Luglio 26, 2026
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Tecnocasa, crescono le compravendite degli over 64. Analisi di un segmento che vale il 9%

Nel mercato immobiliare italiano cresce il segmento degli over 64, che rappresentano una fetta importante delle compravendite. Dietro i dati, una forte diversificazione delle motivazioni di acquisto.

Quello degli acquirenti over 64 anni (i c.d. baby boomers) diventa sempre di più un mercato importante in fatto di case, consolidando una tendenza tutta italiana che vede nei c.d. patrimonials (la generazione dei genitori dei millennials) gli attori principali del patrimonio immobiliare, soprattutto per via della maggiore dotazione di mezzi finanziari e di pensioni più elevate.

Secondo Tecnocasa, i dati delle compravendite effettuate nel 2019 su tutto il territorio nazionale evidenziano che la fascia di età più attiva sul mercato è quella compresa tra 35 e 44 anni (27,8%), seguita dalla fascia di età compresa tra 18 e 34 anni (27,1%). Il 22,4% degli acquirenti ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, il 13,8% tra 55 e 64 anni e il 9,0% è rappresentato dagli over 64, quest’ultima fascia in lieve crescita rispetto al 2018, quando si fermava all’8,4%.

Il 60,5% degli over 64 ha acquistato la casa principale, il 20,6% ha investito per mettere a reddito, il 10,0% ha comprato la casa vacanza e l’8,3% ha acquistato l’immobile per i figli. Da segnalare anche qualche acquisto per realizzare Bed & Breakfast e Affittacamere (0,5%). Rispetto al 2018 diminuisce la percentuale di acquisti per i figli (-1,6%), mentre aumentano le percentuali di acquisti di abitazioni principali (+1,3%) e di acquisti per investimento (+0,7%).  

La tipologia preferita dagli over 64 è il trilocale (34,9%), seguita dal bilocale (26,9%). Rispetto al 2018 si registra un aumento delle percentuali di acquisto dei tagli più ampi, dai 4 locali in su. Aumenta anche la percentuale di compravendite di soluzioni indipendenti e semindipendenti che passa dall’11,6% del 2018 all’attuale 12,9%.  

Infine, nel 58,4% dei casi gli acquirenti over 64 sono pensionati.

I dati provenienti dalle maggiori reti, pertanto, vedono un consuntivo 2019 in aumento, ma il Covid19 sta già facendo sentire i propri effetti anche nel primo semestre del 2020, che si prevede molto contrastato soprattutto per gli acquirenti di età più giovane, costretti a rinviare a tempi migliori l’acquisto dell’abitazione a causa del Covid19.

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Per gli over 64, invece, è più plausibile la tenuta del livello delle compravendite, grazie al migliore status economico complessivo di cui gode questo segmento.

Gli anziani e la passione per gli appartamenti spaziosi. Eredi, la salvezza è il frazionamento

Sugli asset immobiliari degli anziani italiani incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, i quali non hanno la stessa passione per le case con molte camere o, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere. Come frazionare gli immobili sovradimensionati e realizzare maggior valore e rendita.

In Italia, gli anziani sono tornati improvvisamente – e tragicamente – a destare interesse per via della loro estrema fragilità di fronte alla pandemia di Covid19. Negli ultimi tre mesi, infatti, ci si è resi conto più di prima della loro grandissima importanza sociale all’interno delle reti familiari: gli anziani si prendono cura dei nipoti, hanno contatti frequenti con i propri figli adulti e li aiutano, sempre più spesso, economicamente.

Sfortunatamente, il contatto strettissimo dei giovani con i propri “anziani di famiglia” (nonni e zii) ha determinato un canale attraverso il quale il Covid19 si è trasmesso, con le conseguenze che conosciamo bene e che, in migliaia di casi, riguarderanno anche il patrimonio immobiliare oggetto di successione. In particolare, una volta che gli eredi saranno entrati in possesso delle abitazioni degli anziani genitori (o dei nonni), dovranno adottare le decisioni più disparate: andare a vivere in quelle abitazioni, lasciarle sfitte, affittarle o venderle. Negli ultimi due casi, chi ha ereditato si scontrerà ineluttabilmente con un mercato immobiliare che già prima dello scoppio della pandemia mostrava segni di “schizofrenia”: prezzi degli immobili di buona quadratura in costante diminuzione e con scambi rarefatti, e quelli della case al di sotto dei canonici 100 mq con prezzi stabili e scambi vivaci; in più, mercato dell’affitto tradizionale reso difficile dalla elevata percentuale di morosità, e “affitto breve” in ascesa.

Per chi vuole vendere gli appartamenti più grandi, pertanto, è definitivamente tramontato il mito del “mattone che sale sempre di valore” ed è necessario adattarsi a prezzi da svendita rispetto a soli cinque anni fa, ed il trend di discesa delle quotazioni non sembra aver toccato ancora il fondo.

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C’è da dire che la passione per il mattone ha sempre colpito quella fascia di popolazione che oggi, dopo molti anni di distanza dal Boom economico, costituisce la categoria degli anziani. Infatti, secondo gli ultimi dati di Bankitalia-Abi, la popolazione con 65 anni o più (circa 15 milioni di italiani), che costituisce il 20% del totale, possiede il 73% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili. Questo è avvenuto perché negli ultimi trent’anni in Italia la quota di famiglie proprietarie della casa è passata da circa il 60% del 1982 a circa il 70% del 2001, anno in cui la tendenza si è stabilizzata con le nuove generazioni.

In sintesi, si rischia di far passare di mano, da una generazione all’altra, immobili difficili da gestire ad eredi che hanno redditi bassi, esattamente come un quinto degli anziani di oggi.

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Su questo enorme asset immobiliare incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, che non hanno la stessa passione per le case con molte stanze e, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere economicamente. Tale avversione, inoltre, viene alimentata dalle rendite sempre più basse degli immobili, dai loro costi di manutenzione e dalla fiscalità crescente.

Tutte queste case hanno caratteristiche che le rendono poco appetibili agli occhi dei 30-35enni di oggi. In primo luogo, esse sono dotate di finestre di scarse dimensioni per via dei metodi di costruzione tipici degli anni della crisi energetica (1970), ed anche i balconi sono del tutto inutilizzabili anche per prendere un caffè o pranzarci dentro. In secondo luogo, gli standard di costruzione non sono dei migliori, soprattutto in relazione alle norme antisismiche, e le famiglie più giovani contano generalmente un solo figlio, per cui non serve avere molte camere da letto e due servizi. In terzo luogo, gli impianti ormai vetusti richiedono continui interventi di manutenzione,  le rifiniture di capitolato (o anche quelle derivanti dalle modifiche apportate dagli attuali proprietari) non incontrano il gusto dei più giovani e richiedono, in aggiunta al prezzo dell’acquisto, anche il costo (e il disagio) di una ristrutturazione.

Quest’ultima via, però, rappresenta l’unica veramente possibile laddove si voglia realizzare una vendita più conveniente e più rapida. Frazionare un appartamento di 150 mq in due appartamenti di 65-70 mq ciascuno non richiede un investimento eccessivo (dai 15.000 ai 20.000 euro) ed i lavori, oltre ad essere finanziabili, consentono di accedere a notevoli agevolazioni fiscali.

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I vantaggi di un frazionamento sono evidenti, sia in caso di vendita, sia in caso di locazione. Relativamente alla vendita, se da un appartamento di 160 mq commerciali in una zona semi-centrale di Palermo – identico ragionamento è valido, con le dovute proporzioni, per Roma, Milano e tutte le città italiane – si possono ricavare 240.000 euro, due appartamenti da 75 mq (+ 10 mq di parti comuni), ricavati dal primo e ristrutturati, frutteranno  141.500 euro ciascuno, e cioè un totale di 283.000 euro, con una plusvalenza (al netto dei costi di ristrutturazione) di circa 20.000 euro. Per quanto riguarda le locazioni, il maggior ricavo è ancora più evidente. Infatti, nell’esempio considerato, l’immobile intero potrebbe essere affittato per 690 euro mensili (8.300 euro l’anno), mentre in caso di frazionamento ciascun appartamento non frutterebbe meno di 500 euro mensili, attribuendo una rendita maggiore rispetto all’intero (12.000 euro l’anno, + 3.700 euro) e dando la possibilità di ammortizzare i costi di ristrutturazione in soli cinque anni.

