Giugno 10, 2026
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Equiduct, forte crescita nel 2020. Quota di mercato europeo e turnover in aumento

La piattaforma focalizzata sul segmento europeo ha continuato a guadagnare volume e quote di mercato, nonostante il contesto competitivo. 

Equiduct, la piattaforma pan-europea focalizzata sul segmento retail, ha pubblicato di recente i risultati delle transazioni per l’anno 2020. Ha riportato un ADV (volume medio giornaliero) complessivo pari a 281 milioni di euro per l’ultimo trimestre dell’anno, con un guadagno del 65% rispetto allo stesso trimestre del 2019. Il volume medio giornaliero per il 2020 ha raggiunto quota 283 milioni di euro, contro i 149 milioni di euro del 2019, ossia un incremento dell’88%. In confronto, l’attività di trading nei mercati europei tradizionali è cresciuta solo del 5% anno su anno.

Equiduct ha inoltre registrato un incremento del 132% delle operazioni totali – passando dai 6,3 milioni del 2019 ai 14,6 milioni di transazioni nel 2020, e la sua quota di mercato in tutta Europa è salita del 78%.

Questo successo segue il lancio, nel 2019, di Apex – il servizio di best execution senza commissioni per gli intermediari retail. Apex è un servizio di trading regolamentato, conforme alla normativa MiFID e completamente trasparente, che permette l’esecuzione degli ordini retail nell’order book di tutta Europa ed è supportato da un insieme di provider della liquidità e di broker attivi.

Dave Murphy

Dave Murphy, CEO di Equiduct, ha dichiarato: “Il 2020 è stato un anno di forte volatilità e la partecipazione del segmento retail è aumentata. Crediamo che sia responsabilità delle borse offrire soluzioni innovative per migliorare i mercati e questo aspetto riveste un ruolo centrale nella nostra attività. Diamo spazio alle esigenze degli operatori e cerchiamo di migliorare costantemente la nostra offerta – che già si presenta come best-in-class. Per questa ragione abbiamo lanciato Apex un anno fa, per offrire un terreno di gioco di livello ai broker retail che non sempre sono riusciti a beneficiare dell’accesso a più fonti di liquidità dopo l’introduzione delle normative MiFID”. “La nostra tecnologia è stata ideata per i broker retail, con l’obiettivo di migliorare significativamente l’esperienza finanziaria degli investitori finali e la best execution per tutti gli attori coinvolti. I risultati sorprendenti che abbiamo ottenuto nel 2020 testimoniano l’evidente apprezzamento dei nostri servizi da parte della comunità retail, con un miglioramento di quasi il 90% del turnover”.

Secondo Wail Azizi, Managing Director e Global Head of Growth di Equiduct, “I broker retail hanno dimostrato uno straordinario interesse per le soluzioni innovative che consentono di fornire best execution ad un costo più vantaggioso per i propri clienti. Inviare semplicemente gli ordini alle principali piazze di negoziazione non è più sufficiente. Con il 2021 siamo certi che avremo la possibilità di accogliere un numero ancora maggiore di membri sulla nostra piattaforma, aiutandoli ad offrire una best execution efficiente dal punto di vista dei costi ad un numero crescente d’investitori retail in tutta Europa”.

Equiduct, che è un segmento di mercato di Börse Berlin, è una piattaforma di trading innovativa, che garantisce a tutti gli operatori di accedere ai prezzi migliori disponibili in Europa, utilizzando un sistema proprietario di calcolo per l’individuazione del prezzo su ben 11 mercati, ricoprendo 16 tra i principali indici europei.

La consulenza finanziaria che non c’è. Diario di un sistema che non impara dai propri errori

Imbrigliare la consulenza finanziaria, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici.

Di Maurizio Nicosia*

Nelle scorse settimane ho festeggiato i 20 anni di iscrizione all’albo, e riflettevo sulle motivazioni che mi hanno indotto a lasciare il porto sicuro della banca tradizionale per abbracciare il mondo della consulenza finanziaria. In realtà allora si chiamava promozione finanziaria, e l’idea che il sistema aveva dei promotori finanziari era quella che fossero dei venditori di spazzole.

Chi, come me, aveva vissuto nel mondo delle banche e si occupava di risparmio o investimenti, stava vivendo la trasformazione della banca da anello di congiunzione tra famiglie e imprese a moderno Cerbero commerciale che, attraverso continue pressioni e scadenze quotidiane, traghettava verso l’ignoto gli ignari impiegati, spremendoli come limoni via via che i margini sugli interessi si comprimevano.

Noi bancari di allora eravamo stanchi, e parecchi di noi avevano voglia di unirsi a quei pionieri che avevano fondato la libera professione non avendo neanche gli strumenti migliori per gestire i risparmi. Ma la banca tradizionale, come istituzione, resisteva e reagiva; e così i cattivi, agli occhi dei clienti, continuavano ad essere i promotori finanziari, che faticavano non poco a crescere professionalmente e a consolidare il proprio ruolo sociale, pur cominciando a beneficiare economicamente dell’onda lunga del risparmio gestito, quella che si trascina ancora oggi.

La crisi finanziaria del 2007 ha dato una spallata al sistema, e le reti di promotori, grazie ad una maggiore consapevolezza professionale, hanno ingranato la quarta ed iniziato un inarrestabile corsa che portava alla loro affermazione e alla progressiva erosione delle quote di mercato appartenenti al mondo bancario tradizionale, il quale cominciava a risentire della crisi da mancanza di margini e da asfissia di impieghi alle imprese.

Quello è stato il momento della svolta, e noi ex bancari siamo diventati consulenti nel momento in cui abbiamo realizzato che eravamo gli unici a poter accompagnare le famiglie nelle loro scelte di vita, entrando nelle loro case. Dalla vendita allo sportello di prodotti siamo passati rapidamente alla pianificazione finanziaria, cominciando subito a lavorare sulle esigenze e non sulla vendita dei prodotti da banco. Molti di noi, ancora oggi, conservano le prime schede-incontro dove segnavamo a mano la storia delle famiglie che incontravamo e il piano di azione che rispondesse agli obiettivi della loro vita.

La consapevolezza che esiste un metodo per gestire il ciclo di vita familiare ha contribuito più che mai alla nascita degli odierni consulenti finanziari, che a pieno titolo hanno iniziato un percorso di graduale abbandono della veste di semplici collocatori di prodotti.

Viene da chiedersi, però, cosa abbiano fatto gli intermediari nel loro complesso, mentre i consulenti camminavano – anzi, correvano – lungo questo percorso di sviluppo virtuoso: hanno forse fatto della consulenza la loro bandiera, prendendo le distanze dai disastri comminati al sistema finanziario ed ai risparmiatori negli ultimi trent’anni? Non esattamente. Come rimedio generale, infatti, le massime istituzioni europee ci hanno “donato” le due MiFID. In particolare, si è preteso che la risposta al sistema “combina-disastri” poteva essere trovata nella MiFID II, con la quale l’Unione Europea ha cercato di normare rigidamente i processi di produzione e distribuzione degli strumenti finanziari e persino della consulenza, ingabbiando di fatto il sistema.

Pertanto il legislatore, conoscendo perfettamente le logiche del mondo bancario, ha inserito delle regole che impedissero agli intermediari di produrre periodicamente gli scempi a danno dei risparmiatori. Però, imbrigliare la consulenza, per sua natura sartoriale, in una griglia rigida di regole asfissianti, rischia di procurare più danni che benefici, proprio come si è verificato a marzo, allorquando gli intermediari si sono concentrati non su come tutelare il patrimonio dei clienti e su come gestirlo (bene, dinamicamente) durante le fasi più acute della crisi, ma su come svolgere al meglio il compitino della MiFID II, attivando persino sistemi automatici di blocco degli investimenti “per rischio mercato” al fine di evitare eventuali – e assolutamente improbabili, date le circostanze – responsabilità legali.

Il “sistema MiFID”, pertanto, ha mostrato di saper tutelare se stesso, ma non migliaia di clienti delle reti di consulenza finanziaria, e cioè quelli che tra Marzo e Aprile, a seguito dei fortissimi ribassi di borsa di quei giorni tremendi (ricordate il – 16.94% del 12 Marzo 2020?), manifestavano al proprio consulente la volontà di voler investire per approfittare del crollo del listino – o per “mediare” il prezzo dei loro strumenti finanziari, scesi anche del 40% – ma ciò gli veniva impedito dai blocchi MiFID.

Una cosa mai vista prima di allora: il sistema dei controlli che forza la stessa volontà dei clienti, assumendo così un ruolo “autoritario” che stride fortemente con qualunque regola liberista e democratica su cui dovrebbe poggiare il mondo della Finanza e del Risparmio.

