Aprile 21, 2026
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Storia dei mercati: eventi sistemici e crisi finanziarie quasi sempre procurati dagli Stati Uniti

Dal 1907 ad oggi 14 crisi finanziarie. Dieci procurate dagli Stati Uniti, una dai mercati asiatici e solo tre (in 113 anni) generate da eventi esterni non prevedibili.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente abili nella gestione delle variabili finanziarie, anche se il “consenso” tende a credere che la Fed abbia il totale controllo del sistema. Dal 1900 a oggi, tutte le crisi finanziarie che si sono propagate a livello globale sono partite sempre dalla speculazione finanziaria targata Usa. La frequenza degli eventi è tale da far considerare tali accadimenti non come “tail risks” o “cigni neri“, come si tende a far credere. La storia delle crisi finanziarie è particolarmente importante perché fa capire come funziona la finanza solo se si capisce come si genera una crisi. Dal 1900 a oggi abbiamo avuto ripetuti eventi sistemici: 1907, 1921, 1929, 1971, 1973-74, 1981, 1987, 1990, 1992, 1994, 1998, 2000, 2008, 2020. Solo tre di questi eventi sono stati causati da shock esterni: nel 1973/74 la crisi petrolifera, nel 1990 la guerra del Golfo e nel 2020 la pandemia. Tutti gli altri sono stati eventi determinati da policy mistake, crisi valutarie e bolle finanziarie nell’80% dei casi.

In buona sostanza, abbiamo avuto 14 eventi sistemici in circa 113 anni, con una media di un evento ogni dieci anni circa, ma a partire dal 1987 la frequenza degli eventi si è intensificata a causa della crescita della “finanziarizzazione” del sistema, alzando la frequenza statistica di un evento sistemico ogni cinque anni circa. Analizzando gli eventi nel dettaglio, possiamo dire che nel periodo 1900-1930, le tre crisi sistemiche sono state procurate da crisi finanziarie: il panico bancario del 1907, la crisi depressiva del 1921, la crisi della borsa del 1929. Tra il 1970 e il 1981, gli eventi sono stati determinati da una crisi finanziaria procurata dal Dollaro nel 1971, uno shock petrolifero nel 1973/74 e una politica monetaria ultra restrittiva nel 1981. Quello che preoccupa è che dal 1970, su 11 eventi sistemici, ben otto sono stati determinati da crisi finanziarie e solo tre da eventi “tail risk” (Shock petrolifero, guerra del Golfo e pandemia).

Delle 14 crisi finanziarie elencate, dieci sono state procurate dagli Stati Uniti (di cui otto finanziarie), una dalla crisi del 1998 sui mercati asiatici e solo tre (in 113 anni) da eventi “tail risk”, cioè non prevedibili. La mala gestione delle variabili finanziarie ha creato seri problemi nei primi vent’anni del novecento, tali problemi hanno prodotto significativi impatti sull’economia reale, al punto che si è resa necessaria un’ampia riforma della regolamentazione dei mercati. Fino al 1984/85, le riforme introdotte dopo la crisi del 1929 hanno ridimensionato la finanza nell’economia e hanno soppresso i rischi di crisi finanziarie. Ma dalla metà degli anni 80 si è avviata una costante deregulation, al punto che gli eventi finanziari sono tornati a impattare sull’economia reale con sempre maggiore frequenza. I tempi cambiano, ma i meccanismi monetari e speculativi che hanno generato le crisi sono stati più o meno sempre uguali e assolutamente simili a quelli sperimentati nel periodo 1907-1929. Da questo punto di vista, il concetto del “this time is different” non ha mai funzionato.

Tornando alla capacità di gestione delle variabili finanziare da parte degli Stati Uniti, appare evidente che storicamente tale capacità non è mai stata così evidente come si vuole far credere. Attualmente la Fed ha sorpreso i mercati con dichiarazioni ultra espansive sulla probabile traiettoria dei tassi d’interesse nel corso dei prossimi mesi. Ci si deve chiedere come mai la banca centrale abbia voluto procurare condizioni finanziarie ultra espansive, tramite il risk on dei mercati finanziari, in un contesto di economia che cresce in media al 2,5% circa nel 2023, con la piena occupazione e con l’inflazione che rischia di interrompere la sua discesa.

C’è un motivo preciso del perché è stato fatto: in realtà l’economia non è così forte come si vuol far credere, i rischi finanziari nel sistema sono fuori controllo dopo 14 anni di QE, i tassi di insolvenza stanno cominciando a crescere in modo evidente e l’economia cresce solo grazie agli interventi fiscali. Lo Shadow Banking è la principale fonte di preoccupazione. La crisi dei Fondi Pensione, del Private Equity e del Venture Capital sta iniziando a emergere in modo sempre più evidente, e le cartolarizzazioni del credito si sono completamente fermate per i CMBS (-85% y/y) e sono in netta riduzione per gli ABS (-13% y/y), che sono molto importanti per il settore del credito al consumo, il quale sostiene il 30% dei consumi interni Usa. Inoltre, il 21% del Pil Usa è fatto da consumi “finanziati” attraverso il credito al consumo, se si fermano le cartolarizzazioni l’intero settore si ferma.

Le cartolarizzazioni sono il meccanismo di trasmissione monetario più importante del sistema finanziario americano e vengono gestite prevalentemente dallo Shadow Banking System. In pratica, il principale meccanismo di trasformazione delle scadenze e di trasformazione della liquidità del sistema finanziario americano avviene su mercati illiquidi e non regolamentati. Per questo motivo abbiamo avuto le crisi del 2001 e del 2008, che si sono poi propagate al settore tecnologico nel primo caso e al real estate nel secondo. Chi non sa come funziona il mercato dei MBS, CMBS, ABS e CLO, che sono alla base del meccanismo di trasformazione della liquidità e vale circa 19 trilioni di dollari, non sa praticamente nulla di finanza americana. Quando le cartolarizzazioni si fermano, il credito all’economia si ferma e la recessione è alle porte. Ma quello che appare sempre più evidente è che i mercati finanziari non sembrano avere una consapevolezza del rischio di sistema, se mai lo hanno avuto. La manipolazione della percezione del rischio avviene tramite la compressione del VIX come indicatore del rischio di sistema. I policymakers intervengono sul VIX per comprimere il rischio percepito dai mercati. Il problema è che puoi manipolare il VIX ma non puoi modificare il rischio di sistema né i fondamentali. Quindi occorre fare una netta distinzione tra percezione del rischio e consapevolezza del rischio. La consapevolezza dipende dalla conoscenza mentre la percezione dipende da quello che ti fanno credere.

Davanti a questi rischi evidenti, la Fed si è accorta di avere spinto troppo la politica monetaria in territorio restrittivo, e ha procurato seri problemi allo Shadow Banking System, che fornisce oggi il 60% del credito all’economia. Il cedimento delle cartolarizzazioni è un indicatore evidente, la stessa cosa è accaduta nel 2007. Anche il settore delle banche regionali, che sono molto importanti per il credito alla piccola e media impresa, sono quasi tutte in stato semi fallimentare. Il tentativo di invertire la rotta con dichiarazioni dovish ha innescato un risk on sui mercati ma rischia di alimentare ulteriormente la bolla speculativa, aumentando i problemi a termine anziché ridurli. In questo modo si cerca di evitare la crisi spingendo proprio sulle variabili finanziarie che hanno messo il sistema in una posizione di vulnerabilità finanziaria. Così come gli interventi fiscali non hanno modificato i fondamentali del credito speculativo che circola nel sistema (che pesa per il 52% del Pil vs il 31% del 2007), così un ulteriore rialzo delle borse non migliorerà i fondamentali dell’economia e delle variabili finanziarie, anzi, procurerà ulteriori problemi futuri.

Di fronte al rischio di una crisi imminente, le autorità monetarie hanno deciso di spingere ulteriormente al rialzo le variabili finanziarie, nella speranza che il risk on possa attenuare i rischi finanziari attualmente in essere. E’ il tentativo disperato di continuare a spingere proprio sulla strategia che ti ha portato nella situazione critica e conferma la trappola speculativa nella quale hai infilato il sistema in anni di QE. Davanti al rischio di avere una crisi adesso si è scelto di averla più avanti, ovviamente. Il problema è che la dimensione dell’evento dipende sempre da quanto e per quanto tempo hai deciso di gonfiarlo. L’indice SPX a 5100/5200 o 5300 non modifica di un millimetro la qualità del credito speculativo in circolazione e non incide sulla dinamica dei fallimenti attualmente in corso, non riduce le insolvenze sul credito al consumo e peggiora ulteriormente i fondamentali degli asset finanziari. In questo modo, gli investitori sono sempre più propensi a ridurre le loro posizioni d’investimento e lasciano sempre più spazio alla componente speculativa, la quale alimenta una bolla speculativa ed espone sempre di più il sistema a una crisi finanziaria.

