Aprile 21, 2026
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Coronavirus, per i consulenti finanziari danni pari a 300 milioni. Necessario accedere ad una quota del FIRR

Il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020.

Tempi bui per i consulenti finanziari. Oltre ad un generale ripensamento della professione, dettato dagli effetti durevoli della pandemia sulle future modalità di relazione con la clientela, questa categoria di professionisti, che in Italia può contare su circa 35.000 operatori effettivi, sta vivendo un fortissimo rallentamento dell’attività, causato sia dal “distanziamento sociale” imposto dall’azione di contrasto al contagio, sia dai crolli generalizzati delle borse e del valore dei portafogli di una clientela sempre più impaurita e immobile.

Rispetto agli shock di mercato già vissuti (2001 e 2008, per citare i più recenti), quello attuale non è dipeso da fattori endogeni al sistema (come, ad esempio, fu la crisi dei mutui subprime nel 2008), ma da un fattore esogeno – un virus aggressivo, nato chissà come e chissà dove – che impedisce ai consulenti di espletare la loro principale funzione, e cioè la “prossimità fisica” con il cliente. Niente, infatti, è più tranquillizzante di un incontro con il proprio consulente, durante il quale confrontarsi sui problemi e ricevere le informazioni che servono per portare avanti con fiducia le proprie strategie.

Tutto questo, al momento, manca, e mancano anche le strategie. La paura del contagio ci ha colti del tutto impreparati, ed i cambiamenti che il Coronavirus porterà alle economie di tutto il mondo rende impossibile abbozzare qualunque scenario a breve termine. Quello che è chiaro, invece, è che il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020. Pertanto, la durata dell’emergenza diventa il fattore determinante per elaborare una previsione del danno economico complessivo verso il quale la categoria va incontro, e nei confronti del quale lo Stato non ha opposto alcun ammortizzatore sociale o sostegno (così come sta già facendo per il lavoro dipendente e per le imprese) che possa attenuare significativamente gli effetti di questa sciagura. Infatti, il governo Conte ha affidato all’INPS l’erogazione di un bonus una tantum alle c.d. partite IVA di soli 600 euro (forse ripetibile ad Aprile), la cui destinazione anche ai consulenti, dalla lettura del decreto, appare dubbia. La gestione delle richieste, in ogni caso, sembra che verrà disciplinata attraverso un “clik day” – questa la voce circolata negli ultimi due giorni, poi timidamente smentita dal sottosegretario all’Economia Baretta – ossia una sorta di lotteria, inaccettabile in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, in cui non vi è nessun criterio di assegnazione se non quello del primo arrivato.

Non si distingue per generosità neanche Enasarco, la cassa di previdenza obbligatoria dei consulenti finanziari, che ha stanziato un sostegno economico di soli 8,4 milioni (la “bellezza” di circa 250 euro a testa, nell’ipotesi che la richiedano tutti), a fronte di un danno stimabile, per la categoria dei CF, in almeno  300 milioni di minor fatturato solo nei prossimi nove mesi. Del resto, che si sarebbe arrivati a tanto si era capito già dal comunicato di qualche giorno fa, in cui Enasarco metteva le mani avanti annunciando “….di essere sul punto di presentare tutte le possibili istanze al governo, considerando anche il fatto che la crisi perdurerà anche dopo l’emergenza, con l’unico e invalicabile limite rappresentato dal fatto che le risorse oggi disponibili e le misure adottate non dovranno mettere a rischio le prestazioni future, sia previdenziali sia assistenziali”.

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E dire che, poco prima, i consiglieri della Fondazione Marcianò, Gaburro, Mei, Ricci e Triolo, in una lettera indirizzata al presidente Costa e al direttore Bravi, avevano fatto notare che tutti gli aderenti all’Adepp, ossia l’Associazione degli enti previdenziali privati, avevano già deliberato o stavano deliberando sul rinvio, la sospensione o il congelamento degli adempimenti previdenziali, chiedendo che all’ordine del giorno del successivo CdA venisse messo al primo punto una discussione su una serie di interventi come, ad esempio, il congelamento degli adempimenti previdenziali, la sospensione del pagamento delle cartelle, la proposta di modifica della convenzione FIRR per consentire agli agenti la facoltà di richiederne una anticipazione e la possibilità di utilizzare le somme rivenienti dai rendimenti netti del patrimonio (fatta salva la riserva legale e la sostenibilità dell’ente).

Persino Confesercenti aveva bacchettato Enasarco, dicendo a gran voce che contro il virus doveva fare di più per i consulenti finanziari. Anche Federpromm, per bocca del suo Segretario Manlio Marucci, si era rivolta al Ministro Gualtieri rappresentando “…la necessità inderogabile di non lasciare fuori dal provvedimento anche tutti gli operatori professionali dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa, quali i consulenti finanziari e gli agenti assicurativi/previdenziali che operano a partita Iva. Un universo di qualificati professionisti iscritti ai vari albi di categoria (oltre 250mila) che gestiscono e hanno a cuore in questo particolare momento il risparmio delle famiglie italiane…”.

Pertanto, appare evidente che, se dal governo Conte i consulenti finanziari non possono attendersi particolari benefici, lo stesso non deve accadere con Enasarco; la Cassa dovrebbe mettere in atto, rapidamente, tutti i passi necessari per consentire a ciascun consulente di poter attingere ad una quota significativa del proprio FIRR (Fondo Indennità Risoluzione Rapporto), il cui accantonamento complessivo, per la sola categoria dei CF, si stima essere non inferiore a 200 milioni su un totale a bilancio superiore ai 2 miliardi.

La BCE finalmente si muove sulle orme di Draghi. Mercati pronti per il “grande rimbalzo”?

Dopo i crolli delle ultime settimane, e dopo la mossa della BCE ed il rilancio della FED, sembra possibile restituire fiducia ai mercati azionari, pronti a quello che viene definito come il “grande rimbalzo”.

Dopo un attendismo inopportuno e la generale impreparazione ad affrontare un momento così difficile – nel quale, poco alla volta, il patto d’acciaio franco-tedesco sta venendo fuori – La Lagarde ha fatto la sua mossa (dopo aver atteso il benestare della Merkel, che ha tentennato e messo paletti alle richieste del premier Conte), ed ha varato – comè noto – l’adozione di misure economiche ispirate al “Draghi style”.

