Non investire e rimanere nella propria “zona di comfort finanziario” genera comunque una modalità inefficiente di gestire le proprie risorse, non priva di rischi in presenza di alta inflazione. Ecco perché.
di Giovanni Tommaso Olivieri
Tradizionalmente, la paura germoglia dalla consapevolezza che ogni decisione, gesto e azione porteranno ad un risvolto successivo, incontrollabile nel presente, il quale segnerà la nostra vita, positivamente o negativamente, per un periodo brevissimo, breve o lungo. Anzi, a volte le conseguenze più inaspettate – in negativo o in positivo – arrivano dal compimento di un’azione che ritenevamo marginale, di poca importanza, o di cui non ci siamo neanche accorti.
Non fanno differenza, in tal senso, le scelte e le azioni in materia di investimenti. Anche in questa segmento di vita, infatti, quando si è di fronte ad una scelta che riguarda la gestione del risparmio – e quindi una scelta importante “per definizione” – ci troviamo come nei più classici giochi di varietà televisivo, di fronte a tre pulsanti, ciascuno dei quali corrisponde ad una opzione: comprare, vendere, non agire; fare qualcosa o non fare niente. E così, qualunque sia la decisione che prenderemo, se premeremo uno dei primi due pulsanti (comprare o vendere) il futuro immediato ci riserverà qualcosa per cui potremmo essere felici o pentiti, ma non così nel caso in cui decideremo di premere il pulsante del “non agire”, che ci permetterà di rimanere nella nostra “zona di comfort finanziario”, salvo poi rammaricarci di essersi lasciati sfuggire interi trend annuali al rialzo e avere dato una connotazione insoddisfacente alla gestione complessiva del patrimonio.
In particolare, il pulsante “non agisco e lascio tutto in conto corrente” è un’arma a doppio taglio. Esso, infatti, crea l’illusione di non subire le performance negative generate indirettamente dagli eventi economici infausti sui propri investimenti poiché la grandezza numerica a cui tutti noi prestiamo attenzione (il saldo di conto corrente) rimane pressoché immutato, lì nel suo bel contenitore virtuale, salvo diminuire lievemente ogni trimestre/semestre per via dell’applicazione di bolli e costi di tenuta conto, che danno un leggero fastidio ma ci sono familiari. Sotto questo punto di vista, il conto corrente è l’alibi perfetto per il risparmiatore che ha paura di investire, poiché la performance negativa, nel suo caso, semplicemente non si vede, e coincide con il tasso di aumento dei prezzi al consumo. Quest’ultimo, a sua volta, è un dato molto familiare fin da quando siamo bambini, è un nemico invisibile che ogni sera ci fa compagnia nei tiggì e viene percepito come impercettibile e quasi inoffensivo. Eppure, il denaro lasciato in conto corrente perde valore, eccome. Per esempio, nell’ultimo anno ha perso valore, in termini di potere d’acquisto, per un buon 7%, e tutti gli studi dei più autorevoli analisti ci dicono che dovremo abituarci a convivere, ancora per un po’ di tempo, con un tasso di inflazione elevato.
Tanto per fare un esempio numerico, 10.000 euro di Maggio 2022 oggi valgono, in potere d’acquisto, circa 720 euro in meno. E se le previsioni sull’inflazione del Fondo Monetario Internazionale sono corrette, da qui ad altri 18 mesi l’indice dei prezzi al consumo si porterà via, in termini di minor potere d’acquisto, un altro 10%, che sommato al risultato precedente determina una performance del denaro liquido pari a -17% nell’arco di due anni e mezzo. Ebbene, non avendo investito in niente, chi utilizza il conto corrente come contenitore del risparmio non potrà mai recuperare questo -17%: è perso irrimediabilmente, e occorrerà ripensare profondamente il modo di gestire la propria paura per avere speranze di recuperarlo in futuro, e virare gradualmente verso l’investimento azionario – o al limite su un portafoglio bilanciato 50/50 tra azioni e obbligazioni – l’unico in grado di far crescere i risparmi in un tempo sostenibile, non necessariamente lungo.
