Aprile 22, 2026
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L’Europa dei consulenti finanziari. In Irlanda gli indipendenti contano più dei “consulenti collegati”

In Irlanda esistono diversi tipi di consulenti finanziari, che offrono una gamma di servizi di pianificazione e prodotti, spesso in combinazione tra loro, ed il cliente è abituato a pretendere grande trasparenza sulle strutture tariffarie e sui singoli costi.

L’Irlanda, da quando i suoi governi hanno adottato la politica della bassa tassazione alle imprese e , soprattutto, a quelle operanti nell’industria del risparmio gestito, è diventata celebre non solo per le pinte di birra Guinness o per le verdi scogliere a picco sul mare. Con la Brexit, poi, quasi tutti gli istituti di credito operanti maggiormente in Europa hanno trasferito la propria sede da Londra a Dublino, seguendo le centinaia di società di gestione del risparmio – anche italiane – che negli ultimi quindici anni, grazie al notevole risparmio fiscale, avevano già localizzato in Irlanda la sede legale di numerosissimi fondi. Un sistema del genere, a ben vedere, avrebbe potuto distruggere gli equilibri sui quali la consulenza finanziaria di modello anglosassone si poggia da decenni, ed effettivamente qualche effetto lo sta avendo; ma la struttura portante del settore è rimasta saldamente in mano agli advisor indipendenti, in un rapporto di forze che li vede prevalere, nelle abitudini di investimento degli irlandesi, sui c.d. “agenti/consulenti collegati”, i quali guadagnano esclusivamente in base alle provvigioni retrocesse dai distributori di strumenti finanziari.

Come in Inghilterra, infatti, anche in Irlanda i risparmiatori si rivolgono prima ad un consulente indipendente, dal quale ricevere consulenza in materia di pianificazione finanziaria e asset allocation, e poi ad un “tied agent” – o agente collegato, abbastanza simile ai consulenti finanziari non autonomi operanti massimamente in Italia – presso il quale eseguire le indicazioni del financial planner. Anzi, le due figure professionali sono spesso riunite all’interno dello stesso studio associato, poiché i primi, ossia i consulenti indipendenti (financial planner), non potendo collocare direttamente prodotti finanziari, sono i più prolifici collettori di clientela “indiretta” per i consulenti “collegati” che distribuiscono i prodotti utili a realizzare l’asset allocation del cliente.

Sembrerebbe un sistema simile a quello italiano, che vede due figure professionali differenti, ma i rispettivi rapporti di forza sono capovolti; inoltre, rispetto al modello anglosassone puro, quello irlandese consente, sulla base di una trasparenza maniacale da opporre agli investitori in relazione a costi e funzioni, una “mescolanza” che in Italia è oggi impensabile e fa sì che i circa 400 consulenti indipendenti italiani non abbiano alcun punto di contatto con l’”armata” dei 33.000 consulenti non autonomi iscritti e attivi. Infatti, pur prevedendo l’esistenza di due sole tipologie di consulenti (indipendenti e “collegati”), in Irlanda di fatto se ne aggiunge una terza, quella dei financial planner che ricevono in assoluta trasparenza sia le commissioni dirette da parte della clientela (tariffa oraria per consulenze occasionali, continuativa annuale per rapporti durevoli), sia una parte delle provvigioni stornate dai tied agent.

Questa commistione, come dicevamo, sarebbe impensabile oggi in Italia e, se non fosse per la trasparenza imposta dalla Banca Centrale d’Irlanda (che disciplina il Registro dei consulenti), difficilmente tale sistema sarebbe attuabile anche nella patria della birra Guinness e degli U2. E allora, cosa ha permesso una tale “mescolanza” di interessi potenzialmente in conflitto? Certamente l’imprinting dato alla consulenza finanziaria dal modello anglosassone, che nei decenni passati ha privilegiato nell’opinione comune il ruolo del consulente indipendente, il quale ha sempre avuto il controllo esecutivo delle operazioni di investimento suggerite ai clienti, da eseguire presso gli istituti di credito che distribuivano gli strumenti finanziari selezionati. In pratica, in Inghilterra e Irlanda è nata prima la consulenza indipendente, e poi la “consulenza di prodotto” e la categoria dei consulenti non autonomi, i quali lavorano molto di più con i servizi previdenziali (retirement plan o pianificazione pensionistica) che con il risparmio gestito.

Ciò ha permesso una sorta di “supremazia professionale” dei primi sui secondi, nonché un rapporto di strettissima collaborazione tra le due categorie, che sembra funzionare grazie all’abitudine degli irlandesi di chiedere, prima ancora di parlare di obiettivi e orizzonte temporale, la struttura tariffaria del consulente che hanno di fronte, quali sono le fonti del suo guadagno – le eventuali provvigioni ricevute dai tied agent devono essere obbligatoriamente esplicitate, a pena di sospensione e/o radiazione dal registro – e la sua qualifica specifica. Infatti, in Irlanda esistono diverse qualifiche dei consulenti finanziari, definiti dalla Commissione per la protezione della concorrenza e dei consumatori (CCPC, poi trasformata in FCCPC)) come segue:
consulenti multi-agent (tied agent o consulenti “limitati”), che vendono prodotti finanziari dei fornitori a cui sono “collegati“, e non possono offrire prodotti finanziari di altri fornitori;
consulenti “certificati” (certified financial planner), che forniscono pianificazione finanziaria personalizzata e consulenza anche su tutti i prodotti finanziari presenti in tutto il mercato (chiamati anche consulenti di analisi indipendente).
consulenti collegati con “status misto”, che forniscono consulenza su un numero di prodotti e di fornitori che varia a seconda del ramo di applicazione, per cui un consulente di questo tipo può offrire la propria consulenza su un elevato numero di prodotti di altrettanti fornitori di servizi finanziari, ma si può legare in esclusiva ad un’unica compagnia di assicurazioni, non appartenente a nessun distributore di strumenti finanziari, in relazione alla consulenza e vendita di assicurazioni, per esempio, sulla casa o sulla responsabilità civile/professionale.

Il capovolgimento dei ruoli rispetto al sistema italiano si percepisce anche in merito alla relazione con il risparmiatore: il cliente, generalmente, “appartiene” al certified financial planner, mentre il tied agent è quasi sempre un semplice fornitore di strumenti finanziari, e trova molto più conveniente legarsi ad un certo numero di consulenti indipendenti per lavorare senza la necessità impellente di reperire clientela da solo. Per questo motivo, la stragrande maggioranza delle relazioni tra i pianificatori finanziari ei loro clienti è continuativa, e quella con i tied agent irrilevante, ad eccezione dei piccoli risparmiatori che, non essendo disponibili a pagare la parcella di un financial planner, costruiscono inizialmente una relazione professionale con il tied agent. Infatti, le tariffe di un indipendente possono variare da 150 a 350 euro l’ora, oppure sono calcolate in quota fissa a seconda del patrimonio e dell’attività richiesta (difficilmente si va al di sotto dei 750 euro anche per una consulenza occasionale).

