriori rinvii. Peraltro, negli ultimi tre mesi i tassi dei mutui hanno fatto registrare già dei lievi aumenti, e questo ha avuto degli effetti sulla rata mensile media dei mutui a tasso fisso.

Scenario di forte ripresa economica, con l’incognita della variante Delta

Secondo Mario Cribari, per l’inflazione si sta aprendo una nuova era dopo il periodo deflazionista del 1997 – 2018. L’elevato peso dei titoli FANG nell’indice S&P 500 costituisce una sorta di “freno di emergenza” a un potenziale peggioramento dello scenario economico.

“Nonostante la gravità legata alla variante Delta e delle future possibili varianti, riteniamo probabile uno scenario di forte ripresa economica. L’elevato tasso vaccinale, l’auspicata estensione globale del green pass, una maggiore sensibilità politica nel voler evitare i lockdown, una maggiore resilienza economica, elevate riserve di risparmio e una robusta crescita del Capex (flussi di cassa in uscita per investimenti) depongono a favore di questa ipotesi. L’inflazione non sarà tuttavia temporanea e a un certo punto, ma sicuramente in ritardo, le banche centrali occidentali dovranno prenderne atto mentre poche altre avranno agito in maniera preventiva e lungimirante”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

Il picco raggiunto da alcuni dati macro, la forte riduzione dei tassi di interesse e la martellante attenzione mediatica riservata alla variante Delta sembrano far temere un imminente nuovo rallentamento economico. I fatti però delineano chiaramente, almeno per ora, una prima fase di boom economico, che non si vedeva da decenni, seguita da una fase più moderata ma pur sempre superiore al “new normal” post 2008. Da decenni non si vedevano interventi fiscali così massicci, sia improduttivi di breve termine che produttivi di lungo termine. E per una volta l’Europa si è dimostrata unita e lungimirante con il suo Recovery plan. Negli Usa invece sono stati facilmente approvati gli “helicopter money” e le varie sovvenzioni che stanno distorcendo il mercato del lavoro mentre sul resto si continua a negoziare.

Nel frattempo l’economia Usa cresce comunque a ritmi compresi tra il 6% – 8% reale. Le imprese, dopo lo spavento del 2020 e i colli di bottiglia nella produzione, stanno tornando a ricostituire scorte e a investire in capacità, spesso rilocalizzando parte della produzione dall’estero, per evitare rischi futuri e aggirare possibili tariffe. La crescita economica riguarda gran parte dei paesi, non solamente gli Usa. In Europa ci si attendono ritmi di crescita molto simili, per non parlare della Cina che dopo l’eccezionale 2020 è attesa in crescita del 6.5%. Solo un nuovo grave shock pandemico potrebbe invertire la tendenza. “Continuiamo a ritenere che per l’inflazione si stia aprendo una nuova era dopo il periodo deflazionista del 1997 – 2018”, sottolinea Cribari. “L’inflazione non sarà temporanea anche se ci vorrà ancora qualche mese di evidenza per convincere il mercato che ancora si affida alla presunta, ma sempre smentita, onniscienza dei banchieri centrali”.

Mentre qualche banca centrale comincia a correre ai ripari con politiche più ortodosse, la Fed e la Bce per motivi simili nicchiano. La prima deve poter permettere allo stato americano di finanziarsi a basso costo comprando essa stessa una buona parte di nuovo debito, mentre la Bce ha impellenza assoluta di continuare a finanziare i faraonici debiti periferici mantenendo stretti gli spread. Intanto la Cina, che già aveva scelto di intervenire meno espansivamente nel 2020, si è addirittura imbarcata in politiche di controllo restrittive a 360 gradi che hanno causato un moderato rallentamento economico e una decisa sottoperformance borsistica. In questo momento le autorità cinesi sono impegnate in un difficilissimo equilibrismo per conciliare una crescita decente con la sua sostenibilità futura.  Ha intanto suscitato molto scalpore la notizia degli interventi alla “cinese” da parte del governo sulle società di tutoring scolastico. La Cina vuole ammonire le società che si quotano solo sul Nasdaq e non a Hong Kong e incentivare quelle società tecnologiche che effettivamente creano un valore aggiunto di know how reale al paese.  Con tali misure, apparentemente estreme, Pechino si sta realmente attrezzando per diventare la prima potenza mondiale. È paradossale che per batterla occorra prenderne spunto, piuttosto che fare l’esatto contrario, esattamente quello che gli Usa non ammetteranno mai.