Il nuovo QE (quantitative easing) annunciato dalla Banca Centrale Europea sembrava avere proporzioni mai viste prima. Infatti, il ‘Pandemic Emergency Purchase Programme’  consiste in un piano di acquisto di 750 miliardi di euro di titoli per sconfiggere l’emergenza economica innescata dal coronavirus, e scuotere l’Europa dal rallentamento di tutte le attività economiche. Gli ha fatto eco Trump ed il suo programma di acquisto per 2.000 miliardi di dollari – si sa, in America le cose si fanno in grande, oppure non si fanno affatto – che oggettivamente ha dato un pò di entusiasmo ai mercati impauriti dai precedenti errori del duo Lagarde-Merkel.

Il rischio recessione – che sarebbe meglio definire come “certezza” – ha quindi convinto la Germania (di cui la Lagarde appare oggi come una semplice portavoce) ad annunciare che “tempi straordinari richiedono azioni straordinarie”, e cioè la riedizione degli strumenti con i quali Mario Draghi aveva già salvato Italia ed Europa nel 2012.

Il nuovo programma di acquisto titoli, che mira a dare ossigeno a famiglie e imprese dopo la delusione del timido piano da 120 miliardi annunciato qualche giorno prima, proseguirà senza limiti fino a che la fase critica dell’epidemia non sarà finita, e ha già avuto immediati effetti positivi sullo spread BUND/BTP. A costringere la BCE ad agire con queste proporzioni è stato l’aumento vertiginoso dello spread italiano, che è arrivato a quota 320 nonostante Bankitalia stesse da giorni comprando BTP per arginare il crollo dei corsi. La speculazione internazionale, infatti, dopo essere stata bloccata dal (tardivo) divieto generalizzato di vendere allo scoperto, si era velocemente spostata sul debito italiano, scommettendo su un calo del PIL italiano del 2020 compreso tra -6 e -10%.  In più, in questi giorni si erano allargati anche i differenziali di paesi  come la Francia e l’Olanda, facendo intravedere il rischio di mettere in discussione la tenuta dell’intera Eurozona.

E’ stato questo, probabilmente, a convincere la Merkel  a dare il benestare alla BCE per il nuovo QE, e questo la dice lunga sul ruolo dell’Italia in Europa….

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Adesso rimane da affrontare il capitolo più delicato, e cioè come restituire continuità di fiducia ai mercati azionari, crollati pesantemente sotto i colpi dei ribassisti ma pronti a quello che da qualche giorno viene definito come il “grande rimbalzo”.

Trattandosi di una recessione tecnica, causata da un fattore esterno all’economia (nel 2008 si trattò, invece, di un fattore interno, e cioè i titoli “tossici” sui mutui c.d. subprime), la sua durata massima dipenderà dalla velocità con la quale si sarà capaci di controllare e debellare il contagio del Coronavirus. Si va dai nove mesi pronosticati dai più pessimisti ai tre-quattro mesi degli ottimisti, ma in ogni caso il mercato sconta già aspettative di forte ripresa del PIL mondiale nel 2021. Goldman Sachs, per esempio, prevede una borsa USA in veloce recupero fino ad un poderoso +60% nei prossimi mesi, con “strappi” violenti al rialzo nelle migliori giornate di inizio ripresa. La Borsa Europea, probabilmente, avrà un andamento simile ma poi più cauto, con pochi strappi.

Su tutto, la marea di liquidità che affluirà sui mercati, che all’inizio privilegerà la ripresa dei corsi obbligazionari (oggi inaspettato terreno di opportunità fino a tre settimane fa neanche immaginate), per poi spostarsi rapidamente verso quelli azionari.

Virus permettendo, naturalmente.

Coronavirus finanziario, risparmiatori vittime di un gioco predatorio. Serve una “mordacchia” per la speculazione

In questo scenario dalle tinte catastrofiche, la psicologia comportamentale  deve  riuscire ad affrontare in modo più convincente il tema della diffusione delle informazioni e delle opinioni all’interno del mondo finanziario, ingabbiando così, come in una metaforica  “mordacchia”, gli intenti speculativi di borsa.

Articolo di Manlio Marucci (*)

Stiamo assistendo in questa fase della nostra vita ad un evento storico che sta sconvolgendo le nostre abitudini e lo stile di comportamento  ricorrente a cui eravamo abituati nell’ambito della regolazione dei rapporti istituzionali, sociali, umani, produttivi, finanziari, di relazione  con il mondo dei media e dei social. Il vissuto umano legato a dei valori culturali ed ideali interiorizzati dagli schemi tradizionali del mondo occidentale ha iniziato ad incrinarsi con gli avvenimenti recenti determinati da situazioni “spurie” – forse naturali – del fenomeno “coronavirus”,  mettendo in evidenza la fragilità della condizione umana e della sua debolezza psicologica. E’  entrato così in “profonda crisi” il nostro modo di vivere e di pensare sul nostro futuro.

Relegati in quarantena forzata, i nostri giorni sembrano adombrare il tramonto di tutta una fase storica, coniata dal mito dell’efficientismo, dell’onnipotenza e quindi dell’uso indiscriminato della scienza e se vogliamo della finanza intesa come strumento di utilità sociale.  In realtà, se osserviamo questo fenomeno di paura associato a quello che sta avvenendo sui mercati finanziari notiamo come vi sia uno stretto legame, e cioè una “correlazione significativa”, quasi “funzionale” tra il corpus della paura dettato dal contagio del nuovo virus (può toccare anche a me)  con quanto di negativo sta avvenendo in borsa.

In tale scenario, infatti, assistiamo insofferenti ad una spietata speculazione da parte di traders senza scrupoli che proprio in funzione della instabilità e volatilità dei mercati intervengono pesantemente creando panico e incertezza ai poveri risparmiatori, vittime sacrificali di tale sistema. Essi adottano, come astuti avvoltoi, la vendita allo scoperto (o short selling), che consente di vendere un bene che non si possiede realmente, nella speranza che il prezzo scenda, così da riacquistarlo in futuro a un prezzo più basso e ottenere così “sostanziosi” profitti. In questa logica le istituzioni di controllo dei mercati borsistici a volte intervengono in ritardo – o addirittura non intervengono come nel caso della UE – amplificando le perdite e sviluppando un clima di incertezza e di paura.  I ribassi registrati dalle Borse nelle ultime settimane, pertanto, dimostrano che si è sotto il dominio incontrastato di questi speculatori che operano a leva. Ad esempio, il re degli hedge fund, Ray Dalio, con la sua Bridgewater  Associates sta scommettendo contro le Borse europee con una forza d’urto pari a 10 miliardi di dollari.