In ogni caso, qualunque consulente irlandese – ed in special modo quelli indipendenti – deve esplicitare al cliente la natura e l’entità dei pagamenti che riceve, anche indirettamente, come “condizione di procedibilità” per l’erogazione del servizio. Pertanto, i financial planner sono obbligati formalmente a comunicare al potenziale cliente se ricevono anche commissioni dal fornitore (tied agent) presso il quale il risparmiatore viene inviato, diversamente quest’ultimo sceglierà in autonomia un “consulente collegato” che venderà materialmente i prodotti consigliati.

Tutti i dettagli economici vengono forniti al cliente attraverso un documento contenente le informazioni sugli addebiti previsti, sia per la consulenza di pianificazione sia in relazione ai prodotti finanziari che verranno sottoscritti dall’investitore.

Consulenti finanziari a parcella. Nel confronto tra modello americano e italiano, vince quello inglese

Sebbene il modello italiano di consulenza finanziaria indipendente sembri essere più protettivo per gli investitori rispetto a quello americano, questo non significa che sia il migliore possibile. Infatti, quello anglosassone si rivela come il più equilibrato di tutti.

Sebbene anche il sistema finanziario degli USA si stia avvicinando, in qualche modo, verso un modello di regole più stringenti, le differenze con il sistema finanziario europeo permangono, soprattutto in termini di “maturità finanziaria” degli investitori. Negli Stati Uniti, infatti, il messaggio che i giovani adulti ricevono ormai da tre generazioni è che prima di acquistare qualunque strumento di investimento è bene chiedere una consulenza ad un buon pianificatore finanziario. In questo modo, l’americano medio ha la garanzia prestata dalla responsabilità fiduciaria di un consulente che non ha alcun incentivo a vendere un prodotto o un servizio e, quindi, è privo di qualunque conflitto di interesse. In più, è in grado di offrire un buon livello di educazione finanziaria a tutti i membri adulti della famiglia – anche ai giovanissimi, e a differenza dell’Italia è pagato per questo – sebbene possa sembrare costoso. Ma alla fine è opinione comune che ne valga la pena.

Da questo scenario si comprende come il consulente indipendente sia il primo passaggio, per la maggior parte degli americani, verso la successiva fase dell’investimento, che negli Stati Uniti si concentra subito su quattro attività fondamentali: l’accantonamento per la pensione, il mutuo per l’acquisto della casa, la copertura sanitaria (principale ed aggiuntiva, se non sono pagate dal datore di lavoro come benefit) e, per ultima, la consulenza di investimento “libero” a medio termine, di solito sovraesposta verso la componente azionaria sulla scia del vecchio adagio 60/40 (60% azionario e 40% obbligazionario).

L’americano medio va dal consulente finanziario con le idee chiare, al punto che il non affrontare anche una sola delle prime tre attività determina sospetto e diffidenza verso il professionista che si dovesse concentrare solo sulla quarta.

Un altro mondo, rispetto all’Italia, ma anche da noi qualcosa sta lentamente cambiando. In particolare, un punto di svolta è accaduto con la “consacrazione” della consulenza finanziaria fee only (o a parcella) e di coloro che la esercitano professionalmente in forza dell’iscrizione in una apposita sezione dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari. Naturalmente, esistono i pro e i contro, ma i primi sembrano essere più rilevanti dei secondi. La parte migliore di farsi assistere da un consulente finanziario indipendente (o autonomo) è sapere che egli non vende nulla fuorchè la propria competenza e professionalità. Opera come fiduciario, garantendo l’assenza totale di conflitto di interessi. Questo, naturalmente, non garantisce che gli investitori riceveranno consigli migliori rispetto a quelli dati da uno qualunque dei consulenti non autonomi – che in Italia sono attualmente il 98% del totale dei consulenti – ma ciò aumenta le probabilità per i clienti di ricevere consigli che sono veramente destinati a essere nel loro migliore interesse.

Senza alcun legame con società specifiche, i consulenti indipendenti sono liberi di offrire una gamma più ampia di soluzioni per pianificare il raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia, un consulente indipendente ha, per definizione, un bassissimo (e difficile) controllo dell’esecuzione delle operazioni suggerite al cliente, al contrario di un consulente non autonomo che, pur operando con un potenziale conflitto di interesse, conclude direttamente le operazioni finanziarie. Pertanto, chi vuole ricevere consulenza di investimento da un consulente indipendente dovrà rivolgersi ad un altro professionista o ad una banca per le negoziazioni titoli, per l’acquisto di fondi e di prodotti assicurativi.

Negli USA, i consulenti finanziari indipendenti sono presenti in grandissimo numero, e addebitano le proprie parcelle in diversi modi. Il metodo più comune è l’applicazione di una percentuale calcolata sulle masse amministrate (asset under management o AUM) e addebitata ogni trimestre, con pagamento automatico disposto dal cliente. Un altro metodo è quello di addebitare una tariffa oraria o mensile, oppure una tariffa fissa a prescindere dalle masse amministrate.

In generale, i pianificatori finanziari a parcella addebiteranno tra i 150 USD e i 400 USD l’ora, oppure tra i 2.500 e i 10.000 USD l’anno. Negli Stati Uniti sono ammessi gli accordi commerciali tra consulenti indipendenti e quelli non indipendenti, così per i primi è possibile guadagnare anche una parte delle commissioni, retrocesse dal broker-dealer o dall’agente assicurativo, che il cliente pagherà su prodotti di investimento e su quelli assicurativi. Da accordi come questo, però, derivano potenziali conflitti di interesse che i consulenti indipendenti americani devono evitare seguendo regole di estrema compatibilità tra i prodotti consigliati e le caratteristiche del cliente. Del resto, i controlli sono rigorosi, efficaci, rapidi ed estremamente punitivi (anche con la detenzione in carcere), e diversi professionisti vengono radiati ogni anno per avere permesso la sottoscrizione di prodotti di investimento – per mano dei broker di fiducia – non adatti alla clientela.

Infine, i consulenti USA possono anche addebitare commissioni di performance, se previste dal contratto di asset management, quando superano un benchmark di rendimento per i loro clienti. Anche le commissioni di performance, a ben vedere, creano una sorta di conflitto di interessi interno, poiché per raggiungere l’obiettivo di superamento del benchmark il consulente potrebbe essere portato a fa assumere al cliente più rischi di quanti effettivamente egli sia in grado di sopportare.

In definitiva, anche il modello americano di consulenza finanziaria non sfugge a possibili aree di conflitto di interesse, a differenza di quello italiano che, invece, prevede una separazione netta tra consulenti indipendenti e consulenti non autonomi, tra i quali non esistono attualmente punti di contatto, neanche in termini di possibili accordi professionali.

Sebbene quello indipendente italiano sembri essere, quindi, un sistema più protettivo per gli investitori rispetto a quello americano, questo non significa che sia il migliore possibile. Infatti, il modello anglosassone si rivela come il più equilibrato e tutelante di tutti, sia per gli investitori che per tutte le categorie di soggetti della catena produttiva-distributiva di servizio. Esso, in sintesi, prevede una sorta di cooperazione fra tre soggetti che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente.

