Aprile 23, 2026
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Una crisi, per uscire da un sistema in crisi

Solo una crisi potrebbe essere la via di uscita da un sistema la cui difesa ad oltranza porta comunque alla sua inevitabile crisi. Tutto il debito contratto a tassi bassi dovrà essere rinnovato a tassi più alti.

Di Maurizio Novelli*

Le cause dell’attuale congiuntura economica americana non sono da ricercare solo nei mistakes delle politiche monetarie, ma sarebbe opportuno chiedersi se il modello americano, costruito sulle politiche di QE, merita la colossale scommessa che i mercati finanziari stanno prezzando. L’impatto dei tassi più alti inizia solo ora a creare danni evidenti: real estate in crisi, banche in difficoltà, fondi pensione che necessitano bailout, consumi in cedimento, restrizione del credito bancario e aumento delle insolvenze. Poiché questi fenomeni sono allo stadio iniziale, è estremamente probabile che, nel migliore dei casi, il soft landing sarà piuttosto duraturo e si porterà dietro altri problemi.

Siamo ora giunti al momento fatidico in cui è necessario scegliere tra un deleverage lento ma lungo oppure profondo ma rapido. A mio parere, a causa dello stock di debito accumulato nel sistema a tassi molto bassi, non siamo in grado di permetterci un deleverage rapido come nel 2008. Il sistema non reggerebbe. È quindi molto probabile che ci sarà il tentativo di intraprendere un deleverage lento e controllato. Tutto il debito contratto a tassi bassi dovrà essere, prima o poi, rinnovato a tassi più alti. Molti operatori economici non reggeranno il rollover ai tassi attuali e le insolvenze rimarranno un fenomeno strutturale dell’economia post QE. Il lento processo di assorbimento delle insolvenze sul debito, non sopportabile a tassi diversi da zero, configura lo scenario di Balance Sheet Recession in cui ci stiamo addentrando, che con un eufemismo chiamiamo soft landing.

Il debito da rinnovare, a sua volta, ha un ulteriore problema: è stato probabilmente contratto per effettuare investimenti a redditività non più compatibile con una economia in “soft landing“, si veda il caso del private equity, venture capital, real estate commerciale ecc. Questo comporta due effetti conseguenti: riduzione delle posizioni debitorie che sostengono investimenti non più compatibili con tassi alti, liquidazione degli asset che sono a collaterale di questo debito. Il real estate commerciale è un esempio tipo, e costituisce la punta dell’iceberg del sistema: chi rinegozia il debito dal 2% al 7% muore, salvo che non riesca a vendere gli asset. Ma la vendita forzata fa scendere il valore del collaterale e peggiore la solvibilità. Si innesca quindi un meccanismo perverso di deleverage che accentua il vortice negativo. Il deleverage si ferma quando il debitore si è riposizionato in una situazione di solvibilità: può reggere il debito ai nuovi tassi e la redditività degli asset detenuti sostiene il debito in essere.

Ho la sensazione che l’intera economia mondiale (dagli Stati Uniti a UK, Australia, Canada e Cina), abbia accumulato debito per acquistare asset a redditività compatibile con tassi d’interesse molto bassi. Il problema è che, poiché il QE è durato 14 anni, la dimensione di tali posizioni è sconosciuta ma certamente colossale. Il motivo per il quale il “soft landing” potrebbe essere “giapponese” è quindi collegato a quello che abbiamo fatto in 14 anni di QE. I titoli di stato che procurano i problemi ai bilanci bancari sono un altro eclatante esempio. È chiaro che lo stesso principio va esteso agli investimenti reali nel suo complesso e non possiamo essere così ingenui da pensare che anche altri segmenti dell’economia reale non siano esposti alla stessa situazione (bassa redditività e debito più caro).

Quando sopprimi il costo del debito, tutto il break even di sistema si abbassa, quando lo alzi accade il contrario. All’inizio, le aziende cercano di contenere il problema alzando i prezzi e innescano l’inflazione, ma poi i redditi reali si contraggono, i consumi cedono e l’economia si ferma. Nel frattempo i principali paesi che sono al centro dell’export globale (Cina, Giappone e Germania) continuano a evidenziare un cedimento della domanda globale. Il Giappone è stato il principale “svalutatore” competitivo negli ultimi 12/18 mesi ma il suo export globale non cresce, anzi scende. L’economia cinese è in grave difficoltà a causa del deleverage nel settore immobiliare, per un maggiore controllo delle allegre politiche fiscali dei governi locali e per la deglobalizzazione innescata dagli Stati Uniti. Il China Reopening è stato un tema “venduto” agli investitori per sostenere l’idea della ripresa globale, ma in realtà la Cina non vuole più fare la locomotiva dell’economia mondiale sul debito. Anzi, la priorità del governo centrale è quella di avviare un deleverage controllato del sistema (tentativo di soft landing anche qui).

Maurizio Novelli – Lemanik

In sintesi, ci troviamo in una situazione congiunturale dove, per diversi motivi, le principali economie del mondo affrontano problemi strutturali di lungo periodo che vengono a maturazione tutti in una volta sola, con un fardello di debito pubblico e privato accumulato a tassi a zero, per sostenere investimenti la cui redditività non è più adeguata all’attuale livello del costo del debito. Non è ancora successo praticamente nulla, salvo una correzione dei mercati nel 2022, ma il cedimento del sistema costruito sul Quantitative Easing è appena iniziato e la criticità di questo aggiustamento “soft” dipende dalla sua durata che, a causa della leva finanziaria accumulata in 14 anni di “free debt and go”, si preannuncia piuttosto lunga.

In definitiva, solo una crisi potrebbe essere la via di uscita da un sistema (già in crisi) la cui difesa ad oltranza porta comunque ad una crisi.

* Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Economia mondiale: prepariamoci a un “long landing”

Il rallentamento dell’economia sarà di lunga durata. Europa esposta alla decisione americana di eliminare il fornitore di energia a basso costo (Russia) e di ridimensionare l’interscambio commerciale con la Cina.

Di Maurizio Novelli*

L’accordo in extremis sul “debt ceiling” (il c.d. tetto del debito pubblico degli Stati Uniti, ndr) conferma che il sistema economico americano si dibatte in una profonda crisi, e che cerca di sostenersi con la costante espansione della spesa pubblica, ormai unico vero supporto dell’economia. Infatti, sia nella fase di ripresa post covid sia nell’attuale fase di rallentamento, il deficit pubblico ha oscillato tra il 7% e il 10% all’anno, ma anche durante il periodo 2010 – 2019 le politiche fiscali sono state costantemente espansive. L’accordo (inevitabile) sul debito, pertanto, conferma un’ulteriore espansione della spesa pubblica del 5% per i prossimi mesi e quasi tutti i sussidi statali alla fascia medio-bassa della popolazione sono stati interamente confermati. La cancellazione di tali sussidi avrebbe innescato un’inarrestabile dinamica di default sul credito al consumo e sui mortgages, con evidenti ripercussioni sulle cartolarizzazioni di ABS e MBS, che avrebbero procurato un ulteriore aumento del rischio di credito nel sistema.

Gli student loans sono un esempio eclatante. La moratoria sui pagamenti è stata ulteriormente prorogata fino a ottobre (sarebbe scaduta il 30 giugno), consentendo a 26 milioni di famiglie americane di non pagare (ormai dal 2020) interessi e debito su 1,1 trilioni di USD, importo pari a circa il 4% del PIL. Il credito al consumo nel suo complesso è pari ora a oltre 5 trilioni di USD, oltre il 20% del PIL americano (contro il 10% del periodo pre-2008) e ha costituito, assieme all’espansione del debito pubblico, il motore della crescita. Ma nonostante tutti questi sussidi pubblici, l’economia rallenta, i consumi hanno iniziato a cedere e i tassi di default sul credito hanno iniziato a salire comunque.