E oggi, è il momento giusto per comprare, oppure per vendere? Impossibile rispondere con certezza, poiché i mercati sono più o meno imprevedibili come gli eventi economici che li scatenano al rialzo o al ribasso, con grande gioia dei fondi speculativi – ossia quelli che guadagnano miliardi scommettendo sui ribassi – che “ci mettono il carico”; ed è proprio questo stato di incertezza che crea nella maggior parte di noi un senso di inadeguatezza e, soprattutto, di paura irrazionale nel prendere una decisione che non sia quella di non agire o, peggio ancora, di fare il minimo indispensabile. I due atteggiamenti possono tradursi, nel primo caso (non agire), nel lasciare i soldi sul conto corrente, in balia dei costi di gestione e dell’inflazione che erode il potere d’acquisto, e nel secondo caso (fare lo stretto indispensabile) consiste nel farsi imbambolare dal famoso rendimento garantito delle polizze a gestione separata, che la storia recente ha dimostrato essere piuttosto pericolose in caso di difficoltà finanziarie della compagnia assicurativa.
La razionalità, il ragionamento e gli esempi pratici, come sempre, ci vengono in aiuto anche in caso di veri e propri attacchi di panico da scelta finanziaria. Negli ultimi 10 anni, un BTP ha reso di media il 2% annuo lordo – con un’inflazione media di circa il 1,5% – mentre un investimento di pari durata sul mercato azionario americano (indice S&P500) ha reso circa il 16% annuo, nonostante un paio di pesanti crisi finanziarie (quella del 2008 è stata epocale), pandemia e guerra. Inoltre, il periodo storico in cui scelgo di comprare un BTP, ed in particolar modo lo scenario del trend sui tassi di interesse, risulta essere fondamentale, poiché se compro un BTP durante un trend di tassi in rialzo – come quello che stiamo vivendo da un anno e mezzo a questa parte – rischio di dovermi tenere quell’investimento fino alla sua scadenza naturale, rendendolo praticamente illiquido; a meno che io non voglia o abbia la necessità di vendere, perdendo parte del capitale investito qualora le cedole non siano riuscite a coprire il minus del prezzo di vendita.
Investire nei mercati azionari, invece, nel lungo periodo è storicamente vincente da tutti i punti di vista. E’ quasi come avere una polizza assicurativa sulla quale trasferire proprio il “rischio-paura” degli eventi inattesi di breve periodo, che possono determinare variazioni anche consistenti (ma temporanee) delle somme investite. Il segreto è “rimanere nell’investimento” nel lungo periodo, non uscirne mai salvo emergenze di natura medica non finanziabili da altre fonti. Finchè si conserva intatto il proprio strumento finanziario destinato agli obiettivi con orizzonte temporale lungo, e lo si fa anche nei momenti più critici, la volatilità che crea tante ansie ai risparmiatori diventa un fatto episodico, eventualmente da sfruttare a nostro beneficio (con ulteriori versamenti a prezzi più bassi) e da utilizzare, con un buon tempismo, per raggiungere rendimenti più alti nel tempo.



Abbiamo già analizzato in un altro articolo 
E la banca, come si comporta? In ogni caso, essa deve applicare la presunzione di comproprietà del 50%, a meno che tale presunzione non sia stata superata in fase giudiziale e sia stata dimostrata, con l’ausilio di documentazione probatoria, la
Interessante scoprire cosa accadrebbe, invece, nel caso in cui un coniuge dovesse cointestare all’altro un proprio conto personale. In questa circostanza, infatti, in seguito alla loro
In definitiva, è possibile affermare che i conti monointestati, a differenza di quelli cointestati, rispondano più armonicamente alle esigenze tipiche del regime patrimoniale della separazione dei beni; se così non fosse, infatti, ai coniugi non rimarrebbe che mantenere quello della comunione, qualora non sia particolarmente sentita, da entrambi, la necessità di tener distinti i diversi conti correnti. I conti monointestati fanno sì che i flussi di denaro di natura personale confluiscono sui rispettivi conti, senza generare confusione ed evitando problematiche successive legate a una possibile 

Il deposito del denaro su un unico conto, pertanto, crea confusione e rende quasi impossibile accertare a quale categoria appartenga il denaro, in quale quantità e come debba esser diviso in sede di
Una soluzione preventiva ai problemi di tracciatura, che sarebbe utile attuare sin dall’inizio della vita di coppia, può essere quella di avere due conti personali separati, uno per il