Questa cooperazione comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,
– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,
– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,
– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente, mentre lo stesso consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, che segna così il superamento dei limiti tipici del contratto mono-mandatario attualmente in vigore in Italia, è l’eliminazione del conflitto di interessi, dal momento che il modello esclude ogni forma di retrocessione dalle società prodotto, ma attribuisce al consulente (indipendente) anche la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il proprio controllo.

Anche nel Regno Unito, naturalmente, esistono i consulenti che guadagnano una commissione dai prodotti finanziari (soprattutto assicurativi) venduti direttamente ai clienti, ma il sistema inglese non prevede alcuna collaborazione tra i c.d. tied agents – una sorta di consulenti non autonomi simili a quelli italiani – ed il consulente finanziario vero e proprio (financial adviser), e qualunque accordo economico tra le due figure è espressamente vietato.

Consulenti finanziari, la Gabanelli mette a nudo (senza saperlo) i limiti storici del mono-mandato

“…..è necessario calmare gli animi e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino in polemica. Infatti, se lo scenario non cambia presto si combatterà una lotta di sopravvivenza tra banche-reti e consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio”.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Se Milena Gabanelli, con la sua “entrata a gamba tesa” sul mondo della consulenza finanziaria, ha avuto un merito grandissimo (tra tanti altri), non è certo quello di aver fatto conoscere agli italiani la figura del consulente indipendente. La celebre giornalista d’inchiesta – probabilmente senza volerlo – ha scoperchiato una pentola dentro la quale cuoce a fuoco lento, da circa trent’anni, una questione da cui dipende tutta la fragilità dell’attuale modello di business: il vincolo del mono-mandato per i consulenti abilitati alle operazioni fuori sede (c.d. non autonomi). 

Per spiegare meglio i termini del problema anche ai risparmiatori più attenti  – quelli che leggono Patrimoni&Finanza e si interessano dell’affidabilità dei propri consulenti – raccontiamo in dettaglio la polemica scatenata dalla Gabanelli, e le reazioni che ne sono derivate. “Il mercato del risparmio è dominato dalle banche e dalle assicurazioni che hanno sempre venduto al cliente quello che era meglio per loro…. da qualche anno esiste però un’alternativa, quella dei consulenti puri…..dal dicembre 2018 esiste un albo, diviso in tre sezioni….la prima sezione è la più numerosa e conta…. 33.700 consulenti, gli ex promotori, che hanno un mandato da una rete o da una banca, e quindi vendono solo i prodotti che hanno in catalogo. Negli altri due elenchi dello stesso albo troviamo invece 268 consulenti autonomi e 38 società di consulenza”.

Queste, in sintesi, le parole della Gabanelli che hanno infuocato l’ambiente e risvegliato persino l’ANASF. Secondo il suo presidente, Maurizio Bufi, che ha replicato in rappresentanza degli oltre 12.000 iscritti all’associazione, la gestione del conflitto di interessi riguarderebbe tutti i settori dell’attività umana e “…ovviamente anche l’attività di consulenza finanziaria e di collocamento non sfugge a questa regola. Proprio per questo, il legislatore ha voluto gestire il conflitto di interesse in capo agli operatori dando delle indicazioni molto puntuali e molto precise, e cioè che questo venga risolto sempre e comunque nell’interesse del cliente…”. Bufi ha aggiunto che, in ogni caso, le reti di consulenza finanziaria hanno adottato il c.d. modello di architettura aperta (ossia quello che consente di vendere i prodotti finanziari di altre società di gestione, e non solo quelli “della casa”), che gestisce in modo efficace il conflitto di interesse.

Più concreta la posizione di Federpromm, per bocca del suo segretario Manlio Marucci, secondo il quale “il servizio di consulenza, indipendentemente dal modo in cui si esercita, manifesta una  esigenza specifica particolarmente sentita, come bisogno primario di protezione, da parte dei risparmiatori , che investono di tale ruolo il consulente finanziario, sia sul piano culturale che  di educatore familiare e patrimoniale. Prendere una posizione di parte così come  è stato espresso dalla stessa  ANASF  nei confronti di una giornalista, a cui si riconosce l’accuratezza e qualità dell’inchiesta, dimostra scarsa capacità di analisi e visione d’insieme dei ruoli svolti da tutte le figure professionali del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo che, in qualità di operatori iscritti ad albi od elenchi, oltre ad essere vigilati, hanno a cuore gli interessi dei risparmiatori e una maggiore trasparenza del mercato”. “ In realtà”, conclude Marucci, “la dialettica che ne è seguita non affronta temi sostanziali come l’inquadramento effettivo del consulente sul piano normativo e contrattuale, la ricongiunzione della previdenza obbligatoria, l’assistenza sanitaria e qualificata, i nuovi modelli organizzativi dettati  dall’applicazione delle tecnologie avanzate al settore”.

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Al fine di evitare che un importante dibattito, come quello generato dalla Gabanelli, si risolva nel solito fatto di cronaca finanziaria rapidamente dimenticato dagli interessati, bisogna aggiungere che la vicenda, se non altro, ha avuto il merito di toccare alcuni “nervi scoperti” che risulta impossibile curare senza effettuare interventi risolutivi.

Il primo è quello di una forte competizione – prima impercettibile – tra consulenti non autonomi e consulenti c.d. indipendenti, cui la nuova normativa e la MIFiD II hanno riconosciuto un ruolo più evidente e disciplinato rispetto ad un passato di semi-oscurità. Nonostante ciò, e malgrado un notevole incremento dei professionisti che operano su base autonoma, costoro sono ancora “compressi” numericamente per via di un sistema che premia il risultato commerciale rispetto a quello squisitamente professionale. Da qui una forte rivalità (in verità molto sentita solo dai consulenti su base autonoma, soprattutto verso le banche più tradizionali), che la MIFiD II ha reso più evidente e che oggi viene veicolata anche da messaggi pubblicitari qualitativamente comparativi (come quello dell’immagine, che ritrae la pubblicità di una delle SCF operanti nella consulenza indipendente).

Il secondo nervo scoperto è quello della presunta autonomia e indipendenza, oggi usata come cavallo di battaglia per affermare una sorta di “supremazia etico-culturale” di una categoria di consulenti verso l’altra, che si vorrebbe far dipendere dall’esistenza del conflitto di interessi – sempre presente, in teoria, nel sistema banca-rete, nonostante la c.d. architettura aperta cui fa riferimento Bufi – e che, invece, si rivela essere il risultato di una forzatura del sistema italiano, fondato sul vincolo di mono-mandato, che trae le sue origini dal 1990, e che fa dei consulenti non autonomi attori del tutto incolpevoli.

Il terzo “nervo” – molto importante – è legato alla impossibilità del consulente c.d. indipendente di poter controllare in prima persona la corretta esecuzione dell’investimento da parte del cliente. Infatti, all’interno di un sistema letteralmente dominato dalle regole di funzionamento delle banche-reti, il ruolo di questa importante categoria di professionisti è limitato a quello di “mero dispensatore di consigli di investimento”, con un limite importante nella parte esecutiva delle operazioni che viene lasciata, contro ogni logica professionale, agli operatori bancari o, in ultima istanza, allo stesso cliente più o meno “tecnologicamente evoluto”. In pratica, è come se ad un avvocato venisse concesso di scrivere le memorie di difesa, ma non di poterle depositare in cancelleria e/o di discuterne in udienza.

