Marzo 3, 2026
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L’emozione domina il portafoglio: il 28% degli italiani non investe per timore di perdere denaro

Studio XTB-YouGov: il 75% degli italiani non ha investito nell’ultimo anno; pesano paura di perdere soldi, scarsa alfabetizzazione finanziaria e mancanza di capitale iniziale.

Secondo il recente studio di XTB – fintech internazionale che offre servizi di investimento online – e YouGov[1], per indagare atteggiamenti e barriere degli italiani nei confronti dei mercati finanziari. L’indagine mette in luce un quadro in cui emozioni, percezioni di rischio e vincoli economici continuano a frenare l’accesso agli strumenti di investimento, nonostante il contesto di crescente digitalizzazione dei servizi finanziari.

Dallo studio emerge che il 75% degli italiani non ha effettuato alcun investimento nei mercati finanziari nell’ultimo anno, confermando un “ritardo culturale” rispetto all’investimento come scelta di gestione del risparmio. Tra i non investitori, le motivazioni principali rimandano a ostacoli di natura concreta: il 41% indica, infatti, di non avere un capitale iniziale sufficiente per iniziare a investire. Accanto alla dimensione economica, si colloca un elemento psicologico, con il 28% degli intervistati che dichiara di avere paura di perdere i propri soldi.

La percezione che l’investimento sia “un affare per chi ha già molto” è confermata dal fatto che molti italiani leghino la possibilità di investire a un improvviso incremento delle risorse disponibili: il 24% ritiene che inizierebbe a farlo solo in caso di vincita importante, come una lotteria o un’eredità, mentre il 16% lo farebbe solo in presenza di un aumento di stipendio o di un reddito extra. In pratica, gli italiani ritengono la loro attuale condizione economica come minima e non intendono rischiare di comprometterla.

Nel rapporto con gli investimenti pesa anche un deficit di fiducia verso gli attori del sistema. Tra le ragioni indicate dai non investitori compaiono, infatti, la mancanza di fiducia nei broker e nelle istituzioni finanziarie (15%), la convinzione che investire sia solo un gioco d’azzardo (12%) e la preferenza per soluzioni considerate più tradizionali, come il mantenimento dei risparmi in conti di risparmio o in immobili (20%) o, in misura minore, “sotto il materasso” (5%). La ricerca evidenzia, inoltre, una quota significativa di cittadini che potrebbero essere potenzialmente attivabili tramite leve informative e di contesto.

Tra i non investitori, il 10% indica che inizierebbe a investire se avesse informazioni più chiare e trasparenti, mentre il 9% si dichiara persuadibile da consigli affidabili provenienti da una persona di fiducia, a conferma del ruolo chiave della chiarezza informativa e della consulenza di qualità. Di particolare rilievo è, tuttavia, la presenza di un gruppo di “irriducibili”: il 26% dei non investitori afferma che nulla potrebbe convincerli a investire. Questo dato testimonia una sfiducia profonda, o una totale disaffezione verso i mercati finanziari, che rende ancora più urgente un lavoro di lungo periodo su educazione finanziaria, comprensione del rischio e consapevolezza degli strumenti disponibili.

Secondo lo studio, dunque, molti italiani si tengono lontani dagli investimenti non per disinteresse, ma perché si sentono impreparati, vulnerabili o semplicemente insicuri davanti a scelte che percepiscono come rischiose e che manifestano il timore di andare incontro alla perdita del proprio denaro. A questo si affianca una certa sfiducia negli esperti del settore come i broker, che ad oggi non riescono ancora a rappresentare agli occhi degli italiani una fonte affidabile di informazione su questo tema.

[1] Ricerca condotta da YouGov, per conto di XTB. La dimensione totale del campione intervistato per questo sondaggio è di 1036 adulti. Le interviste sono state condotte online dal 9 al 10 ottobre 2025.

Italiani e risparmio, accumulare in conto non sempre significa proteggere. Ecco perchè

Una riflessione sul ruolo della liquidità pura detenuta dagli italiani in conto corrente o in contanti a casa. Un paradosso culturale da analizzare: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.

di Vincenzo Lana, investitore e divulgatore economico-finanziario

L’Italia è da sempre raccontata come il Paese dei grandi risparmiatori. Un luogo in cui le famiglie, più che altrove, hanno imparato nel tempo a mettere da parte, a rinunciare oggi per garantirsi un domani più sicuro, a costruire lentamente un patrimonio da tramandare. Eppure, osservando più da vicino come questo risparmio viene gestito, investito o, più spesso, semplicemente parcheggiato, emerge un paradosso profondo, quasi culturale, che merita di essere analizzato.

In Italia solo il 32% della popolazione investe attivamente i propri risparmi in asset finanziari, mentre circa il 64% dei nuclei familiari continua a preferire la liquidità pura, lasciando il denaro fermo sui conti correnti o, in alcuni casi, ancora in contanti. Un dato che stride con l’immagine storica di un Paese prudente e previdente, ma che racconta una realtà molto più complessa, fatta di paure, traumi collettivi, scarsa educazione finanziaria e un rapporto ambiguo con il concetto stesso di investimento. Infatti, I dati più recenti dell’indagine Acri-Ipsos 2025 mostrano un ulteriore elemento di fragilità: solo il 41% delle famiglie italiane riesce oggi a risparmiare effettivamente, il valore più basso registrato dal 2018. Questo significa che, oltre alla difficoltà di investire, cresce anche la difficoltà di accantonare risorse, complice l’aumento del costo della vita, l’erosione del potere d’acquisto e un clima di incertezza economica che spinge molte famiglie a vivere in una modalità di costante difesa.

Quando si guarda alla partecipazione diretta ai mercati finanziari, il quadro diventa ancora più eloquente: appena il 7% degli italiani investe in Borsa. Un numero estremamente basso se confrontato con altre economie avanzate, ma che trova una spiegazione nella combinazione di fattori culturali e psicologici che caratterizzano il nostro Paese. Tra coloro che investono, si registra una crescita dell’interesse per strumenti percepiti come più “controllabili” o familiari, come i titoli di Stato, scelti dal 14,5% degli investitori, e i fondi comuni, al 14,7%, con una concentrazione particolare tra gli over 65. Ancora una volta emerge una preferenza per ciò che appare meno volatile, meno esposto, più rassicurante, anche a costo di rinunciare a potenziali opportunità di crescita nel lungo periodo.

Ma il vero pilastro del patrimonio delle famiglie italiane resta il mattone. Il 75,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà e l’immobiliare rappresenta quasi la metà della ricchezza complessiva. La casa non è solo un bene economico, è un simbolo identitario, una certezza tangibile, qualcosa che si può vedere, toccare, lasciare in eredità. In un Paese in cui la fiducia nelle istituzioni finanziarie è stata più volte scossa, l’immobile è diventato nel tempo una sorta di rifugio psicologico prima ancora che patrimoniale, una barriera sociale contro l’incertezza.

