Nonostante ci siano tutte le premesse per un ulteriore slancio dei mercati finanziari nel corso del 2021, grazie alle previsioni sulla distribuzione mondiale del vaccino, aumenta sempre di più l’interesse per gli investimenti alternativi, che nel 2021 riceveranno la propria consacrazione da bene-rifugio ad asset fondamentale dei portafogli di investimento.
Con i mercati azionari ai massimi, come quello americano, e i tassi di interesse ai minimi storici, i rendimenti attesi dalle obbligazioni sono molto scoraggianti, e quelli attesi sul mercato azionario, per via della volatilità, richiedono una spietata selezione sia per settore merceologico, sia per aree geografiche. L’anno che sta per terminare, poi, ha determinato un momento di profonda riflessione, da parte degli investitori e da parte degli stessi operatori di mercato, sia in merito alle tipologie di strumenti di investimento da utilizzare, sia in relazione alle priorità attribuite alle attese di rendimento, con l’avanzata degli investimenti c.d. sostenibili sintetizzati nella sigla ESG (acronimo di Environmental, Social and corporate Governance) rispetto alle asset class tradizionali.
In un simile contesto, la classe degli investimenti alternativi ha accresciuto la considerazione di cui godeva, in maniera più marginale, tra gli investitori. Molti di loro, con l’attività ed il fatturato azzerati dai lockdown, hanno trovato ristoro vendendo parte dei passion investment (auto d’epoca, opere d’arte, gioielli e preziosi, oro e argento, vini rari, orologi etc) detenuti fino a ieri in portafoglio pensando che non sarebbe mai stato necessario venderli in una situazione di emergenza.
Va da sé, pertanto, che sia mutato anche il modo di vedere questa tipologia di investimenti, grazie all’esperienza emergenziale. Inoltre, lo scarso impatto della pandemia sulle quotazioni degli investimenti alternativi ha dato l’esatta sensazione di possedere un patrimonio alternativo liquidabile e affidabile, che presenta una scarsa correlazione con l’andamento degli indici azionari e obbligazionari e risponde a un duplice scopo: ottimizzare il rapporto rischio/rendimento dell’intero
portafoglio di investimento, e ottenere rendimenti positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati finanziari, costruendo la possibilità di godere di un “total return” personale.
Sotto l’etichetta “alternativi”, in realtà, rientrano anche il venture capital, il private equity, gli hedge fund, i fondi comuni di investimento immobiliare, le materie prime e i metalli preziosi; tutte attività che hanno una bassa correlazione con azioni e obbligazioni, ma che possono essere difficili da valutare e sono meno liquidi rispetto agli investimenti tradizionali. Essi, però, possiedono determinate caratteristiche che li rendono assimilabili, in termini di offerta, agli strumenti generalmente distribuiti dalle banche-reti, per cui essi perdono, in un certo modo, la loro caratteristica di “strumento alternativo” che, invece, è riscontrabile nelle opere d’arte, nelle auto d’epoca, negli orologi di pregio, nei preziosi, nelle monete rare, nei vini e wisky rari etc.
Il mercato dell’arte, per esempio, consente di fare ottimi affari, poiché la qualità e la rarità sono costantemente premiate dal mercato, ma il livello di spesa per farvi ingresso ed acquistare un’opera con buoni margini di crescita del valore (soprattutto artistico) è mediamente elevato, nel caso di artisti affermati, e meno costoso per quelli meno quotati (i c.d. emergenti). Il rischio, nel secondo caso, è di investire senza avere un ritorno in un tempo ragionevole, oppure di non averne affatto, qualora l’artista non riesca ad emergere.
Il mercato dei vini d’annata sembra essere più sicuro, per non parlare di quello dei whisky rari, questi ultimi cresciuti negli ultimi 10 anni con una performance del 564%. Gli investitori in vini pregiati possono aspettarsi un ritorno costante notevole – secondo il track record dal 2010 ad oggi fino al 12 per cento ogni anno – e i prezzi di alcune annate tendono ad aumentare mano a mano che la fornitura tende a scarseggiare. Per avere un guadagno considerevole sui vini, però, è necessario avere la struttura per conservarli in un ambiente a temperatura controllata, per mantenerlo in condizioni ottimali.
Per quanto riguarda gli oggetti da collezione, le opzioni sono tante. Dai tradizionali francobolli ai fumetti d’epoca (il primo numero di Superman o di Tex Willer è quotato decine di migliaia di euro).
L’investimento in monete preziose, a parte quelle coniate dai governi nazionali (come l’American Gold Eagle o il
Krugerrand sudafricano) che valgono tanto quanto il metallo con cui sono coniate, riguarda quelle da collezione o numismatiche, le quali sono valutate per la loro scarsità. Quelle più rare, poi, tendono a fornire ottimi ritorni e sono un eccellente investimento alternativo, con scambi frequenti.
