Maggio 3, 2026
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Con gli art fund ed il Crowfunding il collezionismo d’arte diventa partecipativo e meno elitario

Con gli art fund ed il Crowfunding l’investimento in Arte diventa partecipativo, e segna il confine tra un mercato riservato a pochi eletti ed uno accessibile a tutti.

Le leggi dell’economia regolano le contrattazioni di tutti i beni scambiabili sui rispettivi mercati, e così vale anche per l’Arte, settore dotato di un proprio mercato e di leggi – soprattutto “non scritte” – che ne disciplinano gli scambi al suo interno. Nonostante la pandemia in corso, il mercato dell’Arte si è rapidamente adattato alle circostanze, potenziando lo strumento delle aste online – già presenti prima del Covid – e gli scambi delle opere minori sui circuiti web più affidabili.

Dal punto di vista economico, quindi, l’opera d’arte è del tutto simile ad un prodotto qualsiasi, ma nel suo caso bisogna osservare alcuni passaggi fondamentali per arrivare alla formazione del prezzo di scambio e del suo valore futuro. In particolare, la filiera produttiva e distributiva delle opere d’arte contempla un insieme di ruoli  e azioni che si svolgono in questo ordine di successione:

– l’artista crea l’opera d’arte,

– il critico d’arte esamina il suo valore artistico,

– il gallerista la espone,

– il mercante la  vende,

– il collezionista la compra e fa accrescere il suo valore,

– il museo la consacra,

– i media la celebrano,

– il pubblico, infine, la contempla.

Pertanto, ogni artista, ad inizio carriera, ha di fronte a sé un lungo percorso in cui, oltre alla produzione personale e alla speranza di un mecenate che lo sostenga, deve trovare recensione all’interno di testi critici, monografie, bibliografie, cataloghi, mostre prestigiose, fiere, fino ad arrivare ai musei e, prima ancora, al contatto con i collezionisti più importanti. Solo a più di metà di questo cammino l’artista troverà finalmente quotazioni ufficiali certificate da esperti, e potrà essere scambiato nelle aste e nelle gallerie che contano in base al suo “coefficiente di quotazione”.

Gli investitori in arte, peraltro, scelgono di acquistare solo opere di particolare pregio, per le quali gli esperti preannunciano ottime possibilità di rivalutazione nel tempo. Oppure, per i più facoltosi, è sufficiente acquistare le opere dei “grandi” (Picasso, Monet etc), le quali subiscono oscillazioni anche notevoli di prezzo, ma rappresentano un vero e proprio “assegno circolare” che non conosce crisi.

Il vero collezionista, quello che concilia passione per l’Arte con l’attenzione al valore, si specializza su un determinato periodo o su uno specifico artista, diventando egli stesso il gestore di una sorta di Art Fund personale.

Con gli Art fund, l’investimento in Arte diventa condiviso, e oltrepassa il confine tra un mercato riservato a pochi eletti ed uno accessibile a tutti. Si tratta di strumenti collettivi di investimento indiretto su opere od oggetti d’arte, costituiti sotto la forma giuridica del Private Equity, non regolamentati e operativi soprattutto in arte figurativa. Inoltre, gli Art Fund non richiedono particolari conoscenze tecniche sulle opere da acquistare, ed è sufficiente acquistare delle quote, accedendo tramite una soglia minima che si aggira tra i 250.000 e i 500.000 euro.

Gli Art Fund funzionano come dei normalissimi fondi chiusi riservati agli appassionati del settore: le quote sono vincolate per un determinato numero di anni, per via della non rapida liquidabilità delle opere acquistate, e possono essere regolate temporalmente a 5 o 10 anni, durante i quali i gestori cercano opere d’arte che possiedono interessanti margini di rivalutazione. Una volta trascorso il tempo di durata dell’investimento, le opere vengono rivendute e il ricavato suddiviso tra i partecipanti.

Con il Crowdfunding, il carattere partecipativo dell’investimento in Arte diventa ancora più percepibile. Infatti, chi partecipa è essenzialmente un soggetto che investe in un vero e proprio progetto artistico, con l’ambizione di diventare collezionista delle opere – generalmente di artisti c.d. emergenti – sulle quali sta puntando. Il pregio del Crowfunding è quello di rendere più trasparenti le dinamiche dell’intera catena creativa e finanziaria dell’Arte, rendendola slegata dal possesso fisico. Questa modalità di investimento coinvolge molto le classi più giovani e ponendo le basi per una crescita del mercato stesso, appiattito com’era dagli scambi tra “pochi eletti” e diventato terreno fertile per miti e leggende.