Il progetto sognato di una consulenza finanziaria di parte terza, slegata dal prodotto, si infrange così sul muro della MiFID II e sulla vendita in appropriatezza di prodotti da banco che “marginano” di più, oppure sui processi di fidelizzazione del cliente attraverso il riconoscimento della forza del marchio. A ben vedere, proprio quest’ultimo punto rivela il desiderio  – manifestato già con la MiFID I – del sistema bancario-finanziario di ridurre il ruolo dei consulenti a meri spettatori non pensanti, asserviti a regole che sviliscono meritocrazia e professionalità.

Oggi, a causa del fiume in piena di masse amministrate che arriva alle reti dalle banche tradizionali, si sta perdendo la focalizzazione sulla consulenza olistica e sulla sua capacità di emancipazione dei consulenti, dei clienti e – perché no – anche delle società mandanti. Infatti, il consulente lavora insieme al cliente in funzione del ciclo di vita, del budgeting familiare, della classificazione di priorità tra bisogni ed esigenze, ma poi deve confrontarsi con dei “freddi” motori di asset allocation, all’interno dei quali – ob torto collo – egli deve individuare strumenti idonei a coprire delle esigenze che in realtà sono analizzate, al massimo, in una ottica di massimizzazione del rischio-rendimento generico. Così procedendo, dato lo scarso livello di educazione finanziaria dei clienti – molti dei quali ancora oggi sono inclini alla ricerca del prodotto “speciale che rende bene” – sarà molto difficile portare la consulenza patrimoniale al centro dei processi di crescita della nostra economia.

Maurizio Nicosia

In definitiva, mentre i consulenti finanziari vanno verso una direzione innovativa, che “rompe” con il passato, in cui l’attività di gestione dei risparmi è strumentale al raggiungimento del benessere dei clienti (e non più del rendimento), il sistema banche-reti continua ad avanzare nella sua direzione del massimo profitto, determinando una scollatura dalla tradizionale comunità di intenti che una volta aveva con gli ex promotori. Pertanto, risulta sempre più difficile conciliare le due posizioni, almeno finchè le reti non decideranno di adeguare la propria offerta di servizio-prodotto alle necessità di vita dei clienti – e non semplicemente a quelle finanziarie – e ad un modello di gestione di tali esigenze attraverso servizi avulsi dalla semplice gestione degli strumenti finanziari. Soltanto così, affiancando la “gestione del benessere familiare” ai prodotti finanziari si potrà mitigare l’eterno conflitto di interessi di un sistema che non riesce ad imparare dai propri errori.

La MiFID II, purtroppo, non agevola questo salto di qualità, e sarà difficile, nel breve periodo, convincere gli intermediari che il modello iper-standardizzato genera danni ai consumatori, e finirà con l’irritare gli stessi consulenti, stretti come sono tra mille regolamenti e nuove mansioni poco adatte al cuore della professione: l’attività di relazione.

* Area manager di una primaria rete di consulenza finanziaria italiana

La MiFID e la “dissonanza cognitiva”. In che direzione va la professione di consulente finanziario?

Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche se nessuno vuole vederli.

Di Alessio Cardinale

Con il documento di Action Plan verso la Capital Market Union (CMU), pubblicato lo scorso 24 Settembre, la Commissione Europea ha preparato il terreno per l’introduzione dell’obbligo di una certificazione europea per i consulenti finanziari, allo scopo di attestare il livello di conoscenza, di qualificazione e di formazione permanente di ciascuno di essi, e creare uno standard di qualificazione professionale per tutti i consulenti finanziari operanti nell’UE.

L’intento, come sappiamo, è quello di procedere verso un unico Albo europeo dei consulenti finanziari e, domani, di consentire ai professionisti che vorranno misurarsi con i mercati di altri paesi di prestare la propria opera in qualunque stato membro, diventando così “internazionali”. Pertanto, sembrerebbe a prima vista un evento di portata eccezionale per la categoria dei consulenti finanziari; approfondendo la questione, però, non sono poche le perplessità che si generano.

LO SPETTRO DELLO STANDARD. Qualunque professione fonda le proprie radici sulla indipendenza intellettuale di chi la esercita. E’ proprio grazie a questa autonomia, espressa all’interno di un corpus di regole uguali per tutti gli appartenenti, che la c.d. professione liberale si distingue dal lavoro dipendente. Di conseguenza, un elevato livello di standardizzazione dei processi di creazione dell’opera intellettuale svilisce e mortifica qualunque professione, che appunto si basa sulla indipendenza e ammette, al massimo, la sola standardizzazione delle procedure di trasmissione dell’opera a chi deve beneficiarne e, laddove occorre, agli enti di controllo amministrativo e vigilanza.

Questo percorso logico e chiaro a tutti, purtroppo, non è stato osservato per la categoria professionale dei consulenti finanziari, e qualunque percorso che portasse alla costituzione di un vero Ordine di professionisti, cui da più parti si vagheggiava, è stato interrotto a partire dal 2007, allorquando fu chiaro che la normativa MiFID fosse concepita politicamente per consentire al sistema finanziario europeo – fino al 2008 poco competitivo – di rivaleggiare con quello statunitense e – oggi più che mai – con quello asiatico-cinese, che sta muovendo velocemente i propri passi.

Sfortunatamente, a giudicare dalle cifre del portafoglio medio per consulente, siamo ancora ben lontani dalle medie USA, dove un professionista viene giudicato “appena discreto” al raggiungimento di un portafoglio di almeno 100 milioni di USD. Pertanto, delle due l’una: o il sistema MiFID europeo non ha raggiunto il suo obiettivo, riuscendo a replicare solo una brutta copia del sistema americano, oppure il percorso della MiFID – basato essenzialmente sull’aumento del portafoglio medio pro capite a discapito della qualità e del ricambio generazionale – non si è ancora completato e, per i prossimi 10-15 anni, prevede la continuazione di un processo di profonda trasformazione e “concentrazione” per mezzo dei seguenti passaggi:

– limitazione, in termini percentuali, del passaggio generazionale dei portafogli “da padre in figlio”, al fine di ridurre considerevolmente il numero di consulenti e, in virtù di un denominatore più basso (numero consulenti) a fronte di un numeratore (masse amministrate) superiore o anche uguale a quello di oggi, avvicinarsi alle vette americane;

– progressivo allontanamento, con modalità riservate e con incentivi, dei consulenti con portafogli inferiori a 15-20 milioni;

– selezione e formazione specifica di un numero limitato di risorse umane più giovani, provenienti dal mondo universitario, da finanziare tramite la riduzione dei costi derivante da quanto previsto al punto precedente, arrivando così al pensionamento dei consulenti over 55 con forze fresche, di età media 35 anni, a cui riassegnare le masse a fronte di margini provvigionali molto ridotti.

Nella mente degli “architetti” della MiFID, tutto questo dovrebbe migliorare il sistema, ma non tiene in conto della possibile evoluzione del sistema finanziario americano, ed anzi sembra assumere per scontato che la media USA di AUM (Asset Under Management) per consulente rimanga ferma.

Le variazioni della ricchezza amministrata dai consulenti finanziari, prendendo in esame il periodo 2008-2020, sono state notevoli, al pari delle riduzioni dei margini di guadagno per le reti, e ciò testimonia la tendenza in atto di cui parlavamo prima. Banca Generali, per esempio, ha più che quadruplicato la sua raccolta, seguita da Azimut (205%), Mediolanum (198%) e Fineco (173%), mentre l’incremento più contenuto è quello di Fideuram (+84%) che però partiva da 60,5 miliardi di masse amministrate già nel 2008. Se analizziamo il numero di consulenti, i dati cominciano ad essere contrastanti. Si va dalla crescita di Azimut (+68%) e di Banca Generali (+51%), alla cura dimagrante di Allianz Bank (-26%), Mediolanum (-19%) e Fineco (-5%). La diminuzione della forza vendite, naturalmente, ha determinato un deciso miglioramento della AUM media per consulente, eccetto Banca Generali che ha registrato una crescita record di AUM per consulente (+ 273%) pur avendo aumentato il numero di professionisti. Le altre reti, invece, hanno ridotto il numero di consulenti e, quindi, aumentato l’AUM media (Mediolanum + 268% e Allianz Bank +213%).