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La polemica di cui sopra, pertanto, ha un comune denominatore: l’inadeguatezza storica del vincolo di mono-mandato, imposto da una norma ormai desueta e, soprattutto, da un sistema giunto alla sua fase di declino, per il quale è necessario comprimere continuamente (succede ormai dal 2008) i margini economici dei consulenti finanziari, alzare l’asticella del portafoglio medio e causare la fuoriuscita di migliaia di validi professionisti per consentire alle banche-reti che ne fanno parte di sopravvivere e tenere in attivo il proprio conto economico.

Pertanto, appare necessario calmare gli animi, e fare in modo che le due categorie di consulenti non entrino affatto in polemica, alimentando così una inutile rivalità che distrae tutti dalla soluzione del vero problema (che non è certo la Gabanelli). Piuttosto, bisognerebbe prendere coscienza che, in questo preciso momento storico, quella che si sta combattendo è una lotta di sopravvivenza tra gli attori della distribuzione (le banche-reti) e la categoria dei consulenti non autonomi, a causa della quale è possibile che una delle due parti, entro dieci anni, debba cessare di esistere affinchè sopravviva l’altra. Inoltre, se il sistema bancario continuerà a sviluppare la distribuzione dei contratti di consulenza, anche la categoria dei c.d. indipendenti è a rischio-sopravvivenza.

Il mondo dei consulenti non autonomi, peraltro, è strutturato come in “compartimenti stagni” dove i professionisti non comunicano tra loro nel quotidiano, e tutti loro non stanno beneficiando – chissà perché – di un indispensabile ricambio generazionale; pertanto, sembrano aver già perso la battaglia, a meno che non si sveglino dal torpore in cui vivono e, soprattutto, ritrovino unità d’intenti, magari facendo riferimento alle organizzazioni di categoria, esperte in tutela del lavoro, veramente indipendenti dagli interessi di parte dell’industria.

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La soluzione al problema c’è, ed è sotto i nostri occhi da almeno un secolo. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca e consulente. Questo modello di business comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente di questo modello, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia soltanto per quelli abilitati fuori sede (e non per gli indipendenti).

A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di continuare a prosperare – e ciò accadrebbe anche di fronte ad una scontata riduzione delle commissioni di gestione – ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella distribuzione e nel grado di prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (ormai in declino avanzato, anche per via della tecnologia) basato essenzialmente sulla distribuzione, trasformandolo in un modello di rete di consulenza vera e propria, in cui il vincolo di mono-mandato diventerebbe solo una opzione contrattuale, remunerata in modo specifico, a discrezione del professionista.

*direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Risparmio, nessuna fuga dei clienti durante la fase 1. Consulenza indipendente, mano tesa ai colleghi delle reti

Come stanno reagendo clienti, reti e consulenti agli effetti del Covid19 sui mercati? Il mondo della consulenza indipendente lancia un invito ai colleghi delle banche-reti:  il momento per fare una scelta professionale è adesso. Verso un modello anglosassone di consulenza finanziaria?

L’esperienza della pandemia, oggettivamente, ci mancava, e con essa possiamo dire che l’umanità stia compiendo un passo avanti nella conoscenza dei propri limiti e nella consapevolezza della priorità di alcuni valori irrinunciabili. la nostra vita ha fatto i conti, nel breve volgere di pochi giorni, con una rapida escalation degli eventi, e se qualcuno, a gennaio 2020, vi avesse detto che, per esempio, nei successivi tre mesi avreste provato piacere nel fare due passi attorno all’isolato, o salutato come una vittoria il poter far visita ad un parente, lo avreste preso per matto.

Alcuni elementi sono emersi con forza. In particolare, la pandemia – che è ancora in corso – ha confermato che, in una elementare scala di valori del genere umano, la salute viene prima del denaro. La riprova è nel comportamento dei risparmiatori i quali, di fronte agli effetti più gravi scatenati dal Covid19 sui mercati, non hanno opposto alcuna fuga irrazionale, bensì una composta comprensione del momento generata – appunto – dalla fortissima paura per la propria salute.

I risultati di periodo confermano quanto sopra: i riscatti hanno colpito meno dell’1% del patrimonio gestito complessivamente dalle case di investimento, ed i flussi in uscita hanno riguardato soprattutto le gestioni collettive di tipo aperto. Ed anche la fase 2 vede un clima complessivamente sereno, a cui ha contribuito certamente la capacità dei professionisti di rimanere accanto ai clienti anche nei momenti più gravi, assicurando una sorta di “prossimità remota” che proprio i clienti hanno apprezzato.

Nonostante ciò, mentre il Governo ha concesso per la prima volta un (molto) parziale allentamento delle misure contenitive – che oggettivamente crea soltanto l’illusione di un ritorno alla normalità – non tutto appare così grave nel mondo della consulenza finanziaria, sia per i segnali provenienti dalle reti sia, soprattutto, per il comportamento generale dei clienti. Infatti, secondo uno studio condotto da McKinsey & Co. per Anasf, emerge anche che pochissimi risparmiatori si sono resi più liquidi, sebbene sia cresciuto diffusamente il desiderio di ridurre la volatilità attraverso la richiesta di prodotti a capitale protetto (certificate, ad esempio, oppure soluzioni assicurative con protezione 75-85% del capitale). Solo il 5% delle masse di risparmio dei consulenti è stato spostato a liquidità, con un valore complessivo poco significativo.

Pertanto, nonostante i meccanismi di sicurezza della MIFiD II abbiano mostrato tutti i loro limiti, adesso è forte la sensazione che, dopo un ulteriore periodo di sacrifici, ci sarà una ripresa forte, ancorata più di prima alle professionalità che questa crisi ha evidenziato nella categoria dei consulenti. Per questi ultimi, però, rimangono tutti gli interrogativi per il futuro della professione, stretta ancor di più nella morsa della progressiva riduzione dei margini e del fisiologico rallentamento delle attività di relazione e di prossimità tradizionalmente usate nello svolgimento della professione. Infatti, sempre secondo l’indagine di McKinsey, per gli intervistati il nuovo contesto avrà degli impatti sulla gestione del rapporto con i clienti, ed oltre uno su tre dichiara di voler aumentare la relazione da remoto e di utilizzare maggiormente la web collaboration. Non mancano, però, le ombre; i consulenti temono di perdere circa il 3% dei clienti entro fine anno e stimano una performance media dei portafogli del -5%.

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Come conseguenza di questa fase molto complicata sta emergendo la fortissima accelerazione dei processi di digitalizzazione in ogni area della Società, velocizzando il trend già in corso e anticipando fenomeni che, senza il Covid19, avrebbero richiesto ancora qualche anno di tempo prima di affermarsi.

Come sta andando sul fronte delle reti? Non male. Azimut, per esempio, sottolinea come sia continuata in maniera positiva  l’attività di reclutamento in Italia di consulenti finanziari e private banker: 31 nuovi ingressi  nel primo trimestre del 2020, che portano il totale a 1804 risorse umane di rete (N.B. il 20 maggio sarà distribuito un dividendo di 1 euro per azione, interamente cash).

Nell’universo Mediobanca/CheBanca! Non sono stati registrati incrementi nei riscatti da parte della clientela Affluent e Private, e la nuova raccolta del trimestre si attesta a circa 1,1 miliardi (liquidità 0,6 miliardi e masse gestite-amministrate 0,5 miliardi). La rete ha raggiunto i 1.000 professionisti (+20 da dicembre scorso: 14 consulenti finanziari, un gestore dedicati e 5 bankers).

La raccolta netta totale di Banca Generali, ad aprile, si è attestata a 408 milioni euro, in piena crescita anche durante l’emergenza, facendo salire la raccolta da inizio anno a oltre 1,9 miliardi. In particolare, gli strumenti digitali della banca hanno consentito ai consulenti la piena operatività anche da remoto.

In Banca Mediolanum, Massimo Doris afferma che dal punto di vista commerciale la rete non ha vissuto sia la fase 1 che la fase 2, ed ha continuato ad andare benissimo, tanto da considerare una possibile revisione al rialzo del target di raccolta netta a fine 2020 (stabilito in 5 miliardi euro).

Nel frattempo, , dal fronte della consulenza indipendente arriva un chiaro invito per i consulenti finanziari non autonomi. Secondo Consultique, la prima realtà italiana a portare avanti, da circa venti anni, la mission dei c.d. fee only (consulenti pagati esclusivamente dal cliente, a parcella) i consulenti non autonomi dovrebbero ripensare e riorganizzare il futuro, individuando una “exit strategy” verso i servizi indipendenti, remunerati dalla clientela con un onorario, in modo trasparente e chiaro. Questa scelta, secondo Luca Mainò (Founder e Managing Partner di Consultique), va maturata adesso, altrimenti si corre il rischio, nel prossimo futuro, di vedere i propri clienti cambiare advisor, preferendone uno che sia in grado di erogare servizi che solo un indipendente può offrire. L’attuale consulente, in sintesi, rischierebbe anche nel breve periodo di trasformarsi in un semplice esecutore di raccomandazioni, senza più alcun ruolo a contenuto  professionale.

In sostegno dell’opinione di Consultique giunge l’esperienza dei paesi più evoluti del nostro dal punto di vista finanziario, che hanno tracciato da tempo la strada per una vera indipendenza. Nel modello anglosassone, per esempio, esiste una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente. Il modello anglosassone, in questo modo, comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, oltre alla eliminazione del conflitto di interessi, è la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il controllo del consulente, come accade oggi in Italia per quelli abilitati fuori sede (ma non per gli indipendenti).

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A ben vedere, il modello anglosassone di consulenza finanziaria rappresenterebbe la migliore soluzione per tutti i professionisti della finanza, un ideale punto di incontro per entrambe le categorie di consulenti, indipendenti e non. L’abbattimento del vincolo di mono-mandato, poi, assicurerebbe anche all’industria del risparmio gestito di prosperare e di trovare nuovi e più durevoli sviluppi di mercato, ed alle banche-reti, forti della esperienza ormai quarantennale nella prossimità alle famiglie-clienti, di modificare l’attuale modello di business (già in declino) basato sulla sola distribuzione, trasformandolo in modello di rete di consulenza vera e propria – in cui il vincolo di mono-mandato sarebbe solo una opzione contrattuale, remunerata, a discrezione del professionista – e sviluppando quello delle già esistenti SCF (società di consulenza finanziaria).

Consulenti finanziari, la sopravvivenza passerà dal modello di consulenza anglosassone?

Senza una profonda rivisitazione del modello giuridico-professionale, nel giro di 10 anni i consulenti finanziari non autonomi potrebbero quasi sparire dal mercato.

Con l’avvento della MiFID II, le fondamenta del sistema che vede i consulenti abilitati fuori sede ancora in numero largamente totalitario (98,5%) stanno cedendo vistosamente sotto i colpi della continua riduzione dei margini di ricavo alle reti, della cronica mancanza di un serio piano di educazione finanziaria negli utenti (ci vorranno altri dieci anni prima che la “Generazione Z” acquisisca una vera familiarità con i principi di gestione dei mezzi finanziari) e della più assoluta assenza di tutela sindacale da parte degli enti maggiormente rappresentativi, protesi come ad agire sulla limitazione degli effetti delle decisioni prese dal lato dell’offerta, e non sulla loro concertazione (e quindi sulle cause).

La tendenza alla diminuzione dei margini per i consulenti, in particolare, li espone alla necessità di dover allargare continuamente le masse amministrate, ossia la “base imponibile” delle proprie provvigioni, e ciò determina una sorta di selezione indotta che espellerà ogni anno centinaia di bravi professionisti, “rei” unicamente di non stare al passo con l’aumento di raccolta che è diventato sempre più difficile per via della fortissima competizione e del tasso di fidelizzazione della clientela opposto anche dal sistema bancario tradizionale (da cui tradizionalmente si attingeva).

La MiFID II, poi, ha fatto emergere una categoria – quella dei consulenti c.d. indipendenti – che nei decenni precedenti era rimasta nascosta, in attesa di tempi migliori. In particolare, ciò che si sta rivelando sono le differenze tra le due categorie. Gli indipendenti, infatti, sembrano essere i soggetti destinatari naturali di quella rivoluzione della professione spesso annunciata ma mai codificata: la consulenza patrimoniale. Infatti, il mondo dei CF non autonomi si continua a muovere lungo i binari della gestione e remunerazione del solo risparmio, difettando vistosamente di iniziative (anche di semplice formazione) rivolte alla gestione di tutto il patrimonio delle famiglie: denaro, immobili, beni preziosi, investimenti alternativi (arte, auto, orologi etc).

Adesso sembra esserci un solco profondo tra consulenti finanziari indipendenti e non indipendenti, e la sensazione generale è che se il compito del pianificatore deve continuare ad essere solo quello di creare un paniere di titoli o fondi comuni, il valore aggiunto di tale professione, a causa del futuro utilizzo della consulenza online e “robotica”, non può che diminuire, fino ad annullarsi. Pertanto, la gestione del portafoglio mobiliare è solo il minimo che un consulente finanziario può fare oggi per il cliente, e il differente approccio professionale tra le due categorie si rivela sul piano dei servizi considerati “accessori” dall’industria del risparmio gestito e dalle banche-reti, e non ancora retribuiti. I consulenti che lavorano su base autonoma oggi possono già “codificare” questi servizi, lavorando anche in partnership con altre categorie professionali (avvocati, commercialisti, notai etc) e condividendone il risultato economico. Ciò non accade per i CF non indipendenti, costretti a farsi schermare economicamente da quei professionisti, in merito alla condivisione della parcella, perché il proprio inquadramento impedisce una “codifica” semplice del proprio apporto professionale (che c’è, ed è innegabile). Per meglio chiarire il concetto dei servizi “accessori” non retribuiti, ecco alcune delle funzioni più comuni svolte dal consulente finanziario su base non indipendente:

– sviluppo e aggiornamento del piano finanziario;

– comprensione delle leggi e delle modifiche fiscali;

– pianificazione di strategie di reddito del capitale investito;

– consulenza sulle opzioni di previdenza sociale e assicurativa;

– protezione e passaggio generazionale del risparmio familiare;

– protezione del risparmio dall’erosione del potere d’acquisto;

– ideazione di strategie di donazione e di beneficenza;

– formazione al cliente sulla finanza comportamentale e sulla fedeltà al piano finanziario nei periodi di correzione (anche violenta) dei mercati.