Rispetto al Crowfunding, però, gli Art Fund sembrano avere migliori chance in termini di cartolarizzazione. Per Cartolarizzazione di una o più opere d’arte si intende l’offerta della propria collezione (o di parte di essa) in garanzia ad una banca allo scopo di aprire una linea di credito, mediante la quale realizzare altri investimenti – ad esempio sulle opere di un artista le cui quotazioni sono scese temporaneamente – in grado di ripagare il costo della linea stessa, oppure liquidare le quote di un investitore senza dover vendere le opere.

In buona sostanza, con la cartolarizzazione si mettono a reddito i beni posseduti realizzando una vera e propria leva finanziaria, esattamente come accade nel mondo degli strumenti finanziari. Peraltro, per tutta la durata della linea di credito le opere verranno trasferite presso il caveau della banca, per cui l’operazione è utile anche a “metterle in sicurezza” in una struttura diversa dalla propria abitazione.  

Fintech ed ecosistema finanziario: assediato dai robo-advisor, quale destino per il lavoro umano in Finanza?

I robot rubano il lavoro delle persone? Il 72% degli europei è convinta che i posti creati dalla tecnologia siano meno di quelli distrutti.  Quella del consulente finanziario abilitato fuori sede è tra le professioni più esposte al rischio di estinzione causato dallo sviluppo dell’universo Fintech.

Articolo di Matteo Bernardi

La rivoluzione digitale, grazie alle sue innovazioni, ha invaso tutti gli aspetti della vita umana, dalle relazioni personali a quelle internazionali, passando per quelle professionali e industriali. Anche la Finanza non è rimasta esclusa da questa ondata di novità, e l’intero ecosistema finanziario tradizionale risulta modificato ormai in modo permanente. E’ questa la portata del c.d. Fintech, neologismo che accorpa i vocaboli FIN (Finance) e TECH (technology), ovvero la tecnologia applicata alla finanza.

Affermatosi da un decennio, solo dal 2015 questo termine ha cominciato a diventare familiare per il grande pubblico italiano ed europeo. Il Fintech può definirsi come il prodotto omogeneo di tutte le piattaforme digitali che consentono all’utente di compiere operazioni di natura finanziaria, senza l’ausilio di risorse umane, operando comodamente da casa tramite il proprio computer; tutto ciò senza perdere in velocità, efficienza, trasparenza e, molto spesso, effettuando operazioni a costi ridotti.

Nonostante in Italia ormai più di 11 milioni di persone abbiano avuto occasione di accedere ad un servizio fintech (es. investimenti finanziari e immobiliari, pagamenti, finanziamenti), molti consumatori sono ancora diffidenti verso l’utilizzo di servizi innovativi, preferendo avvalersi ancora del canale tradizionale. Ma i margini di sviluppo, soprattutto nella clientela dei c.d. tardo-millennials, sembrano elevatissimi.

Contestualmente, la nascita di Robo-advisor, Real Estate Advisor e Robo-trader ha modificato profondamente il sistema finanziario e immobiliare. Con il termine Roboadvisor si indica un algoritmo progettato per costruire servizi di Wealth management distribuiti online, tramite portafogli personalizzati e segnali di acquisto e di vendita sui mercati finanziari, senza il supporto di un consulente fisico. In questo caso è il cliente che va ad eseguire l’ordine manualmente sul mercato.  Invece, nel caso dei Robotrader, anche quest’ultima mansione viene svolta dal programma. Infine, per Real Estate Advisor s’intende lo stesso servizio di consulenza online, ma questa volta rivolto al mercato immobiliare.

Anche le banche italiane, che corrono il rischio di veder ridotti drasticamente i propri margini di guadagno dall’introduzione di queste nuove tecnologie, hanno compreso che questo è un trend da non sottovalutare, e molte di esse hanno dato vita ai propri Roboadvisor da offrire ai clienti.