Posizione d’investimento ultra difensiva nel 2024. Oro da preferire a equity e bond

Ridurre i tassi troppo presto per salvare le bolle speculative può innescare un pericoloso ritorno di una inflazione stavolta strutturale. L’Oro rimane l’unica asset class affidabile.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

I mercati finanziari hanno iniziato a scontare un ribasso dei tassi d’interesse, ma ci sono tre fattori importanti che impediranno significative riduzioni, salvo una eventuale crisi economico-finanziaria innescata dal colossale debito speculativo emesso durante il Quantitative Easing.

Il primo fattore è che la traiettoria del debito pubblico USA è, allo stato attuale, difficile da fermare. I motivi principali sono dovuti al fatto che i sussidi sui redditi medio bassi non possono essere rimossi senza provocare un’ondata di default sul credito al consumo (Carte di Credito, Prestiti Auto, Student Loans e Mutui) che è pari a 17,3 trilioni di dollari, ossia il 72% del PIL. Attualmente il governo federale eroga sussidi settimanali compresi tra i 400 e gli 800 dollari per nucleo famigliare con redditi sotto i 40.000 dollari lordi all’anno. Il 30% delle famiglie americane riceve tale assistenza per poter pagare Medicare, bollette energetiche, affitti e spese correnti o per pagare semplicemente i debiti in essere. Circa il 30% delle famiglie americane è nella categoria Subprime e quindi il 30% di 17,3 Trilioni di debito, (5,2 Tr) è debito Subprime (pari al 20% del PIL).

Il secondo motivo è che lo stock di titoli pubblici da emettere mensilmente è così ingente che per sottoscriverli deve rimanere un “incentivo” di remunerazione tale che impedirà di fatto una significativa riduzione dei rendimenti, specialmente se la FED vuole proseguire, come dice, con il Quantitative Tightening. Il terzo problema è che lo stimolo fiscale costantemente in essere è finalizzato a sostenere la domanda e quindi è sempre reflazionistico. Implementare una riduzione dei tassi con una politica fiscale reflazionistica in corso non depone certo a favore di una discesa dell’inflazione e potrebbe innescare un ulteriore sell off sui bond, provocando quindi un rialzo dei tassi anziché una sua discesa, con tutte le conseguenze del caso. Quindi, le dichiarazioni della FED sono una ulteriore conferma che non esiste una visione strategica dei problemi in cui si è infilato il sistema dopo 14 anni di incompetenti politiche monetarie “populiste”, prevalentemente mirate a sostenere la speculazione finanziaria. Mentre si festeggia il “Cavaliere Bianco” che arriva in soccorso alle bolle speculative, non si tiene conto in nessun modo di quali problemi possono arrivare da queste decisioni, ma credo che il mercato dei Treasuries inizierà presto a soppesare le intenzioni della FED.

Poiché tutte le scelte degli attuali policy makers sono condizionate dalle bolle speculative che hanno creato, non c’è alcun dubbio che il prossimo policy mistake sarà quello di cercare di salvare le bolle speculative innescando un pericoloso ritorno dell’inflazione, che a quel punto però potrebbe diventare strutturale. Anche i costi indotti dalla transizione energetica puntano purtroppo in quella direzione. Per evitare il rischio di un rigurgito inflazionistico, l’unica decisione sensata sarebbe quella di mantenere i tassi dove sono, attendere un aumento della disoccupazione e un deciso rallentamento dell’economia e procedere poi ad un allentamento monetario. Ma la decisione “sensata” si scontra con il fatto che i default nell’economia stanno iniziando a salire decisamente (nonostante i sussidi governativi), lo Shadow Banking System è letteralmente piegato dai crediti speculativi inesigibili e il 2024 è un anno elettorale.

Fine dell’indipendenza delle banche centrali. Tutto questo non è a conferma “dell’indipendenza” della Banca Centrale. Le Banche Centrali hanno perso la loro indipendenza dopo la crisi del 2008 e il controllo dei rischi finanziari è completamente saltato, dato che le politiche monetarie implementate hanno innescato un ondata di speculazione finanziaria difficile da domare. Il sentiero per evitare una crisi si fa dunque sempre più stretto e i problemi strutturali sempre più evidenti. Da una parte un debito pubblico crescente generato da sussidi a una rilevante parte della popolazione che vota per Biden, dall’altra parte bolle speculative che devono essere sostenute a ogni costo, con default e fallimenti in salita verticale, economia che dipende solo dalla spesa pubblica, banche in difficoltà che devono essere salvate, credito in contrazione e contesto geopolitico poco favorevole alla crescita economica globale.

I motivi per essere molto bullish su questo modello economico-finanziario li lasciamo ai “Passive Investors” che, senza offesa, basano le strategie d’investimento solo sul salvataggio a oltranza del sistema con i soldi pubblici. Per entrare maggiormente nel dettaglio, si tenga conto anche che nel terzo trimestre il PIL USA ha fatto registrare un + 5% su base annua, pari a 588 miliardi di dollari nominali così composti: 566 mld di contributo proveniente dal deficit spending e 22 mld dal settore privato. In sintesi, lo stimolo fiscale ha prodotto il 96% della crescita, mentre il settore privato è già a crescita zero. Analizzando il dato in dettaglio, non sembra poi così positivo.

Nel frattempo i cinesi non sembrano avere tutta questa fretta per introdurre lo stimolo fiscale che le banche d’investimento americane invocano tutti i giorni. Forse pensano che tale stimolo potrebbe essere spazzato via da un rischio di crisi negli Stati Uniti e preferiscono tenere da parte gli stimoli per intervenire in caso di problemi che possono arrivare ora dall’emisfero occidentale. D’altronde l’Europa è già in recessione, il Giappone cresce di 1,2% dopo stimoli fiscali e monetari stellari, e l’America, se vuole galleggiare, deve far esplodere il debito pubblico, dato che quello privato già scricchiola sotto i colpi dei default.

A proposito di default, occorre tenere presente che le statistiche sui fallimenti che vediamo ora si riferiscono ad almeno 6/9 mesi prima, dato che le procedure legali che dichiarano lo stato di insolvenza non sono così rapide e immediate. La stessa cosa è accaduta nel 2008, dove i livelli di insolvenza del sistema hanno toccato il picco due anni dopo la crisi, anche se, di fatto, si riferivano a situazioni di fallimento già evidenti nei due anni precedenti. Quindi, mentre oggi stiamo guardando a tali statistiche con qualche preoccupazione, occorre considerare che non sappiamo esattamente dove si trovano ora tali percentuali, dato che i meccanismi con i quali un credito si trasforma da semplice “partita incagliata” a sofferenza e poi insolvenza è particolarmente lungo. È però evidente che in un contesto di crescita del 5% sul terzo trimestre 2023, risulta alquanto strano che ci sia in corso invece una tale dinamica da crisi economica ormai evidente.

Come sta il sistema finanziario Usa? Per dare una fotografia più completa possibile di come è effettivamente messo il sistema finanziario americano dopo 14 anni di Quantitave Easing, occorre tenere conto che il totale del debito speculativo nel sistema è oggi pari a 12,6 Trilioni di USD su un PIL di 24 Trilioni, e cioè il 52% del PIL. Invece, nel 2007 il debito speculativo presente nel sistema era pari a 4,675 Tr di USD su un PIL di 15 Trilioni, ossia il 31% del PIL. Non è noto quanto di questo debito speculativo sia già ora insolvente, ma appare abbastanza evidente che il sistema è letteralmente saltato e opera, per ora, in modalità “sopravvivenza”. Purtroppo non siamo messi così bene per affrontare un rallentamento dell’economia, o peggio una recessione, e quindi ora, dopo il rialzo dei tassi che ha messo in crisi tutto questo credito speculativo emesso in anni di tassi a zero, si cerca di prefigurare una discesa dei tassi. Ma se non vuoi affrontare una recessione e una “pulizia” del sistema dai problemi che hai creato durante l’era del Quantitative Easing, sei obbligato a rincorrere un ulteriore stimolo monetario mentre sei ancora in piena occupazione, con l’economia che non ha iniziato ancora la fase di deleverage, ma anzi, insiste sugli stimoli fiscali per sostenere una crescita non sostenibile.

Ricordo che attualmente, per ottenere un dollaro di PIL bisogna creare cinque dollari di nuovo debito. Questa scelta può procurare comunque problemi alla discesa dell’inflazione, destabilizzare il mercato dei bond e innescare una ulteriore impennata dei tassi a lunga scadenza. A tutti questi problemi si aggiunge la necessità di difendere il dollaro come divisa di riserva. Le decisioni di fare nuovo debito e contestualmente far scendere i tassi non sembrano far ben sperare per la tenuta della divisa USA e dei Treasuries.