In un tale meccanismo entrano in gioco fattori che non hanno nulla a che fare con l’economia reale, ma si legano a impressioni, sensazioni, paure ed ipotesi catastrofiche, che annullano qualunque traccia di ottimismo. Su tutto, emerge e domina la paura, che è un meccanismo di difesa inconscio utile a proteggersi da sensazioni dolorose e spiacevoli che si reputano imminenti. Una sorta di premonizione, quindi, che ci mette in uno stato di allerta per evitare ulteriori danni e disastri.

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I molteplici cambiamenti intervenuti di recente ci hanno ricondotto bruscamente ad interpretare la realtà in modo diverso dagli  standard di vita corrente, e quindi ci hanno portato a riconsiderare la nostra vita in una società – ormai integrata ed interconnessa a livello globale – a cui ridare pienamente valore ai beni primari, quali la salute e il denaro, quest’ultimo come elemento e fattore economico e di sicurezza. Questi temi di psicologica sociale ci inducono così  a ripensare il paradigma dell’Homo Economicus, che basa le sue scelte sull’ipotesi di preferenze di stabilità, razionalità perfetta ed equilibrio in senso stretto.

Il campo di ricerca ormai consolidato dalla vasta letteratura delle teorie economiche ci ha fornito sufficienti prove dimostrando che il comportamento umano dipende in modo prevalente dai fattori  psico-sociali, dai fattori istituzionali, culturali e  biologici; e così, capire l’attuale situazione di “stress”  con la lente degli strumenti forniti della scienza psicologica e dell’indagine sociologica, ci aiuta ad inquadrare positivamente il problema.

Nel caso del Coronavirus, gli studi di psicologia sperimentale ci aiutano a capire come le esperienze acquisite dagli individui siano influenzate dal contesto generale di paura generato dal coronavirus e dal linguaggio utilizzato dai media per rappresentarlo, e che questa “cornice” crea confusione ed informazioni errate e/o incomplete che hanno rimesso in discussione un principio fondamentale della nostra vita qual è “la sicurezza”.  Si verifica così il framing effect, ossia quel fenomeno in base al quale gli individui decidono in modo diverso a seconda della “cornice” di informazioni percepita e  assumono atteggiamenti non idonei al tipo di scelta da fare.  Con la diffusione del Covid-19, la probabilità che ognuno di noi entri in contatto con un pericolo potenzialmente gravissimo per la salute produce meccanismi di difesa inconsci difficilmente controllabili razionalmente, poiché spesso si traducono in comportamenti che sfociano nell’irrazionalità.

Esempio di “mordacchia”, strumento punitivo usato nell’antichità per ridurre al silenzio il condannato

In conclusione, si può affermare come il contributo dato dalla  psicologia comportamentale sui mercati finanziari sembra aver raggiunto oggi una maturità sufficiente per poter affiancare l’economia reale nel tentare di raggiungere una migliore comprensione delle dinamiche dei comportamento degli attori che operano nel complesso e vasto mondo finanziario, aiutati anche dalla tecnologia avanzata, dell’informatica applicata e dell’intelligenza artificiale. In questo quadro di problemi della società moderna, la psicologia sperimentale (così come le altre scienze umane) deve riuscire ad affrontare in modo più convincente il tema della diffusione delle informazioni e delle opinioni all’interno del mondo finanziario, ingabbiando  come in una metaforica “mordacchia” le speculazioni di borsa.

Si tratta di un tema di primaria importanza, dal momento che frequentemente i mercati finanziari danno l’impressione di essere guidati da un comportamento di tipo collettivo. Anche le componenti di tipo affettivo ed emotivo dovranno esser prese in considerazione maggiormente nel prossimo futuro. Si tratta di spiegare, in ultima analisi, il modo in cui le persone interpretano le dinamiche di tipo finanziario, favorendo un processo di formazione/informazione su vasta scala a cui le istituzioni devono impegnarsi per  liberare i risparmiatori dall’ignoranza finanziaria ed abbattere così la speculazione di borsa selvaggia a cui stiamo assistendo impotenti. Su questo versante, le Autority del mercato italiane, europee ed internazionali dovranno fare molto, rivedendo profondamente i meccanismi di controllo e di regolamentazione che le stesse, nonostante le evidenze, continuano a ritenere efficaci.

Forse è il caso di ricordare loro la favola di Esopo: HIC RHODUS, HIC SALTA !  (trad. non letterale “dimostraci le tue affermazioni, qui e  adesso!”)

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(*) Nella foto: Manlio Marucci, presidente Federpromm (Uiltucs)

 

 

 

Quale Europa? (Mai) più Europa

L’emergenza dettata dalla pandemia del Covid-19 ha tirato giù la maschera alla politica individualista della Germania e della Francia, che utilizzano l’Unione Europea solo quando serve al proprio paese, salvo poi voltare le spalle a tutti.  

Articolo di Aner De Guelfi

Due giorni fa il governo tedesco ha annunciato un piano massiccio di aiuti economici per attenuare l’impatto del coronavirus sull’economia. Si tratta di un’iniziativa senza precedenti nella storia del dopoguerra, ancora più importante di quelle messe in atto durante la crisi finanziaria del 2008. Tra le misure previste, un programma di crediti illimitati di almeno 550 miliardi di euro, un vero e proprio scudo di protezione per lavoratori e imprese “senza un limite verso l’alto” della somma che sarà erogata. Inoltre, i ministri tedeschi hanno previsto allentamenti fiscali per le aziende, in modo da garantire la liquidità delle imprese per i prossimi anni.

Questo l’epilogo di politica economica germanica seguito al panico generato dalla diffusione del coronavirus: la misura degli aiuti – questo sorprende più di tutto – non è stata concordata con l’UE, ma presa in assoluta autonomia, come se la stessa UE, con i suoi vincoli dettati dall’obbligo di una concertazione, non esistesse.

