Febbraio 14, 2026
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Startup Fixing, un rating la settimana: Seffiline Srl

Una startup generalmente non ha una storia di mercato, per cui la decisione di investire richiede molta cautela in più rispetto ad un “normale” investimento azionario. Ecco la scheda di valutazione, con relativo rating, su Seffiline,  redatta da Startup Fixing.

In occasione dell’investimento in una startup, gli investitori sono chiamati a valutare, in un’ottica fortemente speculativa, una idea nata dalla mente di altri soggetti, e ad investire su di essa, diventando così soci (Equity Crowdfunding) oppure prestando del denaro ai soci promotori – ad un tasso di interesse generalmente conveniente rispetto a quello offerto nei mercati regolamentati dalle aziende c.d. emergenti – ed essere così dei finanziatori (Lending Crowdfunding). Entrambe le possibilità determinano necessariamente una informazione finanziaria puntuale e prudente, che i fondatori della startup devono fornire agli investitori. Soprattutto agli investitori retail, cui va riservata la più ampia tutela allorquando si avvicinano alle piattaforme di Crowdfunding e si imbattono nella tipica enfasi che nella documentazione viene attribuita alla rapida crescita prospettica del valore dell’azienda.

Startup Fixing” è un metodo di valutazione delle aziende in fase di startup che può essere applicato in ogni contesto di mercato, nazionale ed estero, grazie alle sue caratteristiche di semplicità e “universalità”, e consente di scartare automaticamente qualunque progetto i cui dati ufficiali dichiarati dai fondatori-promotori determinino una risposta negativa alle seguenti due domande:
1) il rendimento netto atteso è superiore al benchmark di riferimento?
2) il costo per l’ingresso nel capitale della startup sconta adeguatamente il rischio specifico per questo tipo di investimento, tenendo conto che si tratta di un rischio superiore a quello previsto per le aziende già presenti nel mercato azionario di riferimento?
Solo con due risposte entrambe affermative Startup Fixing consente di analizzare positivamente l’ipotesi di un investimento, da valutare tenendo conto dei limiti e delle cautele che ogni investitore-risparmiatore deve osservare nella composizione del proprio portafoglio complessivo, in funzione della esperienza e competenza acquisita in materia di investimenti e in base al proprio livello sopportazione del rischio.

SEFFILINE Srl

Nota metodologica – Il modello di valutazione Startup Fixing esprime la probabilità che un ipotetico investitore possa realizzare se si verificano tutte le previsioni del business plan redatto a cura della società, e attribuisce un punteggio positivo o negativo alla stima del livello di rischio che i soci fondatori implicitamente attribuiscono al proprio progetto rispetto al livello di rischio del comparto azionario di riferimento: ad un maggiore rischio specifico attribuito rispetto al rischio riscontrabile nei titoli di aziende già quotate in borsa nel medesimo comparto, corrisponde una valutazione più attendibile verso le informazioni contenute nel business plan, poiché l’osservazione di questo principio di prudenza determina una sensibile “correzione” al ribasso del valore di Pre-money, e quindi una riduzione del costo, proporzionale al maggior rischio assunto, che gli investitori dovranno sostenere per acquisire una partecipazione societaria alla startup.

Il livello di rischio scontato nella determinazione del valore Pre-Money viene analizzato attraverso l’adozione del metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF), assumendo come parametri noti il valore Pre-money stesso e quello dei flussi di cassa indicati nel piano industriale. Se il valore ricavato attraverso il DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio di mercato del settore di riferimento (grandezza conosciuta), il modello rileva un ulteriore elemento di attendibilità del business plan, che in tal modo dimostra di aver implicitamente tenuto conto dell’elevato rischio specifico che caratterizza le fasi di startup.

Il rendimento ipotizzato da Startup Fixing viene espresso al netto degli effetti fiscali, ed è determinato sulla base sia delle performance aziendali dichiarate nei documenti ufficiali che dell’orizzonte temporale considerato per l’exit strategy dall’investimento. Il giudizio complessivo viene espresso attraverso un rating sintetico, individuato da una scala di valori (“stellette”) da 1 a 2 assegnate ad alcuni parametri qualitativi, con un massimo complessivo pari a 5.

Analisi dell’azienda – la  società  Seffiline Srl opera  nel campo Medicale (in particolare nella Medicina estetica) e secondo la nomenclatura di Damodaran è inseribile all’interno della categoria “Drugs-Biotecnology”. L’attività principale svolta dall’azienda riguarda la ricerca, sviluppo, produzione e commercializzazione di sistemi, strumenti e apparecchiature altamente innovative rivolte alla terapia rigenerativa dei tessuti umani. Svolge inoltre attività di ricerca scientifica e formazione medica, e detiene alcuni diritti di privativa su proprietà intellettuale: brevetto guida registrato in Italia e patent-pending all’estero, marchio figurativo e denominativo registrati in Italia e all’estero, depositato design industriale per la guida. All’atto della redazione dell’ultimo business plan conosciuto, la società dichiarava un valore di pre-money complessivo pari a 2.997.620 euro.

Giudizio – Relativamente a Seffiline Srl, il rapporto tra il rischio specifico e il rischio generale del settore è pari a 1,23, superiore pertanto al valore di benchmark previsto per aziende che si trovano in fase First stage. Anche il rendimento teorico, ricavato in base ai dati dichiarati, è superiore alle aspettative, e si attesta al 491,9%. L’azienda ha una exit strategy ben definita; tuttavia, la presenza di finanziamenti presso terzi penalizza lievemente il rating complessivo, suggerendo all’investitore maggiore cautela. Si riscontra da parte dell’azienda un’adeguata attribuzione di rischio specifico, che supera ampiamente il rischio sistemico presente nel comparto azionario. Pertanto, il valore di Pre-money sconta una sufficiente correzione dei valori, grazie alla quale l’investitore potrebbe valutare positivamente l’ingresso nel capitale dell’azienda.

Sulla base dei dati in possesso, il metodo Startup Fixing consente di attribuire a Seffiline Srl un rating sintetico pari a 5 stelle, poichè:
1) in relazione anche al suo stadio di sviluppo, l’azienda ha sufficientemente considerato nel calcolo del Pre-money un adeguato livello di rischio specifico (due stelle);
2) un ipotetico investitore, se l’azienda raggiungerà i suoi obbiettivi, potrà beneficiare di una exit strategy già al quarto anno mediante cessione dell’intera azienda ad un acquirente professionale con elevata propensione ad accettare elevati rischi (una stella);
3) l’investitore dovrebbe beneficiare di un rendimento di gran lunga superiore al minimo benchmark di riferimento (una stella);
4) esistono brevetti che tutelano la proprietà intellettuale (una stella).

SEFFILINE Srl – VALUTAZIONE SINTETICA DELL’AZIENDA
– Rating Sintetico: 5 stelle
– Ratio del Rischio: 1,23
– Valore Teorico Investimento: 10.000,00 euro
– Rendimento Netto Teorico atteso: 39.185,00 euro (49.185,00 euro exit capital)
– Rendimento teorico espresso in percentuale: 491,9%

DISCLAIMER
Il presente documento è rivolto a investitori professionali (ai sensi della Direttiva Mifid II) che investono per proprio conto e a soggetti professionali che investono per conto dei propri clienti. Il valore dell’investimento e/o dei redditi periodici derivanti è soggetto a fluttuazioni anche di grandissima entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito. Le informazioni contenute nel presente documento non devono essere considerate offerte o raccomandazioni di acquisto o vendita né sollecitazione di offerte di acquisto o di vendita di titoli e/o di partecipazioni societarie, né attività di consulenza di investimento. Prima di ogni investimento, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto dell’azienda emittente, disponibili presso i collocatori e le piattaforme di investimento.
ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità relativamente all’accuratezza e alla completezza delle informazioni economiche e patrimoniali fornite dai responsabili della Società esaminate, essendo loro responsabilità fornire dati veritieri al pubblico indistinto e al mercato.
ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità in merito ad eventi, circostanze, condizioni di mercato che si verifichino successivamente alla data di redazione dello stesso o in seguito alla disponibilità di informazioni ad oggi non conosciute e che potrebbero portare involontariamente ad errate interpretazioni.