investimenti sarà bene comunicare per iscritto alla banca, di volta in volta, che si sta utilizzando denaro estraneo alla comunione dei beni. In questo modo, l’istituto non potrà bloccare l’operatività del titolare, a meno che l’altro coniuge non fornisca una prova contraria e inoppugnabile, tale da poter generare una sospensione della 
Osservando queste modalità operative, sarà possibile in ogni momento distinguere gli investimenti derivanti da provvista di denaro “personalissima” e far sì che essi rimangano estranei alla comunione dei beni. Infatti, in assenza di tale premura, il denaro personale utilizzato per effettuare investimenti comporterebbe la caduta di questi nella comunione dei beni, e verrebbe destinato, al momento dello scioglimento della stessa comunione, alla “comunione residuale”. Ciò accade, ad esempio, anche nelle successioni, in quanto il decesso di uno dei coniugi è una delle cause di scioglimento della comunione. In questi casi, il patrimonio personale del defunto cade tutto in 

quello precedente e chiudendo contestualmente il vecchio conto corrente. Ebbene, cosa succede se la coppia si separa? Se sono passati più di dieci anni, sarà impossibile richiedere alla banca gli estratti conto a ritroso fino all’operazione di originario versamento del saldo attivo personale – le banche sono obbligate alla conservazione per un massimo di 10 anni – e l’unico modo di risalire alla titolarità di quel denaro è il possesso dei vecchi estratti conto che, come è facile intuire, poche persone hanno l’accortezza di conservare per così tanto tempo.
“comunione residuale” perché non consumato. Pertanto, per evitare una liquidazione del conto corrente cointestato al 50% con il coniuge B, A dovrebbe dimostrare che il denaro in esso versato è un bene “personalissimo”, cioè proveniente da somme di
Fin qui i problemi che nascono nei conti correnti. Il regime di comunione dei beni, però, può produrre effetti fastidiosi anche in presenza di un conto corrente personale di un coniuge con delega all’altro coniuge. Serviamoci di un esempio pratico, e supponiamo che sul conto del coniuge A confluisca una somma derivante dall’eredità di uno dei suoi genitori. Ebbene, qualora su quel conto il coniuge B ha una delega ad operare, la
Ma c’è di più. Infatti, nell’esempio considerato potrebbe accadere che tra la ricezione dell’eredità in denaro e il momento della separazione siano trascorsi molti anni, e che nel corso del matrimonio – per qualunque motivo – il conto corrente originario sia stato chiuso e la liquidità sia stata trasferita in un altro conto e, successivamente, investita in 
La sua insoddisfazione nel modo in cui sono gestiti i suoi risparmi in
Ometto le risposte, che qualunque pianificatore patrimoniale potrà facilmente immaginare. Però, rispetto alla sua storia, faccio una riflessione: la “cultura finanziaria” non è “
Che la responsabilità di questo stato di cose risieda nella
E’ questa l’origine della perdita di fiducia subita dalle “cattedrali bancarie”, che fino agli anni 80 venivano percepite come qualcosa di sacro e immutabile, cui rivolgersi per la crescita e della difesa del
I “prodottoni”, nel pieno rispetto della delega emozionale di cui parlavamo prima, sono generalmente di due tipi: quelli che proteggono dalla paura di perdere, e quelli che assecondano l’avidità del guadagno. Il buon padre di famiglia non può assecondare la sua avidità e, poiché non si è mai alleato con il tempo, sceglie i prodottoni del primo tipo. Il “boomer” con figli adulti, con un certo grado di evoluzione, sceglie (soprattutto) i secondi perché gli piace la sensazione di un guadagno fuori misura, da conseguire esclusivamente in un periodo breve (sennò fa presto a rientrare nel primo tipo). Nel frattempo, il frullatore della vendita da banco è sempre in azione, ma la perdita di fiducia genera lunghi periodi di permanenza in
La conclusione, pertanto, sembra essere quella che la manipolazione emotiva dei clienti, che dura ormai da molti anni, è la concausa principale della presenza di tutta questa liquidità sui conti, e questa tendenza del “popolo ignorante” si manifesta come un meccanismo di autodifesa – l’unico possibile, se ci fate caso – contro la malizia dei “prodottoni”.
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2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.
a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);
Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.
Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).
Pertanto, la cosa migliore da fare è quella di trasferire i rischi a chi lo fa di mestiere, e cioè ad una compagnia assicurativa, che gode delle medesime protezioni statali assicurate alle banche, e forse anche di più.








