Aprile 23, 2026
Home Posts tagged risparmio gestito (Page 2)

Consulenza finanziaria e reti: numeri sfavillanti, ma il sistema si sta avvitando su sé stesso

La soglia dei 15-20 miliardi di euro di masse amministrate, per le società mandanti, non è più l’obiettivo di sostenibilità aziendale, e l’asticella della “sopravvivenza” si sta spostando sempre più verso i 25-30 miliardi. Come pensano di riuscirci, i gruppi bancari, se il numero dei consulenti diminuisce?

La pandemia pare abbia fatto bene al settore della Consulenza Finanziaria, che durante il periodo dell’emergenza – e fino ad oggi, quindi – ha generato una poderosa raccolta in risparmio gestito e utili in forte aumento. I protagonisti assoluti di tale risultato, certamente, sono i consulenti finanziari, capaci di adattarsi rapidamente alle avverse condizioni di mercato grazie alla tecnologia già esistente ed al fortissimo grado di prossimità con gli investitori.

Com’è noto, i dati della ricerca di Anasf-McKinsey – presentati nel corso del meeting digitale Consulentia20, fotografano benissimo questa capacità di adattamento, ampiamente premiata dal mercato: il 73% dei consulenti finanziari ha intensificato le comunicazioni con i propri clienti nel periodo più grave della diffusione del Covid e ben l’86% dei consulenti è riuscito ad aumentare la base dei clienti.

E così, nonostante l’emergenza, i professionisti degli investimenti si presentano oggi con un portafoglio medio – parametro amatissimo dall’industria del risparmio – che è pari al doppio di quello di dieci anni fa. Questo risultato, però, va analizzato in profondità. Innanzitutto, l’aumento in valore assoluto delle masse amministrate è dovuto anche alla singolare circostanza che, nonostante gli economics sfavillanti, il numero dei consulenti attivi non cresce più, e negli anni precedenti il suo ritmo di crescita è andato abbassandosi gradualmente per via delle altissime barriere all’entrata poste dalle società mandanti ai giovani neolaureati.

In secondo luogo, alla crescita delle masse non è conseguito una stabilità dei margini provvigionali, perché il sistema ha perseguito invece l’obiettivo della stabilità dei ricavi (in valore assoluto) in funzione dell’aumento del portafoglio medio.

In sintesi, il modello economico messo in atto dal sistema banca-rete a partire dal 2008 è stato esattamente il seguente: più aumentavano le masse amministrate dai consulenti, più diminuivano i loro margini provvigionali e meno cresceva il loro numero, in un ciclo che si è auto-alimentato fino ai giorni nostri, generando una sensazione di stabilità dei ricavi che, invece, erano via via più bassi, a parità di portafoglio, rispetto a quelli che si sarebbero potuti generare prima del 2008.

Relativamente al numero dei consulenti attivi, prima del 2008 le barriere all’entrata erano più elastiche, ed anche le più grandi reti di allora investivano su risorse umane piuttosto giovani, sotto i 30 anni di età e senza laurea, ma con caratteristiche personali molto precise in termini di propensione alla relazione e potenzialità di contatti. Pertanto, le barriere all’ingresso di oggi – che non sono riscontrabili nelle altre professioni – sembrano essere la conseguenza di un disegno complessivo, nel quale il contingentamento del numero complessivo dei consulenti e l’aumento delle masse amministrate abbiano consentito una costante riduzione dei margini che l’avvento delle normative MiFID hanno reso imprescindibile per mantenere intatto il conto economico delle banche-reti e l’utile da distribuire alla banca capogruppo. Naturalmente, anche il sistema delle banche-reti, senza le MiFID, oggi guadagnerebbe di più, e questo fa sorgere spontaneamente la domanda su quale sia stata, in relazione alla sua sostenibilità, l’utilità di subire “senza fiatare” questa gran mole di normative europee che, in occasione dei momenti più bui dell’emergenza, hanno mostrato tutti i propri limiti e svantaggi per la clientela.