In tutta evidenza, tutte queste funzioni ad altissimo valore aggiunto, insieme all’elevatissimo tasso di mansioni amministrative di competenza delle banche-reti e svolte gratuitamente dai consulenti, non vengono oggi riconosciute economicamente. Eppure, sono proprio queste funzioni a segnare il rapporto di fiducia consulente-cliente ed a trainare la vendita dei prodotti finanziari.

L’intera industria del Risparmio, di conseguenza, dovrebbe rivolgere più di una riflessione sulla urgenza di codificare un servizio di consulenza allargato a queste funzioni; se non lo fa, vuol dire che non lo ritiene strategicamente interessante, in ciò compiendo un errore madornale.

Secondo il nuovo Rapporto annuale Consob sulle scelte di investimento degli italiani, più del 50% di chi ha partecipato al sondaggio non è in grado di definire in cosa consista il servizio di consulenza in materia di investimenti, ed in relazione alle scelte di investimento solo il 20% degli individui si affida a un consulente finanziario.

Inoltre, secondo un report di Cerulli Associates, si prevede che oltre un terzo dei consulenti finanziari andrà in pensione nei prossimi 10 anni, determinando la necessità di “trasmettere” il portafoglio clienti ad altri colleghi per un valore pari a quasi il 39% delle attività del settore, ma quasi un quarto dei consulenti in tutti i canali che prevedono di ritirarsi nel prossimo decennio non ha un piano di successione. Nel frattempo, il settore sta lottando per reclutare e/o trattenere consulenti adeguatamente preparati e con buone masse, senza però aumentare gli sforzi di reclutamento di consulenti più giovani all’interno del team per gestire programmi di successione aziendale dei consulenti più anziani e prossimi alla pensione.

Questa circostanza, più delle altre, preoccupa i consulenti non indipendenti che si trovano “in mezzo al guado” e che, quando verrà il loro momento dei “raggiunti limiti di età”, potrebbe vedere il proprio portafoglio non valorizzato in uscita, per assenza di colleghi pronti a subentrare o per via di modifiche unilaterali del contratto.

In definitiva, il modello di servizio migliore, grazie al quale dare continuità ad una professione troppo “ingessata” giuridicamente sul vincolo del mono-mandato, sarebbe quello anglosassone. Questo, in sintesi, prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che, pur mantenendo le proprie caratteristiche, conservano la loro autonomia: cliente, banca depositaria e consulente. Il modello anglosassone, in questo modo, comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia,

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza,

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il vantaggio più evidente, che segna così il superamento dei limiti tipici del contratto mono-mandatario, è l’eliminazione del conflitto di interessi, dal momento che il modello esclude ogni forma di retrocessione dalle società prodotto ma attribuisce al consulente anche la certezza dell’esecuzione degli ordini, che così ricadrebbero sotto il proprio controllo.

Relativamente alla parcella, poi, questa verrebbe pagata sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Purtroppo, in Italia le barriere all’entrata (e l’inattività delle associazioni di categoria) verso questa innovazione di processo sono talmente alte da non permettere, al momento, di intravedere una simile prospettiva.

Ma si rimane fiduciosi in un risveglio delle coscienze e, soprattutto, delle intelligenze sottratte all’interesse di parte.

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Regno Unito, gli investitori vogliono “le 3 T” dal proprio consulente finanziario. E in Italia?

Sondaggi, statistiche e note di colore provenienti dalle più interessanti ricerche giornalistiche del Regno Unito condotte in piena epoca MiFID II. Analogie con l’Italia e aneddoti in salsa british

Tratto da un articolo di Nick Shepherd (FT)

A parte la differenza linguistica (e la Regina), Italia e Inghilterra hanno molti punti di contatto quando si parla di consulenza in servizi finanziari. Quello inglese, senza dubbio, è un mondo più variegato, ma alcuni sondaggi condotti sulla clientela british hanno rivelato sorprendenti similitudini in relazione alla reputazione di cui i consulenti finanziari godono presso la clientela. Prima di introdurre l’argomento, sarà bene fare una breve panoramica su come si svolge il servizio di consulenza di investimento nel Regno Unito.

Nel mondo anglosassone, a parte le reti di distribuzione di prodotti finanziari remunerate con commissioni, sono molto presenti e apprezzati i consulenti autonomi, che hanno già una “storia” notevole rispetto all’Italia e sono preferiti a quelli non autonomi. Di conseguenza, le banche accettano di accoppiare, al servizio di collocamento di strumenti finanziari, la consulenza su base indipendente quale servizio a valore aggiunto, all’interno di un modello di servizio che prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali differenti e autonome: cliente, banca depositaria e consulente (o advisor).

Questo modello comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia;

– il cliente sceglie il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca;

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza conflitto di interesse e senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio;

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente;

– Il consulente controlla che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

Il modello anglosassone, a ben vedere, elimina anche il conflitto di interessi, escludendo ogni forma di retrocessione dalle società prodotto ai consulenti che scelgono di operare in modo indipendente; in più, consente al consulente autonomo di avere la certezza dell’esecuzione degli ordini nei tempi previsti, che così ricade sempre sotto il suo controllo (come in Italia, solo che la banca non è una semplice depositaria, ma una mandante).

Relativamente alla parcella, questa viene pagata direttamente dal cliente al consulente sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, pattuita contrattualmente entro certi minimi e massimi, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Quando è stato chiesto di nominare le qualità più richieste in un consulente finanziario, i lettori del Financial Times non hanno avuto dubbi, convergendo quasi tutti sulle “tre T”: Trasparency, Trust and Tailored (trasparenza, fiducia e servizio su misura).

La risposta è arrivata da oltre 300 lettori, di cui oltre i due terzi di essi stavano già pagando servizi di consulenza finanziaria. In cima alla lista dei loro desideri c’è la trasparenza sulle commissioni. In particolare, il 7% dei lettori inglesi confessa di non sapere quanto stia pagando per i consigli del consulente, mentre una percentuale maggiore (18%) contesta il livello delle commissioni che vengono loro addebitate e il modo in cui queste vengono applicate. La pratica diffusa di addebitare commissioni ad valorem – in cui i consulenti prendono una percentuale sul valore delle attività gestite ogni anno – è stata particolarmente dibattuta. Alcuni lettori, infatti, si sono concentrati sugli aspetti della comunicazione sul tema (“le commissioni dovrebbero essere espresse in sterline, non in percentuale”), mentre altri hanno posto l’attenzione sulla partecipazione del consulente al risultato finale, mostrando preferenza sulle commissioni di performance e non su quelle basate sul valore del portafoglio totale. Altri, ancora, si sono lamentati dalle scarse capacità di relazione e attenzione dei consulenti verso i clienti, i quali lamentano la pratica delle due riunioni di revisione l’anno, considerate poco coinvolgenti.