LA DISSONANZA COGNITIVA. A monte di tutto sembra predominare un piano mosso da una serie di luoghi comuni usati strumentalmente, più che dall’industria, dalla politica europea. La MiFID, infatti, ha inviato alcuni inaccettabili messaggi subliminali al sistema. Il primo è che la riduzione dei margini di ricavo seguiti all’introduzione delle due MiFID siano il “prezzo” che i consulenti finanziari debbano pagare per i presunti “eccessi” di una condotta professionale rivolta, più che alla qualità, alla ricerca di lucrose commissioni; la seconda è che i risparmiatori italiani siano tutti degli analfabeti funzionali, giacchè nel periodo considerato (2008-2020) hanno ricevuto puntualmente le comunicazioni sulle commissioni pagate, scritte nella loro lingua madre, e non le hanno capite.

Eppure, qualunque conferma di investimento, fin dagli albori della consulenza finanziaria – quando ancora non era stato codificato neanche il termine “promotore” – ha sempre recato in maniera chiara ed inequivocabile l’entità delle commissioni pagate. Pertanto, si fa strada la convinzione che, a rafforzare gli evidenti interessi politici – le banche e le reti non si sarebbero neanche sognate di mettere in campo le due MiFID – sia esistita una sorta di meccanismo manipolativo, a sua volta agito attraverso l’induzione di una c.d. “dissonanza cognitiva” (concetto introdotto da Leon Festinger nel 1957), ossia una contraddizione interna che porta qualcuno a parlare e a pensare in modo contrario a ciò che sente e percepisce, o a ciò che un ragionamento logico suggerirebbe. La sudditanza ad un sistema – economico o politico – implica sempre l’esistenza di una o più dissonanze cognitive, un pò come il prigioniero che vede un amico nel proprio carceriere, nonostante questi lo abbia privato della sua libertà.

Leon Festinger

La “ricetta” della manipolazione consta di alcuni passaggi chiave. Il più importante è la provenienza dei principi che spingono all’azione: se essi non provengono dalla “pancia” (i consumatori, ossia la Domanda), bensì “calati dall’alto” dal sistema stesso (l’Offerta), il rischio di dover utilizzare una manipolazione collettiva esiste sempre, e assicura il buon esito delle operazioni che il “manipolatore” si è prefissato di raggiungere.

Facciamo un esempio pratico. Ricordate il recente caso della modella di Gucci “non esattamente bella”, ma designata quale nuovo canone di bellezza “non convenzionale”? In sintesi, Gucci ha scelto come testimonial una donna che palesemente mostra un aspetto contrastante con il ruolo assegnatole nel campo della moda, dove le indossatrici – magrezza a parte – sono oggettivamente e mediamente belle o addirittura bellissime. Chiunque, vedendo la sua foto, ha sentito immediatamente che c’era qualcosa che non andava; però, contestualmente, quella sensazione di contrasto – e la reazione negativa che ne è seguita – è stata indicata dai media come “sbagliata”, al punto che chi non la pensava come Gucci veniva additato come individuo mediocre, per nulla aperto al progresso e capace solo di giudicare una donna per il suo aspetto “convenzionale“.

In pratica, con la minaccia di tale “punizione sociale”, ben veicolata dai media e dal marketing, si sono spinte le persone a pensare l’opposto di ciò che sentivano, e a “farsi piacere” la modella di Gucci. Trasponendo il concetto sulla MiFID, la possibile dissonanza cognitiva si potrebbe riassumere così: si dice ripetutamente che la trasparenza è importante, ma che fino ad oggi non è stata garantita ai risparmiatori; quindi, bisogna rivoluzionare tutto, e se non sei d’accordo passi per consulente avvezzo solo al business ed al tornaconto personale. Questo fa sentire immediatamente che c’è qualcosa che non va (dissonanza cognitiva), dal momento che i limiti ed i sacrifici economici – solo per i consulenti finanziari – dettati dalle due MiFID non sono mai piaciuti nè agli interessati nè alle mandanti, e la trasparenza, prima delle MiFID, c’era eccome: i clienti ricevevano puntualmente una comunicazione scritta, per posta, recante il resoconto dell’operazione effettuata, con evidenza delle spese sia in percentuale che in valore assoluto, mentre oggi, con le comunicazioni inviate quasi esclusivamente online (per chi ha l’home banking, e cioè quasi tutti, anziani compresi), solo una piccola parte della clientela le legge (si stima non più del 15%), per cui possiamo concludere che c’era più trasparenza prima della MiFID che oggi.

In definitiva, Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Con buona pace del progresso e dell’indipendenza professionale.

Storia della Consulenza Finanziaria in Italia. Dagli anni Ottanta ai giorni del Covid

(SECONDA PARTE) Dal lunedì nero del 19 Ottobre 1987, passando per il crollo del Nasdaq nel 2000, e poi ancora dall’11 Settembre e dalla grande crisi del 2008, la professione del consulente finanziario è riuscita a svilupparsi e a prosperare fino ai giorni nostri. I giorni del Covid.

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(SEGUE DALLA PRIMA PARTE) Durante tutti gli anni Ottanta si verifica un notevole incremento di appartenenti alla categoria, grazie al modello di business “piramidale” e ad un numero sempre maggiore di clienti interessati alla nuova offerta di servizi finanziari non distribuiti dalle banche. Le reti, nel frattempo, cominciano a diversificare la propria offerta, che si struttura adesso su tre categorie di base: fondi azionari, bilanciati ed obbligazionari.

Oggi sembra un’inezia, ma questa primordiale segmentazione – a cui corrispose una altrettanto primordiale applicazione del principio di diversificazione degli investimenti anche nel risparmio gestito – fu allora una specie di rivoluzione, che consentì ai consulenti dell’epoca non solo di moltiplicare a dismisura le opportunità di acquisire clienti e incamerare nuove commissioni, ma anche di riuscire a gestire eventi di borsa catastrofici come il famoso “Lunedì nero” del 19 Ottobre 1987. Inoltre, grazie a questa suddivisione il mercato dei fondi comuni di investimento, prima venduti ad una nicchia di risparmiatori desiderosi di cimentarsi nel preistorico mercato azionario italiano per  limitare i rischi, si aprì anche alla classe media.

ANASF, in quegli anni, si adopera per dare vita ad un nuovo organismo di vigilanza dedicato alla certificazione dei servizi finanziari offerti al pubblico dei risparmiatori, anche perché la raccolta delle reti si attestava già sui 2.500 miliardi (in lire del 1981, ossia circa 5,7 mld di euro odierni), ed i risparmiatori che avevano sottoscritto fondi comuni di diritto estero, certificati immobiliari e gestioni patrimoniali erano già circa 300.000.

Negli anni successivi, una spinta poderosa al settore veniva data sia dall’istituzione dei fondi comuni di investimento italiani, sia dalla regolamentazione della sollecitazione del pubblico risparmio, giunta nel 1990 con un Albo ufficiale che permetteva finalmente ai risparmiatori di poter riconoscere con certezza gli operatori autorizzati ad effettuare proposte di investimento.

Con l’istituzione dell’Albo, però, la definizione di consulente/agente finanziario lasciava il posto a quella di Promotore di servizi finanziari, dal momento che la consulenza finanziaria diventava ope legis un’attività riservata alle sole Sim, distinta dalla sollecitazione del pubblico risparmio.

Il regolamento della Consob concernente l’Albo e l’attività dei promotori di servizi finanziari veniva adottato con deliberazione n. 5388 del 2 luglio 1991 (con operatività a partire dal 5 gennaio 1992) ed è rimasto in vita fino al 2018, anno in cui L’albo unico dei consulenti finanziari passava sotto la gestione dell’Organismo Unico OCF (LIBRO XI, Parte III del regolamento Consob n. 20307/2018).

Gli anni ’90 sono stati, senza ombra di dubbio, gli anni della crescita dei consulenti finanziari e del nuovo modello di business della “banca-rete”, ossia della banca a servizio dei promotori. Fideuram è il precursore di questo processo di trasformazione commerciale, e trasforma la sua SIM in banca, aprendo un buon numero di filiali nelle maggiori città italiane, laddove si concentrava maggiormente la ricchezza e cimentandosi per prima nel reclutamento dei bancari che, forti del contatto e della fiducia della clientela, volessero valutare l’accesso alla professione.

Nonostante il modello Fideuram venisse immediatamente seguito da altre realtà del settore, durante questi anni di forte sviluppo una insana decisione di natura politica portava alla eliminazione della figura del praticante, ruolo indispensabile per un costante ricambio generazionale e, quindi, per la “continuità della specie” degli ex promotori, colpiti oggi da un elevato indice di invecchiamento e da una ineluttabile riduzione degli appartenenti alla categoria già nei prossimi cinque anni. L’età media dei professionisti, infatti, si è innalzata senza freni, e rappresenta adesso la principale barriera all’entrata di risorse umane con portafoglio clienti da creare ex novo.