Anche i mezzi di pagamento si sono evoluti in questi anni; basti pensare alla nascita di Paypal e più recentemente ai pagamenti peer to peer (P2P) via mobile, che permettono di trasferire somme di denaro gratuitamente tra privati, in real time e con disponibilità immediata sul conto di colui che riceve il pagamento.

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Nonostante siano serviti quasi 3000 anni di storia per far sì che si affermasse come intermediario negli scambi, oggi la moneta fisica non sembra più essere quella grande scoperta che nel VII secolo a.C. rivoluzionò il commercio internazionale. A questo risultato si è arrivati con un processo abbastanza rapido. Già negli anni ’50, la nascita delle carte di credito mostrò come fosse possibile acquistare e vendere beni, senza l’utilizzo della moneta cartacea. L’introduzione delle carte di credito è probabilmente la prima innovazione che il Fintech ha portato nel sistema dei pagamenti, ed oggi il settore si è arricchito delle carte di credito online (tra le più note Hype e Yap), del tutto simili a quelle tradizionali in quanto a funzionalità, ma totalmente gestite tramite smartphone.

L’ultimo segmento finanziario che ha subito profonde modifiche dall’avvento del fintech è stato il mercato del credito e del finanziamento alle imprese. Qui, la rivoluzione ha preso il nome di Crowdfunding, ossia di quel processo di raccolta fondi con il quale investitori privati o istituzionali, senza l’ausilio di una banca, finanziano con fondi propri un progetto specifico di una azienda nuova o giovanissima (c.d. startup), oppure film indipendenti, videogiochi, musica, spettacoli teatrali e molto altro, favorendo lo sviluppo di iniziative che altrimenti non troverebbero il modo di farsi strada attraverso il credito tradizionale.

L’Investment-based Crowdfunding e il Lending-based Crowdfunding sono ad oggi, le tipologie preferite dagli investitori. La prima consiste nella raccolta di fondi online tramite emissione di strumenti rappresentativi del capitale sociale, mentre la seconda, rappresenta un vero e proprio prestito peer to peer tra privati attraverso siti di social lending (prestito diffuso). La differenza tra queste due tipologie di finanziamento risiede nella partecipazione al passivo delle società: nel primo caso si tratta di partecipazione al capitale azionario (dunque capitale di rischio, tipicamente azioni), nel secondo caso si tratta invece di capitale di debito (simile alle obbligazioni).

Tutto questo sviluppo tecnologico ha destato più di una preoccupazione tra coloro che hanno concepito la propria vita lavorativa in modo statico, imprimendo alle persone la necessità di assumere una visione dinamica del lavoro, e determinando una serie di insicurezze riguardo al futuro. Infatti, secondo una ricerca di Eurobarometro del 2017, il 72 per cento degli europei crede che i robot rubino il lavoro delle persone, e circa la stessa percentuale è convinta che i posti creati siano inferiori a quelli distrutti. Negli ultimi anni, poi, fonti autorevoli hanno aumentato la soglia di allarme; secondo due ricercatori dell’università di Oxford (2013), quasi la metà dei lavoratori americani sarebbe ad alto rischio automazione e digitalizzazione entro i prossimi 14 anni (erano 20 nel 2013), mentre uno studio della società di consulenza McKinsey (2017) ha concluso che il 49 per cento dei lavori attualmente svolti da persone fisiche nel mondo potrà essere automatizzato in un tempo non superiore ai 30 anni.

Fonte: “Racing with or against the machine? Evidence from Europe”, di T. Gregory, A. Salomons, U. Zierahn

Invece la più recente ricerca sul tema, quella svolta dagli economisti Gregory, Salomons e Zierahn, ha osservato i movimenti del mercato del lavoro in Europa avvenuti tra il 1999 e il 2010, ed ha ricavato il dato di 1,64 milioni di posti di lavoro sostituiti da un macchinario o un algoritmo, compensati però da altri 1,4 milioni di posti di lavoro nati grazie all’aumento della produttività, e da 2 milioni in altri settori, generati anche questi dalla tecnologia. L’effetto netto quindi, per i tre ricercatori, è stato positivo nel suo insieme (+ 1,8 milioni di posti di lavoro in Europa), ma tale crescita ha rivelato un problema di distribuzione, poiché la maggior parte dei nuovi lavori non è stato occupato da coloro che lo avevano perso: costoro sono stati “scartati” dal nuovo scenario digitale ed oggi alimentano timori ed insicurezze all’interno della fascia di occupati che potrebbero essere interessati a breve dal fenomeno della sostituzione tecnologica.  In particolare, nei paesi OCSE sarebbero il 14 per cento i lavori a rischio automazione, e oltre un terzo quelli le cui mansioni dovrebbero cambiare considerevolmente per la stessa ragione.