Il modello capital-socialista americano, dove le aziende private e le società di credito al consumo fanno profitti sovvenzionati dai sussidi pubblici erogati a consumatori oberati dal debito, inizia a cedere in modo evidente. In realtà stava già cedendo nel 2019, ma il Covid è stata una grande opportunità per giustificare interventi straordinari di salvataggio. Gli artifici contabili per non fare uscire un PIL negativo e sbandierare un mercato del lavoro solido contrastano con i principali indicatori di consumer confidenceleading indicators (principali indicatori macroeconomici, ndr), fiducia delle imprese e cash flow in contrazione per le società quotate (inclusi i famosi “FAANG“, acronimo che indica le aziende Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google che operano in posizioni di monopolio e sostengono l’indice di borsa con i buy back). Le aziende multinazionali trattengono i profitti fatti all’estero nei paradisi fiscali, non pagano le tasse al governo americano e utilizzano questi profitti “tax free” per fare buy back direttamente dai paradisi fiscali per sostenere la borsa.

Investimenti e redditi reali sono in costante contrazione da anni e la borsa è diventata il principale indicatore di “benessere” dell’economia, che produce però profitti super concentrati in pochi settori. I mercati finanziari continuano a scommettere su un soft landing dell’economia ma emerge in modo sempre più evidente che il “landing” sarà di lunga durata e il fatto che potrebbe essere “soft” è semplicemente legato alle capacità di massaggiare i dati sul PIL.

(Nel grafico: La verticale caduta dei leading indicators non ha procurato dati negativi sul PIL USA).
Finora questo meccanismo è stato facilitato da un contesto di alta inflazione, che ha consentito ai governi di “produrre” dati reali di PIL gonfiati dall’applicazione di un deflatore (tasso d’inflazione utilizzato per calcolare il PIL reale) nettamente più basso dell’inflazione effettiva rilevata. Questo trucchetto diventa più difficile quando l’inflazione rientra in parametri più normali.

L’economia americana appare ora disperatamente focalizzata a cercare di sostenere un modello di sviluppo basato su un debito pubblico e privato insostenibile e un mercato finanziario che non può permettersi nessun cedimento, dato che una cosa sostiene l’altra e viceversa (il debito sostiene la crescita e il mercato finanziario sostiene il debito). Ma questo meccanismo può reggere solo se la ricchezza prodotta si distribuisce in modo diffuso nel sistema e alimenta una crescita generale dei redditi che sostengono un debito in costante accumulazione. Appare evidente che attualmente non è così. (Nel grafico: La linea verde indica l’andamento della concentrazione di ricchezza detenuto dal top 0,1% della popolazione USA dal 1980. Fonte Federal Reserve).

Cercare però di modificare ora questo sistema appare alquanto difficile, dato che, in un contesto di alta inflazione, i redditi reali devono scendere e non salire per frenare la domanda, ma il debito (pubblico o privato) deve continuare a salire comunque, perchè se il debito si contrae il ciclo economico va a picco. I tassi d’interesse dovrebbero rimanere bassi per sostenere il debito che sostiene il ciclo dei consumi, ma ormai siamo usciti da questo scenario da oltre 12 mesi e non sappiamo ancora quale sarà il notevole impatto effettivo delle politiche monetarie sull’economia. L’inflazione ha già scardinato il sistema e l’indice di borsa rimane l’ultimo baluardo di difesa sulla psicologia di massa prima della crisi, ma per reggere richiede un esasperato scostamento dai fondamentali che a sua volta spiazza gli investitori a favore degli speculatori. Per sostenere questo mercato, le poche aziende che possono permetterselo devono continuare inesorabilmente a fare buy back, sottraendo risorse agli investimenti reali e accentuando la stagnazione dell’economia, che richiede poi costante debito pubblico per sostenersi. Nel frattempo, la Germania e l’Europa sono esposti alle decisioni di geopolitica degli Stati Uniti, che hanno portato alla eliminazione del fornitore di energia a basso costo (Russia), e ora puntano a ridimensionare l’interscambio commerciale con la Cina, principale partner commerciale dell’Europa e del Giappone.

A questo punto, mentre si cerca di convincere tutti che il “soft landing” non comporta alcun rischio, nessuno può sapere quanto un “soft landing” prolungato possa tenere, e se non rischia invece di trasformarsi in un “hard landing” strada facendo, e di accentuare i problemi strutturali, anziché risolverli.

* Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Gli investitori istituzionali vanno via dal mercato, e quelli retail ne occupano il vuoto

Le grandi istituzioni hanno gradualmente abbandonato il mercato azionario Usa già da qualche anno. L’indice SPX resiste solo grazie a 10 titoli, e cosi la concentrazione del portafoglio è ormai tale che solo un investitore retail può accettarla.

Di Maurizio Novelli*

Una recente analisi di Morgan Stanley evidenzia come i grandi investitori privati (il top 1% più ricco) abbiano liquidato le loro posizioni, mentre le fasce più retail (il bottom 90%-80%) sia entrata nel mercato. Ciò è dimostrato anche dal fatto che il ticket medio di transazione è drasticamente calato nei mesi recenti di rialzo del mercato ed i volumi medi degli ultimi 30 gg sono inferiori del 40% a quelli di un mese fa. Pertanto, negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’anomala fase di rialzo delle borse mentre i tassi salgono, l’economia rallenta, i profitti scendono e le banche falliscono

L’attività di trading effettuata tramite algoritmi si è intensificata moltissimo negli ultimi mesi, facendo salire artificiosamente un mercato che era invece esposto al rischio di scendere. E così i retail investors (ora il 10% di tutti volumi) hanno occupato il vuoto lasciato dagli investitori istituzionali (fondi pensione, hedge funds, fondi sovrani, family office, ecc.), i quali in realtà hanno gradualmente abbandonato il mercato azionario Usa già da qualche anno – in particolare tra il 2016 e il 2019 (BofA Global Research) – a causa delle valutazioni non più favorevoli, della scarsa trasparenza dei bilanci e dell’intensa attività di buy back, fatta in molti casi per manipolare al rialzo gli EPS e sostenere i prezzi. All’interno di questo scenario, i retail investors si sono fatti strada grazie alla creazione di piattaforme di trading con commissioni “zero” (Robinhood, Charles Schwab, Ameritrade, Interactive Brokers, ecc), le quali vengono compensate dai profitti sui tassi d’interesse applicati sul leverage utilizzato dagli investitori privati americani (che di norma operano a leva 2/3 volte sul capitale investito).

Risulta poi abbastanza sospetto che, mentre negli ultimi mesi i buy back sono saliti al record di sempre, i CEO delle società vendano azioni a ritmi record (CDT Capital management Insider Sentiment Ratio, Aprile 2023). È un’ulteriore conferma della scarsa appetibilità del mercato Usa, la recente newsletter di Berkshire Hathaway sulla chiusura del bilancio annuale della società di Warren Buffet, che evidenzia la mancanza di opportunità per veri investitori, al punto da indurre Buffet a migrare in Giappone (per la prima volta) alla ricerca di alternative. La “migrazione” dei capitali dei grandi investitori (Real Money) è in realtà iniziata già dal 2013/2014, con un deflusso medio di 1,5 trilioni di dollari all’anno, al punto tale che oltre 9 trilioni di dollari sono entrati nei Private Markets.                           

