I fondi azionari globali hanno visto i loro primi afflussi netti dopo 10 settimane di saldo negativo. Sembra che il mercato stia costruendo “modelli rialzisti”, con gli acquirenti che potrebbero tornare sulle azioni e rimanervi.
Con il Dow Jones Industrial Average sulla buona strada per ottenere, la scorsa settimana, la serie di perdite settimanali più lunga in quasi un secolo, i dati provenienti da una manciata di fonti mostrano che gli investitori di tutto il mondo stanno accumulando nuovamente azioni, provocando i primi afflussi netti nelle classi azionarie globali dopo 10 settimane.
In USA, gli investitori hanno scaricato 20,6 miliardi di dollari in fondi azionari globali dal 25 maggio, secondo il rapporto settimanale della Bank of America. I flussi arrivano quando le azioni globali stanno finalmente rimbalzando dopo che l’indice S&P 500 ha a lungo flirtato con il territorio ribassista, in buona compagnia dei principali benchmark sia in Europa che negli Stati Uniti, ormai diretti verso la loro performance settimanale più forte da marzo. Di conseguenza, l’indice MSCI World è salito di oltre il 3% la scorsa settimana, riducendo la sua perdita da inizio anno a circa il 15%.
Con il rimbalzo delle azioni, alcuni analisti di mercato (Citigroup e JP Morgan) hanno confermato con i fatti quanto comunicato ai clienti due settimane fa in merito ad un rimbalzo sostenuto, ma altre case di investimento hanno mantenuto un approccio più cauto, con Bank of America e Morgan Stanley che hanno avvertito che le azioni potrebbero non aver ancora raggiunto i minimi dell’anno. Infatti, secondo Michael Hartnett della Bank of America gli asset più ipervenduti rispetto alle loro medie mobili a 200 giorni includono il Treasury statunitense a 30 anni, le obbligazioni “spazzatura” (c.d. junk bond) e le azioni sia in Cina che in Germania. Finora quest’anno anche le azioni cinesi hanno subito una battuta d’arresto, con l’indice cinese di Shenzhen in calo di quasi il 25% dall’inizio dell’anno.
Nel frattempo, l’indicatore rialzista di Bank of America è rimasto nel “territorio di acquisto contrarian inequivocabile” per la seconda settimana consecutiva. L’indice è crollato da 1,5 a 0,6 nell’ultima settimana, indicando un posizionamento ribassista estremo, sebbene questi dati vengano riportati con un leggero ritardo. L’indicatore rialzista era vicino a 10 solo un anno fa, e questo fa ben comprendere gli estremi a cui si è arrivati e, soprattutto, perché grandi investitori come Warren Buffett stanno rinforzando posizioni azionarie già dai primi di Maggio, allorquando i dati di Refinitiv Lipper hanno mostrato i primi afflussi netti in azioni globali (6,16 miliardi di dollari di fondi azionari globali) e altri dati hanno mostrato forti afflussi in fondi negoziati in borsa incentrati sulle azioni (ETF), con gli investitori al dettaglio e istituzionali che hanno pompato 15,76 miliardi di dollari in ETF durante la scorsa settimana, il massimo in nove settimane. I dati Refinitiv hanno anche mostrato vendite nette di fondi obbligazionari per 9,94 miliardi di dollari dai fondi a reddito fisso durante la scorsa settimana, segnando l’ottavo deflusso settimanale consecutivo.
A differenza di altri tentativi di rimbalzo, pertanto, quest’ultimo ha buone possibilità di durare. Lo S&P 500, infatti, ha guadagnato il 6% da quando l’indice ha raggiunto il livello intraday più basso dell’anno. Ad aiutare a guidare i guadagni è stata l’aspettativa che la Federal Reserve non diventi più aggressiva relativamente al suo piano di aumentare i tassi di interesse. La banca centrale sta cercando di regnare con un’inflazione elevata aumentando i tassi a breve termine, che ha lo scopo di frenare la domanda economica. Ma i verbali della Fed di mercoledì hanno rivelato che la Fed potrebbe non attuare più aumenti dei tassi di quelli attualmente pianificati. In effetti, i verbali implicavano che gli aumenti dei tassi potrebbero presto rallentare, poiché la crescita economica ha già iniziato a rallentare.