Secondo i dati del Knight Frank Luxury Index, che traccia l’andamento di tutti gli investimenti alternativi o da collezione, a guidare la speciale classifica dei rendimenti ci sarebbero i Rare Whisky, con un risultato del 546% in dieci anni, seguiti dalle auto d’epoca, con un + 194% nello stesso periodo, le monete rare con un +175% e le opere d’arte con un +141%. Seguono i vini pregiati (+120%) e le “luxury bags” (+108%). Le borse da donna ad edizione limitata di Hermes, per esempio, nel corso del biennio 2019-2020 sono sorprendentemente aumentate del 17%.
In relazione a tali premesse, non è difficile prevedere un 2021 di grande successo per questa classe di investimenti, che aumenteranno la propria posizione all’interno delle asset allocation di quasi tutti i detentori di patrimoni della fascia over 500.000 USD (immobili esclusi), sostituendo gradualmente, in quanto ad affidabilità e stabilità, la parte che tradizionalmente era destinata in ogni portafoglio di investimento al comparto obbligazionario, oggi penalizzato dai tassi negativi durevoli e privo di ulteriori margini di rendimento nel medio-lungo periodo.



A seconda dei settori e della capacità di approvvigionamento di materie prime, la ripresa potrebbe essere più o meno veloce. Per esempio, per l’alta orologeria difficilmente verranno a mancare le materie prime, cosa che, al contrario, potrebbe succedere per l’alta gioielleria. Infatti, le pietre estratte dai giacimenti di smeraldi, diamanti e rubini sono “esauribili”, e con il passare del tempo diventano sempre più rare da trovare. Questa è la spiegazione della forza intrinseca mostrata dell’alta gioielleria in questo 2020, in particolare nel segmento dell’alta gamma, che ha fatto meglio del segmento nel suo complesso (- 23%).
Volendo fare un bilancio a consuntivo di questo 2020 da dimenticare, qual è il risultato medio di settore?
non mi spingo a quantificare la percentuale del recupero, ma posso dire che quest’anno si è affermato con forza il mercato del gioiello come forma di investimento per il “non si sa mai”. Non è un caso. Basti pensare all’aumento esponenziale delle vendite di preziosi da parte dei privati che, in momenti di contrazione dei guadagni come in questo periodo, hanno reperito liquidità rapidamente accedendo ai servizi di credito su pegno di beni preziosi. Infatti, i dati del 2020 hanno registrato un incremento del 35% di polizze di pegno rispetto allo scorso anno. Dall’altro lato, però, diminuisce il potere di acquisto delle famiglie di fascia reddituale media, per le quali l’approccio all’acquisto di un gioiello sarà più difficile.
Nella sua attività gli orologi di pregio hanno un posto particolare. Come si è comportato questo settore così apprezzato da investitori e appassionati?
quotazioni nei momenti di crisi come quello che stiamo attraversando? 

In generale, chi può aspettare e non deve monetizzare immediatamente preferisce attendere tempi migliori, oppure dare attenzione agli artisti emergenti, molti dei quali presenti soprattutto nella piazza milanese, sui quali investire cifre abbordabili e scommettere su una crescita delle quotazioni nel lungo periodo. In particolare, ad emergere e dare continuità al proprio lavoro sono artisti molto originali e innovativi, capaci di creare un sistema autonomo di vendita delle proprie opere, senza l’ausilio di gallerie e/o mostre personali – bloccate dal Covid – e di reinventarsi quali artisti-imprenditori di sé stessi; tutto ciò, senza svilire il proprio apporto creativo e assicurando al pubblico una autentica produzione artistica originale ma a prezzi di vendita più bassi per il solo effetto della catena distributiva più corta. Uno di questi è certamente Marco Fratini, artista e pubblicitario siciliano che vive ed opera a Milano da circa trenta anni, il quale ha trovato la notorietà grazie ad una particolare tecnica riproduttiva che utilizza esclusivamente le celebri penne a sfera della Bic, l’azienda francese con sede a Clichy, fondata nel 1945 dal barone di origine torinese Marcel Bich (da cui ha origine il marchio).
delle opere (tutte realizzate a mano libera) non sono brevi. A posteriori, la costruzione del valore di ogni singola opera di Fratini poggia su alcuni elementi che il mercato mostra di apprezzare. Il primo è l’originalità: ogni singola opera è unica, e nasce da un unico scatto fotografico che poi l’artista riproduce fedelmente con le Bic nere, nei minimi particolari, esaltando le parti più intense del soggetto. Il secondo è il tempo: ogni opera (50 x 70, e soprattutto quelle di formato 100 x 70) ne richiede moltissimo, e non c’è spazio per riproduzioni in serie. Il terzo è la paternità: non c’è alcuna “produzione di bottega”, ogni lavoro è realizzato dalla mano dell’artista.