Questo fenomeno ha portato successivamente alla creazione del grande boom degli IPO, dato che gli investitori professionali hanno capito che era meglio acquistare le società non quotate a basse valutazioni, per poi venderle in borsa ai retail investors e ai mutual funds (che sono sempre espressione di denaro retail) a valutazioni stratosferiche, scatenando così la mania per gli “unicorni“, società la cui profittabilità era scritta nelle favole. Purtroppo la “migrazione” dagli asset liquidi verso quelli illiquidi ha creato di fatto un’ulteriore bolla speculativa anche sui Private Markets, e ora ci troviamo nella paradossale situazione che gli investitori istituzionali, per sfuggire alle elevate valutazioni dei mercati azionari e obbligazionari, si sono inchiodati su asset illiquidi ad alte valutazioni e (per ora) a bassa redditività.

Il fallimento di SVB evidenzia di fatto questa situazione, dato che la banca è saltata sulle perdite dei MBS e Treasuries, ma in realtà erano le società di Venture Capital finanziate che bruciavano cassa e dovevano essere supportate all’infinito dal credito bancario che SVB non era più in grado di espandere. Oggi invece l’attività continua a concentrarsi solo sui principali titoli delle grandi società che, operando in un contesto di oligopolio o monopolio, riescono ad evidenziare una tenuta dei profitti migliore rispetto al resto del mercato, ma comunque in contrazione. L’indice SPX resiste solo grazie a 10 titoli, e la concentrazione del portafoglio è tale che solo un investitore retail può accettarla, imponendo agli investitori professionali una diversificazione che produce sistematicamente under performance rispetto agli indici.

La grande attività degli algoritmi (70% dei volumi) facilita la manipolazione degli indici nel breve termine ed evidenzia la fragilità strutturale del mercato e non la sua forza (come molti credono). Prendiamo il caso della notizia sul tetto del debito USA, di cui si è discusso nelle scorse due settimane in tutti i media del mondo. La “creazione del consenso” riguardo a una view è generalmente fatta dai media e dalla ricerca delle case d’investimento, che si focalizzano su una notizia che viene trattata con uno spazio molto più importante rispetto ad altre (es. fallimenti bancari e dei futuri problemi sul credito all’economia). Ebbene, il focus delle informazioni sul tetto del debito porta l’attenzione degli algoritmi sulla probabilità degli eventi conseguenti positivi o negativi. Poiché la probabilità di un default Usa era molto bassa mentre quella di trovare un accordo è decisamente più alta, lo spostamento del focus del mercato su un evento ad alta probabilità positiva crea un bias positivo degli algoritmi sul mercato.

E così, l’impatto congiunto di banche d’investimento, media finanziari e algoritmi riesce a spostare il focus di breve termine su notizie che possono avere una distribuzione statistica di eventi positivi favorevoli (sempre nel breve termine), mettendo in secondo piano eventi che hanno invece risultati statistici più negativi al 90% (restrizione del credito). Pertanto, per generare un bias positivo degli algoritmi basta spostare il focus delle notizie e delle analisi da una notizia di mercato che poteva essere destabilizzante a qualcosa che ha elevate probabilità di non esserlo. Nel frattempo però i fondamentali sottostanti continuano a deteriorarsi, ma ovviamente l’algoritmo non se ne può accorgere, dato che la strategia è quella di dargli in pasto eventi di breve termine per tenerlo occupato su fenomeni ad alta probabilità di evento positivo.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Equity americano in balia degli algoritmi “stupidi”. I bond tornano a competere con le azioni

L’algoritmo è programmato per interrompere la sua attività nel momento in cui “non capisce” alcuni spostamenti di prezzo innescati da eventi esterni. Istruzioni: long bonds e short equity.

Di Maurizio Novelli*

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’anomala fase di rialzo delle borse mentre i tassi salgono, l’economia rallenta, i profitti scendono e le banche falliscono. In questa fase di elevata incertezza negativa, l’attività di trading “algo” (effettuata con gli algoritmi, ndr) si è intensificata ai massimi degli ultimi nove anni, facendo salire un mercato che era invece esposto al rischio di scendere.

Il mercato finanziario americano, pertanto, è ormai manipolato dagli algoritmi, che fanno circa il 70% dei volumi giornalieri del mercato azionario. Le “macchine” comprano mentre gli “umani” vendono. Fa molto riflettere l’articolo apparso sul Financial Times del 14 maggio – Algorithms prop up the market as fretful humans sit out the uncertainty – che descrive un’intensa attività “contrarian” da parte degli algoritmi, in una fase in cui il mercato azionario americano si è esposto ad elevati rischi di ribasso.  In pratica, quando si manifestano eventi improvvisi negativi non prevedibili dagli algoritmi, il mercato cade nel vuoto perché l’algoritmo è programmato per interrompere la sua attività nel momento in cui “non capisce” alcuni spostamenti di prezzo innescati da eventi esterni.

Si verificano così le cadute verticali del mercato, dove è praticamente impossibile vendere, e gli algoritmi, sorpresi da eventi non “programmati in anticipo”, si spengono e interrompono l’operatività abbandonando il mercato. La struttura attuale del mercato azionario americano sembra studiata per evitare impatti negativi provocati dalle “mini crisi”, ma non può impedire il deterioramento inesorabile e ormai costante dei fondamentali, che procureranno comunque la crisi del sistema. È ovvio che tutto quello che viene fatto attraverso questi meccanismi di manipolazione serve a fare in modo che gli asset investiti rimangano focalizzati di volta in volta sugli eventi di breve periodo, cercando di far perdere importanza alle dinamiche fondamentali.

I fallimenti bancari non sono un indicatore di un economia solida e prospera. È comunque evidente che questo sistema non convince quasi più nessuno, dato che in questi anni abbiamo assistito a vari tentativi di “fuga dal sistema” finiti anche male. Trilioni sui Private Markets, centinaia di miliardi sulle criptovalute, e recentemente fughe di capitali sull’Oro (con le Banche centrali di tutto il mondo in prima fila in questo flusso). I bond di breve termine ad alto rating creditizio attirano capitali a ritmi molto più elevati dei mercati azionari, dato che i flussi di acquisto sui Titoli di Stato continuano nonostante i tassi reali su tali investimenti siano sempre negativi. Anche questo flusso è una conferma di una minore propensione al rischio. Molti sentono puzza di bruciato se anche Warren Buffet aumenta il cash in portafoglio.

È ovvio che questi tentativi di manipolazione non potranno modificare comunque i fondamentali sottostanti, che continueranno a peggiorare inevitabilmente e metteranno il sistema finanziario americano in una posizione di insostenibilità sia fiscale che finanziaria (oggi il debito estero Usa è il 90% del Pil vs il 45% del 2008). Il cedimento dei consumi è già iniziato e, guarda caso, la lotta sul tetto del debito si concentra sui sussidi ai cittadini americani che non riescono ad arrivare a fine mese, sussidi pubblici che hanno finora sostenuto i pagamenti delle rate sul debito privato contratto in questi anni e hanno impedito l’impennata dei default sul credito durante e dopo il Covid.

Le banche hanno iniziato ad aumentare gli accantonamenti sui crediti, proprio in attesa di una netta riduzione di sussidi e una fine delle moratorie sui debiti (student loans in particolare), che stanno giungendo a scadenza proprio a giugno, guarda caso con il raggiungimento del tetto sul debito. L’accordo sul tetto del debito Usa avrà comunque un impatto restrittivo sulla politica fiscale, proprio mentre quella monetaria sarà ancora più restrittiva, a causa della contrazione del credito bancario dovuto alla crisi delle banche e mentre gli effetti del rialzo dei tassi iniziano solo ora a farsi sentire. Infatti un accordo è possibile solo se si riducono le spese e il deficit che, per erogare sussidi e aiuti di stato, è in una traiettoria insostenibile.