Pertanto, nulla sarà più come prima: sono bastati due giorni per sfaldare le più importanti istituzioni europee, ed è chiaro a tutti che l’Europa – al momento solo di fatto – non c’è più. Infatti, con un tempismo per niente casuale, subito dopo l’annuncio del pacchetto tedesco di misure anti-crisi sono arrivate le dichiarazioni della Lagarde, che hanno scatenato il più pesante domino negativo della finanza internazionale, ma soprattutto italiana, degli ultimi 80 anni.

Quella che è stata bollata come una gaffe (a cui nessuna mente assennata crede), ha causato un crollo di borsa che sta mettendo a rischio le migliori aziende del nostro Paese, esponendole più di prima alla voracità dei pretendenti francesi e tedeschi, tradizionalmente pronti a “fare shopping” in Italia.

Ma l’Italia non è la Grecia. L’Italia ha risorse economiche private e risorse imprenditoriali capaci di dare risposte forti, in ogni settore. Questa pandemia sta creando distanza dove prima non ce n’era, e sta creando spaccature ancora più profonde (tra le persone e tra le nazioni) lì dove la distanza c’era già.

Con la Germania, poi, vicinanza non c’è mai stata. La Germania, appunto; se l’Europa non ci sarà più, sarà anche per l’atteggiamento ostruttivo da parte dei tedeschi i quali, con un cinismo che la Storia ha già conosciuto, ha congelato all’interno dei suoi confini le mascherine necessarie soprattutto ai medici che lottano in corsia, nei centri di terapia intensiva, contro una malattia, di cui non conoscono la cura, che sta uccidendo tanti operatori del settore.
A molti è sembrato un episodio marginale, per quanto inaccettabile, ma non lo è affatto. L’Italia è stata presa d’assalto da un nemico invisibile di natura virale, e nessuno, ancor meno tedeschi e francesi, si è posto il problema di supportarla se non quando lo stesso nemico è entrato anche nelle loro case, nelle loro famiglie, nei loro ospedali.

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L’Europa non c’è più. O non c’è mai stata. L’Europa che ha fatto di tutto per salvare le banche, soprattutto quelle tedesche, francesi, spagnole, portoghesi, irlandesi, olandesi, inglesi e scandinave e che invece ha preteso massima austerità e rigore quando è stato il momento di far saltare le banche di casa nostra. Il bail-in, in Italia, è stato applicato ancor prima che entrasse realmente in vigore: quanti miliardi di risparmi hanno preso il volo con i fallimenti di Banca Popolare dell’Etruria, Carichieti, Cariferrara, BancaMarche, Popolare di Vicenza e VenetoBanca? Quante pressioni sono state fatte contro Carige, MontePaschi e Popolare di Bari? Ed invece cosa succede ai colossi bancari tedeschi dai piedi d’argilla?

Basta con quest’Europa. Un’ Europa che ha messo sul piatto dei salvataggi bancari la somma straordinaria di 3600 miliardi, e che nulla ha messo, in confronto, per adottare misure necessarie a salvare migliaia di vite. Come sarà possibile pensare che l’Europa, dopo tutto questo, possa ancora esistere?

Solo l’intervento in extremis di Ursula Von Der Leyen ha ridato un pizzico di fiducia ai mercati, dopo la sciagurata conferenza stampa di Christine Lagarde. Perfino il presidente Mattarella, che troppe volte ha mancato di difendere con la necessaria forza gli interessi nazionali (come gli imporrebbe la Costituzione), si è sentito in dovere di richiamare l’Unione Europea ai suoi valori di solidarietà.

Ma questo non basta, perché finora si sono sentite solo inutili parole: servono respiratori, letti, mascherine, guanti e accessori anti-contaminazione.

L’Europa non c’è più. Non c’è più l’Europa dell’austerity tedesca, che ha portato l’Italia a dover tagliare la sanità fino ad essere costretta, adesso, a combattere una guerra difficilissima da sostenere. Ma non c’è più neanche il governo italiano, oggi di fatto esautorato dalla decisione di Fontana di affidare a Bertolaso la gestione dell’emergenza in Lombardia. Bertolaso aprirà i quattrocento posti letto già pronti in fiera, che la burocrazia stava bloccando; la stessa burocrazia che ha bloccato, per delle ore, un aereo in partenza da Pechino che stava portando in Italia mascherine ed altro materiale a supporto dei sanitari lombardi.

La pandemia, pertanto, sta creando una serie di vuoti di potere nazionali ed internazionali, e forse questo è il momento giusto per dichiarare la fine di questa Europa, ricreandone un’altra; un’Europa dei popoli, che possa insegnare ad evitare la supremazia dei singoli interessi nazionali e, prima di ogni cosa, a prendersi cura della propria Patria.

I patrimonials alla prova del tempo. L’Italia è un paese di imprenditori mancati e mancanti

Molte le imprese italiane in procinto di passare di mano nei prossimi venti anni, e l’attuale situazione di emergenza mondiale alimenta l’incertezza del futuro. Diventa fondamentale il ruolo dell’Asset Protection Advisory.

La Società Civile, intesa anche come insieme di “persone-lavoro”, sta vivendo profondi cambiamenti, che vanno da un progressivo invecchiamento della popolazione in età lavorativa alla concentrazione dei patrimoni e delle leve decisionali nella fascia dei patrimonials di età over 65; in più, anche la famiglia sta vivendo una sua evoluzione, dovendosi aggiungere, a quella tradizionale, le altre forme familistiche generate dalle unioni civili e dalle coppie di fatto.

Su tutte, regna sovrana una scarsa propensione a pianificare la successione familiare, persino in un momento così difficile rappresentato dalla pandemia di Coronavirus.

Infatti, una ricerca recente ha rivelato che il 77.0% dei patrimonials (i genitori dei millennials, gli attuali 60-70enni) non sta facendo niente di concreto per pianificare la successione (neanche il classico testamento), solo l’11.0% di coloro che ci stanno pensando ha protetto i soli valori mobiliari in una polizza vita, ed appena il 2.0% di loro ha costituito un fondo patrimoniale.

Queste percentuali, da sole, rivelano quanto bisogno ci sia in Italia di fare una corretta informazione sulla Consulenza Patrimoniale Integrata (Asset Protection Advisory), all’interno della quale la pianificazione successoria ha una parte molto importante.