In molti oggi cominciano a chiedersi il perché di questo enorme errore di valutazione, anche perché gli utili a profusione di quegli anni (e di quelli successivi) avrebbero consentito alle banche-reti di continuare ad investire con scioltezza nella selezione dei migliori praticanti promotori.

Tra il secondo ed il terzo millennio, superata la paura del Millennium Bug (chi se lo ricorda?) e lo shock del famigerato 11 Settembre 2001, si è andati spediti verso il 2007-2008, anno in cui due eventi fondamentali hanno scosso fin dalle fondamenta la categoria dei consulenti finanziari: la crisi mondiale innescata negli USA dalla bolla dei mutui (e dei titoli) c.d. subprime, e l’avvento della MiFID I, che introducendo il divieto di duplicazione dei regimi commissionali (gestioni patrimoniali e fondi di fondi) portava ad una “sforbiciata” del reddito dei promotori in misura pari al 35-40%, facendo nascere nei consulenti l’esigenza di aumentare il proprio portafoglio medio.

Negli anni successivi al 2008, le reti hanno consolidato il proprio modello di business e, complice la nuova era dei tassi di interesse prossimi allo zero, i promotori hanno aumentato notevolmente le masse investite nel risparmio gestito, diventato così  l’insieme di strumenti finanziari preferito da milioni di risparmiatori “orfani” del tasso fisso.

L’entrata in vigore della MiFID II introduce, tra le altre cose, un giro di vite sulle regole di trasparenza relative ai costi pagati dalla clientela. A ben vedere, si tratta di una riforma “calata dall’alto”, cioè dalle Istituzioni che governano l’Offerta (e non dalla Domanda, cioè i clienti), e ciò porta necessarie trasformazioni ma anche autentiche distorsioni (tra le prime, una ulteriore riduzione dei ricavi dei consulenti).

Nell’anno della MiFID II, i promotori tornano ad essere chiamati consulenti, e oggi all’Organismo Unico sono iscritti, in tre distinte sezioni, i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, i consulenti finanziari autonomi e le società di consulenza finanziaria. (L’albo e le modalità di iscrizione alle tre sezioni sono pubblicati sul sito dell’OCF https://www.organismocf.it). Pertanto, grazie a questa riforma il “piccolo/grande universo sconosciuto” dei consulenti c.d. indipendenti riceve la dignità che molti attendevano, e i mesi successivi vedono gradualmente lievitare sia il numero dei singoli professionisti, sia quello delle società di consulenza (le SCF). Inoltre, con le delibere n. 20503/2018 e 20704/2018, sono state trasferiti dalla Consob all’OCF i poteri sanzionatori e di vigilanza sulle tre categorie di consulenti finanziari.

Il 2019 scorre con lo spauracchio della nuova rendicontazione da inviare alla clientela (paura poi rivelatasi del tutto superflua), e proprio mentre ci si preparava ad un 2020 di “ordinario sviluppo” e nuova raccolta, arriva la pandemia di Covid-19. Si tratta di un evento ancora in corso, di cui oggi non si intravede la soluzione e che accomuna tutta la popolazione mondiale all’interno di nuove modalità di relazione (social distance) e stringenti regole di vita.

Tuttavia, nonostante il ritorno alla normalità sia ancora lontano, sono molteplici le profonde trasformazioni che la pandemia ha determinato anche nella professione di consulente finanziario, il quale ha dovuto anticipare di qualche anno –  insieme ai propri clienti – una evoluzione dei costumi professionali che, in tutta probabilità, si sarebbe verificata solo con le nuove generazioni di clienti (e di consulenti). In particolare, si è reso necessario tornare ad esplorare le tecniche di marketing operativo, adattandolo alle circostanze, rese necessarie del “dialogo a distanza” con la clientela effettiva e, soprattutto, con la clientela potenziale, la quale adesso va cercata utilizzando gli strumenti della tecnologia.  

Questo ritorno allo studio e all’approfondimento dei temi della “vendita” – da adattare alla comunicazione a distanza, anche video – ci riporta prepotentemente al passato, e ci fa sentire nuovamente figli, nipoti e pronipoti di Bernie Cornfeld e della sua “visione”. Nonostante oggi si dibatta ancora sul suo vero ruolo di presunto truffatore o di vittima della buona fede e dell’inesperienza, del visionario Bernie Cornfeld i consulenti di oggi conservano intatto il suo “corredo genetico” fatto di spirito di iniziativa, diplomazia, attitudine al problem solving, capacità di ascoltare, coraggio e spregio della fatica. Tutto questo consentirà ai consulenti di essere pronti, quando la pandemia troverà la sua fine, per cavalcare la grande ripresa mondiale delle relazioni; per cui, anche oggi, è fondamentale non perdere mai la nostra personale “visione”, proprio come il nostro avo a stelle e strisce, perché il rapido avverarsi delle circostanze potrebbe coglierci impreparati.

Risparmio gestito e Consulenza Finanziaria: modelli industriali e rispettivi cicli di vita in completa antitesi

Quella dei consulenti finanziari è l’unica categoria produttiva al mondo capace di vedere diminuire, nel tempo, i propri margini di ricavo a fronte dell’esplosione della clientela e della domanda. Due modelli e due cicli di vita diversi tra loro, in cui uno sta “cannibalizzando” l’altro in nome della sua sopravvivenza.

Di Massimo Bonaventura

Viste sotto l’ottica “industriale”, quelle del Risparmio Gestito e della Consulenza Finanziaria sono due “industrie” che, in generale, gli addetti ai lavori tendono quasi a confondere tra loro, visto lo stretto legame commerciale tra banchereti e consulenti finanziari. In realtà, a molti sfugge che il mercato degli strumenti di risparmio gestito e quello della Consulenza Finanziaria sono ben distinti tra loro, ed ognuno di essi obbedisce a logiche e meccanismi completamente differenti.

In particolare, oggi il futuro della Consulenza Finanziaria e dei suoi professionisti risiede nella capacità che essi avranno di contrastare la sostanziale inattività delle reti nel mettere in campo seri programmi di ricambio generazionale, sul quale sembra non ci sia una volontà politica, almeno fino ad oggi.

In discussione c’è l’attuale modello industriale del Risparmio Gestito, che è pericolosamente ancorato alle caratteristiche proprie della fase di Maturità, mentre è evidente che le due MiFID, che non sono state capaci di rilanciare il sistema, adesso lo spingono verso una fase inarrestabile di declino.

In pratica, è come un cane che si morde la coda: per sopravvivere, i gruppi bancari proprietari delle reti diminuiscono periodicamente i margini di ricavo dei consulenti – ai quali peraltro vengono “scaricate” mansioni amministrative non retribuite – e garantiscono utili e stabilità al proprio conto economico, ma contemporaneamente non investono alcunchè sui giovani, i quali dovrebbero garantire il ricambio generazionale e la continuità nel tempo della categoria.

Continuando di questo passo, invece, sembra quasi che il vero obiettivo sia la scomparsa dei consulenti finanziari, da attuare a mezzo di una loro progressiva “disintermediazione” dai prodotti finanziari, grazie anche alla tecnologia online e alla sempre maggiore familiarità delle nuove generazioni di investitori-risparmiatori con gli strumenti online di gestione dei propri risparmi.

Lo studio del ciclo di vita in cui si trovano i due settori, poi, chiarisce ancora meglio il problema. Il settore del Risparmio Gestito si trova alla fine del suo ciclo di vita, e cioè in fase in declino, dal 2008, e spiace dire che a contribuire a questo cambio di rotta sia stata la politica europea della MiFID, calata dall’alto e creata al solo scopo di competere con il più efficiente sistema finanziario americano. Il settore della Consulenza Finanziaria, invece, si trova all’inizio del suo ciclo di vita. Si potrebbe dire che esso non sia ancora nato, e che la gestazione rischia di avere un esito infausto, con il “bambino” che rischia di non vedere mai la luce oppure, passatemi il termine, di essere “cannibalizzato alla nascita”. Infatti, senza ricambio generazionale non si può passare dalla fase di declino a quella di rilancio, ma garantire solo una gestione delle masse e della clientela fino alla scomparsa dal mercato, per raggiunti limiti di età, di oltre 20.000 consulenti.