I problemi dell’economia Usa erano già molto evidenti a fine 2019 e l’evento Covid è stato un grande “colpo di fortuna” per mascherarli con il più grande intervento di salvataggio della storia, che ha permesso così di salvare i segmenti del credito più speculativo che erano già in crisi, ma che ha ulteriormente ingigantito la sua dimensione e il suo peso sull’economia. Dal 2021 a oggi abbiamo fatto solo un colossale rollover di un eccesso di debito privato speculativo non rimborsabile (Subprime, High Yield, Leverage Loans, Private Debt) e non sostenibile, dato che per sostenerlo il settore privato americano ha attinto a piene mani dai sussidi di stato.                       

A un certo punto, il sistema capitalistico americano ha chiesto l’intervento statale per mantenersi e riuscire a pagare il debito fatto per sostenere consumi e Pil. L’indice del mercato azionario è rimbalzato su tali interventi (insostenibili) ma rimane tuttora solo un fuorviante indicatore per far credere che sia tutto ok. Gli algoritmi non possono cambiare un sistema in crisi, possono solo aiutare, nel breve periodo, a manipolare un mercato che non è più sostenuto dai fondamentali. Cercare di sostenere a oltranza un mercato su livelli poco difendibili, mentre i fondamentali sono già in evidente cedimento da tempo, aumenta gli spazi di downside e peggiora la situazione, dato che la tenuta del mercato dipende sempre meno dagli investitori e sempre più dalla speculazione di breve termine.

Al momento nessuna economia (Cina, Usa, Europa) sembra nelle condizioni di poter contrastare il cedimento innescato dalla fine degli stimoli fiscali e monetari post Covid, gli unici fattori che hanno sostenuto il rimbalzo del ciclo negli ultimi 12/18 mesi. È evidente che gli algoritmi non possono cancellare la macroeconomia che, in modo sempre più pronunciato, fa emergere fondamentali in netto e progressivo peggioramento in tutte le principali economie (il consenso creato sul China reopening è un flop). Nel frattempo, le aspettative di una imminente inversione della traiettoria dei tassi d’interesse (Fed Pivot), si stanno decisamente ridimensionando, mentre i bond sono tornati ad essere il competitor degli investimenti in equity dopo 14 anni di Qe. Questo evento è strutturale e conferma la nostra view strategica: long bonds e short equity.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy

La crisi delle banche regionali USA porterà a un credit crunch

Il sistema bancario accentua la restrizione del credito all’economia. Si intravede un credit crunch proprio nel momento in cui i recenti rialzi dei tassi hanno iniziato a produrre un impatto restrittivo.

di Maurizio Novelli*
 
I dati recentemente pubblicati sul Pil del primo trimestre di Stati Uniti ed Europa confermano lo scenario di lento ma inesorabile scivolamento in recessione. Occorre considerare che l’economia ha finora subito il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali ma l’impatto di queste politiche inizierà a sentirsi solo ora. A questo punto però occorre considerare che, oltre alle recenti politiche restrittive ufficialmente implementate, si aggiungerà una netta contrazione del credito a causa della crisi delle banche regionali Usa che, come già evidenziato nell’ultima nota mensile, forniscono più o meno il 50% del credito all’economia.

Nonostante gli interventi di salvataggio implementati, risulta abbastanza evidente che le grandi banche non sono in grado di sostituirsi alla crisi delle banche regionali, data la dimensione del credito erogato da quest’ultime al settore del Real Estate e Commercial Real Estate in grande difficoltà. Quindi è abbastanza probabile che da questo momento la prosecuzione della politica restrittiva sull’economia passerà dalla Fed al sistema bancario. Anche se la Fed si trova abbastanza vicino al “picco dei tassi“, gli effetti restrittivi esercitati da un sistema bancario in evidente difficoltà produrranno una ulteriore stretta sul credito che sarà molto più rapida e invasiva di quella finora implementata con gradualità dalla banca centrale.

Il problema è che la contrazione del credito attraverso il canale bancario arriva proprio mentre i mercati hanno iniziato già a scontare il picco dei tassi. L’economia sarà dunque sottoposta ad un’ulteriore pressione di restrizione creditizia generata dal fatto che il sistema bancario Usa non è più nella condizione di espandere i bilanci, a causa di problemi sulle posizioni in titoli, per un’eccessiva esposizione di rischio al Commercial Real Estate e per un deterioramento generale dell’intero settore del Real Estate, Private Equity, Venture Capital e Leverage Loans, che costituiscono un’altra linea di business in difficoltà. Tra il primo trimestre del 2020 e il primo trimestre del 2021 il mercato immobiliare Usa ha originato 5 trilioni di nuovi MBS (Mortgage Backed Securities, titoli garantiti da ipoteche su immobili) con un coupon medio del 2%. Questo importo costituisce il 40% dell’intero mercato dei MBS ed è stato emesso in soli in 12 mesi!

Tanto per dare un’idea della nuova bolla immobiliare e di come le banche l’hanno finanziata, si tenga presente che nel 2008 la Fed ha ritirato dalle banche 600 mld di dollari di MBS per ripulire i bilanci e salvare il sistema. Ora il problema ha una dimensione decisamente maggiore e questi MBS in pancia alle banche, se fossero valutati al mark to market con tassi di mercato al 7% circa, genererebbero perdite talmente importanti sui bilanci bancari che obbligherebbero gli istituti al congelamento di tali posizioni nel cosiddetto “portafoglio immobilizzato”, dove tutto viene valutato al prezzo di carico per non far emergere le perdite. A queste posizioni si aggiungono i crediti verso il Commercial Real Estate (altri 5 trilioni di dollari), dove i CMBS originati a tassi del 2%-3%, quotano ora a tassi del 7% e oltre.

La recente pubblicazione dei profitti trimestrali delle banche non evidenzia in alcun modo tali perdite latenti, dato che al momento tutto è valutato al prezzo di carico. Si stima che al momento, le perdite su tali posizioni valutate al mark to market sarebbero pari a 1 trilione di dollari per MBS e CMBS, a cui si dovrebbe aggiungere 1 trilione di dollari di perdite sul portafoglio Treasuries. Queste perdite, se contabilizzate, andrebbero ad azzerare l’intero equity capital del settore bancario Usa. Tutto questo si riferisce solo alla parte del bilancio esposta verso il settore immobiliare (MBS e CMBS) e al portafoglio titoli, ma se dovesse concretizzarsi uno scenario di recessione, occorrerebbe capire cosa accadrebbe al portafoglio crediti.

E’ evidente che un sistema bancario incastrato su queste posizioni difficilmente potrà tornare ad espandere il bilancio; quindi, si profila all’orizzonte un credit crunch all’economia proprio nel momento in cui i recenti rialzi dei tassi hanno iniziato a produrre un impatto restrittivo. Per questo motivo credo che ora la politica monetaria sarà fatta più dal sistema bancario che dalla Banca centrale, accentuando la restrizione del credito all’economia con un effetto pro-ciclico negativo. Le aspettative di un “Fed Pivot” appaiono quindi abbastanza secondarie, alla luce del fatto che, quando accadrà, l’economia sarà già in recessione, i crediti nei bilanci delle banche in deterioramento e il mercato del Real Estate in ulteriore pressione, facendo emergere quindi altri elementi di stress per il sistema bancario. La conferma di queste dinamiche sta iniziando a emergere in modo evidente nel comparto del Commercial Real Estate, che ha portato già al fallimento di alcune grandi banche regionali.

Il vero processo di inversione del ciclo inflazionistico sarà prodotto da un netto calo degli aggregati creditizi e dal calo conseguente della domanda interna, che porterà l’economia in recessione entro pochi mesi. Un ulteriore elemento di preoccupazione è la contrazione in territorio negativo di M2 per la prima volta nella storia dell’economia americana. Credo che questo fenomeno sia da collegare al meccanismo di “liquidity transformation” che viene compromesso dall’eccesso di posizioni illiquide presenti nel sistema. Infatti, alla base del meccanismo di trasformazione della liquidità, c’è il problema del collaterale che gli intermediari del credito possono mettere a garanzia per accedere ad eventuali finanziamenti da parte della Banca Centrale o per lo scambio di liquidità sul mercato interbancario.