Da giovane si è trasferito dalla Sicilia a Milano, come è stato l’impatto con il nuovo ambiente creativo?
preparare i bozzetti sui formati A4 dei lavori che poi sviluppavo con acrilici su grandi formati. Ed è così che ho iniziato a lavorare con la Bic sui formati A3, per poi passare al 50×70 e ai formati più grandi. Da allora è partito tutto. Era il Settembre del 2017, e la penna Bic, che al contrario di quanto si possa pensare è molto versatile, mi ha dato una certa notorietà in modo del tutto inaspettato.
Per il 2021 ho solo tanto da lavorare per i privati, che mi commissionano dei lavori con una certa regolarità, anche se non riesco ad assicurare tempi di attesa brevissimi. Peraltro, realizzare con le Bic un’opera all’altezza delle aspettative richiede un lavoro attento e frenetico, che concede poche pause. Le mie giornate lavorative sono lunghissime, per cui ho poco tempo per pensare ad uscite pubbliche. Tutto si vedrà in seguito, pensiamo a far passare questo brutto periodo.
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La tipologia più scambiata da chi vuole mettere a reddito rimaneva il bilocale, con il 35,0% delle preferenze, a seguire i trilocali (28,2%). Anche nel primo semestre del 2019 si registravano percentuali simili.
Per questo specifico segmento di acquirenti, buona parte degli acquisti si conclude senza l’ausilio degli istituti di credito (81,7%), e solo il 18,3% degli investitori ricorre al mutuo bancario (un anno fa era al 15,7%).
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ottobre 2020 n. 23569 si è occupata di una vicenda in cui è applicabile la disciplina relativa all’offerta fuori sede, reclamata dal cliente di una banca in relazione ad un acquisto di titoli avvenuto nell’ufficio del promotore (la vicenda origina in un periodo antecedente al cambio di denominazione). In particolare, i giudici di legittimità rispondono che, per escludere la fattispecie dell’acquisto fuori sede, non è sufficiente che la promozione e il collocamento degli strumenti finanziari si attuino in un luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tale attività si perfezioni presso la sede legale dell’intermediario o presso una dipendenza-filiale dello stesso.
L’investitore non si dava per vinto, e ricorreva in Cassazione, dolendosi del fatto che i giudici di merito non avessero considerato come la negoziazione del titolo fosse avvenuta nell’ufficio privato del promotore che, secondo le difese del risparmiatore, non può certo considerarsi come la sede legale dell’intermediario o filiale di essa.
Ai fini del diritto di recesso, il legislatore ha previsto per l’investitore una forma di tutela che prevede come ogni operazione di collocamento di strumenti finanziari conclusa al di fuori dei locali della sede legale della banca “debba presumersi non costituisca il frutto di una premeditata decisione dell’investitore, quanto, piuttosto, di una sollecitazione proveniente dai promotori di cui l’intermediario si avvale” (come già precisato da Cassazione a S.U. n. 13905/2013). Pertanto, nell’odierna decisione, i giudici di legittimità intervengono in senso contrario a quelli di merito, stabilendo che “Per escludere l’applicabilità della disciplina relativa all’offerta fuori sede di cui all’art. 30 TUF, nella vigenza del reg. Consob n. 16190/2007, non è sufficiente che la promozione e il collocamento di strumenti finanziari si attuino in luogo di pertinenza del promotore finanziario, ma è necessario che tali attività si perfezionino presso la sede legale dell’intermediario autorizzato, ovvero presso una dipendenza dello stesso, per tale dovendosi intendere l’unità locale costituita da una stabile organizzazione di mezzi e di persone, aperta al pubblico, dotata di autonomia tecnica e decisionale, che presta in via continuativa servizi e attività di investimento”.
Dal punto di vista economico, quindi, l’opera d’arte è del tutto simile ad un prodotto qualsiasi, ma nel suo caso bisogna osservare alcuni passaggi fondamentali per arrivare alla formazione del prezzo di scambio e del suo valore futuro. In particolare, la filiera produttiva e distributiva delle opere d’arte contempla un insieme di ruoli e azioni che si svolgono in questo ordine di successione:
Pertanto, ogni artista, ad inizio carriera, ha di fronte a sé un lungo percorso in cui, oltre alla produzione personale e alla speranza di un mecenate che lo sostenga, deve trovare recensione all’interno di testi critici, monografie, bibliografie, cataloghi, mostre prestigiose, fiere, fino ad arrivare ai musei e, prima ancora, al contatto con i collezionisti più importanti. Solo a più di metà di questo cammino l’artista troverà finalmente quotazioni ufficiali certificate da esperti, e potrà essere scambiato nelle aste e nelle gallerie che contano in base al suo “coefficiente di quotazione”.