Maurizio Novelli (Lemanik)

Davanti a problemi sempre meno gestibili, l’America ha giocato le carte dell’instabilità geopolitica globale, innescando una crisi con la Russia che ha messo in ginocchio l’economia UE, ha aperto una guerra commerciale con la Cina che ha portato ad un deflusso di capitali occidentali dalla Cina, ha beneficiato di una BOJ orientata a svalutare lo Yen. Per difendere il dollaro abbiamo bisogno di pericolosa instabilità geopolitica costante e che tutto il resto del mondo sia in una crisi perenne. Pertanto, ci sono molteplici ragioni per assumere una posizione d’investimento ultra difensiva, nonostante le dichiarazioni dei policy makers che il sistema è solido e che l’economia è forte. I numeri purtroppo non confermano questa narrazione, e forse per questo motivo l’Oro rimane attualmente l’unica asset class sulla quale fare affidamento. Per quanto riguarda equity e bond, infatti, le tendenze non sembrano così solide come si tende invece a far credere.

La storia va studiata: le innovazioni tecnologiche non escludono mai le crisi finanziarie di sistema

Se qualcuno crede che innovazione tecnologica e stabilità finanziaria di sistema siano la stessa cosa, non conosce la storia dell’economia. La Borsa è sempre l’ultima ad accorgersi di quello che succede, mentre il credito e i tassi a lungo sono sempre i primi a capire.

Di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global Strategy Fund

Per comprendere a fondo la fase in cui l’Economia USA si trova in questo preciso momento, ed i rischi sistemici che si possono generare, è sufficiente analizzare i settori del Private Equity e del Debito Subprime rispetto alle generose politiche fiscali concesse dai governi degli Stati Uniti negli ultimi 14 anni e, soprattutto, dopo la pandemia. In questi comparti, l’impulso fiscale USA previsto nel primo trimestre 2024 è pari a -3%, la pressione dei costi per interessi sul debito su Ebitda per il Private Equity è al 43%, mentre la crescita dell’Ebitda è passata dal 10% (2018-2020) al 2%, con evidente rischio di passare in negativo nel 2024.

Perché analizzare il Private Equity? Parliamo del Private Equity perchè è stato il motore della crescita degli investimenti USA, e ora ha un peso sul Pil pari al 43%, rispetto al 10% di quindici anni fa. In tal senso, S&P ha condotto uno studio sul settore del Private Credit USA, un altro segmento dello Shadow Banking System in pieno boom (si dice), e ha scoperto che:
a) il portafoglio medio dei fondi di Private Credit (1,5 trilioni di USD in circolazione pari al 6% del Pil) ha un rating compreso tra B- e CCC,
b) solo il 50% delle società finanziate produce un Cash Flow positivo,
c) il tasso di recupero atteso in caso di default è circa il 15% del credito erogato.
Questi sono alcuni piccoli esempi di come siamo messi, ma tali piccoli esempi rappresentano due settori della finanza americana che pesano circa il 50% sul Pil.

Sul fronte del credito più tradizionale, che viene cartolarizzato dalle grandi banche e che viene acquistato dai grandi fondi obbligazionari americani tramite ABS (Asset Backed Security), ha fatto notizia l’articolo di Bloomberg: “How Wall Street makes millions selling car loans customers can’t repay” del 14 novembre. Si tratta del solito e collaudato meccanismo già utilizzato con i MBS (Mortgage Backed Security) e CLO (Collateralized Loan Obligation)nel 2006-2007, quando le banche cartolarizzavano crediti inesigibili spacciandoli per esigibili. Sono i soliti subprime, già noti, ma questa volta sui prestiti auto (un altro trilione di USD loans outstanding, il 4% del Pil) che pagano circa il 28% di interesse (se non fanno il botto). Questo è un altro segmento dello Shadow Banking System, cosi’ “shadow” ma molto “system” … oscuro ma sistemico.

In molti si chiedono come sia possibile che in un’era di forte innovazione tecnologica – come non si era mai vista prima, in quanto a velocità dei processi – il sistema economico mondiale debba affrontare una crisi finanziaria così grave. Rispetto al passato, infatti, oggi anche la Cina scopre cosa vuol dire avere uno Shadow Banking System che eroga credito al settore immobiliare ad alti tassi d’interesse, senza regolamentazione e vigilanza. In tal senso, bisogna sottolineare che il QE e i tassi a zero hanno creato una colossale bolla speculativa di credito che si nasconde in questo settore e che pone seri rischi alla tenuta dell’economia e alla stabilità finanziaria.

Nessuna banca d’investimento di Wall Street vi parlerà di queste cose, dato che attualmente tutta l’industria finanziaria americana è impegnata nel puntellamento di questo castello di carta. Questo è il motivo principale per cui non vedo crescita oltre il soft landing attuale e considero la Balance Sheet Recession ormai una certezza dal 2024 in poi. Quello che preoccupa maggiormente, tuttavia, è che gli Stati Uniti hanno “politicizzato” alcuni dati macro per evitare di evidenziare una recessione che di fatto è già in corso. Questo modo di agire nasconde seri problemi di tenuta finanziaria del sistema, ma evidenzia anche una volontà a non intervenire nel cambiare modello o l’impossibilità di intervenire a causa della dimensione del problema. Se poi qualcuno crede che innovazione tecnologica e stabilità finanziaria di sistema siano la stessa cosa, evidentemente non conosce la storia dell’economia: anche durante lo sviluppo del settore ferroviario a fine 800 e primi del 900 abbiamo avuto innovazione tecnologica ma anche crisi finanziaria; nel 1920/1930 c’era grande innovazione tecnologica in corso ma abbiamo avuto la crisi del 1929, e nel 1995/2000 abbiamo avuto un’altra ondata di innovazione tecnologica ma anche la crisi nel 2001. Quindi, tutte le crisi hanno colpito il settore tecnologico, e lo sviluppo di quest’ultimo non esclude affatto il verificarsi di una crisi.

In sostanza, la tecnologia rimane, ma i soldi che l’hanno finanziata a multipli insostenibili vanno in fumo. A questo punto appare sempre più evidente che i tentativi molteplici di sostenere questo sistema attraverso stimoli fiscali, iniezioni di liquidità costanti per prevenire crisi bancarie, ristrutturazioni di credito, allungamento delle scadenze e moratorie sui pagamenti e immobilizzazione di asset in perdita non sono più sufficienti. Il deterioramento dell’economia globale è sempre più evidente anche se si cerca di manipolare i dati e i fondamentali del credito sono in netto peggioramento. Siamo diventati molto più bravi a nascondere i problemi rispetto al 2007, siamo molto più attenti a intervenire in modo rapido per salvare banche e intermediari in difficoltà, ma l’economia non è nelle condizioni di ripartire, e i problemi attuali diventeranno sempre meno gestibili. La Borsa, come al solito, è sempre l’ultimo mercato ad accorgersi di quello che succede, il credito e i tassi a lungo termine sono sempre i primi mercati a capire. L’Oro, nel frattempo, è la principale asset class acquistata dalle Banche Centrali.

USA, la recessione è già in corso ma i dati macro “politicizzati” la nascondono

I dati macro USA camuffati per gestire l’opinione pubblica, i mercati e la propensione al rischio. il sistema privato Usa, dopo 14 anni di QE, è esposto ad un elevato rischio di insolvenza. 

Di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global strategy fund

I mercati azionari tornano sui massimi storici mentre i fondamentali continuano a deteriorarsi sia a livello macro che micro. Purtroppo il contesto nel quale ci troviamo a operare è sempre più inficiato dal fatto che alcuni dati macro sono ormai platealmente “politicizzati“. Infatti appare abbastanza evidente che, mentre i principali indicatori che utilizziamo da anni per interpretare il trend dell’economia americana confermano uno scenario di recessione già in atto (PMI, Leading Indicators, fiducia dei consumatori e delle imprese, ciclo del credito, profitti societari e commercio internazionale), i dati del Pil e del mercato del lavoro sembrano andare dall’altra parte.

Ormai i dati del mercato del lavoro Usa sono diventati indecifrabili a causa delle continue revisioni e modifiche di calcolo, tanto che il Bureau of Labor Statistics ha dichiarato che questi dati non sono confrontabili con quelli dell’anno scorso a causa delle modifiche apportate al meccanismo di calcolo. Tra il 2022 e il 2023 le grandi società tecnologiche di Wall Street hanno licenziato 565.000 dipendenti. Poiché la tecnologia è il settore trainante dell’economia ma riduce la forza lavoro come se fosse in recessione, trovo alquanto difficile che altri settori abbiano potuto assorbire questi licenziamenti. I dati sul Pil sono invece facilmente comprensibili nella loro “fabbricazione”, grazie al deflatore utilizzato per ottenere il Pil reale depurato dall’inflazione. Tuttavia, a parte questi aspetti ormai noti da tempo, appare sempre più evidente che il soft landing è già iniziato dall’inizio dell’anno in corso, mentre gli investitori pensano che sia uno scenario che deve ancora concretizzarsi. Infatti l’Europa è in recessione, la Cina è in crisi, il Giappone, nonostante poderose politiche reflazionistiche, chiude il Pil del terzo trimestre a -0,5%, con un tendenziale annuo a – 2,1%.

