Giugno 7, 2026
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Emergenza Covid-19, bonus 600 euro anche per i consulenti finanziari. Enasarco si smarca

Federpromm:  il chiarimento della sottosegretaria Guerra è avvenuto a seguito della nostra lettera, inviata al Governo, per chiedere certezze sulla estensione del provvedimento di sostegno anche agli operatori del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo.

La sottosegretaria al MEF Cecilia Guerra ha reso noto che l’indennità di 600 euro prevista nel decreto Cura Italia per il mese di Marzo per i lavoratori autonomi spetta “a tutti i titolari di partita IVA”, e quindi anche ai consulenti finanziari ed agli agenti finanziari iscritti all’Enasarco, fugando in questo modo le difficoltà interpretative dell’ art. 28 del decreto che avevano indotto varie organizzazioni sindacali di categoria (tra cui la Federpromm-UILTUCS), ad inviare una lettera al Governo a cui chiedere certezze sulla estensione del provvedimento di sostegno anche agli operatori del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo.

Cecilia Guerra sottosegretario Economia

Avranno diritto al bonus, afferma la sottosegretaria Guerra, tutti i lavoratori autonomi che potranno dimostrare di aver subito “una perdita di fatturato pari ad almeno un terzo di quello ottenuto nell’ultimo trimestre del 2019”. Adesso si attendono le direttive operative e le modalità di richiesta del bonus, che verranno presto pubblicate nel sito web dell’INPS.

A fronte di un intervento complessivo sul mondo del lavoro pari a 10 miliardi, la cifra messa sul piatto per i lavoratori autonomi è di soli 200 milioni (cioè solo il 2% del totale), nonostante il c.d. “popolo delle partite IVA”, escludendo i liberi professionisti con cassa di previdenza privata, annoveri più di 2 milioni di operatori. Tra questi rientrano anche i consulenti finanziari, ai quali il governo Conte distribuirà al massimo 20 milioni (600 euro per 33.000 iscritti effettivi) a fronte di un crollo verticale dei ricavi della categoria stimato in almeno 300 milioni solo nei prossimi 9 mesi.

Stesso approccio ha adottato Enasarco, la quale sembra essersi smarcata dal sostegno ai consulenti finanziari, da sempre iscritti alla cassa; infatti, lo stanziamento previsto per l’intera categoria degli agenti e rappresentanti (a cui i CF sono equiparati in quanto a contribuzione obbligatoria) è stato deliberato in soli 8,4 milioni, ed è destinato a coloro che, tra gli iscritti, hanno un reddito 2018 non superiore a 30.000 euro. Dal momento che la quasi la totalità dei CF ha un reddito ben maggiore di quella soglia, con una media stimata in 55.000 euro l’anno, la loro esclusione di fatto è automatica.

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Questa faccenda del mancato sostegno a CF ed agenti è piena di stranezze. Infatti, sorprende che non si sia valutato di mettere le mani sul FIRR (fondo indennità risoluzione rapporto) di Enasarco, che è pari a 2,3 miliardi, a cui i consulenti finanziari contribuiscono con almeno 200 milioni. In particolare, non si comprende come la Cassa, che lo scorso 13 Marzo ha assicurato di aver presentato al Governo la richiesta di misure straordinarie adeguate al gravissimo momento in cui ci troviamo, non abbia affrontato – o almeno, non ne ha dato notizia – il tema fondamentale dell’anticipazione parziale del FIRR, al fine di consentire (anche ai consulenti finanziari) di poter assicurare continuità alla propria attività e la copertura dei costi fissi – solo a titolo di esempio: ufficio, assistenti e collaboratori, imposte e tasse, veicoli strumentali – che sono elevatissimi.

Daniela Pascolini di Federprom

Relativamente a quest’ultimo aspetto, Daniela Pascolini, responsabile coordinamento nazionale agenti in attività finanziaria di Federpromm, fa sapere che “Noi non possiamo stare sempre fuori dalle iniziative di Governo solo perchè non siamo ‘gestibili’ con strumenti di finanza governativa diretta”; e poi aggiunge  “non possiamo rimanere fuori dall’emergenza Coronavirus, dal momento che molti di noi, chissà per quanto tempo ancora, pagheranno l’affitto di un ufficio che rimarrà chiuso o non sarà fruibile se non con particolari restrizioni operative. Di conseguenza, non si vede perché non possa essere attuata una politica che imponga il congelamento dei canoni di locazione e obblighi le banche a concedere agli agenti maggiori opportunità ed elasticità finanziaria per superare questo difficilissimo momento”.

Persino la FNAARC (Federazione Nazionale Associazioni Agenti e Rappresentanti di Commercio) aveva richiesto al Cda di Enasarco di destinare il 50% dell’avanzo di bilancio 2019 della Fondazione a prestazioni assistenziali straordinarie a seguito della gravissima crisi che sta impattando sul comparto degli oltre 225.000 agenti di commercio italiani. Questa misura straordinaria, che non sembra essere nemmeno all’esame, permetterebbe di destinare oltre 100 milioni di euro al sostegno dell’attività dei professionisti che ne facessero richiesta.

Su tutte queste linee, in definitiva, dovrebbero muoversi i consulenti finanziari, e soprattutto chi li rappresenta; ma non si vede alcun raggio di sole all’orizzonte.

Solo nubi nerissime, cariche di pioggia.

Coronavirus, per i consulenti finanziari danni pari a 300 milioni. Necessario accedere ad una quota del FIRR

Il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020.

Tempi bui per i consulenti finanziari. Oltre ad un generale ripensamento della professione, dettato dagli effetti durevoli della pandemia sulle future modalità di relazione con la clientela, questa categoria di professionisti, che in Italia può contare su circa 35.000 operatori effettivi, sta vivendo un fortissimo rallentamento dell’attività, causato sia dal “distanziamento sociale” imposto dall’azione di contrasto al contagio, sia dai crolli generalizzati delle borse e del valore dei portafogli di una clientela sempre più impaurita e immobile.

Rispetto agli shock di mercato già vissuti (2001 e 2008, per citare i più recenti), quello attuale non è dipeso da fattori endogeni al sistema (come, ad esempio, fu la crisi dei mutui subprime nel 2008), ma da un fattore esogeno – un virus aggressivo, nato chissà come e chissà dove – che impedisce ai consulenti di espletare la loro principale funzione, e cioè la “prossimità fisica” con il cliente. Niente, infatti, è più tranquillizzante di un incontro con il proprio consulente, durante il quale confrontarsi sui problemi e ricevere le informazioni che servono per portare avanti con fiducia le proprie strategie.

