Secondo Andrea Scauri, in assenza di un approccio meno aggressivo della Fed l’equity potrebbe scendere. Un punto di svolta della Fed potrebbe portare a una continuazione del rally.
“Ci aspettavamo un rally del mercato “orso” prima della fine dell’anno. Questo rally si è parzialmente concretizzato, a seguito di un territorio di ipervenduto dei mercati azionari. Riteniamo che questo rally abbia ancora gambe, ma dipenderà in larga misura dai messaggi provenienti dalle banche centrali (Fed in primis) che potrebbero portare a una strada accidentata entro la fine dell’anno.”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik European Dividend Preservation.
Dopo che a settembre si è registrata una delle peggiori performance dal lockdown per Covid-19, i mercati azionari hanno rimbalzato durante il mese di ottobre, spinti sia dai recenti interventi della Bce e della Banca del Canada, mostrando un approccio meno aggressivo alla politica monetaria, sia dal calo dei prezzi del gas, accanto a un approccio molto cauto degli investitori. I tassi d’interesse reali sono scesi leggermente, il che ha favorito i mercati. “Riteniamo che l’indebolimento della crescita globale persisterà per i prossimi 2-3 trimestri, con deterioramento degli indicatori macro, condizioni di credito più rigide, riduzione della liquidità e crisi energetica dell’Ue”, sottolinea Scauri. “Pertanto, vediamo ulteriore spazio per una riduzione dei tassi d’interesse reali, o almeno per non aumentarli ulteriormente. Tuttavia, non pensiamo che le banche centrali porranno fine alla lotta contro l’inflazione così presto”.
Finora, la stagione dei bilanci sta ancora mostrando risultati complessivamente solidi (in particolare per le banche e i materiali di base/petrolio), ma ci sono segnali di una compressione dei margini e di un rallentamento della domanda a causa dell’aumento dell’inflazione. In effetti, i titoli delle grandi aziende tecnologiche statunitensi sono stati messi sotto pressione a causa delle prospettive meno ottimistiche per i prossimi mesi, dovute principalmente al rallentamento della domanda e all’aumento dei costi. Microsoft è stata la prima a comunicare i risultati, con una previsione per l’anno fiscale 23 meno ottimistica del previsto, anche per il segmento altamente innovativo del
cloud. La guidance di Amazon è stata deludente, a causa di previsioni di crescita inferiori alle attese, considerando il previsto calo dei consumi (anche durante il periodo natalizio) oltre a una prospettiva più debole per il segmento Cloud. Meta ha registrato una performance negativa a causa del calo delle entrate pubblicitarie e dell’aumento dei costi e degli investimenti per il progetto Metaverse, che peseranno sia sul flusso di cassa che sugli utili nel 2023. Le preoccupazioni del mercato si sono rivolte anche a Google/Alphabet, ancora una volta a causa di un rallentamento dei ricavi pubblicitari. Infine, anche Apple è stata debole, così come Intel.
Nel corso del mese sono stati formati due nuovi governi, nel Regno Unito e in Italia, che hanno entrambi presentato piani che danno priorità al riequilibrio delle finanze pubbliche. I rendimenti dei titoli decennali italiani sono scesi di -30 pb al 4,2% (+300 pb da inizio anno), mentre lo spread BTP-Bund si è ridotto di 31 pb a 211 pb. È prevedibile che lo spread BTP-Bund si assesti intorno ai livelli attuali (200-250 pb) in attesa dell’opinione del mercato sulla Legge di Bilancio 2023. Per quanto riguarda i tassi d’interesse statunitensi, il rendimento del Tesoro Usa a 10 anni è salito di +22 pb al 4,05%, meno del previsto aumento dell’inflazione, mentre il tasso dei mutui Usa a 30 anni è salito ancora leggermente al 7,1.
Sebbene da un lato l’attesa riduzione della pressione sui tassi d’interesse sia coerente con la stabilità dei multipli di mercato dopo il forte de-rating di inizio anno, dall’altro i fondamentali offrono ancora poco supporto, con una persistente scarsa visibilità sull’entità e la durata del rallentamento economico in corso. “In questo contesto, il rally del mercato si è parzialmente concretizzato ma la sua continuazione dipenderà dai messaggi che arrivano dalle banche centrali”, sottolinea Scauri. “A oggi, il consensus sull’Eurostoxx600 indica per il 2023 una crescita degli utili del +3% a/a (dopo la
previsione del 20% per il 2022E), con un rapporto prezzo/utili di 11,2x rispetto alla media storica degli ultimi 5 anni di 14,5x. Ci stiamo avvicinando al momento della verità in termini di stime (in particolare per il 2023), in quanto dicembre potrebbe risentire di una domanda natalizia più debole del previsto, oltre al fatto che con i risultati dell’ultimo trimestre le società saranno tenute a fornire un outlook sugli utili per il 2023, con un rischio di capitolazione, che potrebbe fornire un punto di ingresso per le azioni, in particolare se le banche centrali continueranno ad adottare un approccio meno aggressivo. In assenza di un pivot della Fed, l’equity è probabilmente destinato a scendere. Al contrario, un pivot della Fed, o la sua anticipazione, può portare a una continuazione del rally”.