Attualmente gli strumenti liquidi utilizzati come “general collateral” sono i Treasuries e i MBS garantiti dal Tesoro. In alcuni casi si tendono ad accettare come collaterale tra le parti anche Corporates Bonds e CMBS a fronte di operazioni di scambio di liquidità a breve termine. Il fatto che il sistema sia ora infarcito da posizioni illiquide attraverso investimenti in Private Equity, Leverage Loans, Venture Capital, Private Credit e Fondi di Real Estate (9 trilioni di USD), rende l’intera impalcatura del sistema finanziario molto più esposta a rischi di crisi di liquidità. Infatti tali strumenti, non vendibili facilmente, non vengono accettati come collaterale a fronte di richieste temporanee di liquidità.

Il meccanismo di “liquidity transformation” viene quindi compromesso, esattamente come nel 2008, quando nessuno accettava i MBS come collateral e le banche non riuscivano a venderli per la crisi immobiliare.

Per risolvere il problema il sistema finanziario americano ha di fatto “nazionalizzato” l’intero settore immobiliare, emettendo una garanzia governativa sui MBS per trasformarli in “general collateral“. Trasformare gli investimenti in Private Markets come collateral è però decisamente molto più difficile. Già oggi i crediti al Commercial Real Estate sono in un mercato completamente congelato alle cartolarizzazioni e anche questo fenomeno contribuisce alla crisi di liquidità del settore e, in parte, alla perdita di trazione del meccanismo di “liquidity transformation“.

Maurizio Novelli – Lemanik

L’unica economia sviluppata che ha subìto un meccanismo simile è stata quella giapponese alla metà degli anni ’90. Questo fenomeno non fa che confermare il mio scenario di Balance Sheet Recession di cui parlo da tempo. A questo punto, l’intero dibattito sul Fed Pivot diventa del tutto secondario, anche se Wall Street continuerà a cercare di fare in modo che gli operatori del day trading rimangano focalizzati su tale questione, per distogliere l’attenzione su altri problemi di vitale importanza per motivi che non sono più collegati all’inflazione attesa o alle mosse della Fed. Le prospettive ottimistiche di un recupero dei profitti per le società quotate, in concomitanza con un atteso ribasso dei tassi e un soft landing dell’economia, alla luce di quello che sta accadendo al settore bancario e al meccanismo di trasformazione del credito, appare sempre più improbabile.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Meglio una recessione oggi che un’inflazione incontrollabile domani

Gli aumenti dei prezzi avvengono in più fasi distribuite nel tempo, e solo un calo della domanda è in grado di fermarli. Se questa è la finanza che vogliamo, meglio pensare a come cambiarla prima che ci distrugga.

Di Maurizio Novelli*

La narrazione che l’inflazione tornerà presto al 2% e che le banche centrali torneranno a ridurre i tassi è sostenuta prevalentemente da chi ha iniziato a lavorare nel sistema finanziario dopo la crisi del 2008. Tutti coloro che sono “nati professionalmente” con il QE (10/15 anni fa), pensano che la normalità del sistema sia quella di continuare a vivere con tassi a zero e “l’assistenza” della banca centrale. In realtà, tale fenomeno è stata un’anomalia storica dettata da eventi straordinari: chi è sui mercati da oltre trent’anni sa benissimo che abbiamo vissuto in un contesto atipico.

Stiamo solo ritornando alla normalità e i tassi sono ancora bassi rispetto alla dinamica inflazionistica in corso. Le banche centrali si sono addentrate in politiche monetarie “non convenzionali” per contrastare una crisi sistemica e poi non sono riuscite più a giustificare un cambio di strategia. I mercati finanziari post 2008 hanno sempre ricattato le banche centrali con la minaccia di una crisi se avessero rimosso i tassi zero. Sotto tale ricatto, il QE è durato 15 anni e ha prodotto un’esplosione della finanza speculativa, un’impennata dell’indebitamento di sistema e, alla fine, l’inflazione. E sebbene ci sia in corso un acceso dibattito su chi abbia prodotto l’inflazione – se le politiche monetarie o la crisi energetica e della global value chain – è chiaro come questo evento fornisca una ragione legittima per fermare il QE ed alzare i tassi d’interesse per tornare a politiche convenzionali. Ma le banche centrali hanno ora un altro problema: i mercati si sono messi in testa che l’inflazione è un fenomeno transitorio e che tassi più alti sono un’anomalia rispetto al passato.

Anche in questo caso, la propensione a pensare che tassi diversi da zero siano un evento straordinario, trova supporto dallo stesso concetto per il quale il QE sarebbe la normalità delle cose. È quindi la prima volta che si assiste a una lotta senza quartiere tra banche centrali, mercati finanziari e politiche fiscali. Mentre le prime cercano di contrastare l’inflazione con condizioni finanziarie più restrittive, le seconde spingono per allentare tali condizioni, mentre i governi perseguono in politiche fiscali espansive e reflazionistiche. In questa lotta tra mercati e policy makers, le attese di un rapido ritorno al contesto di “Alice nel paese delle meraviglie” si fa quasi impossibile, salvo invocare una crisi economico-finanziaria per avere finalmente altro QE.

In sintesi, speriamo di implodere, così verremo salvati ancora dal bilancio pubblico e dalla Fed. Se questa è la finanza che vogliamo, sarebbe meglio pensare a come cambiarla prima che ci distrugga.

Politiche monetarie “non convenzionali” e bolle speculative (ECR Research)

                            

In realtà, i concetti di inflazione transitoria, recessione tecnica e miraggio del ritorno al QE, sono compatibili con le attuali posizioni di rischio del settore finanziario, che hanno bisogno di QE e tassi bassi per reggere. Nel frattempo però abbiamo avuto una pandemia, uno shock energetico a causa della transizione alla green economy, una guerra in Europa, un altro shock energetico dovuto alle sanzioni alla Russia, una caduta dei redditi reali, una colossale impennata dell’indebitamento privato e pubblico e un aumento dei tassi. Il mondo sembra leggermente diverso rispetto al 31 dicembre del 2019, e il tanto reclamizzato “boom degli anni venti” non c’è (altra narrazione da “unicorni”, di cui ci siamo dimenticati).

Cercare di prevedere le dinamiche inflazionistiche è sempre stato un mestiere difficile anche per le banche centrali, figuriamoci per i traders del mercato azionario, che sono gli ultimi ad accorgersi di cosa succede veramente all’economia reale. I processi inflazionistici, quando si innescano, sono molto difficili da controllare, dato che l’inflazione si diffonde in modo pervasivo tra i diversi settori dell’economia, passando dall’energia all’industria, per poi diffondersi ai servizi e infine travasarsi sugli aumenti salariali, che fanno poi ripartire il ciclo dell’inflazione.

Gli aumenti dei prezzi non sono un fenomeno lineare, e hanno la caratteristica di avvenire in più fasi, distribuite nel tempo, a seconda delle modalità con cui gli operatori economici decidono di travasare tra loro l’aumento dei costi. Di solito si assiste nel tempo a onde ripetute delle pressioni inflazionistiche, e solo un calo della domanda ferma il trend dei prezzi. Per questo motivo, tutte le volte che l’inflazione ha iniziato veramente a scendere, è stato in seguito ad una recessione.   