Startup Fixing, un rating la settimana: Homepal a Better Place Srl

L’investimento in una startup richiede molta cautela, poiché l’azienda generalmente non ha una “storia” di mercato. Non è il caso di Homepal, che ha già condotto con successo due round di raccolta. Ecco la sua scheda di valutazione redatta da Startup Fixing.

In occasione dell’investimento in una startup, gli investitori sono chiamati a valutare, in un’ottica fortemente speculativa, una idea nata dalla mente di altri soggetti, e ad investire su di essa, diventando così soci (Equity Crowdfunding) oppure prestando del denaro ai soci promotori – ad un tasso di interesse generalmente conveniente rispetto a quello offerto nei mercati regolamentati dalle aziende c.d. emergenti – ed essere così dei finanziatori (Lending Crowdfunding). Entrambe le possibilità determinano necessariamente una informazione finanziaria puntuale e prudente, che i fondatori della startup devono fornire agli investitori. Soprattutto agli investitori retail, cui va riservata la più ampia tutela allorquando si avvicinano alle piattaforme di Crowdfunding e si imbattono nella tipica enfasi che nella documentazione viene attribuita alla rapida crescita prospettica del valore dell’azienda.

Per evitare l’assunzione inconsapevole di maggiori rischi da parte degli investitori, bisogna adottare dei metodi accessibili a tutti per razionalizzare al massimo il processo di investimento, e permettere ai risparmiatori di fare scelte che escludano del tutto quegli elementi emozionali  di valutazione capaci di portare fuori strada. “Startup Fixing” è un metodo di valutazione che può essere applicato in ogni contesto di mercato, nazionale ed estero, grazie alle sue caratteristiche di semplicità e “universalità”. Esso, infatti, permette delle comparazioni tra le varie proposte di investimento in startup e aiuta ad comprendere, in pochi passaggi, la credibilità del modello di business prospettato dai soci promotori, il tutto nel rispetto del principio fondamentale della Finanza: ad alti rendimenti corrispondono alti rischi.

Il metodo Startup Fixing consente di scartare automaticamente qualunque progetto i cui dati ufficiali dichiarati dai fondatori-promotori determinino una risposta negativa alle seguenti due domande:
1) il rendimento netto atteso* è superiore al benchmark di riferimento?
2) il costo per l’ingresso nel capitale della startup sconta adeguatamente il rischio specifico per questo tipo di investimento, tenendo conto che si tratta di un rischio superiore a quello previsto per le aziende già presenti nel mercato di riferimento?
Solo con due risposte entrambe affermative Startup Fixing consente di analizzare positivamente l’ipotesi di un investimento, da valutare tenendo conto dei limiti e delle cautele che ogni investitore-risparmiatore deve osservare nella composizione del proprio portafoglio complessivo, in funzione della esperienza e competenza acquisita in materia di investimenti e in base al proprio livello sopportazione del rischio.

Nota metodologica – Il modello di valutazione Startup Fixing considera due direttrici di analisi. La prima consiste nell’attribuire una congrua valutazione sulla possibile reddittività che un ipotetico investitore potrebbe realizzare se si verificassero in futuro tutti i risultati previsti nel business plan redatto a cura della società; la seconda direttrice è rappresentata dalla stima del livello di rischio che i soci fondatori implicitamente attribuiscono al proprio progetto rispetto al livello di rischio del comparto azionario di riferimento. Ciò significa che, se i soci fondatori attribuiranno al proprio progetto una maggiore rischiosità specifica rispetto allo spettro di rischio riscontrabile nei titoli di aziende già quotate quotate in borsa nel medesimo comparto, le informazioni contenute nel business plan verranno giudicate più attendibili dal modello, poiché l’applicazione di questo principio di prudenza determina una sensibile “correzione” al ribasso del valore di Pre-money, e quindi una riduzione del costo, proporzionale al maggior rischio assunto ad un normale investimento azionario, che gli investitori dovranno sostenere per acquisire una partecipazione societaria alla startup.
Il livello di rischio scontato nella determinazione del valore Pre-Money, così come dichiarato nel business plan dai soci fondatori, è espresso dal tasso di attualizzazione implicito ricavato attraverso l’adozione del metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF), assumendo come parametri noti il valore Pre-money stesso e quello dei flussi di cassa indicati nel piano industriale. Se il valore ricavato attraverso il DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio di mercato del settore di riferimento (grandezza conosciuta), il modello rileva un ulteriore elemento di attendibilità del business plan, che in tal modo dimostra di aver implicitamente tenuto conto dell’elevato rischio specifico che caratterizza le fasi di startup.
Il rendimento* ipotizzato da Startup Fixing viene espresso al netto degli effetti fiscali, ed è determinato sulla base sia delle performance aziendali dichiarate nei documenti ufficiali che dell’orizzonte temporale considerato per l’exit strategy dall’investimento.
Il giudizio complessivo viene espresso attraverso un rating sintetico, individuato da una scala di valori (“stellette”) da 1 a 2 assegnate ad alcuni parametri qualitativi, con un massimo complessivo pari a 5.

HOMEPAL  A BETTER PLACE S.r.L. – Analisi dell’azienda Homepal  A Better Place S.r.l. è uno dei principali operatori proptech in Italia, ed è operativo nell’ambito dei servizi immobiliari (Operations & Services, secondo la classificazione di Damodaran). L’azienda ha già effettuato con successo due round di raccolta fondi per complessivi 5 milioni di euro – uno nel 2018 ed un altro nella primavera del 2021, quest’ultimo con l’ingresso di circa 600 nuovi investitori – e non esclude di effettuarne altri nel prossimo futuro. Il suo modello di business si fonda prevalentemente sulla possibilità di permettere l’incontro tra domanda e offerta superando l’intermediazione degli agenti immobiliari. Fino ad oggi, il suo collocamento presso gli investitori è avvenuto attraverso la piattaforma Mamacrowd, e all’atto della redazione dell’ultimo business plan conosciuto (16 Febbraio 2021), la società dichiarava un valore di Pre-money complessivo pari a 19.808.497.

Giudizio – Relativamente ad Homepal A Better Place S.r.l., il rapporto tra il rischio specifico e il rischio generale del settore è 2,2, superiore pertanto al valore di benchmark 2 previsto per aziende che si trovano in fase Second stage. Anche il rendimento teorico*, ricavato in base ai dati dichiarati, è superiore alle aspettative e si attesta al 69,7%*. Tuttavia, l’assenza di brevetti, l’esistenza di finanziamenti e la mancanza di una exit strategy chiaramente definita penalizzano lievemente il rating complessivo, suggerendo all’investitore maggiore cautela e un supplemento di informazioni prima di investire.


La performance prospettica* relativa all’incremento di valore dell’azienda lungo l’arco temporale considerato per la exit strategy (4 anni) supera la soglia minima di rendimento* considerata congrua dal modello Startup Fixing per la forma di investimento in Equity; inoltre, si riscontra da parte dell’azienda un’adeguata attribuzione di rischiosità specifica, che supera ampiamente il rischio sistemico presente nel comparto azionario. Pertanto, il valore di Pre-money sconta una sufficiente correzione dei valori, grazie alla quale l’investitore potrebbe valutare positivamente l’ingresso nel capitale dell’azienda, in caso di futuri round di raccolta, a parità di prospettive e di valori economico-finanziari.