Secondo il Rapporto Consob 2024, le principali barriere agli investimenti finanziari rimangono la scarsa conoscenza dei concetti di base e un’elevata avversione al rischio. Molti italiani percepiscono il risparmio non come uno strumento di crescita, ma come una forma di protezione, un cuscinetto contro gli imprevisti della vita. Questa impostazione difensiva è comprensibile, soprattutto in un contesto storico segnato da crisi ricorrenti, ma diventa problematica quando si trasforma in immobilismo. Il paradosso italiano emerge con ancora maggiore forza se si osserva il confronto internazionale. Nonostante l’Italia sia l’ottava economia mondiale, sul piano dell’educazione finanziaria occupa posizioni decisamente arretrate. In molte rilevazioni OCSE, il nostro Paese si colloca intorno al 36° posto su 39 Paesi analizzati, agli ultimi posti dell’Eurozona.

Questo dato, al di là di qualsiasi giudizio, racconta una verità scomoda: la ricchezza accumulata nel tempo non è stata accompagnata da una diffusa cultura finanziaria. Siamo un popolo di risparmiatori, ma non di investitori. Le famiglie italiane presentano un patrimonio netto tra i più elevati d’Europa, pari a circa otto volte il reddito disponibile, ma allo stesso tempo risultano tra le meno attive nell’utilizzo di strumenti finanziari. Il risultato è una quantità enorme di denaro ferma sui conti correnti, circa 1.800 miliardi di euro, che nel tempo viene silenziosamente erosa dall’inflazione.

Questo comportamento non nasce dal caso, ma da una stratificazione di fattori profondi. L’avversione al rischio è uno dei più evidenti: si preferisce ciò che appare stabile, noto, anche se meno efficiente. A questo si aggiunge una mancanza di fiducia che affonda le radici in una lunga storia di scandali finanziari, fallimenti bancari, prodotti venduti in modo opaco a piccoli risparmiatori che spesso non ne comprendevano i rischi. Questi eventi hanno lasciato cicatrici profonde, alimentando una diffidenza generalizzata verso i mercati e verso chi li rappresenta. Un altro elemento cruciale è il divario generazionale. Gli over 65 detengono la maggior parte della ricchezza privata, ma sono anche la fascia con la minore propensione all’utilizzo di strumenti digitali e finanziari moderni. Questo crea una sorta di immobilità patrimoniale, in cui grandi masse di capitale restano ferme, poco produttive, difficilmente trasferibili verso forme di investimento più dinamiche.

La diffidenza verso gli investimenti privati è quindi il risultato di un mix di fattori culturali, economici e psicologici. Non sorprende che, secondo le indagini più recenti, circa il 75% degli italiani non abbia effettuato alcun investimento nell’ultimo anno. Le ragioni addotte sono ricorrenti: scarsa cultura finanziaria, paura di perdere il capitale, pessimismo verso il futuro, preferenza per la liquidità come risposta agli imprevisti, culto del mattone come unica vera forma di sicurezza. In questo contesto, parlare di investimenti diventa spesso un terreno scivoloso, percepito come distante dalla vita reale delle persone.

Educazione finanziaria

Eppure, il tema non riguarda solo il rendimento o la crescita del capitale, ma la capacità di una società di utilizzare in modo efficiente le proprie risorse. Un Paese in cui il risparmio resta fermo è un Paese che rinuncia, in parte, a finanziare la propria economia reale, l’innovazione, le imprese, il futuro. Per questo motivo, negli ultimi anni si è iniziato a discutere sempre più spesso di come sensibilizzare i cittadini verso una gestione più consapevole del denaro. L’educazione finanziaria strutturata, per esempio, dovrebbe entrare nella scuola non come materia tecnica, ma come educazione civica moderna: spiegare cosa sono inflazione, rischio, tempo e probabilità significa dare alle persone strumenti per leggere la realtà, non per fare scelte obbligate.

Un altro aspetto centrale è la trasparenza nella comunicazione: meno parole complesse, meno slogan, più spiegazioni sul perché certe scelte esistono e su quali siano le conseguenze, positive o negative, nel tempo. In tal senso, riveste grande importanza il ruolo della digitalizzazione ma solo quando è fatta bene: piattaforme chiare e intuitive, costi leggibili, informazioni accessibili possono abbassare barriere che oggi sono soprattutto psicologiche. Non si tratta di spingere tutti a investire, ma di mettere le persone nelle condizioni di capire cosa stanno facendo, anche quando scelgono di non fare nulla.

Infine, la digitalizzazione e la diffusione della consulenza indipendente possono giocare un ruolo importante nel ridurre i conflitti di interesse e aumentare la fiducia. Tutto questo, però, richiede tempo. Cambiare il rapporto di un Paese con il denaro non è un processo rapido, né lineare. È un percorso culturale che passa dall’educazione, dalla fiducia, dalla capacità di accettare che il rischio fa parte della vita economica così come fa parte della vita quotidiana. Il vero nodo non è la mancanza di risparmio, ma la paura di dargli una direzione: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.

Consulenza finanziaria, roboadvisor e AI: la “disintermediazione” del consulente è vicina?

Gli studi di finanza comportamentale dimostrano che gli investitori, lasciati soli, sono penalizzati da scelte emotive e da una minore performance del proprio patrimonio mobiliare.

Negli ultimi anni i roboadvisor e l’AI hanno guadagnato spazio nelle attività di consulenza finanziaria, offrendo servizi di asset allocation automatizzata basati su algoritmi e intelligenza artificiale. Questo grazie ai costi contenuti e alla semplicità di accesso. Il limite, però, è che un algoritmo non può comprendere obiettivi personali, dinamiche familiari o esigenze fiscali complesse. Nonostante questo limite, le piattaforme di trading online e l’accesso diretto ai mercati spingono molti risparmiatori a gestire in autonomia i propri risparmi con la promessa di libertà, controllo diretto e costi ridotti.

In tema di uso degli algoritmi, tra le innovazioni più significative si collocano le piattaforme digitali che offrono soluzioni di portafoglio grazie agli algoritmi di ottimizzazione e, in misura crescente, su modelli di intelligenza artificiale (IA). Questi strumenti hanno riscosso successo per la loro capacità di coniugare accessibilità, efficienza e riduzione dei costi, consentendo anche a investitori retail di accedere a servizi un tempo riservati a una clientela più sofisticata (Sironi, 2016). Tuttavia, resta aperta la questione dell’effettiva possibilità di sostituire la figura del consulente umano con un sistema automatizzato, soprattutto nelle dimensioni qualitative e relazionali che caratterizzano il processo consulenziale.

In dettaglio, i roboadvisor si fondano su algoritmi in grado di determinare combinazioni di portafoglio ottimali in base al profilo di rischio e agli obiettivi dichiarati dall’investitore. La logica sottostante è quella della razionalità algoritmica, che elimina le distorsioni cognitive e le emozioni che spesso influenzano negativamente le decisioni umane (Lo, 2019). Tuttavia, l’efficienza quantitativa non equivale necessariamente a completezza consulenziale. Le piattaforme automatizzate non sono in grado di integrare nel processo decisionale elementi qualitativi come le dinamiche familiari, la pianificazione fiscale o la gestione patrimoniale intergenerazionale, che richiedono competenze interdisciplinari e una profonda comprensione delle esigenze individuali (Cocca, 2016). In questa prospettiva, il valore del consulente finanziario non risiede soltanto nella costruzione del portafoglio, ma nella capacità di interpretare il contesto personale e psicologico del cliente, orientandolo in un percorso coerente con i propri obiettivi di vita e non soltanto con le variabili di mercato.