Tutto questo, al momento, manca, e mancano anche le strategie. La paura del contagio ci ha colti del tutto impreparati, ed i cambiamenti che il Coronavirus porterà alle economie di tutto il mondo rende impossibile abbozzare qualunque scenario a breve termine. Quello che è chiaro, invece, è che il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020. Pertanto, la durata dell’emergenza diventa il fattore determinante per elaborare una previsione del danno economico complessivo verso il quale la categoria va incontro, e nei confronti del quale lo Stato non ha opposto alcun ammortizzatore sociale o sostegno (così come sta già facendo per il lavoro dipendente e per le imprese) che possa attenuare significativamente gli effetti di questa sciagura. Infatti, il governo Conte ha affidato all’INPS l’erogazione di un bonus una tantum alle c.d. partite IVA di soli 600 euro (forse ripetibile ad Aprile), la cui destinazione anche ai consulenti, dalla lettura del decreto, appare dubbia. La gestione delle richieste, in ogni caso, sembra che verrà disciplinata attraverso un “clik day” – questa la voce circolata negli ultimi due giorni, poi timidamente smentita dal sottosegretario all’Economia Baretta – ossia una sorta di lotteria, inaccettabile in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, in cui non vi è nessun criterio di assegnazione se non quello del primo arrivato.

Non si distingue per generosità neanche Enasarco, la cassa di previdenza obbligatoria dei consulenti finanziari, che ha stanziato un sostegno economico di soli 8,4 milioni (la “bellezza” di circa 250 euro a testa, nell’ipotesi che la richiedano tutti), a fronte di un danno stimabile, per la categoria dei CF, in almeno  300 milioni di minor fatturato solo nei prossimi nove mesi. Del resto, che si sarebbe arrivati a tanto si era capito già dal comunicato di qualche giorno fa, in cui Enasarco metteva le mani avanti annunciando “….di essere sul punto di presentare tutte le possibili istanze al governo, considerando anche il fatto che la crisi perdurerà anche dopo l’emergenza, con l’unico e invalicabile limite rappresentato dal fatto che le risorse oggi disponibili e le misure adottate non dovranno mettere a rischio le prestazioni future, sia previdenziali sia assistenziali”.

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E dire che, poco prima, i consiglieri della Fondazione Marcianò, Gaburro, Mei, Ricci e Triolo, in una lettera indirizzata al presidente Costa e al direttore Bravi, avevano fatto notare che tutti gli aderenti all’Adepp, ossia l’Associazione degli enti previdenziali privati, avevano già deliberato o stavano deliberando sul rinvio, la sospensione o il congelamento degli adempimenti previdenziali, chiedendo che all’ordine del giorno del successivo CdA venisse messo al primo punto una discussione su una serie di interventi come, ad esempio, il congelamento degli adempimenti previdenziali, la sospensione del pagamento delle cartelle, la proposta di modifica della convenzione FIRR per consentire agli agenti la facoltà di richiederne una anticipazione e la possibilità di utilizzare le somme rivenienti dai rendimenti netti del patrimonio (fatta salva la riserva legale e la sostenibilità dell’ente).

Persino Confesercenti aveva bacchettato Enasarco, dicendo a gran voce che contro il virus doveva fare di più per i consulenti finanziari. Anche Federpromm, per bocca del suo Segretario Manlio Marucci, si era rivolta al Ministro Gualtieri rappresentando “…la necessità inderogabile di non lasciare fuori dal provvedimento anche tutti gli operatori professionali dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa, quali i consulenti finanziari e gli agenti assicurativi/previdenziali che operano a partita Iva. Un universo di qualificati professionisti iscritti ai vari albi di categoria (oltre 250mila) che gestiscono e hanno a cuore in questo particolare momento il risparmio delle famiglie italiane…”.

Pertanto, appare evidente che, se dal governo Conte i consulenti finanziari non possono attendersi particolari benefici, lo stesso non deve accadere con Enasarco; la Cassa dovrebbe mettere in atto, rapidamente, tutti i passi necessari per consentire a ciascun consulente di poter attingere ad una quota significativa del proprio FIRR (Fondo Indennità Risoluzione Rapporto), il cui accantonamento complessivo, per la sola categoria dei CF, si stima essere non inferiore a 200 milioni su un totale a bilancio superiore ai 2 miliardi.

Caro direttore, il richiamo di ANASF sul futuro dei consulenti è come un “mea culpa”

“Manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.”

Nota di Manlio Marucci (Segretario Nazionale Federpromm)

Caro Direttore di P&F,

ho letto il tuo editoriale sui Consulenti finanziari ed il richiamo – come un “mea culpa” – da parte del presidente di ANASF sui futuri scenari legati alla sopravvivenza della categoria. Un’analisi molto accorta e ricca di elementi e dati che interpretano la situazione storica del settore, anche con un taglio critico e realistico che, attraverso la lente e gli strumenti dell’analisi sociologica, evidenziano i reali problemi di una professione che non ha mai preso coscienza della propria condizione di vita e di lavoro.

Se penso alla scala sociale e ai valori che questa esprime nel determinare le scelte di investimento dei potenziali risparmiatori, alla salvaguardia del patrimonio e ricchezza della famiglie italiane, alla condizione oggettiva in cui si trovano ad interpretare questo significativo ruolo politico e, nel contempo, all’indice di gradimento del trattamento economico subito, credo che la condizione di lavoro del Consulente Finanziario si ponga ad una gradino equiparabile ad un categoria di livello esecutivo, se non inferiore.

Sembra un paradosso imbevuto di retorica, ma la realtà oggettiva di tale condizione va interpretata nel senso che manca una vera presa di coscienza collettiva determinata proprio dal fatto che regna un “esasperato individualismo” che fa gioco ai soggetti abilitati, in qualità di case mandanti, a cui la istituzioni e le associazioni di tendenza non oppongono minimamente resistenza.

Assistiamo, ahimè spesso, a espressioni capricciose ed inefficaci che non intaccano minimamente la logica del potere economico e finanziario, che invece andrebbe riposizionato attraverso una riaffermazione della necessità di valorizzare il ruolo espresso e riconosciuto della figura del Consulente Finanziario.

Sarebbe auspicabile, caro direttore, che questo sforzo riuscisse ad essere impersonale ed oggettivo sui grandi temi e problemi che coinvolgono tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa.

Probabilmente il fatto stesso che se ne comincia a parlare è già un buon segno.

Cordialmente

M. Marucci

 

Enasarco, Marucci: gli slogan sono più pericolosi delle dichiarazioni di voto

Il presidente di Federpromm replica alla nota di Elio Conti Nibali di ANASF: “Il j’accuse  di Conti Nibali ad Enasarco sembra più un grido di allarme che non intacca minimamente quelle dinamiche interne che ne hanno determinato nel corso degli anni la sua scadente funzionalità rispetto ai reali problemi che vivono e percepiscono gli oltre 220mila iscritti alla Fondazione”.