HOMEPAL  A BETTER PLACE S.r.L. 
VALUTAZIONE SINTETICA DELL’AZIENDA
Rating Sintetico: 3 stelle
Ratio del Rischio: 2,2
Valore Teorico Investimento: 10.000,00 euro
Rendimento Netto Teorico atteso*: 6.971,00 euro
Rendimento teorico espresso in percentuale*: 69,71%

 

*DISCLAIMER
Il presente documento è rivolto a investitori professionali (ai sensi della Direttiva Mifid II) che investono per proprio conto e a soggetti professionali che investono per conto dei propri clienti. Il valore dell’investimento e/o dei redditi periodici derivanti è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito. Le informazioni contenute nel presente documento non devono essere considerate offerte o raccomandazioni di acquisto o vendita né sollecitazione di offerte di acquisto o di vendita di titoli e/o di partecipazioni societarie, né attività di consulenza di investimento. Prima di ogni investimento, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori e le piattaforme di investimento.
ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità relativamente all’accuratezza e alla completezza delle informazioni economiche e patrimoniali fornite dai responsabili della Società esaminate, essendo loro responsabilità fornire dati veritieri al pubblico indistinto e al mercato.
ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità in merito ad eventi, circostanze, condizioni di mercato che si verifichino successivamente alla data di redazione dello stesso o in seguito alla disponibilità di informazioni ad oggi non conosciute e che potrebbero portare involontariamente ad errate interpretazioni.

Startup Fixing, il metodo universale per valutare correttamente qualunque investimento in startup

In ogni progetto imprenditoriale in fase di startup, il c.d. rischio d’impresa si manifesta nella sua massima espressione, poiché l’azienda su cui investire non ha ancora una “storia” né risultati di mercato sui quali fare affidamento.

In occasione dell’investimento in una o più startup, gli investitori sono chiamati a valutare positivamente, in un’ottica fortemente speculativa, una idea nata dalla mente di altri soggetti e ad investire su di essa in base a varie forme e modalità. Si tratta della nuova frontiera dell’investimento, quello nella c.d. Economia Reale, che richiede una forte capacità di coinvolgimento sociale dei potenziali investitori, prima ancora di quello economico.

In un contesto simile, il concetto di rischio deve essere analizzato sia dal punto di vista dei soci promotori che da quello degli investitori, che nelle startup hanno un ruolo fondamentale almeno quanto i primi (se non di più). Infatti, i primi chiedono ai secondi di finanziare la propria idea imprenditoriale e gli investimenti sostenuti fino ad un certo momento (c.d. vantaggio competitivo), dietro condivisione dei risultati futuri– individuabili massimamente in un forte incremento del valore delle proprie quote in un lasso di tempo massimo di 5–7 anni – mentre i secondi devono valutare l’investimento di denaro proprio nel presente e diventare così soci (Equity Crowdfunding) oppure semplici finanziatori dietro corresponsione di un tasso di interesse annuale (Lending Crowdfunding).

Ed è proprio questa differenza di “punto di vista” che determina, nell’investimento in una startup, la necessità di una informazione finanziaria puntuale e prudente che i fondatori devono fornire agli investitori, soprattutto agli investitori retail, che grazie alla nuova normativa europea saranno chiamati a valutare la partecipazione azionaria in aziende startup (o a finanziarle) senza avere le competenze degli investitori professionali e confidando sulle informazioni contenute nei business plan pubblicati nelle piattaforme di Crowdfunding (che consentono l’investimento anche nel settore immobiliare), dove generalmente si dà particolare enfasi alla rapida crescita prospettica del valore dell’azienda e minore cura agli scenari negativi ed ai possibili rischi. Infatti, non capita di rado che nei business plan venga presentato un valore aziendale (c.d. di Pre-money ) privo dei suoi criteri di stima, a detrimento del principio di puntuale informazione richiesto da qualunque investimento.

Naturalmente, la maggior parte delle startup, all’interno della “proposta informativa per l’investitore” che si trova sia nel proprio sito web che tra la documentazione presente nella piattaforma di investimento, parlano anche dei rischi insiti nell’investimento, nel rispetto di quanto stabilito dagli organi di controllo. A tal proposito, la Consob sul suo portale di informazione finanziaria prevede espressamente: “Il fattore emozionale nella scelta del progetto da finanziare costituisce forse uno degli aspetti più delicati di cui l’investitore (soprattutto quello non professionale) deve prendere coscienza (…). L’approccio inevitabilmente emozionale con cui si valuta l’investimento, oltre che la intrinseca rischiosità di società neo costituite operanti in settori innovativi, sono alla base dei principali rischi dell’investimento in start-up innovative. A questi si aggiunge il rischio di truffa tipico di tutte le transazioni effettuate on-line”.

Di conseguenza, la necessità di porre un freno alle scelte puramente emozionali degli investitori richiede l’adozione di strumenti mediante i quali razionalizzare al massimo il processo di acquisto e permettere ai risparmiatori di fare scelte consapevoli. Oggi, il metodo più attendibile è quello proposto dal modello di valutazione denominato “Startup Fixing”,  sviluppato da ProjetBI srl, che può essere applicato in ogni contesto e mercato nazionale ed estero grazie alle sue caratteristiche di semplicità e “universalità”. Con Startup Fixing, infatti, è possibile effettuare delle comparazioni tra le varie proposte e formare dei benchmark per via del criterio di base – del tutto razionale e privo di qualunque implicazione emozionale –  volto ad individuare la credibilità del modello di business prospettato dai soci promotori della startup, sotto l’egida del principio fondamentale della Finanza: ad alti rendimenti corrispondono alti rischi, e viceversa.

Sulla base di questo assioma, si può esprimere un giudizio sulla misura del rischio, e soprattutto la sua “congruità” rispetto all’assioma considerato. Infatti, è coerente attendersi che il rischio specifico del progetto della startup (espresso dal simbolo greco “σ” – sigma), attribuito dai soci promotori, debba essere di parecchie volte superiore rispetto a quello che si riscontra negli investimenti in azioni presenti nei mercati regolamentati (espressi dal simbolo “s”). Questa maggiore rischiosità, per un principio di prudenza del tutto proporzionale al sensibile tasso di “mortalità” delle startup, determina alla fonte un necessario contenimento del valore di pre-money dichiarato (espresso dal simbolo “W”), che in definitiva è il costo che gli investitori devono sostenere.

Senza la rigida osservanza di questi due principi di definizione del rischio, il metodo Startup Fixing scarta automaticamente il progetto, poiché il processo decisionale di scelta dell’investimento cui il metodo risponde si basa sulle seguenti domande:
1) il rendimento netto atteso è superiore al benchmark di riferimento? (il benchmark più usato è l’Italian Equity Crowdfunding Index del Politecnico Milano);
2) il costo per l’ingresso nel capitale della startup sconta adeguatamente il rischio intrinseco per questo tipo di investimento, tenendo conto delle soglie di rischio previste per il mercato di riferimento?

Solo con due risposte entrambe affermative l’investimento può essere poi valutato nel dettaglio. Infatti, la qualità del segnale informativo scaturente dal modello di calcolo è a sua volta legato strettamente alla qualità dei dati economico-finanziari presenti nei business plan, i quali dovrebbero derivare da un percorso logico di calcolo moltiplicativo ed additivo di altrettanti dati elementari (es: numero di ore lavorate per il costo lavoro orario, numero di pezzi di materia prima per costo unitario, etc). Ebbene, il rispetto di questo processo di costruzione numerica è riscontrabile rapidamente attraverso l’utilizzo di una speciale proprietà matematica (la c.d. Legge di Benford) che, presente anche nel software interno al modello Startup Fixing, è da diversi anni applicata in ambito di revisione ed estesa anche per l’analisi dei piani economici e finanziari. Il superamento del test della Legge di Benford rafforza la validità della decisione presa sull’investimento.

Crowdfunding immobiliare, previsioni di crescita impressionanti

Secondo le previsioni, il mercato del crowdfunding immobiliare crescerà ad un tasso stratosferico del 33,4% l’anno da qui al 2028. Il settore in Europa vale già 7 miliardi di euro, nel 2028 arriverà a 94 miliardi.