In questo momento esistono all’orizzonte eventi che possono rendere lo scenario inflazionistico particolarmente ostico da controllare. I problemi connessi alla global value chain e alla logistica sono stati in parte superati ma hanno lasciato alle spalle un generale aumento dei costi di sistema. La transizione alla green economy aveva già procurato un aumento dei costi energetici molto prima della guerra in Ucraina e l’embargo alle esportazioni russe ha successivamente accentuato il problema. L’impatto ha procurato un aumento dei costi di sistema che si è travasato sui prezzi di produzione e sul CPI. Il consenso di mercato ritiene che tale effetto sia già stato superato, dato che recentemente i prezzi energetici sono scesi, ma una parte rilevante di tale discesa è stata dovuta alla vendita del 40% delle riserve strategiche di petrolio Usa e da un calo dei prezzi del Gas in Europa. Il calo dei prezzi del Gas è però legato al fatto che in Europa gli stoccaggi delle scorte sono stati completati, e non sappiamo cosa succederà a fine estate, quando la domanda di re-stocking ripartirà. Quindi, il ribasso del petrolio e del Gas potrebbe essere un effetto di breve termine determinato da fattori transitori.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Pericolo recessione superato? I dati, a guardarli bene, raccontano un’altra storia

I dati ufficiali sul Pil USA non sono affidabili. La difesa di un sistema economico fallimentare non deve arrivare al punto di “inventare” dati che rischiano di compromettere la credibilità delle istituzioni.

di Maurizio Novelli*

Gli Stati Uniti e la Germania hanno recentemente pubblicato i dati di crescita del quarto trimestre del 2022. Stranamente, nonostante tutte le calamità, l’economia mondiale sembra mostrare un’anomala resistenza alla recessione. Tuttavia, molti dubbi sulla veridicità di tali dati rimangono.

In primo luogo, la crescita reale del Pil Usa al 2,9% nel quarto trimestre è stata calcolata applicando un tasso d’inflazione del 3,5%, mentre l’inflazione nota è al 6,8%. Se dovessimo sottrarre dal Pil reale (Pil nominale meno tasso d’inflazione) il 3,3% d’inflazione in più, il Pil del quarto trimestre sarebbe negativo di 0,4%. La stessa identica cosa è stata fatta con il calcolo del Pil del terzo trimestre, uscito con un’inflazione rilevata al 4% mentre era al 7%. Anche in quel caso il Pil reale sarebbe stato negativo. In effetti è alquanto strano che, mentre quasi tutti i Pmi sono in territorio negativo, i consumi cedono e i profitti delle società quotate (ex energy) sono in calo mediamente del 7%, il Pil Usa sia così forte.

Anche l’economia della Germania sorprende per l’anomala resistenza. Nonostante la più grande crisi energetica della storia del paese, il blocco della produzione automobilistica e il crollo dell’export, l’economia evita la recessione e chiude il 2022 a crescita zero. Andando a leggere le motivazioni di tale anomalia, l’ufficio di statistica del governo tedesco sottolinea la forte performance dei consumi interni che, dopo il Covid, sarebbero stati decisamente tonici. Strano, dato che la rilevazione mensile dei dati sulle retail sales pubblicata dallo stesso ufficio evidenzia una tendenza annua a -6%.

Siamo evidentemente entrati nell’ultima fase di difesa di un sistema economico fallito che cerca ora di “inventarsi” dati che rischiano di compromettere la credibilità delle istituzioni. Il tutto per continuare a difendere ad oltranza un sistema basato su scelte passate fatte di politiche economiche e monetarie che non sono mai state sostenibili e che ora stanno evidenziando i danni strutturali provocati. Abbiamo criticato per anni la Cina per l’inaffidabilità dei dati macro, ma ora ci siamo allineati ai metodi dell’economia pianificata che non può permettersi mai una recessione. Anche l’Unione Sovietica, prima del collasso economico, non aveva mai avuto una recessione. Ci stiamo così addentrando in un nuovo mondo “virtuale” dove l’inflazione è sempre “transitoria”, la recessione è sempre “tecnica” e i profitti delle società quotate “battono sempre le stime”. Se avremo bisogno di un “soft landing” lo avremo, se avremo bisogno dell’inflazione al 2% la avremo, se i profitti delle società quotate si contraggono, batteranno le stime.

La realtà è che il sistema è già in recessione ora, i profitti continueranno a contrarsi e i consumi anche. Il fatto che il sistema non può permettersi una recessione dipende dallo stock di debito speculativo (e non ripagabile) che è stato accumulato in questi anni di tassi a zero. Lo stock di debito potenzialmente problematico non può affrontare un rollover in caso di recessione, e lo shock da default sarebbe insopportabile. Stiamo dunque implementando la strategia giapponese di avviare un deleverage di lungo periodo perché non possiamo permetterci una rapida “pulizia” del sistema. Questa fase sarà molto lunga e conferma il rischio evidente di Balance Sheet Recession. Infatti lo scenario di recessione può anche essere evitato grazie ad artifici contabili, ma ci accorgeremo presto che il pantano nel quale ci siamo infilati non sarà facilmente rimosso dagli ingranaggi dell’economia.

Il tasso di crescita potenziale degli Stati Uniti è 1,5%. Questo significa che se vuoi crescere di più del tuo potenziale rischi di creare inflazione, ma peggio, per crescere oltre devi fare ulteriore leverage. L’Europa ha un tasso di crescita potenziale dell’1%, esattamente come il Giappone da circa trent’anni. Il collasso del tasso di crescita potenziale è stato contrastato con politiche monetarie e fiscali espansive che hanno però portato a benefici molto concentrati in un segmento limitato della popolazione, accentuando la caduta di potenziale d’acquisto delle classi medie e medio-basse. Nonostante il fallimento plateale di tali politiche, stiamo tuttora cercando di ripartire dagli stessi metodi, prospettando un’inflazione “temporanea”, tassi che torneranno a scendere per sostenere la finanza speculativa e ciclo economico insensibile a qualsiasi evento.

Il problema di fondo è la tenuta dei redditi reali, che verranno erosi dall’inflazione “programmata” e dai tassi più alti sul debito necessario per acquistare immobili e sostenere i consumi. La situazione è molto critica per i paesi che non hanno risparmio interno (Usa, Uk, Canada e Australia) e che si apprestano a fronteggiare una Balance Sheet Recession senza lo stock di risparmio che aveva il Giappone. Cina, Giappone ed Europa sono in grado di reggere meglio la crisi di lungo periodo dell’economia mondiale, ma non sappiamo come ne usciranno gli Stati Uniti, dato che la gestione della divisa di riserva mondiale rischia di essere un’arma a doppio taglio: è un vantaggio averla per

finanziare il debito che ti serve per crescere, ma diventa uno svantaggio quando il ciclo dei flussi finanziari si inverte (1971, 1994, 2001). Quando questo succede, la fuga dal dollaro accentua il credit crunch proprio quando avresti invece bisogno di quei flussi in entrata. Se abbassi i tassi per attenuare il credit crunch, accentui la crisi valutaria, se li alzi per difendere il dollaro peggiori il contesto finanziario. Per questo motivo, tutte le volte che siamo entrati in situazioni simili, ne siamo usciti solo con un accordo tra banche centrali sul nuovo livello “difendibile” di dollaro, dopo un’acuta crisi valutaria internazionale.

In sostanza, il quadro economico internazionale non è facilmente risolvibile raccontando che l’inflazione è solo “transitoria”, la recessione sempre “tecnica” e i profitti “battono sempre le stime”. Per questo motivo, i venti di ottimismo che hanno caratterizzato il mese di gennaio non potranno reggere e fanno semplicemente parte di una strategia che mira a pilotare una discesa controllata della propensione al rischio di sistema. Mentre l’approccio degli investitori sembra orientato sempre al “buy on dips”, in realtà lo scenario atteso è più compatibile con il “sell on rally”. L’instabilità di lungo termine sarà una caratteristica del nuovo scenario economico che farà molta fatica a trovare un nuovo sentiero sostenibile di crescita senza le politiche monetarie dei tassi a zero.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Le previsioni economiche, la costruzione del consenso e il “disordine finanziario”

L’industria finanziaria ha tra i suoi obiettivi prevalenti la “costruzione del consenso” che riflette il mondo che vorremmo avere e non quello che in realtà abbiamo. A rischio i principali motori di crescita dell’economia mondiale.