In aggiunta all’aspetto economico, ce n’è uno che riguarda il “disagio” legato tipicamente alle operazioni immobiliari: grazie al frazionamento, i tempi di attesa per entrambe le soluzioni (vendita o locazione) si ridurrebbero notevolmente, diminuendo anche il disagio complessivo dell’operazione.

Consulenti finanziari: addio al bonus di ingresso, spazio ai nuovi strumenti di reclutamento

Sempre più in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, “alleggeriti” anche dalla riduzione dei margini determinata dalla MiFID II. Nuovi strumenti di reclutamento ai nastri di partenza

Il 2020 è l’anno in cui la generazione dei cosiddetti “baby boomers” (o patrimonials, come li chiamiamo noi) compirà 75 anni, mentre quella dei “tardo-millenials” entrerà nei  40 anni. Le differenze tra le due classi demografiche sono nette: i primi si caratterizzano per l’elevata ricchezza accumulata nel corso dei passati decenni, mentre i secondi iniziano adesso a guadagnare e risparmiare. La diversità tra primi e secondi, inoltre, si intravede nelle rispettive propensioni al rischio. I patrimonials hanno saputo investire anche nei comparti azionari, mentre i 40enni millennials investono principalmente in quelli obbligazionari.

In ogni caso, entrando nella fase dell’anzianità, i padri passeranno gradualmente il testimone ai figli, i quali si troveranno a gestire sia i patrimoni mobiliari già investiti in azioni (o in risparmio gestito di categoria equivalente), sia la relazione con i consulenti finanziari che seguivano i genitori. Relativamente a quest’ultimo aspetto, i tardo-millennials sapranno adattarsi ai professionisti legati, per esperienza ed affinità culturale, ai baby-boomers?

Infatti, anche l’età dei consulenti è cresciuta, e si presuppone che essa si trovi in una fascia demografica mediana, equidistante sia dai patrimonials che dai loro figli; pertanto, i professionisti del risparmio dovranno essere capaci di gestire il “passaggio delle consegne” lavorando di anticipo, e cioè ponendo in essere azioni propedeutiche alla trasmissione generazionale prima ancora che si verifichi la scomparsa dell’anziano capo famiglia.

E l’asset allocation attuale di quei portafogli, che fine farà? Saranno capaci, i consulenti, di educare  gli eredi dei patrimonials alla gestione del rischio e dell’emotività che esso comporta, oppure dovranno piegarsi alle scelte prudenti che sembrano prevalere negli investitori più giovani?

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Dalla risposta a queste domande, in tutta evidenza, dipende l’esistenza futura di molti strumenti che caratterizzano oggi l’offerta di servizi finanziari, nonchè i margini di ricavo delle società mandanti e dei consulenti. Uno di questi è il bonus di ingresso, ossia quell’investimento che una banca effettua nel momento in cui cerca di assicurarsi la professionalità e la clientela di un consulente appartenente ad un’altra rete. Com’è noto, il bonus offerto (in media pari al 2.0% delle masse migrate, in un periodo massimo di 24 mesi), per essere finanziariamente significativo, deve essere ammortizzato dalla banca-rete in un periodo massimo di tre anni, e richiede che il nuovo collega aumenti, per quanto possibile, la contribuzione di fondi e sicav azionarie (o flessibili) – che hanno spese correnti più ricche – per rendere sostenibile l’investimento e farlo arrivare al c.d. break-even entro il periodo considerato. Pertanto, se la trasmissione del patrimonio mobiliare dai baby-boomers ai millennials (poco avvezzi e “ineducati” ai comparti azionari) dovesse segnare una maggiore contribuzione degli asset obbligazionari – che sono più “poveri” di spese correnti – l’ammortamento dell’investimento nei consulenti finanziari con portafoglio consolidato dovrà avere una durata non inferiore a cinque anni, in ciò determinando la necessità di un cambio di strategia nelle politiche di recruiting delle banche-reti.

All’interno di questo scenario, che vede in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, si aggiungerà la riduzione dei margini determinata dall’avvento della MiFID II. La prima vittima di tutto ciò sembra essere proprio il “vecchio” bonus di ingresso, il quale non verrà subito accantonato, ma fortemente ridimensionato e “spalmato” nei primi anni di contratto, magari sotto forma di maggiorazione “a tempo” del livello provvigionale e del management fee, per poi sparire del tutto entro 5-7 anni. Resta da capire come l’affievolimento del bonus, molto caro ai consulenti anche per via della sua funzione previdenziale (il bonus una tantum è considerato dai professionisti come un vero accantonamento per la vecchiaia, visto il basso livello pensionistico a cui essi sono destinati), potrà essere compensato da altri strumenti ugualmente motivanti. Ad esempio, esso potrebbe lasciare il posto a piani pensionistici integrativi personalizzati, che peraltro hanno il pregio di essere maggiormente fidelizzanti per i consulenti e le società mandanti.

Un altro strumento di reclutamento, che potrebbe farsi strada nei prossimi anni, è quello dello sviluppo e supporto gratuito per il personal marketing, e cioè la realizzazione (a carico dell’azienda) di siti personalizzati e fortemente interattivi, che diano al professionista la possibilità di accedere a programmi di video-meeting con i clienti (potenziali ed effettivi) più evoluti, soprattutto quando le società mandanti aggiungeranno all’offerta tradizionale di strumenti finanziari anche il servizio di consulenza indipendente.

La maggioranza dei millennials adora la tecnologia digitale, e gli studi più recenti dimostrano come il contatto in video e la firma elettronica vengano considerati, al contrario di quanto pensato dagli anziani patrimonials, come dei mezzi più che accettabili per il mantenimento della relazione professionale, alternata occasionalmente ad incontri de visu.

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Le famiglie italiane ed il patrimonio immobiliare privato: chi pagherà le tasse di successione?

Nell’ambito di una corretta pianificazione patrimoniale, i detentori di immobili di pregio e/o da reddito dovranno accantonare una specifica riserva di denaro per garantire ai propri familiari la copertura delle imposte di successione, previste in forte aumento negli anni a venire anche per via della probabile riforma del Catasto.

Coloro che hanno creato ricchezza, ed oggi si ritrovano nella fase “discendente” della propria vita (ma mossi da maggiore saggezza), faranno bene a dedicare maggiore attenzione al futuro del patrimonio familiare. In particolare, chi ha privilegiato lo sviluppo degli asset immobiliari a discapito di quelli mobiliari (cioè, il denaro disponibile) dovrebbe leggere questo articolo e trarre subito le dovute conclusioni operative.

Infatti, la ricchezza complessiva degli italiani è composta per il 68.0% circa in proprietà immobiliari, polverizzate in tutti gli strati sociali della popolazione. In particolare, la superficie complessiva dei soli immobili residenziali degli italiani è di circa 2,4 miliardi di mq, ed il suo valore complessivo è pari a circa 3.450 miliardi di euro. Secondo l’ultimo Rapporto Istat e Banca d’Italia, a fine 2017 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 9.743 miliardi di euro. Di questi, le abitazioni costituiscono la principale forma di investimento e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano la metà della ricchezza lorda. In particolare, poi, circa 600.000 famiglie detengono una quota pro-capite (da 3 in su) di immobili superiore a quella media, e quasi tutti vengono “messi a reddito” per integrare il proprio tenore di vita. Molte di queste famiglie, però, non vedono ancora emergere le nuove leadership nella generazione dei millennials, un pò in ritardo rispetto ai tempi di affermazione sociale, profondamente diversa da quelle precedenti e tendente a ritardare il proprio ingresso nel mondo del lavoro.