Un pessimo risultato per un’economia che ha impostato una strategia decisamente reflazionistica, al punto da mettere a rischio la stabilità valutaria e finanziaria. Germania, Giappone e Cina, le economie più esposte al ciclo economico internazionale, sono tutte in stagnazione ed evidenziano che l’economia mondiale è in stallo. Gli Stati Uniti hanno finora galleggiato grazie a politiche fiscali stratosferiche ma insostenibili, perseguite con l’intento di evitare il fallout di un sistema privato che è super indebitato e si sta sgretolando sotto il peso dei tassi d’interesse e delle insolvenze, che nonostante tutti gli interventi hanno iniziato a salire comunque in modo inesorabile. Infatti, analizzando il contributo fiscale alla crescita reale del Pil Usa, si scopre facilmente che, se gli Stati Uniti chiuderanno l’anno in corso con una crescita “ufficiale” al 2,2% circa (stime attuali), ben il 2,7% di crescita reale arriva dalla spesa pubblica (1% Federale e 1,7% Locale), evidenziando che l’intero settore privato ha espresso un contributo negativo di 0,1% in termini reali (sempre secondo i dati “ufficiali”). Analizzando i dati in termini nominali (non depurati dall’inflazione) si scoprono però cose interessanti. La spesa pubblica in termini nominali ha prodotto un contributo al Pil nominale pari a circa l’8,07% nel terzo trimestre con il Pil nominale che è cresciuto complessivamente dell’8%. Sembrerebbe dunque che il Pil nominale Usa del solo settore privato, senza la spesa pubblica, sarebbe in realtà a crescita zero in termini nominali, se da questo dato dovessimo sottrarre l’inflazione per ottenere il Pil reale del settore privato il numero sarebbe da panico (- 3,5% circa). In sintesi: mentre la spesa pubblica sostiene il Pil, il settore privato è già in pesante recessione. Questo ci fa capire quanto siano “politicizzati” certi dati per gestire l’opinione pubblica, i mercati e la propensione al rischio.

Sistema privato Usa a rischio insolvenza. La realtà è che il sistema privato Usa, dopo 14 anni di “festa del debito” supportata da QE e tassi a zero, si è esposto ad un elevato rischio di insolvenza. Infatti una elevata percentuale di tale debito (circa un 25%) è stato utilizzato per “misallocation of capital”, cioè per investimenti la cui redditività era compatibile solo in un contesto di costo del credito pari a zero o molto basso. Per calcolare la percentuale di “misallocation” basta guardare a come si è gonfiato il settore del Private Credit, del Venture Capital, del Private Equity e di tutto il settore dello Shadow Banking System americano, che attualmente è il principale “distributore di rischio” sui mercati finanziari e il principale fornitore di credito al sistema. Per distributore di rischio” si intende il ruolo che un intermediario ricopre nel collocare prodotti finanziari (credito, fondi o equity) a investitori istituzionali e non, attraverso cartolarizzazioni di loans, credito e strumenti finanziari. Nel 2005-2007 tale ruolo è stato ricoperto dalle banche Usa, che spargevano il rischio di credito nel sistema attraverso il collocamento di MBS (Mortgage Backed Securities), ABS (Asset backed securities) e CLO (Collateralized loan obligation). Attualmente tale attività si è spostata dal settore bancario (regolamentato) allo Shadow Banking (non regolamentato).

La concomitanza di credito facile (QE) e mancanza di regolamentazione e/o vigilanza ha prodotto un disastro ancora non visibile sui mercati ufficiali ma già molto visibile nei mercati non ufficiali, esattamente come nel 2006 si vedevano i problemi che sono poi esplosi nel 2008. Insolvenza di sistema e crescita del credito non sono mai andati nella stessa direzione e sono tra loro decorrelati. Se fosse vero che l’economia Usa cresce del 2%-3%, come si vuole far credere, non avremmo una contrazione del credito, un aumento delle insolvenze, crisi bancarie e la necessità di abnormi stimoli fiscali. In realtà il sistema è “saltato” con l’arrivo della pandemia del 2020, è stato temporaneamente “salvato” dagli interventi, e ora con la insostenibilità degli interventi sta tornando ancora nella situazione di insostenibilità.

Il problema principale è che i colossali interventi monetari e fiscali sono stati finalizzati a salvataggi. Gli stimoli fiscali e monetari di salvataggio non hanno gli stessi effetti degli stimoli fiscali per investimenti e tendono a perdere il loro effetto molto presto. Il paradosso è che l’effetto più rilevante di tali stimoli ha scatenato un’ulteriore ondata finanziaria speculativa di cui non avevamo bisogno, mentre l’economia reale è stata molto meno brillante, dato che per ottenere un dollaro di Pil degli ultimi due anni abbiamo fatto 5 dollari di nuovo debito. Questo conferma che i salvataggi hanno, nel medio periodo, un moltiplicatore fiscale negativo. A questo punto, considerando che il soft landing è già in corso da quasi un anno, fabbricato da alcuni dati macro “politicizzati”, occorre chiedersi se siamo nella condizione di uscire dal pantano o ci rimaniamo dentro per un bel po’ di tempo, con il rischio di affrontare in seguito un hard landing.

Maurizio Novelli: la finanza internazionale annaspa per non far emergere le criticità

Nulla sembra essere cambiato rispetto al 2006/2008, quando Bernanke dichiarava al Congresso che non esistevano rischi sistemici provenienti dal Real Estate. In atto una colossale e silenziosa operazione di nazionalizzazione del sistema bancario Usa di piccole e medie dimensioni.

Da tempo mi chiedo cosa stia accadendo nel mercato del Private Equity, che è all’epicentro della crisi del Venture Capital e dei Leverage Loans che lo finanziano. Le evidenti difficoltà di Soft Bank, il grande fondo di Private Equity giapponese che è stato sempre un leader di mercato, fanno trapelare una situazione critica per un settore che vale 9 trilioni di Usd.

Un recente articolo del Ft, riguardante alcune pratiche utilizzate dai Fondi di Private Equity per distribuire rendimenti, lascia attoniti (Private Equity Group face investor scrutiny over tactics for returning capital. 11/10/23): grandi società di Private Equity stanno distribuendo dividendi grazie a prestiti bancari garantiti da collaterale rappresentato dalle stesse partecipazioni sottostanti. Quindi, si tratta di rendimenti distribuiti facendo debito. E così, mentre l’intero sistema finanziario annaspa per cercare di non far emergere le criticità, la Fed continua ad osservare l’indice Dow Jones come riferimento della fiducia nell’economia e guarda agli spreads sul credito per capire se il sistema regge. Pertanto, nulla è cambiato rispetto al 2006/2008, quando Bernanke dichiarava al Congresso che non esistevano rischi sistemici provenienti dal Real Estate. In realtà il sistema, come allora, è già ora in pesante crisi e questa crisi è rilevata nello Shadow Banking System, un mercato prettamente istituzionale, e per ora non si è ancora trasferita ai mercati che gestiscono gli asset finanziari del retail (Equity e Corporate Bonds).

Un’altra conferma del peggioramento della situazione riguarda le banche regionali Usa. Mentre tutti credono che gli interventi di salvataggio di alcune banche hanno fermato il contagio, nella realtà questo non è affatto vero. Centinaia di istituti di credito di piccole dimensioni sono in default a causa dell’esposizione al Commercial Real Estate, che costituisce in media il 60% del core business delle piccole banche locali. Per evitare l’insolvenza il Governo Federale, in accordo con il Ministero del Tesoro, ha indotto i governi locali (singoli Stati e Municipalità), ad intervenire direttamente nella ricapitalizzazione degli istituti in difficoltà. Si tratta in pratica di una colossale e silenziosa operazione di nazionalizzazione del sistema bancario Usa di piccole e medie dimensioni. Tutti questi meccanismi dimostrano che il sistema finanziario è infognato in una colossale posizione su asset tossici che generano perdite non contabilizzabili e che congelano ingenti risorse finanziarie nello scenario di Balance Sheet Recession.