Sul tema, peraltro, sembra che le uniche forme di comunicazione – meglio definirle pubblicità – oggi esistenti sono le brochure di alcune Organizzazioni Non Governative (cosiddette O.N.G.) che cercano, legittimamente, di sollecitare i detentori di patrimonio a donare la c.d. quota disponibile del proprio asse ereditario per sostenere le proprie strutture organizzative e le iniziative di solidarietà. Peccato che a queste ultime, in realtà, sia destinato solo, in media, il 40% del valore complessivo delle donazioni, mentre il restante 60% di esse va a coprire i costi strutturali (impiegati, volontari, pubblicità etc) delle stesse organizzazioni beneficiarie.

Altro assente ingiustificato è lo Stato, dal quale non proviene alcuna informazione utile (sotto forma di campagna istituzionale, per esempio) a restituire chiarezza a tutti coloro che, nel loro piccolo o nel loro grande, vorrebbero decidere da soli, ma bene informati, a chi donare la propria quota disponibile della futura eredità.

In campo imprenditoriale, poi, l’assenza di una rete di consulenti esperti in tutela del patrimonio si fa sentire particolarmente, dal momento che oltre 3.500.000 di imprese oggi sono condotte da un singolo imprenditore appartenente alla ormai “vetusta” generazione dei c.d. baby boomers, e molte aziende familiari chiudono i battenti in assenza di qualunque pianificazione del passaggio generazionale. Sul tema, c’è da dire che il nostro Paese non ha una vocazione alla trasmissione di una sana educazione d’impresa, che poche famiglie sono riuscite a portare avanti con successo. Nelle scuole superiori e nella maggioranza degli atenei universitari, infatti, la prevalenza di insegnamenti nozionistici sulla pratica professionale ha scoraggiato molti millennials a seguire le orme dei padri, e ciò ha sacrificato la formazione di nuovi leader aziendali generando una certa preferenza verso le professioni intellettuali, che spesso nulla hanno a che vedere con le attività di famiglia.

L’Italia, dunque, è un paese di imprenditori mancati e oggi “mancanti”, e di imprese a scomparsa (o in procinto di passere di mano). Sulla base di questi scenari, l’Asset Protection Advisory, con il consulente al centro del progetto di trasmissione degli asset familiari, non potrà che diventare la frontiera più avanzata della consulenza finanziaria, il cui format attuale – il c.d. Private Banking – viene ritenuto non più sufficiente a soddisfare le richieste dei patrimonials lungo l’intero ciclo di vita del patrimonio.

La consulenza patrimoniale, però, non è per molti; infatti, è richiesto dai clienti:

  • un rapporto professionale e fiduciario,
  • l’analisi puntuale dei loro bisogni (costruzione, sviluppo, protezione e trasmissione del patrimonio),
  • la possibilità di avere una visione di insieme, in ogni momento, di tutto il patrimonio, con strumenti semplici e di immediata fruizione,
  • un check-up accurato dello stato patrimoniale e del contesto familiare ed aziendale del cliente,
  • la giusta combinazione di soluzioni.

Questa consulenza ad ampio raggio protegge i patrimonials dagli specifici interessi dei fornitori dei servizi finanziari, per i quali la consulenza in funzione delle necessità del cliente non è certamente al primo posto. Infatti, l’errore più diffuso nel mondo bancario (anche nelle sezioni del c.d. Private Banking) è stato quello di non parlare con le persone dei loro desideri e obiettivi familiari, delle proprie aspirazioni, e soprattutto di non valutare il loro patrimonio complessivo ma solo la sua componente finanziaria liquida o investita in strumenti finanziari. Invece, i bisogni primari per ogni investitore sono le ragioni del loro risparmio e lo stile di vita desiderato: tutti bisogni semplici, che influenzano ogni giorno la situazione economica della famiglia e che hanno una certa ripetitività nel tempo.

In definitiva, l’eccessiva attenzione alla distribuzione dei servizi finanziari ha depresso quella relativa al patrimonio nella sua interezza: quote societarie, immobili, denaro, auto e moto veicoli, oggetti preziosi e opere d’arte; ma anche il patrimonio di affetti e tradizioni familiari, nonché quello delle competenze professionali trasmissibili alle nuove generazioni.

Sono questi gli aspetti della relazione che differenziano il consulente patrimoniale da un private banker o da un consulente finanziario.

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Covid-19 infetta l’economia mondiale. Mercati nervosi e PIL in discesa, ma una nuova recessione è improbabile

The Economist: la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Per gran parte del mese di febbraio, era sembrato che i mercati finanziari scontassero uno scenario di base che ipotizzava un impatto relativamente temporaneo del COVID-19. La Cina ha adottato subito misure drastiche per contenere l’epidemia di Coronavirus e sostenere l’economia, creando le premesse per una ripresa potenzialmente rapida dell’attività. Le informazioni disponibili avallano questo scenario: il tasso di crescita dei nuovi casi in Cina ha cominciato a rallentare e l’attento monitoraggio dei dati sul consumo di energia elettrica, sul traffico passeggeri e sulle vendite immobiliari nel paese ha evidenziato dei segnali di miglioramento. Ipotizzando uno scenario di contenimento dell’epidemia con un impatto limitato del virus, però, gli investitori avevano cominciato a guardare con un certo favore all’effetto di stimolo delle misure intraprese, ma adesso i mercati sembrano scontare una maggiore probabilità che l’impatto del Coronavirus sia più grave e prolungato.

Peraltro, in ossequi al principio del liberismo economico, gli stessi mercati sono stati “lasciati soli” dalla politica proprio nel momento in cui, invece, serviva una certa concertazione; così, solo quando i mercati finanziari sono stati scossi dal panico da possibile pandemia la politica è entrata (tardivamente) in azione, nella consapevolezza che il PIL globale probabilmente si ridurrà per buona parte di quest’anno.

Di conseguenza, alcune banche centrali hanno tagliato i tassi di interesse a un ritmo visto l’ultima volta nella crisi finanziaria del 2007-09. Il 3 marzo la Federal Reserve ha abbassato il suo tasso ufficiale di 0,5 punti percentuali, due settimane prima della riunione programmata di politica monetaria. Anche le banche centrali in Australia, Canada e Indonesia hanno seguito l’esempio, e a breve vedremo medesima reazione da parte della Banca centrale europea e della Banca d’Inghilterra.