Il vero collezionista, quello che concilia passione per l’Arte con l’attenzione al valore, si specializza su un determinato periodo o su uno specifico artista, diventando egli stesso il gestore di una sorta di Art Fund personale.
Con il Crowdfunding, il carattere partecipativo dell’investimento in Arte diventa ancora più percepibile. Infatti, chi partecipa è essenzialmente un soggetto che investe in un vero e proprio progetto artistico, con l’ambizione di diventare collezionista delle opere – generalmente di artisti c.d. emergenti – sulle quali sta puntando. Il pregio del Crowfunding è quello di rendere più trasparenti le dinamiche dell’intera catena creativa e finanziaria dell’Arte, rendendola slegata dal possesso fisico. Questa modalità di investimento coinvolge molto le classi più giovani e ponendo le basi per una crescita del mercato stesso, appiattito com’era dagli scambi tra “pochi eletti” e diventato terreno fertile per miti e leggende.
Patrimoni&Finanza ha intervistato alcuni di loro, chiedendo di raccontare la propria esperienza a beneficio dei colleghi più giovani – i c.d. MiFID advisers – e, perché no, di quelli meno giovani ma desiderosi di conoscere la loro storia. Abbiamo incontrato Claudio Candotti, classe 1968, iscritto all’albo (oggi Organismo Unico) dei consulenti finanziari dal 1993, che in 27 anni di carriera ha costruito un proprio modello di business – è l’antesignano in Italia della c.d. Consulenza Patrimoniale “in rete”, ossia quella effettuata in team con gli altri professionisti del patrimonio – capace di fargli raggiungere risultati ai massimi livelli (se non il più alto, in Italia) in relazione al valore del portafoglio clienti. Il suo segreto è stato quello di lavorare in partnership con i più importanti studi professionali e di consulenza aziendale d’Italia.
molti colleghi impreparati o scorretti facevano false promesse. Ma c’erano anche i clienti senza alcuna competenza ed esperienza finanziaria, che venivano spesso circuiti per l’acquisto di prodotti ad alte commissioni di sottoscrizione e poco valore gestionale. La cultura della consulenza apparteneva a pochi promotori, e non veniva percepita quasi da nessuno come un valore aggiunto. Per fortuna, però, sul mercato c’erano delle eccezioni, ovvero delle banche o delle Sim che avevano istituito delle accademy, e che formavano risorse (con o senza laurea) con spiccate attitudini alla relazione ed alla cura del cliente, gettando così le basi per quella che oggi, indiscutibilmente, è diventata la vera Consulenza Finanziaria.
Lei è un pioniere della c.d. Consulenza Patrimoniale, quella che si occupa di tutto il patrimonio dei clienti, e non solo delle loro disponibilità finanziarie. Può raccontarci come ha costruito il suo personale modello di business?
Che posto ha la tecnologia nella sua professione?

Senza tante domande ed una conoscenza più approfondita della persona, il risultato sarà deludente per entrambi, ed il massimo che ci si potrà aspettare, quando si parlerà di denaro e patrimonio, sarà costituito da risposte del tipo “…vorrei far fruttare i miei soldi con poco rischio…” oppure “… voglio investire ma non voglio perdere….”, oppure ancora il classico “…..investo perché non si sa mai quello che potrà succedere…”.
Se l’obiettivo è quello di integrare la pensione, il contenitore giusto può essere un fondo pensione a lunghissima scadenza che coincida con la sua età pensionabile. Se l’obiettivo è quello di proteggere lui e la sua famiglia, il contenitore sarà di tipo assicurativo, mentre per il “non si sa mai” – che è un obiettivo residuale, ma pur sempre tale – un buon contenitore è quello di un accumulo finanziario mensile, a cui attingere quando c’è veramente bisogno.
Certamente, basta ignorarli. Se si ha un obiettivo (o più obiettivi) ed un orizzonte temporale ben stimato per ciascuno di essi, il c.d. market timing – che sarebbe l’abilità semi-divina di indovinare quando comprare e quando vendere – non rientra nelle cose da fare. La prova? Ne abbiamo avuto due, belle forti, negli ultimi dodici anni: la grande crisi del 2008, e l’attuale crisi determinata dalla pandemia di Covid-19: in entrambi i casi (e con notevoli differenze tra i due), i mercati si sono sempre ripresi, chi ha tenuto senza vendere in preda al panico ha recuperato tutto e, al massimo, ha dovuto aggiornare, con l’aiuto del consulente, l’orizzonte temporale di alcuni “contenitori”.