Tutto questo patrimonio immobiliare, nei prossimi 30 anni, verrà trasmesso gradualmente agli eredi, i quali si troveranno a pagare, nella migliore delle ipotesi, imposte di successione che gradualmente arriveranno ad essere pari a più del doppio rispetto a quelle attuali, con una contestuale diminuzione della generosa franchigia minima rispetto a quella prevista oggi (un milione di euro per coniuge e figli, 100.000 per fratelli e sorelle). Lo scenario, infatti, attraversa una fase di profonda mutazione: presto l’Italia potrebbe non essere più una sorta di “paradiso fiscale delle successioni e donazioni”, ma uno stato del tutto allineato a quelli dell’U.E.. Per esempio, in Francia le aliquote vanno dal 5 al 40% per i parenti in linea retta, in base al valore del bene (per un appartamento di 300.000 euro si paga il 20%, ossia 60.000 euro), con esenzione del coniuge e franchigia di 100.000 euro per i figli. Per gli altri eredi le aliquote vanno poi dal 35 al 60%. In Inghilterra (vale la pena citarla, nonostante la Brexit), invece, la franchigia è di 325.000 sterline, indipendentemente dalla parentela, e tutto ciò che eccede è soggetto ad un’aliquota del 40% (coniuge esente da imposta). In Germania, in virtù del valore del bene, le aliquote variano dal 7 al 30% per parenti in linea retta, dal 15 al 43% per fratelli, sorelle, nipoti, e dal 30 al 50% per altri soggetti (franchigia individuale da 100.000 a 500.000 euro a seconda del grado di parentela).

Pertanto, non è difficile prevedere che nel nostro Paese si possa arrivare molto presto un’aliquota media compresa tra l’8 ed il 12%, ed alla sensibile riduzione delle franchigie; l’impatto, per le  600.000 famiglie proprietarie di apprezzabili patrimoni immobiliari, sarà devastante: su di esse graveranno, nella migliore delle ipotesi, imposte complessive (patrimonio mobiliare ed immobiliare) per circa 150 miliardi di euro, pari ad una media di circa 250.000 euro a famiglia, che potrebbero aumentare se verrà portata a termine la riforma del Catasto.

Chi pagherà queste imposte? E soprattutto, con quali mezzi verranno pagate, se il de cuius non avrà accantonato somme liquide sufficienti a coprirle?

In tutti quei casi in cui non si sono effettuate opportune donazioni in vita, questo scenario di lungo periodo, che prevede un aumento considerevole delle tasse di donazione e successione, suggerisce caldamente di accantonare una specifica riserva di denaro che serva a garantire ai propri familiari il pagamento delle imposte di successione, quando verrà il momento.

A ben vedere, il passaggio generazionale può essere vantaggiosamente pianificato già in vita, donando – come già detto – parte dei propri beni a favore dei congiunti. Da un punto di vista squisitamente fiscale, successione e donazione hanno la stessa struttura impositiva, ed è evidente come il sistema di imposizione italiano sia oggi molto conveniente. Infatti, un padre che dona/lascia in eredità al figlio un patrimonio immobiliare e mobiliare pari a circa un milione di euro:

  1. in Germania paga 75.000 euro di imposte,
  2. in Francia 195.000 euro,
  3. in Gran Bretagna 250.000 euro
  4. in Italia… zero.

Pertanto, alla luce dell’ineluttabile processo di armonizzazione europea, la probabile revisione dell’attuale struttura di tassazione dovrebbe determinare una profonda riflessione sulla opportunità di una pianificazione patrimoniale da effettuare in vita tramite l’istituto della donazione che, in vista dell’aumento delle aliquote e della diminuzione delle franchigie, avrebbe il vantaggio di proteggere i propri congiunti dai maggiori e gravosi esborsi futuri derivanti da una successione. In più, almeno fino ad oggi, la franchigia di un milione vale separatamente sia per l’istituto della donazione, sia per quello della successione, determinando così l’opportunità di una doppia franchigia che, per quelle famiglie che saranno state previdenti, potrebbe annullare del tutto le tasse da pagare alla morte dei titolari del patrimonio che residua dopo le operazioni di donazione.

 

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Buona lettura !

 

I vostri figli vogliono fare esperienze di lavoro nel Regno Unito o in Irlanda? Ecco pochi passi, ma essenziali

Senza un buon curriculum, il codice fiscale del paese di destinazione ed un conto bancario estero, è difficile ottenere colloqui di lavoro. Con la Brexit cambiamenti in arrivo per chi vuole lavorare a Londra e in UK

Qualcosa (o qualcuno) ha portato i vostri figli a determinarsi nel voler fare una esperienza di lavoro all’estero? Molti millennials ci provano ogni anno, e pochi tornano indietro. Quelli che lo fanno, poi, rientrano con un curriculum ed una storia personale arricchiti da una forte padronanza linguistica ed un’esperienza di vita molto significativa.

Se i futuri eredi sono passati dalla fase del “sogno-desiderio” a quella della pianificazione (N.B.: voi lo saprete al momento di affrontare la copertura finanziaria, non prima), in questo articolo troverete suggerimenti utili per pensare in maniera “operativa”, e proiettarvi con la mente in quel contesto geografico dove, nel 60% dei casi (il rimanente 40% è distribuito soprattutto tra Spagna, Francia, Portogallo e USA), i vostri figli avranno deciso di recarsi, e cioè tra il Regno Unito e l’Irlanda. Più esattamente, tra Londra e Dublino.

In queste due città (ma anche nelle altre città inglesi e irlandesi; sono poco battute ma bellissime) è veramente difficile non riuscire a trovare lavoro, e Londra, nonostante la Brexit apporterà numerosi cambiamenti, in alcuni periodi dell’anno è addirittura carente di personale in tutti i settori che hanno a che fare con il turismo (ristorazione e alberghi, soprattutto).

Tra Maggio e Dicembre di ogni anno, a Londra il lavoro lo si può trovare anche da casa,  qualunque sia la città in cui vivete, tramite alcuni siti o app specializzate, l’importante è essere pronti a partire da un momento all’altro, saper parlare la lingua in maniere più che decente ed avere già una soluzione abitativa (anche per questo, esistono siti e app specifiche).

E se è vero che chi si presta a svolgere mansioni considerate “umili” (cameriere, banconista, addetto alle cucine, servizi di pulizia etc) trova lavoro entro due settimane dal suo arrivo in territorio anglofono (a Londra anche in 48 ore, chiedendo “porta a porta”), è altrettanto vero che chi è in possesso di una laurea specialistica (es. ingegneri, architetti, manager, avvocati e fiscalisti), padroneggia l’inglese e vuole lavorare nel proprio campo di formazione accademica, non fa fatica a trovare una offerta adeguata, economicamente gratificante e immediatamente contrattualizzata.

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Però, per arrivare preparati, è necessario definire la propria posizione giuridica all’estero. Il lavoro nero, infatti, quasi non esiste (per le aziende non è conveniente rischiare, vista la bassa tassazione, ed i controlli sono severissimi), e presentarsi senza i requisiti è da incoscienti, perché i datori di lavoro pretendono un regolare contratto. A cosa ci riferiamo, più esattamente, quando parliamo di requisiti? A parte l’uso della lingua, si fa riferimento alla residenza, al “codice fiscale” straniero ed al conto bancario dove accreditare gli stipendi.

Sebbene la presenza di tali requisiti sia necessaria in entrambi i paesi, le modalità di utilizzo sono un po’ differenti passando dall’Irlanda al Regno Unito. In ogni caso, è perfettamente inutile partire senza avere un luogo in cui eleggere la residenza ed il domicilio per la corrispondenza. Serve un indirizzo, anche di un amico, o di qualcuno disposto a concederlo “virtualmente” per i primi tempi (giusto il tempo di definire la c.d. proof of address – prova di residenza, che non può essere quella di un albergo).

Volendo, se l’indirizzo di residenza all’estero è esistente, si potrà richiedere via mail (allegando il C.V.) un colloquio di lavoro mentre si è ancora in Italia; ma attenzione: i vostri figli dovranno mettere in conto di dover partire anche dall’oggi al domani, perché tutte le aziende rispondono entro pochi giorni e, se hanno concesso il colloquio, è molto imbarazzante dover chiedere un rinvio della data “perchè ancora non ho lasciato l’Italia”. Piuttosto, meglio pianificare tutto, spedire decine di curriculum ad altrettante aziende e programmare un soggiorno di almeno due settimane; se l’indirizzo di residenza è fittizio, la soluzione di una stanza con bagno in famiglia (c.d. host family) è decisamente più economica di qualunque hotel (tra i 380 euro di Dublino ed i 450 euro di Londra, per una camera con bagno, per 15 giorni).