La diffusione delle piattaforme di trading online e la crescente alfabetizzazione digitale hanno incentivato la gestione autonoma dei risparmi, fenomeno che alimenta la percezione di una possibile “disintermediazione” del consulente. Tuttavia, numerose ricerche di finanza comportamentale mostrano che gli investitori individuali, lasciati senza guida professionale, tendono a sottoperformare sistematicamente i mercati. Barber e Odean (2000), in uno studio ormai classico, hanno dimostrato che l’eccessivo turnover di portafoglio, frutto di overconfidence e comportamenti impulsivi, riduce significativamente i rendimenti medi rispetto agli indici di riferimento. Allo stesso modo, Kahneman e Tversky (1979) evidenziano come la loss aversion porti gli investitori a vendere i titoli in guadagno troppo presto e a mantenere quelli in perdita troppo a lungo.

Questi risultati suggeriscono che la disintermediazione, lungi dall’essere un vantaggio per la maggioranza dei risparmiatori, può tradursi in un costo implicito elevato, rappresentato dalla perdita di rendimento derivante da scelte irrazionali e da una pianificazione inefficiente. Alla luce di tali evidenze, l’ipotesi di una sostituzione totale del consulente con l’AI appare tecnologicamente prematura e concettualmente inadeguata. Più realistico è uno scenario di complementarità tra uomo e macchina, in cui la tecnologia diventa uno strumento di supporto all’attività consulenziale. L’AI può, infatti, contribuire a migliorare la qualità del servizio attraverso l’analisi predittiva, l’ottimizzazione del rischio e l’automazione dei processi amministrativi, liberando tempo e risorse per le attività a maggior valore aggiunto: la relazione con il cliente, l’educazione finanziaria e la pianificazione strategica del patrimonio (Jung et al., 2018).

In tale prospettiva, il consulente finanziario evolve verso un ruolo ibrido, in cui la competenza relazionale e la capacità interpretativa si fondono con l’uso consapevole delle tecnologie digitali. Pertanto, la progressiva digitalizzazione dei servizi finanziari non implica necessariamente la disintermediazione del consulente, ma ne modifica profondamente la natura e le modalità operative. L’AI e i roboadvisor costituiscono un’opportunità di evoluzione del modello consulenziale, non una minaccia alla sua sopravvivenza. Per una ristretta minoranza di investitori dotati di solide competenze tecniche e di un’elevata disciplina comportamentale, la gestione autonoma può risultare efficace. Tuttavia, per la maggior parte dei risparmiatori, la figura del consulente finanziario e patrimoniale resta indispensabile per mitigare i bias cognitivi, costruire strategie di lungo periodo e integrare dimensioni fiscali, legali e patrimoniali che un algoritmo non è in grado di cogliere.

Riferimenti bibliografici
Barber, B. M., & Odean, T. (2000). Trading is hazardous to your wealth: The common stock investment performance of individual investors. Journal of Finance, 55(2), 773–806.
Cocca, T. D. (2016). Potential and limitations of virtual advice in wealth management. Journal of Financial Transformation, 43, 65–72.
Jung, D., Dorner, V., Glaser, F., & Morana, S. (2018). Robo-advisory: Digitalization and automation of financial advice. Business & Information Systems Engineering, 60(1), 81–86.
Kahneman, D., & Tversky, A. (1979). Prospect theory: An analysis of decision under risk. Econometrica, 47(2), 263–292.
Lo, A. W. (2019). Adaptive Markets: Financial Evolution at the Speed of Thought. Princeton University Press.
Sironi, P. (2016). FinTech Innovation: From Robo-Advisors to Goal Based Investing and Gamification. Wiley Finance Series.

 

ETF: veicoli d’investimento semplici per un percorso di educazione finanziaria moderna

Gli ETF offrono una modalità concreta per mettere in pratica i principi della pianificazione e della disciplina, due elementi centrali per qualsiasi percorso di educazione finanziaria moderna.

Di Valentina Montella*

Negli ultimi anni, la cultura finanziaria sta attraversando una trasformazione profonda. Il risparmiatore moderno non cerca più solo prodotti, ma strumenti di conoscenza, trasparenza e autonomia. In questo contesto, gli ETF (Exchange Traded Funds) rappresentano una delle innovazioni più rivoluzionarie degli ultimi decenni: veicoli di investimento semplici, accessibili e adatti anche a chi muove i primi passi nel mondo della finanza. Comprendere come funzionano e come inserirli all’interno di una strategia di lungo periodo è oggi parte integrante di una vera educazione finanziaria.

ETF: uno strumento alla portata di tutti
Gli ETF sono fondi a gestione passiva che replicano fedelmente l’andamento di un indice di riferimento. Possono riguardare indici azionari, obbligazionari, settoriali, geografici o tematici. La loro peculiarità è la trasparenza: il risparmiatore sa esattamente in cosa sta investendo e a quali rischi è esposto. Rispetto ai fondi comuni tradizionali, gli ETF presentano costi di gestione molto più bassi e una maggiore flessibilità, perché sono negoziati in Borsa come una normale azione. Questo li rende ideali per chi desidera costruire un portafoglio diversificato con costi contenuti e senza la necessità di affidarsi a strumenti troppo complessi o vincolanti.

In Italia il mercato ETFplus di Borsa Italiana offre oggi centinaia di strumenti diversi, che coprono quasi ogni area geografica e settore economico. Dal punto di vista educativo, ciò significa che anche un risparmiatore con conoscenze di base può iniziare a investire in modo consapevole, applicando i principi di diversificazione e controllo del rischio. Non a caso, le scuole e le università che trattano di educazione finanziaria stanno iniziando a inserire moduli dedicati agli ETF nei programmi di alfabetizzazione finanziaria.

Dalla teoria alla pratica: educare investendo
L’educazione finanziaria tradizionale si è spesso concentrata su concetti teorici come inflazione, tassi d’interesse e diversificazione. Tuttavia, senza esempi concreti, queste nozioni restano astratte e difficili da applicare. Gli ETF consentono invece di trasformare la teoria in pratica: un giovane risparmiatore che apre un piano di accumulo in ETF impara progressivamente il valore della costanza, la gestione delle emozioni e il potere dell’interesse composto. Un approccio di questo tipo non solo rafforza la disciplina finanziaria, ma riduce la distanza psicologica tra l’individuo e i mercati, favorendo una cultura dell’investimento responsabile.

Il Piano di Accumulo di Capitale (PAC) basato su ETF, ad esempio, rappresenta una delle soluzioni più efficaci per costruire ricchezza nel tempo. Attraverso versamenti periodici, si riduce l’impatto della volatilità e si sfrutta il meccanismo del costo medio ponderato. In un orizzonte temporale di 10 o 20 anni, i dati mostrano che questo approccio produce risultati migliori di molte strategie speculative. Insegnare queste dinamiche in un percorso di educazione finanziaria significa fornire alle persone strumenti concreti per migliorare la propria vita economica e affrontare l’incertezza con maggiore consapevolezza.