“A livello di scelte di investimento, restiamo convinti che vista l’elevata dispersione dei rendimenti e le continue rotazioni settoriali il bottom up possa rivelarsi la chiave del successo. A livello aggregato continuiamo a ritenere che il risk/reward non sia favorevole e una correzione compresa tra 5-15% sia possibile”, conclude Cribari. “Al momento ci sentiamo di escludere per ora scenari peggiori viste le caratteristiche, considerate difensive, dell’S&P 500 il quale resta l’indice di riferimento globale. L’elevato peso dei titoli FANG – acronimo delle iniziali di Facebook, Amazon, Netflix e Google (FAANG se vi si aggiunge anche Apple – costituisce una sorta di “freno di emergenza” implicito. L’altro lato della medaglia però non ci fa prevedere grosso potenziale a causa delle loro valutazioni elevate. Ecco perché occorre favorire, moderatamente, alcuni ciclici che sono tornati interessanti.  A livello geografico consigliamo di riaccumulare i mercati emergenti, Cina in particolare, mentre restiamo negativi sulle obbligazioni, soprattutto sui governativi occidentali. Infine consigliamo di diversificare su materie prime, infrastrutture, minerari, energetici, motivo per il quale una percentuale minima di dollari è giustificata”.

Le banche centrali “snobbano” l’inflazione e le borse festeggiano. Catastrofisti vs ottimisti

Di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti. Esiste però un certo numero di “catastrofisti”, secondo i quali si prepara il più grande crollo di tutti i tempi.

Di Massimo Bonaventura

Tutto è cominciato a Giugno scorso, con i verbali della riunione della Federal Reserve. Nel comunicare le loro conclusioni, i funzionari della Fed hanno affermato che “le condizioni finanziarie complessive rimangono molto accomodanti, al fine di continuare a fornire il giusto sostegno all’economia. Tuttavia, i bassi tassi di interesse stanno facendo aumentare i prezzi delle case e questo potrebbe comportare rischi per la stabilità finanziaria. (Per tale motivo) Il ritmo degli acquisti di asset (il c.d. Tapering) potrebbe essere ridotto un pò prima del previsto”.

In sintesi, per la Fed tutto rimane com’è anche con l’inflazione al 5%, poiché si tratta di un fenomeno transitorio, per cui i tassi non verranno toccati prima del 2023. Questa strategia, naturalmente, è stata studiata con la segreta speranza di non doverli ritoccare mai, i tassi di interesse, per almeno altri cinque o dieci anni, continuando a comprare debito e mantenendo alta la liquidità nel sistema. Infatti, sembra ormai impossibile concepire una politica monetaria che non preveda il ricorso a dosi massicce di Quantitative Easing come elemento “strutturale” del sistema economico, e non più “eccezionale”.

Sia pure con le dovute differenze, lo scorso 7 luglio la Bce ha annunciato, con un comunicato molto prudente (fatto precedere da molte anticipazioni), la possibilità di tollerare una inflazione superiore (ma non troppo) al 2%, qualora le condizioni dell’economia lo richiedano. Si tratta di una piccola rivoluzione nella strategia di politica monetaria in circa 20 anni di Unione Europea, e preannuncia, alla pari degli Stati Uniti, il proseguimento della politica monetaria accomodante. L’inflazione, e cioè il “grande nemico” che fu prima della Germania e poi di tutta l’Unione, verrà tollerata solo se le deviazioni intorno al livello del 2% saranno entrambe ritenute “accettabili” e quelle al di sopra di tale soglia “moderate”.

Naturalmente, di fronte ad un contesto che assicuri liquidità durevole al sistema, i mercati azionari non possono che ringraziare, ed il numero degli analisti ottimisti supera di gran lunga quello dei più prudenti o pessimisti. Esiste anche, però, un certo numero di esperti “catastrofisti”, secondo i quali lo scenario appena tracciato prepara il più grande crollo di tutti i tempi. Per sostenere la loro tesi, alcuni si servono del c.d. “Indicatore Buffet“, e cioè quello che mette in rapporto la capitalizzazione di mercato di tutte le azioni statunitensi quotate in borsa e il PIL dell’ultimo trimestre disponibile. Ebbene, questo indicatore ha raggiunto nei giorni scorsi il 200%, e suggerisce che il prezzo delle azioni è troppo elevato, segnando in teoria – come accaduto anche in passato – la premessa di un crollo dei mercati finanziari.