Circa un terzo dei lettori che hanno partecipato al sondaggio del FT ha confessato di non avere una buona opinione sui consulenti che lavorano su base non indipendente, e con una gamma limitata di opzioni di investimento, dichiarando il proprio disagio verso la “consulenza basata sulle commissioni per l’acquisto di determinati prodotti“. Anche per i consulenti inglesi non indipendenti, pertanto, la direttiva Mifid II comporta una maggiore trasparenza sulle commissioni ed un momento di trasformazione per tutto il settore.

In sintesi, il tipo di servizio che molti lettori britannici hanno detto di voler ottenere è fatto essenzialmente di sei elementi fondamentali: fiducia, chiarezza, creatività, onestà, indipendenza e buone capacità di ascolto. Oltre a questi, alcuni partecipanti hanno dichiarato di voler andare oltre la consulenza sugli investimenti, desiderando parlare di Arte e di Filantropia, ma anche di affari e degli investimenti non finanziari che possano dare ai propri figli la possibilità di arricchirsi.

Ritornando alle statistiche fuoriuscite dal sondaggio, il 38% dei lettori ha dichiarato di essere “molto soddisfatto” del rapporto qualità-prezzo del proprio consulente, mentre il 41% si è dichiarato “soddisfatto” del livello delle tariffe e poco più del 13% ha ritenuto di non ottenere un buon rapporto. Sebbene il 43% dei lettori non abbia mai cambiato il proprio consulente, qualsiasi evento che possa portare a una perdita di fiducia li spingerebbe a farlo. Quasi un terzo dei lettori senza un consulente finanziario ha indicato nella mancanza di fiducia e nelle scarse esperienze passate le ragioni per cui ne stanno lontani.

Quello della fiducia è un elemento ricorrente. Da un sondaggio effettuato dall’Autorità di vigilanza sulla condotta finanziaria (FCA), si è scoperto che solo il 39% degli adulti del Regno Unito si fida di consulenti finanziari, e che il meccanismo su cui si basa il successo dei consulenti è essenzialmente il passaparola o la raccomandazione personale di un membro della famiglia, un collega o un altro professionista di altra categoria. Allo stesso modo, la maggior parte dei consulenti ha descritto i referral (passaparola) come il loro modo principale di trovare clienti.

Non mancano, infine, le cosiddette note di colore nella ricerca condotta dal FT, che ha chiesto ai consulenti finanziari di raccontare le domande più strane, gli obiettivi di spesa più bizzarri e le richieste più insolite in cui si erano imbattuti nella loro carriera. Si va da un cliente fanatico della moda ansioso di “liquidare parte del suo portafoglio per aggiornare il suo guardaroba” a un cercatore di tesori che voleva “trasformare il suo intero portafoglio in oro fisico“. Alcuni clienti, poi, si aspettano molto in cambio delle commissioni che pagano: a un consulente è stato chiesto “puoi portare le mazze da golf di mio figlio dall’altra parte della città per me?“, mentre altri hanno riferito esperienze di gestione del conflitto coniugale dei loro clienti. Un cliente felicemente sposato insisteva sul “non dire a mia moglie quanti soldi ho, lei li spenderà tutti“, mentre un altro chiedeva come “nascondere le risorse a un partner che tradiva” (richiesta rifiutata dal consulente). Un consulente ha dovuto spiegare la matematica di base a una cliente divorziata con un patrimonio dal valore di 8 milioni di sterline, in un classico caso in cui l’ex marito pagava e controllava tutto, quindi da sola lei non era in grado di comprendere il valore del denaro e dei beni.

Per ultimo, le storie toccanti di gentilezza umana. Rob Roberts, pianificatore finanziario di The Chester Partnership, ha raccontato come una coppia abbia lasciato un lascito testamentario sostanziale all’agente di viaggio di fiducia, che aveva trovato un hotel a Lanzarote dove la coppia si era recata in vacanza romantica ogni anno per un decennio.

Per i suoi apprezzati sforzi, l’agente ha ereditato 300.000 sterline.

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Organismo Unico Consulenti: un posto affollato. Professionisti della finanza ancora senza ordine professionale

Nell’O.C.F. convivono soggetti profondamente divisi per identità e obiettivi. E mentre ANASF va all’attacco della presidenza, si sente sempre di più la mancanza di una casa comune di tutti i consulenti.

Periodo caldo, e non solo per via della stagione estiva, quello che precede la sfida sulla governance dell’Organismo Unico dei consulenti finanziari.

Infatti, lo scorso 13 Giugno, il presidente di Anasf, Maurizio Bufi, ha annunciato pubblicamente la candidatura di Francesco Di Ciommo alla guida dell’OCF, al posto dell’attuale presidente Carla Rabitti Bedogni, e dello stesso Bufi come vicepresidente, manifestando così il desiderio di volere assicurare ai consulenti finanziari abilitati fuori sede un peso maggiore all’interno dell’Organismo.

Pertanto, quello di Anasf potrebbe anche definirsi come la prima azione di tutela quasi sindacale, dopo un ventennio che l’ha vista piuttosto distratta su questioni importanti.

In attesa di scoprire i programmi che certamente si accompagneranno alla battaglia (se mai ci sarà) per la guida dell’OCF, esistono alcuni temi che andrebbero approfonditi.

Il primo di questi riguarda proprio la composizione della governance dell’Organismo, che vede coesistere al suo interno ben quattro categorie di soggetti, ognuna delle quali è rappresentata da specifiche organizzazioni aventi natura sindacale o semplicemente di categoria:

– consulenti finanziari non indipendenti (Anasf, Federpromm),

– società mandanti (Assoreti e Abi),

– consulenti finanziari indipendenti (Nafop, Opec Financial),

– società di consulenza finanziaria indipendente (AssoSCF, Ascofind).

L’unica cosa che li accomuna è il contesto di servizio (la consulenza finanziaria) ed il mercato di riferimento, per il resto ciascuna categoria ha esigenze molto differenti da quelle degli altri.

  • I consulenti abilitati fuori sede, ossia l’insieme di professionisti storicamente preponderante, si interrogano sul futuro della professione e incassano l’ennesima previsione di minori ricavi prospettici che la MiFID II impone al sistema.
  • Le società mandanti, così come dopo la prima MiFID, devono rispondere alla necessità degli azionisti di far quadrare il conto economico il più presto possibile, utilizzando legittimamente tutte le leve aziendali disponibili.
  • I consulenti finanziari indipendenti, fino a ieri tenuti nell’oblio di una professione non codificata, hanno ottenuto (era ora) la propria sezione nell’OCF e vedono nella MiFID II un’occasione per acquisire maggiore autorevolezza nel contesto di riferimento.
  • Le società di consulenza indipendente, pur condividendo, in forma societaria, gli interessi e la mission dei consulenti autonomi, sono pronte nel lungo termine ad accogliere i consulenti abilitati espulsi dal sistema ma desiderosi di continuare la propria professione, anche sotto un’altra veste.