Di Maurizio Novelli*

L’economia globale procede spedita verso una recessione, di cui non è possibile prevedere la profondità. dato che tutto quello che viene elaborato dalle banche d’investimento o dal Fmi si basa su modelli econometrici che non tengono conto di cosa può accadere alle variabili finanziarie; come nel caso degli asset illiquidi non monitorati da alcun modello, che oggi hanno una dimensione pari al 45% del Pil Usa.  Per rendersi conto di questo, basta guardare alle previsioni di consenso elaborate dal Fmi prima delle crisi del 2001 e del 2008. Tutte previsioni ottimistiche, salvo che l’impatto sull’economia provocato dal disordine finanziario è stato devastante.

L’industria finanziaria ha tra i suoi obiettivi prevalenti la “costruzione del consenso” che, nella maggior parte dei casi, riflette il mondo che vorremmo avere e non quello che in realtà abbiamo. Quello che abbiamo dipende prevalentemente dalle politiche che implementiamo e che spesso procurano conseguenze spiacevoli , nascoste fino alla fine. D’altronde, il concetto di negazione della realtà è descritto da Freud come una “forma di difesa del mio equilibrio interiore” (Freud, La negazione – 1925), e appare del tutto normale che il sistema applichi alla lettera tale principio, esattamente come tendono a fare gli individui. I mercati finanziari costituiscono un esempio di “difesa del mio equilibrio interiore” di tipo collettivo, cercando di ritardare il più possibile ogni riconoscimento di eventuali cambiamenti di contesto che possano turbare gli animi.

In base a questo atteggiamento, si può cercare di prevedere quello che accadrà in base a ciò che si vede, anche se il vero concetto di rischio, nel mondo della finanza come nella vita quotidiana, dipende spesso da ciò che non si vede. È proprio nei rischi non monitorati, o ignorati a volte volontariamente, che si nascondono gli eventi negativi. Questo è quello che è sistematicamente accaduto in tutte le crisi economiche e finanziarie della storia. Il consenso tende a concentrare le proprie attenzioni su quello che tutti sanno già, costruendo un contesto psicologico di sicurezza che le cose siano effettivamente così: la cosa più importante è che la maggioranza ci creda. Infatti, nel momento in cui la fiducia nella narrazione cede, si innesca il cedimento del consenso. In questo momento, appare sempre più evidente che tutti sono molto concentrati nel formulare previsioni che possano essere conformi alle posizioni detenute dagli investitori, al fine di generare “la forma di difesa del mio equilibrio interiore”, ovvero «dimmi solo quello che voglio sentirmi dire».                         

Pertanto, nell’analizzare “ciò che non si vede” (e che non crea consenso), è opportuno sbilanciarsi in previsioni di scenario molto diverse da quelle narrate finora:
1) la dimensione dei rischi finanziari non monitorati nel sistema non è mai stata così elevata nella storia. Tali rischi sono sparsi nel sistema attraverso il canale dei Private Markets che hanno raggiunto la dimensione di 9 trilioni di dollari, pari al 45% del Pil Usa a fine 2022. La maggior parte di tali asset è detenuta dallo Shadow Banking System, che non è sottoposto ad alcuna sorveglianza significativa da parte dei regulators;
2) tali asset sono totalmente illiquidi (si veda il recente caso di blocco dei riscatti dei fondi Blackstone per un importo complessivo di 120 mld di dollari) e possono produrre effetti di contagio sugli asset più liquidi se si manifestano esigenze di liquidità da parte di chi li detiene (si veda il caso dei Fondi Pensione UK);
3) una eventuale recessione, provocata da politiche mirate a frenare l’inflazione, potrebbe accentuare i problemi recentemente emersi in tali segmenti del mercato finanziario. Poiché durante una recessione il principale problema è sempre connesso alle esigenze di liquidità di coloro che hanno investito in strumenti illiquidi, l’allocazione di ingenti investimenti su tali asset può accentuare un eventuale credit crunch di sistema, esattamente come nel 2008;
4) gli investimenti illiquidi sono privi di un reale prezzo di mercato, e rendono difficile l’utilizzo di tali asset come collaterale da fornire a eventuali prestatori di ultima istanza. La Fed dovrebbe chiedere al Congresso l’autorizzazione ad acquistare partecipazioni in Private Equity, Private Credit e Real Estate Funds a valori difficilmente verificabili;
5) l’attuale struttura del mercato finanziario fa pensare che ci sono elevate probabilità di Balance Sheet Recession, ossia esigenze di deleverage da parte di intermediari ed investitori che possono impiegare tempi molto lunghi per essere realizzate, sia per la dimensione accumulata che per l’illiquidità evidente di tali posizioni;
6) una probabile recessione potrebbe anche essere “poco profonda”, come si tende a far credere. La manipolazione di mercato e dei dati può essere un meccanismo per attenuare il panico. In questi ultimi mesi i dati sul Pil Usa, sull’occupazione e sul paniere dell’inflazione rilevata fanno storcere il naso a chi li sa leggere. Ma quello che può essere un vero problema, è un eventuale scenario di stagnazione, abbastanza compatibile con una situazione di Balance Sheet Recession. In questo caso si delinea uno scenario “giapponese” per le economie occidentali, indipendentemente da quello che la Fed farà sui tassi d’interesse.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Le banche centrali sono il problema, non la soluzione

A causa delle politiche monetarie “sciagurate” delle banche centrali, è sempre più concreto il rischio di una recessione accompagnata da una Balance Sheet Recession.

Di Maurizio Novelli*

La Bank of Japan si aggiunge alla lista delle banche centrali che cedono dinnanzi alle pressioni del mercato. Modificando il range di controllo della curva dei tassi, apre a potenziali rischi di cedimento delle politiche monetarie che sono state in questi anni alla base dello Yen debole e del dollaro forte.

Con l’inflazione quasi al 4%, la politica monetaria dei tassi a zero sullo Yen – che è stata la principale fonte di flussi di capitale per alimentare il leverage americano – sta volgendo al termine. Pertanto, anche la Bank of Japan ha perduto credibilità dopo aver dichiarato per mesi che questo non sarebbe potuto accadere. I policymakers si trovano ora nella scomoda situazione di dover rassicurare i mercati con dichiarazioni sempre meno credibili: se parli non sei credibile, ma se taci tutti si chiedono perché non parli, la crisi delle banche centrali si accentua e i rischi di sistema aumentano di pari passo. 

C’è da dire che il 99% degli operatori finanziari non ha capito, nel dettaglio, le conseguenze del quantitative easing nel lungo periodo:
– quando una banca centrale stampa moneta crea di fatto nuovo debito pubblico e privato (MBS e Corporate Bonds) a tassi sempre più bassi;
– il nuovo debito a basso costo alimenta nel tempo investimenti su attività a redditività marginale decrescente, che si accumulano nel tempo;
– è sufficiente che tali attività abbiano una remunerazione minima superiore al costo del debito per generare un profitto;
– la dimensione degli investimenti su attività a redditività marginale decrescente è direttamente proporzionale alla durata del QE (che nel nostro caso è durato 15 anni);
– il costo del debito pari a zero abbassa il Break Even Point a cui il sistema fa riferimento per la decisione sugli investimenti, sia per gli asset finanziari che per gli investimenti reali;
– qualsiasi cosa che abbia un rendimento superiore al costo dell’indebitamento diventa economicamente valida;
– il sistema si imbarca in investimenti a remunerazione sempre più bassa, utilizzando leva finanziaria (Private Equity, Real Estate, Asset finanziari e investimenti fissi).