Se i mercati monetari hanno ragione, sono in serbo altri tagli alla Fed. Eppure, c’è la sensazione inquieta che una raffica di ulteriori tagli dei tassi potrebbe non essere la soluzione a questa crisi, anche perché sono già molto bassi. Una regola d’oro nella lotta alle crisi è quella secondo cui, per essere credibili, bisogna avere più munizioni disponibili. Nel 2008-10 il tasso medio globale è diminuito di tre punti percentuali; oggi, invece, al di fuori dell’America i tassi di interesse dei paesi occidentali sono vicini, pari o inferiori allo zero. Perfino la Fed ha un margine di manovra limitato per tagliare ancora di più: una ragione, forse, per cui i corsi azionari non sono riusciti a riprendersi nelle ore successive alla sua ultima mossa.

La tensione deriva anche dalla peculiarità dello shock che l’economia deve affrontare, che comporta effetti sulla domanda, l’offerta e la fiducia. La durata dell’interruzione dipende principalmente dalla gravità dell’epidemia e dalle misure di sanità pubblica adottate per contenerla. Alla luce di tali incertezze, i politici sanno che sebbene i tagli ai tassi di interesse siano un’opzione, hanno anche bisogno di misure fiscali e finanziarie per aiutare le imprese e gli individui a resistere a una stretta temporanea ma lancinante.

Un modo in cui il virus danneggia l’economia è interrompendo l’offerta di lavoro, beni e servizi.: le persone si ammalano, le scuole chiudono, costringendo i genitori a rimanere a casa. Le quarantene potrebbero forzare la chiusura completa dei luoghi di lavoro. Ciò è accompagnato da notevoli effetti della domanda. Alcuni sono inevitabili: i malati o i soggetti in quarantena escono di meno e acquistano meno beni. Anche le misure di sanità pubblica limitano l’attività economica. Mettere più soldi nelle mani dei consumatori farà poco per compensare questa resistenza. La piena attività, pertanto, riprenderà solo una volta che l’epidemia avrà finito la sua corsa.

Inoltre, sia le aziende che le famiglie dovranno affrontare una crisi di liquidità. Per le prime, in particolare, è fondamentale non depauperare eccessivamente la propria riserva di liquidità per rimanere in piedi. Prendendo in considerazione, ad esempio, un campione di 2.000 società americane quotate in borsa, e immaginando che i loro ricavi si riducano sensibilmente in tre mesi e non riescano più a coprire i costi fissi (che non si riducono), ci si potrebbe attendere che un quarto di esse non avrebbe abbastanza denaro di riserva per sostenerli e dovrebbe cercare di prenderlo in prestito, oppure di ridimensionare produzione e occupazione. Infatti, secondo i ricercatori della Bank for International Settlement (un specie di club di banche centrali), oltre il 12% delle imprese del mondo ricco genera entrate troppo ridotte per coprire il pagamento anche dei soli interessi sul debito.

Molti lavoratori, quindi, rischiano di perdere i loro redditi e il loro lavoro, mentre devono ancora rimborsare i mutui e acquistare beni essenziali. In Cina, che è un mese avanti rispetto al resto del mondo in termini di contagio, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti ha rivelato che la produzione manifatturiera a febbraio è scesa ai livelli più bassi dal 2004, ed oggi sembra probabile che il PIL si contrarrà nel primo trimestre per la prima volta dalla morte di Mao Zedong nel 1976. Goldman Sachs ritiene che il PIL globale annuo si ridurrà del 2,5% nel primo trimestre, ma il crollo si interromperà una volta che il virus smetterà di diffondersi, e la velocità e le dimensioni del rimbalzo economico dipenderanno anche dalle condizioni in cui si troveranno i paesi a quella data.

Nel frattempo, i banchieri centrali e i ministeri finanziari si stanno rivolgendo a interventi più mirati, che rientrano in tre grandi categorie: politiche per garantire che il credito fluisca senza intoppi attraverso le banche e i mercati monetari; misure per aiutare le aziende a sostenere costi fissi, come l’affitto e le imposte; misure per proteggere i lavoratori sovvenzionando i costi salariali.

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Questa serie di misure ha lo scopo di proteggere i lavoratori, prevenendo i licenziamenti e mantenendo stabili i redditi. Il governo cinese, per esempio, ha messo in atto un taglio temporaneo ai contributi previdenziali. Il Giappone sosterrà i salari delle persone che sono costrette a prendersi del tempo libero per prendersi cura dei bambini o dei parenti malati. Singapore ha annunciato sovvenzioni in denaro per i datori di lavoro dei lavoratori interessati.

Quali sono gli scenari potenziali, alla luce dell’attuale situazione?

1) un aumento del flusso di notizie negative sull’epidemia, che probabilmente causerebbe un ulteriore aumento del rischio; 2) una stabilizzazione del tasso di crescita dei nuovi casi di COVID-19; in tale evenienza, i mercati potrebbero registrare una parziale inversione rispetto agli ultimi ribassi, e 3) un calo del tasso di crescita dei nuovi casi, che potrebbe indurre gli investitori a ritenere che le misure di contenimento stiano funzionando e a concentrarsi nuovamente su una potenziale ripresa dell’attività, alla luce dello stimolo derivante da un calo generalizzato dei tassi di interesse e dalle misure di sostegno dell’economia adottate un po’ da tutti i paesi.

Qual è la probabilità di una recessione? Le prospettive economiche sono incerte ma, in questa fase, continuiamo a ritenere improbabile una recessione economica negli Stati Uniti o a livello globale. A gennaio l’attività economica evidenziava una tendenza al miglioramento, e crediamo che, in uno scenario in cui l’impatto dell’epidemia di coronavirus si limiti sostanzialmente al primo semestre dell’anno, la crescita potrebbe continuare a mostrare una buona tenuta. Tuttavia, bisogna rivedere al ribasso le previsioni di crescita dell’economia cinese per il 2020 (dal 5,8% al 5,2%), ma la risposta sul piano politico e i segnali di stabilizzazione dell’attività dovrebbero limitare ulteriori rallentamenti. Per quanto riguarda i mercati, la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Se il Coronavirus non si ferma, PIL e mercati a picco. Ma anche il panico si supera con la quarantena

Articolo di Matteo Bernardi#

L’epidemia di Coronavirus ha tutte le carte in regola per gettare nel panico gli investitori del nostro Paese, provocando un rallentamento del PIL dei paesi maggiormente colpiti e forti perdite per chi è esposto sul mercato azionario e liquida frettolosamente i propri investimenti.