Oltre a questi segnali, esistono molte ragioni per credere che questo rally più recente durerà. Innanzitutto, lo S&P 500 è a un livello che dovrebbe dargli un certo supporto, data la perdita dell’indice quest’anno. Gli analisti tecnici cercano aree di “supporto” e “resistenza” sui loro grafici mentre cercano di capire dove potrebbe andare il mercato dopo. In poche parole, finché il supporto regge, è improbabile che i ribassi peggiorino molto da qui. Del resto, mentre le perdite di questo mese implicherebbero che l’indice potrebbe facilmente scendere al di sotto del livello di 3.950, lo S&P 500 è salito al di sopra di quel
livello. In secondo luogo, sembra che il mercato stia costruendo “modelli rialzisti“. In sintesi, il recente balzo dell’indice, portandolo al di sopra dei livelli chiave, mostra che gli acquirenti potrebbero tornare sul mercato e rimanervi. In più, solo nove ETF negoziati in borsa hanno toccato nuovi minimi questa settimana, contro i 24 della scorsa settimana e i 96 della settimana prima. In terzo luogo, i prezzi delle obbligazioni ad alto rendimento stanno salendo, e ciò significa che gli investitori sono più fiduciosi nel credito delle aziende e meno preoccupati per una recessione.
Infine, il dollaro è sceso da un massimo multi decennale di 1,312 contro l’Euro, e si è riavvicinato a 1,7 la scorsa settimana. Dato che il costante aumento del dollaro era stato un cattivo segnale per le azioni, il recente calo del biglietto verde dal suo massimo di 52 settimane è molto gradito.



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Segni di stress stanno anche aumentando sul mercato dei mutui Usa: il tasso di interesse medio su un
Per le banche centrali è diventato fondamentale combattere l’
“Nello specifico – conclude Scauri – abbiamo mantenuto in portafoglio le nostre posizioni su Atlantia e Danieli. La partecipazione in Tenaris è stata diminuita, beneficiando del grande movimento sul petrolio. Abbiamo poi mantenuto la nostra partecipazione nel settore della difesa (Leonardo), aumentando al contempo la nostra esposizione sul business della cybersecurity e ricostruendo il nostro posizionamento sul settore delle utilities, in particolare quelle esposte al business delle rinnovabili (Prysmian, Alerion, Enel). Infine, abbiamo aggiunto in portafoglio i titoli “inflation linked“, cioè Inwit e RayWay”.
La Fed ha già concluso il suo programma di acquisto di obbligazioni e a marzo e maggio 2022 ha alzato i tassi d’interesse di riferimento nel tentativo di smorzare l’inflazione. Seguiranno senza dubbio altri rialzi dei tassi. Inoltre, la Fed ridimensionerà il suo bilancio vendendo titoli di Stato e obbligazioni garantite da ipoteca oppure astenendosi dal reinvestire i titoli in scadenza. Eppure, finora gli interventi e gli annunci della banca centrale da soli non sono quasi mai riusciti a far rallentare la dinamica dell’inflazione. La Bce ha rallentato il ritmo dei suoi acquisti netti di obbligazioni senza terminarli completamente, ma ha lasciato invariati i suoi tassi d’interesse di riferimento. I rendimenti delle obbligazioni a lungo termine sono aumentati in
misura significativa, così come le condizioni per i nuovi prestiti, con i tassi sui mutui decennali al 2% in Germania, mentre negli Stati Uniti i mutui trentennali sono saliti al 5,25%, il livello più alto dal 2010. “In questo contesto, sia la Fed che la Bce alzeranno i loro tassi d’interesse. Per la Fed, pare probabile un nuovo intervallo obiettivo compreso tra il 2,5% e il 2,75%, se non leggermente superiore. La Bce, dal canto suo, dovrebbe riportare il tasso sui depositi in territorio positivo entro fine anno. Non è escluso nemmeno un aumento del tasso repo nel 2022”, spiega Schmidt.