Dopo un lungo periodo di gestazione e di deregulation, anche il mercato immobiliare europeo ha finalmente il suo settore “alternative investment”. Infatti, le tutele previste dai nuovi regolamenti dell’UE sul Crowdfunding, che entreranno in vigore il prossimo mese di Novembre, assicureranno un elevato livello di legittimità sia al settore immobiliare che alle piattaforme di investimento, attirando finalmente l’attenzione degli investitori retail che faranno confluire liquidità sul mercato attivando un ciclo di crescita forsennato. Infatti, secondo le previsioni il mercato globale del Crowdfunding Immobiliare crescerà ad un tasso “stellare” del 33,4% l’anno da qui al 2028, ed il valore complessivo in Europa passerà dagli attuali 7 miliardi di euro del 2021 (erano 5 miliardi nel 2020) ai 94 miliardi del 2028.

Il nuovo regolamento UE, del resto, nasce per rafforzare un mercato ancora per pochi e diffuso in modo irregolare nell’Unione, ampliando in modo esponenziale il mercato potenziale e consentendo l’acquisizione di nuove opportunità economiche per tutti gli attori. La necessaria due diligence prevista dai regolamenti per le piattaforme, in particolare, restituirà sicurezza ai investitori nelle loro decisioni di investimento, poiché i requisiti di idoneità e appropriatezza, da verificare preliminarmente, garantiranno il rispetto del migliore interesse dei clienti in ogni momento. Inoltre, il regolamento europeo prevede requisiti specifici per gli operatori del mercato e una loro severa selezione, per cui ci saranno meno partecipanti ma opportunità di investimento più sicure.

Con il nuovo schema europeo, le piattaforme di crowdfunding immobiliare potranno collaborare con i c.d. sviluppatori e con le società di costruzioni di tutta Europa per progetti di importo non superiore a 5 milioni di euro, ed è prevedibile che, con l’aumentare della popolarità presso gli investitori, aumenterà anche la qualità media delle stesse piattaforme, che dovranno gestire la crescita vertiginosa dei flussi di liquidità e, contestualmente, ampliare l’offerta complessiva e assicurare una gamma di progetti immobiliari in grado di soddisfare le esigenze di quanti si avvicineranno al mercato. Inoltre, i costi previsti per gli operatori dalle nuove normative UE spingeranno diverse aziende già operative verso forme di collaborazione o aggregazione che permetteranno di reggere l’urto dei maggiori costi e, soprattutto, di combinare le conoscenze specifiche dei vari territori e i punti di forza di ciascuno, portando il mercato a fare un salto di qualità.  

Sinteticamente, i modelli di investimento consentiti dal Crowdfunding Immobiliare possono essere di due tipi, quello dell’ “Equity” e quello del “Lending”. Nel primo caso, l’investimento viene effettuato in quote della società di costruzione che ha avviato un dato progetto, e il rendimento sarà dato dalla differenza tra prezzo di vendita finale dell’immobile e il capitale investito; nel secondo caso il rendimento dell’investimento si ricava dal tasso d’interesse pattuito con l’azienda che raccoglie i fondi (c.d. sviluppatore) e, in questo modello, l’oggetto dell’operazione non è l’impresa di costruzione ma il prestito che viene erogato ad essa dall’investitore, sebbene in alcuni casi il regolamento del Lending può prevedere un’extra rendimento commisurato al prezzo di vendita degli immobili facenti parte del progetto.

In pratica, il modello dell’Equity è simile ad un investimento di tipo azionario, e quello del Lending è assimilabile ad un investimento obbligazionario, e tutte le piattaforme italiane di Equity sono autorizzate e vigilate dalla Consob.

In termini di protezione della quota di patrimonio investito in Equity o Lending Crowdfunding, questo tipo di investimento offre comunque all’investitore la possibilità di rivalersi sull’asset sottostante nel caso in cui il costruttore non riuscisse a terminare le opere previste nel progetto. Inoltre, la tassazione del Real Estate Crowdfunding è differente a seconda che si investa in piattaforme italiane autorizzate da banca d’Italia oppure in quelle che non hanno tale autorizzazione: nel primo caso i rendimenti sono tassati al 26% e ed il versamento dell’imposta è effettuata dalla piattaforma in qualità di sostituto, nel secondo caso i proventi devono essere dichiarati nel modello unico e verranno tassati ad aliquota marginale. Secondo Pietro Bisconti, founder dello studio Bisconti Avvocati, “con l’entrata in vigore del Regolamento UE 2020/1503 c’è da attendersi nel nostro Paese una forte crescita del Lending Crowdfunding nel settore Real Estate, che avverrà attraverso tre importanti direttive di mercato. La prima è quella dell’aumento del numero di piattaforme di Lending dedicate specificamente al Real Estate; la seconda è quella dettata dall’accesso al Lending per qualunque persona fisica o giuridica che agisca per finalità di tipo commerciale o professionale; la terza riguarda la concreta possibilità che il Lending Crowdfunding consenta ai proprietari di immobili, sia residenziali che commerciali, di avviare progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare reperendo le risorse finanziarie per ristrutturare e poi mettere a reddito o rivendere”.

C’è da dire che il mercato immobiliare europeo del Crowdfunding ha già evidenziato un tasso di sviluppo incoraggiante, sebbene ci si trovi ancora vicini al “punto zero” di una ideale rappresentazione grafica in ascissa e ordinata. Alcuni paesi dell’Europa orientale, come l’Estonia, la Moldova e la Lettonia stanno attirando gli interessi degli investitori e mostrano di avere un grande potenziale per via della concorrenza quasi inesistente, e non appena le piattaforme di Crowdfunding e Crowdlending inizieranno a diversificare il proprio portafoglio e a collaborare tra loro, questo tipo di mercato immobiliare alternativo sarà pronto a diventare una delle principali fonti di raccolta di capitali.

Grazie alla massiccia evoluzione in corso, da qui al 2028 si prevede anche la crescita del livello di internazionalizzazione degli scambi, con un aumento dell’interesse da parte degli investitori transfrontalieri e, di conseguenza, la possibilità per gli operatori di Crowdfunding Immobiliare di lavorare agevolmente con gli sviluppatori in tutto il continente europeo. Su tutto, però, comanderà non la dimensione della piattaforma, bensì la qualità complessiva del progetto, che sarà il fattore decisivo per affermare il Crowdfunding Immobiliare. Per questo motivo, preoccupa la possibilità che le piattaforme non regolamentate possano cercare di offrire rendimenti più elevati rispetto a quelle regolamentate, non subendo alcuna restrizione. Ciò potrebbe creare un’area di mercato speculativo che comunque non dovrebbe impedire alle piattaforme regolamentate di essere più attrattive per via della maggiore affidabilità.

Dal punto di vista dei rendimenti, gli operatori che saranno capaci di sviluppare progetti in autonomia – cioè senza l’ausilio di operatori intermedi – nei mercati in via di sviluppo, assicureranno agli investitori un grande potenziale di crescita del capitale e rendimenti elevati, in grado di aumentare la popolarità del settore e, di conseguenza, l’afflusso di capitali all’interno di un circolo virtuoso. Bisognerà prestare attenzione, però, agli eventuali ostacoli che, lungo il suo cammino, potrebbero individuarsi nel tasso di insuccesso dei progetti. Il superamento della soglia “psicologica” del 2%, infatti, potrebbe avere l’effetto di frenare l’entusiasmo e di rallentare l’afflusso di capitali in previsione di un eventuale inasprimento della regolamentazione da parte delle autorità di mercato.

Immobili per l’impresa, compravendite in aumento. Segnali di ripresa da tutti i settori

Con il boom dell’e-commerce, solo il settore della logistica ha tenuto bene, diventando strategico per le aziende attive nel commercio online (+31% gli acquisti in questo canale). Nel secondo trimestre del 2021 le compravendite degli immobili per l’impresa hanno registrato un aumento.