I segnali di quella “volontà politica” di cui parlavamo prima, e cioè di rallentare il ricambio generazionale tra i consulenti – bloccando così il ciclo di vita della Consulenza Finanziaria – ci sarebbero tutti, e li vediamo ogni giorno leggendo le notizie di settore.  Qualche giorno fa, per esempio, il magazine Bluerating ha parlato di semplice “selezione naturale”  in merito all’azione di “pulizia” che “le mandanti hanno iniziato, chi prima chi dopo, revocando il mandato ai professionisti con portafogli sotto la media e poco dinamici. Questo processo è ormai assodato nelle reti più grandi e affermate sul mercato, mentre le reti di più recente costituzione, che devono ancora crescere, paiono più clementi. Tutto ciò si traduce in una selezione mediamente mirata ai consulenti finanziari con portafogli superiori alla media e in misura marginale verso i professionisti con portafogli minori, a meno che non siano associati ai (pochissimi) giovani di belle speranze”.

Qualche settimana fa, invece, i media specializzati hanno parlato del fenomeno dei bancari in esubero e della corsa delle reti ad acquisire il loro portafoglio clienti. Infatti, il calo degli sportelli può rappresentare l’opportunità per le società mandanti di guadagnare quote di mercato a scapito dei colleghi bancari, che in base alle ultime rilevazioni Assogestioni gestiscono il 70% del patrimonio dei fondi comuni complessivamente collocati in Italia (ai consulenti finanziari il rimanente 30%). Sul punto era intervenuto anche Manlio Marucci, segretario di Federpromm-Uiltucs, secondo il quale “nei prossimi anni si porrà il problema vero del ricambio generazionale e la riqualificazione e formazione di tutto il personale…Troppe contraddizioni sono presenti sul tema, e se queste non vengono affrontate organicamente si rischia il collasso anche a livello delle stesse società di collocamento”.

La verità inconfessabile, però, è un’altra: i bancari in esubero sono circa 25.000, e quelli capaci di “migrare” clientela presso un rete di consulenza finanziaria (tranne rari casi) non sono giovani, ma alle soglie della pensione o giù di lì. Pertanto, ci si troverebbe di fronte ad una “infornata” di nuovi professionisti con una età media superiore ai 55 anni, perfettamente in linea con quella attuale dei 33.000 consulenti attivi e che tanti dubbi genera sulla continuità, entro i prossimi 7-10 anni, dell’intera categoria.

Inoltre, sui bancari di cui il sistema-filiale sta cercando di liberarsi, sussistono molte domande ancora senza risposta:  

  1. Quanti di loro potrebbero avere le caratteristiche per diventare consulenti finanziari?
  2. Quanti di loro erano dedicati alle relazioni con la clientela e alla consulenza agli investimenti?
  3. Perché le reti, anziché investire sui giovani, stanno dirigendo le proprie attenzioni sui più costosi ex bancari, peggiorando il quadro del ricambio generazionale?

In tempi difficili per tutti – e quindi anche per le famiglie-clienti – si dovrebbe investire nella continuità di lungo periodo, affinchè la fase di declino lasci il posto a quella del rilancio. Non sembra questa la direzione in cui si stia procedendo.

I geniali architetti della MiFID, il questionario e la “Consulenza Difensiva”

Oggi, forti di 12 anni di esperienza MiFID, possiamo dire che i consulenti finanziari di oggi hanno meno indipendenza dei promotori di ieri. Questo la dice lunga sul futuro dei 33.000 professionisti ancora attivi, che sembrano destinati ad una definitiva “bancarizzazione” insieme ai milioni di loro clienti.

Di Massimo Bonaventura

A distanza di 12 anni dalla prima MiFID, il bilancio per i consulenti finanziari ed i loro clienti è decisamente fallimentare: è cambiato tutto – soprattutto per il conto economico dei professionisti, in peggio – ma in realtà non è cambiato niente. Anzi, le due MiFID hanno fallito proprio laddove avrebbero dovuto avere successo: maggiore trasparenza e competenza per i clienti, e maggiore grado di responsabilità per i consulenti, ai quali andava anche garantita la continuità di opportunità economiche oggi drasticamente ridimensionate in una folle corsa all’aumento del portafoglio pro capite.

Dopo tutti questi anni, a giudicare dal livello di “ignoranza finanziaria” degli investitori italiani, e dall’aggravio delle mansioni amministrative affibbiate (senza corrispettivo né indennità) ai loro consulenti, lo scenario è sconfortante, ed impedisce di vedere un futuro durevole per le reti di consulenza.

Non è difficile giungere a tali conclusioni. Per farlo, basta esaminare come è cambiata la professione del consulente finanziario e,  in particolare, soffermarsi su alcuni elementi che compongono la quotidianità di questo lavoro e che, inspiegabilmente, vengono trattati alla stregua di fredde procedure burocratiche, cui destinare il tempo necessario per una meccanica compilazione dati. 

Il più importante di tutti è certamente il c.d. questionario, che è stato concepito fin dall’inizio come un semplice passaggio amministrativo e che, invece, dovrebbe rappresentare un momento di fondamentale approfondimento sia in occasione dell’inizio di una relazione professionale, sia della sua prosecuzione. I prodotti finanziari, infatti, sono semplici “materie prime” da lavorare per delineare il portafoglio finanziario (e non solo) dell’investitore. Per compiere correttamente questo compito, è necessario attribuire maggiore dignità a questa fase del processo di consulenza che i “geniali architetti” della MiFID hanno immaginato come routinaria, una sorta di catena di montaggio dove non viene lasciato alcuno spazio alla professionalità del consulente e, soprattutto, alle caratteristiche peculiari di quel dato cliente e/o famiglia.

Qualunque consulente di medio-lungo corso, infatti, sa bene che “ciascun cliente fa storia a sé”, e che lui/loro rappresentano una storia originale, sulla quale delineare una sceneggiatura personalizzata, che non troverà alcuna dignità in un questionario standardizzato, uguale per tutte le “storie”. Sarebbe opportuno, invece, strutturare il questionario di profilatura in modo da prevedere una batteria di domande uguale per tutti i clienti, ed un’altra lasciata in bianco, da compilare a cura del consulente in base alla storia familiare di chi ha di fronte. Ciò consentirebbe di effettuare il necessario approfondimento che ogni cliente merita, nonché di inquadrare meglio le caratteristiche della sua famiglia, eliminando alla fonte i rischi professionali derivanti dal dover attribuire – in accordo con il cliente, sapete di cosa parlo – una profilatura più “evoluta” (nonostante un più basso livello di esperienza e conoscenza), meno conservativa e, quindi, meno limitata in termini di opportunità finanziarie di lungo periodo.

Il problema è che la profilatura, così come è concepita dalle regole MiFID, è “statica”, fotografa cioè il cliente di “oggi”, e non contiene alcun elemento prodromico al repentino aumento di competenza ed esperienza derivante dal contatto con un consulente finanziario, che per natura fa professione di educazione finanziaria. La profilatura così standardizzata, infatti, non dà alcuna possibilità al cliente, reso nel frattempo più evoluto e competente dalla necessaria attività di formazione-informazione erogata dal proprio consulente, di sottoscrivere strumenti finanziari che richiedano maggiore esperienza e conoscenza, a meno che non si effettuino continue – e inopportune, soprattutto a livello di auditing – variazioni della profilatura.

La MiFID, nel suo “delirio ragionieristico” di voler incasellare l’incasellabile, sembra essere stata costruita senza tener conto della funzione fondamentale del consulente quale educatore finanziario. In pratica, chi l’ha concepita sembra aver mandato a tutto il sistema un messaggio “politico” di questo tipo: “continuate a fare ciò che volete, basta che le carte siano a posto!”.

E’ il problema, già evidenziato da questa testata giornalistica, della “consulenza difensiva”, fenomeno che con la MiFID II è stato “consacrato” a sistema non ufficiale proprio come nel settore sanitario, dove non è raro che ai pazienti vengano erogate cure e/o esami assolutamente inutili pur di dimostrare che si è osservato il protocollo medico e, in tal modo, non incorrere in procedimenti per responsabilità professionale in caso di richieste di risarcimento danni alla salute causati, all’interno della struttura sanitaria, da diagnosi poco attente ma “proceduralmente corrette” (c.d. Medicina Difensiva).

Peraltro, se al consulente finanziario venisse consentito di personalizzare il questionario, egli avrebbe un maggiore livello di responsabilità professionale verso i clienti, proprio come un medico. La MiFID, invece, raggiunge il risultato di tenere il sistema sostanzialmente indenne da rischi, scaricando sui clienti quasi tutte le responsabilità di scelte inopportune. Esattamente come nell’attuale legislazione sulla responsabilità medica, dove l’onere della prova rimane in capo al paziente (o ai suoi eredi…).