È evidente che, considerando questi aspetti “nascosti” del mercato finanziario americano, è abbastanza difficile fare previsioni sulla reale profondità di una possibile recessione e dell’impatto che potrebbe esserci sulle variabili finanziarie “visibili” (Equity e Corporate Bonds). Se, come sembra altamente probabile, avremo una recessione, la vera discesa dei mercati finanziari si verificherebbe solo allora, quando si realizzerà un’impennata di default nel settore del Private Credit, un’ulteriore crisi del Private Equity e, alla fine, una decisa revisione al ribasso degli utili attesi per le società quotate. Le recenti
notizie delle perdite registrate dai fondi pensione USA sugli investimenti in Private Equity e Private Credit sono una spia di quello che sta accadendo. Anche le perdite nel segmento di business dell’investment banking delle principali banche USA, che sono state molto attive nei finanziamenti al Private Equity e Fintech attraverso i Leverage Loans, rafforzano questo scenario. Il boom di investimenti nel settore Fintech e Crypto ha assunto una dimensione veramente importante negli ultimi tre anni e non sappiamo esattamente quanto sia il peso di tali investimenti sul fatturato delle società tecnologiche.
La miscela perversa di crisi di credito nel segmento Private e l’impatto collaterale sul settore Fintech possono innescare un significativo cedimento del ciclo che allo stato attuale sembra completamente sottovalutato. Un ulteriore problema è l’attuale forza del dollaro a causa delle attese di rialzo dei tassi USA. La rincorsa monetaria della FED, per cercare di piegare un’inflazione che ha sottovalutato, innesca una serie di svalutazioni di euro, yen, sterlina e divise emergenti che provoca seri problemi di controllo all’inflazione importata. Mentre per la FED il dollaro forte è utile per limitare l’inflazione importata, per gli altri Paesi è un ulteriore problema. Infatti, le Banche Centrali delle principali economie sono obbligate ad innescare politiche restrittive per contrastare l’inflazione ma, a causa della svalutazione verso dollaro, l’inflazione importata diventa difficile da contrastare, imponendo di fatto politiche monetarie sempre più restrittive in un contesto di rallentamento dell’economia.
In un mondo dove l’energia è pagata in dollari, la forza del dollaro aumenta l’inflazione fuori dagli Stati Uniti e accentua le politiche restrittive a Paesi che non le possono reggere. L’instabilità finanziaria scatenata dai policy mistake della FED non è mai stata così costosa per l’economia mondiale. Il controllo dell’inflazione USA sarà pagato da tutti con una recessione piuttosto pesante e di non breve durata. La Cina, grazie all’accordo di fornitura di energia con la Russia, è meno esposta all’inflazione importata e può implementare politiche monetarie espansive; tuttavia l’economia cinese rimane esposta al rallentamento dell’economia mondiale e non riuscirà a sottrarsi alla difficile congiuntura internazionale.
Bank of Japan è un’ulteriore dimostrazione della fase di crisi delle Banche Centrali: BOJ non può modificare la politica monetaria per evitare di provocare il collasso dei carry trades in yen, che non farebbero che accentuare il movimento ribassista dei Treasury Bond USA e dei mercati finanziari. BOJ si trova così nell’angolo a subire un attacco speculativo contro yen senza poter intervenire, costretta a subire una svalutazione che produce ormai inflazione anche in Giappone ed erode il potere d’acquisto di un Paese abituato da lungo tempo all’inflazione zero.
Appare evidente che la mancanza di coordinamento tra Banche Centrali sul livello del dollaro è ormai una fonte di problemi che non si può risolvere innescando rialzi dei tassi a livello mondiale per fermare l’inflazione importata da Europa, Giappone ed EM. Si delinea dunque uno scenario di alta instabilità, sia per il ciclo economico che per le variabili finanziarie. Quando la FED dice che ci sarà un conto da pagare per rimettere l’inflazione sotto controllo, gli operatori dei mercati pensano che il conto verrà pagato da qualcun altro o che, dato l’attuale ribasso subìto dal mercato azionario, il conto è già stato pagato. Nella realtà, a giudicare dai problemi che stanno emergendo in alcuni segmenti del mercato finanziario, sembra che il conto finale potrebbe essere molto più alto di quello che la “consensus view” tende, come al solito, a credere.