Gli effetti dell’emergenza sanitaria sugli immobili per l’impresa, durante la pandemia, sono stati piuttosto seri, accentuando il trend negativo degli anni precedenti sui canoni di locazione, rivisti costantemente al ribasso anche grazie al fiorire di accordi in deroga. Con il boom dell’e-commerce, solo il settore della logistica ha tenuto bene, diventando strategico per le aziende attive nel commercio online (+31% gli acquisti in questo canale). Il calo riscontrato nel 2020 sulle compravendite di capannoni (-27,2%) ha favorito durante gli ultimi mesi del 2021 una ripresa dell’interesse ed una crescente propensione all’acquisto, conseguente alla ripresa della produttività delle imprese.

Del resto, il trend dei prezzi dei capannoni, negli ultimi dieci anni, ha visto ridimensionare drasticamente le quotazioni, con il nuovo sceso del 32% e l’usato del 36%. Idem per gli affitti, calati del 31,4% per il nuovo e del 29,2 % per l’usato. Nel secondo trimestre del 2021, però, le compravendite degli immobili per l’impresa secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate hanno registrato un aumento: il settore produttivo + 85,4%, i depositi +102,3%, i negozi + 94,2%, gli uffici +81,5%. Balzi importanti dovuti ai bassi volumi che si sono realizzati durante il lockdown. Un confronto con lo stesso periodo del 2019 evidenzia comunque un incremento su tutte le tipologie, e oggi i dati dell’ufficio studi di Tecnocasa e Tecnorete Immobili per l’Impresa segnalano un aumento di richieste di acquisto e di conseguenza anche di compravendite.

Sui capannoni e depositi, tipologia che dallo scoppio della pandemia ha registrato un recupero costante, la ripresa sembra essere determinata soprattutto dai prezzi bassi che ormai hanno raggiunto e che ha portato le aziende all’acquisto, in particolare quelle consolidate sul territorio. Infatti, negli ultimi dieci anni i prezzi dei capannoni sono diminuiti del 31,4% per le tipologie nuove e del 34,6% per quelle usate. La maggioranza delle compravendite di capannoni ha avuto come finalità la creazione di depositi, a seguire l’investimento. Il 62,1% delle transazioni ha interessato tagli fino a 500 mq. L’aspetto cruciale, in questo momento, sembra essere la scarsa offerta che sta spingendo molte aziende, soprattutto nella logistica, a cercare terreni per costruire il capannone. Il segmento del retail è stato quello più impattato dalla pandemia, e questo ha determinato anche la liberazione di molti spazi. Nella maggioranza dei casi sono stati gli investitori a cogliere l’occasione per comprare sia spazi vuoti sia occupati. Inoltre i negozi, in particolare se posizionati in via non di passaggio, siano stati spesso destinati ad uso ufficio.

Il 48,4% degli acquisti è finalizzato all’investimento. Si scambiano prevalentemente tagli fino a 50 mq. Anche questa tipologia immobiliare ha evidenziato, negli ultimi dieci anni, un calo dei valori del 38% per le posizioni in via di transito e del 42,5% per quelle in via non di passaggio. Per gli uffici si segnala un aumento delle transazioni e in questo caso ad acquistare sono nella maggior parte dei casi utilizzatori, spesso liberi professionisti, che stanno approfittando del ribasso dei prezzi che negli ultimi 10 anni è stato del 37% per le soluzioni nuove e del 38,4% per quelle usate.

Next Generation Plan e Finanza Sostenibile, una sfida per le PMI

Il PNRR-Next Generation Plan porterà in Italia 209 miliardi di euro, di cui 68 miliardi stanziati per la transizione energetica. Le PMI sono chiamate ad integrare l’organigramma aziendale con figure professionali in grado di implementare modelli di business sostenibili e incrementare valore.

Il piano di investimenti elaborato dall’Unione Europea volto alla creazione di un modello di ripresa sostenibile porterà in Italia 209 miliardi di euro, destinati agli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza  (PNRR), con il quale sono state programmate, per alcuni settori, anche delle entrate di capitali privati in partnership con quelli pubblici. Infatti, secondo un’indagine condotta dal Forum per la Finanza Sostenibile, più del 60% degli attori finanziari si è rivelato favorevole a portare avanti progetti sostenibili in partenariato tra la sfera pubblica e quella privata, ma è emersa la necessità di snellire la burocrazia e di formare  le istituzioni pubbliche sui mezzi più idonei al raggiungimento degli obiettivi.

Secondo Maurizio Santacroce (nella foto), amministratore delegato di 24ORE Business School, “In Italia, il patrimonio promosso in fondi aperti sostenibili e responsabili ammonta a circa 80 miliardi di euro, e il PNRR aprirà delle opportunità importanti di sviluppo per tutta l’economia italiana e per le PMI. Il tutto si giocherà in chiave di sostenibilità, visto che quasi il 40% dei fondi europei sarà destinato a progetti di transizione ecologica”. Per le PMI italiane, quindi, l’arrivo di fondi di investimento europei rappresentano una vera e propria sfida, anche perché in Italia il boom degli investimenti sostenibili è in continua crescita: negli ultimi anni è stato guidato da cambiamenti di regolamentazione, dalla consapevolezza degli asset manager, ossia coloro che gestiscono i patrimoni, e, soprattutto, dalla crescente domanda sia dei clienti istituzionali, sia del segmento retail. Un aumento che di recente è stato anche catalizzato dalla crisi del COVID-19.

“La necessità oggi – afferma Santacroce – è quella di aumentare figure professionali di matrice ESG, come i Sustainability Manager, i Corporate Social Responsibility Manager, i consulenti ESG e gli esperti di sostenibilità finanziaria e ambientale, ovvero tutti professionisti  in grado di creare valore in azienda implementando modelli di business sostenibili. Le aziende devono investire nella formazione di risorse qualificate per supportare i nuovi piani di sostenibilità”.

A questo panorama si aggiunge il fatto che il 21 aprile 2021 la Commissione Europea ha avanzato una proposta di direttiva sul reporting di sostenibilità, il CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive). Si tratta di un testo volto ad integrare la direttiva sul reporting non-finanziario attualmente in vigore, allo scopo di aumentare la comparabilità dei dati relativi alla sostenibilità forniti dalle aziende. La nuova direttiva prevede per tutte quelle imprese che vantano al loro interno 250 dipendenti e per tutte le PMI quotate sui mercati europei  l’obbligo di fornire tutti i dati sui rischi ambientali e sociali e le prestazioni finanziarie che abbiano un impatto sugli elementi di sostenibilità. “La nuova proposta – spiega Santacroce – ha una duplice utilità: per gli investitori fornisce una fotografia dello stato attuale dell’impresa, orientando dunque le strategie di investimento, mentre per i clienti è un documento capace di soddisfare le imposizioni di informativa in vigore. La nuova direttiva migliorerà la trasparenza sulla sostenibilità e, quindi, una integrazione per le decisioni degli investitori”.

Per implementare la richiesta di nuove figure professionali che possano affiancare le PMI ad accogliere le nuove opportunità offerte dal PNRR e dai fondi europei, il prossimo 15 ottobre partirà, in modalità live streaming, il Master “Strategie di Sostenibilità Aziendale”, istituito dalla 24ORE Business School e volto alla formazione di giovani neolaureati che desiderano diventare esperti di sostenibilità finanziaria e ambientale, ma anche quei professionisti quali consulenti, commercialisti, revisori e imprenditori, che desiderano aggiornarsi e accompagnare le PMI nella sfida lanciata dal Next Generation Plan.

ll Master è realizzato con il contributo tecnico specialistico di GSE – Gestore dei Sevizi Energetici, con la collaborazione di KPMG, il patrocinio di Ferpi e con un network d’eccellenza composto dai partner del Master e di associazioni del settore.