La fragilità dell’intero sistema finanziario americano e internazionale è il frutto di una costante spinta alla deregulation accompagnata dai tassi a zero per oltre 14 anni che hanno creato una colossale bolla finanziaria su bonds, credito, equity e Private Equity, senza considerare cryptovalute e venture capital. Deregulation aggressiva e soldi gratis per indebitarsi non sono mai state basi solide su cui costruire un futuro sostenibile e di prosperità. La Fed è tuttora ancorata a parametri di analisi che la rendono arretrata di almeno vent’anni rispetto all’evoluzione del settore finanziario americano. E parliamo della banca centrale che dovrebbe regolare il sistema mondiale, figuriamoci le altre. Non esiste alcuna vigilanza sui rischi di sistema. In un mondo dove lo Shadow Banking intermedia il 60% del credito e degli asset finanziari in circolazione, la vigilanza si focalizza prevalentemente sulle banche, ma pure quelle saltano sotto il naso dei regulators. Se non riusciamo a vigilare le banche, che sono sottoposte a vigilanza, figuriamoci cosa sappiamo del resto del sistema non vigilato in alcun modo. Per questo motivo passiamo da un policy mistake all’altro e da bolle speculative sempre destabilizzanti. La strategia di perseguire deregulation e QE ha costruito The Money Manager Capitalism, che ci ha portato alla crisi del 2000, del 2008 e a quella che è in divenire. 

Randall Wray (Levy Economics Institute), scriveva sul “Cambridge Journal of Economics” nel 2009: “this (Money Manager Capitalism) allowed greater leverage ratios, riskier practices, greater opacity, less oversight and regulation, consolidation of power in “too big to fail” institutions that operate across the financial services and greater risks. The result was raising (toxic) debt that would eventually lead to collapse of the system – Trad: …questo (Money Manager Capitalism) ha consentito maggiori rapporti di leva finanziaria, pratiche più rischiose, maggiore opacità, meno supervisione e regolamentazione, consolidamento del potere in istituzioni “troppo grandi per fallire” che operano attraverso i servizi finanziari e maggiori rischi. Il risultato è stato l’aumento del debito (tossico) che alla fine avrebbe portato al collasso del sistema” (tratta da The rise and fall of money manager capitalism – Cambridge Journal of Economics 2009,33,807-828).

* Maurizio Novelli, Gestore Lemanik Global strategy fund

Il soft landing dalla crisi messo a dura prova dal “credito tossico” dello Shadow Banking System

Si continua a guardare il rischio di sistema attraverso il mercato dei corporate bonds, gli indici di borsa e i bilanci delle banche. Tutto secondo il copione che ci ha portato alla crisi del 2001 e del 2008.

Di Maurizio Novelli*

Mentre il quadro geopolitico si fa sempre più critico, emergono di giorno in giorno notizie che confermano il contesto negativo più volte indicato in queste note mensili. La crisi di credito che sta colpendo al cuore l’economia americana è ormai in pieno svolgimento e metterà a durissima prova lo scenario di soft landing già scontato dai mercati. La FED continua ad osservare le dinamiche del credito appartenenti al settore bancario e al mercato delle obbligazioni quotate, non tenendo conto di quello che accade nel settore dello Shadow Banking che rappresenta il 60% del credito all’economia. 

Si continua quindi a guardare il rischio di sistema attraverso quello che si vede sul mercato dei corporate bonds, sui livelli dell’indice di borsa e sui bilanci delle banche. Tutto secondo il copione che ci ha portato alla crisi del 2008 e prima ancora a quella del 2001. Tutte crisi innescate da eventi di credito che si sono manifestati nei segmenti delle cartolarizzazioni gestite dallo Shadow Banking System e che solo con ampio ritardo si sono poi propagate all’intero sistema economico e finanziario. Lo Shadow Banking System non è regolamentato, non è sottoposto a vigilanza e non è monitorato dalla banca centrale, ma costituisce la struttura portante del sistema finanziario Usa e di tutto il “toxic debt” di sistema. La sua dimensione è ormai sistemica da oltre vent’anni e il suo impatto sull’economia reale sempre più rilevante ma sistematicamente ignorato.

Gli indici di mercato dei Leverage Loans sono un eclatante esempio di come si possa far vedere cose diverse da quelle che in realtà accadono in un mercato totalmente opaco. Tali indici sono costruiti sulle tranches dei più importanti loans in circolazione che, in pratica, sono il benchmark del mercato. Da inizio anno tale indice evidenzia una performance positiva del 5%, ma nel frattempo il mercato dei Leverage Loans è decisamente sotto pressione a causa di eventi di credito, ristrutturazioni di debito e defaults. Come è possibile quindi che l’indice del mercato sia positivo? Molto semplice, la modalità con la quale si può far segnare un risultato positivo a un mercato in difficoltà si basa sulle stesse pratiche utilizzate prima della crisi dei mortgages (MBS) del 2008. Basta che alcune controparti si accordino nello scambiarsi periodicamente assets presenti nell’indice a prezzi predefiniti, ed ecco che tale indice non scende mai, anzi sale. La stessa cosa accadeva sui Mbs piu’ importanti nel 2007, dove le principali banche d’investimento, nonostante un evidente aumento delle insolvenze su tali strumenti, continuavano a quotare tra loro i mortgages a prezzi prestabiliti (The big short – M. Lewis, Norton & C. – 2011).

Anche sul mercato degli high yields accade la stessa cosa, dove tutto sembra fermo e cristallizzato, perché il mercato è controllato dai grandi fondi d’investimento che non hanno nessun interesse a far vedere un aumento degli spread, nonostante ci sia in corso un netto deterioramento dei fondamentali delle società. Si apprende quindi, in una nota diramata da Moody’s di recente, che una ragione per la quale non c’è stato un allargamento degli spreads sul mercato degli HY è dovuto alla “migrazione” degli emittenti di peggiore qualità dal mercato degli High Yields a quello del Private Credit. Secondo Moody’s, infatti, gli emittenti a rating B3 sono scesi decisamente nella composizione dell’indice HY. La stessa cosa si sta verificando sul mercato dei Leverage Loans, dove gli emittenti peggiori vengono rimossi dall’indice e il credito passa a carico dei fondi di Private Credit, totalmente non regolamentati e liberi di valutare tali crediti come vogliono.

In pratica, per far vedere che tutto tiene basta rimuovere dagli indici gli emittenti peggiori, così come in borsa basta tener conto solo di 7 titoli per sostenere un mercato azionario. 

Un altro interessante indicatore osservato dagli investitori per valutare quello che sta accadendo sul mercato del credito è quello che misura il tasso di default nel sistema. Come mai, nonostante tale indice evidenzi un livello di insolvenze ormai vicino ai massimi del 2008, nei bilanci delle banche non c’è traccia di NPL? Molto semplice, se leggete i recenti bilanci pubblicati da Jpm, Boa e Citicorp, vi accorgerete che ormai si limitano solo a riportare l’andamento del margine d’interesse e delle commissioni attive. Nulla trapela sulla valutazione degli asset in bilancio e sui crediti, che vengono praticamente tutti valutati al prezzo di carico nel portafoglio immobilizzato. Se fossero valutati al mark to market, invece, le perdite azzererebbero l’intero Tier 1, con la necessità di avviare ingenti ricapitalizzazioni. Ma quello che non si dice è che le insolvenze, in realtà, sono già ora molto più alte del 2008 e non vengono rilevate solo grazie all’ennesimo escamotage utilizzato per non far capire come siamo messi veramente. Sempre secondo Moody’s, il livello di insolvenze è decisamente sottostimato, questo perché le banche e il Private Credit stanno utilizzando il “distressed exchange“, cioè la rinegoziazione dei loans in defaults effettuata direttamente tra controparti senza passare dalle procedure legali d’insolvenza. In questo modo le insolvenze e le rinegoziazioni del debito in default non appaiono da nessuna parte nelle statistiche ufficiali perché negoziate in privato.

* Gestore Lemanik Global strategy fund

Bond Usa e Germania ipervenduti, ora una opportunità di acquisto. Storia di una crisi

L’Europa è in recessione, la Cina è in difficoltà e gli Usa stanno finendo gli stimoli fiscali. La  crisi ha una sua storia, e potrebbe durare a lungo. Quali opportunità di acquisto?

Di Maurizio Novelli*

A partire dal 2015 ho iniziato a dubitare fortemente sul modello economico basato sulla “debt driven economy” e sulla sua sostenibilità. Nella primavera del 2015 i mercati hanno iniziato una prima fase di cedimento, ma hanno poi recuperato tutte le perdite grazie alle rassicurazioni che le politiche monetarie sarebbero rimaste espansive, questo al fine di garantire l’espansione della domanda finanziata dal debito e non dal reddito reale. Tuttavia, nel Gennaio 2016 è iniziata la prima crisi cinese, che ha portato i mercati a cedere pesantemente nel corso dei primi mesi dell’anno. La crisi cinese del 2016 era di fatto il prologo di quello che sta ora accadendo in Cina. Per superare l’evento, le autorità di Pechino hanno deciso di rilanciare l’economia proprio sulle politiche che avevano creato questa crisi: investimenti fissi e Real Estate.