Di conseguenza, lo scenario più probabile, nei prossimi 5-7 anni, è quello che vedrà una forte decrescita del numero dei consulenti non autonomi ed una crescita sostenuta di quello degli indipendenti e delle società di consulenza; sullo sfondo, un’industria del risparmio gestito che vorrà mantenere il proprio livello di utili.

Ce n’è abbastanza per definire l’OCF come un “posto piuttosto affollato”, abitato da soggetti diversi all’interno di uno spazio molto ristretto. Una polveriera, pronta ad esplodere nel momento in cui un attore fortemente rappresentativo si farà portavoce del disagio di molti professionisti, spezzando le mille divisioni che consentono al sistema di mantenere l’attuale conformazione.

Pertanto, pur essendo davvero apprezzabile lo sforzo di Anasf di voler far contare di più i propri iscritti all’interno dell’Organismo, non si comprende il perchè le energie del maggiore “non-sindacato” di categoria e quelle delle altre organizzazioni (sindacati compresi) non debbano essere incanalate nello sforzo di ottenere l’unica cosa che manca veramente: un ordine nazionale dei consulenti finanziari, con la sua governance, il suo codice etico, i suoi organi di controllo, ed il suo sistema di tutele interne ed esterne, i suoi ordini regionali o locali, grazie al quale tutti i consulenti, senza distinzione di categoria, sarebbero finalmente uniti, superando quell’affollamento innaturale di ruoli e figure di cui è composto l’OCF e quella netta linea di demarcazione rappresentata, più che simbolicamente, dalle differenti quote annuali di tenuta dell’albo (500 euro gli autonomi, meno di 200 euro gli abilitati fuori sede).

Nello scenario attuale, tanto voluto quanto non necessario, le due categorie di consulenti non trovano alcuno stimolo a confrontarsi e a condividere comuni progetti di crescita. Eppure, oggi il valore della professionalità e dell’autonomia (anche per quelli che lavorano su base non indipendente) varrebbe, sulla carta, molto più delle dimensioni del portafoglio clienti; lo dice chiaramente la MiFID II, e soprattutto lo vogliono i clienti.

Un primo passo importante per iniziare un cammino comune, per esempio, potrebbe essere il confronto con il mondo delle università, al fine di istituire in tutti i maggiori atenei il corso di laurea in Consulenza ed Educazione Finanziaria-Patrimoniale, strumentale alla preparazione dei nuovi professionisti di domani. Infatti, grazie all’aumento degli standard di competenza e autorevolezza richiesti dalla normativa, e per via della diffusione degli strumenti di risparmio gestito a basso costo, oggi non è più così difficile, per un consulente abilitato, concepire una migrazione verso la categoria degli autonomi, e con la MiFID II ci sono tutte le premesse perché ciò accada nel giro di 7-10 anni, giusto il tempo di far crescere la sezione speciale dell’albo a loro dedicata ed il loro peso “politico” all’interno dell’OCF.

Un altro aspetto importante, che desterebbe attenzione, è che un ordine professionale autonomo  risolverebbe anche l’annosa questione dei contributi Enasarco, perché i consulenti potrebbero finalmente avere la propria cassa di previdenza, dove far confluire in forza di legge tutto ciò che è stato versato fino ad oggi (e l’Enasarco non avrebbe più alcuna speranza di tenere alcunchè).

Relativamente alla tutela degli iscritti, poi, oggi migliaia di bravi consulenti di esperienza rischiano ogni anno di dover uscire dal mercato, sollecitati dalla propria mandante, sol perché detengono un portafoglio clienti più basso della “media Italia”. Eppure, anche loro lavorano con grande impegno in un contesto difficile, rappresentandoo con onore sé stessi e l’azienda per cui lavorano.

Quest’ultima questione, peraltro, è strettamente collegata a quella del problema dell’età media dei consulenti: se la dichiarata volontà di risolverlo è una cosa seria, la sua logica conseguenza sarà quella di investire sulle giovani leve, a cui insegnare la professione. Di fronte a questo obiettivo, mettere alla porta i consulenti “sotto la media “ e contemporaneamente far entrare persone senza alcun portafoglio sembra un suicidio per l’OCF, a meno che quello di trovare soluzione al problema dell’età media elevata sia solo uno sterile annuncio privo di contenuto.

E’ all’interno di questo scenario di problemi irrisolti che si svolgerà la tornata elettorale di Settembre per la guida dell’OCF. Resta da capire per chi penderanno i consulenti indipendenti, i quali, a causa della “lontananza d’intenti” con i consulenti abilitati, non sembrano avere altra scelta che quella di appoggiare la candidata di Assoreti/Abi. Così facendo, però, si perderebbe l’occasione di cominciare un percorso comune, in vista dei profondi cambiamenti che il futuro riserva al mondo della consulenza finanziaria.

I segnali ci sono già tutti. Dopo la contrazione del 20% di iscritti conseguente al quinquennio di crisi 2008-2013, e dopo i seguenti quattro anni di sostanziale consolidamento, l’ultimo anno segna un calo dello 0,9%. Se consideriamo che il ritmo di crescita annuale dei quattro anni precedenti era stato dell’1%, è evidente che c’è un problema a monte di tutto, che investe il c.d. “modello di servizio”. In Europa, infatti, esiste anche quello anglosassone, nel quale le banche accettano di accoppiare, al servizio di collocamento dei prodotti finanziari, la consulenza su base indipendente quale servizio a valore aggiunto. Questo modello, pertanto, prevede una sorta di cooperazione fra tre figure professionali che conservano la propria autonomia (cliente, banca depositaria e consulente-advisor), e comporta benefici per ognuna delle figure che ne fanno parte. Infatti:

– il cliente sceglie personalmente la banca di sua fiducia presso la quale depositerà il denaro in custodia, e sceglie autonomamente il consulente a cui affidare la gestione del proprio patrimonio depositato in quella banca,

– il consulente opera in piena tranquillità ed indipendenza, senza vincoli commerciali di alcun tipo, nel rispetto di un contratto di gestione di portafoglio,

– la banca depositaria, in qualità di custode, ha una funzione di controllo sull’operatività e sulla buona diligenza del consulente,

– quest’ultimo controlla direttamente che la banca esegua le disposizioni impartite dal cliente secondo le condizioni ed i tempi concordati.

In un contesto di servizio di questo tipo, a ben vedere, si eliminerebbe anche il conflitto di interessi, escludendosi ogni forma di retrocessione da parte delle società prodotto; in più, il consulente autonomo avrebbe la certezza dell’esecuzione degli ordini nei tempi previsti che ricadrebbero sotto il proprio controllo. Relativamente alla parcella, poi, questa verrebbe pagata sotto forma di commissione di gestione del portafoglio, oppure periodicamente, a seconda dell’entità del patrimonio amministrato e della durata del servizio.

Purtroppo, difficilmente il modello anglosassone vedrà mai la luce in Italia, ed anzi possiamo tranquillamente affermare che le barriere all’entrata verso questa innovazione di processo sono talmente alte da escludere questa ipotesi, almeno per il momento.

Se ne riparlerà, probabilmente, tra 10 anni.

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