Maggio 1, 2026
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Consulenti finanziari e trattamento provvigionale, dove porta la partnership tra Anasf e Assoreti?

I principali attori che rappresentano, per statuto, gli interessi dei consulenti finanziari hanno già anticipato una ennesima limatura delle provvigioni. Marucci (Federpromm): “Le reti di consulenza finanziaria sono gonfie di utili, impossibile tollerare altre riduzioni dei margini”.

“Riflettere sul proprio pensiero, ovvero sviluppare una analisi critica del proprio vissuto in funzione della situazione oggettiva,  delle condizioni di lavoro e della struttura  dei processi di condizionamento legati alle differenziazioni di ruolo e di classe sociale”, così Manlio Marucci, presidente di Federpromm  (affiliata Uiltucs) lancia una provocazione ad alcune prese di posizione espresse dai rappresentanti  delle organizzazioni del “calcolo combinato”, e cioè Anasf ed Assoreti.  “Dopo 12 anni di continui tagli ai margini provvigionali – sostiene Marucci – e dopo alcune stagioni in cui il sistema banca-rete ha conseguito e distribuito alle capogruppo utili da capogiro, dobbiamo sentire ancora parlare di limature dei margini provvigionali, quando invece il sistema dovrebbe distribuire corposi premi di produzione ai consulenti finanziari per come questi hanno saputo reggere e aumentare il fatturato persino in occasione della pandemia che, invece, ha ridotto sul lastrico intere categorie produttive e apparati industriali”. “Certe dichiarazioni non sono più tollerabili – prosegue il presidente del sindacato dei consulenti e agenti del credito – e non escludiamo l’apertura, per la prima volta in questo settore “dorato”, di una vera lotta professionale e sindacale sulla base di una piattaforma di rivendicazioni categoriali concrete e non più rinviabili”.

Manlio Marucci

Cosa ha generato questa presa di posizione di Marucci? Per comprenderne bene la genesi, dobbiamo individuare i fatti, ed in particolare l’enfasi con la quale Anasf ha riqualificato – o semplicemente chiarito, una volta per tutte – il proprio rapporto con Assoreti. Nel sito dell’associazione è possibile leggere un intervento del presidente Conte, il quale affermava a Luglio 2020 “….mettere il consulente finanziario al centro della scena. Come farlo? Sicuramente facendo sistema, anzi mettendo in crisi il sistema (…). Un sistema messo in crisi inizia, infatti, a distinguere ciò che è da fare da quello che non lo è, ciò che è strategico da tutto il resto; così facendo arriva a fare una scelta e a quel punto prende le relative decisioni. Questo è il processo virtuoso al quale dobbiamo tendere. Ma non da soli. Fare sistema significa infatti interessare all’azione tutti gli stakeholder che sono prossimi alla nostra attività. Anzitutto Assoreti, nostra partner professionale. Non possiamo pensare di camminare separati, è assolutamente sconveniente per tutti che ci sia questa divisione (ammesso che ci sia), bisogna convergere invece per le stesse finalità e per gli stessi obiettivi”.

Luigi Conte

Pertanto, per bocca di Conte, Assoreti è “partner” indispensabile di Anasf, ed insieme “sono sistema”, percorrendo e condividendo identici obiettivi. Non c’è niente di moralmente discutibile in questo, si tratta di una strategia da cui certamente deriveranno degli effetti per la categoria, e Assoreti non è “il nemico” dei consulenti finanziari. Da questa partnership, però, derivano anche precise responsabilità storiche per Anasf, perché ogni scelta del “sistema” ricadrà ineluttabilmente su entrambe e, quindi, anche su Anasf.

Quali effetti possono attendersi i consulenti? E’ presto per dirlo, ma l’inizio sembra non essere dei più felici. Infatti, Advisor Online, in un articolo di Dicembre 2020, riporta un altro fatto importante, condito da altrettante dichiarazioni di Conte. “…Il 21 dicembre partirà il primo tavolo inter-associativo tra Anasf e Assoreti, che metterà a punto un programma per consentire ai giovani talenti di entrare nella professione. Lo ha annunciato il presidente di Anasf Luigi Conte nel corso dell’evento di apertura dell’edizione digitale di ConsulenTia 2020. (…..) E anche sulla sostenibilità economica della professione si è creato un asse tra le due associazioni. I consulenti infatti lamentano costi alti e ritorni bassi. Il numero uno di Assoreti, Paolo Molesini,  ‘si aspetta che, in questo momento di mercato dove i rendimenti sono non semplici da cogliere, si assisterà a una limatura dei margini, ma che sarà inferiore all’aumento delle masse in gestione. Luigi Conte ha concluso spiegando che è ‘interesse comune poter offrire i servizi giusti alla clientela e dall’altro lato avere le giuste remunerazioni. …..’”.

Pertanto, mentre Assoreti preannuncia un evento concreto, e cioè quello di una ennesima limatura dei margini alle reti, Anasf, per bocca del suo massimo esponente, risponde con un principio astratto, quello delle “giuste remunerazioni”, che non si sa bene cosa voglia dire con esattezza. Conte, però, chiarisce il concetto in un altro articolo, pubblicato nella rassegna stampa del sito di Anasf, nel quale egli afferma “….Auspichiamo che questa riduzione garantisca ai CF un futuro remunerativo e proporzionale agli sforzi fatti per offrire in modo professionale i servizi attesi alla clientela”.

Oggettivamente, e con tutta la buona volontà, non si comprende come una riduzione dei guadagni possa garantire ai consulenti finanziari un futuro remunerativo e proporzionale agli sforzi fatti, quando a tali sforzi, testimoniati dagli utili distribuiti copiosamente alle capogruppo, dovrebbe corrispondere un aumento dei margini, o almeno una stabilizzazione, e non certo una diminuzione. Inoltre, la motivazione con la quale in questi ultimi 13 anni si è voluto giustificare il progressivo taglio dei margini – quella dell’aumento delle masse amministrate pro capite, che riduce gli effetti dei tagli, ma solo in valore assoluto (a parità di masse, i margini sono diminuiti del 50% circa dal 2008) – non è accettabile neanche in linea di principio, perché l’aumento delle masse è merito indiscutibile dell’impegno degli stessi consulenti finanziari (senza i quali le masse sarebbero confluite alle banche tradizionali, e non alle reti) e, in nome di quelle masse, sono stati sacrificati sull’altare del portafoglio medio sia i praticanti PF, di cui oggi anche il sistema Anasf-Assoreti comincia a sentire la mancanza, sia migliaia di CF con portafoglio sotto la media ma costretti ad uscire dal mercato per iniziativa delle mandanti.  

Vito Ferito

Sul tema, Vito Ferito, Direttore Commerciale Gamma Capital Markets, è intervenuto di recente chiedendosi “…perchè il cliente sta pagando così tanto se il servizio al consulente viene pagato sempre meno? Un’altra verità scomoda con cui dobbiamo fare i conti è che la parte di costo complessivo sostenuto dal cliente, che viene retrocessa ai consulenti finanziari, rimane bassa e si contrae sempre di più. Come abbiamo visto alcuni livelli di costi complessivi sostenuti dagli investitori non sono giustificabili e dovrebbero scendere: è pur vero che i costi medi per il cliente stanno, di fatto, scendendo, ma sono i margini (sia assoluti che in percentuale del costo complessivo sostenuto dal cliente) dei consulenti che scendono ancora di più”. “Un’altra tendenza che noto ultimamente – prosegue Ferito – è quella dell’aumento di varie voci commissionali diverse dalle commissioni di gestione, come ad esempio la shareholders fee o le spese amministrative. E’ risaputo, infatti, (…..) che ogni centesimo in più delle altre voci costituisce un margine netto per la mandante o la SGR del gruppo. (….) Ai consulenti vengono lasciate le briciole….”.

Ecco cosa, in tutta evidenza, avrebbe determinato il cambio di direzione di Federpromm. Manlio Marucci, infatti, afferma che “è maturo il processo di cambiamento che sta interessando alla radice la categoria dei consulenti finanziari non autonomi, che non sono lavoratori subordinati alle reti di consulenza finanziaria, ma veri professionisti dotati di una propria autonomia all’interno di un sistema regolamentato, e oggi avanzano serie perplessità sulla natura “logicamente combinata” della partnership tra Anasf ed Assoreti”.  “Affrontare il problema dei cambiamenti strutturali dei CF – sostiene Marucci – per Federpromm significa, ad esempio, la libertà di assegnare i clienti ai colleghi graditi al CF uscente oppure, in caso di cambio da una società mandante ad un altra, di stabilire una norma che inibisca alla mandante qualunque attività di concorrenza sleale sulla clientela per un periodo non inferiore ad un anno”.  

“Altra elementare forma di tutela – aggiunge il presidente di Federpromm – è quella di porre le condizioni  sul piano contrattuale dell’impossibilità di revocare il mandato se non per giusta causa”. Inoltre, vista l’importanza inconfutabile dei CF all’interno di questo sistema, sarebbe corretto avere un loro rappresentante nel CdA della rete o negli organismi di compliance, eletto democraticamente, in rappresentanza degli interessi dei CF”. “Non solo – prosegue Marucci – In caso di ingresso presso un  nuovo intermediario (mandante) con contratto di agenzia, il pagamento dei bonus andrebbe garantito in totale assenza di condizioni-capestro, trattandosi di un investimento in termini quali-quantitativi della rete in una nuova risorsa umana, e non di un semplice meccanismo condizionato dal do ut des per le masse amministrate. Inoltre, i c.d. patti di stabilità dovrebbero essere inibiti o pagati profumatamente, in proporzione al portafoglio complessivamente considerato anno per anno e per tutta la durata del patto, esattamente come un bonus di ingresso”.

“Infine – conclude Marucci – a livello professionale, come era già previsto dalla Riforma Dini del 1995 sulla riforma delle pensioni,  andrebbe rivista la previdenza obbligatoria dei CF, consentendo così di avere una propria Cassa di previdenza autonoma in cui far confluire tutti i contributi versati fino ad oggi alla Fondazione Enasarco. In alternativa, istituire un Fondo Pensione di tipo negoziale attraverso un Accordo Economico Collettivo (AEC) di tutti gli operatori dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa, e ciò anche al fine di superare tutte le contraddizioni esistenti legate  a tali figure professionali. Un obiettivo che Federpromm-Uiltucs ha posto tra le sue principali attività sul piano sindacale anche per gli anni a venire”.

Federpromm, forti azioni sindacali per il 2021. Superare il modello del contratto di agenzia

E’ fondamentale risolvere la “sfasatura” tra i fenomeni legati agli assetti della produzione normativa e l’adeguamento di questa sugli applicativi tecnologici e sulla relazione con i clienti. Modelli contrattuali ormai obsoleti e non più adeguati neanche al nuovo sistema MiFID.

Di Manlio Marucci (*)    

L’attività sindacale e professionale di Federpromm, che si è interrotta per pochi giorni solo in occasione delle festività, anche per il 2021 confermerà l’impegno prevalente sulle principali aree di intervento, anche al fine di raggiungere maggiore visibilità ed incisività alla nostra organizzazione di categoria che, vorrei ricordare, è tra le poche ad avere una connotazione realmente (e giuridicamente) sindacale e di rappresentanza per i consulenti finanziari, agenti del credito e sub-agenti assicurativi.

L’obiettivo principale, già preannunciato sul finire del 2020, è quello di aprire un tavolo di confronto con le controparti istituzionali per arrivare rapidamente ad un Accordo Economico Collettivo (AEC) per tutta l’area dell’intermediazione finanziaria, creditizia ed assicurativa. Per farlo, occorre che le forze Politiche e di Governo prendano seriamente in considerazione le difficoltà economiche e di lavoro messe duramente alla prova dalla pandemia.

Ma la vicenda storica del Covid è solo il punto di arrivo di un processo di riconoscimento di più estese garanzie già iniziato anni addietro, e che oggi richiede un quadro di intervento urgente sulle disparità di trattamento tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, al fine di realizzare tutele e certezze sul piano della stabilità giuridico-normativa, previdenziale, professionale e soprattutto economica, a seconda delle rispettive specificità di settore.

Una battaglia quotidiana che ha già visto in passato l’impegno di Federpromm per un intervento complessivo che coinvolga tutti gli operatori e categorie professionali rappresentate – dagli agenti e mediatori finanziari ai consulenti finanziari, previdenziali ed assicurativi – e che non può più essere rimandato.

Dal punto di vista normativo, serve affrontare la vasta problematica che regolamenta tutto il settore dell’intermediazione in un quadro generale ed uniforme: da quello delle leggi in materia bancaria e creditizia (D.Lgs. n. 385/1993 – TUB) a quello finanziario (D.lgs.n.58/98 -Testo Unico della finanza TUF) in applicazione alla normativa Mifid II; dal decreto legislativo n.141/2010 che riguarda gli agenti in attività finanziaria e i mediatori creditizi – che la recente sentenza della Corte di Giustizia Europea (sentenza c.d. Lexitor) ha stravolto nella sua fisiologia ermeneutica – alla Direttiva IDD EU 2016/97 per il settore assicurativo, arrivando fino alla Direttiva Europea 2016/2341 del dicembre 2016 c.d. IORP II relativa agli aspetti previdenziali. Sarà necessario, pertanto, valutarne i rispettivi ambiti di competenza per verificare gli aggiustamenti e le revisioni ormai ritenute necessarie per via della velocità di cambiamento in atto nei mercati finanziari a seguito della irreversibile applicazione dei processi tecnologici dalla A.I. al Fintech e alla robotica), che stanno a loro volta modificando radicalmente i comportamenti umani e le relazioni all’interno dell’organizzazione aziendale e dei servizi ad essi collegati.

Tutti questi processi di cambiamento, visti anche dal lato culturale, rimettono in discussione i valori codificati ed interiorizzati e gli aspetti psicologici e comportamentali delle rispettive professioni, ed è innegabile che oggi esista una sorta di “sfasatura” tra i fenomeni legati agli assetti della produzione normativa e l’adeguamento di questa sugli applicativi tecnologici. In questo ambito di ricerca, Federpromm intende fornire ai propri associati i servizi migliori.

Un altro ambito di interesse particolarmente delicato, che richiede particolare attenzione, riguarda il fenomeno legato ai vincoli del “monomandato”, alle sue ristrettezze e contraddizioni nella relazione tra intermediario ed operatore professionale e tra operatore e cliente. Riteniamo che tale vincolo vada rivisto, anche al fine di rendere funzionale e trasparente sia la relazione che il modello di consulenza applicato nei confronti del potenziale utente finale.

Anche il consolidato “contratto di agenzia” è ormai abbondantemente superato dalla dinamicità ed evoluzione delle nuove forme di lavoro già codificate nelle nuove relazioni industriali, e si ritiene non essere più rispondente alla normativa in vigore ed ai suoi effetti. Ed è proprio in funzione di questo cambiamento – diremmo irreversibile – che si superano i notevoli contenziosi giurislavoristici che questo modello ha generato nell’arco degli ultimi venticinque anni; e ciò sia al fine di offrire una base di certezze sul piano della stabilità economica e professionale, sia sul piano della tutela del pubblico risparmio. Un tema, quest’ultimo, particolarmente sentito dal sindacato proprio per il suo ruolo di difesa degli interessi soggettivi di tali operatori che hanno avuto, ancora oggi, un ruolo marginale e secondario nei rapporti con i soggetti abilitati.

In quest’ ottica, infine, è necessario sostenere anche una approfondita revisione al tipo di sistema previdenziale obbligatorio (Inps ed Enasarco) che vige per tali operatori: serve una nuova prospettiva  all’esiguo trattamento pensionistico dei consulenti finanziari e degli agenti (e sub-agenti) che, in assenza di una strategia incentrata al ricambio generazionale, necessita di un contratto base nazionale che disciplini l’aspetto giuridico applicato alle singole categorie di professionisti; l’aspetto relativo all’inquadramento professionale; il trattamento economico di base; la costituzione di un Fondo professionale autonomo che inglobi tutti gli operatori dei vari settori; il riconoscimento del welfare in termini paritetici al lavoro subordinato.

Oltre a questi obiettivi, non sarà secondario quello dedicato alla Formazione, alla ricerca e alla realizzazione di progetti collegati alla Educazione Finanziaria, in collaborazione con altre associazioni ed istituzioni.

Per realizzare questo processo di cambiamento e di presa di coscienza collettiva da parte dei professionisti interessati da tutte questa problematiche, serve un’ampia adesione ed una maggiore capillarità territoriale in termini di rappresentanza sindacale. 

(*) Presidente Federpromm

Silenti Enasarco, il 16 Settembre manifestazione a Roma. Conferenza stampa in Senato

La manifestazione indetta da Federcontribuenti sarà divisa in tre momenti: alle 10.00 di fronte la sede di Enasarco, alle 13 presso la Sala Nassiriya del Senato per una conferenza stampa, e subito dopo a Piazza Monte Citorio.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere, quella dei c.d. agenti (o ex agenti) “silenti” di Enasarco – agenti senza più mandato che non sono riusciti ad arrivare ai 20 anni obbligatori di contribuzione, perdendo così sia il diritto alla pensione che i versamenti effettuati  – sembra essere non solo una profonda ingiustizia sociale, ma anche un “rimpicapo” di difficile soluzione, che la politica sta accuratamente evitando di risolvere in questo momento delicatissimo per via dell’imminente “test” elettorale e del referendum confermativo.

Da anni, però, alcune organizzazioni (Federcontribuenti, in particolare, con Cosimo Lucaselli, responsabile dei rapporti con il Parlamento della Federazione) hanno portato il problema all’attenzione dei media. Secondo Lucaselli “….i bilanci tecnici, fin da quelli del triennio 2014-2017, ci dicono che i “silenti” oggi ammonterebbero a circa 690.000, ed il tesoro raccolto fino ad oggi da Enasarco ammonterebbe, secondo le medesime stime, a circa 9,2 miliardi di euro…tra i silenti c’è anche chi si è visto accantonare a fondo perduto decine di migliaia di euro, e non intende rinunciarvi“.

Cosimo Lucaselli

A causa della regola dei 20 anni di contribuzione minima, pertanto, un vero e proprio fiume di denaro è confluito nella Cassa durante gli ultimi decenni, costituendo una dotazione finanziaria che oggi stride rumorosamente con alcuni dati relativi al patrimonio ed alle modalità di contribuzione. Uno fra tutti: la consistenza patrimoniale complessiva di Enasarco, che è pari a circa 8 miliardi (a fronte dei 9,2 miliardi rivendicati dai “silenti”).

Pertanto, le organizzazioni che sostengono i silenti hanno posto alla politica nazionale molte domande: dov’è finito questo fiume di denaro? Come è stato speso negli anni, e chi ne ha beneficiato? Senza i versamenti dei silenti, la Cassa sarebbe stata ugualmente in equilibrio finanziario? Fino a che punto è giuridicamente sostenibile che dei contribuenti versino delle somme destinate ad alimentare prestazioni previdenziali di cui sarebbero i beneficiari, e poi debbano accettare passivamente di perdere il denaro accantonato?

Si tratta di domande rimaste fino ad oggi senza risposta. Da qui nasce, a pochi giorni dalle elezioni per il rinnovo della Governance di Enasarco (24 Settembre – 7 Ottobre), la protesta organizzata per il 16 Settembre da Federcontribuenti insieme al Movimento Partite IVA. Infatti, le precedenti richieste di intervento inviate al ministro Catalfo, al Premier Conte e al Presidente Mattarella non hanno avuto alcun riscontro. Troppo, per 690.000 contribuenti che si sentono traditi, oggi, anche dalle Istituzioni.

In sintesi, Federcontribuenti chiede che i fondi amministrati da Enasarco vengano veicolati all’interno della gestione INPS e gestiti da Cassa Depositi e Prestiti, con l’obiettivo di apportare benefici immediati alle casse dello Stato che, in cambio, dovrà farsi carico del trattamento pensionistico integrativo dei silenti, in base ai contributi versati, al raggiungimento dell’età pensionabile, superando così l’attuale disciplina che attribuisce al denaro versato dai silenti l’implicita qualità di “versamenti a fondo perduto”.

Elezioni Enasarco, ecco il programma della lista “Enasarco Libera”

Prosegue la pubblicazione dei programmi delle liste che si confronteranno, dal 24 Settembre al 7 Ottobre, per la governance di Enasarco. Marucci (“Enasarco Libera”): se lo Stato non applicasse agli investimenti delle Casse di previdenza la tassazione propria dei fondi speculativi, avremmo circa 400 milioni di euro l’anno in più da destinare al welfare per agenti e consulenti.

La Fondazione Enasarco, Cassa di previdenza integrativa obbligatoria degli agenti, dei rappresentanti di commercio e dei consulenti finanziari, svolge la sua mission istituzionale in un settore dell’economia in continua evoluzione, che negli anni ha subito profondi cambiamenti socio-economici con effetti su molteplici ambiti, dalle regole fondanti della stessa economia ai comportamenti degli operatori dei diversi mercati, passando dall’offerta e dalla domanda di welfare, assistenza e previdenza.

Gli enti deputati ad assicurare, con la contribuzione, forme di previdenza e assistenza obbligatori, si devono confrontare quotidianamente tale contesto, orientandosi costantemente alla innovazione per dare continuità di adattamento alle variabili che influiscono sulle esigenze degli iscritti.

Non sono sufficienti, infatti, le riforme pensionistiche (es. allungamento età di pensione, l’adozione del sistema contributivo o modifica coefficienti di trasformazione) per trovare soluzioni efficaci nell’era della trasformazione continua del lavoro. Per avere pensioni adeguate, occorre che i giovani entrino prima nel mercato del lavoro, altrimenti si troveranno con pensioni deboli per via dell’aumento dell’aspettativa di vita. Allo stesso modo, occorre aiutare i meno giovani che dovessero rimanere senza lavoro a poter contare su adeguati sostegni nelle fasi di non attività o di transizioni da un mandato all’altro.

Uno degli obiettivi essenziali – se non il primo di tutti – per garantire un futuro adeguato alla Fondazione Enasarco è quello del rilancio dell’attività di agente e di consulente attraverso la predisposizione di una strategia complessiva e di strumenti di welfare attivi, includendo nella platea dei soggetti obbligati ai versamenti anche i procacciatori e gli intermediari online. Vanno sviluppati anche l’intensificazione dei controlli contro le evasioni contributive e opportuni interventi, nell’ipotesi di mancato versamento dei contributi da parte delle ditte mandanti, diretti a evitare l’annullamento delle prestazioni previdenziali degli agenti e dei consulenti finanziari.

La Fondazione non può fare a meno di affiancarsi agli agenti e ai consulenti durante tutto il loro iter lavorativo, fornendo un percorso formativo continuo e strumenti al passo con le nuove tecnologie. In tale contesto, sarà opportuno proporre la costituzione in ambito Enasarco di un Osservatorio permanente sul mercato del lavoro degli agenti e dei consulenti, avente il compito di analizzare le tendenze attuali e, in un’ottica previsionale, i mutamenti futuri.

La garanzia di tutele sanitarie che valorizzino un’adeguata assistenza integrativa, di servizi a favore dello sviluppo professionale, di accesso al credito agevolato, di politiche a favore dei giovani, rappresentano un concreto impegno per Enasarco, anche alla luce delle difficoltà economiche di sistema degli agenti e dei consulenti, e dei cambiamenti che aumentano i periodi di interruzione e di non-lavoro per gli agenti e i consulenti stessi. Di conseguenza, sarebbe opportuno garantire agli iscritti una polizza sanitaria che possa offrire loro ulteriori e più ampie tutele, superando anche l’attuale polizza infortuni legata solo a particolari eventi. A tal riguardo si propone anche la creazione di una Enasarco Card per gli iscritti che, oltre a essere utilizzabile per i rapporti con la Fondazione, permetta anche di usufruire delle migliori convenzioni per il lavoro, la famiglia, le esigenze di vita degli agenti e dei consulenti.

Una delle missioni essenziali della Fondazione dovrà essere diretta a rafforzare e implementare i propri presidi e le competenze in materia di governance, controllo e finanza, al fine di garantire una sana e prudente gestione finanziaria a tutela dei propri iscritti. Pertanto, sarà necessario anticipare le migliori regole di gestione e trasparenza attraverso l’aggiornamento costante dei regolamenti interni e una continua attenzione all’etica, alla competenza e alla prevenzione del conflitto di interessi dei componenti degli organi e dei responsabili dei servizi e delle strutture.

Nella selezione degli investimenti deve essere ugualmente assicurata la trasparenza, correttezza e diligenza professionale, nonché la diversificazione dei prodotti selezionati. Pur considerando i criteri di rischio che saranno previsti dal regolamento specifico del Ministero dell’Economia e delle Finanze, sarà importante continuare a investire nei settori avanzati in cui è più forte la spinta verso lo sviluppo, nei settori in cui già opera o si può sviluppare il mercato dell’intermediazione a favore degli agenti di commercio, ponendo dunque attenzione all’impatto occupazionale.

Secondo Manlio Marucci, segretario di Federpromm-Uiltucs e candidato nella Lista Enasarco Libera, “va osservato che se lo Stato non applicasse agli investimenti delle casse di previdenza, finalizzati a valorizzare i contributi degli iscritti, la tassazione che si applica ai fondi speculativi, si disporrebbe di circa 400 milioni di euro l’anno in più da destinare al welfare volto a promuovere il lavoro e/o l’assistenza alla professione. Del resto, i valori mobiliari nella disponibilità di Enasarco, così come delle altre casse di previdenza, non sono semplici risparmi accantonati in un ottica individualistico-speculativa, bensì servono a coprire anche i costi di fondamentali servizi di assistenza che definiscono le finalità puramente sociali e collettive della Cassa. Per cui, lo Stato dovrebbe ridurre il livello di tassazione”.

Le sfide che coinvolgono oggi casse di previdenza come Enasarco, la seconda cassa d’Italia per dimensione e patrimonio, richiedono una forte accelerazione nel processo di modernizzazione. In tale contesto la riduzione dei costi e l’ottimale allocazione delle risorse diventano condizioni imprescindibili al fine di garantire un incremento dei servizi e una maggiore qualità degli stessi nei confronti degli iscritti. La riqualificazione delle competenze, sempre più tecniche e meno generaliste, e l’introduzione massiccia delle nuove tecnologie dovranno costituire le linee guida verso l’innovazione di una struttura che deve essere sempre più adeguata ai bisogni dei propri contribuenti.

Elezioni Enasarco, intervista a Valerio Giunta. “Un albero che cade fa più rumore di una foresta che cresce”

Gli agenti di commercio ed i consulenti finanziari hanno una grande responsabilità, quella di portare una mentalità nuova in ogni azienda e avventura imprenditoriale. Fondamentale, per il futuro, realizzare un centro studi universitario per agenti di commercio e per consulenti finanziari, allo scopo di far conoscere la bellezza di queste professioni e dar loro dignità accademica.

Prosegue il ciclo di interviste di Patrimoni&Finanza sulle vicende di Enasarco, la cassa di previdenza privata degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari che, da qualche mese, è al centro di durissime polemiche per via del lungo rinvio, da parte della maggioranza del CdA, delle elezioni inizialmente fissate per il 17 Aprile.

Valerio Giunta, imprenditore riminese attivo nel settore della selezione di agenti di commercio e consulenti finanziari, è candidato nella lista “Consulenti finanziari uniti in Enasarco” alle prossime elezioni (24 Settembre – 7 Ottobre 2020) per il rinnovo dell’Assemblea dei delegati della Cassa di previdenza.

Lo abbiamo intervistato.

Un imprenditore in cima ad una lista di candidati consulenti finanziari alle elezioni di Settembre in Enasarco: come è nata questa apparente “invasione di campo”?

La mia storia professionale, da ormai 30 anni, ruota nell’ambito delle risorse umane: prima nel mondo cooperativo e poi nelle agenzie per il lavoro. Da 10 anni ho una mia azienda (Start Up Italia Srl), specializzata nel mondo del personale di vendita e nel settore delle reti di consulenza finanziaria. In un lavoro delicato, come quello della ricerca e selezione del personale, occorre una certificazione che il lavoro sia svolto bene e senza arrecare danni all’elemento debole della triangolazione agenzia-azienda-candidato, che è appunto il candidato. Per questa ragione, ho aperto dal 2011 diversi gruppi social (“AAAgents e ”Consulenti Bancari e finanziari”, con rispettivamente 46 mila e 17 mila aderenti su Linkedin) e, all’inizio della pandemia, ho realizzato delle videoconferenze dedicate agli agenti e ai consulenti finanziari, denominate “S.O.S. Agenti”. Da qui i punti di contatto con il mondo dei consulenti finanziari che, come del resto gli agenti di commercio, sono un elemento fondamentale per rilanciare l’economia italiana.

Come nasce, invece, il suo interesse a partecipare in prima persona, candidandosi, alla vita di Enasarco?

Innanzitutto , nello svolgimento del mio lavoro ho sempre seguito il principio dell’attenzione concreta per chi svolge un lavoro di natura commerciale, e mi sono spesso accostato a varie formazioni sindacali attive nella tutela dei lavoratori autonomi, cercando di trasferire nella mia attività il meglio delle loro esperienze consolidate. Inoltre, formalmente Startup Italia è anche una società di rappresentanza con diritto di voto per la componente agenti in Enasarco. In quest’ambito, ma in un secondo momento, ho conosciuto USARCI, dopo non aver trovato uguale apertura nella dirigenza di ANASF, a cui mi ero rivolto in prima battuta. Tuttavia, dato l’attuale cambio dei vertici, mi farebbe piacere incontrare la nuova dirigenza per conoscere la loro disponibilità ad una collaborazione. Mi sono trovato bene con USARCI e non sono mancate collaborazioni anche con FNAARC e con CISL, ma sfortunatamente ho trovato porte chiuse da parte degli organizzatori di Forum Agenti.

Quali sono i suoi punti di contatto con il resto dei candidati? Non teme di essere considerato una sorta di “corpo estraneo” dai suoi potenziali elettori iscritti all’Organismo Unico dei consulenti finanziari?

Lavoro nell’interesse della categoria da almeno 8 anni, in maniera piuttosto visibile, ed il primo obiettivo è dare priorità ai consulenti per migliorare la loro posizione lavorativa. Tramite la mia azienda ritengo di aver migliorato la posizione di tantissimi colleghi, e di recente ho avviato una proficua collaborazione con un’importante scuola di formazione per mettere in piedi il primo percorso di formazione per giovani consulenti finanziari, anche con il supporto di Istituzioni e sindacati. Ho partecipato allo sviluppo e al lancio del primo corso universitario per agenti di commercio e consulenti finanziari, che ha dato la possibilità a tanti professionisti affermati di potersi laureare anche in età avanzata.

In tema di elezioni, il rinvio sine die aveva suscitato polemiche durissime, così come la decisione della maggioranza e della presidenza di rivolgersi al TAR per chiedere una sospensiva dopo aver ricevuto una diffida da parte dei ministeri vigilanti. Qual è la sua sensazione generale sulla faccenda?

La mia sensazione è che potrebbe esserci in atto un tentativo di scalata per mettere le mani sul patrimonio di Enasarco. Infatti, i messaggi populisti che arrivano dalle liste in opposizione all’attuale maggioranza non fanno altro che accrescere il malessere che al momento vive la categoria, di fatto “avvelenando il pozzo” della conversazione elettorale, che al contrario dovrebbe essere costruttiva e non distruttiva. Non vorrei che tali soggetti stiano conducendo solo una guerra di potere, mossi dalla preoccupazione di prendere in mano la gestione dei risparmi della categoria, e non da quella di concentrarsi per sbloccare le risorse da destinare alla stessa. Peraltro, Enasarco è un ente previdenziale e non è delegato a rilasciare fondi fuori dai parametri di bilancio, come anche previsto dalle regole dei ministeri vigilanti. Quindi certe polemiche mi sono sembrate strumentali, e non rispecchiano in alcun modo la reale natura dell’ente. Per onestà intellettuale, vorrei ricordare che chi spingeva per fare elezioni subito è responsabile dei rapporti istituzionali di una importante banca di investimenti, e quindi, in linea del tutto teorica, nel momento in cui si dovrà decidere a chi affidare la gestione delle disponibilità liquide della Cassa (più di 7 miliardi), costui si potrebbe trovare in una palese situazione di conflitto di interesse. Il mio non è un attacco personale, ma una doverosa precisazione, nell’interesse degli iscritti, su potenziali rischi che meritano attenzione.

Perché, secondo lei, la circostanza del ricorso al TAR e del successivo rigetto non era stata comunicata agli altri delegati e consiglieri nè in occasione dell’Assemblea dei delegati del 30 Giugno scorso, né immediatamente dopo?

Il TAR ha sospeso l’efficacia dell’intimazione ministeriale al CdA. Io credo nella legittimità delle istituzioni e credo che debbano essere le persone preposte a giudicare a dirci chi ha sbagliato e chi ha operato legittimamente. Ciò che mi domando, onestamente, è perché alcuni giornali abbiano interesse a far uscire articoli che anticipano pretestuosamente decisioni giudiziarie che poi alcuni candidati, in fretta e furia, condividono ovunque sul web, come in una sorta di schema che alimenta la diffusione di informazioni parziali. Questo, ripeto, è un danno innanzitutto per la categoria. Il resto lo devono giudicare i giudici, non altri.

A suo avviso, date le circostanze che si sono venute a creare con l’ultima pronuncia del TAR e con la fissazione della data delle elezioni, è ancora attuale parlare del commissariamento di Enasarco? Se ciò avvenisse, quali sarebbero le conseguenze?

Francamente non credo, anche se è difficile fare previsioni su situazioni così complesse, attorno alle quali orbitano così tanti interessi e stakeholder. Sinceramente mi auguro di no, poiché sarebbe una sconfitta per gli agenti di commercio e per i consulenti finanziari, i quali invece devono essere sensibilizzati a partecipare alla vita dell’Ente ed esercitare il voto, democraticamente, al fine di dotarsi della migliore amministrazione possibile. 

Se dovesse avere successo alle elezioni di Settembre, ritiene di avere i numeri in Assemblea dei delegati per candidarsi al Consiglio di Amministrazione?

Chi si candiderebbe senza la confidence di sapere di poter incidere concretamente sulla vita dell’Ente? A prescindere dal mio risultato personale, le nostre istanze saranno presenti in consiglio di amministrazione, per via indiretta o diretta. Sicuramente noi ci saremo. Mi piacerebbe molto entrare nel consiglio di amministrazione, temo però che, per farlo, mi dovrei dimettere da delegato. Di certo, posso dire che al momento non tengo ad ottenere poltrone.

Qual è lo stile distintivo che intende imprimere in Enasarco, qualora eletto? Quali obiettivi guiderebbero principalmente le sue azioni?

Il mio stile sarebbe improntato alla assoluta trasparenza e alla condivisione democratica di qualunque iniziativa. Così come già avviene nelle aziende, sui gruppi social, nelle video conferenze che gestisco, lascerei spazio a tutti coloro che si vogliono impegnare per il bene della categoria. Gli agenti di commercio ed i consulenti finanziari hanno una grande responsabilità, quella di portare una mentalità nuova in ogni azienda e avventura imprenditoriale. Il mio primo obiettivo è quello di promuovere e realizzare un centro studi universitario per agenti di commercio e per i consulenti finanziari, allo scopo di far conoscere fino in fondo la bellezza di queste professioni e dar loro dignità accademica mediante specifici corsi universitari di specializzazione nell’ambito delle vendite e della consulenza finanziaria. Il valore della professione di venditore, se ben sviluppata tra i giovani, potrebbe rilanciare l’economia del nostro Paese e incrementare l’occupazione anche in ambito femminile, ma tutto ciò andrebbe accompagnato da misure statali favorevoli come la riduzione della pressione fiscale ed i maggiori sgravi per l’auto.

In occasione della tornata elettorale del 2016, gli iscritti che votarono furono poco più di 25.000, pari all’11,34% degli aventi diritto. Secondo lei, le prossime elezioni vedranno un maggiore afflusso, oppure no?

Secondo me vedranno maggiore afflusso, perché la scorsa tornata elettorale è stata la prima volta che gli agenti votavano i propri rappresentanti e non erano a conoscenza di quello che succedeva. Il lockdown ha portato maggiore attenzione alle problematiche di Enasarco, e quindi ritengo che ci sarà maggiore affluenza. 

Sui social, a causa della sospensione delle elezioni e delle mille polemiche che sono scaturite, gli iscritti mostrano oggi una certa diffidenza, mista a rabbia. Che messaggio si sente di mandare a coloro che lanciano critiche durissime un pò a tutti i candidati nei gruppi e nelle pagine dedicate agli agenti?

Penso che abbiano ragione, anche se ritengo non siano stati adeguatamente informati. Fa più rumore un albero che cade, che una foresta che cresce, e con ciò voglio dire che chi fomenta il malessere sui social ha più seguito di chi prova a costruire. Nei gruppi che gestisco personalmente, ho sempre lasciato spazio a tutti, anche ai cosiddetti silenti, che paradossalmente potrebbero essere quelli più “arrabbiati” per una situazione che si trascina da tempo e che deve poter trovare una soluzione. Ho lasciato spazio anche alle tematiche della lista “Fare presto”, ma mi piacerebbe ricevere maggiore reciprocità, perché spero tanto di poter collaborare anche con loro. A chi lancia critiche, vorrei dirgli di approfondire la conoscenza della storia di Enasarco. La nostra Cassa, peraltro, ha un bilancio in attivo, ma molti vorrebbero che fosse assorbita dall’INPS, il quale viceversa non ha un bilancio in attivo e ciò metterebbe in pericolo le pensioni della categoria. Inoltre, il 50% dei contributi maturati in Enasarco sono versati dalle mandanti. A chi è spazientito dagli eventi, direi di avere fiducia in Enasarco come istituzione che supera persino le singole persone che l’amministrano, e sopravvive ad esse.

Enasarco, elezioni il 24 Settembre. Ma resta il problema degli atti di straordinaria amministrazione

Nonostante siano state fissate le date delle elezioni (con tre mesi di ritardo), sono molte le perplessità relative alla efficacia degli atti di straordinaria amministrazione che l’attuale CdA dovrebbe confermare, in regime di prorogatio, per risolvere l’urgenza economica in cui versano decine di migliaia di iscritti alla Cassa.

Il consiglio di amministrazione di Enasarco, e cioè l’ente di previdenza integrativa di agenti di commercio e consulenti finanziari, ha approvato oggi pomeriggio, a maggioranza qualificata, la ripresa della procedura elettorale di rinnovo dell’assemblea dei delegati, dopo una “lunga” sospensione deliberata, ufficialmente, a causa dell’emergenza Coronavirus. Le elezioni per il rinnovo dell’assemblea dei delegati. quindi, si svolgeranno nel periodo da giovedì 24 settembre 2020 a mercoledì 7 ottobre 2020, dalle 9 alle 18 nei giorni dal lunedì al venerdì, e dalle ore 9 alle 20 nei giorni di sabato e di domenica.

L’Ente, mediante una nota, fa sapere che “La situazione attuale consente la ripresa del procedimento elettorale”, e che, inoltre, “…gli organi della Fondazione attualmente in carica cesseranno le proprie funzioni all’atto della ricostituzione dei corrispondenti nuovi organi. Fino ad allora il consiglio di amministrazione continuerà a provvedere al meglio per la cura degli interessi di tutti gli iscritti”.

Proprio su questo punto, e cioè sulla possibilità che il CdA di Enasarco possa prendere decisioni che eccedano l’ordinaria amministrazione tipica del regime di prorogatio, è indispensabile approfondire tutti gli aspetti di legittimità, merito ed opportunità che, chiunque si trovasse al posto degli attuali consiglieri di maggioranza, dovrebbe soppesare bene.

Relativamente a questo aspetto, ANASF era intervenuta affermando che il rinvio sine die delle elezioni disposto dalla maggioranza del CdA della Cassa ha determinato l’ingresso nel c.d. regime di prorogatio tipico degli enti pubblici, durante il quale è possibile deliberare soltanto atti di ordinaria amministrazione. Il vertice di Enasarco, nelle scorse settimane, aveva replicato più volte che il consiglio di amministrazione non opera affatto in regime di prorogatio, dal momento che, per essa, vale la proroga “automatica” prevista dall’art. 2385, comma 2, del codice civile, secondo il quale “La cessazione degli amministratori  per scadenza del termine ha effetto dal momento in cui il consiglio di amministrazione e’ stato ricostituito”. Lo prevede anche stesso Statuto di Enasarco, in virtù della personalità giuridica di diritto privato riconosciuta dalla legge.

Problema risolto? Niente affatto. Le problematiche di natura giuridica sono molte, e non chiariscono con la stessa semplicità interpretativa quanto sostenuto dalla maggioranza del CdA e dalla presidenza. Infatti, le casse private dei professionisti sono caratterizzate da un quadro normativo di riferimento molto complesso. La privatizzazione effettuata con il decreto legislativo 30 Giugno 1994, n. 509, e successivamente con il d. lgs. 10 Febbraio 1996, n. 103, ha determinato in capo alle casse di previdenza privata un processo di lenta ma inesorabile “ri-pubblicizzazione”, in considerazione dell’interesse collettivo che esse perseguono. Le casse, in buona sostanza, sebbene siano state privatizzate continuano a perseguire finalità di pubblico interesse, e costituiscono un elemento fondamentale del sistema previdenziale obbligatorio, sul quale lo Stato continua ad esercitare la vigilanza.

C’è da dire che le casse, sebbene svolgano una funzione pubblica, hanno personalità giuridica di diritto privato e una gestione di natura privatistica, godendo di autonomia gestionale, organizzativa e contabile (d.lgs. 509/1994). Negli anni, però, l’insieme di norme che si andava delineando ha determinato una profonda riduzione dell’autonomia gestionale, per via dell’introduzione del SEC 95 (Sistema Europeo dei Conti nazionali e regionali, uno schema contabile utilizzato nella contabilità nazionale) e della conseguente qualificazione delle casse di previdenza privata come organismi di diritto pubblico e,  dal punto di vista della finanza pubblica, come “amministrazione pubblica“.

E così, quella separazione tra previdenza pubblica e previdenza privata avvenuta sulla base della delega contenuta nella legge 24 dicembre 1993, n. 537 (“Interventi correttivi di finanza pubblica”) ha perso man mano la sua evidenza, e alcune norme di finanza pubblica sono intervenute direttamente sul funzionamento delle casse di previdenza, al fine di salvaguardare alcune funzioni. Per esempio, con l’art. 10 bis del Decreto-legge 28 giugno 2013, n. 76, si è data alle casse di previdenza la possibilità di attivare interventi di promozione e sostegno al reddito dei professionisti e interventi di assistenza in favore degli iscritti. Ancora, con il Decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, si è previsto per le casse di previdenza l’adozione di misure volte ad assicurare l’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni pensionistiche, secondo bilanci tecnici riferiti ad un arco temporale di cinquanta anni.

Si è trattato di una sorta di “stress test“, che ha portato all’innalzamento delle aliquote, all’introduzione del contributivo pro rata, all’innalzamento dell’età pensionabile e alla introduzione dei contributi di solidarietà. 

Pertanto, i numerosi e ripetuti interventi del Legislatore, che hanno sottoposto le casse a numerose forme di controllo e vigilanza senza eguali nel nostro ordinamento (inserimento delle casse all’interno dell’elenco delle amministrazioni pubbliche annualmente pubblicato dall’ISTAT – Reg.to Comunitario n. 2223/96 – par. 2.68 e 2.69), porterebbe alla conclusione che i singoli enti, indipendentemente dalla loro peculiare natura giuridica (pubblica o privata), sono considerati amministrazioni pubbliche dal punto di vista finanziario. Facendo propria questa conclusione – per nulla campata in aria, ed anzi piuttosto attendibile – Enasarco si troverebbe nel regime di prorogatio del tutto simile a quello degli enti pubblici propriamente detti, quanto meno in relazione agli atti che riguardano tutti gli aspetti finanziari della Cassa, ivi comprese le erogazioni straordinarie e l’anticipazione del FIRR.

In tal senso, allungare i tempi delle elezioni al prossimo autunno, non sembra essere stata una decisione a tutela degli iscritti, soprattutto di quelli che versano in gravi condizioni economiche a causa del lungo lockdown, e che oggi avrebbero bisogno di ricevere rapidamente aiuti straordinari. La sensazione, però, è che in campagna elettorale, quello degli aiuti sarà un argomento scottante: in assenza di una espressa autorizzazione dei ministeri, nessuno muoverà un dito, con buona pace delle aspettative degli agenti, anche in termini di rapidità. Se i dicasteri non si pronunceranno, gli atti di straordinaria amministrazione eventualmente effettuati – ed in particolare quelli relativi agli aiuti economici agli iscritti – potrebbero essere considerati non validi, e gli attuali consiglieri potrebbero guardarsi bene dal confermarli.

Il problema, pertanto, rimane, e probabilmente segnerà i tempi – se non le stesse decisioni in merito – di erogazione degli aiuti, che già vanno avanti con il “contagocce”.

Silenti Enasarco, una questione di giustizia sociale. Intervista a Cosimo Lucaselli di Federcontribuenti

“…Coloro che oggi governano, quando erano all’opposizione, avevano promosso iniziative parlamentari annunciando interventi rivolti a risolvere il problema dei silenti Enasarco. Poi, quando si sono insediati nelle loro posizioni istituzionali, non hanno tenuto fede agli impegni e si sono resi indisponibili….”.

La questione dei contribuenti Enasarco denominati “silenti” – ossia gli agenti senza più mandato che non sono riusciti ad arrivare ai 20 anni obbligatori di contribuzione, perdendo così sia il diritto alla pensione  che quello ai versamenti effettuati  – tiene sempre più banco, soprattutto adesso che si avvicinano le elezioni per eleggere – non si sa ancora quando, probabilmente entro Settembre – la nuova governance della Cassa di previdenza integrativa di agenti di commercio e consulenti finanziari.

Per esaminare al meglio questo delicato tema, che oggi coinvolge anche la politica nazionale, abbiamo intervistato Cosimo Lucaselli, responsabile rapporti con le istituzioni di Federcontribuenti, organizzazione che ha dedicato risorse ed energie per portare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica.

Signor Lucaselli, da quando è stata sollevata per la prima volta, quanto tempo è passato per portare all’attenzione della politica nazionale la questione dei contributi degli agenti c.d. silenti?

Del problema silenti Enasarco la politica ne è ha conoscenza da anni, però mai nessuno ha dato risposte concrete per la risoluzione del sistema discriminatorio che subiscono gli agenti di commercio e i consulenti finanziari. Da circa due anni sono iniziate pressanti iniziative sulla politica. Nel 2018, un ex agente silente di 68 anni che ha versato 17 anni di contribuzione previdenziale a INPS e 17 anni a Enasarco ha iniziato uno sciopero della fame, in quanto, pur avendo versato nel totale 34 anni di contribuzione previdenziale, non si è visto riconoscere da nessuno dei due enti la porzione pensionistica che gli sarebbe spettata in qualsiasi nazione con principi democratici. Nonostante la visibilità anche mediatica della protesta (Rai3 e “l’Aria che Tira” su La 7), e le assicurazioni dell’attuale Ministro del Lavoro, Senatrice Nunzia Catalfo (che all’epoca si era impegnata), la politica ha messo da parte qualunque soluzione del caso, tanto che Federcontribuenti, dal 2019, ha sollecitato interrogazioni parlamentari e lo scorso 11 febbraio è stata ricevuta in audizione presso la Commissione bicamerale di Controllo delle casse Previdenziali, dove abbiamo esposto tutte le criticità della previdenza Enasarco. Anche la missiva inviata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in qualità di garante del rispetto della Costituzione, non ha ricevuto risposta. E quando la politica e le istituzioni che dovrebbero vigilare vengono meno a questi doveri, la democrazia muore. 

A che punto è oggi il dibattito sul recupero di funzionalità economica dei contributi?

Siamo ancora ad un punto morto. La politica è assente e sembra che non essere interessata al problema dei 9,2 miliardi di debito accumulati con i versamenti senza ritorno dei 692.000 silenti Enasarco. Personalmente, ho contattato più volte l’attuale Ministro del Lavoro Senatrice Nunzia Catalfo, che, almeno a parole, si è resa disponibile al dialogo per la risoluzione del caso, salvo poi essere sempre assente agli incontri in cui ci si dovrebbe confrontare a causa di impegni dell’ultimo momento. Eppure L’attuale Ministro del Lavoro, ed il suo collega di partito Senatore Sergio Puglia, Presidente della Commissione di Vigilanza delle Casse Professionali, quando erano all’opposizione, hanno promosso iniziative parlamentari annunciando interventi rivolti a risolvere il problema dei silenti Enasarco. Però, da quando si sono insediati nelle loro posizioni istituzionali, non hanno tenuto fede agli impegni e si sono resi di fatto indisponibili ad affrontare e risolvere il problema.   

Secondo lei, chi potrebbe avere interesse a remare contro la soluzione del problema?

Ho un pensiero da esprimere in tal senso; da ciò che si legge, e a giudicare da alcune vicende “milionarie” che ruotano intorno alla Fondazione Enasarco, sembra che in molti siano impegnati in una corsa per gestire il patrimonio dell’Ente. Io penso che ci siano gruppi di potere che non vogliono consentire un intervento finalizzato a verificare la reale condizione della Cassa, limitando persino la vigilanza politica che avrebbe l’obbligo istituzionale e costituzionale di intervenire.

Il Governo, tramite il sottosegretario al Welfare Di Piazza, ha dichiarato apertura verso una soluzione legislativa del problema. Quale tipo di soluzione potrebbe essere utile alle rivendicazioni dei c.d. silenti, senza pregiudicare l’equilibrio finanziario di Enasarco nel lungo periodo?

Innanzitutto bisogna precisare che la previdenza Enasarco è una previdenza integrativa, ed in quanto tale non può essere soggetta ad equilibrio finanziario dovendo essere restituita per legge agli aventi diritto come integrazione pensionistica rivalutata nel tempo, come previsto dagli articoli 20 e 21 della Legge 613 del 1966. Detto questo, il problema dell’equilibrio finanziario va ricercato nella cattiva gestione dell’Ente, che a mio avviso deve essere immediatamente commissariato. Lo Stato, inoltre, deve farsi carico del problema, come previsto dall’art.28 della Costituzione, che non può essere scaricato su chi ha versato i contributi integrativi – peraltro obbligatori – con grandi sacrifici. I soli silenti hanno versato nelle casse dell’Ente circa 9,2 miliardi di euro che, se fossero stati gestiti in maniera oculata, avrebbero fruttato nel tempo almeno altri 5 miliardi. Qualcuno dovrà pur fornire una spiegazione su questo. Secondo le nostre stime, servirebbero circa 55 milioni l’anno per mettere a regime l’integrazione pensionistica secondo quando previsto dall’art. 21 della Legge 613. Più volte abbiamo chiesto, come associazione di contribuenti, di sederci intorno ad un tavolo di concertazione per dimostrare con dati alla mano che è possibile risolvere il problema. Purtroppo manca la volontà politica

Il presidente di Enasarco Gianroberto Costa, nel 2019, ha affermato che il fenomeno dei silenti sarebbe connesso alla peculiarità della professione svolta e al possibile verificarsi di periodi di inattività degli agenti, e che tutto ciò non consentirebbe di agire in contrasto con i principi di solidarietà e sostenibilità a tutela di tutta la categoria. Lei come risponderebbe oggi a queste osservazioni?

La discontinuità dell’attività dell’agente non implica il diritto al riconoscimento dell’integrazione pensionistica, perché all’agente deve essere riconosciuta l’integrazione pensionistica in base ai contributi versati. Il principio solidaristico non può essere applicato alla previdenza integrativa! Quel principio andava bene prima che entrasse il vigore la Legge 613 del 1966, perché gli agenti fino ad allora erano sprovvisti di tale tutela. L’attuale normativa (L. 537/1993, DL 509/1994, art.1 c. 36 lett. a), prevede la fusione con enti con finalità analoghe o complementari. Applicando tale principio verrebbe superato quello prettamente solidaristico dell’Ente, rendendo possibile il principio alla base della pensione integrativa.

Entrando nel merito della contribuzione degli agenti di commercio, come giudica la pressione contributiva complessiva di questa categoria di lavoratori?

Nel sistema previdenziale degli agenti di commercio e dei consulenti finanziari è rinvenibile il più alto costo del contributo previdenziale, rispetto a qualsiasi altro lavoratore del commercio, senza che ad esso siano equiparate le stesse condizioni di welfare. Infatti, i contributi previdenziali obbligatori, da versare alla fondazione Enasarco, sono calcolati con aliquota del 17%, da applicare sul totale delle somme percepite dall’agente a titolo provvigioni lorde (e non al netto dei costi); a questi si aggiungono i contributi INPS, e a causa di questo cumulo agenti e consulenti versano in previdenza circa il 48% del proprio reddito lordo, rispetto al 37% del lavoratore dipendente del commercio. E’ vero che, per quanto riguarda i contributi Enasarco, solo l’8,50% è a suo carico (il rimanente 8,50% a carico della casa mandante), ma la pressione contributiva è comunque elevatissima. E così l’agente o consulente, pur versando il 10% in più rispetto al lavoratore dipendente del commercio, non riceve lo stesso livello di welfare: nessun mese di ferie retribuito, nessuna convalescenza per malattia retribuita, nessuna convalescenza da infortunio retribuito, nessun assegno familiare, nessuna indennità di disoccupazione in caso di perdita di mandato. Ciò riassume con grande evidenza una gravissima ingiustizia sociale.

A che punto si trova la battaglia per consentire il cumulo tra i contributi Enasarco e quelli INPS? Esiste un margine perché si avveri questa possibilità?

La parola cumulo nella previdenza Enasarco è un termine errato. Su questo termine si è creata una confusione sia a livello giurisprudenziale che nella formazione dei regolamenti interni Enasarco. Nel caso della previdenza integrativa degli agenti, è inequivocabile la volontà del legislatore (artt. 20-21-29 della Legge 613 del 1966) di come la previdenza Enasarco sia una previdenza integrativa, ed il termine “integrazione” indica, appunto, qualcosa da integrare ad un qualcosa che è incompleto. Se poi questa integrazione è anche obbligatoria, non poterne godere se non hai versato per almeno 20 anni diventa inaccettabile per la categoria contributiva più fragile, composta da persone che, una volta raggiunta la soglia di anzianità, saranno svantaggiate economicamente proprio nel momento in cui c’è più bisogno, dopo una vita di fatiche.

Dal 2024 sarà operativa la possibilità, per i silenti, di poter ottenere la c.d. Rendita Contributiva, su cui si è scatenata una polemica in relazione alla sua effettiva consistenza economica. Può spiegarci come funziona, e quali sarebbero i punti discutibili di questo strumento? 

Con questa norma si è voluto adeguare la previdenza integrativa Enasarco agli altri sistemi di previdenza complementare, ma per non smentirsi, gli economisti interni alla Cassa hanno partorito una norma che nulla ha a che vedere con la finalità previdenziale vera e propria. Infatti, lo strumento della Rendita Contributiva prevede, a partire dal 2024, che un agente con 65 anni di età e 5 anni di contribuzione matura una rendita contributiva che gli verrà erogata integralmente solo a partire dall’87mo anno di età. Se la vuole prima, verrà penalizzato con un 38% in meno il primo anno, con il 36% in meno il secondo e così via. E’ chiaro che la maggior parte di essi sceglierà di prenderla in anticipo, sopportando la penalizzazione massima o giù di lì. E’ o non è una presa in giro?

A breve in Enasarco si svolgeranno le elezioni, a lungo rinviate e fonte di attriti fortissimi sia tra i vertici della Cassa ed i ministeri, sia tra le liste in campo. Chi sono i vostri referenti tra i candidati, se ce ne sono?

Inizio dal secondo punto della domanda: noi avremmo dei referenti, ma non sono presenti nelle liste. I nostri veri referenti potrebbero essere solo dei commissari di alto profilo morale, non legati politicamente a nessuno, con il compito di traghettare la previdenza Enasarco in un fondo complementare da istituire presso l’INPS. Infatti, Enasarco è un Ente di previdenziale che, su circa 814.000 iscritti, genera solo il 15% di contribuenti in previdenza e l’85% in contribuenti silenti. E’ chiaro che qualcosa che non va. Questo è il motivo per cui noi chiediamo da tempo il commissariamento dell’ente, e non le elezioni. In una vostra intervista, Alfonsino Mei ha dichiarato che l’Ente perde 5000 iscritti all’anno; ciò non è esatto: l’Ente ne perde 22.000 all’anno, come riportato nei bilanci tecnici del 2014-2017, e con questi numeri c’è la seria preoccupazione che Enasarco, tra 10 anni, possa estinguersi se non interviene lo Stato, in primis con un commissariamento.

Enasarco, i “silenti” valgono almeno 5 miliardi. Una bomba ad orologeria per chi vincerà le elezioni

Come sono stati spesi, negli anni, i contributi degli agenti c.d. silenti, e chi ne ha beneficiato? Senza i loro versamenti, la Cassa sarebbe stata ugualmente in equilibrio finanziario? Si tratta di domande rimaste fino ad oggi senza risposta, ma la loro “consistenza” rende l’idea di quanto sarà impegnativo, per la politica nazionale e per futura maggioranza, disinnescare questo ordigno ancora inesploso.

Per molti, quella dei c.d. agenti (o ex agenti) “silenti” di Enasarcoagenti senza più mandato che non sono riusciti ad arrivare ai 20 anni obbligatori di contribuzione, perdendo così sia il diritto alla pensione che i versamenti effettuati  – è una profonda ingiustizia sociale, che alcune organizzazioni (Federcontribuenti, in particolare, con Cosimo Lucaselli del dipartimento Enasarco della Federazione) hanno portato all’attenzione della politica nazionale. Infatti, secondo Lucaselli “….i bilanci tecnici, fin da quelli del triennio 2014-2017, ci dicono che i “silenti” oggi ammonterebbero a circa 690.000, ed il tesoro raccolto fino ad oggi da Enasarco ammonterebbe, secondo le medesime stime, a circa 9,2 miliardi di euro…“. Scorrendo i post dei vari gruppi social dedicati al tema, è evidente che i silenti – tra i quali c’è anche chi si è visto accantonare a fondo perduto decine di migliaia di euro –  non intendono rinunciarvi, anche a costo di organizzarsi e promuovere ulteriori iniziative unitarie.

Cosimo Lucaselli

A causa della regola dei 20 anni di contribuzione minima, pertanto, un vero e proprio fiume di denaro è confluito nella Cassa durante gli ultimi decenni, costituendo una dotazione finanziaria che oggi stride rumorosamente con alcuni dati relativi al patrimonio ed alle modalità di contribuzione. Uno fra tutti: la consistenza patrimoniale complessiva di Enasarco, che è pari a circa 8 miliardi (a fronte dei 9,2 miliardi rivendicati dai “silenti”).

Pertanto, dov’è finito questo fiume di denaro? Come è stato speso negli anni, e chi ne ha beneficiato? Senza i versamenti dei silenti, la Cassa sarebbe stata ugualmente in equilibrio finanziario? Fino a che punto è giuridicamente sostenibile che dei contribuenti versino delle somme destinate ad alimentare prestazioni previdenziali di cui sarebbero i beneficiari, e poi debbano accettare passivamente di perdere il denaro accantonato?

Si tratta di domande rimaste fino ad oggi senza risposta, ma la loro “consistenza” rende l’idea di quanto sarà impegnativo, per la futura maggioranza, disinnescare questo ordigno ancora inesploso, trovando una soluzione onorevole ed efficace che non può non includere l’intervento della politica nazionale. Anzi, sarà bene rimettere una questione così spinosa interamente nelle mani del Parlamento e del Governo, gli unici che possono intervenire laddove la matematica non lo consente più.

Il dibattito, mai sopito in realtà, ha ripreso vigore agli inizi del 2019, ed oggi rappresenta una mina vagante per chiunque otterrà, nelle prossime settimane, la maggioranza in consiglio di amministrazione di Enasarco, allorquando le tanto sospirate elezioni avranno finalmente luogo. I c.d. silenti, infatti, si stanno organizzando per mettere in atto alcune iniziative di protesta pubblica già da Settembre.

Secondo Federcontribuenti, Enasarco è una cassa di previdenza piuttosto cara (agli stessi livelli dell’INPS, se non di più) ma i riconoscimenti contributivi che riserva ai suoi iscritti sono stranamente più bassi. Infatti, i contributi previdenziali che agenti e rappresentanti versano obbligatoriamente alla Fondazione sono calcolati sulla base di un’aliquota del 17% (il 14% per i versamenti previdenziali, il 3% per il fondo di solidarietà) da applicare sul totale dei ricavi lordi, e non sui ricavi al netto dei costi dell’attività (imponibile netto, come accade con i contributi INPS). Ciò determina, in valore relativo, un gravame maggiore del contributo derivante dall’applicazione dell’aliquota del 17% che, una volta detratti i costi, pesa fino al 23% sull’imponibile netto.   

Per chiarire quest’ultimo aspetto, prendiamo l’esempio di un agente di commercio plurimandatario con ricavi lordi pari a 40.000,00 euro, in favore del quale verrà versato il contributo Enasarco massimo previsto pari a 6.445,21 (sul massimale di 37.913,00 euro). Se l’agente ha sostenuto costi dell’attività (autoveicolo, carburante, ufficio etc) pari al 30% del monte ricavi, il suo imponibile netto sarà pari ad euro 28.000,00 [40.000,00 – (40.000,00 x 30%=12.000,00)], ma il “peso” del contributo Enasarco di euro 6.445,21 sarà pari al 23% circa (6.445,21 : 28.000,00= 0,2301), e non al 17%.

Gianroberto Costa

Negli ultimi anni, il dibattito si è concentrato anche sulla proposta di ricongiungere la contribuzione Enasarco con quella INPS, ma l’obbligo ex lege della doppia contribuzione per gli agenti non ha consentito, fino ad oggi, di poter attuare questo percorso. Peraltro, i vertici della stessa Enasarco, in risposta alle richieste di Federcontribuenti sulla riduzione del periodo minimo di contribuzione, replicavano con un sibillino “….Non riteniamo di dover commentare la proposta di riduzione da 20 a 5 anni dei minimi contributivi per l’ottenimento della pensione….”, mentre sulla questione dei c.d. silenti il presidente Gianroberto Costa, nel 2019, comunicava al magazine Bluerating che “….il fenomeno dei silenti è connesso, più che alle pratiche di evasione contributiva, alla peculiarità della professione svolta e, in particolare, al possibile verificarsi di periodi di inattività degli agenti. Non siamo indifferenti rispetto alle questioni sollevate da questi contribuenti ma non possiamo agire in contrasto con i principi di solidarietà e sostenibilità, a tutela di tutta la categoria”.

Un muro invalicabile, pertanto, che però sembra aver rafforzato la determinazione con la quale i silenti hanno intenzione di chiedere “il conto” sull’utilizzo di quella massa enorme di denaro. Nel frattempo, si moltiplicano le iniziative parlamentari sull’argomento. L’ultima è una interrogazione parlamentare sollevata presso la Commissione Lavoro della Camera dei Deputati (5-03746) di Walter Rizzetto (FdI), in risposta alla quale l’esecutivo ha dichiarato di voler aprire ad una soluzione legislativa per risolvere la questione dei contributi silenti.

Dal punto di vista tecnico-legislativo, Enasarco è un ente previdenziale che eroga prestazioni integrative, ma il periodo minimo di 20 anni rende impossibile sia utilizzare quanto versato prima di questo periodo nè tramite la ricongiunzione dei contributi nell’INPS, sia ricorrere al nuovo istituto del cumulo dei periodi assicurativi di cui alla legge 228/2012 (come modificata dalla legge 232/2016). L’unica alternativa, per gli iscritti, rimane la famigerata prosecuzione volontaria, che ha un senso solo per chi ha già versato almeno 10-15 anni di contributi; altra alternativa è quella di attendere la rendita contributiva, che però sarà disponibile solo dal 2024.

Con la sua interrogazione, l’on. Rizzetto aveva chiesto uno specifico intervento volto a consentire il cumulo della contribuzione Enasarco con quella versata nell’INPS per permettere la maturazione di un maggior importo di pensione, ma il sottosegretario al welfare, on. Stanislao Di Piazza, ha osservato che “…un intervento normativo in tal senso, sebbene auspicabile, comporterebbe profili di onerosità per la Fondazione in quanto avrebbe impatti finanziari rilevanti sull’equilibrio di lungo periodo…”.