Fare pronostici sul futuro andamento dell’inflazione appare più complesso. Se negli Usa le singole componenti incluse nel calcolo dell’inflazione sono già in calo o salgono solo lentamente, i costi degli affitti e per la costruzione di case hanno appena iniziato a crescere. In Europa, la fiammata dei prezzi dell’energia è decisiva per l’andamento dell’inflazione. Fare previsioni sull’evoluzione futura è difficile visti i possibili boicottaggi e una produzione energetica dipendente dai venti e dai livelli d’acqua. D’altra parte, ci saranno interventi governativi di dimensioni non ancora quantificabili, che ridurranno l’inflazione ma faranno salire i livelli di debito pubblico.
“Pertanto, non ci sentiamo di escludere un nuovo lieve rialzo dell’inflazione nel secondo trimestre sia negli Usa che in Europa, ma non oltre il 10%”, precisa Schmidt, “e a fine anno la dinamica inflazionistica dovrebbe rallentare. Per dicembre 2022 ci aspettiamo comunque tassi d’inflazione superiori al 5%, forse addirittura del 6%. L’andamento dell’inflazione a lungo termine nel 2023 e nel 2024 e la conseguente evoluzione dei tassi d’interesse delle banche centrali saranno tuttavia ancora più decisivi per il futuro sviluppo dei tassi a lunga scadenza. Si tratta di un’area che offre terreno fertile alle speculazioni, visto che le certezze sono ben poche. 
Gli hedge fund ci stanno già scommettendo, e aziende del calibro di HSBC Holdings Plc e RBC Capital Markets prevedono che le due valute raggiungeranno la parità nel corso del 2022. Alcuni fondi speculativi hanno già accumulato circa 7 miliardi USD di valore nozionale in scommesse su opzioni sulla parità solo nell’ultimo mese, rendendolo lo scambio più popolare tra coloro che cercano un ulteriore calo della valuta comune. Eppure, secondo la maggioranza degli analisti finanziari, l’Euro in sé non è una valuta poco interessante, ma la forza del Dollaro e la volatilità del mercato fanno puntare il calcolo delle
Da oggi gli investitori guarderanno ai discorsi del presidente della BCE Christine Lagarde dei prossimi giorni, così come ai verbali della riunione di aprile della Banca centrale, per ricevere ulteriori indizi su come muoversi. Dal momento che l’inflazione probabilmente non ha ancora raggiunto il picco, è praticamente impossibile mantenere una politica monetaria accomodante, per cui la Lagarde dovrà navigare a vista lungo un percorso ad ostacoli che non prevede neanche la minima possibilità di errore. Dal punto di vista dell’analisi grafica, se l’Euro sfonderà al ribasso l’argine di 1,0341 con il Dollaro, la strada verso la parità sarà in forte discesa.
Ma non tutti gli analisti sono negativi. Roberto Mialich, stratega valutario di UniCredit, prevede che l’euro risalirà sopra 1,10 USD nel corso del prossimo anno, quando diventeranno certe le previsioni di interruzione del ciclo di aumenti dei tassi da parte della Fed. Lo scenario di parità duratura – o addirittura di sotto-parità – viene visto solo come un rischio marginale, che potrà avverarsi solo se la crescita della zona euro crollerà molto più di quanto temuto. Tuttavia, finché le attività di rischio rimarranno vulnerabili, i rifugi tradizionali come il Dollaro e lo Yen rimarranno in voga. Anche la guerra della Russia in Ucraina rimane un importante ostacolo per l’Euro, e diversi analisti (HSBC, in primis) danno revisioni al ribasso della crescita dell’area Euro e previsioni al rialzo per l’inflazione, cioè un “cocktail sgradevole” per qualsiasi valuta.
Questa la storia recente, nota a tutti. La prossima settimana, ci aspettano gli ultimi aggiornamenti sull’inflazione negli Stati Uniti, con il rilascio dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) di aprile e dell’indice dei prezzi alla produzione (PPI), e saranno disponibili dati sull’inflazione anche per Cina e Germania, insieme ai dati sulla crescita della produzione industriale per Europa e Regno Unito. Conosceremo anche i dati sugli utili di due delle più grandi case automobilistiche del mondo, Toyota e Honda, insieme a quelli di Disney, Alibaba, Electronic Arts, Fox Corporation, Warner Music
Group e WeWork. In particolare, il Bureau of Labor Statistics rilascerà gli aggiornamenti di aprile per il suo Indice dei prezzi al consumo e Indice dei prezzi alla produzione rispettivamente mercoledì e giovedì; gli economisti prevedono che l’inflazione rallenti fino a un tasso annuo dell’8,1%, in calo rispetto al massimo degli ultimi 40 anni dell’8,5% a marzo. Anche i prezzi alla produzione dovrebbero decelerare leggermente, a un tasso annuo del 10,7%, da un aumento record dell’11,2% a marzo.
Relativamente al sentiment di mercato, il prossimo Venerdì l’Università del Michigan pubblicherà la lettura preliminare del suo indice del sentiment dei consumatori per il mese di maggio. Le stime di consenso prevedono una lettura di 63,6, in calo rispetto al 65,2 di aprile. Il mese scorso, l’indice era salito del 9,8% grazie alle aspettative più alte per l’economia e alle aspettative finanziarie personali per l’anno a venire. Tuttavia, l’indice è rimasto vicino ai minimi decennali poiché l’incertezza sull’aumento dell’inflazione, la guerra in Ucraina e le interruzioni della catena di approvvigionamento legate al blocco del COVID-19 in Cina hanno continuato a pesare sulla fiducia.
In Europa, le azioni sono crollate tra i timori che le banche centrali potrebbero dover intensificare i loro sforzi per controllare l’inflazione, aumentando potenzialmente il rischio per la crescita economica. I blocchi in Cina per frenare la diffusione del coronavirus e il conflitto in Ucraina hanno aumentato l’incertezza. I rendimenti dei titoli di stato core dell’eurozona sono aumentati principalmente in tandem con i rendimenti dei Treasury statunitensi dopo l’aumento del tasso di 50 punti base della Fed, e i rendimenti dei titoli di stato periferici della eurozona hanno seguito i rendimenti dei mercati principali. La BoE ha alzato il suo tasso di interesse di riferimento di 25 punti base all’1,0%, il livello più alto dal 2009, cercando
di frenare l’inflazione. Tuttavia, la banca centrale ha ritardato la riduzione delle sue scorte di obbligazioni acquistate nell’ambito del suo programma di acquisto di attività. La banca ha anche evidenziato il potenziale di scivolamento del Regno Unito in una recessione entro la fine dell’anno, e ha avvertito che l’inflazione potrebbe superare la percentuale shock del 10% nel quarto trimestre. Questi sviluppi hanno contribuito a spingere la sterlina britannica al minimo di due anni. Ancora più a nord, la Norges Bank ha mantenuto invariato il tasso sui depositi allo 0,75% e il governatore Ida Wolden Bache ha ribadito che il tasso ufficiale “molto probabilmente sarà aumentato a giugno”.
Sul fronte energetico, gli inviati dell’Unione Europea continueranno a discutere di un possibile embargo sul petrolio russo durante il fine settimana dopo aver incontrato la resistenza di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, le cui economie dipendono fortemente da queste importazioni di energia. Mentre la maggior parte dei paesi dovrebbe imporre un divieto entro sei mesi, Bruxelles potrebbe ora offrire alla Repubblica Ceca una data limite di giugno 2024, mentre Ungheria e Slovacchia potrebbero avere tempo fino alla fine di quell’anno.

Wall Street ha festeggiato la notizia, chiudendo in netto rialzo. Il Dow Jones ha guadagnato il 2,82% a 34.061 punti, l’S&P 500 il 2,97% a 4.299 e il Nasdaq il 3,19% a 12.964. Non è chiaro se si tratti di una inversione del sentiment di mercato, ma si propende per il no. Il rialzo dei listini americani e probabilmente, sulla scia, di quelli europei, potrebbe durare un paio di settimane, giusto il tempo di risollevare le quotazioni delle Big Tech e dei titoli industriali più colpiti dai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento di materie prime e semilavorati; dopo di che l’attuale congiuntura, in costanza di conflitto armato in Ucraina, finirà con il riportare gli indici verso una certa debolezza, peraltro tipica dei mesi estivi.
Nonostante l’aumento di mezzo punto sia stato deciso all’unanimità, la Fed ha atteso fino all’ultimo per giocarsi eventualmente la carta del rialzo-monstre, qualora gli ultimi dati ne avessero motivato il ricorso, poiché a marzo l’inflazione è schizzata all’8,5%, una roba che non si vedeva dagli anni ’80. L’ipotesi di un rialzo maggiore, comunque, rimane sul tavolo, anche se Powell si è limitato ad annunciare in conferenza stampa che l’inflazione va ridotta “speditamente” e che ulteriori aumenti dello 0,50% del costo del denaro verranno valutati anche in occasione dei prossimi due direttivi (metà giugno e fine luglio). Questo fa capire che in almeno uno dei due appuntamenti il ritocco dei tassi ci sarà, resta da capire se il mercato azionario sconterà nelle prossime sedute due rialzi o uno soltanto. Si propende per la seconda ipotesi, poiché gli indici americani sono volati sulla scia della dichiarazione di Powell secondo cui per il momento la Fed “non sta attivamente considerando” un rialzo dello 0,75%; il che vuol dire tutto e niente allo stesso tempo.
Ma se vogliamo dare credito alla teoria del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, il presidente della Fed ora sta impersonando il primo carattere con inusuale anticipo “cinematografico”, e questo potrebbe significare che nei prossimi mesi rialzi maggiori di mezzo punto non siano affatto da escludere. Infatti, la Fed, di fronte ad un eventuale ulteriore aumento dell’indice dei prezzi al consumo, potrebbe considerare l’adozione di una misura più efficace – cioè un aumento dello 0,75% o addirittura dell’1% – una volta sola tra giugno e fine luglio, anziché due aumenti consecutivi di 50 bps. Del resto, la guerra in Ucraina e i nuovi lokdown imposti dalle autorità cinesi per contrastare il contagio sono rischi concreti per il perdurare della inflazione elevata, per cui non è certo che la Fed abbia – come dichiarato dal buon Powell – “gli strumenti adeguati per riportare il costo della vita sotto controllo e (soprattutto) senza provocare una recessione“.
Probabilmente Powell, più che le capacità della banca centrale, deve ringraziare gli americani e la loro sfrenata tendenza a consumare anche il denaro preso a prestito, grazie alla quale l’economia a stelle e strisce oggi è forte e, nonostante il calo del Pil dell’1,4% registrato nel primo trimestre su base annua (trimestre su trimestre), le spese dei consumatori e gli investimenti fissi delle aziende sono rimasti robusti, così come i progressi del mercato del lavoro. Nel fare riferimento agli strumenti a disposizione della banca centrale, Powell certamente fa più affidamento nel programma di riduzione del bilancio dell’istituto, volato a 9.000 miliardi di dollari per sostenere l’economia durante la pandemia. La stretta sarà pari a 47,5 miliardi di dollari al mese a giugno, luglio e agosto e accelererà a 95 miliardi da settembre.
Al di là del risultato del singolo titolo, la notizia fa ben sperare per i giganti cinesi quotati all’estero, anche perché i loro utili aziendali sono abbastanza resistenti ai grandi shock economici e molte aziende hanno già trasferito sui prezzi al pubblico i costi di materie prime e di produzione in aumento per mantenere inalterati i margini di profitto e gli utili futuri. Nel frattempo, l’ufficio statistico dell’Unione Europea ha affermato che il PIL è aumentato dello 0,2% su base trimestrale, mentre gli economisti intervistati da Reuters si aspettavano una crescita dello 0,3%. Tuttavia, i titoli tecnologici sono aumentati del 2,2%. I fornitori Apple, tra cui ST Microelectronics, AMS e ASM International, sono tutti aumentati di circa il 2% ciascuno dopo che il produttore di iPhone ha registrato profitti e vendite record, mentre gli analisti prevedono che l’utile delle società STOXX 600 crescerà del 27,1% nel primo trimestre e del 13,7% nel secondo trimestre, con il maggiore impulso proveniente dalle società energetiche.
Negli USA Il sentiment è appesantito dalla delusione per la stagione delle trimestrali Usa, che vede alcune Big Tech mostrare atteggiamenti improntati alla cautela. Inoltre, pesano i risultati di bilancio di Amazon, che perde in Borsa oltre il 12% dopo aver riportato nel primo trimestre la prima perdita dal 2015 per via del pessimo investimento (loss di 3,8 miliardi di USD) effettuato nel produttore di auto elettriche Rivian. Amazon ha poi comunicato di stimare per il trimestre attuale una perdita operativa compresa tra 1 e 3 miliardi di USD, ma ciò che spaventa di più è che la crescita del fatturato è stata di appena il 7% nel primo trimestre, rispetto al boom +44% del primo trimestre del 2021. Sul fronte obbligazionario, la spirale di forte inflazione ha determinato una risalita dei tassi sui Treasuries Usa a scadenza decennale (2,864%).
