Una riflessione sul ruolo della liquidità pura detenuta dagli italiani in conto corrente o in contanti a casa. Un paradosso culturale da analizzare: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.
di Vincenzo Lana, investitore e divulgatore economico-finanziario
L’Italia è da sempre raccontata come il Paese dei grandi risparmiatori. Un luogo in cui le famiglie, più che altrove, hanno imparato nel tempo a mettere da parte, a rinunciare oggi per garantirsi un domani più sicuro, a costruire lentamente un patrimonio da tramandare. Eppure, osservando più da vicino come questo risparmio viene gestito, investito o, più spesso, semplicemente parcheggiato, emerge un paradosso profondo, quasi culturale, che merita di essere analizzato.
In Italia solo il 32% della popolazione investe attivamente i propri risparmi in asset finanziari, mentre circa il 64% dei nuclei familiari continua a preferire la liquidità pura, lasciando il denaro fermo sui conti correnti o, in alcuni casi, ancora in contanti. Un dato che stride con l’immagine storica di un Paese prudente e previdente, ma che racconta una realtà molto più complessa, fatta di paure, traumi collettivi, scarsa educazione finanziaria e un rapporto ambiguo con il concetto stesso di investimento. Infatti, I dati più recenti dell’indagine Acri-Ipsos 2025 mostrano un ulteriore elemento di fragilità: solo il 41% delle famiglie italiane riesce oggi a risparmiare effettivamente, il valore più basso registrato dal 2018. Questo significa che, oltre alla difficoltà di investire, cresce anche la difficoltà di accantonare risorse, complice l’aumento del costo della vita, l’erosione del potere d’acquisto e un clima di incertezza economica che spinge molte famiglie a vivere in una modalità di costante difesa.
Quando si guarda alla partecipazione diretta ai mercati finanziari, il quadro diventa ancora più eloquente: appena il 7% degli italiani investe in Borsa. Un numero estremamente basso se confrontato con altre economie avanzate, ma che trova una spiegazione nella combinazione di fattori culturali e psicologici che caratterizzano il nostro Paese. Tra coloro che investono, si registra una crescita dell’interesse per strumenti percepiti come più “controllabili” o familiari, come i titoli di Stato, scelti dal 14,5% degli investitori, e i fondi comuni, al 14,7%, con una concentrazione particolare tra gli over 65. Ancora una volta emerge una preferenza per ciò che appare meno volatile, meno esposto, più rassicurante, anche a costo di rinunciare a potenziali opportunità di crescita nel lungo periodo.
Ma il vero pilastro del patrimonio delle famiglie italiane resta il mattone. Il 75,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà e l’immobiliare rappresenta quasi la metà della ricchezza complessiva. La casa non è solo un bene economico, è un simbolo identitario, una certezza tangibile, qualcosa che si può vedere, toccare, lasciare in eredità. In un Paese in cui la fiducia nelle istituzioni finanziarie è stata più volte scossa, l’immobile è diventato nel tempo una sorta di rifugio psicologico prima ancora che patrimoniale, una barriera sociale contro l’incertezza.
Secondo il Rapporto Consob 2024, le principali barriere agli investimenti finanziari rimangono la scarsa conoscenza dei concetti di base e un’elevata avversione al rischio. Molti italiani percepiscono il risparmio non come uno strumento di crescita, ma come una forma di protezione, un cuscinetto contro gli imprevisti della vita. Questa impostazione difensiva è comprensibile, soprattutto in un contesto storico segnato da crisi ricorrenti, ma diventa problematica quando si trasforma in immobilismo. Il paradosso italiano emerge con ancora maggiore forza se si osserva il confronto internazionale. Nonostante l’Italia sia l’ottava economia mondiale, sul piano dell’educazione finanziaria occupa posizioni decisamente arretrate. In molte rilevazioni OCSE, il nostro Paese si colloca intorno al 36° posto su 39 Paesi analizzati, agli ultimi posti dell’Eurozona.