Negli ultimi giorni il Coronavirus è arrivato in Italia contagiando centinaia di persone, mettendo in allerta il sistema sanitario e politico italiano. Il governo ha varato un decreto legge per provare a contenere i contagi da coronavirus attraverso l’adozione di misure preventive per evitare una rapida diffusione del virus, il quale, nel caso di una forte diffusione, metterebbe in crisi l’intero Paese (ed il caos di questi giorni creato nei trasporti è una valida prova di ciò che potrebbe succedere in rapida successione).

Un avvenimento di questa portata non crea problemi solamente nel campo sanitario, ma anche in quello economico, ed in particolare sui mercati finanziari, i quali già da venerdì 21 febbraio registrano cali da panic selling, con l’indice FTSE MIB che ha perso oltre il 10%. Avere un capitale investito nel mercato azionario in questo periodo può essere molto stressante, specialmente se si hanno delle aspettative di breve periodo.

Da quando il virus ha iniziato a diffondersi, i mercati finanziari internazionali sono stati colpiti da una forte incertezza, che potrebbe influenzare gli eventi ancora a lungo. Nonostante in Cina venga alimentata l’idea che il focolaio sia sotto controllo e che la maggior parte degli infettati stia guarendo, le conseguenza sul PIL del paese si prevedono già di grave entità, mentre in Italia il virus è appena arrivato, e dunque non si sa ancora come i sistemi di sicurezza del nostro Paese riusciranno a risolvere il problema (l’Italia non è la Cina….), nè quante saranno le persone che contrarranno questa malattia. Di certo, l’impatto che l’infezione avrà sull’economia e sul PIL italiano, già ridotto ai minimi termini, non sarà lieve, a meno che il contagio non venga circoscritto definitivamente entro pochi giorni.

La borsa cinese, la prima che ha risentito dell’evento, ha registrato subito forti vendite che hanno fatto perdere oltre il 10% ai principali indici cinesi. Il panico si è diffuso rapidamente su tutte le piazze asiatiche, e da lì le borse europee e americane, del tutto correlate, hanno agito di conseguenza, registrando diminuzioni di prezzo consistenti.

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E’ un vero peccato per il mercato azionario italiano, che nelle ultime settimane aveva realizzato notevoli rialzi. Il principale indice di Piazza Affari, infatti, aveva superato quota 25.500 punti, traguardo che non veniva raggiunto dal 2008, e ciò faceva ben sperare per il 2020.

In situazioni così critiche, sui mercati finanziari scatta il cosiddetto “panic selling”: gli investitori vendono le proprie attività esclusivamente sulla base delle emozioni e della paura che una situazione fa emergere. Questo fenomeno si amplifica quando esiste già una forte incertezza sui mercati finanziari globali, per cui è difficile ipotizzare un rapido ritorno alla normalità.

Quali sono i suggerimenti per non diventare vittime del c.d. panic selling?

Nonostante le borse mondiali abbiano bruciato oltre 1000 miliardi di dollari a causa del virus Covid-19, un investitore sufficientemente assennato dovrebbe sapere che mantenere i nervi saldi è la cosa più ragionevole da fare, ma non l’unica. Innanzitutto, bisogna analizzare il contesto. Il mercato italiano degli ultimi mesi si è confermato come uno dei migliori d’Europa, mettendo a segno un rialzo generoso che giustifica pienamente la giornata pesantemente negativa (-5,5%) del 24 Febbraio. Il fatto che abbia perso così tanto in un solo giorno significa che hanno prevalso i c.d. ribassisti (hedge fund in testa), accompagnati da una buona dose di risparmiatori che, con scarsa lucidità, hanno preferito liquidare frettolosamente le proprie posizioni nei fondi comuni, innescando il classico effetto domino. Invece, un modo saggio di comportarsi potrebbe essere quello di aspettare di vedere cosa succederà nelle prossime settimane, per valutare attentamente se si tratti di un ribasso di natura straordinaria (e quindi di breve durata), o se invece si tratti dell’inizio, piuttosto turbolento, di una vera fase ribassista.

Si potrebbe pensare (a ragione) che dopo settimane di continui rialzi il mercato sia pronto a ritracciare, ma tale conclusione non è affatto scontata. Amundi, proprio in queste ore, si è espressa rassicurando gli investitori che quello che stiamo vivendo in queste ore è solo un momento delicato, in cui le persone non sanno come comportarsi e preferiscono vendere le proprie attività piuttosto che rischiare di incorrere in perdite maggiori. La famosa casa d’investimenti suggerisce di mantenere le coperture, ed eventualmente di aumentarle nell’attesa di una futura stabilizzazione dei mercati, valutando i prezzi attuali per incrementare le proprie posizioni in attesa che i corsi riprendano quanto di buono hanno fatto finora.

Per rassicurare maggiormente gli investitori, ci viene in aiuto il track record (risultati passati) degli indici di borsa interessati dalle precedenti epidemie. Ebbene, in occasione della famigerata SARS, il picco di brevissimo periodo fu del -10%, ma dopo un mese l’indice MSCI China Index aveva ripreso tutta la quotazione e aveva guadagnato un altro 12% (tre mesi dopo addirittura +30%). Stesso comportamento per gli indici Mexico, Africa e Brasil in occasione, rispettivamente, dell’Influenza Suina, del virus Ebola e della Zika.

Alla fine – è evidente – basta far prevalere il buon senso; in questi casi, chi perde è solo colui che ha bisogno “adesso”, per necessità, di liquidare i propri investimenti. Chi non ha urgenza, stia a casa, lontano dalle tentazioni e, soprattutto, dalla banca o dal proprio consulente finanziario: la “quarantena da panico” è un ottimo rimedio per non diventare vittime designate del panic selling.

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Investire ai tempi del Coronavirus: nervi saldi e spirito di adattamento. Si muore ma…“niente di serio”

I consulenti finanziari ed i private bankers  dovranno trasmettere ai risparmiatori il giusto spirito di adattamento alle circostanze che, in un’epoca di tassi negativi, è l’unica strada da intraprendere per ottenere performance superiori allo zero.