Inoltre, le due MiFID, combinate tra loro, contengono altri due messaggi – molto poco subliminali – rivolti alla categoria dei consulenti finanziari non autonomi. Il primo è il seguente: “non c’è spazio per le vostre competenze acquisite sul campo, dovete essere dei semplici esecutori amministrativi addetti alla scelta degli strumenti di investimento”. Il secondo è una diretta conseguenza del primo: “non avendo alcuna indipendenza nè retribuzione in materia di educazione finanziaria, non siete chiamati a farla”.

Eppure, nonostante ciò, i consulenti erogano ugualmente educazione finanziaria, con professionalità e spirito di servizio, anche in situazioni difficili, nonostante l’impianto della MiFID, così come è stato concepito dai sommi sacerdoti della consulenza difensiva, scoraggi i professionisti del risparmio a mettere in atto quello che, con malcelata ipocrisia, viene sbandierato come un cavallo di battaglia del mercato finanziario europeo: la crescita della competenza dei clienti in materia di finanza personale.

Balle. Inglesi a parte, e nonostante 12 anni di MiFID, gli europei detengono un livello di “ineducazione finanziaria” tra i più alti al mondo, e l’Italia il record assoluto (72% di connazionali finanziariamente “ignoranti”, secondo una recente ricerca). Negli Stati Uniti, gli elementi di finanza familiare vengono insegnati fin dalle medie inferiori e qualunque americano sa che, in occasione dei colloqui di assunzione, deve negoziare tre elementi di base: stipendio annuo, assicurazione sanitaria e asset allocation del suo fondo pensione (gli ultimi due in termini di partecipazione del datore di lavoro, che può accollarsi anche il 100% di entrambi). Anche a 18 anni; anche per il primissimo impiego. Ed è così dagli anni ’30, mica da ieri.

Va da sè che quello degli USA è il risultato di un processo evolutivo avvenuto in una società diversa dalla nostra (da noi, fortunatamente, se hai bisogno di un ospedale ti curano comunque gratis), ma non è questo il punto. Il “punto”, infatti, è che il sistema europeo della MiFID, nato per primeggiare con quello statunitense, fa ancora acqua da tutte le parti. Infatti l’obiettivo di perseguire il processo “evolutivo” e/o di crescita degli investitori europei, sbandierato dagli architetti della MiFID, non trova alcuna corrispondenza proprio nello strumento cardine della consulenza, e cioè nel questionario, che non lascia alcuno spazio alla personalizzazione e all’approfondimento cui invece dovrebbe obbligatoriamente sottostare.

Come pretendere di fare consulenza personalizzata, se si nega fin dall’inizio del rapporto la possibilità stessa di personalizzare le informazioni disponibili? Si vorrebbe forse affermare che un’architettura aperta composta da circa 20.000 tra fondi e sicav – oltre agli ETF e all’universo dei titoli quotati – non permetta, con l’ausilio di una guida esperta e dotata del giusto grado di indipendenza, di ritagliare su misura l’asset allocation più corretta per un investitore? Oppure che i 33.000 consulenti finanziari attivi non siano in grado di destreggiarsi con abilità e professionalità attraverso questo oceano di offerta, senza una guida “burocratica e illuminata” come la MiFID?

La fase preliminare di “esame e diagnosi” patrimoniale – ossia quella della compilazione del questionario – è talmente delicata e importante per la relazione con il risparmiatore e per la stabilità dei ricavi di una banca-rete, che andrebbe remunerata in modo autonomo, proprio come accade negli Stati Uniti, dove nelle più importanti banche di consulenza la funzione della raccolta dati viene addirittura affidata a risorse umane specializzate, diverse dal consulente che elaborerà poi la strategia e l’asset allocation patrimoniale completa. A ben vedere, remunerare alcune funzioni di qualità come quella della raccolta dati eliminerebbe il fisiologico conflitto d’interessi che si instaura allorquando le mutate esigenze del cliente in termini di obiettivi ed orizzonte temporale più breve implicano, ad esempio, una riduzione dei margini di ricavo derivanti dal dover adottare un asset allocation più prudente o conservativa. Peraltro, dal momento che il cliente non è sufficientemente educato sulla estrema utilità di tali informazioni, finisce con il trasmetterle al consulente in grave ritardo, o a non trasmetterle affatto.

In conclusione, il sistema così concepito difetta della necessaria “funzione evolutiva” che, appunto, richiederebbe maggiore indipendenza in capo al consulente. Forti di 12 anni di esperienza MiFID, possiamo dire che i consulenti finanziari di oggi hanno meno indipendenza dei promotori di ieri, e questo la dice lunga sul futuro della categoria, che sembra destinata ad una definitiva “bancarizzazione” della relazione di milioni di clienti con i 33.000 professionisti ancora attivi.

E i danni di tale approccio “ragionieristico” degli investimenti, in occasione dello scoppio della pandemia, si sono visti tutti, allorquando a moltissimi clienti evoluti veniva impedito di mediare il costo dei propri investimenti azionari per via dei blocchi per rischio mercato posti automaticamente dalle regole “geniali” della MiFID, proprio nella fase di maggiore drawdown del mercato; quella in cui è il momento di comprare, come diceva Baron Rothschild, “….quando il sangue scorre nelle strade“, il panico è diffuso e si deve poter investire per trasformare un evento negativo in opportunità.

Ma questo è arabo stretto, per gli ottusi ragionieri della MiFID.

Perché rivolgersi al Consulente Finanziario? La risposta è nel sistema emotivo binario. Parola di Coach

Chi è veramente il consulente finanziario, qual è la percezione che ha di sé stesso, e come viene  percepito il suo ruolo dai risparmiatori e dalla Società? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Sabrina Pellegrini, Psicologa, Coach e Consulente di Carriera con oltre venti anni di esperienza sul campo.

Perché una persona si rivolge al Consulente Finanziario? Per quali motivi ne richiede l’intervento? Queste domande, poste anni fa con l’introduzione della MIFID I, sono ancora molto importanti, soprattutto adesso che si parla della probabile uscita di una MIFID III che dia soluzione alle numerose difficoltà incontrate nel dare piena attuazione alle prime due.

La risposta a queste domande è di estremo interesse, poiché incide nel modo in cui il Consulente Finanziario decide di interpretare la sua professione e determina le modalità di intervento, dell’azione pratica e della quotidianità con i suoi clienti, risparmiatori od investitori che siano.

Le stesse domande, poste riguardo altri professionisti di diversa tipologia, determinano risposte scontate: una persona va dal commercialista perché vuole tenere in regola la sua contabilità; chi si rivolge ad un avvocato lo fa per difendere i propri diritti in un tribunale; un paziente va dal medico per ottenere un rimedio ai suoi malanni; chi prende appuntamento con lo psicologo lo fa per cambiare alcune abitudini che condizionano negativamente il suo rapporto con se stesso, l’altro o il mondo. Lavoro da 20 anni come Coach e Consulente di Carriera, ed ho parlato con oltre 37.000 persone attraverso sessioni di gruppo e/o individuali; eppure, se torno al Consulente Finanziario, non trovo una risposta scontata all’interrogativo di partenza.

Qualcuno potrà affermare che si chiede l’intervento di un Consulente Finanziario quando si hanno dei risparmi da proteggere e/o da investire, oppure quando si cerca sicurezza per il proprio futuro e maggiore benessere nel rapporto con il denaro e gli obiettivi. Vista così, ecco che la Consulenza Finanziaria diventa un vero e proprio “servizio alla persona”, affine a quello di un buon tecnico che aiuta a risolvere un problema di natura gestionale (in ambito finanziario), e non più quello di un mero venditore che supporta l’acquirente nella scelta del prodotto migliore in campo previdenziale o speculativo, peraltro all’interno di un contesto di conflitto di interessi mai sufficientemente chiarito.

Ma c’è di più, molto di più. Una critica sommaria mostra che, ad esempio, l’assimilazione del Consulente Finanziario ad un tecnico che applica, su richiesta, strumenti e procedure di analisi e di studio dei mercati, al fine di rintracciare il prodotto migliore, non regge, poiché in questa come nelle altre affermazioni non si tiene conto che la performance finanziaria complessiva risiederà soprattutto nelle scelte e nel comportamento del cliente, e che per questo essa non potrà essere sganciata dall’oggetto della consulenza.

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Non a caso Daniel Kahneman ha messo in guardia il settore finanziario dal perseverare nell’ignorare l’importanza delle emozioni, quando si parla delle scelte dei risparmiatori, e per questo ha ottenuto il Premio Nobel per l’Economia nel 2002; e che 15 anni dopo lo stesso prestigioso riconoscimento è stato assegnato a Richard Thaler per le ricerche volte a determinare cosa sia una buona architettura della scelta quando ci sono di mezzo gli investimenti e il denaro. Pertanto, parlare dell’importanza che ricoprono le emozioni nell’architettura di una scelta consapevole e sostenibile in materia finanziaria, significa di fatto affermare che sono i comportamenti dei risparmiatori a decretare il successo nelle performance finanziarie dei propri portafogli di investimento, e non i prodotti in quanto tali e/o la bravura dei singoli gestori.