Questo dato, al di là di qualsiasi giudizio, racconta una verità scomoda: la ricchezza accumulata nel tempo non è stata accompagnata da una diffusa cultura finanziaria. Siamo un popolo di risparmiatori, ma non di investitori. Le famiglie italiane presentano un patrimonio netto tra i più elevati d’Europa, pari a circa otto volte il reddito disponibile, ma allo stesso tempo risultano tra le meno attive nell’utilizzo di strumenti finanziari. Il risultato è una quantità enorme di denaro ferma sui conti correnti, circa 1.800 miliardi di euro, che nel tempo viene silenziosamente erosa dall’inflazione.
Questo comportamento non nasce dal caso, ma da una stratificazione di fattori profondi. L’avversione al rischio è uno dei più evidenti: si preferisce ciò che appare stabile, noto, anche se meno efficiente. A questo si aggiunge una mancanza di fiducia che affonda le radici in una lunga storia di scandali finanziari, fallimenti bancari, prodotti venduti in modo opaco a piccoli risparmiatori che spesso non ne comprendevano i rischi. Questi eventi hanno lasciato cicatrici profonde, alimentando una diffidenza generalizzata verso i mercati e verso chi li rappresenta. Un altro elemento cruciale è il divario generazionale. Gli over 65 detengono la maggior parte della ricchezza privata, ma sono anche la fascia con la minore propensione all’utilizzo di strumenti digitali e finanziari moderni. Questo crea una sorta di immobilità patrimoniale, in cui grandi masse di capitale restano ferme, poco produttive, difficilmente trasferibili verso forme di investimento più dinamiche.

La diffidenza verso gli investimenti privati è quindi il risultato di un mix di fattori culturali, economici e psicologici. Non sorprende che, secondo le indagini più recenti, circa il 75% degli italiani non abbia effettuato alcun investimento nell’ultimo anno. Le ragioni addotte sono ricorrenti: scarsa cultura finanziaria, paura di perdere il capitale, pessimismo verso il futuro, preferenza per la liquidità come risposta agli imprevisti, culto del mattone come unica vera forma di sicurezza. In questo contesto, parlare di investimenti diventa spesso un terreno scivoloso, percepito come distante dalla vita reale delle persone.

Eppure, il tema non riguarda solo il rendimento o la crescita del capitale, ma la capacità di una società di utilizzare in modo efficiente le proprie risorse. Un Paese in cui il risparmio resta fermo è un Paese che rinuncia, in parte, a finanziare la propria economia reale, l’innovazione, le imprese, il futuro. Per questo motivo, negli ultimi anni si è iniziato a discutere sempre più spesso di come sensibilizzare i cittadini verso una gestione più consapevole del denaro. L’educazione finanziaria strutturata, per esempio, dovrebbe entrare nella scuola non come materia tecnica, ma come educazione civica moderna: spiegare cosa sono inflazione, rischio, tempo e probabilità significa dare alle persone strumenti per leggere la realtà, non per fare scelte obbligate.
Un altro aspetto centrale è la trasparenza nella comunicazione: meno parole complesse, meno slogan, più spiegazioni sul perché certe scelte esistono e su quali siano le conseguenze, positive o negative, nel tempo. In tal senso, riveste grande importanza il ruolo della digitalizzazione ma solo quando è fatta bene: piattaforme chiare e intuitive, costi leggibili, informazioni accessibili possono abbassare barriere che oggi sono soprattutto psicologiche. Non si tratta di spingere tutti a investire, ma di mettere le persone nelle condizioni di capire cosa stanno facendo, anche quando scelgono di non fare nulla.
Infine, la digitalizzazione e la diffusione della consulenza indipendente possono giocare un ruolo importante nel ridurre i conflitti di interesse e aumentare la fiducia. Tutto questo, però, richiede tempo. Cambiare il rapporto di un Paese con il denaro non è un processo rapido, né lineare. È un percorso culturale che passa dall’educazione, dalla fiducia, dalla capacità di accettare che il rischio fa parte della vita economica così come fa parte della vita quotidiana. Il vero nodo non è la mancanza di risparmio, ma la paura di dargli una direzione: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.