ETF, costi e trasparenza: un binomio educativo
Uno degli aspetti che rendono gli ETF ideali per la formazione finanziaria è la loro trasparenza. Ogni fondo comunica in tempo reale la composizione del portafoglio e l’andamento rispetto all’indice replicato. Questa chiarezza permette agli investitori di comprendere davvero in cosa stanno investendo, superando la diffidenza che spesso accompagna i prodotti gestiti tradizionali. Inoltre, i costi di gestione ridotti consentono di mostrare in modo pratico l’effetto dell’efficienza sui rendimenti: un aspetto educativo fondamentale, soprattutto in un Paese come l’Italia dove molti risparmiatori ancora sottovalutano l’impatto delle commissioni sui risultati a lungo termine.

In conclusione, gli ETF non sono solo strumenti finanziari, sono anche strumenti didattici. Offrono un modo concreto per mettere in pratica i principi della pianificazione e della disciplina, due elementi centrali per qualsiasi percorso di educazione finanziaria moderna. Investire consapevolmente significa accettare la volatilità come parte del percorso, diversificare in modo intelligente e mantenere una visione di lungo periodo. In un’epoca di informazioni rapide e decisioni impulsive, gli ETF possono essere la palestra ideale per formare una nuova generazione di risparmiatori competenti e indipendenti.

* Educatrice finanziaria iscritta all’AIEF – tesserino n. 2004, autrice di testi dedicati alla divulgazione economica

Proteggere per crescere: l’assicurazione come pilastro della pianificazione patrimoniale

Un evento imprevisto può compromettere anni di risparmi e pianificazione. L’assicurazione non è un prodotto ma una strategia di protezione del capitale umano e patrimoniale.

Di Valentina Montella*

La pianificazione finanziaria personale non può prescindere da un principio fondamentale: la protezione. Saper gestire il denaro significa anche saper gestire i rischi, eppure in Italia la cultura assicurativa resta una delle aree più deboli dell’educazione finanziaria. Molti cittadini percepiscono l’assicurazione come un costo, piuttosto che come uno strumento di tutela e prevenzione. In realtà, una buona copertura assicurativa rappresenta un pilastro invisibile ma decisivo nella costruzione e conservazione del patrimonio familiare.

La protezione come forma di investimento
Un evento imprevisto può compromettere anni di risparmi e pianificazione. Danni alla casa, infortuni, malattie o controversie legali hanno un impatto economico spesso sottovalutato. L’assicurazione, in questo senso, non è solo un prodotto ma soprattutto una strategia di protezione del capitale umano e patrimoniale. Ogni polizza rappresenta un trasferimento del rischio: una scelta razionale che consente di trasformare un potenziale danno incerto in un costo certo, programmabile e sostenibile. È questa la logica della prevenzione, che dovrebbe essere insegnata accanto ai concetti di rendimento e risparmio.

Educazione assicurativa: un vuoto da colmare
L’Italia registra uno dei più bassi livelli di alfabetizzazione assicurativa in Europa. Secondo i dati IVASS, una larga parte della popolazione non conosce termini fondamentali come franchigia, massimale, scoperto o carenza. Ciò genera una doppia vulnerabilità: da un lato, i cittadini stipulano polizze inadeguate o troppo costose; dall’altro, molti rinunciano del tutto a proteggersi. Inserire moduli di educazione assicurativa nelle scuole e nei corsi per adulti significherebbe ridurre questa distanza, insegnando che proteggere il proprio reddito e la propria famiglia è parte integrante della responsabilità finanziaria individuale.

Polizze e pianificazione integrata
Una corretta pianificazione patrimoniale deve integrare investimento e protezione. Le polizze vita e infortuni rappresentano la base della sicurezza familiare, mentre le coperture casa e responsabilità civile proteggono beni e persone da eventi imprevisti. L’errore più comune è considerare questi strumenti in modo separato: un portafoglio ben costruito dovrebbe bilanciare rendimento e tutela, calibrando i premi assicurativi in funzione del reddito e degli obiettivi di vita. Anche la revisione periodica delle coperture è essenziale: i bisogni cambiano, così come le condizioni del mercato e della normativa.

In conclusione, l’educazione finanziaria non può dirsi completa se ignora la dimensione assicurativa. Proteggere il proprio patrimonio non significa solo ridurre i rischi, ma anche garantire continuità e serenità alle generazioni future. In un mondo caratterizzato da instabilità economica e crisi ricorrenti, la prevenzione è la forma più intelligente di investimento. Costruire una cultura della protezione, basata su informazione e consapevolezza, è una priorità educativa e sociale. Solo comprendendo il valore dell’assicurazione come strumento di equilibrio e sicurezza potremo davvero parlare di pianificazione patrimoniale sostenibile.

* Educatrice finanziaria iscritta all’AIEF, autrice di testi dedicati alla divulgazione economica

Disuguaglianza economica e accesso alla consulenza: in Italia ancora troppi i risparmiatori esclusi

La disuguaglianza economica colpisce le varie fasce di popolazione anche in termini di accesso alle informazioni e alla consulenza finanziaria di qualità, impedendo l’accesso ad un mercato immenso.

Di Alessio Cardinale

In Italia, dal 2017 in poi la c.d. ricchezza netta mediana è rimasta sostanzialmente stabile, mentre l’indice del grado di disuguaglianza della distribuzione di ricchezza è leggermente sceso. Oggi, il 5% delle famiglie italiane più ricche possiede circa il 46% della ricchezza netta totale, con i principali indici di disuguaglianza rimasti sostanzialmente stabili tra il 2017 e il 2022, dopo un aumento tra il 2010 e il 2016. E’ quanto ha fatto sapere recentemente la Banca d’Italia con le nuove statistiche trimestrali sulla ricchezza delle famiglie italiane.

Spostando l’analisi a livello europeo, la Banca centrale europea (“statistiche sperimentali sui conti distributivi della ricchezza delle famiglie“) rileva che la disuguaglianza economica nella zona euro è diminuita negli ultimi cinque anni, sorprendendo alcune previsioni, ma solo grazie all’effetto “contabile” del boom dei prezzi degli immobili, di cui un’ampia fetta della classe media ha potuto beneficiare. Tuttavia, si tratta di una “vittoria di Pirro”, poiché per un decennio i tassi d’interesse ultra-bassi hanno favorito soprattutto le persone facoltose con un ampio patrimonio finanziario, ma hanno alimentato un boom che ha reso gli immobili, compresi gli affitti, inaccessibili per le famiglie più povere.