In base a tali considerazioni, la FED dovrà fermarsi nel rialzo dei tassi davanti all’inesorabile cedimento del ciclo mondiale, ma questo sarà fatto quando ormai la recessione sarà inevitabile (fine 2022). I probabili rimbalzi degli indici all’annuncio del cosidetto “Pivot”, potranno partire da 3400 di SPX e 3000 di Eurostoxx. Il rimbalzo dei mercati sarà però ostacolato successivamente da aspettative di netta revisione al ribasso dei profitti attesi, innescando quindi un’ulteriore fase ribassista che potrebbe culminare a 2500 di SPX, 2500 di Eurostoxx, 10.000 di DAX e 9000 di Nasdaq 100. I bonds governativi (US Treasury e BUND), attualmente in fase ribassista, inizieranno a recuperare terreno grazie al fatto che la recessione procurerà una decisa caduta dei tassi a 10 anni e oltre. Il dollaro avvierà quindi un trend di forte svalutazione contro le principali divise, correggendo l’eccesso di valutazione raggiunto in questi mesi e consentendo a BOJ di uscire dall’impasse, e consentendo alla BCE di essere meno restrittiva.
Le asset class che potranno uscire vincenti alla fine di questo disordine saranno quelle degli Emerging Market che, nel frattempo, avranno accentuato la loro svalutazione relativa verso tutti i principali mercati, e si presenteranno all’inizio di discesa del dollaro con le valutazioni migliori in termini relativi. Le strategie d’investimento devono essere pronte a cogliere questi importanti eventi che ormai sembrano inevitabili, fatti salvi eventuali ulteriori peggioramenti del quadro geopolitico, che imporrebbero una ulteriore spinta al dollaro e quindi un ulteriore peggioramento del contesto finanziario globale. 
I mercati sono entrati in una
Ci sono due grandi categorie di preoccupazioni in questo momento. La prima è l’aumento della volatilità in quelli che dovrebbero essere gli strumenti a reddito fisso più sicuri al mondo potrebbe sconvolgere l’”impianto idraulico” del sistema finanziario. Poiché i Treasury sono supportati dalla piena fiducia e credito del governo degli Stati Uniti e sono utilizzati come garanzia nei mercati di finanziamento overnight, il calo del loro prezzo e i conseguenti rendimenti più elevati potrebbero rovinare il buon funzionamento di quei mercati, e la Fed potrebbe dover stabilizzare il prezzo dei Treasury con finanziamenti di emergenza. Ciò probabilmente costringerà la Fed a interrompere il suo programma di inasprimento quantitativo prima del previsto, proprio come ha fatto la Banca d’Inghilterra. Sebbene ciò confonderebbe il messaggio della Fed secondo cui si sta comportando in modo duro sull’inflazione, la banca centrale potrebbe non avere scelta.
La seconda preoccupazione è che i mercati così indeboliti possano esporre i gestori patrimoniali, gli hedge fund o altri attori a rischi di liquidità e di sovra indebitamento. In una tale situazione, è possibile che le richieste di margine e le liquidazioni forzate possano aumentare ulteriormente la correzione mercati. In tal senso, gli operatori di carry trade, che implicano l’assunzione di prestiti a tassi bassi e il reinvestimento in strumenti ad alto rendimento (spesso con l’aiuto della leva finanziaria) hanno una storia di implosioni. Inoltre, il dollaro più forte rende più difficili da rimborsare ampie fasce di 
Il Dow Jones è sceso del 4% e lo S&P 500 ha perso il 4,7%, mentre il Nasdaq si è contratto del 5%. Nel frattempo, i rendimenti dei 
Giovedì, il Bureau of Economic Analysis (BEA) pubblicherà la sua stima finale per la crescita del PIL del secondo trimestre. L’indicatore di inflazione preferito dalla Fed, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE), arriverà venerdì. Nike, Micron Technology, Carnival Corporation e Bed Bath & Beyond saranno tra le società che registrano utili. Vale anche la pena notare che la prossima settimana è l’ultima settimana del terzo trimestre, con venerdì l’ultimo giorno di negoziazione di settembre, storicamente uno dei peggiori mesi dell’anno per le azioni. Attraverso 182 giorni di negoziazione finora quest’anno, il 2022 ha visto il quinto peggior inizio di qualsiasi anno nella storia per le azioni statunitensi.