Editoriale di Alessio Cardinale

I lettori che hanno visto il fortunato film “Tre uomini e una gamba”, primo grande successo cinematografico del trio Aldo, Giovanni & Giacomo, certamente ricorderanno la battuta in cui Giacomo, alla domanda della protagonista femminile di cui si era innamorato – Marina Massironi, che chiedeva se si sarebbe sposato di lì a qualche giorno – rispondeva “sì ma…. niente di serio!”. Trasponendo la scena di quella pellicola nel mondo della consulenza finanziaria, sono molti gli investitori che, da qualche giorno, stanno chiedendo ai propri consulenti se, di lì a breve, i propri risparmi potrebbero perdere qualcosa per via degli effetti del Coronavirus sull’economia mondiale; ebbene, nessuno potrà negare che, a tutti costoro, si sta rispondendo più o meno allo stesso modo: “…state tranquilli, ci sarà qualche giornata negativa, ma i vostri risparmi sono al sicuro.…”.

In pratica, è come affermare “potrebbe crollare l’economia mondiale ma…. niente di serio!”.

E mentre ci si sforza di somministrare pillole di fiducia, le borse crollano e – ciò che è peggio per il tanto decantato ottimismo – le notizie sulla diffusione del virus vengono aggiornate dai media in tempo reale. Pertanto, è consigliabile aggiornare in tempo reale anche le proprie modalità di trasmettere ottimismo, perché mentre i consulenti lavorano, i clienti pensano.

L’italietta pervasa dal benaltrismo a tutti i costi, purtroppo, ha manifestato tutta la sua mediocrità anche in questa occasione, preferendo permettere al Paese di raggiungere il primato europeo del contagio “politicamente corretto” (e più di 100 morti, al momento, ma il conteggio si aggiorna ora dopo ora), pur di procrastinare le necessarie misure di sicurezza che, senza osservare questo “doveroso” ritardo, molti idioti della politica avrebbero certamente fatto passare per una pratica antisemita o razzista verso gli “untori” stranieri.

A parte i rischi per la popolazione, il risultato per i mercati è sotto gli occhi di tutti; e così l’Ftse MIB affonda (-5% solo nella mattinata del 24 Febbraio, poi altrettanto nei giorni successivi), e trascina con sè i comparti fondamentali del lusso, dell’industria e del risparmio gestito (Azimut -8,7% e Finecobank -8,2%). Anche in Europa e USA le sedute sono in forte calo: Londra, Parigi, Francoforte e New York lasciano sul terreno una decina di punti, con oscillazioni pazzesche da un giorno all’altro. Lo spread tra Btp e Bund è schizzato subito in su, con i Btp che fanno peggio anche dei titoli greci.

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Le misure di emergenza attuate per contenere la diffusione del virus stanno mettendo uno stop all’attività produttiva del Paese, tanto più grave quanto inaspettato fino a qualche giorno fa. La conseguenza sarà che il nostro misero PIL registrerà una variazione negativa nel primo trimestre del 2020, dopo il calo del quarto trimestre 2019 (-0,3%). E’ un vero peccato, si dirà, perché i progressi registrati in gennaio sul fronte delle attese di ordini e produzione avevano riportato il sistema in area espansiva; ma si trattava, a ben vedere, di progressi concentrati nel settore terziario, mentre quello manifatturiero (la Settimana della Moda milanese è stata disertata dal 50% dei buyer asiatici, e il Salone del mobile pare verrà spostato ad altra data)  soffriva già per le prime conseguenze della possibile epidemia sulle commesse dall’estero. Infine, ma non meno importante, bisognerà fare i conti con il mancato arrivo dei turisti cinesi (numerosissimi in Italia), ed anche i turisti delle altre nazioni, se il contagio si espanderà, ci penseranno su prima di prenotare mete italiche per le loro vacanze.

Questo lo scenario che, al contrario delle grottesche battute sulla sicurezza dei propri risparmi (fino a qualche anno fa lo si diceva anche per le case, il cui valore “era destinato a crescere sempre”), raccomanda innanzitutto una corretta informazione agli investitori, nervi saldi e, per chi è molto liquido, l’opportunità di entrare gradualmente in un mercato “a sconto”, soprattutto quando il c.d. panic selling sarà finito.

E’ proprio così: i consulenti dovranno trasmettere ai risparmiatori questo spirito di adattamento che, in un’epoca infinita di tassi negativi, è l’unica strada da prendere per fare performance superiori allo zero. Qualcuno dirà che basare gli investimenti sul “time to buy” non sia mestiere del consulente, ma qualcun altro dovrà pur dire, ai clienti, che sfruttare il principio applicato ai programmi di accumulazione vale anche per gli importi di taglio medio elevato, investititi sfruttando con ragionevolezza i movimenti improvvisi di ribasso dei mercati. E’ ragionevole pensare, infatti, che le contromisure per fronteggiare il virus riusciranno a debellarne gli effetti in poche settimane (massimo due mesi), e che tenersi pronti ad aumentare un po’ la soglia di rischio del proprio portafoglio sia una buona mossa.

In definitiva, la diffusione del Coronavirus potrebbe portare il mondo verso una diffusa recessione, ma sappiamo che le recessioni non durano per sempre. Anche la Grande Depressione, così come la crisi innescata nel 2007-2008, si sono concluse per quasi tutti i paesi (Italietta esclusa, ovviamente), e le aziende di qualità superano sempre le congiunture negative, permettendo di presentarsi agli investitori con prezzi scontati.

In circostanze come queste, abbiamo bisogno di ricorrere al passato per trovare una guida; e così, ci vengono in aiuto le citazioni più significative di personaggi che hanno fatto la storia dei mercati e dell’economia capitalistica. Benjamin Graham, per esempio, ebbe a dire che “In una vecchia leggenda, i saggi hanno finalmente bollato la storia delle questioni mortali in una sola frase: anche questa passerà“.  Baron Rothschild, dal canto suo, pronunciò la famosa frase “il momento di comprare è quando il sangue scorre nelle strade“. Warren Buffett, oggi ancora vivo e vegeto, disse qualche anno fa: “bisogna essere timorosi quando gli altri sono avidi, e avidi quando gli altri sono timorosi“.

I risparmiatori non sono tutti dei piccoli Warren Buffett (che, per inciso, è gonfio di liquidità), e così anche i loro consulenti, ma se hanno liquidità in conto corrente è ora di cominciare a seguirne l’esempio.

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