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A livello italiano, la stima è del tutto simile a quelle OCSE, ed è preoccupante relativamente alle professioni, che si prevede verranno rivoluzionate dalla tecnologia in misura maggiore del 50 per cento. Tra queste, quella del consulente finanziario abilitato fuori sede è tra le più esposte al rischio di estinzione dovuto allo sviluppo dell’universo Fintech, da un lato, e dalla futura affermazione della consulenza indipendente, dall’altro. Quest’ultima, in particolare, sembra essere l’unica capace di poter raccogliere il testimone degli attuali 35.000 consulenti non autonomi nei prossimi 10-15 anni, allorquando l’offerta bancaria, grazie a robo-advisor e robo-trader, avrà assorbito del tutto le mansioni di distribuzione di servizi e strumenti finanziari alla clientela retail e affluent, lasciando ai consulenti indipendenti la clientela di pregio (circa 750.000 famiglie-clienti solo in Italia), l’unica che sarà disposta a pagare laute parcelle annuali ai nuovi professionisti della finanza – magari “gemellati” agli attuali commercialisti – in cambio di una consulenza di altissimo standing.

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Fund-raising e Crowfunding: cosa (o chi) impedisce ai consulenti finanziari di occuparsene?

Mentre l’industria del Risparmio studia come sopravvivere nei prossimi dieci anni, i consulenti finanziari vengono esclusi dai profittevoli mercati dell’Equity Crowfunding e del Fund-Raising, che si concentrano nelle mani di pochi attori.

Con l’entrata in funzione della MiFID II, il mondo della consulenza finanziaria italiana è stato scosso definitivamente nelle sue fondamenta, portando con sé una nuova fase di profondi cambiamenti nel modo di interpretare sia la professione di consulente sia il modo di fare industria. Le banche-reti, infatti, si sono sorrette sull’aumento vertiginoso della raccolta gestita causato esclusivamente dai tassi di interesse negativi, e non sulla innovazione del modello di servizio e/o prodotto.

Quanto durerà il “travaso” della liquidità dal risparmio amministrato verso la gestita è il quesito che il sistema si è posto con grave ritardo, ed il massiccio ricorso ai nuovi strumenti assicurativi (altro travaso in corso, attraverso il connubio “bancassicurazione”) anche da parte degli istituti di credito tradizionali è da interpretare come il canto del cigno di una industria che sta ripensando se stessa ed il proprio ruolo sul mercato, atteso che il modello di business tradizionale era già in declino da qualche anno e oggi suggerisce uno sforzo notevole per soddisfare le nuove tipologie di investitori, cioè quelli che erediteranno (o stanno già ereditando) i patrimoni degli over 65.

E così, mentre tutti gli operatori del mercato studiano come sopravvivere nei prossimi dieci anni, due settori di attività molto profittevoli, che presentano numerosissimi punti di contatto con quella dei consulenti finanziari, stanno per concentrarsi nelle mani di pochi attori che agiscono legittimamente ma in assenza di una stretta regolamentazione. Ci riferiamo al Fund-Raising ed al Crowfunding, dai quali i consulenti finanziari sembrano essere tagliati definitivamente fuori, pur avendo tutte le caratteristiche professionali per occuparsene a pieno titolo ed anche meglio di tutti gli altri. Peraltro, il nuovo filone di marketing finanziario degli investimenti socialmente responsabili (SRI) sembra essere un ottimo veicolo di sollecitazione commerciale per gli investitori appartenenti alla generazione dei c.d. millennials, molto sensibili verso le tematiche dell’ambiente e del clima.

Eppure, dal V Rapporto Consob sulle scelte finanziarie delle famiglie italiane emerge che solo il 5% dei soggetti intervistati si ritiene bene informato sui SRI (acronimo di social responsible investments), mentre il 60% di loro riferisce di averne una conoscenza solo molto approssimativa. In totale, soltanto il 5% degli investitori dichiara di avere prodotti SRI nel proprio portafoglio, mentre il 40% degli intervistati non è neanche in grado di esprimere un’opinione sulla importanza dei fattori di sviluppo sostenibile ESG (Enviromental, Social e Governance), a cui numerosi strumenti finanziari già si ispirano. In particolare, il tema della tutela dell’ambiente è quello più sentito (seguito dal supporto alle persone svantaggiate), ed oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato un’elevata propensione a spendersi per una buona causa senza attendersi nulla in cambio: esattamente ciò che ispira il Fund-Raising, di cui invece si occupa una ristretta cerchia di operatori (strutture amministrative di associazioni onlus e fondazioni) sotto l’egida della più assoluta riservatezza.

A ben vedere, pertanto, ai consulenti finanziari oggi viene sottratto un settore che, opportunamente regolamentato, consentirebbe di allacciare relazioni con grandi investitori o, comunque, con una clientela di pregio con cui entrare in contatto in forza di motivazioni di altissimo livello morale.

Non è superfluo, poi, immaginare come un consulente finanziario sia in grado, nell’ambito del fund-raising, di veicolare presso il proprio portafoglio clienti i progetti più meritevoli, ai quali poter destinare annualmente (a fronte di benefici fiscali, peraltro) apporti di solidarietà.

L’unica controindicazione, in assenza di regolamentazione, potrebbe essere quella di dover aprire un “mercato della solidarietà”, nel quale i beneficiari delle donazioni si farebbero battaglia per accaparrarsi i migliori players; ma anche questa visione risulta miope: quel mercato esiste già, ed è regolato da un marketing che ogni anno (soprattutto a Natale) è sotto i nostri occhi. Invece, affidare i progetti di fund-raising ad una rete di consulenti finanziari eliminerebbe l’opacità di cui è rivestita l’effettiva destinazione delle donazioni in denaro, che per la gran parte (si dice circa il 60% e anche di più) alimenterebbero i costi interni organizzativi delle associazioni beneficiarie, mentre solo una parte minoritaria confluirebbe verso gli effettivi beneficiari (adozioni a distanza, fame nel mondo, clima, povertà etc).

Pertanto, nessuna controindicazione: il settore e i donatari vivrebbero una stagione di trasparenza che non potrebbe che fare bene: è proprio questo ciò che si vuole evitare, non professionalizzando un’attività come la Solidarietà, così centrale nella vita di tutti?

Ciò che manca, in tutta evidenza, è una regolamentazione di queste particolari attività, ma vi è la certezza che nessuno potrebbe occuparsene meglio di un consulente finanziario. Infatti, il fundraiser viene definito come colui che “unisce cuore e portafoglio, che unisce fonte e foce” (Doppiero, 2002). Egli è colui dunque che crea lo scambio di valori fra il donatore e l’azienda nonprofit, e raccoglie fondi sui vari mercati (privato, aziende, fondazioni) attraverso la definizione di programmi e strategie (raccolta annuale, campagna capitali e/o grandi donazioni, donazioni pianificate). In sintesi, Fund Raising significa saper costruire relazioni solide, proprio come fanno i consulenti finanziari, i quali potrebbero ricercare potenziali nuovi donatori, attraverso programmi generali di relazioni pubbliche, al fine di identificare persone e gruppi dotati di capacità finanziarie e di propensione a donare, e concentrare su di essi ulteriori sforzi di ricerca e sensibilizzazione. Il tutto all’interno di azioni condotte in conformità con il quadro normativo vigente, sia sotto il profilo fiscale che civilistico (oltre che su quello della privacy).

Altra materia, ma non meno interessante per i consulenti, è quella relativa alle campagne di Equity Crowdfunding.

Si tratta di una vera e propria metodologia di investimento, pensata per favorire e agevolare i progetti delle piccole e medie imprese. Il settore è oggi dominato dalle piattaforme di Equity Crowdfunding, che permettono a startup e PMI innovative, regolarmente iscritte al registro Consob, di raccogliere capitali per sostenere ambiziosi piani di crescita, oppure di proporre le proprie iniziative imprenditoriali a potenziali investitori.

La disciplina italiana sull’Equity Crowdfunding consente di sottoscrivere solo strumenti di capitale delle start-up e delle Pmi innovative; pertanto, si tratta di investimenti tra i più rischiosi, perché si diventa soci dell’azienda e si partecipa al rischio economico che caratterizza tutte le iniziative imprenditoriali, il che comporta anche il rischio per gli investitori di perdere l’intero capitale investito. Per un consulente finanziario, abituato a regole ferree di controllo della profilatura, è  assolutamente naturale far investire in start-up solo le somme per le quali il cliente ritiene di poter sostenere la totale perdita, in ciò desinando una percentuale molto limitata del portafoglio complessivamente investito in attività più tradizionali (titoli governativi, obbligazioni corporate, azioni, quote di fondi comuni, prodotti finanziari assicurativi etc).

Anche l’Equity Crowfunding, per le sue caratteristiche specifiche, si presterebbe quindi ad entrare a far porte del portafoglio di offerta di un consulente finanziario, soprattutto per via della sua spendibilità presso un pubblico di investitori di età più giovane, con cui entrare in contatto. Peraltro, l’attività delle piattaforme web operanti in questo settore si rivolge ad un pubblico di potenziali investitori non necessariamente qualificati, e pertanto assume i contorni della sollecitazione del pubblico risparmio da regolamentare nell’ambito MiFID.

Nonostante ciò, i consulenti finanziari rimangono ancora ai margini anche di questo mercato che, come quello del fund-raising, li vedrebbe subito come protagonisti assoluti, capaci di decidere del successo di progetti e nuove aziende e, in definitiva, di avere un ruolo ancora più attivo nel rilancio dell’economia nazionale.

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Millennials italiani e immobili, mancano i soldi. Crowfunding immobiliare, Co-housing e affitto breve per riqualificare il mercato

I millennials nostrani seguono con grande interesse l’evoluzione dei prezzi delle case, ma non hanno il capitale necessario per comprarle. Servono nuove idee per rivitalizzare il settore.

Il mercato immobiliare italiano sta subendo, negli ultimi tre anni, gli effetti di quei grandi cambiamenti che la Rivoluzione Digitale e i flussi migratori hanno portato nella Società Italiana, influendo incisivamente sullo stile di vita delle generazioni successive a quella dei c.d. baby-boomers.

In particolare, la domanda di immobili (non solo di case per civile abitazione) si è frammentata in due componenti principali: quella proveniente dagli immigrati regolari, molto attiva sul comparto delle unità abitative dei piccoli centri e delle periferie, e quella dei residenti, in perenne stagnazione per via dell’offerta di abitazioni ampie  e centrali che supera la domanda.

Su tutto, l’emigrazione di giovani residenti italiani (i futuri acquirenti di case) all’estero crea un vuoto nella domanda futura di immobili, determinando l’appiattimento del mercato.

Oggi servirebbe riqualificare l’offerta verso case più piccole, ma è quasi impossibile costruire su vasta scala dopo il boom degli anni ’60-’70-’80, e mancano le aree edificabili. Nonostante ciò, nella popolazione dei residenti pare che il modo di considerare gli immobili non sia cambiato di molto. Infatti, secondo una recente ricerca condotta da Housers.com sui consumatori italiani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, si conferma la tradizionale propensione verso l’investimento immobiliare, ma solo il 10% ha a disposizione una somma mensile compresa da 300 a 500 euro, utile per pagare la rata di un mutuo.

Dalla ricerca, condotta su un campione di circa 4.000 millennials, emerge che, avendo a disposizione un capitale importante, l’84,48% degli intervistati acquisterebbe una casa, mentre la restante parte sceglierebbe l’affitto per via dell’incertezza economica e per preservare liquidità sul conto. Pertanto, sembrerebbe che la casa venga considerata, anche dai millennials, come il miglior investimento, dal momento che quello in valori mobiliari di lungo periodo viene scartato in partenza (solo il 17% di loro investirebbe in azioni). Tuttavia, il 30,15% ritiene che il mercato immobiliare sia interessante ma insicuro, e solo il 28,56% lo considera un mercato solido che dà maggiori certezze. Il risultato è che il 21,33% dei giovani intervistati, non disponendo di somme adeguate, è costretto ad aspettare molti anni prima di formare un capitale idoneo ad un anticipo.

Secondo Giorgio Spaziani Testa (Presidente Confedilizia) “gli scambi avvengono a prezzi di gran lunga inferiori rispetto a quelli di pochi anni fa. Si tratta in gran parte di svendite, soprattutto di prime case, e manca quasi del tutto l’acquisto per investimento, che un tempo rappresentava una fetta importante del mercato. In merito alle previsioni per il 2019, altro che ripresa. I prezzi sono in caduta libera e la discesa non accenna a fermarsi”.

A ciò si aggiunga che la valutazione del futuro immobiliare non può prescindere dall’andamento del settore del credito e dell’economia in generale. Quindi, sarà importante per il futuro la fiducia legata alla ripresa economica e all’occupazione.

Su tutto, pesa il ruolo giocato dal “convitato di pietra”, ossia dal sistema bancario. Negli ultimi 11 anni, infatti, le continue ricapitalizzazioni dovute alla crisi dei c.d. titoli tossici ed i relativi accantonamenti a bilancio hanno determinato, a fronte della iniezione di liquidità permessa dal Quantitative Easing, un continuo giro di vite sui criteri di accesso al credito, mutui compresi. Le tensioni finanziarie che hanno generato questo contesto sembrano ancora presenti, ed il timore è che una nuova riduzione delle erogazioni possa causare ulteriori effetti negativi sulle compravendite.

Sembrerebbe uno scenario senza soluzione, ma non è esattamente così, perché non mancano gli spunti positivi. Deve registrarsi, infatti, il ritorno sul mercato degli investitori esteri, dei fondi o delle banche d’affari, interessate adesso al mercato residenziale come segmento su cui investire in alternativa a uffici e immobili commerciali.

Inoltre, c’è sempre maggiore attenzione sulle soluzioni di risparmio energetico e sulla gestione dei servizi annessi all’edificio e agli spazi comuni: spazi di coworking, sale per eventi, spa, parrucchiere, celle frigorifere ed altro, il tutto gestito da app condominiali fornite da società di property management.

Sul fronte degli affitti, quello breve andrà sempre meglio, soprattutto nelle aree turistiche e nelle grandi città ricche di attrattiva storica (praticamente tutte, in Italia!). In questo particolare settore, l’approccio è radicalmente cambiato: le famiglie residenti nei piccoli centri della provincia non comprano più casa al proprio figlio studente, né affittano una camera o un appartamento condiviso, ma si rivolgono sempre di più allo student housing, puntando all’affitto di qualità.

Sul fronte tecnologico, poi, non mancano le iniziative per investire, che si diffondono direttamente nella Rete. Walliance (walliance.eu), per esempio, è la prima piattaforma di crowdfunding in Italia per il Real Estate. Relativamente a questo mercato, le stime del Politecnico di Milano parlano di un crowdfunding complessivo pari già ad oltre 10 miliardi di dollari, e secondo le previsioni di Forbes si arriverà a 300 miliardi entro il 2025.

Viste le premesse, persino la Commissione Europea sta lavorando per un mercato unificato del crowdfunding immobiliare.

In definitiva, serve riqualificare le politiche di marketing relative all’offerta di immobili, segmentandola sempre di più a fronte delle nuove tipologie di acquirenti. Le reti di intermediazione lo stanno già facendo, ma anche i privati dovrebbero muoversi in tal senso, per esempio investendo un pò di liquidità nella ristrutturazione degli appartamenti di grande quadratura (le città italiane ne sono piene) per realizzare unità abitative più piccole, meglio vendibili o da mettere a reddito più facilmente.

Trasformare un appartamento di 200 mq in due unità di 90 ciascuna (più parti comuni), per esempio, richiede un investimento (finanziabile) non superiore a 25.000 euro, recuperabile immediatamente mediante la successiva vendita che – inutile dirlo – avverrà più rapidamente ed a prezzo superiore, dal momento che la sommatoria dei prezzi delle due unità sarà superiore al prezzo dell’intero. Trasformare lo stesso immobile in casa per studenti con rifiniture di qualità non costerà più di 35.000 euro, da ammortizzare con ricavi medi mensili pari a non meno di 2.000 euro.

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