Nel 2017, nonostante una crescita economica deludente, borse e credito hanno continuato la corsa sostenuti solo dalle politiche monetarie e sempre meno dai fondamentali. I multipli si sono mantenuti costantemente in zona di sopravvalutazione. Nel corso del 2018, la FED cominciava il tentativo di rimuovere la liquidità dal sistema, ma l’economia evidenziava già segni di evidente rallentamento e il sistema finanziario iniziava a segnalare l’emergere di una crisi sul mercato dei Repo’s, che segnalava stress in arrivo, mentre la curva dei rendimenti puntava ad una inversione recessiva. Il cedimento improvviso del mercato azionario a fine anno, obbligava la FED ad una repentina retromarcia, ricominciando il QE e facendo scendere i tassi. Era evidente già allora che il sistema non avrebbe retto alcuna politica restrittiva, dato che il leverage accumulato in anni di QE dava preoccupanti segnali di stress. Dal 2009 al 2019, la crescita media dell’economia Usa è rimasta inchiodata al 2% massimo, nonostante una politica monetaria e fiscale costantemente espansiva per oltre 10 anni. Il moltiplicatore del debito si rivelava in costante peggioramento, al punto che, alla fine del 2019, per ottenere 1 dollaro di Pil avevamo bisogno di 5 dollari di nuovo debito pubblico e privato.

I cedimenti nello Shadow Banking System erano già evidenti a causa dell’elevato credito speculativo creato in anni di QE. In caso di recessione, la struttura del sistema finanziario sarebbe stata travolta da una ondata di default. Il Covid ha giustificato quindi una colossale operazione di salvataggio che ha salvato dal default coloro che oggi sono però di nuovo sull’orlo dell’insolvenza (si veda il Commercial Real Estate già in crisi dal 2018). I mercati sono ripartiti sulla scommessa che il sistema era ormai uscito dalla latente crisi del 2016, 2018 e del 2019, e che gli interventi avrebbero dato la spinta necessaria a superare i problemi strutturali che si erano creati dopo il 2008. Ma il denaro gratis e gli interventi fiscali hanno iniziato ad esaurire gli effetti già sulla fine del 2021, dato che la grande iniezione di liquidità nel sistema è stata assorbita dal sistema finanziario per salvataggi e non per investimenti reali

Per evitare una ricaduta dell’economia il governo Usa ha iniziato una serie di interventi fiscali ripetuti e ha prorogato la fase di moratoria sul pagamento dei debiti del settore privato (Credito al consumo e Mortgages) che erano stati introdotti nel 2020, questo intervento ha alimentato ulteriormente la bolla speculativa, ma ha confermato ulteriormente la nostra view sulla fragilità del sistema. L’inflazione ha colto di sorpresa le banche centrali, che consapevoli delle conseguenze di un eventuale aumento dei tassi, hanno cercato di ritardare in tutti modi le politiche restrittive, cercando di convincere il mercato che l’inflazione era temporanea. In realtà, il timore era che, dato l’elevato stock di debito speculativo creato dal QE iniziato nel 2008, quello che già si intravedeva nel 2018 e nel 2019, potesse avere ora un impatto molto più pronunciato sull’economia, dato che nel frattempo la dimensione di tale debito tossico aveva raggiunto cifre non calcolabili, che secondo le stime si posizionano al 30%-35% del Pil Usa (HY, Leverage Loans, Cre, Private Equity, Venture Capital, Private Credit e credito al consumo subprime).

Nel 2022 i mercati hanno dunque cominciato un trend ribassista, innescato dalla rimozione del QE e dall’aumento dei tassi. Per impedire che la politica monetaria esercitasse un reale effetto restrittivo su un sistema altamente a leva e decisamente vulnerabile, l’amministrazione Biden ha avviato una aggressiva politica fiscale di oltre 14 punti di Pil per sostenere l’economia nel 2022 e nel 2023. Tale politica ha fatto esplodere il rapporto debito Pil, ha attenuato l’effetto restrittivo monetario ma non ha modificato i deboli fondamentali che già erano presenti nel 2018/2019. Nel frattempo, la rapidità del rialzo dei tassi per rincorrere l’inflazione fuori controllo ha preso totalmente alla sprovvista il sistema finanziario. Le banche sono rimaste ingolfate di posizioni sui titoli di stato e sui Mbs con perdite eclatanti (ad oggi stimate in circa 950 mld); alcune sono fallite, altre hanno un costante bisogno del sostegno finanziario pubblico.

Il sistema più vulnerabile al rialzo dei tassi si è rivelato ancora una volta lo Shadow Banking, già in crisi nel 2018 e 2019, che ha iniziato ad evidenziare nuove difficoltà nel corso del 2022 e ora si trova potenzialmente all’epicentro della futura crisi. Nel frattempo il credito all’economia ha iniziato a chiudersi a causa della crisi di banche e Shadow Banking, mentre i governi hanno iniziato a manipolare in modo evidente i dati macro per non evidenziare una pericolosa debolezza strutturale del sistema, che essendo sostenuto da un elevato leverage, non può permettersi nessuna recessione. In Cina sono riemersi quindi i problemi del 2015/2016, ma ora in modo molto più grave, dato che nel frattempo lo stock di debito sul Real Estate si è gonfiato ulteriormente, trascinando il sistema in una Balance Sheet Recession. Negli Stati Uniti si è cercato in tutti i modi di far passare la “narrazione” del soft landing, ma il dato di fatto è che l’Europa è in recessione, la Cina è in evidente difficoltà, gli Usa stanno finendo gli stimoli fiscali e il quadro geopolitico è sempre meno favorevole, prospettando quindi un evidente rischio di recessione con crisi da debito. La grande, e per certi versi sorprendente, spinta rialzista dei mercati del 2023 rischia di aver prezzato scenari alquanto improbabili, dato che i problemi strutturali che avevamo già nel 2018/2019 si sono amplificati, esattamente come quelli cinesi del 2016, e stanno ora riemergendo pericolosamente. Mi aspetto quindi una crisi lunga e problematica. 

La corretta strategia d’investimento, pertanto, deve essere compatibile con uno scenario di recessione o di stagnazione economica pluriennale, innescata dal debito tossico che ingolfa il sistema finanziario e rischia di procurare una Balance Sheet Recession nell’economia mondiale. Lo short di equity è compatibile con uno scenario di recessione o stagnazione dell’economia mondiale che procurerà una decisa revisione al ribasso dei profitti attesi e un bear market di lungo periodo, dopo 14 anni di trend rialzista sostenuto. I mercati azionari affrontano un rischio di recessione/stagnazione con valutazioni estremamente care rispetto agli standard storici, ed esprimono un rischio di caduta del 50%-60% dai livelli attuali. I bond di Usa e Germania, attualmente super venduti, sono per noi una opportunità di acquisto nell’attuale fase ribassisita, dato che la FED non può proseguire con il rialzo dei tassi se non ci sono più stimoli fiscali per l’economia.

La restrizione del credito all’economia è sempre compatibile con un successivo bull market sui bond. Invece il Dollaro, attualmente sostenuto dal differenziale dei tassi vs Euro e Jpy, è esposto ad una crisi valutaria nel momento in cui la FED sarà costretta a reintrodurre il QE per contrastare la Balance Sheet Recession. Le politiche monetarie espansive che saranno eventualmente reintrodotte per contrastare la crisi da debito in arrivo non avranno lo stesso effetto del 2009-2010, dato che le esigenze di deleverage del sistema privato saranno talmente grandi da compromettere l’efficacia del moltiplicatore monetario. Quello che è certo è che al momento siamo entrati in una stagnazione economica globale di lungo periodo, ed eventuali rimbalzi del ciclo saranno brevi e fragili; mentre la vulnerabilità a ricadute recessive ripetute sarà un rischio persistente.

* Gestore Lemanik Global Strategy Fund

L’attuale costo del debito di sistema negli Usa non è compatibile con un soft landing

I tassi a zero per oltre 14 anni, perseguiti con l’intento di sostenere il sistema, hanno gettato le basi per la sua instabilità di lungo termine.

Di Maurizio Novelli*

Ultimamente, i mercati finanziari iniziano a dubitare del “soft landing“, e sembrano più preoccupati del “higher for longer“. Il timore che la FED non sia disponibile a fare scendere i tassi durante il “soft landing” sta iniziando a intaccare la propensione al rischio. L’industria finanziaria di Wall Street si è particolarmente specializzata nel fabbricare termini che impattano sulla psicologia dell’investitore ma non impattano in nessun modo sui fondamentali dell’economia. La “narrazione” è sempre finalizzata a creare un consenso di massa sui positivi eventi futuri attesi cercando di far passare in secondo piano i problemi strutturali.

In base alle analisi sul ciclo del credito e del debito degli ultimi 15 anni, è particolarmente difficile che il sistema possa avere un soft landing, ed è ancora più difficile che i tassi possano rimanere alti per lungo tempo. L’economia mondiale ha costruito la crescita degli ultimi 10/15 anni sull’uso esasperato della leva finanziaria, sia nel settore pubblico ma in particolare in quello privato. Il sistema non è in grado di reggere un costo del debito ai tassi attuali, dato che i FED Funds al 5,25% non sono il tasso di riferimento del costo del debito del sistema, ma sono semplicemente il tasso minimo di riferimento da cui si calcolano gli spread sul credito. Quindi, per fare un esempio, le carte di credito e il credito al consumo nel suo complesso applicano generalmente un tasso d’interesse basato sui FED Funds, a cui si aggiunge lo spread che deve essere applicato al rating del debitore.