Adesso, la recente tendenza al calo dei prezzi delle abitazioni potrebbe riservare alle classi di risparmiatori meno abbienti una nuova discesa – sempre “contabile”, ma tant’è – della ricchezza immobiliare pro capite, dato che i tassi della Bce si trovano ora ai massimi storici e i prezzi degli immobili sono in discesa in molti Paesi della zona euro, Italia compresa. Infatti, a livello distributivo per fasce di ricchezza, lo studio di Banca d’Italia rivela che le famiglie italiane meno abbienti detengono principalmente abitazioni e depositi, mentre quelle più ricche diversificano maggiormente, detenendo anche quote significative di azioni, partecipazioni e attività reali destinate alla produzione e di altri strumenti finanziari complessi. Anche la distribuzione del patrimonio immobiliare privato, che rappresenta la metà della ricchezza degli italiani, varia fortemente in base alla ricchezza. In particolare, le abitazioni raggiungono i tre quarti della ricchezza per le famiglie sotto la mediana (ovvero il 50% più povero), si attestano poco sotto il 70% per quelle della classe centrale mentre scendono a poco più di un terzo per quelle appartenenti alla classe più ricca.

Per le famiglie più povere, i depositi sono l’unica componente rilevante di ricchezza finanziaria (17%), avente funzione di riserva senza una reale destinazione di spesa (il “non si sa mai”) e con obiettivi molto sfumati, la cui realizzazione dipende fortemente dalle dinamiche occupazionali del nucleo familiare e dal reddito familiare. Nel portafoglio delle famiglie più ricche, invece, quasi un terzo è rappresentato da azioni, partecipazioni e attività reali destinate alla produzione, e un quinto da fondi comuni di investimento e polizze assicurative; tutti strumenti acquisiti e alimentati nel tempo grazie ad una programmazione più attenta degli obiettivi di spesa e al supporto di consulenti finanziari e/o patrimoniali.

La disuguaglianza economica, pertanto, colpisce le classi di popolazione con minori mezzi finanziari anche in termini di accesso alle informazioni e alla consulenza finanziaria di qualità, che il sistema finanziario italiano rende ancora poco attrattiva per le reti, impegnate come sono a dedicare strumenti e servizi per la clientela maggiormente patrimonializzata – che assicura ritorni aziendali significativi – e a non prestare attenzione alle classi di reddito più basse e con minore ricchezza finanziaria pro capite. Eppure, la soluzione è a portata di mano, ed è quella del contratto di consulenza “pura” – senza cioè la contestuale raccolta di fondi, che possono anche rimanere in altra banca – aperto a tutte le reti esistenti nel sistema italiano, sia autonome che non autonome. Questo servizio, infatti, aprirebbe un mercato immenso che, pur essendo caratterizzato da un target di clientela numeroso e ritorni pro capite piuttosto modesti (commissioni di consulenza una tantum o pagamenti annuali sotto forma di abbonamento ad un servizio qualificato), spianerebbe la strada della qualità anche per i risparmiatori più modesti, soprattutto in termini di Educazione e Cultura finanziaria. In più, consentirebbe l’apertura di un “laboratorio di esperienza” per i giovanissimi che volessero avvicinarsi alla professione di consulente finanziario, oggi chiusa ai più per via degli altissimi costi e tempi che la formazione ex novo di giovani consulenti comporta per le reti (mediamente cinque anni di tempo e investimenti per 70-100.000 euro per ogni risorsa).

Educazione Finanziaria: Assogestioni punta ai giovanissimi ma dimentica gli investitori over-60

Gli investitori over60 sembrano esclusi dal progetto di diffusione dell’educazione finanziaria di Assogestioni, presentato al Salone del Risparmio. Le Istituzioni, però, fanno peggio. Ecco quali azioni servirebbero per passare finalmente dalle parole ai fatti.

Di Alessio Cardinale

Tutti i “saloni di qualcosa” sono eventi utili ad avvicinare utenti e appassionati di una certo prodotto o settore merceologico alle case produttrici, che in quelle occasioni si manifestano al pubblico in tutta la loro concretezza, acquistando uno spazio fisico e uscendo fuori dalla realtà virtuale che la rivoluzione digitale ha imposto un po’ a tutta l’industria. Non fa eccezione il settore della consulenza finanziaria, che durante la 13sima edizione del Salone del Risparmio ha attratto, in soli tre giorni, quasi 15.000 visitatori in presenza e oltre 7.000 spettatori che hanno seguito in streaming le conferenze in programma.

Tra i tanti temi affrontati, non potevano mancare quelli della innovazione e della sostenibilità, ma soprattutto quello dell’educazione finanziaria, giustamente definita da Carlo Trabattoni (Presidente Assogestioni, nella foto) come un “tema fondamentale, con un ruolo chiave”. Le parole di Trabattoni hanno trovato una conferma di intenti nella stessa organizzazione dell’evento, che anche in chiusura di lavori ha dedicato uno spazio importante al tema. con la conferenza “Accompagnare l’investitore…verso scelte consapevoli”, nel corso della quale è stato svelato il progetto “2Cent” di Assogestioni, dedicato all’educazione finanziaria dei più giovani. A tal proposito, il Vicepresidente del Comitato per l’educazione finanziariaGiuliano D’Acunti, ha affermato che “…Iniziano ad esserci tante luci che ci fanno intravedere una svolta nell’ambito dell’educazione finanziaria. Stiamo comunicando sempre di più con i giovani, scegliendo mezzi e linguaggi nuovi e alternativi…”. Il progetto “2Cents”, che traduce in opera questi intenti, nasce per creare consapevolezza negli investitori del futuro e avvicinare alla finanza, in un percorso di formazione finanziaria “friendly”, un pubblico compreso tra i 16 e i 30 anni, che si affida anche ai social media – soprattutto Instagram e TikTok – per seguire i temi attinenti alla finanza, usando lo stesso linguaggio del target di riferimento.

Tutto molto bello e socialmente utile; peccato che il progetto di Assogestioni, così come quelli lanciati da tutto il sistema bancario italiano negli ultimi anni, non sia rivolto ai c.d. babyboomers, ossia all’insieme degli investitori “over-60” che detiene la maggior parte degli asset patrimoniali delle famiglie Italiane e che sicuramente avrebbe maggiore titolo ad essere coinvolto nei progetti finalizzati ad aumentare la consapevolezza finanziaria. Infatti, ancora oggi la popolazione over-60 è in grado di generare almeno la metà della crescita di tutti i consumi urbani, e sarà così da qui al 2030; inoltre, in Italia i due terzi dei patrimoni superiori ai 200.000 euro sono in mano alla fascia over-55.

Pertanto, perché dedicare un progetto solo ai giovani? Se negli anni scorsi si fosse prestata attenzione ai maggiori detentori di ricchezza, ossia gli over-55/60, si sarebbe garantita anche una trasmissione della cultura finanziaria da “padre in figlio”, che avrebbe facilitato enormemente il raggiungimento degli obiettivi oggi dichiarati durante  la kermesse del Salone del Risparmio. Questo fondamentale lascito culturale, invece, è mancato del tutto perchè non si sono mai attuati i buoni intenti di educare finanziariamente i babyboomers, e adesso questa attenzione all’educazione finanziaria dei risparmiatori giovani e giovanissimi, che detengono ancora poca ricchezza, sembra soltanto un lodevole tentativo di riparare all’errore compiuto, ma ciò facendo si continua a mantenere finanziariamente “ignoranti” proprio i maggiori detentori di asset.     