Relativamente alle questioni burocratico-amministrative, in considerazione della Brexit vale la pena esaminarle a seconda del paese in cui ci si vuole recare.

IRLANDA – Il PPS number è un codice per il quale bisogna fare richiesta se si intende lavorare in Irlanda. Si tratta del Personal Public Service number, ed è un codice alfanumerico di 7 numeri più una o due lettere. Per ottenerlo, bisogna essere già domiciliati in Irlanda. Una volta entrati nel paese, sarà sufficiente recarsi presso il più vicino ufficio della Previdenza Sociale, portando un documento di identità (meglio due: carta d’identità e passaporto o patente di guida) e un documento che attesti il domicilio in Irlanda: una bolletta del telefono o del gas, una dichiarazione del padrone di casa o dell’amico che dichiara la sua presenza presso di lui, oppure ancora una dichiarazione scritta della host family. Una volta ottenuto il PPS, lo si aggiungerà al curriculum e si potranno effettuare tutti i colloqui di lavoro possibili. Relativamente al curriculum vitae, in Irlanda viene usato quello in formato europeo, ma in alcuni ambienti (quello finanziario, per esempio) è apprezzato anche quello in formato inglese.

Nonostante non sia urgente averlo subito, il conto bancario diventa necessario al momento dell’assunzione, perché nessuna azienda irlandese (e tanto meno inglese) effettua il pagamento degli emolumenti su conti esteri. In ogni caso, presentarsi con un conto già attivo non può che migliorare l’immagine personale presso qualunque interlocutore, attribuendo alla ricerca di lavoro la tipica affidabilità di una “scelta definitiva”, e non di una semplice “esperienza temporanea”.

In Irlanda esistono sostanzialmente due tipologie di conti. La prima è quella del c.d. Saving account, che è una sorta di libretto di risparmio, generalmente gratuito, al quale viene associata una carta bancomat (ma non una carta di credito, in quanto il conto non consente di andare in rosso); la seconda è quella del Current account, ossia del conto corrente vero e proprio, che prevede dei costi annuali e da al correntista la possibilità di avere sia la carta di credito che il bancomat. Nel dettaglio, La Bank of Ireland e la Allied Irish Bank (AIB) sono certamente le banche più ramificate in tutti i centri (anche in quelli più piccoli) del paese, e sono le più utilizzate dagli stranieri. Gli orari di apertura degli sportelli sono diversi da quelli italiani, e di solito vanno dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 13:30 alle 16:30.

REGNO UNITO (UK) – Con la Brexit, è certo che le cose cambieranno per molti italiani residenti in Inghilterra. A partire dal 2021, infatti, ogni cittadino europeo che vorrà recarsi nel Regno Unito dovrà essere munito di visto, passaporto o permesso di soggiorno (a seconda dei i motivi che lo porteranno a recarsi lì). In questo arco di tempo lungo un anno, ovvero da gennaio 2020 a dicembre 2021, il Governo di Boris Johnson sarà impegnato a trovare un accordo con l’Unione Europea in merito alla circolazione di persone, beni e servizi su territorio inglese.

Per soggiornare per un breve periodo (o come turista), bisognerà munirsi di passaporto biometrico e visto elettronico da richiedere almeno tre giorni prima del volo (la carta di identità non sarà più valida). Il visto si ottiene tramite un’apposita procedura online, ed ha una durata massima di tre mesi, superati i quali sarà necessario procurarsi un permesso di lavoro. Pertanto, le modalità con le quali i vostri figli vorranno regolarizzare la propria posizione (e permanenza) nel territorio del Regno Unito dipenderà dal periodo lavorativo che essi vorranno trascorrere lì: entro i tre mesi, converrà entrare come turista (passaporto e visto) e poi, una volta trovata una occupazione, richiedere il codice N.I.N. (National Insurance Number, l’equivalente del P.P.S. irlandese); se l’opportunità lavorativa ha già le caratteristiche del lungo periodo, conviene richiedere direttamente un visto come lavoratore straniero.

Per ottenere il codice N.I.N., basterà recarsi, previo appuntamento, in uno dei tanti job centre sparsi nella città di Londra (ma sono presenti in tutte le città inglesi) e ottenerlo dopo un breve colloquio. Avere il NIN è un requisito fondamentale per poter lavorare legalmente nel Regno Unito. Le aziende non assumono senza questo numero (ma ai candidati ritenuti affidabili danno un margine di tolleranza di due o tre settimane dall’assunzione, per concedere il tempo necessario ad effettuare il colloquio al job centre e ottenere il codice). Di solito, si può telefonare e richiedere un appuntamento per il Job Centre solo una volta che si è arrivati in Inghilterra; infatti, il call centre (0044, se si fissa l’appuntamento dall’Italia, più il numero 08001412075, attivo tra le 8:00 e le 18:00, dal lunedì al venerdì) non risponde a telefonate da numeri stranieri, ma c’è chi ci prova con successo (tentar non nuoce).

Per quanto riguarda il C.V., quello in formato europeo viene scartato a priori (lo trovano complicato e troppo schematico); meglio prepararne uno in formato inglese.

Relativamente al conto bancario, molte banche inglesi lo aprivano anche senza avere ancora la proof of address; ultimamente, però, la c.d. Brexit ha determinato un giro di vite sulle procedure bancarie, ed oggi è meglio arrivare in banca con la prova di residenza. Anche qui, con un tradizionale Cash o Bank Account, si può avere una carta di debito VISA gratuita e fare tutte le operazioni bancarie di cui si ha bisogno, senza alcun tipo di problema. Peraltro, la gestione di un conto corrente inglese di solito non prevede alcuna commissione o costo di mantenimento, a differenza di quello italiano.

Addio all’età del risparmio a basso rischio: la funzione-Tempo alla guida della nuova era geologica dell’Investitore

Il crollo dello Stato Sociale e la prolungata fase di tassi negativi attribuiscono al  fattore tempo un ruolo fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, soprattutto  per i millennials.

Articolo di Ilaria Porro

Il crollo del Welfare State italiano ha dettato, negli ultimi cinque anni, un profondo cambiamento socio-economico i cui risvolti sembrano non essere ancora chiari alla quasi totalità degli ex risparmiatori del nostro Paese.

Perché “ex”?

E’ presto detto. Il c.d. “stato sociale”, e cioè l’insieme delle prestazioni che lo Stato garantisce nei settori della Scuola, della Sanità, dei Servizi Pubblici, dell’Assistenza Sociale (ed altro ancora), che per decenni ha tenuto gli italiani sotto una campana di vetro in materia di cura delle malattie, istruzione e pensione, ha trasmesso alcune abitudini finanziarie che oggi sono difficili da interrompere, soprattutto per le fasce di popolazione “over 60”. Infatti, nessuno si era preoccupato, in tutti quegli anni, di pianificare i propri obiettivi nel tempo, perché sulle tipiche emergenze della vita interveniva sempre il nostro generoso Welfare.

I consulenti (allora promotori finanziari) che parlavano di pianificazione e di investimento “a rate” per gli studi dei figli o per una pensione integrativa sembravano parlare una lingua straniera; chi proponeva polizze sanitarie per i grandi interventi chirurgici, poi, era visto come una specie di extraterrestre.

La conseguenza più grave di questo scenario è stata quella di non far capire a coloro che detenevano risparmio il valore della “funzione-Tempo”, ed in particolar modo dell’investimento di lungo periodo, perché semplicemente non ne avevano bisogno, pieni com’erano di BOT e BTP brevi con cedole al 15%.