Martedì, S&P Global rilascerà il suo ultimo indice dei prezzi delle case Case-Shiller, tracciando i prezzi delle case nazionali. È probabile che la crescita dei prezzi sia ulteriormente decelerata a luglio, dopo che i prezzi sono aumentati di appena lo 0,4% a giugno, segnando il tasso di crescita più lento in due anni. La crescita dei prezzi delle case ha raggiunto il picco a marzo e da allora è rallentata, poiché l’aumento dei tassi ipotecari e il calo dell’accessibilità economica pesano sui potenziali acquirenti. I prezzi sono aumentati del 18% a giugno rispetto a un anno fa, e anche i guadagni annuali sono previsti in decelerazione. Sempre martedì, Freddie Mac rilascerà il suo House Price Index (HPI) relativo al mese di luglio. I prezzi erano aumentati dello 0,1% a giugno – il guadagno più lento da maggio 2020 – con la crescita annuale dei prezzi in decelerazione a un tasso annuo del 16,2%, in calo rispetto al picco del 19,3% di febbraio.
Sempre martedì, il Conference Board rilascerà l’aggiornamento di settembre al suo Consumer Confidence Index (CCI), che misura l’ottimismo dei consumatori riguardo alle loro finanze personali e allo stato dell’economia. Stime preliminari prevedono un leggero aumento della fiducia dei consumatori, a 104 da 103,2 di agosto. L’Università del Michigan pubblicherà venerdì la lettura finale di settembre del suo Consumer Sentiment Index (MCSI). Gli economisti prevedono una lettura dell’indice invariata a 59,5, rispetto a 58,2 di agosto e un minimo storico di 50 a giugno. Il sentiment dei consumatori è leggermente migliorato all’inizio di settembre, poiché i prezzi del gas sono diminuiti e le aspettative di 
In sintesi, il rapporto sull’inflazione americana di agosto ha tradito le aspettative di un lieve calo mensile, e l’IPC ha sorpreso al rialzo salendo dello 0,1% ad agosto da luglio. Il tasso di inflazione annuale, però, è sceso dall’8,5% all’8,3%, ma è stato comunque superiore all’8,1% previsto. 
Qual è la prospettiva? La persistenza e l’ampiezza dell’inflazione suggeriscono che il compito delle banche centrali sarà piuttosto difficile. Infatti, i prezzi in aumento degli immobili e i salari più elevati stanno esercitando pressioni al rialzo sull’inflazione nel prezzo dei servizi, ma sia in USA che in Europa ci sono segnali che la tensione del mercato del lavoro si sta lentamente allentando, che le catene di approvvigionamento si stanno normalizzando, che i prezzi delle materie prime continuano a indebolirsi e che la domanda dei consumatori si sta moderando, mentre gli aumenti dei tassi rallentano l’economia. Per questi motivi, prevediamo che la traiettoria dell’inflazione sarà più bassa nel breve periodo, anche se non in linea retta.
Invece, l’inflazione immobiliare potrebbe persistere a un ritmo più elevato per un po’, poiché tende a essere lenta e persistente. Storicamente, l’inflazione nei prezzi di affitto degli alloggi rimane indietro di diversi trimestri rispetto alla variazione dei prezzi in acquisto delle case, poiché i contratti di locazione sono generalmente fissati per più di un anno e, anche quando sono in fase di rinnovo i proprietari sono riluttanti ad aumentare troppo i prezzi sugli inquilini esistenti e comprovatamente affidabili. Tuttavia, l’attività immobiliare si sta già raffreddando, il che implica che probabilmente non passerà molto tempo prima che i prezzi inizieranno ad attenuarsi. La scorsa settimana il tasso ipotecario fisso a 30 anni ha raggiunto negli USA il 6% per la prima volta dal 2008, il doppio di quello di un anno fa. Con il costo dei prestiti in forte aumento, le richieste di mutuo per l’acquisto di una casa sono inferiori di circa il 30% rispetto a un anno fa.
Quali sono le prospettive per la Fed? Il rapporto CPI di agosto suggerisce che la Fed ha più lavoro da fare nella sua lotta contro l’inflazione, e il FOMC potrebbe aumentare i tassi di altri 75 punti base (0,75%) quando si riunirà questa settimana, portando il tasso sui fondi federali al 3,00% – 3,25%. Sebbene i prezzi di mercato suggeriscano una probabilità significativa (del 25%) di un aumento di un punto percentuale, la Fed non sceglierà di sconvolgere i mercati con un rialzo jumbo, ma piuttosto aggiungerà più rialzi nelle riunioni future, ma solo se ritenuto necessario. Infatti, dopo la sorpresa al rialzo dell’inflazione le aspettative vanno verso un tasso di picco più elevato, per cui il mercato obbligazionario ora prevede che la Fed fermi i rialzi dei tassi a circa il 4,5% dal 4,0% precedente, con l’ultimo aumento previsto a marzo 2023. In risposta, i rendimenti dei Treasury si stanno adeguando a un percorso di rialzo dei tassi più aggressivo.