Per esperienza, posso dire che le possibili percezioni del lavoro del Consulente Finanziario, probabilmente quelle più diffuse e comuni, si possono sintetizzare con due espressioni: l’amico dalla mia parte o lo sconosciuto di cui diffidare; in ogni caso colui che possiede delle preziose informazioni.

Nelle sessioni di lavoro da me svolte negli anni, attraverso colloqui di coaching o negli incontri sulla consulenza di carriera, ho ascoltato diverse definizioni/percezioni del ruolo di Consulente Finanziario; quella più amata dai consulenti amici dei numeri è quella del tecnico che sa e che applica, entro le più disparate situazioni e con i fini più diversi (di previdenza, di gestione del capitale o di protezione del risparmio dall’inflazione), il proprio strumentario su richiesta del cliente; mentre il ruolo implicito di “consulente commerciale” è senza dubbio quello dato per scontato tra i dirigenti di molti istituti, dove non a caso si parla ancora di “rete distributiva e di vendita”, e solo negli ultimi tempi – ma solo per i media – di “rete di consulenza” e di “responsabile della relazione col cliente”.

Esiste un modello alternativo alle due estreme posizioni appena descritte?

Se esaminiamo la professionalità del Consulente Finanziario all’interno di un modello di lettura di matrice psicologica, tenuto conto della mia esperienza sul campo e dei contributi degli illustri colleghi esperti di finanza comportamentale, possiamo dare una risposta molto semplice alla domanda iniziale “Perché una persona si rivolge al Consulente Finanziario?”: Perché il Consulente Finanziario esiste, come è vero che esiste un problema quando si deve decidere come investire il denaro!

Questa risposta si fonda su un elemento cruciale nella storia del ruolo di consulente finanziario, e cioè quello secondo cui la sua professione non ha ancora una lunga e consolidata tradizione, tale da consentire una domanda (ed una risposta) coerente con le diverse competenze che vengono richieste e che il suo intervento può offrire.

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Infatti, la competenza del Consulente Finanziario si applica ai criteri, alle emozioni, alle motivazioni, ai problemi che portano a cercare la vostra consulenza e che come tale può essere analizzata, compresa ed interpretata solo all’interno della stessa relazione di consulenza tra cliente e persona a cui il cliente pone delle domande. Analizzare la richiesta di questo servizio, la necessità che ha determinato il costituirsi di questo incontro, comporta necessariamente l’idea che durante questo scambio di informazioni vengono trasmessi dati e particolari conoscitivi non scontati, e passano di mano in mano elementi di conoscenza del contesto del cliente, del suo modo di pensare a se stesso, al denaro e ai suoi problemi di gestione economica, che non sono così facilmente esprimibili attraverso mere raccolte di indicatori numerici, per così dire digitali e quindi meramente razionali.

Ogni relazione ed incontro di consulenza – lo indica chiaramente il termine scelto – si lega all’idea di uno scambio di natura intima, che implica l’utilizzo di strumenti empatici, come l’ascolto, l’accoglienza, il sostegno e l’aiuto, si connette al mondo emotivo del cliente, sia esso un risparmiatore, un investitore o un cliente alla ricerca di buoni prodotti. L’abilità di un Consulente Finanziario sta quindi anche nel decodificare tali messaggi lanciati dentro una bottiglia in mezzo al mare, per creare e garantire la possibilità – grazie alla relazione creata – di assicurare al cliente quel “comportamento performante” che travalica la semplice performance del prodotto finanziario e non può prescindere da un’azione di formazione/educazione finanziaria e di considerazione del vissuto emozionale suscitato dal denaro.

Se è vero – ed è vero! – che il comportamento del cliente determina la performance del suo portafoglio, usando una similitudine di carattere sportivo potremmo dire che la capacità del consulente di leggere e decodificare la dinamica relazionale ed emotiva che il cliente innesca con lui ad ogni incontro sia l’undicesimo giocatore in campo. Definire il grado di preparazione del risparmiatore/investitore in materia finanziaria, il saper riconoscere le dinamiche emotive che legano le persone al denaro sono componenti rilevanti nel processo di consulenza, poiché profondamente legate al rapporto che ognuno ha con la realtà.

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Questo discorso andrebbe ripreso in altre sedi – che permettano una trattazione più diffusa – tuttavia è bene ricordare che, prima dell’esplosione della pandemia, venivamo da 10 anni eccezionali in ambito finanziario, caratterizzati da un forte trend positivo, mentre nei prossimi mesi dovremo affrontare situazioni più complesse e difficili determinate dalla fase post-COVID19, dove le azioni per garantire la stabilità delle monete metteranno a dura prova molti soggetti. Pertanto, vorrei dare una indicazione pratica che prende le mosse da tutto ciò che ho analizzato e proposto fin qui: se è vero – come è vero – che ogni individuo viene orientato dalle emozioni per stabilire che azioni intraprendere, e che le emozioni orientano la ricerca di soluzioni efficaci ai problemi e “volontà amorevole” anche da parte del consulente, è anche vero che ognuno di noi utilizza, di fatto, un Sistema Emotivo Binario. Infatti, come per trasmettere e decodificare le istruzioni è necessario usare infinite serie numeriche di cifre composte esclusivamente da 1 e 0, alla base della elaborazione cognitiva ci sono solo due tipi di sensazioni:

– quelle piacevoli (+), e

– quelle spiacevoli (-).

Sabrina Pellegrini

Le emozioni generate da questo sistema possono essere autentiche, e cioè frutto di un’esperienza che si sta consumando nel presente, o strumentali (emozioni-parassita, in un certo senso), frutto di una visualizzazione di eventi non ancora accaduti, effettuata allo scopo di anticipare il futuro, o frutto del rivivere con il ricordo eventi oramai passati.

Per questo è molto utile iniziare ogni incontro con il vostro cliente chiedendo apertamente se l’appuntamento è stato chiesto per raggiungere un obiettivo (+), oppure risolvere un problema (-), e da lì iniziare il viaggio verso rotte migliori.

Mifid sbriciolata dalla “finanza delle catastrofi”. Le scelte di investimento tornino in mano agli uomini

I modelli matematici attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori interni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato di fronte ad un fattore esterno come il Coronavirus.

Di Maurizio Nicosia*

Ogni volta che un c.d. cigno nero – di qualsiasi natura fosse – ha aleggiato sui mercati, ed i risparmiatori hanno subito notevoli riduzioni del valore dei loro investimenti, si è implicitamente addossata la colpa soprattutto agli intermediari, rei di non avere rispettato l’indole del cliente e la sua reale propensione al rischio.

C’è da dire che i vecchi modelli scaricavano tutta la responsabilità delle scelte esclusivamente agli investitori, assolvendo del tutto l’operato di chi in realtà consigliava, così come oggi continua a fare (e farà sempre). Ma poi è arrivata la MIFiD, che nella versione primordiale – ed ancora di più in quella attuale – rimetteva le cose a posto: intermediari e consulenti potevano consigliare gli strumenti idonei e/o adeguati al cliente solo dopo aver effettuato un analisi soggettiva ed oggettiva del grado di rischio che egli è in grado di tollerare.

Gli intermediari, quindi, hanno creato modelli di controllo del rischio molto specifici, individuando delle regole fisse e rigide che li sovrintendono, applicando uno schema matematico a ciò che in realtà è mera statistica, in ciò preparando il terreno a quello che è avvenuto allorquando un elemento esogeno ai mercati ed alla politica economica ha invaso il campo dei players tradizionali. Infatti, quello che si sta verificando adesso nel sistema finanziario è sotto gli occhi di tutti, e dimostra che i modelli di controllo del rischio non solo non hanno evitato ai portafogli riduzioni di valore ben superiori a quelle tollerate dal cliente e dichiarate durante la “MIFiD-intervista”, ma hanno anche impedito la possibilità di apportare le correzioni idonee a riallineare i portafogli alle mutate condizioni di mercato.