Tutti costoro erano, appunto, quelli che una volta si chiamavano risparmiatori. E oggi, con i tassi a breve stabilmente negativi (e quelli a lungo al 2% scarso),  com’è cambiata la loro mentalità? La risposta è che non è affatto cambiata: essi sono sempre alla ricerca, come se nulla fosse successo, di un buon rendimento senza rischio né volatilità. Eppure, già da anni il Welfare State è stato drasticamente ridimensionato, e a molte delle spese per sanità, pensione e scuola dei figli ci devono pensare i millennials e (soprattutto) i patrimonials con i loro soldi faticosamente accantonati. Pertanto, anche il c.d. risparmiatore non esiste più, e chi detiene patrimoni liquidi (e non solo), anche di modesta entità, deve oggi cominciare a ragionare come un investitore dotato di grandi mezzi finanziari, dando spazio ai progetti di lungo periodo e cercando di acquisire competenze che prima erano destinate solo ai ricchi.

Il web, per fortuna, consente di ricevere già oggi un buon livello di consulenza di base, ma molto dovrà succedere nei prossimi anni. In questo nuovo scenario, l’importanza del fattore tempo diventa una componente fondamentale nelle decisioni di investimento e di accantonamento previdenziale, sia per i più giovani millennials (che di tempo a disposizione ne hanno un po’ di più), sia per i c.d. patrimonials (indicativamente i genitori dei millennials) cinquantenni, ed in particolar modo per quanti tra loro esercitano lavoro autonomo e dovranno affidarsi ad una cassa di previdenza per costruire l’ossatura principale della pensione.

Warren Buffet, il guru di Omaha e il più grande value investor di sempre, ha affermato in diverse occasioni che se la Borsa chiudesse per 10 anni per lui sarebbe indifferente: ”se non sei pronto a tenere un’azione per 10 anni, non tenerla nemmeno per 10 minuti”.

La prerogativa dei nuovi investitori  dovrebbe essere quella di proiettare i propri investimenti nel lungo periodo, allungando il più possibile l’orizzonte temporale, che quasi mai dovrebbe essere inferiore ai 10-15 anni. In particolare, nel 2019 il profilo finanziario di un giovane dovrebbe prevedere:

Obiettivi finanziari e previdenziali di lungo raggio → lungimirante

Propensione al risparmio → previdente

Conoscenza e accettazione del rischio → razionale

ESSERE LUNGIMIRANTI – In un investimento il tempo è l’elemento fondamentale, e potendo contare sul giusto tempo a disposizione è possibile ottenere risultati eccezionali dai propri risparmi. La regola generale, infatti, è che la pianificazione di lungo periodo consente di mettere in portafoglio strumenti migliori con lo stesso profilo di rischio. Ovvero, quanto più a lungo resta investito il capitale, tanto maggiore è il rischio che si può sostenere. Il lungo periodo, inoltre, mette al riparo dall’ansia delle decisioni prese all’improvviso e dalle mode del momento. Investire nel lungo termine consente infine di mettersi al sicuro dalle oscillazioni di breve termine, e poter investire persino sulle aziende attive nel settore Green e nei prodotti c.d. SRI (Social Responsible Investment).

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ESSERE PREVIDENTI – La generazione di coloro che ad oggi hanno una età compresa tra i 18 e i 35 anni è composta da persone con condizioni lavorative spesso precarie, oppure da chi ha già avviato una carriera lavorativa e si trova a sostenere spese sempre più elevate. Tutti costoro, viste le circostanze e la bassa capacità di risparmio, tendono a non investire e a lasciare parcheggiati i soldi sui conti correnti o nei così detti conti deposito, esponendo così il denaro alla ineluttabile erosione dell’inflazione. Infatti, negli ultimi anni il tasso di inflazione è stato mediamente pari al 2 % annuo, e ipotizzando che rimanga tale nei prossimi dieci anni 100.000 euro del 2019 varranno circa 80.000; praticamente una perdita del 20% dovuta alla decisione di non investire.

Inoltre, la maggior parte dei giovani adulti riconosce il problema legato alle future pensioni, ma solo in pochi affrontano la situazione aderendo a forme di previdenza complementare, al fine di costruire un assegno integrativo che possa affiancarsi a quello della pensione principale e mantenere un livello di vita soddisfacente quando servirà.  Peraltro, lo Stato riconosce ai sottoscrittori di questi contratti importanti forme di agevolazioni fiscali: i versamenti volontari sono deducibili fino al limite di 5.164,67 euro all’anno; ai rendimenti ottenuti viene applicata un’aliquota ridotta pari al 20% (anziché al 26%) e la pensione integrativa ottenuta viene tassata con un’aliquota agevolata massima del 15% (con una riduzione dopo il quindicesimo anno di adesione dello 0,3 % fino a raggiungere un minimo del 9%).

ESSERE RAZIONALI – Gli ex risparmiatori italiani hanno paura del comparto azionario, perché lo associano a concetti estremi di rischio, speculazione, perdita, scommessa, convincendosi che tutto questo è lontano dalle proprie attitudini e che non potrebbe che portare con sé una qualche fregatura dalla quale tenersi serenamente alla larga. Invece, il mondo azionario potrebbe rivelarsi il migliore alleato in tema di investimenti, se ben conosciuto ed utilizzato. E non si tratta di market timing (abilità nel cogliere il momento preciso in cui entrare e uscire dal mercato), ma di semplice informazione storica: sfruttando il nostro amico tempo, il mercato azionario si è dimostrato negli anni il più profittevole e sicuro.

Volete una dimostrazione? Eccola. Gli esperti di Goldman Sachs, prendendo ad esempio i risultati storici dell’indice azionario MSCI World, hanno concluso che rimanere investiti nell’intero periodo Gennaio 1999-Marzo 2019 (cioè tutti i 5281 giorni) ha permesso di realizzare più del doppio dei guadagni di chi si è lasciato sfuggire i migliori 10 giorni di mercato.

Pertanto, rimanere investiti, piuttosto che provare a scegliere il momento giusto, è un elemento fondamentale per il successo degli investimenti nel lungo termine.

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Millennials e consulenti finanziari, un rapporto difficile. I giovani investitori costretti ad utilizzare app e piattaforme digitali

Il modello tradizionale di addebito delle commissioni, basato sulle masse amministrate, rende i clienti più giovani poco attrattivi per i consulenti. Allora, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per le sue esigenze finanziarie?

Oggi, in Italia, le quote di mercato del risparmio sono suddivise in maniera netta e inequivocabile: 12% ai consulenti finanziari (sia non autonomi che indipendenti), 12% alle poste, 76% alle banche tradizionali. Il primo, in particolare, sembra inaccessibile ai millennials, e per il futuro non si intravede una soluzione al problema senza sfruttare la tecnologia.

Per capire meglio le dimensioni della questione, mettiamoci nei panni di uno dei 6 milioni di millennial italiani, e immaginiamo di essere uno di loro, mentre facciamo i primi passi importanti nella carriera; è il momento migliore per pensare di comprare la nostra casa o di sottoscrivere un fondo pensione o un programma di accumulo per un acquisto futuro. Pertanto, potremmo pensare di rivolgerci ad un consulente finanziario ma……quale consulente è disponibile per un cliente come un millennial, senza risparmio già accumulato ma con bisogni e necessità come tutti gli altri?

In Italia i consulenti raramente rifiutano di incontrare un cliente giovanissimo e senza risparmio (anche perché egli avrà certamente dei genitori “patrimonials” a cui rivolgersi in seguito), ma questa disponibilità non durerà ancora a lungo. Già oggi, per esempio, nel Regno Unito nessun consulente finanziario accetta di lavorare per i millennials, i quali sono così costretti a rivolgersi a singoli brokers per specifiche esigenze, frammentando con estremo disagio la platea dei propri interlocutori. In Italia, la situazione non è molto diversa, ed il concetto di “fare numero” è già stato sostituito da tempo da quello di “fare massa”, possibilmente attraverso clientela con patrimonio consolidato e di buona entità. Pertanto, a meno che un giovane investitore non abbia uno stipendio elevato, una grande eredità o sia all’inizio di una carriera potenzialmente redditizia, è probabile che il consulente non sia in grado di guadagnare in maniera soddisfacente, ed è altrettanto probabile che gli dedicherà poco tempo.