Di Manlio Marucci*

Roma 01 dicembre 2019 – Ho letto con molta enfasi e curiosità l’articolo di Conti Nibali uscito qualche giorno fa su Bluerating a proposito di Enasarco, alla sua gestione e alle criticità che nel corso degli anni ne ha messo  in evidenza  la sua immagine per non dire credibilità, quale fondo pensione obbligatorio per gli agenti e pensionati iscritti e soprattutto per le scarse attenzioni riservate alla previdenza complementare dei consulenti finanziari. Lanciando un “allarme” o perlomeno un “avviso accorato” verso i nuovi interlocutori che dalla competizione elettorale ne andranno poi ad assumere la complicata gestione, Conti Nibali ne anticipa con ciglia asciutta le sue contraddizioni. Un appello che per certi versi se ne condivide il suo valore etico e professionale ma che non intaccano –a mio parere  – la sostanza o meglio il substrato degli equilibri e delle forze in campo che ne hanno determinano e forse ne determineranno le sue attività future.

Prima di ogni considerazione politica, ritengo però che sia utile – partendo dal presupposto dello schema teorico generale e giuridico-formale di ogni democrazia – che vada tenuta presente la seguente relazione, ovvero: ogni sistema sociale,indipendentemente dalla sua forma e natura di come sia organizzato attraverso le sue istituzioni deve – come valore collettivo –  soddisfare le esigenze di ogni singolo individuo e della comunità di cui appartiene; un sistema che sia funzionalmente integrato ed interagente come modello di riferimento e di prospettiva positiva senza creare problemi di funzionamento allo svolgimento delle sue attività e del  ruolo a cui è chiamato come  funzione sociale,

In realtà il tema di fondo sollevato dal dirigente di grido dell’Anasf  ha sicuramente una solida base di verità che affronta i  vari aspetti su Enasarco: dal  suo modello di struttura organizzativa alla sua articolata e complessa gestione; dal sistema giuridico-normativo che ne regolamenta il suo funzionamento e funzionalità allo stile del  modello politico della governance, ma soprattutto dal modo come sono destinate le risorse finanziarie del vasto patrimonio accumulato da oltre settanta  anni dai versamenti degli agenti iscritti (circa otto miliardi di euro). Il j’accuse  di Conti Nibali se pur ne ha evidenziato  le criticità – a parere di chi scrive –  sembra più un grido di allarme che non ne intacca minimamente le dinamiche interne, oggettive e quelle  sottostanti che ne hanno determinato nel corso degli anni la sua scadente funzionalità rispetto ai reali problemi che vivono e percepiscono gli oltre 220mila iscritti alla Fondazione. Piuttosto si rilevano fonte di contestazione alla attuale gestione che ne amplificano lo scontro con inefficaci proposte alternative.

Il voler sottolineare poi e dare importanza a come sono investite le risorse finanziarie e come queste dovrebbero essere allocate tra i vari strumenti finanziari che corrispondano ai criteri logici e razionali nel rispetto delle politiche e strategia della Fondazione per  mantenerne l’equilibrio di sostenibilità nel medio-lungo termine tra contribuzioni e prestazioni, ci fa capire come il dirigente dell’ Anasf sia un profondo conoscitore della materia, attento e scrupoloso a tali questioni  e voglia  – sembra di capire – mettere mano in prima persona,  attraverso i suoi potenziali referenti dell’associazione che rappresenta e che parteciperanno alla prossima competizione elettorale prevista per aprile 2020 alla gestione diretta dello stesso patrimonio mobiliare dell’Ente. Un atteggiamento  sicuramente ambizioso che va rispettato nelle sue dichiarazioni  ma probabilmente privo di un’analisi critica e sostanziale con cui si determinano i rapporti di forza messi in campo dalle organizzazioni e realtà che  partecipano democraticamente alla prossima competizione elettorale: “avere un comune  interesse ad una corretta e democratica  governance di Enasarco”

Il fatto stesso che il ruolo dell’Anasf, contrariamente a Federpromm , abbia giocato su diversi tavoli la vasta e complessa problematica della previdenza in capo ai consulenti, agenti finanziari già dopo la riforma Dini del 1995 sulle pensioni e ancor prima dall’istituzione dell’albo dei Pf del 1992,  non è che una manifestazione  inconsapevole  per non aver compreso profondamente “allora” le dinamiche contrattuali del settore e  le ampie storture  di una politica professionale  legata a logiche partigiane  portata avanti in tanti anni dalla stessa associazione a tutela della categoria rappresentata.

Dietro la crosta sottile dei conformismi e dei proclami di “attenti al lupo”  va invece  riaffermato  il principio di fondo che una realtà così complessa deve avere una partecipazione e un’autonomia di giudizio aperta al dibattito su idee e sui dati reali. Sarebbe infatti utile e produttivo, contrariamente agli slogan populisti  – oggi tanto di moda –  che si affermi   il principio di voler cambiare la governance di Enasarco e il suo modus operandi attraverso  una “partecipazione partecipata” di tutte le forze in campo coinvolte per il bene della stessa Fondazione e di tutti i suoi iscritti. Una realtà con cui bisogna decidere di fare i conti.

*Presidente Federpromm

Consulenti finanziari, chi detiene la titolarità del cliente? Meno lobbying e più sindacato

Per la sopravvivenza della categoria dei consulenti finanziari sarà necessario riparametrare (in aumento) i ricavi della rete rispetto a quelli della banca.

Costi del servizio, commissioni di ingresso, commissioni di gestione, altalena dei mercati, crisi dei subprime del 2008, crisi dei titoli di stato del 2011, crisi economica…..nonostante questi eventi, a volte catastrofici, succeduti nel corso degli ultimi dieci anni, il livello di relazione interpersonale consulente-cliente si è evoluto positivamente, al punto che i cambi di consulente sono stati veramente rari ed i professionisti della finanza sono diventati, grazie alla capacità di problem solving, ricercatissimi e fondamentali consiglieri delle famiglie italiane in campi anche molto differenti dalla gestione del risparmio (educazione finanziaria, pianificazione del patrimonio, passaggi generazionali, investimenti immobiliari ed altro ancora).

Cosa sarebbe successo, alle banche che si avvalgono della competenza degli ex promotori, se non avessero avuto proprio i consulenti al loro fianco a spiegare ai risparmiatori cosa stava succedendo? Consistenti deflussi di clientela, probabilmente, con il corollario di una strutturale perdita di fiducia nel sistema. Pertanto, nel vendere e poi gestire i servizi di una banca, è lecito affermare che il consulente e le modalità con cui egli informa i clienti, pesano per un buon 90% sul valore complessivo della vendita. Il rimanente 10% delle motivazioni di acquisto è costituito dai vantaggi intrinsechi degli strumenti di investimento proposti.

E’ opinione ormai comune, infatti, che il cliente, nel momento in cui entra in contatto con il consulente finanziario, non compra il prodotto/servizio, ma il consulente stesso, insieme ai valori (fiducia, affidabilità, puntualità, empatia, competenza  etc) percepiti da questo rapporto. Di conseguenza, sembra che le fortune delle banche-reti siano state determinate grazie all’insostituibile lavoro di relazione degli ex-promotori, ai quali, però, rispetto all’effettivo contributo dato all’acquisizione della clientela, le stesse banche pare abbiano destinato una fetta inadeguata dei ricavi: tra un quarto ed un terzo (nella migliore delle ipotesi) di quelle complessivamente pagate dal cliente. Di più, i consulenti, che forse avrebbero meritato migliore fortuna, sono sempre stati tenuti accuratamente lontani dalla partecipazione al capitale delle aziende mandanti: nessun piano di stock option, nessuna azione gratuita né azioni a sconto ha mai fatto parte delle proposte contrattuali delle banche, neppure nel periodo pre-MiFID, quando i promotori, a parità di portafoglio rispetto ad oggi, portavano a casa il doppio dei ricavi, e avrebbero certamente potuto permettersi di diventare finalmente “comproprietari” dell’azienda alla cui fortuna avevano partecipato attivamente.