Sarà per questo che Warren Buffett ha già liquidato molte posizioni e aumentato la liquidità del portafoglio Berkshire Hathaway? Probabilmente no, poiché l’oracolo di Omaha sa bene che l’emergenza sanitaria ha depresso il PIL in modo anomalo nel 2020, gonfiando la lettura dell’indicatore Buffett che, invece, descrive solo un ritorno ai livelli pre-pandemici, e non una vera e propria crescita del PIL dai valori del 2019. Invece, tra gli analisti pessimisti, Robert Kiyosaki  aveva affermato a Maggio scorso “il più grande crollo della storia sta arrivando, e farà esplodere la più grande bolla del mondo”, consigliando gli investitori a fare incetta di criptovalute e metalli preziosi come oro e argento. Al contrario di Michael Burry – il genio de “la grande scommessa” – che ha annunciato i prossimi crolli delle criptovalute e delle azioni Tesla. In particolare, secondo Burry quella dei Bitcoin sarà “la madre di tutti i crash”, poiché i governi interverranno pesantemente nel regolamentare le criptovalute.

Tra gli ottimisti anche UBS, che benedice una crescita dei mercati azionari e predice persino un crollo dell’oro causato dalla liquidità che confluisce abbondante sui mercati azionari. Secondo la banca svizzera, infatti, la tendenza rialzista del metallo giallo non è destinata a durare a lungo, e affinché l’oro riveda il livello di 1.900 dollari per oncia, i tassi reali dovrebbero scendere verso un intervallo compreso tra -1% e 1,2%. Ciò è altamente improbabile per UBS, mentre è più probabile che la domanda di oro diminuisca e la sua quotazione scenda a circa 1.600 dollari l’oncia – già oggi è a poco più di 1.800 – per via dell’esaurimento delle spinte inflazionistiche e della risalita del dollaro (che è già in atto).

Al di là del filone “catastrofista”, comunque, i grandi temi sui quali si potrebbe intravedere un rischio concreto per i mercati si contano nelle dita di una mano. Il primo tema – la pandemia – è quello che da oltre un anno non smette di apportare modifiche ed continui adeguamenti al nostro stile di vita, e certamente rimane quello su cui potrebbero concentrarsi le maggiori probabilità di un crollo delle borse. Infatti, se le mutazioni del virus e la delle sue varianti non liberano gli operatori dall’incertezza, si è scoperto che il sistema finanziario è in grado di gestire al meglio una situazione di gravissima emergenza sanitaria. Rimane però il rischio – tutt’altro che lontano, in considerazione di ciò che sta succedendo nel Regno Unito  – che una particolare mutazione possa portare alla nascita di un virus talmente resistente agli attuali vaccini da far tornare il clima di terrore generale, le restrizioni ed il collasso dei sistemi sanitari. Uno scenario del genere, certamente, potrebbe determinare una forte correzione dei mercati azionari ed obbligazionari, che oggi risalgono a ruota libera dando per scontata la sconfitta del Coronavirus.

Il secondo tema, che ha minori probabilità di avverarsi rispetto al primo, è quello di una iperinflazione causata dall’immissione massiccia di liquidità che non viene accompagnata da una crescita significativa del PIL. Uno scenario del genere è stato sconfessato pubblicamente sia dalla Fed che dalla Bce, le quali hanno reagito alle spinte inflazionistiche bollandole come fenomeno temporaneo e mantenendo una politica monetaria molto accomodante. Qualora, però, si dovesse manifestare il binomio inflazione elevata-PIL immobile, le dichiarazioni dei banchieri centrali si rivelerebbero come un bluff, e i ribassisti si scatenerebbero facendo correggere i mercati in maniera pesante. Oggettivamente, non si vede come ciò possa accadere prima del 2024, sempre che durante i prossimi tre anni le banche centrali non mettano in atto le dovute strategie evolutive per scongiurare un simile scenario.

Il terzo tema è quello dei fattori geo-politici, che sono in grado di influire sull’andamento dei mercati aggiungendosi ad eventuali fondamentali deludenti e amplificando le correzioni. Escludendo del tutto l’ipotesi di conflitti globali, non mancano però i “conflitti localizzati”, che non smettono mai di far danni. Tra questi, le maggiori aree di tensione sono il Medio Oriente, la Crimea invasa dai russi, la Cina che limita le libertà di Hong Kong, e lo scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina.

In definitiva, non si intravedono fattori tali da determinare “crolli mai visti prima”, ma solo elementi perfettamente gestibili dalle autorità finanziarie del mondo, sempre che queste ultime non saranno disunite nel modo di gestire i problemi e non determineranno così periodiche e fisiologiche correzioni.