Non è una questione di “cinismo professionale”, ma una sorta di selezione naturale indotta dal modello retributivo di reti e consulenti, calcolato sulle masse, e dalle politiche di marketing delle banche-reti, rivolte oggi quasi esclusivamente alla clientela “di pregio” che consente – ancora per quanto? – di realizzare ricavi adeguati. Infatti, le modalità tradizionali di addebito delle commissioni al cliente – noto nel settore come modello ad valorem – rende i clienti più giovani e asset-light poco attrattivi.

Alla luce di queste considerazioni, a chi deve rivolgersi oggi un millennial per ricevere assistenza riguardo le sue esigenze finanziarie?

Da qualche tempo vengono in aiuto nuovi servizi digitali, con i quali si tenta di colmare il “divario di consulenza” tra clienti patrimonials e clienti più giovani, e alcune di questi sono così innovativi, eleganti e convenienti, che potrebbero far temere per la tenuta della professione di consulente tradizionale per il futuro imminente. Stiamo parlando di Internet, naturalmente, e delle piattaforme di consulenza online, le quali stanno venendo incontro alle sempre più pressanti richieste provenienti dai millennials in materia di finanza.

Il motivo di tanto fervore innovativo è rintracciabile nelle previsioni di sviluppo di questo segmento di investitori, il quale è previsto in aumento numerico esponenziale nel prossimo decennio. In Italia, la sostanziale scomparsa della classe media e la decrescita sostenuta del reddito disponibile delle famiglie hanno causato, negli ultimi quindici anni, la mancata creazione di nuovo risparmio e, relativamente al mercato dei servizi finanziari, hanno aumentato a dismisura il numero dei clienti ritenuti oggi “meno interessanti” (da 100.000 euro in giù) dalle banche-reti. I millennials, poi, si collocano all’interno di una fascia ancora inferiore (tra 0 e 50.000 euro di risparmio), e quindi hanno serie difficoltà a farsi prendere sul serio da un consulente navigato e alla ricerca di masse che compensino la continua diminuzione dei margini di ricavo a cui le reti commerciali sono state costrette dal 2008 ad oggi.

Tutto ciò ha notevoli conseguenze anche sul futuro della professione di consulente. Infatti, i consulenti finanziari che ricadono nella fascia d’età 30- 40 anni dovranno affrontare una vera e propria sfida per trovare la loro “prossima generazione” di clienti, una volta che quella dei patrimonials (i genitori dei millennials, nella fascia di età over 65) si sarà esaurita per intervenuti limiti di vita. Probabilmente, il modello economico basato sulle masse dovrà lasciare il posto a quello basato sul servizio e sulla parcella, il quale oggi trova un muro invalicabile nel vincolo di mono-mandato a cui devono sottostare i consulenti finanziari. In tal senso, il modello anglo-sassone (che dà al consulente autonomo la possibilità di occuparsi direttamente delle operazioni di acquisto presso qualunque banca “depositaria”) è certamente più avanzato del nostro.

Così, i millennials hanno trovato nelle piattaforme di investimento fai-da-te, letteralmente esplose negli ultimi tre anni, un contenitore di servizio dove poter gestire le proprie esigenze legate al denaro, sviluppando, insieme alla dimestichezza nell’uso della tecnologia, l’idea che si possa investire con successo anche senza il supporto di un consulente. I gestori patrimoniali digitali online (come Moneyfarm) oggi invitano gli aspiranti investitori a presentare il loro orizzonte temporale di investimento e le loro opinioni sul rischio, suggerendo loro il miglior fondo di investimento. Questo approccio rappresenta esattamente ciò che vuole un millennial, il quale cerca soluzioni semplici a quesiti altrettanto semplici: come accumulare, quale mutuo scegliere, quali commissioni pagare…il tutto in tempo reale, con poca spesa e senza interagire eccessivamente con qualcuno.

Peraltro, nel corso dei prossimi 20 anni, i millennials italiani erediteranno circa 5 miliardi di euro dai baby boomers: a chi verranno affidate queste masse, frazionate tra vari eredi? Non esiste nessuna ricerca di questo tipo, ma ci viene in aiuto una ricerca inglese (condotta da Kings Court Trust) secondo la quale un quarto dei beneficiari di eredità si è immediatamente allontanato dai consulenti dei genitori o dei nonni, portando via, in media, circa 300.000 sterline presso le banche tradizionali per operare in autonomia. Il restante 75% di ereditieri, in tutta probabilità, apprezzerà ancora il “tocco umano” del consulente per interagire con il mondo della finanza, anche perché, secondo la stessa ricerca, molti dei giovani investitori si dichiarano spaventati all’idea di andare su un sito Web finanziario, rispondere ad alcune domande automatizzate e vedersi addebitare la propria carta di credito per una consulenza che potrebbe essere stata erogata anche da un c.d. Robo-Advisor.

Di contro, rispetto ai colleghi britannici, i consulenti italiani rimangono ancora “umani” e si rivelano amichevoli, professionali e disposti ad aiutare le giovani generazioni. Ma non sappiamo quanto a lungo durerà, perchè i punti critici rimangono, e sono i costi, la convenienza e il tempo. Pertanto, anche per i millennials italiani, la soluzione sembra essere quella di usare una combinazione intelligente di app, piattaforme di investimento e presenza umana (simpatica ed efficace) di tanto in tanto.

Chi ha già intravisto questo cambiamento, tra i consulenti, si attrezzi in fretta ad investire sul proprio sito web.

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Mercato immobiliare, gli italiani emigrano e non comprano. Gli immigrati regolari valgono già 100 miliardi

Le richieste di case provenienti dalle famiglie di immigrati sono sempre in aumento, e presto potrebbero raggiungere la cifra di un milione. Sempre giù il mercato di compravendite dei residenti.

Secondo l’ultimo rapporto annuale realizzato da Scenari Immobiliari, il mercato immobiliare italiano degli immigrati regolari vale oggi più di quello dei residenti, e i dati relativi ai loro acquisti di case mostrano un giro d’affari in aumento anche nell’anno in corso, con un incremento stimato del 13,7% rispetto al 2018, pari a 5 miliardi di euro.

Grazie a questo trend, che dura già da qualche anno (soprattutto nei piccoli centri e nelle periferie delle grandi città del nord e del centro), il 21,5% degli immigrati “di lungo corso” – quelli arrivati da circa 30 anni – abita in una casa di proprietà, e negli ultimi 12 anni sono 860.000 le case acquistate da loro, per un volume d’affari complessivo che ha superato i 100 miliardi di euro.

Il numero maggiore di compravendite si è realizzato a Milano, Roma e Bari, con una fascia media di costo pari a circa 100.000 euro; la tipologia più ricercata è quella degli immobili di bassa qualità ma sufficientemente spaziosi e in periferia.

Il Rapporto realizzato da Scenari Immobiliari evidenzia la possibilità che in breve tempo le abitazioni acquistate da immigrati in Italia possano raggiungere il numero di un milione. Ma gli immigrati trainano anche il fiorente mercato delle locazioni. Infatti, solo uno di loro su cinque vive in una casa di proprietà, mentre il 63,5% è in affitto e il restante 15% diviso tra la sistemazione da parenti e connazionali o il pernottamento in luoghi di fortuna. In considerazione dell’alto tasso di occupazione (gli immigrati regolari, prima o poi, trovano tutti lavoro!), anche quel 15% è destinato, nei prossimi anni, ad alimentare il numero di locazioni e compravendite.

Ma se la domanda proveniente dalle famiglie di immigrati è sempre in grande fermento, quella dei residenti è appiattita sul fondo ormai da qualche anno, con l’offerta che ancora supera la domanda. Gli esperti attribuiscono tale

fenomeno, innanzitutto, agli effetti di una congiuntura economica sfavorevole di lungo periodo, che porta ogni anno decine di migliaia di giovani italiani a cercare all’estero un futuro professionale migliore. Questo trend è in preoccupante aumento negli ultimi 10 anni, durante i quali si calcola che almeno 700.000 giovani laureati e diplomati (ossia, 700.000 futuri potenziali acquirenti di case!) abbiano scelto Germania, Francia, USA e UK (ma anche Albania e altri paesi dell’Est Europa) per lavorare in un contesto migliore di quello italiano. Ciò spiega il tasso di sostituzione che si è verificato tra gli acquisti dei residenti e quelli degli immigrati regolari, i quali, di fatto, oggi sostengono il mercato.

Questa enorme rivoluzione ha determinato anche un differente ruolo attribuito alla casa da questi due gruppi di acquirenti, sia in base alla finalità che alla topologia ricercata: semplice abitazione per gli immigrati, abitazione-investimento per i residenti; casa di media quadratura ed in periferia per i primi, spaziosa ed in zone centrali (o semi-centrali) per i secondi.

Di conseguenza, anche il modello di business del mercato immobiliare si trova ad un punto di svolta epocale, oltrepassato il quale niente sarà più come prima. Noi pensiamo che quel punto di svolta sia già stato superato, e che gli italiani abbiano smesso ormai da tempo di considerare il mattone come il “l’investimento più sicuro”.

I sintomi di un simile scenario di crisi del settore ci sono tutti, come testimonia il livello dei tassi sui mutui, che la generazione dei baby-boomers non aveva mai visto così basso fino ad oggi. Pertanto, anche il modello di marketing delle vendite immobiliari deve necessariamente individuare nuovi spunti che possano arricchire e veicolare la domanda verso soluzioni il più possibile “su misura” e “a target”. Le grandi reti di intermediazione, fiutando già qualche anno fa il trend in aumento proveniente dalle famiglie di immigrati regolari, avevano già avviato politiche di marketing operativo fortemente geo-localizzate, nonchè pronte ad accogliere le richieste delle famiglie immigrate regolari, alle quali veicolare una “scheda-immobile” semplice e immediata: localizzazione periferica, quadratura medio-piccola, rifiniture normali, vicinanza alle fermate dei mezzi pubblici.

Tutt’altre caratteristiche deve avere, invece, la “scheda” informativa da destinare alla domanda dei residenti che già abitano, al momento della ricerca, nei semi centri cittadini o nelle zone più centrali. Nel loro caso, l’esigenza di abitarci dentro è pari all’interesse all’investimento, per cui le variabili da utilizzare sono:

– l’aumento di valore realizzabile con la ristrutturazione,

– il valore locativo,

– la vicinanza a servizi e scuole,

– il risparmio derivante dalla prossimità al posto di lavoro,

– i futuri (e previsti) miglioramenti del contesto di quartiere,

– la previsione di apertura di ipermercati e centri commerciali,

– i nuovi servizi per la città (metropolitana, ospedali, tram etc).

Tutti questi elementi fanno sì che si possa determinare il calcolo di un rendimento prospettico, che tanto piace ai patrimonials (i genitori dei millennials).

Di recente, il tema dei dati scientifici con cui corredare la scheda informativa di un immobile è stato trattato alla tavola rotonda organizzata MVA-Master in Valutation & Advisory del Politecnico di Milano. Lo scopo di questo incontro tecnico è stato quello di valutare il superamento della logica secondo la quale un bene vale per quanto produce, sostituendola con quella del valore per quanto può produrre se si attuano determinate circostanze (esempio, l’arrivo della linea metropolitana), o se si attuano determinate modificazioni (esempio, cambio d’uso da ufficio ad alloggio).

La conclusione degli esperti è che c’è grande bisogno di una figura professionale che sia in grado di redigere una analisi immobiliare (legale, tecnica, contabile, di rischio) in grado di rispondere compiutamente alle domande degli investitori.

Si tratta di un’esigenza che sarà sempre più sentita in Italia, dove il patrimonio immobiliare è tra i più vecchi d’Europa ed oltre la metà degli edifici, realizzati prima degli anni ’70, necessita oggi di continui interventi straordinari che influiranno inevitabilmente sul loro prezzo di vendita futuro.

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Millennials italiani e immobili, mancano i soldi. Crowfunding immobiliare, Co-housing e affitto breve per riqualificare il mercato

I millennials nostrani seguono con grande interesse l’evoluzione dei prezzi delle case, ma non hanno il capitale necessario per comprarle. Servono nuove idee per rivitalizzare il settore.

Il mercato immobiliare italiano sta subendo, negli ultimi tre anni, gli effetti di quei grandi cambiamenti che la Rivoluzione Digitale e i flussi migratori hanno portato nella Società Italiana, influendo incisivamente sullo stile di vita delle generazioni successive a quella dei c.d. baby-boomers.

In particolare, la domanda di immobili (non solo di case per civile abitazione) si è frammentata in due componenti principali: quella proveniente dagli immigrati regolari, molto attiva sul comparto delle unità abitative dei piccoli centri e delle periferie, e quella dei residenti, in perenne stagnazione per via dell’offerta di abitazioni ampie  e centrali che supera la domanda.

Su tutto, l’emigrazione di giovani residenti italiani (i futuri acquirenti di case) all’estero crea un vuoto nella domanda futura di immobili, determinando l’appiattimento del mercato.

Oggi servirebbe riqualificare l’offerta verso case più piccole, ma è quasi impossibile costruire su vasta scala dopo il boom degli anni ’60-’70-’80, e mancano le aree edificabili. Nonostante ciò, nella popolazione dei residenti pare che il modo di considerare gli immobili non sia cambiato di molto. Infatti, secondo una recente ricerca condotta da Housers.com sui consumatori italiani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, si conferma la tradizionale propensione verso l’investimento immobiliare, ma solo il 10% ha a disposizione una somma mensile compresa da 300 a 500 euro, utile per pagare la rata di un mutuo.

Dalla ricerca, condotta su un campione di circa 4.000 millennials, emerge che, avendo a disposizione un capitale importante, l’84,48% degli intervistati acquisterebbe una casa, mentre la restante parte sceglierebbe l’affitto per via dell’incertezza economica e per preservare liquidità sul conto. Pertanto, sembrerebbe che la casa venga considerata, anche dai millennials, come il miglior investimento, dal momento che quello in valori mobiliari di lungo periodo viene scartato in partenza (solo il 17% di loro investirebbe in azioni). Tuttavia, il 30,15% ritiene che il mercato immobiliare sia interessante ma insicuro, e solo il 28,56% lo considera un mercato solido che dà maggiori certezze. Il risultato è che il 21,33% dei giovani intervistati, non disponendo di somme adeguate, è costretto ad aspettare molti anni prima di formare un capitale idoneo ad un anticipo.

Secondo Giorgio Spaziani Testa (Presidente Confedilizia) “gli scambi avvengono a prezzi di gran lunga inferiori rispetto a quelli di pochi anni fa. Si tratta in gran parte di svendite, soprattutto di prime case, e manca quasi del tutto l’acquisto per investimento, che un tempo rappresentava una fetta importante del mercato. In merito alle previsioni per il 2019, altro che ripresa. I prezzi sono in caduta libera e la discesa non accenna a fermarsi”.

A ciò si aggiunga che la valutazione del futuro immobiliare non può prescindere dall’andamento del settore del credito e dell’economia in generale. Quindi, sarà importante per il futuro la fiducia legata alla ripresa economica e all’occupazione.

Su tutto, pesa il ruolo giocato dal “convitato di pietra”, ossia dal sistema bancario. Negli ultimi 11 anni, infatti, le continue ricapitalizzazioni dovute alla crisi dei c.d. titoli tossici ed i relativi accantonamenti a bilancio hanno determinato, a fronte della iniezione di liquidità permessa dal Quantitative Easing, un continuo giro di vite sui criteri di accesso al credito, mutui compresi. Le tensioni finanziarie che hanno generato questo contesto sembrano ancora presenti, ed il timore è che una nuova riduzione delle erogazioni possa causare ulteriori effetti negativi sulle compravendite.

Sembrerebbe uno scenario senza soluzione, ma non è esattamente così, perché non mancano gli spunti positivi. Deve registrarsi, infatti, il ritorno sul mercato degli investitori esteri, dei fondi o delle banche d’affari, interessate adesso al mercato residenziale come segmento su cui investire in alternativa a uffici e immobili commerciali.

Inoltre, c’è sempre maggiore attenzione sulle soluzioni di risparmio energetico e sulla gestione dei servizi annessi all’edificio e agli spazi comuni: spazi di coworking, sale per eventi, spa, parrucchiere, celle frigorifere ed altro, il tutto gestito da app condominiali fornite da società di property management.

Sul fronte degli affitti, quello breve andrà sempre meglio, soprattutto nelle aree turistiche e nelle grandi città ricche di attrattiva storica (praticamente tutte, in Italia!). In questo particolare settore, l’approccio è radicalmente cambiato: le famiglie residenti nei piccoli centri della provincia non comprano più casa al proprio figlio studente, né affittano una camera o un appartamento condiviso, ma si rivolgono sempre di più allo student housing, puntando all’affitto di qualità.

Sul fronte tecnologico, poi, non mancano le iniziative per investire, che si diffondono direttamente nella Rete. Walliance (walliance.eu), per esempio, è la prima piattaforma di crowdfunding in Italia per il Real Estate. Relativamente a questo mercato, le stime del Politecnico di Milano parlano di un crowdfunding complessivo pari già ad oltre 10 miliardi di dollari, e secondo le previsioni di Forbes si arriverà a 300 miliardi entro il 2025.

Viste le premesse, persino la Commissione Europea sta lavorando per un mercato unificato del crowdfunding immobiliare.

In definitiva, serve riqualificare le politiche di marketing relative all’offerta di immobili, segmentandola sempre di più a fronte delle nuove tipologie di acquirenti. Le reti di intermediazione lo stanno già facendo, ma anche i privati dovrebbero muoversi in tal senso, per esempio investendo un pò di liquidità nella ristrutturazione degli appartamenti di grande quadratura (le città italiane ne sono piene) per realizzare unità abitative più piccole, meglio vendibili o da mettere a reddito più facilmente.

Trasformare un appartamento di 200 mq in due unità di 90 ciascuna (più parti comuni), per esempio, richiede un investimento (finanziabile) non superiore a 25.000 euro, recuperabile immediatamente mediante la successiva vendita che – inutile dirlo – avverrà più rapidamente ed a prezzo superiore, dal momento che la sommatoria dei prezzi delle due unità sarà superiore al prezzo dell’intero. Trasformare lo stesso immobile in casa per studenti con rifiniture di qualità non costerà più di 35.000 euro, da ammortizzare con ricavi medi mensili pari a non meno di 2.000 euro.

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Immobiliare, l’affitto breve traina le locazioni: canoni su e inquilini in fuga. Compravendite ancora al palo

Il boom del mercato delle locazioni trainato dagli appartamenti sfitti riadattati ad attività ricettiva e affitto breve. Chi non regge al caro-affitti, accende un mutuo per acquistare una casa di basso pregio.

Nonostante dagli osservatori immobiliari delle varie reti di intermediazione giungano con cadenza quasi settimanale continui inviti alla fiducia e improbabili report positivi di mercato, lo scenario immobiliare odierno appare invece molto contrastato sia nel settore delle compravendite che in quello degli affitti.

In particolare, esso si può scindere in due sotto-scenari, ognuno dei quali è legato all’altro da un comune denominatore: i (bassi) tassi di interesse.

Il primo sotto-scenario riguarda le compravendite. Nonostante i tassi dei mutui più convenienti della storia, i prezzi sono ancorati saldamente ai livelli della crisi, con aumenti nell’ordine del punto percentuale annuo nei grossi centri e ampie zone d’Italia dove nei piccoli centri si continua a registrare un andamento addirittura negativo. L’unica eccezione è rappresentata da alcune grandi città, come Milano, Roma e Bologna, nella quali si registrano aumenti più sensibili, ma sempre nell’ordine del 2-3% e solo nelle zone centrali o di pregio.

Un segnale positivo, appena accennato, riguarda i tempi medi di conclusione delle compravendite, scesi a circa 140 giorni dai 180-200 degli anni scorsi. Gli interessi dei mutui a tasso fisso, oggi davvero allettanti, potrebbero costituire un volano del mercato (e infatti in tanti si lasciano ingannare da questa facile equazione), ma l’attuale struttura dell’offerta immobiliare delle maggiori città, costituita da un gran numero di appartamenti di quadratura medio-alta, non consente ancora ad una larga fascia di potenziali acquirenti la possibilità di valutarne l’acquisto, dirottando le loro scelte verso appartamenti di quadratura più bassa o situati in zone periferiche, dove le quotazioni sono più accessibili.

Così, la statistica ci regala aumenti annuali sul numero delle compravendite, ma non rivela che queste sono concentrate sugli immobili non di pregio. Ciò determina un “doppio binario” sui trend di mercato, lungo il quale gli appartamenti più piccoli si apprezzano per via di vendite più sostenute, mentre gli appartamenti di grande quadratura si deprezzano o, se situati in centro città, “tengono” la stessa quotazione post-crisi.

Il secondo sotto-scenario, collegato strettamente al primo, riguarda gli affitti, che subiscono l’influenza dei bassi tassi di interesse in via indiretta. Le difficoltà nella vendita di case di buona quadratura (a meno che non si scenda pesantemente sul prezzo), spingono i proprietari a diversificarne la destinazione d’uso, approntando così una crescente offerta di affitto breve o locazione frazionata che, per le loro caratteristiche (appartamenti trasformati in case-vacanza, B&B o posti-letto per studenti fuori sede), spinge in alto le quotazioni dell’intero settore.

Il livello degli affitti, pertanto, registra aumenti diventati insostenibili per molte famiglie, soprattutto per quelle mono-reddito, e questa condizione si va aggravando sempre più sia per l’accresciuta presenza di turisti che preferiscono la soluzione dell’appartamento a quella dell’albergo, sia per la crisi, che ha ridotto fortemente le capacità reddituali di larghe fasce della popolazione lavorativa, ed in special modo quella dei 30-40enni.

Dallo studio di Confcooperative Habitat e Censis (“Città, la crisi dell’abitare e la mappa dei disagi”) emerge che delle 4 milioni di famiglie in affitto circa il 40% (1,6 milioni) è in condizioni di disagio abitativo a causa dei costi, e che tra le famiglie in affitto il 28% dichiara di sostenere una spesa per la casa che supera il 40% del reddito.

Questo scenario ha determinato, oltre ad una eccezionale lievitazione degli sfratti, una lunga permanenza dei giovani in famiglia (in Italia, il 66,4% dei giovani, tra i 18 e i 34 anni, vive ancora con i genitori). I millennials, infatti, sarebbero anche orientati ad acquistare casa, ma sono costretti a ripiegare sull’affitto per via del lavoro precario e della conseguente impossibilità di dare garanzie bancarie per accendere un mutuo. Secondo FIAIP, a quest’ultimo  fenomeno va prestata molta attenzione, perché quello dei c.d. millennials è il mercato del futuro,  il target di riferimento dei prossimi anni; e senza misure di garanzia governative a beneficio dei giovani che hanno bisogno di un finanziamento, il trend delle compravendite potrebbe avvitarsi in una spirale decrescente di lunghissimo periodo.

Su tutto, l’offerta ininterrotta di mutui a tassi bassi testimonia quella che sembra essere la grande paura delle istituzioni finanziarie, e cioè che questo scenario complessivo durerà molto a lungo.

La prossima tendenza di mercato, che ci sentiamo di anticipare con una certa sicurezza, è quella che vedrà esplodere il settore del frazionamento di immobili di larghe dimensioni, e dei finanziamenti ad esso legati. Per trasformare un appartamento di semi-periferia di 200 mq in un B&B o in una casa per studenti con 8-10 posti-letto e parti comuni è sufficiente un investimento di 40.000,00 euro, ed una rata mensile decennale da 450,00 euro, coperta ampiamente da ricavi prospettici mensili pari a circa 3.000,00 euro.

Un rendimento lordo che si avvicina al 10% annuo. Niente male come alternativa alla vendita “a tutti i costi”.

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