Attualmente, il tasso minimo per un cliente Prime sulle carte di credito è il 22%, per i clienti Subprime è al 27%. Il credito che passa dallo Shadow Banking System e che eroga oltre il 60% del credito all’economia non presta certamente denaro ai tassi del 5,25%. Private Credit, Mutual Funds, Fondi Pensione, Hedge Funds specializzati nel settore dei Loans, prestano a tassi con spreads molto elevati. I Leverage Loans pagano il 15%-20% di tasso d’interesse e il Private Credit eroga in media al 12%-15%. I prestiti auto rendono dall’8% al 15% a seconda del rating del debitore. Il Real Estate ha un costo di finanziamento del 7,5% circa per un cliente Prime, mentre il Commercial Real Estate si rifinanzia al 8%-13% a seconda del rischio del debitore. Poiché l’economia americana, durante l’era del QE, ha emesso in massa credito speculativo ad alto rendimento, il costo del debito di sistema non è quello che passa attraverso il canale bancario, bensì quello che passa attraverso lo Shadow Banking, che ormai costituisce il vero canale del credito all’economia.

L’insostenibilità degli aiuti USA.
Per cercare di contrastare gli effetti della politica monetaria sull’economia, gli Stati Uniti hanno perseguito una aggressiva politica fiscale espansiva, mirata all’erogazione di sussidi alla popolazione e alla sospensione/moratoria dei pagamenti su alcune tranche di debito (si veda il caso degli Student loans). Questa politica fiscale ha smorzato gli effetti restrittivi temporaneamente ed ha consentito di contenere i defaults di sistema. Il continuo scontro sul Debt Ceiling gira attorno alla costante esigenza di supportare un sistema in crisi che non riesce a ripartire veramente. Anche le statistiche relative alla crescita dei redditi reali negli Stati Uniti, che evidenziano un netto miglioramento del potere di acquisto dei privati cittadini, sono in realtà inficiate dagli aiuti governativi erogati in questi anni, che ovviamente non sono sostenibili. Siamo giunti alla paradossale situazione in cui lo stato eroga sussidi per sostenere consumi e credito al consumo, per evitare i default sul credito e per evitare la recessione.

Se il governo americano riduce la politica fiscale espansiva, negli ultimi due anni pari in media al 7% del PIL, l’economia cade in recessione immediatamente. Poiché nel 2024 entriamo in un anno elettorale, sarà molto difficile che un ulteriore accordo sul Debt Ceiling possa essere ancora così espansivo come il precedente. I Repubblicani faranno di tutto per frenare la spesa, procurare un cedimento dell’economia e compromettere le chances di vittoria dei Democratici. Ma a parte le strategie di politica interna, quello che è importante tenere presente è che l’attuale costo del debito di sistema non è compatibile con un soft landing. A questo punto ci troviamo nella critica situazione in cui: 1) il costo di finanziamento all’economia erogato dallo Shadow Banking System è estremamente già restrittivo. 2) le politiche fiscali di supporto non sono sostenibili. 3) i tassi di default stanno iniziando a salire in modo inesorabile. 4) le banche hanno fermato l’erogazione del credito. Quindi il “soft landing“, come ho avuto già modo di evidenziare, può diventare un “hard landing” a causa dell’avvio del deleverage di sistema, oppure, se vuoi frenare il deleverage, si trasforma in un “long landing“.

Per quanto riguarda la narrativa sul tema “higher for longer“, anche qui si parla senza sapere come siamo messi veramente. Il sistema non è in grado di reggere l’attuale livello dei tassi per molto tempo. I vari segmenti del mercato del credito che ho elencato in precedenza hanno già politiche monetarie molto restrittive, quindi il cedimento del ciclo è imminente. Non credo in nessun modo che i tassi possano reggere gli attuali livelli se il contesto nel quale ci stiamo addentrando è quello di una recessione o una lunga fase di deleverage, che produce una stagnazione economica.

Il debito contratto, oltre che avere un costo rappresentato dei tassi d’interesse applicati, ha anche un costo complessivo determinato da quanto PIL devi dedicare al servizio del debito totale di sistema. Se hai un debito pubblico e privato pari al 370% del Pil (Stati Uniti), e il suo costo annuo è pari mediamente al 7%, il costo annuo di quel debito assorbe il 25% del PIL. Tutte le volte che il costo per sostenere il debito raggiunge una percentuale pari o superiore al 20% del PIL l’economia inizia a cedere in modo evidente. Questo è accaduto nel 2001, quando il costo per sostenere il debito contratto dal sistema era pari al 21% del PIL, nel 2007, quando aveva raggiunto il 23% del PIL e ora al 22%. Nei due i casi precedenti i tassi hanno dovuto scendere per evitare un avvitamento deflattivo, dato che nelle ultime due importanti crisi (2001 e 2008), il trigger è partito dal livello di indebitamento del sistema e dal credito speculativo concentrato sul settore driver della crescita, nel 2001 la tecnologia e nel 2008 Real Estate.

Il problema del lungo e recente ciclo del credito innescato dal QE delle banche Centrali è che il credito speculativo si è sparso in vari settori dell’economia e non è più concentrato in un unico driver di crescita. Il Commercial Real Estate ha 3,3 Trilioni di debito outstanding di cui circa il 30% è speculativo, il Venture Capital si sostiene con 1,5 Tr di Leverage Loans (tutto debito speculativo), che sostengono a loro volta le posizioni dei Fondi di Private Equity, che valgono complessivamente 9 Tr di USD (40% del PIL USA), e che operano decisamente a leva, sia attraverso i Leverage Loans sia attraverso il credito speculativo dello Shadow Banking e delle banche. Il credito al consumo, circa 4,5 trilioni di USD, è tipicamente al 25% Subprime.

Un altro problema che caratterizza i cicli del debito e del debito speculativo è che la percentuale di debito a rischio in circolazione, e il suo costo, sale in concomitanza con il cedimento del ciclo dell’economia e il risk off di sistema. Quindi, mentre abbiamo le statistiche ad oggi che ci dicono quanto debito speculativo circola attualmente nel sistema, non sappiamo di quanto aumenta tale importo se lo scenario di recessione o stagnazione si concretizza. Nel momento in cui parte una crisi il costo del debito tende inizialmente a salire, dato che chi presta denaro tende ad essere più prudente e chiede una remunerazione più alta in un contesto di rischio. La politica monetaria esercitata dallo Shadow Banking diventa dunque restrittiva e il costo di credito del sistema in relazione al PIL tende ancora a salire nella fase iniziale della crisi. Si verifica così un overshooting restrittivo che sfugge al controllo della Banca Centrale e che accentua la fase iniziale della crisi. Un’altra caratteristica del ciclo del credito è che è pro-ciclico, aumenta quando l’economia cresce e si contrae quando l’economia entra in crisi, il meccanismo è determinato dalla propensione al rischio del lender. Quindi, mentre i tassi d’interesse incidono sulla domanda di credito, la propensione al rischio dello Shadow Banking e del sistema bancario incidono invece sull’offerta. 

Le teorie del “soft landing” e del “higher for longer” si basano sul nulla, dato che nessuno è in grado di valutare come si modifica la propensione al rischio di milioni di operatori in una fase di crisi. Mentre negli ultimi due eventi di crisi (2001 e 2008) i salvataggi di sistema sono stati più facili perché la crisi ha colpito uno specifico segmento del credito (credito speculativo nel settore tecnologico e nel real estate), oggi la situazione è particolarmente complicata perché il credito potenzialmente a rischio è sparso in modo trasversale nell’economia e diffuso in più settori. I tassi a zero per oltre 14 anni, perseguiti con l’intento di sostenere il sistema, hanno gettato le basi per la sua instabilità di lungo termine.

* Maurizio Novelli (nella foto), gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Mercato azionario USA: il gap tra “narrazione” e realtà continua ad ampliarsi

Un tempo gli investitori selettivi cercavano di allocare il capitale verso chi lo meritava e lo toglievano a chi era meno affidabile. Quegli stessi investitori non avrebbero mai sostenuto un sistema come quello attuale.

Di Maurizio Novelli*

In linea generale, tutti noi siamo stati abituati a considerare i mercati finanziari come una forma di canale di finanziamento all’economia. Il ruolo dei mercati e degli investitori è sempre stato quello di selezionare chi meritava il denaro che il sistema metteva a disposizione e chi non lo meritava. Da oltre dieci anni, con l’esplosione degli ETF e delle gestioni passive, questo meccanismo di selezione è stato cancellato. Infatti, il mercato finanzia sia le società che guadagnano sia quelle che perdono, e favorisce un sistema che non produce più ricchezza in modo diffuso, ma solo in modo sempre più concentrato.