Peraltro, dall’indagine resa pubblica durante il Salone del Risparmio è emerso che l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani continua a essere inferiore agli altri paesi europei, con il 40,9% di essi che non comprende l’effetto dell’inflazione sul potere d’acquisto, il 47,8% le ripercussioni del tasso di interesse sui prestiti bancari, il 41,6% che non sa distinguere tra azioni e obbligazioni ed un buon 37,4% di risparmiatori che considera come un colpo di fortuna – e non il frutto di buone strategie – un investimento remunerativo. Ebbene, se compariamo queste statistiche piuttosto eloquenti – e probabilmente sottostimate – alla percentuale di ricchezza detenuta ancora dai babyboomers, ricaviamo una percentuale allarmante di in ricchezza in balia della “ignoranza finanziaria”.

Evitando di scadere nelle teorie complottiste secondo le quali l’industria del risparmio gestito fonderebbe il successo del proprio business sulla “analfabetizzazione finanziaria” dei risparmiatori, è molto più probabile che l’elemento ispiratore di una simile strategia progettuale si ritrovi, invece, nella cronica inoperosità delle Istituzioni. Queste ultime, infatti, dovrebbero occuparsi in modo socialmente efficace di educazione finanziaria, stabilendo una progettualità di livello più elevato, dalla quale tutte le altre dovrebbero discendere semplicemente adeguandosi ad essa. Sfortunatamente, invece, tutti i  governi che si sono succeduti da quando si discute di cultura ed educazione Finanziaria – le due terminologie definiscono due valori piuttosto diversi, e non vanno usate a sproposito – continuano a pretendere di diffonderle senza farne materia obbligatoria nelle scuole superiori e/o nelle università, con percorsi ben codificati nell’offerta formativa.

E così, senza la formazione di livello superiore o accademico, l’italiano medio è destinato a rimanere “finanziariamente ignorante”, e si fa oggettivamente fatica a non cascare poi nelle teorie complottiste, che vedrebbero l’industria del risparmio gestito come la principale indiziata. Per usare una similitudine abbastanza vicina al contesto trattato, pretendere di diffondere la cultura della finanza personale nei risparmiatori, senza prevedere insegnamenti liceali, corsi di laurea e master post laurea in educazione finanziaria, equivale a voler fare cultura di legalità senza annoverare nel corpus accademico dello Stato la formazione universitaria di Diritto e Giurisprudenza; in più, l’assenza di educatori finanziari qualificati e abilitati equivale ad esercitare, in campo legale, la professione di avvocato senza essersi laureati  in legge e senza aver sostenuto il relativo esame di abilitazione. Pertanto, così come è impossibile concepire di potersi rivolgere ad un tribunale senza passare da una consulenza legale, identico risultato dovrebbe raggiungersi in tema di cultura finanziaria, dove oltre ai docenti in ambito scolastico e universitario, dovrebbe aggiungersi un servizio alle famiglie prestato da specifici professionisti dell’educazione finanziaria che, in tutta evidenza, non possono che essere massimamente individuati tra gli stessi consulenti finanziari autonomi e non autonomi.

Tuttavia, l’educazione finanziaria ha un elevato contenuto economico per gli utenti, stimabile caso per caso in termini di minori costi e/o maggiori risultati ottenuti grazie ad essa; pertanto, l’attribuzione della qualifica di “Educatore Finanziario” non dovrebbe essere lasciata alla licenza del singolo consulente finanziario auto-definitosi tale in virtù di qualche corso di base erogato dalla propria rete di appartenenza, bensì ad una norma dello Stato, che istituisca corsi di formazione obbligatori e un esame di abilitazione, tramite il quale ottenere l’iscrizione ad una sezione apposita di un albo/organismo unico:  solo gli iscritti potrebbero avvalersi di titolo e funzioni dall’indubbio valore economico.

In pratica, si tratterebbe di far rientrare la soluzione del problema nella classica equazione tra attività intellettuale e commodity, in base alla quale il contenuto economico di qualunque professione trova la sua corretta valorizzazione. Infatti, cos’è che definisce il valore di una attività intellettuale? La definizione più calzante è che “il valore dell’attività intellettuale è pari alla stima del vantaggio economico che ne deriva per il fruitore e/o al minor danno economico stimato in relazione ad un dato evento per cui l’attività intellettuale viene richiesta”. In base a questa definizione, quindi, possiamo affermare che l’educazione finanziaria è una “commodity” a tutti gli effetti, poiché introiettandola nel costume di gestione delle risorse finanziarie è in grado sia di procurare un vantaggio economico e, nelle fasi negative, di limitare i danni per l’investitore finanziariamente educato.

Considerare l’educazione finanziaria come una commodity – al pari delle altre tipologie di consulenza, da quella legale a quelle tecnico-economiche-fiscali – richiede un profondo ripensamento di tale attività, che va finalmente sganciata dal ruolo di semplice “accessorio” dell’attività di consulenza finanziaria e va definita come una competenza specifica ed economicamente significativa, poiché in grado di produrre effetti economici concreti in capo alle famiglie ed al loro patrimonio. Il complesso di queste azioni sarebbe in grado di elevare, rispetto all’attuale scenario di sterili buoni propositi, lo snodo della educazione finanziaria verso una riconosciuta utilità sociale, ma tutto ciò sembra sfuggire a chi pronuncia da anni grandi proclami, e finita la festa torna diligentemente sui propri passi.

Educazione finanziaria, l’Italia sconta l’assenza di un modello virtuoso

In Italia pesa l’assenza di un “modello virtuoso” che contempli l’insegnamento dell’educazione finanziaria fin dalle scuole superiori ed anche a livello accademico. In Europa siamo perennemente sotto la media OSCE.

Di Marco D’Avenia

Di fronte allo scenario di elevata inflazione e perdita del potere d’acquisto in cui ci troviamo, gli italiani stringono la cinghia e, mai come adesso, scontano gli effetti di un basso livello di educazione finanziaria. Infatti, nel nostro Paese si fa sentire sempre di più la scarsa conoscenza degli insegnamenti di educazione finanziaria, ovverosia quell’insieme di nozioni e di comportamenti utili a fronteggiare i momenti più complicati della nostra vita finanziaria ed economica, sia a livello individuale che familiare. Nonostante ciò, la domanda esistente incontra un’offerta inadeguata da parte delle istituzioni e del tessuto bancario, evidentemente entrambi poco inclini ad andare oltre alle periodiche operazioni di facciata.

Secondo l’ultimo report IACOFI (Indagine sull’Alfabetizzazione e le Competenze Finanziarie degli italiani), si evidenziano in Italia le carenze in educazione finanziaria già registrate nel primo sondaggio, risalente al 2017. Su un campione di 2.000 persone, comprese in un’età tra i 18 e i 79 anni, sono stati elaborati quattro profili: escluso, incompetente, competente ed esperto. Ebbene, dall’indagine risulta che il 51% della popolazione italiana non raggiunge la sufficienza. Nel dettaglio, il 21% degli italiani è di fatto ignorante in materia di finanza, non partecipa ai mercati finanziati e ha una forte inclinazione alla spesa, invece che al risparmio. Mentre il 30% è incompetente, il che si traduce in una conoscenza appena sufficiente dei concetti economici di base, che non consentono però di attuare comportamenti prudenti in campo finanziario. E l’OSCEOrganizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – ha evidenziato un gap tra l’Italia e il resto del mondo. Lo Stivale si colloca infatti in 25esima posizione su 26 paesi considerati nell’indagine. Il punteggio italiano, calcolato dalla combinazione di tre criteri (conoscenze, comportamenti ed attitudini finanziarie) è 11,2, mentre la media degli stati interpellati è 12,7, addirittura 13 per i paesi OSCE.

Eppure, in Italia si recepisce in misura sempre maggiore l’esigenza di possedere più competenze in educazione finanziaria. È quanto emerge dal rapporto EdufinComitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria – targato 2022, secondo il quale l’89,1% degli italiani è favorevole all’introduzione di questa nuova materia nei programmi scolastici. Anche sul posto di lavoro si avverte la necessità di avere più strumenti per la gestione dei propri risparmi, con una percentuale che sfiora l’80% degli intervistati.

La spaccatura tra questo desiderio di maggiori competenze in ambito finanziario e ciò che poi viene offerto in termini di formazione pubblica è però abissale. Il decreto interministeriale (D.L. 237/2017) che ha istituito l’Edufin ha stilato un programma triennale (2017-2019) molto ambizioso. Infatti, tra le linee guida è compreso l’obiettivo del conseguimento di “conoscenze e competenze finanziarie per tutti, per costruire un futuro sereno e sicuro”. Tuttavia, complici le congiunture internazionali degli ultimi due anni, il futuro degli italiani è tutto tranne che sereno e sicuro. Per di più, secondo un sondaggio “Doxa”, Edufin è conosciuto solo dal 12,1% della popolazione, mentre l’educazione finanziaria non è riuscita a sfondare né in ambito scolastico, né sui luoghi di lavoro (obiettivi contenuti nel Programma Nazionale).

Nel corso del 2022 Annamaria Lusardi, presidente di Edufin e University Professor presso la The George Washington University School of Business, è stata sentita in audizione presso la Commissione Istruzione Pubblica e Beni Culturali e ha evidenziato come “insegnare l’educazione finanziaria nella scuola” sia un elemento “essenziale, decisivo e necessario per consentire all’Italia di fare un balzo in avanti in termini di crescita e sviluppo, anche dei mercati finanziari”. Un appello, che però, sembra essere caduto nel vuoto, poiché il tentativo di cambiare i programmi scolastici comporta, com’è noto, una sistematica levata di scudi da parte di insegnanti e dirigenti d’istituto. Tuttavia, ha dichiarato la professoressa Lusardi, “rendere obbligatorio l’insegnamento dell’educazione finanziaria nella scuola italiana ci permetterebbe di colmare il divario con gli altri Paesi”.

Il divario di competenze in educazione finanziaria fra Italia e gli altri paesi è dovuto soprattutto alla mancata attuazione di una strategia organica. In Germania, ad esempio, le casse di risparmio sono tenute per legge ad attuare iniziative di educazione finanziaria, assicurando la continuità e l’efficacia delle loro azioni. In Irlanda, l’autorità di regolamentazione monetaria ha istituito un servizio di informazione sulle finanze personali, potenziato anche da un numero verde in grado anche di rispondere per iscritto, mentre l’educazione finanziaria è massicciamente pubblicizzata attraverso i mezzi d’informazione. In Francia, già dal 2012 esiste un’iniziativa chiamata “Le chiavi della banca”, offerta dalla Federazione bancaria francese. “Les Clés de la Banque” fornisce informazioni e consigli utili a comprendere i meccanismi bancari, in modo tale da utilizzarli in modo coscienzioso e ottimale, mantenendo un registro comunicativo semplice e didattico.

Insomma, in Italia l’educazione finanziaria stenta a decollare e l’incerto scenario macroeconomico destabilizza un quadro finanziario già fragile. Per di più, non esiste nel nostro Paese una specializzazione verticale in questo ambito, il che contribuisce alla poca diffusione della materia tra la popolazione, che andrebbe istruita e guidata meglio in tema di risparmi e finanza personale. Infatti, i canali attraverso i quali erogare corsi di educazione finanziaria non mancherebbero; tuttavia, senza un “modello virtuoso” che unisca alla periodica iniziativa del Governo la formazione scolastica superiore e accademica, risulterà sempre complicato colmare il gap degli italiani in modo capillare ed efficace. Quello che traspare, invece, è l’assenza di una chiara volontà politica nel voler attuare concretamente questi programmi. Così ben imbastiti, ma solo su carta. 

Educazione finanziaria e assicurativa, nasce Edufin Index

Gli italiani tengono alle proprie finanze ma ancora l’80% di loro preferisce rivolgersi ai professionisti come consulenti assicurativi e banche per informarsi e accedere ai mercati finanziari e assicurativi.

ROMA (ITALPRESS) – Alleanza Assicurazioni con Fondazione Mario Gasbarri e la collaborazione scientifica di SDA Bocconi presenta Edufin Index, il primo Osservatorio sulla consapevolezza e sui comportamenti finanziari e assicurativi degli italiani.

L’Osservatorio, presentato di recente a Roma, è il primo studio a mettere in relazione le conoscenze finanziarie e assicurative degli italiani con il loro comportamento: il “sapere” viene rapportato quindi al “fare”. Inoltre, per la prima volta vengono indagate anche le conoscenze finanziarie e assicurative dei “nuovi italiani” (cittadini filippini, sudamericani e rumeni residenti nel nostro Paese) attraverso delle interviste effettuate in lingua madre. “L’educazione finanziaria e assicurativa riveste elevata rilevanza sociale: per questo, chi fa assicurazione deve interpretare un ruolo centrale e complementare al sistema pubblico – afferma Davide Passero, CEO di Alleanza Assicurazioni e Country Chief Marketing & Product Officer di Generali Italia -. Come Alleanza siamo impegnati da anni in questo ambito, con investimenti di risorse e competenze che hanno portato allo sviluppo del Piano Nazionale di Educazione Finanziaria e Assicurativa. Oggi presentiamo Edufin Index 2022, che mostra quanto l’educazione finanziaria e assicurativa possa essere una leva per promuovere equità sociale e benessere”.

Il principale dato che emerge dall’Osservatorio è la necessità di migliorare il livello di educazione finanziaria e assicurativa degli italiani. Le persone intervistate raggiungono complessivamente un livello di Edufin Index pari a 55 su 100 (il livello di sufficienza è 60 su 100). L’Edufin Index analizza due aspetti in una scala da 1 a 100: da un lato l’Awareness Index, cioè quanto gli italiani “sanno” e come si valutano (che raggiunge in questa analisi un livello di 51 su 100), e dall’altro il Behavioural Index, cioè come si comportano e cosa “fanno” quando decidono delle proprie finanze (che raggiunge un livello di 58 su 100). Inoltre, gli intervistati sono consapevoli del loro gap di conoscenza, ma adottano comportamenti attenti: si dimostrano interessati e si attivano per le proprie finanze e per definire come allocarle. Infatti, i due sotto-indici che misurano il comportamento e l’attitudine raggiungono rispettivamente quota 64 e 62 su 100.