Ebbene, nel momento in cui un evento esterno impone una modifica del costo del debito, il sistema si trova esposto al rischio di aver accumulato uno stock di investimenti (finanziari e reali) che non sono più remunerativi come prima, o peggio, passano in perdita a fronte di un costo superiore del debito che li sostiene. Questo è il meccanismo che innesca la Balance Sheet Recession (fenomeno generato e poi amplificato da squilibri profondi nell’indebitamento di imprese, famiglie, banche e stati sovrani, ndr), che impone la necessità da parte del sistema di liquidare gli asset detenuti a debito non più remunerativi .

Ma maggiore è la dimensione raggiunta da tali asset (non solo finanziari) nel sistema, maggiore è la difficoltà di trovare qualcuno che li possa acquistare. Anche se i prezzi scendono, i compratori non hanno risorse sufficienti per assorbire una dimensione molto grande di asset da liquidare, sia di tipo finanziario che reale. Il Giappone ha sperimentato tale meccanismo trent’anni fa, e le regole con cui si innesca e con cui finisce non sono cambiate.

In sostanza il QE abbassa il Break Even Point del sistema economico e finanziario e induce gli operatori economici e finanziari a imbarcarsi in investimenti a basso reddito e ad alto rischio, finanziati dal debito a basso costo. Quando modifichi il costo del denaro modifichi il Break Even Point dell’intero sistema, sia finanziario che economico. Se poi il Break Even Point si sposta al rialzo anche per uno schock energetico che spinge al rialzo l’intera struttura dei costi di sistema, ecco che l’intera infrastruttura creata dal QE è destinata a sgretolarsi. Perché tutto questo accada non è necessaria una recessione, è anzi l’innalzamento del Break Even Point di sistema che innesca una recessione e non viceversa.

Le banche centrali, quindi, sono il problema, e non la soluzione, avendo implementato politiche da sciagurati che non era necessario portare avanti per così lungo periodo. Il limite di tali politiche è che quando le cominci, poi non hai più il coraggio di fermarle per non far scendere le borse e perdere il “consenso” dei mercati. Di questo passo, appare alquanto difficile fare previsioni sulla profondità della probabile recessione, dato che tutto quello che viene elaborato dalle banche d’investimento o dal Fmi si basa su modelli econometrici che non tengono conto di cosa può accadere alle variabili finanziarie. Se poi mettiamo in conto che la dimensione degli asset illiquidi non monitorati da alcun modello è pari al 45% del Pil Usa, si può facilmente capire quanto siano approssimative e inattendibili tali previsioni.

* Maurizio Novelli (nella foto) Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Scenario “giapponese” per le economie occidentali? Ecco l’outlook macro per asset class

I dati sul Pil Usa, sull’occupazione e sul paniere dell’inflazione degli ultimi mesi fanno storcere il naso a chi li sa leggere. Outlook 2023 suddiviso per eventi e asset class secondo l’asset manager di Lemanik.

Di Maurizio Novelli*

La probabile recessione di cui si parla da alcuni mesi potrebbe anche essere “poco profonda”, come si tende a far credere, ma l’esigenza di attenuare il panico dei mercati potrebbe richiedere l’adozione di un meccanismo di manipolazione dei dati. Infatti, i dati sul Pil Usa, sull’occupazione e sul paniere dell’inflazione degli ultimi mesi fanno storcere il naso a chi li sa leggere. Ma quello che può essere un vero problema è un eventuale scenario di stagnazione, compatibile con una situazione di Balance Sheet Recession. In questo caso si potrebbe delineare uno scenario “giapponese” per le economie occidentali, indipendentemente da quello che la Fed farà sui tassi d’interesse.

Premesso tutto questo, l’outlook per il 2023 potrebbe essere caratterizzato da questi eventi:
1) l’economia Usa subirà un significativo rallentamento dei consumi, provocato da un rialzo generalizzato dei costi di finanziamento del credito al consumo (mutui, carte di credito, auto loans e student loans) e per una perdita di potere d’acquisto a causa dell’inflazione. I consumi interni sono pari al 75% del Pil Usa e al 19% del Pil mondiale. Il 20% di tali consumi dipende dal debito;
2) l’economia, a causa di un cedimento dei consumi interni, entrerà in recessione o, nel migliore dei casi, in un contesto di crescita molto modesto e non sufficiente per sostenere il debito accumulato;
3) i profitti attesi delle società quotate sono destinati a significative revisioni negative. Le borse saranno dunque chiuse in una morsa di tassi più alti, crescita zero e profitti in calo;
4) i tassi d’interesse Usa sono vicini a un probabile picco intorno al 4,75%, ma rimarranno comunque su tali livelli e non scenderanno, salvo l’ingresso in recessione o evidenti rischi finanziari. Eventuali interventi di politica monetaria avranno solo un effetto temporaneo. Il moltiplicatore della moneta e del credito è in costante contrazione anche con la massa monetaria a livelli ancora giganteschi (si veda lo stock di Reverse Repo e l’eccesso di riserve delle banche presso la Fed);
5) l’area Euro sarà in recessione o avrà crescita zero, con inflazione più resistente perché dipendente dai prezzi energetici;
6) la Cina rimane esposta a problemi di deleverage nel settore immobiliare e a una congiuntura esterna non favorevole per l’export a causa del rallentamento mondiale;
7) l’intera economia mondiale rischia quindi di perdere i due motori di crescita, ovvero consumi Usa e forte crescita in Cina;
8) le continue politiche fiscali espansive implementate dal governo Usa (si veda il recente budget di stimolo da 1,7 trilioni di USD, pari al 7,7% del PIL) complicano la strategia della Fed di frenare l’inflazione.

Di conseguenza, ecco le principali previsioni 2023 per le asset class.
– SPX: 3900 è un area di vendita con target 3000/2500;
– US Treasury 10y: tassi a lunga in fase di inversione della curva con picco a 3,75% – 4%. Tassi a breve ancora in rialzo di max 0,50%. Il cedimento del ciclo e rischi di recessione fermeranno la Fed ma un eventuale ribasso dei tassi non sarà imminente, salvo l’avvio di una crisi sistemica;
– dollaro Usa: in evidente area di Top contro tutte le divise. Target 1,20 vs Euro nel corso del 2023. La Bank of Japan ha recentemente definito il limite al rialzo del dollaro modificando il corridoio della curva dei tassi. Ulteriori pressioni al rialzo sui tassi giapponesi sono possibili;

– oro in rialzo sopra 2000 per l’avvicinarsi del picco dei tassi in Usa. Eventuali rischi di stagnazione economica, tassi reali globali sempre negativi e top di dollaro, saranno elementi di supporto per i metalli preziosi nel 2023 e oltre;
– mercati obbligazionari mondiali in fase di bottom per rischi di recessione o forte rallentamento dell’economia. Eventuali eventi di risk off saranno di supporto a flussi di “fly to quality” a supporto dei bonds governativi, anche se i tassi reali rimarranno negativi;
– in scenario di stagnazione dell’economia occidentale gli emergenti sarebbero l’asset class vincente nel 2023, mentre in caso di scenario recessivo potrebbero subire ancora pressioni al ribasso.

In economia qualsiasi cosa che ti dicono che è gratis nasconde sempre un costo. L’esperimento monetario di creare ricchezza dal “nulla” stampando moneta si sta dimostrando fallimentare e, nonostante la fiducia riposta dai mercati in tali politiche, non ci sono mai stati dubbi sul risultato finale. 

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund