Maggio 2, 2026
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Borse mondiali, chi ha paura della correzione?

Si rafforza nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia e dalle repressioni della Cina contro il crescente potere delle aziende tecnologiche. L’annuncio del tapering da parte della Fed non aiuta.

Sono mesi ormai che si preannuncia una imminente correzione dei mercati azionari, dopo la corsa post-pandemica e quella, ancora più lunga, che ha avuto inizio nel 2009. Con qualche battuta d’arresto (2015 e 2018), infatti, negli ultimi 12 anni le borse non hanno fatto altro che brindare, trainate da continui spunti al rialzo che il Covid-19 ha amplificato a dismisura, creando un solco ancora più evidente tra Old e New Economy. Nel frattempo, i richiami a riequilibrare il collegamento tra le quotazioni azionarie e l’Economia Reale sono progressivamente caduti nel vuoto, ed anzi oggi è persino consigliabile non farci più alcun riferimento, tanto è evidente la supremazia del comparto derivati su quello delle azioni ordinarie.

In uno scenario simile, con il megatrend delle tecnologie (e soprattutto delle biotecnologie) sempre più lanciato verso il futuro predominio dei listini, attendersi una correzione secondo i “vecchi” schemi dell’analisi grafica e/o quantitativa non è più lecito, dal momento che la Covid-Economy ha fatto saltare definitivamente, con un anticipo di almeno 3 anni, tutti gli equilibri della Old Economy, e gli analisti non riescono ancora a trovare dei validi punti di riferimento per abbozzare previsioni che, peraltro, vengono puntualmente smentite dai fatti.

Persino il concetto di “bolla speculativa” ha un nuovo significato, aggiornato in base ad altri parametri che si vanno definendo in relazione ai cambiamenti che viviamo giorno per giorno. Gli eventi della Cina, per esempio, due anni fa avrebbero condizionato senza distinzione le borse di tutto il mondo; oggi, invece, si comincia ad intravedere una certa decorrelazione, resa ancora più evidente dall’impensabile (per l’Occidente) potere di condizionamento delle economie che il governo cinese sta mettendo in atto a dispregio del suo stesso liberalismo di facciata.

Da un recente sondaggio di Reuters, è emerso che 66 analisti sui 107 intervistati considerano probabile una correzione del mercato azionario globale entro la fine di quest’anno. Gli altri 41, invece, lo ritengono altamente improbabile. Secondo Tomas Hildebrandt di Evli Bank, “i fondamentali suggeriscono che la situazione è ancora favorevole ai mercati, e non importa che gli stessi mercati siano cresciuti notevolmente”. Una dichiarazione del genere, fino al 2019, avrebbe fatto sorridere gli analisti fedeli alla teoria dei cicli, che però sono ancora tanti e nutrono profonda preoccupazione la valutazione delle azioni. Eppure le condizioni per la crescita delle azioni growth – tassi sui prestiti bassissimi, politica monetaria accomodante più un fiume di liquidità – sono ideali. Ma è anche vero che il rapporto prezzo/utili (P/E) dell’S&P 500 Shiller (quello ottenuto al netto dell’inflazione) di recente ha superato quota 40, e si trova molto al di sopra della media annuale storica di 16,82. Anche qui vale la stessa domanda: in considerazione dei cambiamenti apportati dalla Covid Economy, tale rapporto è da considerarsi sostenibile?

C’è da dire che una correzione delle borse non deve essere considerata necessariamente come una specie di catastrofe irrisarcibile, poiché nel breve periodo si è verificato spesso, anche a due cifre, e la sua durata non è estesa nel tempo (in media 155 giorni per lo S&P500). Inoltre, grazie all’avvento di Internet e all’aumento della circolarità delle informazioni, la durata media delle correzioni è scesa sensibilmente negli ultimi venti anni, e tale riduzione temporale è ormai strutturale nel sistema.

Un capitolo a parte, come dicevamo, è quello della Cina, che ha dato vita all’uso politico spregiudicato della finanza in nome della guerra commerciale con gli Stati Uniti, dove il cambio di presidenza sembra aver fatto piuttosto male: nonostante i suoi difetti, Trump aveva mostrato di saper fronteggiare meglio del modestissimo Biden il confronto muscolare con l’economia cinese. In particolare, dopo le repressioni governative che hanno determinato il crollo delle quotazioni di numerosi big dell’azionario cinese, adesso è emersa la volontà del partito di effettuare una rapida e forzosa redistribuzione dei redditi, chiamando “i ceti a più alto reddito a restituire alla collettività una parte di quello che hanno guadagnato”. L’obiettivo dichiarato, dopo decenni di limitazione delle nascite, è quello di assicurare la prosperità comune contrastando la crescita zero della popolazione, da sempre volano del sistema economico cinese, modificando la legge sulle nascite nel senso di consentire alle coppie di poter avere fino a tre figli. 

E mentre la Cina segue i suoi programmi economici, l’Europa sembra avere più benzina degli Stati Uniti, dove l’annuncio del tapering non aiuta a vedere spunti validi per l’azionario a stelle e strisce nel medio periodo. In più, si è rafforzata nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia globale anche per l’autunno e l’inverno.

Ma la paura, come la fretta, è cattiva consigliera.

Enasarco, maggioranza spinge il voto su atti illegittimi. Domina la paura di un aumento degli elettori

Qual è la paura più grande dei 10 consiglieri di maggioranza di Enasarco e dei loro delegati? Le loro reazioni alle numerose istanze di ripristino del “giovane” meccanismo democratico elettorale della Cassa lo dicono apertamente: bocche cucite, e reazioni scomposte sui social. Intanto, 16 delegati sollecitano i ministeri ad intervenire.

La questione delle mancate elezioni di Enasarco non smette di suscitare legittime prese di posizione di quanti considerano la decisione arbitraria della maggioranza in consiglio di amministrazione – diretta espressione, soprattutto, di Confcommercio e USARCI – come un atto di arroganza istituzionale, teso ad evitare il confronto elettorale più a lungo possibile.

Probabilmente, anche la paura di perdere una comoda posizione di potere quasi ininterrotto gioca un ruolo importante, e forse i 10 consiglieri di maggioranza, all’atto di prendere quella decisione, si attendevano un rientro post-Covid più lungo e “complice”, ma pare abbiano fatto male i conti, e adesso sono letteralmente arroccati in trincea, sotto i colpi dell’artiglieria dell’opposizione e dei ministeri vigilanti.

Infatti, 16 delegati dell’Assemblea Enasarco riferibili alle sigle ANASF, Federagenti e FIARC, in una lettera inviata ai ministeri di Lavoro ed Economia e ai vertici Enasarco, hanno rappresentato le evidenti criticità sulle quali la Governance dell’Ente li chiamerà a esprimersi in occasione dell’Assemblea dei delegati convocata per martedì 30 giugno. Nella nota, si sollecita “l’intervento immediato dei ministeri vigilanti attesa la persistenza di un gravissimo e illegittimo comportamento da parte della maggioranza dell’attuale Consiglio di Amministrazione, le cui delibere, già censurate dagli stessi ministeri, stanno ora coinvolgendo l’operato degli altri organi e, in particolare, dell’Assemblea dei delegati, chiamata infatti a deliberare, nella prossima riunione del 30.06.2020, su punti che esulano dalle proprie funzioni statutarie e non rientranti tra gli atti di ordinaria amministrazione“.

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Il tema noto, si scrive in un comunicato, è quello dell’amministrazione in prorogatio, che sta interessando la Fondazione Enasarco, il cui rinnovo delle cariche era stato stabilito, con modalità di voto online, per il 17-30 aprile 2020, ma che la maggioranza in capo a Enasarco ha inteso rinviare sine die per l’emergenza Coronavirus. Una decisione irrituale, alla luce del fatto che con le stesse modalità di voto, in quelle settimane l’Ordine dei Medici, INARCASSA e Confindustria sono andate, come previsto, a votare, dando la parola agli iscritti e registrando in alcuni casi (vedi ENPAM) una partecipazione elettorale addirittura triplicata rispetto alla tornata precedente.

E’ questa, adesso la paura più grande dei 10 consiglieri di maggioranza e dei loro delegati? Sembrerebbe di sì, e le loro reazioni alle numerose istanze di ripristino del “giovane” meccanismo democratico elettorale di Enasarco lo dicono apertamente: bocche cucite, e reazioni scomposte sui social. Del resto, l’aumento della base elettorale, in un periodo in cui gli aventi diritto sono più disponibili per via dei ritmi di lavoro forzatamente più blandi – anche adesso, in pieno ritorno ad una vigilata normalità – è una ipotesi più che fondata. Infatti, nelle precedenti elezioni per la costituzione dell’Assemblea dei delegati (2016, dalle ore 9.00 di venerdì 1° aprile 2016 alle 18 di giovedì 14 aprile) avevano espresso il proprio voto soltanto 25.448 agenti e rappresentanti di commercio (ossia l’11,34% degli aventi diritto) e 814 imprese preponenti (pari all’1,66%). Pertanto, scontando la maggiore familiarità che oggi gli elettori avrebbero con gli strumenti di condivisione online, e con i consulenti finanziari (35.000 professionisti) sempre più sul piede di guerra, prevedere un raddoppio della base elettorale non è una ipotesi così audace. E se aumenta la base, i vecchi equilibri crollano.

Rimane il fatto che, ad oggi, nonostante almeno due diversi solleciti Ministeriali inviati alla Presidenza di Enasarco, gli oltre 220mila iscritti non hanno ancora una data certa per sapere quando potranno esercitare il proprio diritto al voto; e in questi mesi di gestione “in proroga”, nonostante proclami di parte, nemmeno un euro è realmente entrato nelle tasche di agenti di commercio e consulenti colpiti dai danni sanitari, economici e sociali legati alla pandemia da Covid-19. Ora, l’ennesima dimostrazione di scollamento con la realtà e disinteresse verso gli iscritti, ovvero la richiesta all’Assemblea dei Delegati di votare su “atti illegittimi (…) in quanto il Consiglio di Amministrazione della Fondazione, così come l’Assemblea dei delegati, possono adottare solamente atti di ordinaria amministrazione essendo in regime di prorogatio, così come rappresentato nelle Note dei Ministeri Vigilanti del 24.04.2020, del 30.04.2020“.

Accreditate indiscrezioni di stampa parlano dell’invio di un nuovo sollecito dei dicasteri a Enasarco per andare rapidamente al voto, e così l’azione dei 16 delegati sembra essere ancora più efficace: “….attesa la gravità di quanto rappresentato, si chiede ai ministeri vigilanti, anche in considerazione del lungo tempo trascorso, di dare seguito a quanto rappresentato nelle proprie richiamate Note e di voler intervenire affinché siano salvaguardati il ruolo e le funzioni dell’Assemblea e vengano adottate tutte le misure più opportune per consentire l’immediato svolgimento delle operazioni elettorali per il rinnovo degli organi della Fondazione nell’interesse esclusivo degli iscritti“.

La paura del virus cambia il futuro. Per consulenti finanziari e assicurazioni un nuovo ruolo di tutela delle famiglie

Gli italiani sono un popolo di sotto-assicurati, soprattutto per quanto riguarda la salute. Anche quando l’esperienza collettiva della pandemia sarà un brutto ricordo, la nostra “zona di comfort” dovrà necessariamente comprendere una buona polizza sanitaria. I consulenti finanziari sapranno cogliere l’opportunità? 

La pandemia del Coronavirus ha frantumato, in brevissimo tempo, la nostra ordinarietà quotidiana, distruggendo dall’oggi al domani la nostra c.d. “zona di comfort” (comfort zone), ossia il contesto fatto di tutte quelle piccole/grandi certezze su cui basavamo la nostra vita. L’effetto emotivo, su ognuno di noi, è stato simile a quello di una grave perdita (es. la morte di un genitore), mitigato dalla circostanza che si tratta di un evento collettivo, che colpisce tutti allo stesso modo, nel mondo intero. Questo, però, porta anche ad un “ritardo elaborativo” del lutto – la perdita della sicurezza e della libertà personale, per quanto temporanea – per via della sua amplificazione mediatica e sociale: siamo tutti nella stessa barca, ma se ne parla continuamente, senza mai porvi fine.

Questo evento così simile ad una guerra porta con sé delle conseguenze complesse. La prima riguarda i temi della salute, della malattia e della morte, ossia quegli aspetti della vita che siamo abituati a veder colpire gli altri. La seconda tocca il proprio lavoro ed i propri risparmi, annullando i sacrifici fatti in passato o addirittura causando la perdita della propria posizione lavorativa. La terza, di portata collettiva, riguarda il sistema informativo-mediatico in cui siamo inseriti, che in occasione delle disastrose pandemie di un secolo fa non era così connesso alle nostre vite.

Oggi infatti le informazioni sulla diffusione del Coronavirus ci accompagnano fin dall’inizio, con contenuti estremamente negativi (o fortemente discordanti) che portano grande instabilità nelle emozioni di tutti noi.

Tutte queste complessità, pertanto, stanno richiedendo alle persone una capacità di adattamento mai richiesta prima. C’è da dire che ognuno di noi, nella vita, è chiamato ad adattarsi ad un sistema complesso, ed in quanto esseri umani siamo “progettati” per questo. La fase di fisiologico adattamento, ed il modo in cui ci adattiamo a circostanze nuove, si chiama “sindrome generale di adattamento” (detta anche sinteticamente “stress”), e permette a tutti noi di rispondere ad eventi inaspettati, siano essi positivi o negativi.

Per comprendere meglio l’esperienza che stiamo vivendo, tutti i nostri organi di senso, all’interno di questa fase di stress, raccolgono continuamente informazioni, che noi elaboriamo traducendole in emozioni ed in comportamento conseguente. Per esempio, quando siamo di fronte ad un pericolo – come in questo particolare momento storico – il nostro cervello “si accende”, rilevando il pericolo e determinando azioni. Subito dopo, entriamo in una fase di c.d. “resistenza”, che può avere una durata piuttosto lunga e ci fa consumare molte energie fisiche e mentali, esposti come siamo di fronte al tentativo di conservare il contesto abituale (che non esiste più) mentre veniamo travolti da un numero inusuale di incertezze. E’ proprio in questo contesto di stress che nasce la paura. A nessuno piace averne, ma è utile “ascoltarla”, prenderne coscienza e far sì che le nostre azioni siano programmate nel modo giusto senza che le altre reazioni emotive che solitamente l’accompagnano (es. la rabbia) possano avere il sopravvento anche quando, come nel caso di questa pandemia, la causa del nostro stress non è visibile (il virus non si vede, non si tocca e non si sente, se non quando entra nel nostro organismo).

In realtà, quindi, la paura fin dai primordi della nostra specie è stata un’emozione cosiddetta “adattiva”, che ci ha fatto sopravvivere e ci ha permesso d’esplorare mondi sconosciuti. I nostri antenati, infatti, erano spesso costretti a decidere in fretta: meglio provare paure, anche infondate, ma evitare i pericoli, spesso mortali, che si manifestavano in un ambiente di vita talmente pericoloso da richiedere l’utilizzo costante e consapevole della paura quale principale strumento di difesa.

La paura è un’emozione che si può contrastare solo con la calma ed il coraggio, ossia con emozioni di segno contrario che ricaviamo dall’esempio degli altri, “contagiati” da essi. Per questo motivo, mai come oggi un buon consulente può essere d’aiuto. Infatti, anche se i luoghi in cui viviamo sono diventati molto meno pericolosi del passato, gli ambienti di vita contemporanei, rispetto a quelli di allora, sono più complessi e difficili da decifrare, soprattutto quelli economico-finanziari. Le paure, in questo particolare contesto, tendono a perdere la loro funzione originaria di “strumento benefico e protettivo”, generando nuovi pericoli sulla scia della “paura irrazionale”.

Nel libro “L’economia della mente: come evitare le trappole che fanno perdere i soldi” (di P. Legrenzi e A. Masserenti ) viene introdotta la “Casa della nuova consulenza”, una simbolica abitazione universale dove ai piani bassi ci si preoccupa di mettere in sicurezza i due mattoni della “Ricchezza umana” e della “Ricchezza precauzionale”, che rappresentano rispettivamente le persone che producono reddito e i prodotti assicurativi che la persona possiede a tutela della persona, dei suoi beni e della sua famiglia. Sistemati quelli, ci si può dedicare ai piani alti, cioè alla ricchezza finanziaria; ciò comporta – e comporterà sempre più in futuro, date le circostanze di durevole pericolo per la salute pubblica – la stipula di una polizza per prevenire ciò che è oggettivamente pericoloso. Da qui la necessità di un interloquire con un professionista che conosca a fondo il cliente e la sua famiglia, e questi non potrà che essere il consulente finanziario-patrimoniale, oppure l'”assicuratore di famiglia”, figura un pò desueta ma ancora presente in alcune fasce d’età della clientela.

Naturalmente, non si tratta di “improvvisare” un’offerta di servizi che si conosce poco, ma di approfondire le conoscenze specifiche del settore – troppo spesso trascurato dai consulenti per via della predominanza di quello degli investimenti – e selezionare i prodotti mirati alla protezione di “quel”  nucleo familiare, in modo personalizzato, al fine di restituire una corretta percezione dei rischi anche in relazione alla propria persona. Per esempio, per quale motivo gli investitori detengono così tante somme liquide sui conti correnti, pur sapendo che proprio quelle somme non investite sono a maggiore rischio di essere coinvolte, oltre una certa soglia, da un eventuale fallimento della banca? Ebbene, tutte le ricerche recenti mostrano che la motivazione principale sia proprio la paura irrazionale, tradotta in comportamenti eccessivamente prudenti  facendo prevalere il dato emozionale (“ho paura del non si sa mai”) rispetto al ragionamento (“temo l’oscillazione dei mercati, ma ho obiettivi di lungo periodo”).

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Tutto ciò dimostra che siamo alla costante ricerca di sicurezza, e che il compito del consulente sarà quello di tradurre l’insicurezza che ci lasceremo dietro in strumenti che ce la tolgano del tutto, trasferendola ad altri soggetti. In pratica, il “non si sa mai” dell’investitore, relativo alla propria salute, si trasforma in forme assicurative, trasferendo ad una compagnia i relativi rischi ed eliminando così le principali fonti di incertezza. Purtroppo, gli italiani sono un popolo di persone sotto-assicurate. Infatti, su 100 italiani che posseggono un’auto e, di conseguenza, sono obbligatoriamente assicurati per la responsabilità civile, la statistica ci rivela questa distribuzione:

– nessun altro tipo di assicurazione 56,4%;

– assicurazione vs. rischi professionali 0,7%;

– assicurazione vs. infortuni 3,1%;

– assicurazione vs. malattie 3,7%;

– assicurazione vs. infortuni per rischi da circolazione: 7,0%.

Questo elenco (dati 2017, ma non sono cambiati affatto, anzi..) mostra che gli italiani sono, nel complesso, i meno assicurati tra tutti i paesi industriali e, peraltro, con un numero elevatissimo di lavoratori autonomi (cioè, i più vulnerabili nel capitale umano).

I consulenti finanziari e assicurativi, in questo scenario, possono fare molto, e far sì che i propri clienti-famiglie superino le classiche barriere legate alla mancanza di sicurezza proprio lì dove ci sono i due “mattoni” più importanti della famosa Casa della nuova consulenza: Ricchezza Umana e Ricchezza Precauzionale. Infatti, è noto che non ci si assicura se si ignora o si trascura la possibilità di un rischio, e gli italiani sono dei maestri in questo: a) non si curano dei rischi legati alla vita e/o al lavoro perché la loro attivazione emotiva è troppo bassa (e quindi non ci pensano) oppure b) non se ne curano perché l’attivazione emotiva è troppo alta e fa paura (e quindi non ci vogliono pensare).

Ma anche i consulenti finanziari dovranno fare un passo avanti, e questa pandemia, con il suo carico di paura, renderà possibile diminuire l’eccessiva attenzione al portafoglio fondi/titoli – sopravvalutato in termini di relazione con il cliente – e maggiore cura agli aspetti assicurativi della persona-famiglia, nella cui “zona di comfort” dovrà rientrare necessariamente la protezione da eventi inaspettati come il Coronavirus.

 

Coronavirus e crolli di borsa, ecco come i consulenti finanziari USA affrontano le paure dei propri clienti

I consulenti finanziari di tutto il mondo pensavano di aver visto tutto nella vita, ma con il Covid-19 si trovano in un territorio inesplorato, nel quale devono guidare i propri clienti attraverso la violenta correzione in corso. E’ bene capire come lo stanno facendo.

Con la deflagrazione del Coronavirus nel mondo, anche nei mercati finanziari la sua onda d’urto ha spazzato via molti degli equilibri secolari alla base del funzionamento delle borse e della relazione con gli investitori. Infatti, è ormai chiaro che la pandemia in atto non sia un’interruzione di breve termine, ma un evento che potrebbe continuare per molti mesi ed avere un impatto importante sulle aziende di tutto il mondo, banche comprese. In particolare, gli economisti di Oxford stimano che questo particolare fatto storico costerà all’economia globale 1,1 trilioni di dollari, nonchè il rallentamento produttivo di quasi 5 milioni di aziende medio-grandi (dall’alta tecnologia alla vendita al dettaglio, dal settore farmaceutico alla grande industria).

Ogni singolo settore sarà influenzato in qualche modo dalle interruzioni avvenute nella catena produttiva e distributiva, e la diffusione del coronavirus porterà con sé lunghi periodi di auto-quarantena in cui i dipendenti devono essere messi in condizione di lavorare da casa, in modalità remota. Ma se ciò è realizzabile per il settore pubblico e per le aziende manifatturiere, il “distanziamento professionale” diventa un problema per quei settori (tipicamente i servizi) nei quali il contatto con gli utenti è parte essenziale del prodotto finale. E’ così anche per i consulenti finanziari, che pensavano di aver visto tutto nella vita ma, con il Coronavirus, si trovano in un territorio inesplorato. Infatti, ciò che si sta vivendo nel mondo non è minimamente assimilabile agli shock passati, come il Black Monday nel 1987 o la crisi finanziaria globale del 2008. Oggi, i professionisti dell’investimento si trovano a guidare i propri clienti nel comprendere gli effetti della violenta correzione in corso, ed è bene capire come lo stanno facendo. Da una ricerca svolta pochi giorni fa sugli advisor USA, è scaturita una “quaterna” di domande più frequenti poste dai loro clienti, ed è sorprendente vedere come esse siano del tutto simili a quelle che gli investitori europei o di casa nostra pongono ai nostri consulenti finanziari.

1) “E’ tempo di comprare?”Susan Kaplan (Newton, Massechuttes), advisor con clientela al top di fascia (patrimonio netto medio da $ 10 a $ 12 milioni) dichiara “Quello che ho fatto è trattenere le persone dal comprare qualunque cosa, dal momento che hanno grandi quantità di denaro. Sebbene i prezzi possano apparire seducenti, è meglio attendere di avere più certezza prima di acquistare, per via della volatilità”.

2) “Siamo vicini al fondo del tunnel?” – Secondo Kristin McKenna (Darrow Wealth Management, Boston) , “Molte persone hanno le stesse domande: c’è qualcosa che dovremmo fare? Siamo vicini al fondo? Devo ancora mettere soldi? La maggior parte dei clienti è pronta ad affrontare la crisi rimanendo nell’investimento,  e sa che è la cosa migliore che possano fare”. “Ho chiamato tutti i clienti per connettermi con loro a livello umano, soprattutto con gli imprenditori più colpiti o con le persone più vicine alla pensione, per le quali la componente della pianificazione diventa ancora più importante da trattare“.

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3) “E ‘tempo di vendere?”Leon LaBrecque (Chief Growth Officer di Sequoia Financial Group) afferma che quasi la metà delle chiamate che riceve proviene da clienti che chiedono opportunità di acquisto, mentre pochi altri sono preoccupati ma non stanno ancora vendendo, perché hanno esperienza del 2008 e confidano nella ripresa.

4) “Dovrei avere paura?”Steve Morton dirige l’ufficio Captrust Financial Advisors a Greensboro (N.C.),  dove quasi tutti i clienti sono pensionati o quasi in pensione. Egli afferma che i suoi clienti hanno messo da parte cinque anni di risparmi per costituire il reddito post-lavoro, in media $ 400.000, e detengono il resto in conti azionari e obbligazionari gestiti attivamente. “Stiamo vendendo obbligazioni e acquistando azioni“, ha detto. “Certamente entro un paio d’anni avremo un vaccino per il virus, e questo li calma“.

Non mancano, però, i consulenti più prudenti, come Andrew Komarow, co-fondatore del Tenpath Financial Group di Farmington (Connecticut), secondo il quale “Ora le persone stanno iniziando a spaventarsi un pò. Ma se la paura è reale, i clienti sanno che la cosa migliore da fare è niente“.

Quando il mercato sta salendo, il tuo telefono non squilla molto“, ha affermato Scott Wren, senior stratega del mercato globale per Wells Fargo Investment Institute. “Il telefono comincia a squillare quando ci sono le crisi“. Del resto, la crisi ha sconvolto gli investitori, senza distinzione di ricchezza personale. Alcune banche, come Credit Suisse (che gestisce portafogli ad alto patrimonio netto valutati ognuno in miliardi di dollari), hanno avviato autonomamente un ciclo di video-chiamate con i clienti, in più lingue, riscuotendo un grande successo tra gli investitori e precedendoli nelle loro intenzioni.

In generale, secondo gli advisor statunitensi  clienti non vogliono solo sapere cosa sta succedendo nei loro portafogli, bensì conoscere le prospettive, senza farsi prendere dal panico. Hanno tutti un gran desiderio di parlare con il proprio consulente, per sapere se la situazione, nonostante la gravità del momento, è controllabile con gli attuali strumenti del sistema finanziario”.

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Secondo Adam Johnson, consulente finanziario di New Forest Wealth Management , “La consulenza finanziaria non è cambiata, ciò che è cambiato è il modo in cui forniamo tale consulenza ai clienti che vogliono solo rassicurazioni. Molti chiedo se si può intravedere in questa crisi una opportunità“.

Non mancano, neanche negli USA, gli investitori ansiosi che cercano di spostare i loro soldi fuori dal mercato. “Chiamano per dire che vogliono indietro i loro soldi o per chiedere se questa è ancora la cosa giusta da fare“, ha dichiarato Anthony Morrow, amministratore delegato della piattaforma di consulenza sugli investimenti OpenMoney. “Non è una conversazione facile“, aggiunge, “alle persone naturalmente non piace perdere denaro. Ma spieghi che si tratta di una perdita momentanea e, se vendi, diventa una vera perdita“.

I consulenti dovrebbero discostarsi dalla sceneggiatura standard“, afferma Steve Drake, gestore patrimoniale della Royal Bank of Canada, “e parlare con i loro clienti in termini pratici e tangibili: non ti dico che tutto va bene, perché non è vero, ma ti dico che supereremo tutto questo, e ti dò il piano”.

Alla fine, la soluzione è sempre quella di avere un piano alternativo. E voi, ce lo avete?

Coronavirus, per i consulenti finanziari danni pari a 300 milioni. Necessario accedere ad una quota del FIRR

Il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020.

Tempi bui per i consulenti finanziari. Oltre ad un generale ripensamento della professione, dettato dagli effetti durevoli della pandemia sulle future modalità di relazione con la clientela, questa categoria di professionisti, che in Italia può contare su circa 35.000 operatori effettivi, sta vivendo un fortissimo rallentamento dell’attività, causato sia dal “distanziamento sociale” imposto dall’azione di contrasto al contagio, sia dai crolli generalizzati delle borse e del valore dei portafogli di una clientela sempre più impaurita e immobile.

Rispetto agli shock di mercato già vissuti (2001 e 2008, per citare i più recenti), quello attuale non è dipeso da fattori endogeni al sistema (come, ad esempio, fu la crisi dei mutui subprime nel 2008), ma da un fattore esogeno – un virus aggressivo, nato chissà come e chissà dove – che impedisce ai consulenti di espletare la loro principale funzione, e cioè la “prossimità fisica” con il cliente. Niente, infatti, è più tranquillizzante di un incontro con il proprio consulente, durante il quale confrontarsi sui problemi e ricevere le informazioni che servono per portare avanti con fiducia le proprie strategie.

Tutto questo, al momento, manca, e mancano anche le strategie. La paura del contagio ci ha colti del tutto impreparati, ed i cambiamenti che il Coronavirus porterà alle economie di tutto il mondo rende impossibile abbozzare qualunque scenario a breve termine. Quello che è chiaro, invece, è che il vuoto assoluto di tutela economica collettiva per i quasi 5 milioni di partite IVA italiane non consentirà di compensare (nemmeno parzialmente) una temporanea diminuzione dei ricavi che, per i consulenti finanziari, non sarà inferiore al 30% per il solo 2020. Pertanto, la durata dell’emergenza diventa il fattore determinante per elaborare una previsione del danno economico complessivo verso il quale la categoria va incontro, e nei confronti del quale lo Stato non ha opposto alcun ammortizzatore sociale o sostegno (così come sta già facendo per il lavoro dipendente e per le imprese) che possa attenuare significativamente gli effetti di questa sciagura. Infatti, il governo Conte ha affidato all’INPS l’erogazione di un bonus una tantum alle c.d. partite IVA di soli 600 euro (forse ripetibile ad Aprile), la cui destinazione anche ai consulenti, dalla lettura del decreto, appare dubbia. La gestione delle richieste, in ogni caso, sembra che verrà disciplinata attraverso un “clik day” – questa la voce circolata negli ultimi due giorni, poi timidamente smentita dal sottosegretario all’Economia Baretta – ossia una sorta di lotteria, inaccettabile in un momento drammatico come quello che stiamo vivendo, in cui non vi è nessun criterio di assegnazione se non quello del primo arrivato.

Non si distingue per generosità neanche Enasarco, la cassa di previdenza obbligatoria dei consulenti finanziari, che ha stanziato un sostegno economico di soli 8,4 milioni (la “bellezza” di circa 250 euro a testa, nell’ipotesi che la richiedano tutti), a fronte di un danno stimabile, per la categoria dei CF, in almeno  300 milioni di minor fatturato solo nei prossimi nove mesi. Del resto, che si sarebbe arrivati a tanto si era capito già dal comunicato di qualche giorno fa, in cui Enasarco metteva le mani avanti annunciando “….di essere sul punto di presentare tutte le possibili istanze al governo, considerando anche il fatto che la crisi perdurerà anche dopo l’emergenza, con l’unico e invalicabile limite rappresentato dal fatto che le risorse oggi disponibili e le misure adottate non dovranno mettere a rischio le prestazioni future, sia previdenziali sia assistenziali”.

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E dire che, poco prima, i consiglieri della Fondazione Marcianò, Gaburro, Mei, Ricci e Triolo, in una lettera indirizzata al presidente Costa e al direttore Bravi, avevano fatto notare che tutti gli aderenti all’Adepp, ossia l’Associazione degli enti previdenziali privati, avevano già deliberato o stavano deliberando sul rinvio, la sospensione o il congelamento degli adempimenti previdenziali, chiedendo che all’ordine del giorno del successivo CdA venisse messo al primo punto una discussione su una serie di interventi come, ad esempio, il congelamento degli adempimenti previdenziali, la sospensione del pagamento delle cartelle, la proposta di modifica della convenzione FIRR per consentire agli agenti la facoltà di richiederne una anticipazione e la possibilità di utilizzare le somme rivenienti dai rendimenti netti del patrimonio (fatta salva la riserva legale e la sostenibilità dell’ente).

Persino Confesercenti aveva bacchettato Enasarco, dicendo a gran voce che contro il virus doveva fare di più per i consulenti finanziari. Anche Federpromm, per bocca del suo Segretario Manlio Marucci, si era rivolta al Ministro Gualtieri rappresentando “…la necessità inderogabile di non lasciare fuori dal provvedimento anche tutti gli operatori professionali dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa, quali i consulenti finanziari e gli agenti assicurativi/previdenziali che operano a partita Iva. Un universo di qualificati professionisti iscritti ai vari albi di categoria (oltre 250mila) che gestiscono e hanno a cuore in questo particolare momento il risparmio delle famiglie italiane…”.

Pertanto, appare evidente che, se dal governo Conte i consulenti finanziari non possono attendersi particolari benefici, lo stesso non deve accadere con Enasarco; la Cassa dovrebbe mettere in atto, rapidamente, tutti i passi necessari per consentire a ciascun consulente di poter attingere ad una quota significativa del proprio FIRR (Fondo Indennità Risoluzione Rapporto), il cui accantonamento complessivo, per la sola categoria dei CF, si stima essere non inferiore a 200 milioni su un totale a bilancio superiore ai 2 miliardi.

Coronavirus finanziario, risparmiatori vittime di un gioco predatorio. Serve una “mordacchia” per la speculazione

In questo scenario dalle tinte catastrofiche, la psicologia comportamentale  deve  riuscire ad affrontare in modo più convincente il tema della diffusione delle informazioni e delle opinioni all’interno del mondo finanziario, ingabbiando così, come in una metaforica  “mordacchia”, gli intenti speculativi di borsa.

Articolo di Manlio Marucci (*)

Stiamo assistendo in questa fase della nostra vita ad un evento storico che sta sconvolgendo le nostre abitudini e lo stile di comportamento  ricorrente a cui eravamo abituati nell’ambito della regolazione dei rapporti istituzionali, sociali, umani, produttivi, finanziari, di relazione  con il mondo dei media e dei social. Il vissuto umano legato a dei valori culturali ed ideali interiorizzati dagli schemi tradizionali del mondo occidentale ha iniziato ad incrinarsi con gli avvenimenti recenti determinati da situazioni “spurie” – forse naturali – del fenomeno “coronavirus”,  mettendo in evidenza la fragilità della condizione umana e della sua debolezza psicologica. E’  entrato così in “profonda crisi” il nostro modo di vivere e di pensare sul nostro futuro.

Relegati in quarantena forzata, i nostri giorni sembrano adombrare il tramonto di tutta una fase storica, coniata dal mito dell’efficientismo, dell’onnipotenza e quindi dell’uso indiscriminato della scienza e se vogliamo della finanza intesa come strumento di utilità sociale.  In realtà, se osserviamo questo fenomeno di paura associato a quello che sta avvenendo sui mercati finanziari notiamo come vi sia uno stretto legame, e cioè una “correlazione significativa”, quasi “funzionale” tra il corpus della paura dettato dal contagio del nuovo virus (può toccare anche a me)  con quanto di negativo sta avvenendo in borsa.

In tale scenario, infatti, assistiamo insofferenti ad una spietata speculazione da parte di traders senza scrupoli che proprio in funzione della instabilità e volatilità dei mercati intervengono pesantemente creando panico e incertezza ai poveri risparmiatori, vittime sacrificali di tale sistema. Essi adottano, come astuti avvoltoi, la vendita allo scoperto (o short selling), che consente di vendere un bene che non si possiede realmente, nella speranza che il prezzo scenda, così da riacquistarlo in futuro a un prezzo più basso e ottenere così “sostanziosi” profitti. In questa logica le istituzioni di controllo dei mercati borsistici a volte intervengono in ritardo – o addirittura non intervengono come nel caso della UE – amplificando le perdite e sviluppando un clima di incertezza e di paura.  I ribassi registrati dalle Borse nelle ultime settimane, pertanto, dimostrano che si è sotto il dominio incontrastato di questi speculatori che operano a leva. Ad esempio, il re degli hedge fund, Ray Dalio, con la sua Bridgewater  Associates sta scommettendo contro le Borse europee con una forza d’urto pari a 10 miliardi di dollari.

In un tale meccanismo entrano in gioco fattori che non hanno nulla a che fare con l’economia reale, ma si legano a impressioni, sensazioni, paure ed ipotesi catastrofiche, che annullano qualunque traccia di ottimismo. Su tutto, emerge e domina la paura, che è un meccanismo di difesa inconscio utile a proteggersi da sensazioni dolorose e spiacevoli che si reputano imminenti. Una sorta di premonizione, quindi, che ci mette in uno stato di allerta per evitare ulteriori danni e disastri.

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I molteplici cambiamenti intervenuti di recente ci hanno ricondotto bruscamente ad interpretare la realtà in modo diverso dagli  standard di vita corrente, e quindi ci hanno portato a riconsiderare la nostra vita in una società – ormai integrata ed interconnessa a livello globale – a cui ridare pienamente valore ai beni primari, quali la salute e il denaro, quest’ultimo come elemento e fattore economico e di sicurezza. Questi temi di psicologica sociale ci inducono così  a ripensare il paradigma dell’Homo Economicus, che basa le sue scelte sull’ipotesi di preferenze di stabilità, razionalità perfetta ed equilibrio in senso stretto.

Il campo di ricerca ormai consolidato dalla vasta letteratura delle teorie economiche ci ha fornito sufficienti prove dimostrando che il comportamento umano dipende in modo prevalente dai fattori  psico-sociali, dai fattori istituzionali, culturali e  biologici; e così, capire l’attuale situazione di “stress”  con la lente degli strumenti forniti della scienza psicologica e dell’indagine sociologica, ci aiuta ad inquadrare positivamente il problema.

Nel caso del Coronavirus, gli studi di psicologia sperimentale ci aiutano a capire come le esperienze acquisite dagli individui siano influenzate dal contesto generale di paura generato dal coronavirus e dal linguaggio utilizzato dai media per rappresentarlo, e che questa “cornice” crea confusione ed informazioni errate e/o incomplete che hanno rimesso in discussione un principio fondamentale della nostra vita qual è “la sicurezza”.  Si verifica così il framing effect, ossia quel fenomeno in base al quale gli individui decidono in modo diverso a seconda della “cornice” di informazioni percepita e  assumono atteggiamenti non idonei al tipo di scelta da fare.  Con la diffusione del Covid-19, la probabilità che ognuno di noi entri in contatto con un pericolo potenzialmente gravissimo per la salute produce meccanismi di difesa inconsci difficilmente controllabili razionalmente, poiché spesso si traducono in comportamenti che sfociano nell’irrazionalità.

Esempio di “mordacchia”, strumento punitivo usato nell’antichità per ridurre al silenzio il condannato

In conclusione, si può affermare come il contributo dato dalla  psicologia comportamentale sui mercati finanziari sembra aver raggiunto oggi una maturità sufficiente per poter affiancare l’economia reale nel tentare di raggiungere una migliore comprensione delle dinamiche dei comportamento degli attori che operano nel complesso e vasto mondo finanziario, aiutati anche dalla tecnologia avanzata, dell’informatica applicata e dell’intelligenza artificiale. In questo quadro di problemi della società moderna, la psicologia sperimentale (così come le altre scienze umane) deve riuscire ad affrontare in modo più convincente il tema della diffusione delle informazioni e delle opinioni all’interno del mondo finanziario, ingabbiando  come in una metaforica “mordacchia” le speculazioni di borsa.

Si tratta di un tema di primaria importanza, dal momento che frequentemente i mercati finanziari danno l’impressione di essere guidati da un comportamento di tipo collettivo. Anche le componenti di tipo affettivo ed emotivo dovranno esser prese in considerazione maggiormente nel prossimo futuro. Si tratta di spiegare, in ultima analisi, il modo in cui le persone interpretano le dinamiche di tipo finanziario, favorendo un processo di formazione/informazione su vasta scala a cui le istituzioni devono impegnarsi per  liberare i risparmiatori dall’ignoranza finanziaria ed abbattere così la speculazione di borsa selvaggia a cui stiamo assistendo impotenti. Su questo versante, le Autority del mercato italiane, europee ed internazionali dovranno fare molto, rivedendo profondamente i meccanismi di controllo e di regolamentazione che le stesse, nonostante le evidenze, continuano a ritenere efficaci.

Forse è il caso di ricordare loro la favola di Esopo: HIC RHODUS, HIC SALTA !  (trad. non letterale “dimostraci le tue affermazioni, qui e  adesso!”)

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(*) Nella foto: Manlio Marucci, presidente Federpromm (Uiltucs)