La Yellen, inoltre, ha detto che l’inflazione potrebbe aver raggiunto il picco negli Usa, ma ha messo in guardia i cittadini sul fatto che i prezzi potrebbero restare elevati “un po’ più a lungo”. Nel frattempo, la fiducia è stata presa a pugni e gli esperti finanziari non fanno altro che raccomandare agli investitori di non farsi prendere dal panico, ma di pensare invece a strategie a lungo termine, molto più adeguate per gestire momenti come questo ed un sentiment generale sceso sotto i piedi, con un significativo 44% delle persone convinti che il mercato si stia muovendo in una direzione ribassista. Negli Stati Uniti, per esempio, l’ultimo indicatore settimanale dell’American Association of Individual Investors segna quasi 14 punti percentuali al di sopra della media storica del 30,5% sul sentiment ribassista, e solo il 19% ha dichiarato di essere rialzista, ma questo accadeva lo scorso 20 aprile. Non accadeva dal mese di Maggio 2016 che il sentiment rialzista non superasse il 20% per due settimane consecutive.
Nel frattempo, sei investitori su 10 prevedono un ulteriore aumento della volatilità del mercato, e sette su 10 affermano di essere preoccupati per una recessione, secondo un sondaggio Nationwide pubblicato pochi giorni fa. Nello stesso sondaggio, circa quattro investitori su 10 (44%) hanno affermato di sentirsi più fiduciosi nella propria capacità di proteggere le proprie finanze in caso di imminente recessione, e il 38% ha affermato di sentirsi fiducioso nella propria capacità di investire nel mercato azionario.
Gli investitori al dettaglio continuano a non avere alcuna visione strategica del mercato, soprattutto i clienti millennials che hanno una elevata propensione al rischio, padronanza della tecnologia digitale ma poco tempo a disposizione per dedicarsi agli investimenti azionari con la dovuta attenzione. Sembrano essere loro i maggiori responsabili del deflusso di circa 17,5 miliardi di dollari dalle azioni globali durante la scorsa settimana, sia in via diretta che attraverso gli strumenti di risparmio gestito. Da lì si è generato il ribasso degli indici americani, e in Europa i deflussi dai mercati azionari sono stati di poco inferiori, sebbene attribuibili quasi interamente ai fondi per via delle richieste di riscatto maggiori del solito.
Il problema è che i nuovi investitori regolari venuti fuori nel periodo della pandemia, per lo più millennials di fascia d’età più bassa (30 anni), hanno guadagnato molto con i titoli tecnologici e di e-commerce nel periodo Maggio 2020 – Maggio 2021, e nel periodo successivo hanno mostrato di non avere la stessa tolleranza al rischio rispetto agli investitori più sofisticati o agli investitori istituzionali. Soprattutto mostrano di non avere nessuna visione di lungo termine, che tipicamente entra a far parte del bagaglio personale di esperienza dell’investitore solo dopo qualche decennio di pratica oppure quando qualcuno o qualcosa ti ha instradato verso i rudimenti dell’educazione finanziaria di base, nel nome della quale, in momenti come questo, è necessario prendere fiato ed evitare di fare qualcosa di drastico.
Soprattutto, evitare di ragionare sugli effetti – mercato che scende, volatilità etc – e concentrarsi sulle cause. O meglio, sulla “causa regina”, l’inflazione, che continua ad essere sostenuta e costringe la Fed ad essere più aggressiva, rappresentando un rischio per l’economia e per i mercati finanziari. Tuttavia, una recessione nei prossimi 12 mesi non sembra essere considerata da nessun analista. Secondo Solita Marcelli, chief investment officer Americas di UBS Global Wealth Management, l’economia può crescere anche con la serie di aumenti dei tassi a cui gli investitori si stanno preparando, anche perchè i risultati degli utili del primo trimestre sono stati generalmente buoni, al netto delle eccezioni come Netflix, che la scorsa settimana ha riportato una perdita secca di 200.000 abbonati quando gli analisti avevano previsto una crescita di 2,5 milioni di abbonamenti.