Sebbene il 25% delle società quotate negli Stati Uniti sia nel segmento “zombies” – società i cui profitti non coprono nemmeno i costi di finanziamento dell’operatività corrente – i flussi di capitale verso tali società sono comunque garantiti dalla gestione passiva. Questo è anche uno dei motivi che ha portato la capitalizzazione della borsa Usa al 150% del PIL. Le principali società di asset management USA, che hanno ormai l’unico scopo di sostenere un sistema in crisi, spingono per favorire questo fenomeno, dato che sono i principali players su ETF di ogni tipo, in un meccanismo che potrebbe ravvisare un conflitto di interessi con il ruolo di portfolio manager: con la mano destra dici di selezionare gli investimenti secondo certi criteri, mentre con la sinistra (che è grande quanto la destra) compri qualsiasi cosa.

Le politiche di tassi a zero per 14 anni delle banche centrali hanno favorito la canalizzazione di ingenti risorse finanziarie su mercati che non avevano più il ruolo di selezionare “il grano dalla paglia”. La strategia mirata ad eliminare mercati selettivi è finalizzata esclusivamente a cercare di sostenere ad oltranza un sistema in crisi ormai da tempo, e che dalla crisi non riesce comunque ad uscire. E quindi selezionare non deve essere più remunerativo, mentre chi non seleziona viene premiato rispetto a chi lo fa. Infatti, se dovessimo applicare una selezione degli investimenti in base a criteri basati sulle valutazioni e profittabilità del business, il 90% del mercato azionario americano sarebbe da vendere, trascinando al ribasso tutti i mercati azionari mondiali.

Recentemente Morgan Stanley e JP Morgan hanno pubblicato alcune note sul mercato azionario USA in relazione alla “qualità degli utili”. Queste analisi mettevano in guardia gli investitori sul fatto che numerose aziende americane evidenziano oggi cash flows in contrazione ma utili in rialzo. Questo fenomeno mostra un peggioramento della redditività, mascherato da artifici contabili. Queste pubblicazioni non fanno che confermare che la situazione reale è molto diversa da quella che appare in superficie, e il gap tra “narrazione ufficiale” e realtà continua ad ampliarsi. Anche il modo di focalizzare le notizie sul fatto che le società “battono le stime” fa perdere completamente il focus sull’andamento reale dei profitti. Tutti enfatizzano il fatto che la società “batte le stime”, ma non viene evidenziato dai media se i profitti salgono o scendono.

I mercati selettivi, dove gli investitori cercavano di allocare il capitale verso chi lo meritava e lo toglievano a chi non lo utilizzava in modo remunerativo, non avrebbero mai sostenuto un sistema come quello attuale. L’interesse delle autorità è dunque quello di fare in modo che il denaro continui a confluire in modo indiscriminato verso un sistema che non produce più ricchezza (se non in modo concentrato) e sostenga un modello nato 15 anni fa sul QE, che ora è sull’orlo dell’insolvenza. Il motivo per il quale il mercato non deve essere selettivo è dunque evidente, dato che, nel momento in cui dovesse fare la distinzione tra “il grano e la paglia”, la situazione inizierebbe a degenerare in tempi molto rapidi. Questa è la reale situazione nella quale ci troviamo attualmente e che cerchiamo in tutti i modi di nascondere.

Comunque sia, dato che in economia nulla è gratis e il conto da pagare arriva sempre, l’allocazione di ingenti risorse finanziarie verso attività in perdita o non remunerative, che per di più non possono fallire perché rischiano di innescare effetti sistemici, procurerà nel migliore scenario possibile la stagnazione di lungo periodo, dato che una crescente percentuale delle risorse finanziarie a disposizione devono servire a puntellare società insolventi che non producono reddito. In questo scenario la redditività del capitale, che ha beneficiato di ritorni fuori dalla media negli ultimi dieci anni grazie a fenomeni straordinari, è destinata a subire (purtroppo) un netto ridimensionamento. È inoltre inevitabile che il long landing, procurato da una crisi strisciante del colossale debito speculativo contratto nell’era del QE, prima o poi, si trasformerà in un hard landing (“how did you go bankrupt? Two ways. Gradually, then suddenly” – Ernest Hemingway, The Sun Also Rises).

Il mercato mondiale del credito verso il collasso. Parola d’ordine: rinviare i defaults nel tempo

Il colossale debito contratto dal sistema in 14 anni di QE ha iniziato a cedere. Il recente declassamento del rating del debito sovrano USA è solo la punta dell’iceberg di un sistema al collasso.

Di Maurizio Novelli*

Mentre tutto sembra sopito sotto il manto della bassa volatilità e gli indici delle borse mondiali si aggrappano vicino ai massimi storici, silenziosi ma importanti eventi confermano l’ingresso nella prima fase della crisi da debito che sta iniziando a diffondersi nell’economia mondiale.

L’attenzione dei media verso la Cina serve a concentrare il focus sui problemi degli altri per nascondere i propri. La Cina, invece, è la punta dell’iceberg del debito fatto a tassi bassi per finanziare l’acquisto di asset a bassa redditività. Il mercato dei Leverage Loans, di cui sono infarcite le banche statunitensi e lo Shadow Banking System (Mutual Funds, CLO, Hedge Funds ecc) è, in questi mesi estivi, impegnato in un disperato tentativo di negoziare un allungamento delle scadenze dei prestiti che stanno giungendo a maturazione e non sono rimborsabili dai debitori insolventi. Il tentativo di evitare i default allungando le scadenze non modifica comunque il profilo finanziario del debitore, che anzi si ritrova ad essere comunque oberato da tassi d’interesse piu’ alti e con un business che, già durante l’era del QE e dei soldi facili, non riusciva a stare in piedi.

La strategia di rinviare e diluire le insolvenze a data futura è il classico meccanismo che porta alla Balance Sheet Recession di stampo giapponese. Recentemente, Bloomberg ha pubblicato un articolo sui rischi di crisi del mercato dei Leverage Loans e sui tassi di default pendenti che rischiano di innescare una crisi di rifinanziamento per un mercato che vale 1,5 trilioni di USD. Le Banche USA che hanno in posizione tali prestiti, i fondi d’investimento e i CLO stanno spingendo per l’allungamento delle scadenze dei rimborsi, dato che moltissime aziende non sono in grado di ripagare il debito. Le aziende in questione hanno business “zombie“, e per questo motivo non saranno mai in grado di ripagare i prestiti, ma ora la priorità è rimandare i defaults nel tempo. Anche con gli Student Loans e il Private Credit, che valgono 1,5 trilioni di USD ciascuno, si è fatto lo stesso: posticipare la moratoria sui pagamenti di interessi e capitale per non scatenare un’ondata di default sulle cartolarizzazioni ABS outstanding.

Solo questi segmenti del mercato del credito valgono 4,5 trilioni di USD, il 20% del PIL USA. Vedremo cosa accadrà ai prestiti subprime di auto, carte di credito, commercial real estate che stanno evidenziando un aumento delle insolvenze.

Il colossale debito contratto dal sistema in 14 anni di QE ha iniziato a cedere, e questo è solo l’inizio. Il recente declassamento del rating del debito sovrano USA è solo la punta dell’iceberg di un sistema al collasso, dove il peggioramento della qualità del credito del governo USA (la tripla A per eccellenza), fa intravedere, per chi vuole guardare oltre, come può essere la qualità del credito di tutto il resto che ci sta sotto. Infatti, mentre tutto il dibattito si è concentrato sul debito federale fuori controllo, nessuno ha parlato di cosa sta succedendo a livello di singoli stati e municipalità, dove la situazione, se è critica a livello federale, è particolarmente più seria e grave a livello locale: altri 3,2 trilioni di USD (12,5% del PIL) sono sotto minaccia di downgrading con elevati rischi di solvibilità.

Pertanto, il peggioramento strutturale della qualità del credito in circolazione sarà la caratteristica del lungo periodo di crisi che si apre dopo gli interventi straordinari post Covid. Il problema è che l’allungamento delle scadenze avviene a tassi che rendono il debitore ancora più insolvente di prima. Quindi lo scenario di Balance Sheet Recession è ora cominciato, e trilioni di USD di liquidità rimarranno incagliati in posizioni di finanziamento a business che non producono profitti, e a debitori insolventi per evitare di innescare defaults e insolvenze a cascata. Questa gigantesca allocazione di capitale verso attività in perdita e insolventi continuerà a compromettere la redditività di sistema, e peggiorerà ulteriormente il moltiplicatore del debito, costringendo l’economia globale in uno scenario di long landing giapponese. Chi era già virtualmente fallito durante l’era dei tassi a zero e dell’economia in crescita, difficilmente diventerà solvibile con i tassi al 5% e l’economia in stagnazione.

*Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund