Con gli art fund ed il Crowfunding l’investimento in Arte diventa partecipativo, e segna il confine tra un mercato riservato a pochi eletti ed uno accessibile a tutti.
Le leggi dell’economia regolano le contrattazioni di tutti i beni scambiabili sui rispettivi mercati, e così vale anche per l’Arte, settore dotato di un proprio mercato e di leggi – soprattutto “non scritte” – che ne disciplinano gli scambi al suo interno. Nonostante la pandemia in corso, il mercato dell’Arte si è rapidamente adattato alle circostanze, potenziando lo strumento delle aste online – già presenti prima del Covid – e gli scambi delle opere minori sui circuiti web più affidabili.
Dal punto di vista economico, quindi, l’opera d’arte è del tutto simile ad un prodotto qualsiasi, ma nel suo caso bisogna osservare alcuni passaggi fondamentali per arrivare alla formazione del prezzo di scambio e del suo valore futuro. In particolare, la filiera produttiva e distributiva delle opere d’arte contempla un insieme di ruoli e azioni che si svolgono in questo ordine di successione:
– l’artista crea l’opera d’arte,
– il critico d’arte esamina il suo valore artistico,
– il gallerista la espone,
– il mercante la vende,
– il collezionista la compra e fa accrescere il suo valore,
– il museo la consacra,
– i media la celebrano,
– il pubblico, infine, la contempla.
Pertanto, ogni artista, ad inizio carriera, ha di fronte a sé un lungo percorso in cui, oltre alla produzione personale e alla speranza di un mecenate che lo sostenga, deve trovare recensione all’interno di testi critici, monografie, bibliografie, cataloghi, mostre prestigiose, fiere, fino ad arrivare ai musei e, prima ancora, al contatto con i collezionisti più importanti. Solo a più di metà di questo cammino l’artista troverà finalmente quotazioni ufficiali certificate da esperti, e potrà essere scambiato nelle aste e nelle gallerie che contano in base al suo “coefficiente di quotazione”.
Gli investitori in arte, peraltro, scelgono di acquistare solo opere di particolare pregio, per le quali gli esperti preannunciano ottime possibilità di rivalutazione nel tempo. Oppure, per i più facoltosi, è sufficiente acquistare le opere dei “grandi” (Picasso, Monet etc), le quali subiscono oscillazioni anche notevoli di prezzo, ma rappresentano un vero e proprio “assegno circolare” che non conosce crisi.
Il vero collezionista, quello che concilia passione per l’Arte con l’attenzione al valore, si specializza su un determinato periodo o su uno specifico artista, diventando egli stesso il gestore di una sorta di Art Fund personale.
Con gli Art fund, l’investimento in Arte diventa condiviso, e oltrepassa il confine tra un mercato riservato a pochi eletti ed uno accessibile a tutti. Si tratta di strumenti collettivi di investimento indiretto su opere od oggetti d’arte, costituiti sotto la forma giuridica del Private Equity, non regolamentati e operativi soprattutto in arte figurativa. Inoltre, gli Art Fund non richiedono particolari conoscenze tecniche sulle opere da acquistare, ed è sufficiente acquistare delle quote, accedendo tramite una soglia minima che si aggira tra i 250.000 e i 500.000 euro.
Gli Art Fund funzionano come dei normalissimi fondi chiusi riservati agli appassionati del settore: le quote sono vincolate per un determinato numero di anni, per via della non rapida liquidabilità delle opere acquistate, e possono essere regolate temporalmente a 5 o 10 anni, durante i quali i gestori cercano opere d’arte che possiedono interessanti margini di rivalutazione. Una volta trascorso il tempo di durata dell’investimento, le opere vengono rivendute e il ricavato suddiviso tra i partecipanti.
Con il Crowdfunding, il carattere partecipativo dell’investimento in Arte diventa ancora più percepibile. Infatti, chi partecipa è essenzialmente un soggetto che investe in un vero e proprio progetto artistico, con l’ambizione di diventare collezionista delle opere – generalmente di artisti c.d. emergenti – sulle quali sta puntando. Il pregio del Crowfunding è quello di rendere più trasparenti le dinamiche dell’intera catena creativa e finanziaria dell’Arte, rendendola slegata dal possesso fisico. Questa modalità di investimento coinvolge molto le classi più giovani e ponendo le basi per una crescita del mercato stesso, appiattito com’era dagli scambi tra “pochi eletti” e diventato terreno fertile per miti e leggende.
Rispetto al Crowfunding, però, gli Art Fund sembrano avere migliori chance in termini di cartolarizzazione. Per Cartolarizzazione di una o più opere d’arte si intende l’offerta della propria collezione (o di parte di essa) in garanzia ad una banca allo scopo di aprire una linea di credito, mediante la quale realizzare altri investimenti – ad esempio sulle opere di un artista le cui quotazioni sono scese temporaneamente – in grado di ripagare il costo della linea stessa, oppure liquidare le quote di un investitore senza dover vendere le opere.
In buona sostanza, con la cartolarizzazione si mettono a reddito i beni posseduti realizzando una vera e propria leva finanziaria, esattamente come accade nel mondo degli strumenti finanziari. Peraltro, per tutta la durata della linea di credito le opere verranno trasferite presso il caveau della banca, per cui l’operazione è utile anche a “metterle in sicurezza” in una struttura diversa dalla propria abitazione.



Nonostante in Italia ormai più di 11 milioni di persone abbiano avuto occasione di accedere ad un servizio fintech (es. investimenti finanziari e immobiliari, pagamenti, finanziamenti), molti consumatori sono ancora diffidenti verso l’utilizzo di servizi innovativi, preferendo avvalersi ancora del canale tradizionale. Ma i margini di sviluppo, soprattutto nella clientela dei c.d. tardo-millennials, sembrano elevatissimi.
L’ultimo segmento finanziario che ha subito profonde modifiche dall’avvento del fintech è stato il mercato del credito e del finanziamento alle imprese. Qui, la rivoluzione ha preso il nome di Crowdfunding, ossia di quel processo di raccolta fondi con il quale investitori privati o istituzionali, senza l’ausilio di una banca, finanziano con fondi propri un progetto specifico di una azienda nuova o giovanissima (c.d. startup), oppure film indipendenti, videogiochi, musica, spettacoli teatrali e molto altro, favorendo lo sviluppo di iniziative che altrimenti non troverebbero il modo di farsi strada attraverso il credito tradizionale.
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Quanto durerà il “travaso” della liquidità dal risparmio amministrato verso la gestita è il quesito che il sistema si è posto con grave ritardo, ed il massiccio ricorso ai nuovi strumenti assicurativi (altro travaso in corso, attraverso il connubio “bancassicurazione”) anche da parte degli istituti di credito tradizionali è da interpretare come il canto del cigno di una industria che sta ripensando se stessa ed il proprio ruolo sul mercato, atteso che il modello di business tradizionale era già in declino da qualche anno e oggi suggerisce uno sforzo notevole per soddisfare le nuove tipologie di investitori, cioè quelli che erediteranno (o stanno già ereditando) i patrimoni degli over 65.
numerosi strumenti finanziari già si ispirano. In particolare, il tema della tutela dell’ambiente è quello più sentito (seguito dal supporto alle persone svantaggiate), ed oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato un’elevata propensione a spendersi per una buona causa senza attendersi nulla in cambio: esattamente ciò che ispira il Fund-Raising, di cui invece si occupa una ristretta cerchia di operatori (strutture amministrative di associazioni onlus e fondazioni) sotto l’egida della più assoluta riservatezza.
Dalla ricerca, condotta su un campione di circa 4.000 millennials, emerge che, avendo a disposizione un capitale importante, l’84,48% degli intervistati acquisterebbe una casa, mentre la restante parte sceglierebbe l’affitto per via dell’incertezza economica e per preservare liquidità sul conto. Pertanto, sembrerebbe che la casa venga considerata, anche dai millennials, come il miglior investimento, dal momento che quello in valori mobiliari di lungo periodo viene scartato in partenza (solo il 17% di loro investirebbe in azioni). Tuttavia, il 30,15% ritiene che il mercato immobiliare sia interessante ma insicuro, e solo il 28,56% lo considera un mercato solido che dà maggiori certezze. Il risultato è che il 21,33% dei giovani intervistati, non disponendo di somme adeguate, è costretto ad aspettare molti anni prima di formare un capitale idoneo ad un anticipo.
In definitiva, serve riqualificare le politiche di marketing relative all’offerta di immobili, segmentandola sempre di più a fronte delle nuove tipologie di acquirenti. Le reti di intermediazione lo stanno già facendo, ma anche i privati dovrebbero muoversi in tal senso, per esempio investendo un pò di liquidità nella ristrutturazione degli appartamenti di grande quadratura (le città italiane ne sono piene) per realizzare unità abitative più piccole, meglio vendibili o da mettere a reddito più facilmente.