Secondo l’Osservatorio, gli italiani tengono alle proprie finanze ma preferiscono rivolgersi ai professionisti del settore, come consulenti assicurativi e banche. Circa l’80% dichiara, infatti, di affidarsi a professionisti per informarsi e accedere ai mercati finanziari e assicurativi. Dall’Osservatorio emergono alcuni gruppi che vengono definiti “più fragili”: casalinghe/i (con un livello di 48 su 100), non occupati (con un livello di 48 su 100), studenti (con un livello di 51 su 100) e donne (con un livello 52 su 100). Le donne dimostrano comunque un interesse elevato ad informarsi e a comprendere le tematiche finanziarie e assicurative e hanno la propensione ad affidarsi maggiormente a specialisti del settore. I giovani, la cosiddetta “generazione Z” (età inferiore ai 25 anni), pur con bassi livelli di conoscenze e comportamenti poco strutturati per accedere ai mercati finanziari e assicurativi, utilizzano siti internet e app finanziarie per informarsi e investono più della media in criptovalute (16% vs 7%). Inoltre, dall’Osservatorio emerge che gli italiani considerano le proprie finanze un tema importante e quindi investono e si assicurano, ma non con una corretta percezione del rischio: il livello di “percezione del rischio” è di 47 su 100 e indica una percezione soggettiva del rischio distante da quella oggettiva.

Oltre alla ricognizione sulla popolazione italiana, per la prima volta nel nostro Paese, l’Osservatorio indaga la conoscenza e l’alfabetizzazione finanziaria e assicurativa su un campione di “nuovi italiani” (cittadini filippini, sudamericani e rumeni residenti in Italia e intervistati in lingua madre), che rappresentano una quota sempre più importante della popolazione (8,7% secondo i dati Istat 2022). L’indicatore che misura il loro livello di conoscenza legato a questi temi ha raggiunto un livello pari a 46 su 100. I livelli più elevati sono stati registrati tra coloro che hanno una buona padronanza della lingua italiana (65 su 100), un alto reddito (73 su 100), vivono da molti anni nel nostro Paese e risultano ben integrati nella comunità in cui vivono (59 su 100). (ITALPRESS).

Appello FEduF, l’educazione finanziaria sia un diritto per i giovani

Le competenze di economia non sono percepite come una priorità formativa dagli italiani: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli.

ROMA (ITALPRESS) – Il percorso verso un’adeguata diffusione dell’educazione finanziaria nel nostro Paese è ancora lungo, malgrado i numerosi studi promossi sia da soggetti istituzionali sia da soggetti privati ne confermino l’urgenza. Tuttavia, le competenze di economia non sono percepite come una priorità formativa dagli italiani: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli, contro il 43% che ritiene prioritaria la formazione nell’ambito della salute per la prevenzione delle malattie; il 41% che si focalizza sulla sostenibilità per limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente; il 27% che si indirizza verso i temi dell’alimentazione legati alla salute e al consumo di risorse (L’approccio all’economia e il vissuto degli italiani, Ipsos per FEduF, giugno 2022).

Dopo i saluti introduttivi del presidente dell’ABI Antonio Patuelli, del direttore generale dell’ABI Giovanni Sabatini, di Stefano Lucchini – presidente della FEduF, del direttore generale della DG Ordinamenti del ministero dell’Istruzione Fabrizio Manca, della direttrice del Comitato Nazionale Edufin Annamaria Lusardi e di Marcello Presicci, presidente dell’Advisory Board della Fondazione, la priorità della formazione economica delle nuove generazioni è emersa con forza durante l’incontro “La giornata dell’educazione finanziaria – Perchè il risparmio parte dai giovani“, moderato da Roberto Sommella – direttore di MF-Milano Finanza. L’evento ha rappresentato un’occasione di riflessione tra circa 400 studenti delle scuole secondarie di II grado e alcuni protagonisti del mondo economico – Andrea Abodi, già presidente Istituto per il Credito Sportivo – Francesca di Carrobio, amministratore delegato Hermes Italia – Cristina Catania, Senior Partner McKinsey e Massimo Lapucci, segretario generale Fondazione CRT – sul diritto dei giovani ad acquisire competenze economiche di base, nel rispetto dell’art. 47 della Costituzione.

“Il dibattito di oggi concentra l’attenzione sulla indispensabile esigenza di accelerare il processo di crescita delle competenze economiche degli italiani, a partire dai più giovani e da chi, da questo punto di vista, ha più bisogno. Oggi tutto ciò diventa ancora più importante poichè le conseguenze economiche della guerra alle porte dell’Europa ci riguardano come cittadini, consumatori e risparmiatori e ci riportano bruscamente all’indietro, ai tempi della grande inflazione e della crisi energetica degli Anni Settanta del secolo scorso – commenta Stefano Lucchini (nella foto), presidente della Fondazione per l’Educazione Finanziaria – Nessuno di noi da solo può contrastare gli effetti della geopolitica o i movimenti dei mercati, ma un accesso più ampio all’educazione finanziaria può aiutare a mitigarne gli effetti sulle famiglie e sul Paese: per questa ragione oggi abbiamo scelto di diffondere il nostro appello per l’educazione finanziaria, competenza sempre più centrale e diritto universale per tutti ma, in particolare, per le generazioni più giovani”.

Le nuove generazioni vivono oggi un momento particolarmente complesso perchè si trovano ad affrontare il più grande aumento di prezzi degli ultimi quarant’anni: un alto tasso di inflazione è particolarmente dannoso per tutti ma specialmente per i più giovani perchè non hanno a disposizione le risorse necessarie per far quadrare i conti nonostante l’impennata dei prezzi. “Essere in grado di gestire le proprie finanze, soprattutto in un periodo storico caratterizzato da eventi inattesi e con effetti negativi sull’economia e sul benessere delle persone, è il requisito fondamentale per vivere bene sia personalmente sia come società nel suo insieme – commenta Marcello Presicci (nella foto), presidente dell’Advisory Board della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e a Risparmio – ed è per questa ragione che il dibattito sull’educazione finanziaria con le giovani generazioni diventa centrale in un’ottica di miglioramento della gestione del proprio denaro, ossia di risparmio”.

“La giornata dell’educazione finanziaria – Perchè il risparmio parte dai giovani”, è realizzata da FEduF (ABI) in collaborazione con Milano Finanza e rientra nell’ambito delle iniziative del Mese dell’Educazione finanziaria (#OttobreEdufin2022), promosso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria che per tutto ottobre porterà in tutta Italia eventi e iniziative dedicate alle conoscenze e competenze finanziarie, assicurative e previdenziali.

(ITALPRESS).