Immobiliare, il Covid ravviva il mercato dei rustici. Perché e a quanto comprare

I rustici del Belpaese hanno sempre suscitato fascino ed interesse tra italiani e stranieri. Il lockdown ha fatto volare la richiesta di questo tipo di abitazione, la cui ristrutturazione beneficia di importanti detrazioni fiscali e, relativamente alla riqualificazione energetica, anche del superbonus 110%.

Investire in un casale rurale è un sogno di molti investitori e famiglie, ma è piuttosto impegnativo, poiché all’irresistibile fascino dei luoghi di campagna corrisponde anche un investimento considerevole per la sua ristrutturazione dallo status di rustico a quello di casale vero e proprio. Le somme impiegate, però, assicurano un buon ritorno in termini di valorizzazione immobiliare, tanto che diversi imprenditori ne hanno fatto un mestiere, trascinati dalla domanda di questa tipologia di immobili scatenata dalla pandemia e dalla conseguente “fuga” dalla città e dalle sue paure.

Chi ha potuto, infatti, ha acquistato in periferia soluzioni indipendenti o semi-indipendenti con spazi esterni, mentre chi aveva della liquidità l’ha investita in una proprietà più esclusiva, come un casale, garantendosi le offerte più vicine al centro urbano dove rifugiarsi con la propria famiglia durante i fine settimana e i periodi di ferie. Inoltre, chi lo ha fatto ha potuto godere delle agevolazioni fiscali (detrazioni), e più in particolare ha potuto detrarre i costi sostenuti per la ristrutturazione e l’adeguamento degli impianti fino a 96.000 euro, con il 50% distribuito nei successivi dieci anni (quindi un massimo di 4.800 euro per anno). Come se non bastasse, ha potuto detrarre il 50% delle spese relative all’acquisto di mobili ed elettrodomestici, con un massimale di 10.000 euro.

Poi ci sono gli investimenti destinati alla riqualificazione energetica dell’immobile, come l’isolamento termico e gli infissi, che usufruiscono del superbonus  110% (per mezzo del credito d’imposta). Tutti questi  bonus sulle ristrutturazioni stanno dando una spinta a questo tipo di mercato, e secondo i dati dell’Ufficio studi Tecnocasa la percentuale di chi ha deciso di acquistare rustici nel 2020 è salita al 10% dall’8,6% del 2019. In Puglia, per esempio, una delle località più gettonate dagli stranieri è Locorotondo, terra di trulli e lamie. La soluzione media ricercata è di 3-4 coni, metrature minima da 60 metri quadri e massima di 100, con tanto di terreno. I costi degli immobili ristrutturati vanno dai 180.000 ad un massimo di 250.000 euro. In Piemonte si sono riscoperti piccoli borghi. Tra i tanti citiamo Giaveno, in provincia di Torino, Coazze e Valgioie. Per un’abitazione di 120 metri quadri con giardino circostante situata a circa 3 chilometri dal centro si pagano tra i 70 e gli 80 mila euro se da ristrutturare.

In Emilia-Romagna si sono registrati incrementi di vendite in Valsamoggia e nell’appennino parmense, nei comuni di Crespellano e Calcara sulle colline della provincia di Bologna. I prezzi per una soluzione indipendente in campagna, con 600 metri quadri di giardino, si aggirano sui 150 mila euro. In Veneto, invece, sono molto apprezzate la Valpolicella, famosa per i vini, la zona delle colline moreniche con la loro vicinanza al lago di Garda, la Valdobbiadene, terra di prosecco. I prezzi nelle zone collinari sono intorno ai 700 euro al metro quadro.

In Lombardia la ricerca dei rustici si concentra nell’Oltrepò pavese e nelle campagne bresciane e mantovane, dove una cascina in discreto stato in centro paese oscilla intorno a 400-800 euro al metro quadro. Nelle campagne ci sono rustici grandi da ristrutturare che partono da 60-70 mila euro. La Liguria, infine, offre possibilità di acquisto di rustici, nella Valpocevera. Un rustico di 100-150 metri quadri in buono stato si aggira intorno a 200-250mila euro e può arrivare a 350 mila euro se in ottimo stato.

Ma cos’è esattamente un “rustico”? In terminologia edile, il rustico è un manufatto in corso di costruzione che abbia almeno le murature perimetrali delle singole unità e la copertura. Una c.d. “struttura”, insomma. Ma il termine cambia di significato nelle zone di campagna, dove i c.d. rustici da ristrutturare sono abitazioni in disuso, a volte inabitabili, ma regolarmente catastate e pronte ad essere ristrutturate (e non semplicemente definite). Pertanto, in questa accezione l’incompiutezza dell’immobile è relativa alla sua inadeguatezza ad essere abitata, al pari di una struttura, e questo consente un’ottima occasione di investimento per gli amanti dei luoghi (campagna aperta, borghi e piccoli centri). In tal senso, l’acquisto di un rustico è un ottimo investimento quando ricade in zone di pregio o zone costiere e ad alto flusso turistico, dove acquistare immobili già definiti costerebbe anche il triplo di un normale budget acquisto+ristrutturazione.

Cosa possono insegnarci Charlie Watts e i Rolling Stones sugli investimenti

Come in una band, ogni investitore ha bisogno di avere accanto un Charlie Watts che lo aiuti a capire quando è “abbastanza”, ed evitare così le conseguenze più dannose. “Negli investimenti sii il batterista, e stai fuori dalla mischia”*.

Le migliori lezioni che gli investitori possono imparare dai Rolling Stones non vengono dal carismatico cantante Mick Jagger, bensì dal batterista Charlie Watts, recentemente scomparso all’età di 80 anni. Watts era nei Rolling Stones dal 1963, e non perdeva mai un tour da più di 50 anni, esprimendo ciò che meno ti aspetteresti dal batterista di una band guidata da Mick Jagger e Keith Richards: fermezza, disciplina e freddo distacco dal “pathos” dei concerti dal vivo.

Se vi chiedete cosa c’entri con gli investimenti la storia di una rock band dove non sono mai mancati gli eccessi, è presto detto: per i Rolling Stones, scrivere buone canzoni ed essere grandi musicisti non era sempre abbastanza. Come disse una volta Mick Jagger, “Tutto ciò che vale la pena fare, vale la pena strafare“. Ebbene, quell’appetito insaziabile non è una prerogativa esclusiva delle rockstar, poiché lo troviamo – con le dovute differenze di stile – anche nella maggioranza degli investitori, soggetti come sono agli stessi alti e bassi di emotività

Del resto, la storia finanziaria dei Rolling Stones non è sempre stata lastricata di ricchezza. Nei primi anni della loro carriera, infatti, pur vendendo milioni di copie ed essendo spesso primi in classifica – in alternanza con i Beatles – prendevano solo una piccola parte dei guadagni, e successivamente ebbero bisogno di assumere un manager esperto di finanza per riprendersi dagli inganni della precedente casa discografica. In sintesi, nonostante il successo ubriacante, capirono che tutto ciò era abbastanza, e che si doveva voltare pagina. La “leggenda” racconta che fu proprio Watts, insieme a Mick Jagger, a guidare la rifondazione finanziaria del gruppo, uscendo fuori gradualmente anche dalle sabbie mobili dei debito con il fisco. Allo stesso modo, quando investiamo dobbiamo aver presente che arriverà il momento di abbracciare l’idea di “abbastanza“, smettendo di essere gli investitori che non siamo ed evitando così le conseguenze più dannose.

Charlie Watts, lungo tutta la sua carriera, evitò accuratamente i riflettori. Era tranquillo, pensieroso, ebbe una sola moglie e, a differenza degli altri Stones, non fece uso di droga se non, ormai quarantenne, durante un brevissimo frammento della sua vita e in un momento di crisi coniugale; terminata la quale, smise come aveva iniziato, da un momento all’altro e per sempre. Ha suonato notte dopo notte davanti a migliaia di fan adoranti, ma non ha lasciato che la fama influenzasse la sua personalità riservata e prudente. Prendendo il suo esempio, e traslandolo nel mondo degli investimenti, ecco tre lezioni che gli investitori possono imparare dall’esperienza di Charlie Watts.