Nelle fasi come quella che stiamo vivendo, con la triade pandemia-guerra-inflazione che non smette di fare danni, gli investitori dovrebbero privilegiare l’ottica di lungo termine, anche perché gli attacchi di volatilità non sono certamente finiti, e le obbligazioni continuano a perdere terreno e ad aumentare i rendimenti. Ciò dovrebbe sollecitare una modifica al portafoglio, riconsiderando le allocazioni, realizzando perdite per raccogliere il minus fiscale.
L’invasione russa dell’Ucraina ha scioccato il mondo, inflitto enormi sofferenze alla popolazione ucraina e danneggiato l’economia globale. La guerra ha complicato ulteriormente uno scenario già di per sé difficile, caratterizzato da un’inflazione persistentemente elevata e dal ritiro delle politiche monetarie accomodanti delle banche centrali. Le incertezze e i rischi di ribasso sono fortemente aumentati. La guerra e le conseguenti sanzioni imposte da Stati Uniti ed Europa hanno fatto schizzare verso l’alto i prezzi di energia e materie prime. Il rincaro duraturo di energia e commodity aumenta le pressioni sui prezzi e costituisce un notevole rischio che l’inflazione rimanga a lungo elevata e che si consolidi, innescando effetti secondari più persistenti.
“In questa situazione, l’economia globale rischia una nuova recessione, colpita da shock negativi paralleli sul fronte della domanda e dell’offerta, che hanno ulteriormente danneggiato le catene di approvvigionamento globali e intensificato le pressioni inflazionistiche e che, minando la fiducia e penalizzando il commercio internazionale, causeranno il rallentamento della crescita”, sottolinea Siviero. “Questo tipo di shock stagflazionistico rappresenta una sfida particolarmente insidiosa per le autorità politiche, costrette a trovare un compromesso sempre più arduo tra il contenimento di un’inflazione persistentemente elevata e il sostegno alla crescita, proprio nel momento in cui avevano cominciato a normalizzare la propria politica ultra espansiva anti-pandemia”.
“Una rapida risoluzione del conflitto in Ucraina sembra costituire un fattore decisivo per ridurre i rischi di stagflazione”, conclude Siviero. “Un soft landing richiede un mix appropriato di politiche economiche che comprenda una graduale normalizzazione della politica monetaria e il sostegno della politica fiscale in modo da offrire alle banche centrali il margine di manovra necessario per ritirare le misure accomodanti senza causare una recessione. Sarà fondamentale evitare passi falsi, il che nell’attuale contesto è sempre più difficile. Infine, la risoluzione globale della crisi pandemica resta la chiave per eliminare le strozzature nelle catene di approvvigionamento, ridurre le pressioni inflazionistiche e sostenere la ripresa globale. Il nostro scenario di riferimento non prevede una recessione “double dip”, ma l’auspicato soft landing potrebbe divenire un’ipotesi sempre più remota”.
L’azionario statunitense è in rialzo grazie a una serie di trimestrali positive, che hanno messo in secondo piano i timori sugli aumenti “aggressivi” dei tassi di interesse e le delusioni per l’aumento dei rendimenti delle obbligazioni. Tesla è salita dell’8,69%, dopo aver battuto le aspettative di Wall Street sugli utili ottenuti applicando prezzi più alti e compensando così i maggiori costi di produzione e le minori vendite dovute ai rallentamenti nelle catene di approvvigionamento. United Airlines e American Airlines sono salite rispettivamente del 12% e del 6,23% a seguito dell’annunciato ritorno all’utile nel trimestre in corso per via della domanda di viaggi schizzata in su.
Fed di San Francisco, Mary Daly, ha detto di essere favorevole ad un aumento del target dei tassi overnight al 2,5% entro la fine di quest’anno, ma ciò dipenderà da quanto accadrà in materia di inflazione e di mercato del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, gli ultimi dati hanno mostrato un moderato calo nel numero di americani che durante la scorsa settimana hanno presentato nuove richieste di sussidi di disoccupazione, per cui è evidente che il mese di aprile sarà nel complesso un altro mese di forte crescita del lavoro.