A monte di tutto, nessun ente si è eretto a tutela di ben 55.000 consulenti: a parte Federpromm (unica vera organizzazione sindacale di categoria), ANASF persegue altri obiettivi, che l’hanno portata lontana, tra le altre cose, dal combattere per la nascita di un ordine professionale con organizzazione, governance e cassa di previdenza indipendenti, più efficace del pur valido OCF. Un ordine dei consulenti finanziari, infatti, oggi avrebbe fatto la differenza e avrebbe fatto sentire il proprio peso, soprattutto in merito ad una questione rimasta sempre “nell’aria” e che crea non poca confusione: di chi è il cliente, della banca o del consulente?

A ben vedere, questa è la “madre di tutte le domande”, e non è affatto semplice dare una risposta compiuta a meno che non si passi continuamente dal piano formale a quello sostanziale. Anzi, questi due piani, nel caso in questione, sono continuamente in contatto tra loro. Sul piano formale, nella consulenza su base non indipendente il problema non si porrebbe neanche: il consulente è un “semplice” gestore della relazione, e le persone con cui entra in relazione sono “clienti della banca”. In realtà, sul piano sostanziale, il peso del consulente e del suo lavoro di relazione, rispetto al prodotto in sé, è tale da consolidare, nella mente di tutti gli attori della distribuzione (consulente, cliente, mandante e case d’investimento), l’idea che il cliente sia proprio del consulente. Tale principio è dimostrato dal fatto che, nei piani di sviluppo di nuove masse da amministrare, le banche si dedicano molto di più alla sollecitazione commerciale verso i propri consulenti (sui quali, quindi, ripongono grandissima fiducia) ed al reclutamento di consulenti di altre reti, pagando dei premi (bonus) di ingresso, in cambio delle loro masse, su cui ancora oggi si regge questo particolare mercato delle professionalità.

Pertanto, mentre nella consulenza indipendente “il cliente è sempre del consulente” (come in tutte le altre professioni liberali), nel caso dei consulenti abilitati fuori sede esiste un contrasto netto tra il piano formale e quello di realtà, ed è questo contrasto che, giuridicamente e nella sostanza, segna la debolezza di una intera categoria di professionisti attivi (circa 40.000 oggi), la cui fragilità intrinseca è stata di recente messa a nudo dalla seconda edizione della MiFID e dalla nuova fase di riduzione dei margini di ricavo per le reti. Questi ultimi, in relazione all’importanza del consulente nel processo di distribuzione del prodotto/servizio, non sarebbero accettabili; essi, però, hanno tutti la stessa natura, derivando dalla mancata titolarità formale del cliente in capo al consulente, il quale oggi sembra gravato anche da un gravoso carico di mansioni amministrative non retribuite, trasferite in capo alla rete commerciale dalle mandanti, di cui nessuno pare abbia voglia di occuparsi.

Di conseguenza, secondo alcuni esperti, nel prossimo triennio sarà necessario uscire dal “modello lobbistico” di ANASF, del tutto insufficiente a tutelare il futuro di migliaia di professionisti della consulenza finanziaria, e fare ingresso all’interno di un più coraggioso “modello negoziale-sindacale”, che possa sostenere concretamente gli interessi della categoria, rivendicare la titolarità (o almeno la con-titolarità) del cliente, ristabilire un equilibrio economico tra ricavi della mandante e ricavi del consulente, ed infine eliminare quella cronica mancanza di unità che sembra essere, da sempre, alla base della sua debolezza nei rapporti di forza.

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L’insostenibile leggerezza di essere ANASF

Sterile, negli ultimi 15 anni, l’azione di tutela di ANASF. Eppure, forte dei suoi 12.000 iscritti, dovrebbe essere in grado di contrapporre alle controparti sociali una forza notevole su tutte le questioni più importanti.

Di Alessio Cardinale

Alla luce dei profondi cambiamenti imposti dalle due MiFID, ed in considerazione del significativo impatto economico che esse hanno avuto e avranno per i professionisti del risparmio, oggi sono in molti a chiedersi se l’azione di ANASF, nell’ultimo decennio, sia stata efficace oppure del tutto inconsistente.

Per dare una risposta, serve partire dalle basi.

L’associazione nazionale consulenti finanziari (unica associazione di categoria che conta su circa 12.000 consulenti iscritti, circa un terzo di quelli in attività), è stata fondata nel lontano 1977 da veri e propri pionieri della promozione, allora già auto-definiti “consulenti finanziari”, i quali avevano l’obiettivo di ottenere il riconoscimento e la tutela della professione mediante la creazione dell’albo (poi istituito con la legge n. 1/1991, che ne ha mutato la denominazione in “promotori”). Peraltro – non dobbiamo dimenticarlo – si arrivò alla creazione dell’Albo dopo una prima grande battaglia di ANASF sul riconoscimento del c.d. Management Fee, ossia di quella stabile struttura di remunerazione che ha portato l’intera categoria a prosperare fino al 2008, quando la prima MiFID generò (non senza il “contributo” delle mandanti) una prima sforbiciata alla ricca remunerazione dei promotori.

Alcune interessanti coincidenze suscitano curiosità. La prima è che oggi, dopo “soli” 27 anni dalla L. 1/91, si sia tornati all’antica definizione di “consulenti”. La seconda è che proprio il Management Fee, dopo 30 anni, venga messo sotto attacco dalla MiFID II, anche questa “calata dall’alto” (cioè, non generata da istanze dei consumatori) come la prima. Eppure, la nuova normativa ha richiesto anni di studio e step vari, che certamente avrebbero consentito ad ANASF di svolgere un incisivo ruolo di tutela dei propri iscritti che, invece, si è rivelato quasi inesistente.

Non sappiamo il perché di questo immobilismo: forse l’Associazione dei consulenti ritiene che chi guadagna bene (lavorando però anche 15 ore al giorno) non sia poi così meritevole di tutela collettiva (o “sindacale”) come un metalmeccanico o un quadro bancario?

La domande che precede, a questo punto, diventa fondamentale. Infatti, sulla carta, ANASF svolge una azione di rappresentanza degli interessi della categoria presso Governo, Parlamento e Istituzioni, e dialoga con la Consob su tutti gli aspetti di regolamentazione dell’attività dei consulenti finanziari, partecipando attivamente alla gestione dell’Organismo Unico dei consulenti (OCF). Quindi, per via della sua rappresentatività diffusa, dovrebbe essere in grado di contrapporre alle controparti sociali una forza notevole su tutte le questioni che interessano gli iscritti.

Tutto questo in teoria. Nella realtà, dalla fine degli anni ‘90 ad oggi tutti noi abbiamo assistito ad una serie di avvenimenti negativi per la categoria. Più precisamente:

  • taglio continuo (e di notevole entità) dei margini economici alle reti commerciali,
  • eliminazione (prima) e mancata riproposizione (poi, come vedremo nel seguito dell’articolo) della figura del praticante, indispensabile per assicurare il ricambio generazionale della rete,
  • mancata attivazione, presso il Parlamento, per la nascita di un ordine professionale riconosciuto (come quello di altre professioni, ben tutelate, che non necessitano di un diploma di laurea – vedi quello dei geometri),
  • mancanza di un contratto unico con garanzie collettive,
  • trasferimento massivo e non retribuito di mansioni amministrative (elaborazione contratti) dalla sede ai consulenti,
  • consulenza finanziaria come servizio non autonomo, ma da vendere in esclusiva di prodotto e, quindi, in regime di conflitto di interessi rispetto agli strumenti finanziari distribuiti.

Il succedersi di questi elementi sotto gli occhi passivi di ANASF, fa di questa un ente per nulla incline alla “lotta sindacale” e, pertanto, del tutto inconsistente dal lato della tutela dei diritti di quei consulenti che oggi vengono cinicamente ritenuti “scartabili” dal sistema delle banche-reti solo perché hanno un portafoglio medio-basso (inferiore a 10 milioni, ma l’asticella sta per essere alzata a 15).

Per meglio analizzare un ideale bilancio di lungo periodo dell’attività di ANASF, vediamo di ripercorrere alcune tappe importanti, andando a ritroso nel tempo di circa vent’anni. Lo facciamo con un articolo di Italia Oggi  (numero 213,   pag. 11  del 08/09/1998), dove leggiamo che “La Federpromm-Finass critica la scelta della Consob di far gestire l’albo dei promotori ad ABI, ASSORETI e ANASF. Si contesta in particolare la legittimità regolamentare e la fondatezza giuridica di questa scelta….L’albo dei promotori deve avere il suo ordine eletto dagli iscritti.…come avviene per tutti gli altri ordini professionali. La scelta della commissione di vigilanza, presa per giunta senza consultare la Federpromm-Finass, è preoccupante, perché la gestione dell’albo sarebbe affidata ai datori di lavoro, con il pericolo di ‘ingabbiare’ e ‘rendere docile’ la categoria”.
Quelli di Federpromm la sapevano lunga, a quanto pare, ma furono rapidamente zittiti dagli eventi: crescita vertiginosa del risparmio gestito, affermazione del ruolo del promotore finanziario, attrattività della professione verso la Società Civile, guadagni stabili e prosperità economica degli operatori.

La festa continuava ininterrotta fino al 2007-2008, ma cessava improvvisamente allorquando entrava in vigore la prima MiFID; questa – è bene precisarlo per tutti coloro che ancora oggi si interrogano sulla sua genesi – nacque non tanto per soddisfare le istanze della Domanda (e cioè degli utenti, del tutto disinteressati alla questione), ma per ragioni squisitamente politiche provenienti dal lato dell’Offerta (cioè, le banche) e dalla U.E.: bisognava creare un mercato europeo dei capitali integrato in grado di rivaleggiare con quello statunitense.

Peccato, però, che con la MiFID I si dava anche un taglio netto alla storia della promozione finanziaria in Italia, facendo dei promotori le “vittime economiche sacrificali” sull’altare della politica internazionale. Infatti, agli indubbi vantaggi costituiti dalla maggiore trasparenza per gli utenti e dai maggiori controlli degli organi preposti (che negli USA sono, invece, molto più blandi, ed in ciò l’U.E. a trazione tedesca vuole essere superiore), si contrapponeva un taglio dei ricavi per le aziende e per i promotori finanziari per via del divieto, soprattutto per gli strumenti di gestione patrimoniale in OICR, del raddoppio commissionale (commissioni interne dei fondi più commissioni trimestrali per remunerare la gestione del portafoglio).

Il problema è che, come in tutti gli eventi sistemici, a pagare sono sempre i “terminali” della catena produttiva.
Infatti, negli anni immediatamente successivi, il sistema delle banche-reti avviava la più grande operazione di razionalizzazione strutturale mai vista prima di allora in Italia, ed il peggioramento del conto economico delle banche veniva “scaricato” in massima parte sulla rete commerciale (i promotori), ai quali, via via che l’informatizzazione dei servizi di elaborazione dati prendeva piede grazie alla tecnologia, venivano trasferite anche tutte le mansioni amministrative di base connesse all’elaborazione dei dati, consentendo alle banche di non assumere più altro personale di sede, di riqualificare quello esistente e di consolidare così un miglioramento strutturale del proprio conto economico.

Il risultato? Oggi i promotori-consulenti guadagnano mediamente, rispetto al 31/12/2017 il 50% in meno (n.b.: in rapporto al valore di portafoglio di quell’epoca), mentre le banche-reti, anche grazie all’azzeramento dei tassi ed al boom del risparmio gestito, hanno aumentato sensibilmente gli utili aziendali già un anno dopo l’entrata in vigore della MiFID I, quando le masse erano quasi identiche a quelle pre-MiFID.

Certo, è anche vero che il portafoglio medio dei consulenti è aumentato, per cui il loro tenore di vita non è diminuito (o, nella media, è diminuito di poco); bisogna però considerare che oggi, con un portafoglio notevolmente superiore rispetto al 2008, il medesimo tenore di vita sarebbe superiore di almeno il 50%.

Prima di arrivare ai giorni nostri, un’ideale tappa intermedia nella sostanziale inattività categoriale di ANASF è rappresentata dall’It Forum di Rimini di Luglio 2013. In quel tempo, durante una tavola rotonda organizzata da BancaFinanza, si confrontavano Maurizio Bufi, presidente di ANASF; Massimo Doris (Banca Mediolanum); Armando Escalona (Finanza e Futuro); Stefano Grassi (Banca Generali); Mario Incrocci (Banca Mps) e, naturalmente, Marco Tofanelli (segretario generale ASSORETI).

Durante quel forum si parlò di tante cose belle e positive per la categoria. Tra queste, il mandato anche per le società di persone, argomento spinoso dal punto di vista regolamentare ma auspicato da tutti, relativamente al quale Bufi dichiarava «…Sono temi che fanno parte della nostra proposta al mercato sul contratto di categoria. Richiedono tempo per essere attuati e per questo vanno affrontati tempestivamente» (Il Giornale.it del 15.07.2013). Gli faceva eco Scalona, il quale affermava «…Dopo anni, finalmente si inizia a parlare seriamente di questo tema…..Perché il nostro albo è l’unico tra quelli esistenti a cui ci si può iscrivere solo come persona fisica? L’albo degli agenti assicurativi permette l’iscrizione anche alle persone giuridiche nelle forme di spa, srl, sas, e anche nel caso dell’OAM, ci si può iscrivere in entrambe le formei vantaggi del team sono innumerevoli sia per i professionisti sia per i clienti. All’interno dello studio associato si possono formare i nuovi promotori e dare una risposta corretta al nodo del ricambio generazionale…”.

Ne avete più sentito parlare?

Durante quello stesso forum si parlò anche di una proposta dell’ANASF, e cioè del contratto europeo dei promotori, il quale avrebbe apportato grandi vantaggi di categoria: semplificazione del sistema di remunerazione, valorizzazione del portafoglio, organizzazione in forma collettiva dell’attività, tirocinio e praticantato, solo per citare alcune delle qualità decantate da ANASF. “…Abbiamo lavorato due anni su questa proposta e riteniamo che sia arrivato il momento giusto di presentare al mercato il tema del rapporto contrattuale perché, alla luce della nostra evoluzione, non ha più senso essere agganciati agli agenti di commercio…”.

Così dicevano, ma la questione è stata “dimenticata”. Ed invece quella sarebbe stata l’occasione, per ANASF, di riagguantare un pò l’orgoglio perduto e battere i pugni sul tavolo di ASSORETI, la quale invece, sull’argomento, dichiarava “…se c’è un contratto di categoria da siglare ci deve essere una controparte pronta a siglarla…non possiamo essere noi, come associazione non abbiamo alcun mandato sulla contrattazione collettiva…”.

Pertanto, la proposta si è arenata, fino ad oggi (sono passati 6 anni, nel frattempo) su un fatto puramente tecnico (la presunta assenza di una controparte) usato strumentalmente un pò da tutti per lasciare il mondo così com’è. O meglio, così com’era, visto l’arrivo della MiFID II.

In buona sostanza, il destino della nostra professione, fino ad oggi, è stato ancorato stabilmente alla “contrattazione” tra un’associazione (ANASF), che non è un sindacato nazionale, ma un ente senza scopo di lucro, ed un’altra associazione (ASSORETI) che si dichiara (correttamente, dal punto di vista giuridico) incompetente a svolgere la contrattazione collettiva.

Ma allora, se non esiste una sola struttura di interesse pubblico (come potrebbe essere un ordine nazionale dei consulenti finanziari) in grado di tutelare davvero i consulenti finanziari per le questioni di interesse collettivo, dovrebbe continuare a farlo ANASF?

A 20 anni dal primo allarme lanciato da Federpromm, arriviamo alla kermesse Consulentia 2017, in occasione della quale arriva il grido d’allarme di Maurizio Bufi, presidente ANASF, il quale, dopo cinque anni passati infruttuosamente, preannunciava (dicembre 2017) ciò che tutti sapevano da tempo, e cioè che “…La Mifid 2 tra tante cose buone potrebbe portare un regalo sgradito: una sforbiciata alle remunerazioni dei consulenti finanziari. A questa decisione impopolare potrebbero essere indotte le reti a seguito delle spinte della seconda versione della direttiva europea verso una maggiore qualità del servizio, maggiore trasparenza dei costi e pressione competitiva in aumento…..Il rischio o la possibilità che ci sia un intervento sui margini (ndr da parte delle società mandanti) non è un’ipotesi remota ma verosimilmente è già una realtà….”.

Pertanto, con una insostenibile leggerezza, ANASF – che finora non ha assunto alcuna forte iniziativa di pubblica tutela riguardo ai colleghi che, per via di un portafoglio modesto, da un giorno all’altro vengono costretti a trovare una diversa collocazione lavorativa senza giusta causa – ci dice che saremo costretti a stringere di nuovo la cinghia; e senza protestare più di tanto, dal momento che lei stessa non lo fa.

Per il futuro dei consulenti finanziari, pertanto, nulla di buono. Parafrasando una celebre frase di A. Einstein, potremmo dire che non abbiamo idea di come sarà la terza MiFID, ma la quarta sarà in vigore solo per le banche.

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Federpromm, Marucci: i consulenti finanziari come “zelanti maggiordomi” degli intermediari

“…se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il consulente finanziario sia uno ‘zelante  maggiordomo’ in giacca e cravatta,  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente…”

di Manlio Marucci *

Roma 19 ottobre 2019 – Più volte e in diverse occasioni  mi sono interessato  – molto spesso in modo poco ortodosso  –  nel  capire i veri problemi di tutto il settore dell’intermediazione finanziaria ed in modo particolare della posizione espressa  dalla figura del consulente finanziario  nell’ambito dei rapporti formali  con i vari soggetti abilitati, ma soprattutto nel capire quale ruolo tale figura professionale rivesta nel contesto  più ampio della società italiana e nel contempo verificare se il suo  valore culturale di trasmissione of financial knowledge  – di educatore finanziario – abbia  un  riconoscimento formale dalla comunità dei risparmiatori. Molte ricerche ormai confermano questa tendenza e sicuramente le istituzioni ne hanno compreso l’importanza.

Manlio Marucci – Federpromm-Uiltucs

Fin dalla sua nascita con l’istituzione dell’albo professionale dei PF che risale ormai ad oltre venticinque anni, abbiamo assistito ad un processo evolutivo che tra alti e bassi della congiuntura dei mercati ha disegnato  un quadro  sufficientemente  attraente nel  sostenere ed indirizzare milioni di famiglie verso forme di investimento alternative ai classici prodotti  monetari che per i bassi tassi di interesse cercano oggi di  ottimizzare i loro risparmi verso strumenti del risparmio gestito per avere  maggiori rendimenti e per limitare il livello dei rischi. Ormai si può affermare che esiste un’ampia letteratura intorno alla figura del consulente finanziario che ne esalti sia l’aspetto più propriamente esoterico, di facciata, che di una vera attribuzione di cultore della materia, di “paidéia”,  nei confronti della comunità finanziaria. Un compito assai difficile come elemento demistificante del tessuto sociale italiano vista la scarsa propensione verso la finanza e la previdenza, senza che ne  intacchi tuttavia la natura della composizione dei rapporti strutturalmente combinati tra lo stesso sistema finanziario, sistema politico, sistema produttivo. Non cito per comodità  i dati oggi facilmente reperibili dai vari operators of the reference market .

Tale complessità dei problemi  indubbiamente, vista anche la velocità dei cambiamenti in atto, mette in crisi la natura dei modelli di sviluppo  approvati nei vari piani industriali da parte delle reti e delle banche con l’effetto di  far uscire dal mercato  migliaia di consulenti finanziari che hanno modesti portafogli , e questo nonostante abbiano dedicato anni di lavoro, risorse e sacrifici,  adeguandosi  psicologicamente ad un lavoro a partita Iva e con mancanza di tutele contrattuali e previdenziali.  Una contraddizione di fondo che mette in crisi l’intero sistema così strutturato attraverso un processo di razionalizzazione dell’utilizzo massiccio della figura dei CF e dell’avanzata della tecnologia che sembra dominare tutto  il settore della “nuova” finanza.

Assistiamo quindi ad una realtà certamente sempre più complessa che presenta però al suo interno molteplici criticità, soprattutto se il valore attribuito a queste dinamiche dello sviluppo si associa anche la situazione oggettiva delle  aspettative di chi vuole intraprendere – in un mercato sempre più competitivo – l’attività di consulente finanziario e le condizioni umane ed economiche  con cui si sono determinate le situazioni  di lavoro nel tempo.  Dinamiche che vedono in modo subalterno e strumentale la funzione dello stesso CF alla mercé degli interessi  e delle logiche espansive degli intermediari finanziari.

Non vorrei essere considerato un “guastafeste” rispetto alla vasta pubblicistica che con enfasi ha sempre valorizzato il consulente finanziario come l’anello di congiunzione –certamente vero – tra cliente, società prodotto e rete distributiva, ma il suo raggio di influenza, la sua capacità di comprendere appieno il ruolo sociale che svolge non sempre esprimono  atteggiamenti positivi  proprio perché se si esamina la sua  condizione   contrattuale, di rispetto al vincolo della restrittiva normativa, alla sua funzione di puro adempimento  amministrativo, si può ben affermare come  oggi  il CF sia uno “zelante   maggiordomo” in giacca e cravatta  alle dipendenze dell’intermediario senza esserlo giuridicamente.  Tralascio la figura del consulente c.d. fee only poiché ancora il mercato – con i limitati numeri di iscritti all’apposita sezione in OCF –  non ne ha recepito la sua rilevante importanza, anche se i tempi possono sembrare maturi.

C’è anche da dire che le case di investimento sono lì a vigilare come grandi sacerdoti che i dati e la realtà oggettiva delle condizioni di lavoro in capo ai CF (contratto di agenzia assimilabile al settore commercio, anziché –come sarebbe naturale – a quello del credito) non riescano ad essere troppo scandalose.  Alcune domande infine poste a voce alta allora sono indispensabili:  è sostenibile ipotizzare un nuovo modello di relazioni industriali applicate a tutto il settore dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa ? Con al centro la figura del Consulente finanziario nel rapporto fiduciario con i potenziali investitori ?  Utopia o presa di coscienza  collettiva ? O forse sarà la Robotic Process Automation  & Artificial Intelligence a dominare lo scenario futuro ?  Realtà con cui bisogna decidersi di fare i conti.

*Presidente Federpromm-Uiltucs

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La “Scienza di Beppe”. Sul Fatto Quotidiano un articolo al vetriolo contro i consulenti finanziari

Marucci (Federpromm): “Il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato”.

Lo scorso 5 Agosto, in pieno periodo di ferie, a non pochi sarà sfuggito l’articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano (edizione cartacea e in abbonamento), a firma di Beppe Scienza, con il quale l’autore si scaglia contro l’intera categoria dei consulenti finanziari.

Chi è costui?

Ce lo dice lui stesso: “Sono un matematico e insegno all’Università di Torino. Dal 1976 mi occupo di risparmio e dal 1984 di previdenza integrativa. Ne “Il risparmio tradito” ho denunciato i danni causati da fondi e gestioni, ma anche le connivenze del giornalismo economico….. Pubblicista, dal 1984 ho collaborato a varie testate.…, ora solo al Fatto Quotidiano. Intervengo nel blog di Beppe Grillo sui temi del risparmio e della previdenza.”.

Pertanto, sarà certamente il suo autorevole curriculum ad averlo autorizzato a scrivere sul Fatto Quotidiano che “Bancari e promotori (…) finanziari le provano tutte per dissuadere i risparmiatori dal tenere i soldi fermi sul conto. Questo gli impedisce infatti di addebitargli commissioni, provvigioni, caricamenti ecc. Hanno perciò cercato di spaventarli col rischio del bail–in, poi con l’inflazione, quindi col rischio di fantomatici controlli fiscali sui conti non movimentati. Sono ricorsi pure alla mozione degli affetti: il denaro dev’essere investito per rilanciare l’economia, ridurre la disoccupazione, insomma per salvare la patria. Ma niente! Gli italiani bruciati da azioni e obbligazioni azzerate, certificati andati a picco e diamanti strapagati hanno mangiato la foglia.”.

Oltre a definirli provocatoriamente come “promotori”, secondo Scienza “…i sedicenti consulenti finanziari ne hanno pensata un’altra: bisogna mettere in fretta i risparmi in fondi comuni, per sfuggire a un’imminente imposta patrimoniale. Anche questa è una frottola…”.

In pratica, Beppe Scienza inventa – lui stesso – una frottola (quella secondo cui sarebbe attuale abitudine dei professionisti del risparmio terrorizzare i propri clienti prevedendo scenari da governo Amato) e la mette in bocca a quelli che, in barba alle norme che hanno reso possibile il cambio di denominazione, definisce “sedicenti” consulenti finanziari.

Tutto questo, naturalmente, senza portare prove a sostegno delle sue indagini e chiedendo ai lettori del Fatto di fidarsi della sua parola di insigne matematico.

Su questa enorme frottola, Scienza costruisce un articolo di bassa lega, che il Fatto Quotidiano gli pubblica probabilmente confidando sulla scarsità di lettori tipica del periodo vacanziero.

A noi, però, non è sfuggito.

Le conclusioni a cui la Scienza di Beppe giunge sono autenticamente folli anche per gli stessi risparmiatori: “liquidare senza indugio quanto tenuto in fondi comuni, polizze e gestioni varie e spostarlo su impieghi dove l’industria parassitaria del risparmio gestito non possa raschiare nulla. Riportarlo quindi su conti correnti e libretti, tassati al massimo 34,5 euro l’anno qualunque sia la cifra giacente, sui buoni fruttiferi postali o decisamente in banconote.”.

Con buona pace della pianificazione, degli obiettivi e degli impegni costruiti nel tempo dagli investitori, i quali dovrebbero seguire il pensiero unico di una persona che ha fatto di una industria con milioni di addetti un nemico da abbattere con ogni mezzo, anche quello più discutibile.

Interpellato dalla redazione di PATRIMONI&FINANZA, Manlio Marucci, Segretario Generale di Federpromm, dice “…meraviglia che un giornale serio come il Fatto Quotidiano dia spazio a tesi così formulate senza un processo di controllo che ne avvalori sia in termini quantitativi che qualitativi la portata delle argomentazioni esposte….

Manlio Marucci

Conosco Bebbe Scienza non come giornalista ma come matematico; tra l’altro sul suo sito (ilrisparmiotradito.it)  si può ampiamente vedere e capire la sua linea di pensiero e gli orientamenti politici che sono alla base delle sue azioni, molto spesso orientati a fomentare un clima di sfiducia ed arrembaggio  che diventa deterrente per i facinorosi della protesta. Non so a vantaggio di chi e a quali logiche risponda questa sua impostazione analitica dei problemi senza che abbiano un rigore metodologico basato sulla concreta realtà dei fatti e del lavoro svolto da seri professionisti quali i consulenti finanziari….”

Capire la complessità dei fenomeni che sottendono i vari strumenti monetari e finanziari e la sua organizzazione distributiva, le dimensioni e la portata di un mercato così articolato e difficile, credo siano argomenti seri a cui il prof. Scienza dovrebbe fare più attenzione prima di avanzare formule dogmatiche  e strumentali nei confronti di una categoria professionale che con dignità, professionalità e serietà svolge quotidianamente il proprio lavoro nell’interesse dei risparmiatori e della trasparenza del mercato. De te fabula narratur!”.

Tirando le somme, l’articolo del prof. Scienza (che non è nuovo a queste critiche durissime rivolte al mondo dei consulenti finanziari), al di là di convincere i lettori a sposare i suoi argomenti, rivela soltanto ciò che l’autore dell’articolo dovrebbe sapere bene, e cioè che gli attacchi scomposti ad una intera categoria di professionisti nascondono spesso motivazioni molto personali e poco obiettive.

Forse è il caso che Scienza le chiarisca, una volta per tutte.

(ac)

Gestione separata INPS, Federpromm: ora più vicina una Cassa di previdenza dei consulenti finanziari

Gestione separata INPS: secondo la Federpromm, dopo la recente sentenza della Corte di Appello di Palermo occorre rivedere la sua obbligatorietà anche per i consulenti finanziari

Con la sentenza dello scorso 11 Luglio, la Corte di Appello di Palermo si è pronunciata sulla illegittimità della iscrizione d’ufficio alla gestione separata INPS di un avvocato esonerato, in base al regolamento della Cassa di Previdenza Forense, dal versamento del contributo soggettivo.

MANLIO MARUCCI – FEDERPROMM

Con questa decisione”, sostiene Manlio Marucci (segretario di Federpromm) “la Corte di Appello si contrappone alla Cassazione (in particolare le sentenze nn. 30344 e 30345 del 2017) in tema di iscrizione alla gestione separata presso l’Inps da parte di soggetti iscritti ad un Albo (nella fattispecie, si trattava di un avvocato), e riapre per i consulenti finanziari una finestra di dialogo che rimette in discussione e in modo critico in capo a tali professionisti l’obbligo di iscrizione vincolante alla gestione separata Inps, avendo già antecedentemente alla riforma come previdenza obbligatoria complementare quella versata all’Ente di previdenza Enasarco”.

Le argomentazioni della C.d.A. di Palermo sembrano combaciare perfettamente con quanto sostenuto in passato dalla stessa Federpromm, la quale, durante l’approvazione della legge di riforma Dini  (Legge n.335/1995) aveva affermato che coloro che avevano, antecedentemente alla riforma,  l’iscrizione ad un albo, avevano diritto alla istituzione di una Cassa di Previdenza. Tale principio, come sappiamo, fu aspramente avversato dall’INPS che, con la legge 662/96, ha obbligato gli allora Promotori finanziari  alla iscrizione nella gestione separata – Fondo commercianti.

Uno dei paradossi più impensabili che  ha creato successivamente forti storture e discriminazioni tra categorie professionali iscritte ad albi”, secondo Marucci.

In sintesi, con la recente interpretazione dei giudici di merito (che si sono pronunciati su numerosi ricorsi depositati da altrettanti avvocati), non sarebbero tenuti alla gestione separata INPS:

– coloro che per svolgere la loro attività devono essere iscritti ad albi  (come i consulenti finanziari) lo sono di fatto i Promotori finanziari (oggi consulenti finanziari)

– oppure “coloro la cui attività non sia priva di collegamento con un ente previdenziale  di categoria (in questo caso Enasarco) e ciò in assoluta coerenza con la natura residuale della gestione separata, che è volta ad attribuire tutela previdenziale a categorie di lavoratori autonomi che ne sono prive”.

Ed infatti, già prima della riforma Dini i promotori finanziaria erano obbligati, in quanto lavoratori autonomi con mandato di agenzia assimilabile a quello degli agenti di commercio, al pagamento della previdenza obbligatoria  all’Enasarco, e solo dal gennaio 1997 (legge n.662 del dicembre 1996) hanno contratto l’obbligo di iscrizione anche alla gestione separata INPS. Una doppia previdenza obbligatoria, quindi, derivante da un abuso di potere  che, secondo Federpromm, andrebbe rimosso.

In definitiva, alla luce di questo nuovo filone giurisprudenziale, sarà necessario effettuare tutti gli approfondimenti del caso. “Già i legali dell’organizzazione sono stati coinvolti per verificarne l’effettiva incidenza sul piano delle  eventuali  azioni che si riterranno necessarie  a tutela degli operatori finanziari associati”, afferma Marucci; “occorre ricondurre tutto all’interno di  un accordo economico collettivo nazionale di settore, mediante la costituzione di un fondo pensione di tipo negoziale”.

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Federpromm per i consulenti finanziari: corso di alta formazione in gestione di portafoglio

Un  corso di alta formazione sulla gestione del portafoglio, rivolto ai consulenti finanziari (anche indipendenti) ed agli specialisti del settore.

E’ programmato per il prossimo 10 luglio a Roma un corso di Alta Formazione, organizzato in sinergia tra Federpromm, il centro di Formazione AGSG e la società LightSky Consulting, riservato prevalentemente ai consulenti finanziari ed operatori del settore che ha come obiettivo quello di evidenziare l’importanza – nella gestione del portafoglio, dell’analisi macroeconomica, dell’analisi finanziaria degli strumenti finanziari – di come utilizzare in modo ottimale e funzionale la gestione ed analisi della performance e del rischio. Più nello specifico – sostengono gli organizzatori del Corso – ha lo scopo di far conoscere ed applicare in maniera critica le tecniche operative che consentono di poter creare e poi gestire un portafoglio d’investimento in maniera significativa, comprendendone, attraverso una approfondita analisi degli indicatori macroeconomici, quali debbano essere le esposizioni di portafoglio, individuando gli strumenti finanziari adatti ed effettuando una valida analisi ex post della performance e del rischio.

Di fronte alla complessa realtà che caratterizza oggi i mercati nazionali ed internazionali, emerge sempre più la consapevolezza da parte della potenziale clientela e delle aziende di avere come interlocutori diretti professionalità altamente competenti e preparate per soddisfare le loro esigenze sia individuali, familiari che imprenditoriali. Per essere in grado di avere questo knowledge bisogna saper affrontare le sfide che i mercati finanziari ci pongono come obiettivi di sviluppo e sicurezza degli investimenti.

Il corso strutturato in maniera interattiva  – tenuto da  relatori che hanno maturato le loro  esperienze sul campo, con la presenza anche di un relatore di Bloomberg –  sarà sviluppato  secondo il format Formazione+Laboratorio, attraverso il quale sarà  possibile passare dalla teoria all’applicazione sul campo dell’analisi, fino alla produzione del report.

Coloro che vogliono approfondire i temi e contenuti del corso possono collegarsi a questo link.

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