Dalla moderna teoria della composizione di un portafoglio abbiamo imparato a distribuire il rischio e costruire i portafogli modello che, in un dato arco temporale, ci permettano di raggiungere gli obiettivi concordati con gli investitori; ma i modelli attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori endogeni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente (o del tutto) i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato sottostante di fronte ad un elemento esogeno al sistema. Pertanto, adesso ci si ritrova in una situazione “schizofrenica” (il sistema di controllo del rischio mi spinge ad intervenire per riallineare il portafoglio ma, allo stesso tempo, il contesto e lo stesso sistema me lo impediscono), e se oggi decidessimo di seguire i modelli tradizionali saremmo costretti ad operare sulla base delle seguenti conclusioni:

1) “caro cliente, devi aspettare” – aspettare che il mercato ritorni a livelli di normale volatilità, dipendente dalle economie di pace (e non di guerra, come quella scatenata dal Coronavirus), ed oggi siamo chiusi per ferie, causa forza maggiore;

2) “caro cliente, dobbiamo disinvestire le azioni” – siccome il portafoglio, in relazione alle mutate condizioni di mercato e di valore, risulta essere più rischioso di quello costruito a suo tempo in funzione dei modelli classici, bisognerebbe disinvestire almeno il 50% degli asset azionari, così il rischio del portafoglio, calcolato dai valenti “scienziati del rischio”, rientrerebbe nell’alveo della normalità;

3) “caro cliente, il tuo portafoglio modello prevede maggiore componente azionaria?  Bene, scordati dei tuoi obiettivi: oggi ti devi salvare, oppure buttarti giù dalla nave!”.

Maurizio Nicosia

I consulenti finanziari, addetti ai lavori, che stanno leggendo queste righe sanno bene di cosa stiamo parlando, perchè molti di loro stanno vivendo sulla propria pelle quanto descritto sopra. Pertanto, ci si chiede se non sia meglio, alla luce dei fatti, responsabilizzare maggiormente l’azione umana, soprattutto in circostanze straordinarie, come quella che stiamo vivendo, che richiede una sensibilità sconosciuta a qualunque sistema non umano, per quanto molto affidabile.

E’ evidente, infatti, che la concezione matematica dei controlli del rischio di marca MIFiD si sia letteralmente sbriciolata alla prova della “finanza delle catastrofi”, e che oggi si stia galleggiando alla disperata ricerca di soluzioni che non arriveranno se non dall’uomo.

* Area Manager di primaria rete nazionale di consulenza

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Reclutamento, i manager e le reti hanno perso lo stile

Il Recruitment non è una vendita, ma un processo di trasmissione al candidato dei valori aziendali, all’interno di una relazione perfettamente alla pari.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Molti consulenti finanziari, anche durante il 2020, stanno assistendo in diretta nazionale ad una accesa competizione tra reti,  effettuata a suon di bonus di ingresso (probabilmente gli ultimi “a pioggia”, perchè la MiFID II e le trasformazioni innescate dalla pandemia di Coronavirus stanno influenzando indirettamente anche le regole di questa particolare attività di raccolta masse).

E così, molti professionisti, anche negli ultimi due mesi in cui l’emergenza ha segnato il successo di meeting e colloqui in video, hanno ricevuto una telefonata mirata a reclutarli. A chiamare, di solito, sono giovani “head-hunters” oppure, sempre più spesso, le assistenti personali dei manager, munite dello schema di domande chiuse-aperte sulla scrivania.

I cacciatori di teste, si sa, costano, e le reti da tempo hanno scaricato sui manager questa voce di spesa non indifferente (compensandola con qualche basis point di over commission in più, o con qualche promessa di carriera).

I manager che appartengono alla vecchia scuola (quelli che facevano lunghi corsi di recruiting, e poi se la cavavano da soli, con risultati visibili), arricciano un pò il naso di fronte a certi estremismi del sistema, caratterizzato oggi da molta improvvisazione e scarsa preparazione. Nel caso del reclutamento, poi, l’improvvisazione del manager poco preparato si scarica ineluttabilmente sulla propria assistente, la quale, destinata solo ad eseguire gli ordini, farà quel che può (spesso maldestramente), con risultati deludenti: decine e decine di contatti “bruciati”, e pochissimi candidati.

A qualcuno di voi, magari più attento ed esperto della materia, potrà  interessare un colloquio telefonico di questo tipo, avvenuto di recente:

  • “…buongiorno, sono la signora Anna Rossi, la chiamo da parte del manager dott. Fantastico di Migliorbancarete per fissare un incontro e farle una proposta economica… posso farle alcune domande? Sì? Bene. Da quanti anni lavora in Peggiorbanca? Da 15 o da 20? E’ iscritto all’albo?...”
  • “…signora, si chiama Organismo Unico…se lavoro da 20 anni come consulente, sarebbe piuttosto strano che non vi fossi iscritto...”
  • “…ah sì (risatina di imbarazzo). Solo un’altra domanda: ha un portafoglio clienti di almeno 15 milioni di euro?

Dopo questa illuminata domanda, le reazioni possono essere di due tipi:

A) reazione del consulente-narciso (“…sì, signora, 18,5 milioni per l’esattezza, e 182 clienti che mi amano follemente…);

B) reazione del consulente evoluto/riservato (“…chi le ha dato questa informazione, non le sembra inopportuno chiederlo al telefono…?”).

Avendo avuto una significativa formazione ed esperienza nel Reclutamento, faccio queste riflessioni:

  • il manager non chiama personalmente: non è capace di farlo?
  • forse il candidato (inconsapevole) non merita la sua attenzione?
  • se è così indaffarato da non poter fare una telefonata di recruiting, quanto tempo sarà in grado di dedicare al nuovo collega se dovesse lavorare nella sua struttura?
  • perchè chiede così brutalmente del suo portafoglio, è interessato al suo carisma ed alla sua competenza, oppure la risorsa lo interessa solo per la raccolta che sarebbe in grado di apportare?
  • perchè consente ad una collaboratrice di fare domande così riservate e personali?
  • In fondo, chi è costui, chi lo conosce?

Il dialogo non è inventato, quel tal manager e la sua assistente esistono davvero (vivono tra noi), e non sono i soli a lavorare con queste modalità. Pertanto, è lecito concludere che  esso rappresenti il canto del cigno di un business model che, avendo eliminato la figura del praticante, sta esalando l’ultimo respiro per mancanza di ricambio generazionale. Infatti, se si fosse assicurato alla professione di consulente un buon numero di giovani ingressi ogni anno, si sarebbe garantita anche una diversificazione delle strategie di Reclutamento in base all’esperienza, alla preparazione ed alla competenza (indici di qualità), e non solo in base al portafoglio complessivo ed al numero di clienti (indici di quantità). Mancando del tutto la “nuova linfa”, le reti si sono impegnate per anni ad offrire i pacchetti-bonus più esotici pur di acchiappare un buon portafoglista (le reti ed i magazine di finanza e mercati ci vanno matti, e non mancano mai di notiziare sull’argomento), e si sono concentrate esclusivamente sugli indici di quantità, con conseguenze evidenti in fatto di stile e sostanza, con buona pace del ricambio generazionale della professione.

Peraltro, questo modo di agire ha costretto le società mandanti a dover mantenere livelli di bonus molto elevati – fino al 2,5% delle masse gestite – penalizzando i propri conti economici (molte non ce l’hanno fatta a rimanere sul mercato, e sono state acquisite); altre, invece, hanno dovuto reclutare frettolosamente giovani consulenti per “ereditare” lo spezzatino dei portafogli di quelli più anziani, ormai stanchi e sulla soglia della pensione.

In definitiva, il successo nella professione è anche una questione di stile, e lo stile è lo specchio delle politiche di recruitment che il sistema richiede. Però lo stile, anche in questo periodo di declino del business model, fa ancora la differenza tra chi riesce a reclutare colleghi di valore, e chi no. Selezionare una nuova risorsa, infatti, non è la mera vendita di un premio in denaro o di provvigioni più elevate, ma un processo di trasmissione, all’interno di una relazione alla pari tra colleghi, dei valori aziendali riconosciuti dal mercato.

Il candidato non è un robot-portafoglio, ma una persona, con i suoi obiettivi e i suoi sogni, ed ogni sollecitazione in più (o qualunque forzatura commerciale) rappresenta per chi recluta l’assunzione di una maggiore responsabilità morale in caso di fallimento del consulente nella nuova struttura. Pertanto, vanno esplorati in profondità, durante il percorso di selezione, tutti gli elementi utili al candidato, al fine di costruire un’offerta condivisa e su misura.

Il valore umano viene prima di tutto, qualunque manager degno del ruolo dovrebbe saperlo. Dovrebbero saperlo anche le aziende che vogliono reclutare, perché lo stile, nell’imminente futuro, farà sempre di più la differenza.

* Consulente patrimoniale, editore e direttore editoriale di PATRIMONI&FINANZA

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