Sii il batterista, non il cantante”. Watts citava spesso Adam Smith che, in relazione al mercato azionario, ebbe a dire: “Se non sai chi sei, questo è un posto costoso per scoprirlo”. Lo stesso si può dire dello stile di investimento di molti investitori, che inseguono le tendenze, seguono le folle e si lasciano influenzare dalla cultura dominante, imparando solo successivamente, a proprie spese, che alcuni di quei percorsi non erano adatti a loro. Charlie Watts sapeva chi era – un batterista Jazz prestato al Rock ‘n Roll – ed ha contribuito allo spettacolo, senza mai farne veramente parte. Lui  si descriveva come un accompagnatore, qualcuno il cui compito era portare avanti la grande idea della band più famosa e longeva di tutti i tempi, sapendo quando era il momento di dire basta.

Se vuoi andare lontano, tieni unita la band”. Come i Rolling Stones, che tennero insieme il gruppo anche con un Keith Richards in preda alla tossicodipendenza più acuta, anche l’investitore che ha una famiglia ed è affiancato dai propri consulenti deve comprendere che il loro intero è maggiore della semplice somma delle sue parti. Gli investitori, in pratica, dovrebbero pensare ai propri limiti come fa una band, poiché diversificare un portafoglio è come costruire una band, il cui successo non dipende da uno solo dei componenti, ma dall’insieme.

Stai al di sopra della mischia”. Mentre per alcuni membri della band la festa continuava dopo i concerti, Charlie Watts aveva una routine diversa: se non aveva la moglie al seguito, tornava da solo nella sua stanza d’albergo dopo uno spettacolo, tirava fuori un taccuino e disegnava la sua stanza, fregandosene della eccitazione che c’era intorno a lui. La sua soddisfazione veniva dall’essere nella band, ma anche al di sopra della mischia. Lo stesso concetto è particolarmente adatto al contesto del 2021, che ha segnato uno spartiacque storico nel modo di percepire il rischio ed ha permesso alla massa di approcciarsi alle criptovalute ed agli investimenti più volatili. In una situazione del genere, gli investitori potrebbero chiedersi “mi sto perdendo qualcosa?“. Dipende, naturalmente. Per qualcuno è più importante essere appagati, per altri è fondamentale il brivido della volatilità. Ma chi ha già avuto successo con gli investimenti, forse è preferibile un atteggiamento alla Charlie Watts, che ha tenuto a distanza la “volatilità del successo” e ha preferito goderselo in un modo diverso.

Parimenti, se siamo a nostro agio con la nostra strategia di investimento, allora siamo liberi di perseguire la vita alle nostre condizioni, e poco importa se queste siano solamente “soddisfacenti”.

* Liberamente tratto daWhat the Rolling Stones can teach us about investing”, di Dennis Morton

Educazione finanziaria: l’asset allocation e i confini tra ruolo del risparmiatore e ruolo del consulente

Nessun consulente e nessuna asset allocation possono eliminare l’incertezza sistemica dei mercati. Il risparmiatore, però, beneficia di un insieme di principi certi e inconfutabili di grande supporto nella costruzione del suo portafoglio di investimenti.

Per gli addetti ai lavori, la finanza è un oceano senza confini di teorie da applicare. Ogni gestore di patrimoni si sceglie quelle a lui più vicine per stile e ruolo, ma di certo nessuna conoscenza può eliminare del tutto un elemento incontrollabile come l’incertezza sistemica dei mercati. Il risparmiatore, invece, può permettersi il lusso di esplorare l’”area di certezza” della finanza, e cioè quell’insieme di conoscenze di base – certe e inconfutabili, ma ai più sconosciute – che permettono a qualunque investitore di familiarizzare con la gestione del proprio denaro e di potersi confrontare con qualunque banca o consulente finanziario; soprattutto, di capire se il lavoro di allocazione dei risparmi viene svolto correttamente da chi, successivamente, dovrà lavorare per noi all’interno dell’area dell’incertezza.

La domanda “come posso investire i miei risparmi?“, pertanto, prevede una fase preliminare che partirebbe, in teoria, dal grado di conoscenza di sè stessi. Questo elemento non è delegabile al consulente: egli all’inizio sa molto poco del nuovo cliente che ha di fronte, e le informazioni che riceverà saranno inizialmente poco approfondite. Certo, un bravo consulente “riconoscerà” presto che tipo di investitore ha di fronte, ma avrà bisogno di tempo. Per cui, prima di incontrarlo è bene farsi un paio di domande del tipo “fino a che punto sono disposto a sopportare che i miei risparmi possano decrescere di valore in determinati periodi, pur di avere dei risultati soddisfacenti in futuro?”.

Un buon metodo sarebbe quello di parlarne proprio con il consulente finanziario al primissimo incontro, e confrontarsi con lui per evitare scelte inopportune, come quella di essere troppo prudenti anche quando sarebbe possibile superare quei confini che solo la paura fa vedere. In ogni caso, non potendo entrare in questa sede nel merito di aspetti così personali, nel trattare l’argomento diamo per scontato che ognuno investitore sa benissimo fino a che punto si può spingere nel valutare come sostenibile un investimento che non rientri nella categoria “risk free” (senza rischio). Anzi, a tal proposito è bene precisare che l’investimento “privo di rischio” è venuto a mancare da tempo, e probabilmente non è mai esistito. Infatti, nemmeno i “sacri” titoli di stato italiani sono considerati più come sicuri, dal momento che la loro valutazione (rating) è piuttosto bassa.

Ma procediamo con ordine. Gli investimenti – detti anche asset, un termine anglofono con cui si ricomprendono i risparmi, gli immobili, quote aziendali e altri beni di investimento – sono organizzati in classi di attività o categorie, le quali posso essere divise genericamente in base all’orizzontale temporale – breve, medio e lungo periodo – da voi scelto come momento in cui potreste trovarvi nella condizione di dover spendere il denaro accantonato per soddisfare uno o più specifici obiettivi (acquisto casa, studi all’estero dei figli, nuovo autoveicolo etc). Entrando nel dettaglio, però, serve individuare dei criteri meno generici che ci permettano di allocare gli investimenti – ossia progettare una Asset Allocation – in modo più efficace. In tal senso, possiamo rifarci a tre tipi di allocazione:

Asset Allocation Strategica, che segue l’orizzonte temporale,
Asset Allocation Tattica, con la quale adattiamo la prima seguendo le tendenze di mercato a breve periodo,
Asset Allocation Dinamica, che consiste nell’adattare rapidamente il portafoglio a bruschi cambiamenti dei mercati.

Ebbene, mentre il primo tipo di allocazione, quella strategica, è sotto il controllo di chi investe (è l’investitore che decide l’orizzonte temporale e gli obiettivi, non il consulente), gli altri due prevedono necessariamente una delega professionale al consulente. Ecco definiti i confini dei rispettivi ruoli, poichè ogni ruolo prevede delle specifiche responsabilità: quella del risparmiatore di dare le giuste informazioni al consulente, e quella di quest’ultimo di realizzare l’asset allocation adatta.

Anche in finanza, infatti, il tema dei ruoli e delle responsabilità è fondamentale, e non c’è cosa peggiore, per il risparmiatore, di “invadere” il ruolo del consulente finanziario, poiché si finisce col diventare corresponsabili di scelte eventualmente sbagliate. A volte, persino gli unici responsabili.