In poche parole, se Enasarco verrà costretta ad assumere un impegno finanziario di lungo periodo a beneficio dei silenti – magari con l’esclusione dell’insieme “sacrificabile” di contribuenti che non avevano raggiunto neanche 5 anni di contribuzione – dovrà reperire mezzi freschi pari ad almeno 5 miliardi, sennò rischia di implodere, portando con sé nell’abisso le aspettative di pensione integrativa di 220.000 tra agenti, rappresentanti e consulenti finanziari. In alternativa, la Cassa dovrebbe ritoccare al ribasso le prestazioni previdenziali e/o eliminare quasi del tutto quelle assistenziali ed accessorie.

Una bomba ad orologeria, insomma, che presto cadrà nelle mani della futura maggioranza.

Pensioni, giù PIL e prestazioni future. Aumentare i benefici fiscali della previdenza integrativa

A causa degli effetti della pandemia, le pensioni future potrebbero essere pari al 50% della retribuzione percepita. Se verranno chiesti altri sacrifici ai contribuenti, sarà necessario stimolare il ricorso alla previdenza integrativa concedendo benefici fiscali immediati ai sottoscrittori di fondi pensione.

Articolo di Filippo Foggetti

La recessione economica causata dall’emergenza Coronavirus impatterà certamente sul sistema previdenziale, sia pubblico che privato, soprattutto in quanto a sostenibilità finanziaria e adeguatezza delle prestazioni. Infatti, mentre le performance dei fondi pensione – che funzionano sostanzialmente come dei programmi di accumulo in fondi o sicav, soprattutto azionarie – possono essere verificate con immediatezza grazie ai risultati dei mercati di riferimento (azioni, obbligazioni etc), il criterio dominante del nostro sistema previdenziale pubblico è ancora quello della c.d. Ripartizione, nel quale i contributi versati dai lavoratori in attività alimentano e danno copertura a gran parte delle pensioni di chi è già in quiescenza. Pertanto, la questione principale – che non è affatto cambiata rispetto a qualche settimana fa, ma solo peggiorata  – riguarda la tenuta del sistema allorquando il livello occupazionale, per via degli effetti economici della pandemia sul sistema produttivo, si sarà abbassato e, soprattutto, quando le conseguenze in termini di PIL saranno conclamate in dati negativi. Da lì in poi, la differenza tra il mantenimento dei parametri attuali e l’adozione di nuove misure restrittive potrà farla solo la capacità dello stessa sistema di riprendere i livelli da cui era partito, ed in quanto tempo.

Il Coronavirus, purtroppo, ha creato un vero shock demografico proprio all’interno della categoria dei pensionati, e si calcola che, ad emergenza conclusa, l’INPS beneficerà di un “risparmio” annuale, derivante dal tragico conteggio delle pensioni da non erogare più (al netto delle reversibilità), di circa 300 milioni di euro, ma questo non sarà sufficiente a coprire le maggiori uscite per cassa integrazione e sovvenzioni di emergenza.

La questione diventa fondamentale in termini di PIL. Infatti, secondo le recenti riflessioni pubblicate dall’OCSE, “il Coronavirus è il più grande pericolo dai tempi della crisi finanziaria del 2008, ed espone l’economia mondiale ad una minaccia senza precedenti, con una crescita del PIL mondiale che dovrebbe prima arrestarsi e poi, a consuntivo, evidenziare un risultato negativo o pari a zero. Il ciclo economico, infatti,  potrà  fare affidamento nella piena ripresa della produzione e distribuzione soltanto nel terzo quadrimestre dell’anno”. Inoltre, secondo le recenti stime di Goldman Sachs sull’impatto del Coronavirus nell’area Euro, il PIL europeo dovrebbe chiudere quest’anno a -9% (per poi rimbalzare a +7.8% nel 2021), mentre quello del nostro Paese chiuderebbe il 2020 a -11,6% (e rimbalzare del +7.9% nel 2021). Ebbene, in Italia il PIL costituisce anche il fattore di rivalutazione nel metodo di calcolo contributivo delle pensioni, dal momento che i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro versano ogni anno vengono rivalutati di una misura collegata all’andamento, appunto, del Prodotto Interno lordo. In particolare, la rivalutazione è pari alla media delle variazioni del PIL nell’ultimo quinquennio, ed il coefficiente viene applicato ai contributi versati, rivalutati e accantonati al primo giorno dell’anno. Pertanto, il PIL negativo del 2020 potrebbe incidere notevolmente sulla media delle rivalutazioni, e rendere ancora più inadeguati i futuri trattamenti previdenziali.

Per determinare più concretamente il concetto di cui sopra, secondo l’ANIA (Associazione Nazionale Imprese Assicuratrici), a parità di contributi versati ogni punto in meno di PIL determina, dopo 35 anni, una rendita pensionistica più bassa del 16%. Pertanto, i piani di welfare aziendale diventano fondamentali proprio nel dare sostegno alle future pensioni, attraverso forme previdenziali complementari di tipo collettivo.

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In sintesi, gli effetti della pandemia stanno peggiorando, e non di poco, un sistema pensionistico italiano già asfittico; infatti, lo scenario su cui il Coronavirus è piombato era quello in cui all’allungamento della vita media della popolazione, ed al conseguente allungamento temporale del pagamento delle pensioni, si contrapponeva un rallentamento della crescita economica ed una diminuzione delle entrate contributive. La necessità di riequilibrare dal fallimento questo sistema aveva richiesto l’adozione di riforme strutturali che tenessero sotto controllo la spesa pubblica e, contestualmente, favorissero un modello di previdenza complementare in affiancamento a quello pubblico. Ma in questo scenario, anche l’adesione a forme di previdenza complementare è a rischio, penalizzando una tendenza che in Italia andava gradualmente affermandosi anche grazie agli “stimoli indiretti” provenienti dalle modifiche normative del settore pubblico. In particolare, in Italia si era agito sull’innalzamento dei requisiti per andare in pensione (età e numero di anni lavorativi; sul sistema di calcolo della pensione (contributivo e non più retributivo) a partire dal 2012 e sulla rivalutazione della pensione esclusivamente in base all’inflazione (che si è quasi azzerata e rimarrà bassa fino all’uscita dall’emergenza).

Con la pandemia, però, è cambiato ogni scenario, e adesso resta da vedere come ai futuri pensionati  verrà richiesta una condivisione dei sacrifici, in termini contributivi ma, soprattutto, relativamente all’età di uscita dal lavoro. Se ciò accadrà, servirà questa volta dare una contropartita immediata, uno “stimolo” ad accantonare cifre più consistenti negli strumenti di previdenza integrativa, in particolare nei fondi pensione, per i quali si dovrà agire in termini di maggiore risparmio fiscale. Infatti, oggi i versamenti nei prodotti previdenziali sono deducibili dal reddito IRPEF fino ad un importo massimo di 5.164,57 euro all’anno, ed è possibile portare in deduzione, nei limiti dello stesso importo, anche i versamenti effettuati a favore di familiari fiscalmente a carico. Sul risultato netto maturato in ciascun anno, inoltre, grava un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nella misura del 20% (anziché del 26%), e la pensione integrativa percepita godrà di un regime fiscale agevolato. I prodotti previdenziali, inoltre, sono esenti dal pagamento dell’imposta di bollo, sono impignorabili ed insequestrabili (a meno che non si ricada in condanne risarcitorie di natura penale), e la posizione maturata non entra a far parte del patrimonio ereditario: non è quindi assoggettabile a imposta di successione. Nonostante questi stimoli, però, la previdenza integrativa in Italia ha sempre subito la “concorrenza” del sistema pensionistico pubblico e, nei fatti, non è decollata, ed è stata “venduta”, dai tradizionali canali distributivi, come un semplice mezzo di risparmio fiscale. Ebbene, è prevedibile che la concorrenza interna delle pensioni pubbliche, nei prossimi anni, sarà meno forte per via di probabili modifiche peggiorative, e ciò potrà stimolare ulteriormente il ricorso alla previdenza integrativa; ma se si vuole veramente dare una “svolta”, e rendere nei fatti “obbligatorio” l’accantonamento in fondi pensione, sarà necessario potenziare la “leva commerciale” che determina il successo di questi strumenti, e cioè il risparmio fiscale.

Peraltro, per ottenere un buon risultato in termini di adesione, non sarebbe neanche necessario raddoppiare l’importo deducibile dal reddito IRPEF, ma anche soltanto accorciare i tempi di attesa (pochi mesi, uno o due al massimo) per vedere tradotto il risparmio fiscale derivante dal primo accantonamento annuale – se effettuato, per esempio, in unica soluzione – in una busta paga più “pesante”.

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Nelle more, è probabile che, a causa degli effetti del Coronavirus, i fondi pensione con adesione volontaria – quelli, ad esempio, sottoscritti dal “popolo delle partite IVA” – nel 2020 vedranno un crollo degli accantonamenti, per poi riprendere vigore non prima del 2022. Molte categorie di professionisti, infatti, dovranno pensare a come far fronte al crollo dei ricavi ed a come soddisfare le necessità primarie della famiglia, prima ancora di dare continuità all’accantonamento, e si teme che questa fase di “stop” durerà almeno due anni. Inoltre, la composizione media del portafoglio scelto dal contribuente fondo-pensionistico, esposta in misura sensibile negli asset azionari, determinerà una performance 2020 certamente negativa, e solo la capacità di ripresa dei paesi colpiti dalla pandemia potrà dirci se il minus del 2020 verrà recuperato, ed in quanto tempo.

In definitiva, serve un po’ di coraggio nel proporre un nuovo modello capace di mantenere la sostenibilità del sistema pensionistico e dare in cambio dei vantaggi concreti; e non c’è migliore occasione, per farlo, di una pandemia.