In tutta probabilità, quindi, le pressioni sui prezzi si attenueranno abbastanza da consentire alla Fed di rallentare il suo ritmo di inasprimento entro la fine dell’anno, per poi fermarsi l’anno prossimo, ma non abbastanza per iniziare a tagliare i tassi nel corso del 2023. Per la Bce, la previsione è pressoché identica, ma ritardata di circa sei mesi per via della “reazione lenta” della Banca Centrale Europea verso lo shock di offerta. Il rischio più grande per questo scenario è rappresentato da un eventuale e ulteriore altro rally dei prezzi delle materie prime energetiche, ma la discesa dei prezzi del petrolio al di sotto di $ 100 appare solida e confortante.
Il doloroso ribasso di obbligazioni e azioni di quest’anno ha già migliorato i rendimenti futuri a lungo termine, e i punti di partenza sia dei rendimenti obbligazionari che delle valutazioni azionarie sono ora molto diversi rispetto all’inizio dell’anno, risultando molto appetibili in valore assoluto. Ma con la Fed determinata ad alzare i tassi con fermezza e con il probabile rallentamento della crescita, il contesto macroeconomico richiede pazienza da parte degli investitori, poiché i mercati – mai come adesso – dovrebbero iniziare a riprendersi solo quando le banche centrali diventeranno meno aggressive. In ogni caso, a questi livelli di sconto rispetto ai massimi gli investitori possono già sfruttare l’attuale situazione come un’opportunità per ribilanciare i portafogli e aggiungere investimenti di qualità a prezzi più favorevoli.
Secondo Eurostat il tasso di inflazione annuale dell’Eurozona si è attestato all’8,9% a Luglio, ed è in aumento rispetto all’8,6% di Giugno (l’anno scorso era del 2,5%), mentre nell’area Euro l’indice è al 9,8%. In Italia, l’inflazione armonizzata a Luglio cala all’8,4% dall’8,5% di Giugno, e rimane sotto la media dell’Eurozona (8,9%), ma tassi annualizzati più bassi sono già riscontrabili in Francia e Malta (entrambi con il 6,8%), mentre i più alti sono stati registrati in Estonia (23,2%), Lettonia (21,3%) e Lituania (20,9%). La stessa Bce, per bocca del comitato esecutivo, vede un quadro in peggioramento per la crescita nell’area euro e non esclude la possibilità di entrare in una recessione tecnica; e se anche entrassimo in recessione, secondo la Bce sarebbe abbastanza improbabile che le pressioni inflazionistiche scendano da sole, poiché lo shock da offerta sta rallentando la crescita, ma la minore domanda di beni derivante da tale rallentamento non è sufficiente a indebolire l’inflazione.
Il bilancio mese su mese, comunque è negativo: rispetto a giugno, l’inflazione è diminuita in sei Stati membri, è stabile in tre ma è aumentata in diciotto. Questo accade perché le economie di ogni paese membro reagiscono in modo diverso a seconda del proprio livello di dipendenza energetica. L’Italia, in tal senso, sconta la miopia della pessima classe politica degli ultimi trent’anni anni, che ha snobbato completamente il problema, favorendo di fatto gli interessi degli altri paesi europei, come la Francia, in campo petrolifero. Infatti, storicamente Parigi vanta uno strapotere nell’area nordafricana per via del colonialismo, ed è opinione ampiamente
condivisa che senza il volere del governo francese di quell’epoca il leader libico Muammar Gheddafi non sarebbe mai stato deposto, anche perché quest’ultimo ha pagato soprattutto il rifiuto di eseguire diversi contratti d’affari che aveva stipulato proprio con la Francia. Da qui l’intervento diretto manu militari di Sarkozy e il caos in cui versa il paese nordafricano dopo la sua mancata rielezione alla presidenza. Dopo la deposizione di Gheddafi, comunque, i giganti energetici Gdf-Suez (oggi ENGIE) e Total si sono fatti largo – come era prevedibile – a suon di acquisizioni e partecipazioni societarie, che hanno consentito alla Francia di raggiungere una produzione di oltre 400mila barili al giorno, superando l’italiana ENI, anch’essa titolare di contratti petroliferi in Libia.
Questa serie di circostanze, aggravate prima dalla interruzione delle catene di approvvigionamento generata dalla pandemia e poi dal conflitto armato NATO/Ucraina/Russia, ha messo a nudo i problemi dell’Italia, che è uno dei Paesi europei con la più alta dipendenza energetica dall’estero: nel 2021, infatti, le importazioni da altri Paesi di combustibili fossili, ovvero petrolio, gas e carbone, hanno coperto ben il 77% del fabbisogno nazionale, a fronte del 23% soddisfatto dalla produzione nazionale (per la maggior parte costituita da fonti rinnovabili). Proprio la Russia, da sola, copre il 25% del nostro
fabbisogno, con il 40% delle importazioni di gas, il 12% di quelle di petrolio e ben il 52% di quelle di carbone. A seguire, l’Algeria contribuisce con il 15%, l’Azerbaigian con il 13%, la Libia con il 9%, l’Iraq con il 6%, il Qatar e l’Arabia Saudita con il 4%, gli Usa con il 3% e la Nigeria con il 2%. A ben vedere, si tratta di Paesi con regimi autoritari, oppure con problemi di instabilità politica o addirittura di guerre civili interne, per cui c’è poco da stare allegri sull’affidabilità nel tempo dei contratti di fornitura.
Relativamente agli USA – che di guerre se ne intende parecchio – dalle minute della Fed è emerso che il mantenimento della massima occupazione e l’abbassamento del tasso di inflazione al 2% potrebbe comportare ulteriori rialzi dei tassi, il cui ammontare dipenderà dai dati macro. Queste affermazioni lasciano un certo spazio ad un rallentamento del ritmo di crescita dei tassi, anche perché la Federal Reserve è già intervenuta ritoccando verso l’alto i tassi con una certa enfasi, che ha permesso di registrare una lieve contrazione dell’inflazione. Un altro rialzo di 75 punti base vede il favore di alcuni presidenti regionali della Fed, ed anche i più cauti si pronunciano per nuovi incrementi che non vanno al di sotto di 50 punti base, riferendosi ad eventuali aumenti di 75 bps come “ragionevoli”. La Fed, infatti, deve raffreddare on solo i consumi, ma anche il mercato del lavoro, dal momento che oggi ci sono quasi due posti di lavoro per ogni lavoratore disponibile.
In ogni caso, l’inflazione statunitense – sia “headline” che “core” – si è ridimensionata nel mese di luglio, e il mese di giugno segnerà probabilmente il picco del tasso di inflazione globale su base annua. Pertanto, il fatto che l’inflazione si modererà è dato per scontato da qualunque sondaggio, come quello condotto dal Wall Street Journal fra 75 economisti, i quali – tutti e 75 – prevedono un’attenuazione dell’inflazione rispetto al livello attuale, ma c’è disaccordo sulla misura di tale attenuazione. Infatti, l’intervallo delle previsioni per il 2023 va dallo 0,0% al 5,3%, mentre per il 2024 l’intervallo è compreso tra lo 0,3% e il 4,1%. Anche i sondaggi dell’Università del Michigan e della Fed di New York sulle aspettative di inflazione registrano un intervallo così ampio tra le opinioni degli economisti intervistati. Il problema è che le aspettative di inflazione misurate dai sondaggi possono rivelare dati distorti e confusi poichè fortemente influenzati dalla volatilità dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia, ossia i due principali contributori dell’indice dei prezzi al consumo di ogni paese.
Nel frattempo, gli effetti nefasti della Brexit si fanno sentire nel Regno Unito, dove l’inflazione sta mettendo in ginocchio gli inglesi e non accenna a rallentare. Secondo la Banca d’Inghilterra, il picco inflattivo sarà registrato ad ottobre, e il timore di una recessione profonda sono molti. L’economia inglese, infatti, è appesantita anche dall’aumento del prezzo dei generi alimentari, generato dalla loro produzione – il Regno Unito importa moltissime derrate alimentari dall’estero – e soprattutto dal loro approvvigionamento per via del divorzio dall’UE. E così, le cassandre che avevano annunciato le conseguenze nefaste della Brexit
possono finalmente cantare vittoria, ma relativamente alle materie prime energetiche gli inglesi detengono un buon livello di indipendenza – grazie alla British Petroleum – e non sono quindi importatori netti. Pertanto, pare che nel continente europeo l’Inghilterra sarà la prima ad entrare in recessione reale (non solo tecnica), e probabilmente la prima a uscirne. Tuttavia, l’inflazione potrebbe stabilizzarsi a livelli medio-alti per lungo tempo, e questo costringe gli inglesi a rivedere i programmi di finanza pubblica adattandosi a circostanze che non si vedevano da decenni.
Come risultato del collasso economico indotto dal coronavirus, quasi tutte le banche centrali hanno ridotto i tassi di interesse a zero o vicino a questo valore e hanno acquistato obbligazioni a volumi record. “La conseguente ripresa dell’economia globale, la piena occupazione e l’aumento dei tassi d’inflazione hanno spinto la Fed a cambiare la sua politica nella seconda metà del 2021″, spiega Schmidt. “La Fed ha ridotto i suoi acquisti di obbligazioni e li ha interrotti completamente a marzo 2022. Da giugno ha ridotto le sue partecipazioni in titoli di stato e in obbligazioni garantite da ipoteca. Occorrerà trovare nuovi investitori per questa enorme quantità di titoli di Stato e il passaggio della Fed da acquirente a venditore di titoli di Stato non favorisce il loro status di porto sicuro”.
La Bce sta perseguendo una politica simile, ma con un ritardo temporale. I suoi acquisti di obbligazioni non proseguiranno più a luglio e nello stesso mese seguirà il primo aumento dei tassi di interesse. “La Bce sta cercando di ridurre lo stock di obbligazioni che ha accumulato. Secondo le sue dichiarazioni ufficiali, i fondi in scadenza devono essere reinvestiti almeno fino alla fine del 2024. È probabile che per allora la Bce avrà cambiato completamente opinione e politica”, stima Schmidt.
Il potenziale protettivo dei bond governativi in Usa e in Europa
La sostenibilità del debito sotto la lente
in rapporto al Pil, ma poi salirà all’8% entro il 2051″, fa notare Schmidt. “Il quadro è ancora più cupo se si mette in relazione la spesa netta per interessi con la spesa pubblica totale: in questo caso l’aumento sarebbe dall’8% a oltre il 30% nello stesso lasso di tempo. Se questi dati mettono in dubbio la capacità e la volontà di rifinanziare il debito esistente, allora lo status di porto sicuro è messa seriamente in discussione, come dimostra la crisi del debito sovrano in Europa circa 10 anni fa. Non dubitiamo della capacità di rifinanziamento degli Stati Uniti in qualsiasi momento, anche se la volontà di farlo a volte sembra mancare. Regolarmente, a causa del confronto tra i due schieramenti politici, la solvibilità viene assicurata solo all’ultimo momento, attraverso i necessari compromessi. Inoltre, lo Stato federale Usa ha un rating “AA+” come emittente solo dal 2011. Tuttavia, in Ethenea siamo certi che gli Usa continueranno ad adempiere ai propri obblighi in futuro e che quindi i treasury statunitensi continueranno ad avere il potenziale per essere considerati un porto sicuro“.
Anche nell’Eurozona non c’è motivo di dubitare della volontà di pagare i debiti, anche se la crisi del debito sovrano di 10 anni fa ha messo in discussione la solvibilità di molti Stati. “Le obbligazioni dei paesi periferici come Italia, Spagna e Portogallo da tempo non sono più un porto sicuro e non lo diventeranno nel prossimo futuro. Questi paesi beneficerebbero di una comunitarizzazione del debito nell’Eurozona (mentre per i titoli di Stato tedeschi è il contrario), ma finché ciò non accadrà, i titoli di Stato tedeschi rimarranno l’unico porto sicuro in Europa”, conclude Schmidt.
Detto questo, il cibo e l’energia non sono i soli responsabili dell’inflazione. I prezzi, infatti, sono aumentati in molte categorie. Anche le misure alternative che tentano di fornire una lettura meno “rumorosa” dell’inflazione (escludendo le categorie volatili o concentrandosi sulla fascia mediana) stanno aumentando ai tassi più veloci mai registrati. La Fed di Dallas esclude ogni mese le variazioni di prezzo più estreme di beni di consumo e servizi, mentre la Fed di Cleveland esclude tutte le variazioni di prezzo tranne quella al centro della distribuzione delle variazioni di prezzo. L’accelerazione di queste misure suggerisce che domare l’inflazione nel settore alimentare ed energetico, da solo, non risolverà il problema.