Il fattore tempo, come avrete visto, è fondamentale, e da solo è in grado di determinare il successo o l’insuccesso della vostra asset allocation. Infatti, rientra nella c.d. “area di certezza” il principio secondo cui il lungo periodo assicuri un maggiore rendimento (Asset Allocation Strategica) e quello che, nei periodi di ribasso dei mercati i nostri investimenti valgono di meno ma è possibile comprare un numero maggiore di titoli a prezzo più basso (Asset Allocation Tattica). Inoltre, è valido il principio per cui, in caso di eventi straordinari – ne stiamo vivendo uno bello tosto da circa un anno e mezzo – è bene adattare rapidamente il portafoglio (Asset Allocation Dinamica).  

In generale, una strategia di lungo termine minimizza le perdite e massimizza il profitto. Anzi, da qualche anno si è fatto strada il concetto secondo cui, nell’attuale congiuntura finanziaria di tassi bassissimi o sotto zero, quella di lungo periodo sia l’unica strategia possibile. Ciò che importa, tronando sui massimi sistemi, è assicurare al vostro portafoglio di essere costruito in base al principio della Diversificazione, spingendovi anche oltre alla semplice gestione del denaro (azioni, obbligazioni, valute etc) fino a valutare gli immobili a reddito e gli investimenti alternativi (preziosi, oro, orologi di lusso, auto d’epoca etc). Infatti, in un mondo come quello della finanza, da sempre un pó refrattario alle regole, ne esistono alcune che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a confutare. La prima è che, per qualsiasi strumento di investimento, all’aumento del numero dei titoli/beni in portafoglio il rischio diminuisce; la seconda, che è una conseguenza della prima, è che un portafoglio efficace ed efficiente si definisce tale solo se è diversificato; la terza, a completamento delle prime due, è che un portafoglio diversificato non consente comunque di eliminare totalmente il rischio che una singola categoria di investimento contenuta all’interno del portafoglio possa andare male.

Equity Crowdfunding, business plan alla prova della “legge di Benford”

Come misurare l’affidabilità dei valori presenti nei business plan di Equity Crowdfunding? Ci viene in aiuto l’approccio innovativo della Legge di Benford.

Di Carlo Mauri

Il Portale web della Consob, nella sezione dedicata alla Educazione Finanziaria in tema di Equity Crowdfunding, evidenzia come nelle decisioni di investimento i risparmiatori non siano messi nelle condizioni di prestare la necessaria attenzione agli elementi razionali, nel senso che spesso non ce ne sono. Infatti, secondo la Consob il problema è che “….la mancanza di elementi economici e razionali cui fare riferimento e, conseguentemente, l’approccio inevitabilmente emozionale con cui si valuta l’investimento, oltre che la intrinseca rischiosità di società neo costituite operanti in settori innovativi, sono alla base dei principali rischi dell’investimento in startup innovative. A questi si aggiunge il rischio di truffa tipico di tutte le transazioni effettuate on-line”.

Invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: se a dominare le decisioni di investimento in una startup sono le componenti  emotive e suggestionali, è evidente che manchino quelle quantitative e computazionali, con il risultato che l’asimmetria informativa tra startup e risparmiatori non trova alcun freno nei business plan. A ciò si aggiunga che l’assenza di riferimenti storici e comparativi, da utilizzare come elemento di confronto per valutare le prospettive dichiarate dagli  amministratori delle startup, lascia campo aperto alle fascinazioni indotte dal marketing, che trova una valida motivazione nella mancanza, in una startup, di una “storia aziendale” da poter raccontare agli investitori.

Esposto così, il problema sembra di difficile soluzione, poiché l’accesso delle startup al Crowdfunding e ai mercati non può essere inibito senza negare l’essenza stessa del liberismo economico e delle libertà di intrapresa. Infatti, per quanto prudentemente possa essere stato redatto (soprattutto nella quantificazione del valore di Pre-money), un business plan vive all’interno dell’universo delle informazioni che influenzano sia le nostre scelte personali che quelle collettive. Molte di queste informazioni, in relazione ad un investimento, sono a loro volta costituite da una enorme quantità di valori numerici provenienti dalle più disparate fonti, delle quali non abbiamo alcun controllo (a meno che non ne siamo noi stessi gli autori e divulgatori). Pertanto, come possiamo essere veramente sicuri della loro autenticità

Il problema, a causa del fenomeno della “iper-informazione” nato con la condivisione – e sempre più spesso con la “fabbricazione” – delle news sul web e sui social network, si manifesta oggi tramite due principali effetti collaterali: l’impossibilità di verificare le informazioni, da un lato, e la proliferazione delle c.d. fake news, dall’altro. Questo ordine di effetti, in tutta evidenza, non fa bene neanche al settore degli investimenti, dove le informazioni devono obbligatoriamente essere diffuse osservando precise regole di trasparenza e autenticità, ma ciò che esce fuori dai prospetti informativi degli investimenti di Crowdfunding, ed “entra” nel web, è sottoposto agli stessi rischi tipici del più celebre dei paradossi di Internet: troppa informazione=nessuna informazione.

Per dare soluzione al problema, possiamo ricorrere all’utilizzo critico della “Legge di Benford”, che è uno schema matematico statistico scoperto verso la fine dell’Ottocento dal matematico Simone Newcomb ma perfezionato negli anni ’30 del secolo scorso da Frank Benford, un brillante impiegato della General Eletric. Costui aveva intuito che i valori presenti nelle serie storiche prodotte dai più disparati fenomeni naturali, demografici e socio economici non fossero casuali, ma seguissero una “regola” ben precisa che determinava la probabilità del fenomeno osservato con particolare precisione. Il concetto appena espresso è un pó astruso per chi non ha dimestichezza con la statistica, ma basterà un semplice esercizio – davvero divertente – da fare a casa per comprendere l’utilità pratica della legge di Benford. Prendete un foglio di carta qualunque, e scrivete a casaccio un insieme numerico di trenta numeri, i primi che vi vengono in mente, senza alcun limite di cifra. Ebbene, secondo la regola di Benford almeno 9 di questi numeri (e cioè il 30%) inizieranno con la cifra 1, e quelli che iniziano con la cifra 9 saranno in quantità inferiore a quelli che iniziano con la cifra 2. Se avete eseguito l’esercizio, avrete constatato questo risultato con i vostri occhi, e se non lo avete fatto potete fidarvi: anche se raddoppiate o triplicate i numeri contenuti nella serie, il risultato sarà lo stesso.

A livello pratico, di conseguenza, su tutti i valori e le serie storiche che si discostano da questa regola penderà il sospetto di una frode, di una volontaria manipolazione o di un errore. Infatti, grazie alla legge di Benford si è riusciti persino a scoprire le anomalie presenti in alcune piattaforme che trattano le criptovalute – notoriamente prive di controllo istituzionale – e le “finte visualizzazioni” prodotte dai c.d. bot per gonfiare i dati di un’azienda in cerca di sponsor o di acquirenti per i suoi spazi pubblicitari. Allo stesso modo, una serie storica di dati finanziari prospettici riferiti ad un investimento in Equity Crowdfunding può essere messa alla prova della legge di Benford, e in caso di difformità dei dati rispetto ad essa un investitore sarebbe portato a verificare una truffa o, come accade più generalmente, una certa mancanza di accuratezza – a volte volontaria – nella redazione dei risultati prospettici.

In ogni caso, si tratta di una arma in più per gli investitori che, di fronte al business plan di una startup, non hanno molte chance di capire se le informazioni contenute siano autentiche ed esatte. Infatti, i ricavi ipotetici futuri, per essere calcolati correttamente, devono essere ottenuti da un processo moltiplicativo e additivo che coinvolge la quantità di prodotti venduti ogni anno, il prezzo unitario di vendita, i costi diretti ed indiretti ed il margine di profitto desiderato, e se i valori contabili prospettici si discostano dalle corrette operazioni di moltiplicazione e sommatoria di quelle grandezze, al solo scopo di gonfiare i risultati del business plan e facilitare la raccolta fondi, la legge di Benford lo evidenzierà con un eccellente margine di approssimazione.