Possibile boom economico di medio-lungo termine, ma con effetti collaterali

Secondo Mario Cribari, i livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche. Il dollaro, strutturalmente debole, è però ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro, materie prime ed emergenti.

“L’accelerazione della campagna vaccinale e il netto miglioramento della pandemia hanno definitivamente scongiurato lo scenario di un nuovo rallentamento economico. Ci aspettiamo un boom economico di medio-lungo termine senza precedenti negli ultimi 15 anni. Fare confronti tra questa ripresa e quelle del passato è tuttavia pericoloso: la recessione sperimentata nel 2020 non è stata “classica” all’interno di un normale business cycle, e così pure la ripresa presenterà quelli che, da tempo, definiamo effetti collaterali”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno ancora festeggiando quella che sembra essere la fine della fase più acuta del Covid. Pur prendendo atto che il peggio sembra finalmente essere alle spalle (con l’incognita tuttavia della variante delta), l’equazione non può reggere: questo non è un punto di equilibrio sostenibile e qualcosa deve cedere, prima o poi.  La coperta è corta. La domanda aggregata è letteralmente esplosa, grazie all’enorme ammontare dei sussidi, mentre l’offerta arranca. Le vendite al dettaglio si sono velocemente riportate ben sopra i livelli pre-pandemici ma la produzione industriale è ancora sotto. Le supply-chain sono ancora disastrate, le materie prime in forte rialzo, componenti e semi-lavorati in affanno, molte persone sussidiate restano senza interesse a rientrare nel circuito lavorativo e la de-globalizzazione sta accelerando. I mercati emergenti sono concentrati sulla sostenibilità del loro consumo più che sulle proprie capacità produttive per l’export. Il risultato è tanta domanda auto-indotta e un’offerta che non tiene il passo, mentre le banche centrali, intrappolate nelle loro funzione di prestatori di ultima istanza, rifiutano di prendere atto della nuova realtà.

“I livelli di crescita e di inflazione non saranno coerenti con i tassi di interesse prevalenti o con valutazioni azionarie spesso stratosferiche”, sottolinea Cribari. “Come un treno in velocità senza macchinista si spera di evitare lo scontro ma il momento della frenata è inevitabile”. Il rialzo inflattivo è atteso a livello globale, non solo in Usa, anche se con entità diverse. Stiamo già assistendo a rialzi in molti paesi e il numero di banche centrali che tornano più restrittive aumenta ogni settimana. La Fed ha ammesso che forse l’inflazione non sarà tanto temporanea e ha iniziato a parlare di tapering. Sul fronte opposto la Bce si trova in un angolo in quanto, più prima che poi, non potrà più giustificare i massicci acquisti di governativi con la scusa della pandemia.

Nel breve la situazione può apparentemente normalizzarsi mentre nel lungo non è detto che sia l’inflazione a risolvere l’equazione del nuovo equilibrio. A breve termine è probabile una fase di stasi che non darà ragione né agli inflazionisti né ai deflazionisti e in cui il mercato potrebbe continuare a sguazzare, illudendosi che i rialzi dei tassi siano ancora lontani. L’impressione è che, avendo escluso un nuovo rischio recessivo, nella migliore delle ipotesi i mercati si trovino comunque a fair value con un risk/reward molto poco allettante. Questo non significa però che bisogna restarne completamente fuori. Il basso livello di volatilità si presta all’acquisto, a basso costo, di strumenti di copertura, mentre l’elevato livello di decorrelazione rende profittevole la gestione attiva e il bottom up. La temporanea fase di stasi potrebbe favorire il recupero dei segmenti growth ed esistono ancora titoli interessanti tra i ciclici dove la ripresa non è già stata tutta scontata.

“L’Europa ha ancora spazio di recupero relativo, come il Giappone, gli emergenti stanno finalmente realizzando il loro decoupling e andrebbero incrementati su una possibile debolezza causata dal mini-rallentamento cinese. Nessun valore invece sui governativi occidentali, americani ed europei, la cui funzione di hedge indiretto in un mondo reflazionista è seriamente messo in dubbio”, conclude Cribari. “A livello valutario, il dollaro pur strutturalmente debole è ancora da considerare come diversificazione in un portafoglio costituito anche da oro e materie prime. La vera alternativa però sono gli asset reali e un numero limitato di valute dai fondamentali forti, tra cui includiamo il renminbi e altre valute emergenti”.