I consumatori più ricchi, che spesso possono fare affidamento su una maggiore quantità di risparmi o su un mercato azionario più forte, oggi risentono del calo delle azioni, che ha impoverito la quota capitale e rischia di alleggerire anche i dividendi. La variazione annuale dell’indice S&P 500 (-13,01% ad un anno, -19,03% a 6 mesi), infatti, potrebbe non tradursi in perdite effettive per gli investitori che non hanno venduto i propri investimenti, ma danneggia la fiducia delle famiglie. Inoltre, con l’eccezione del settore energetico che ha performato benissimo grazie al picco dei prezzi del petrolio, tutti gli altri settori all’interno dell’S&P 500 hanno registrato un certo grado di debolezza dal massimo del 3 gennaio 2022; pertanto è difficile effettuare raccomandazioni di sovrappeso o sottopeso degli asset all’interno del portafoglio, in parte a causa della natura altamente volatile del mercato e della traiettoria incerta della crescita economica. E’ preferibile, invece, incoraggiare gli investitori ad adottare un approccio basato sui segmenti di mercato di alta qualità, caratterizzati da revisioni positive degli utili, bassa volatilità e alto dividendo.
Relativamente al reddito fisso, le banche centrali di tutto il mondo stanno intensificando i loro piani per aumentare i tassi di interesse. Il risultato è stato un rapido ripristino delle aspettative sul grado di inasprimento della politica monetaria necessario per portare l’inflazione al ribasso e una forte svendita del mercato obbligazionario e degli asset rischiosi. I dati di maggio hanno schiacciato le speranze che l’inflazione sarebbe scesa presto, poiché gran parte della pressione inflazionistica deriva da problemi dal lato dell’offerta, che le banche centrali non possono controllare. L’unica opzione disponibile, pertanto, è rallentare la crescita economica abbastanza da ridurre la domanda interna per soddisfare l’offerta attualmente più limitata, ma così facendo i mercati devono ancora scontare un forte aumento dei tassi (in USA previsti al 3,75%–4% entro la metà del 2023).
Inoltre, gli spread di credito, ovvero la differenza di rendimento tra bond governativi e bond societari con scadenza simile, sono aumentati, poiché gli investitori cominciano a preferire i bond governativi rispetto alle obbligazioni di emittenti societari esposte al ciclo economico. Inoltre, il dollaro è anche salito di oltre il 7% da inizio anno, e questi fattori (spread di credito e dollaro forte) segnalano che le condizioni finanziarie potrebbero essersi irrigidite a sufficienza da far pendere l’economia verso la recessione. Poiché può volerci del tempo per vedere l’effetto della politica monetaria sull’economia, l’impatto dell’inasprimento potrebbe non essere evidente fino alla fine di quest’anno; di conseguenza i mercati obbligazionari potrebbero subire una certa volatilità finchè non sarà chiaro se la Fed sarà riuscita ad evitare la recessione.


La buona notizia, nella mente degli strateghi della Bce, sarebbe stata quella di aver incaricato gli uffici tecnici di accelerare il completamento di un nuovo strumento anti-frammentazione dello spread – che in Italia è aumentato sensibilmente nelle ultime settimane rispetto al BUND tedesco – con l’obiettivo di avere delle opzioni nel caso in cui il programma di finanza straordinaria inaugurato con la pandemia non dovesse bastare; ma la mossa della Bce non ha convinto del tutto gli analisti, poiché la sua efficacia è tutta da dimostrare, e la speculazione sui titoli di stato dei paesi periferici raramente si ferma di fronte ai semplici annunci di eventi o mezzi ancora da definire, neanche se hanno il marchio della
Pertanto, si tratterebbe del classico elefante che partorisce un topolino, e questo purtroppo è il prodotto di un modello fallimentare di Unione Europea, che di fronte agli eventi straordinari – l’inflazione al 7% è un fenomeno dai risvolti economici del tutto simili, se non più gravi, di quelli scatenati dalla pandemia – rimane diviso sull’opportunità e la necessità di introdurre un nuovo e più difficile meccanismo di stabilizzazione che possa mettere in repentaglio l’equilibrio economico dei paesi del Nord Europa, lasciando a se stessi quelli del Sud (tra cui,
naturalmente, l’Italia). La circostanza che ha più irritato gli analisti, inoltre, è che la Bce, dopo soli sei giorni dall’aver annunciato la fine del QE, rilancia lo strumento dei reinvestimenti flessibili del
In pratica, la Bce avrebbe dovuto usare la stessa sicurezza ostentata nel comunicare nettamente che, nella prossima riunione di Luglio, sarà deciso un rialzo di 25 punti base, e un altro rialzo di entità ancora non definita (e questo ci sta, invece) a settembre. Si pensa che l’aumento di tasso di fine estate sarà dello 0,50%, e che tale misura potrebbe essere più leggera solo qualora in quel periodo le
In definitiva, l’attuale 
I titoli di crescita megacap continuano a non offrire alcun sostegno ai
Shanghai e Pechino hanno reimpostato alcune restrizioni Covid in un numero limitato di nuovi casi, e questo fa del 