Consulente finanziario

Inoltre, i costi sostenuti dal sistema (un paio di miliardi di euro dal 2008 ad oggi) per rendere idonee le procedure amministrative e di controllo alla nuova normativa hanno lasciato dietro di loro una scia di qualche migliaio di consulenti, di portafoglio medio-piccolo, costringendoli ad uscire dal mercato. La logica di un sistema in forte crescita, invece, prevede che, su quelle risorse umane si debba investire, soprattutto se giovani.

I cambiamenti avvenuti nella struttura dell’offerta di consulenza finanziaria hanno avuto effetti anche in relazione alla domanda. Infatti, da una prima fase storica in cui era la quantità di clienti a farla da padrone, negli ultimi anni ha trionfato la qualità, e i facoltosi clienti-imprenditori sono diventati il target da preferire. Questo, però, ha amplificato il fenomeno secondo cui c’è un’intera fascia della popolazione – la più numerosa – che non ha mai avuto l’occasione di entrare in contatto con un consulente finanziario, ed oggi ne parla “per sentito dire”. Eppure, i clienti seguiti da un consulente finanziario sono mediamente più soddisfatti della media del mercato, quindi il modello è vincente e andrebbe valorizzato investendo nei consulenti under 30, più giovani e più idonei a dialogare con le nuove generazioni di (piccoli) risparmiatori, nonchè e a lavorare nuovamente sulla quantità, rinnovando il ciclo di produzione e lo stesso business model della consulenza finanziaria ormai entrato nella piena fase di declino.

Su tutto, c’è anche una questione sistemica. Infatti, se ieri 5 miliardi di portafoglio – gli odierni 2,5 milioni di euro, più o meno – sarebbero stati sufficienti a garantire un buon andamento professionale all’ex promotore finanziario, oggi 10 milioni di euro bastano appena per vivere dignitosamente e pagare tutte le imposte. Simmetricamente, la soglia dei 15-20 miliardi di euro di masse amministrate, per le società mandanti, non è più l’obiettivo di sostenibilità aziendale, dal momento che l’asticella della “sopravvivenza” si sta spostando sempre più verso i 25-30 miliardi.

A giudicare da quest’ultimo dato, sembra che i prossimi anni assisteremo a diverse operazioni di M&A e di aggregazione – fenomeno tipico delle fasi di maturità e declino del business model – effettuate al solo scopo di mantenere la c.d. “massa critica”. La domanda è: come pensano di farlo, i gruppi bancari, senza aumentare corposamente il numero dei consulenti in vista del pensionamento di migliaia di “older” da qui al 2027?

Investire nei megatrend del futuro. In un solo libro tutte le tendenze da cavalcare nei prossimi decenni

Il libro di Andrea Forni e Massimiliano Malandra accompagna il lettore nella comprensione dei megatrend che guideranno lo sviluppo economico e sociale dei prossimi decenni. Il testo li spiega attraverso venti scenari d’investimento composti da 400 azioni e 230 strumenti di risparmio gestito.

Nel libro “Investire nei megatrend del futuro” (Ed. Hoepli, 2020, 224 pagg., euro 26,50), Andrea Forni e Massimiliano Malandra delineano le tendenze demografiche, tecnologiche, ambientali e geopolitiche dei prossimi decenni, spiegandone le evoluzioni e indicando con quali strumenti finanziari è possibile cavalcare questi “megatrend”. L’invecchiamento della popolazione, i consumi di massa, l’auto elettrica, i droni, i nuovi modi di comunicare e lavorare, le energie alternative, i cambiamenti climatici, sono solo alcuni trend che stanno plasmando la nostra vita e il nostro modo di lavorare. 

I c.d. “megatrend” sono forze strutturali e dirompenti per la società mondiale, che determinano cambiamenti demografici, tecnologici e ambientali, in grado di trasformare nel lungo termine il nostro modo di vivere e di lavorare, impattando sulle economie globali e sui mercati finanziari.

Il testo di Forni e Malandra – che insieme gestiscono il sito www.investireneimegatrend.it – accompagna il lettore nella comprensione del concetto di megatrend, e descrive una ventina di scenari d’investimento che sviluppano le tematiche collegate ai fattori demografici, tecnologici, ambientali e geopolitici. Ognuno di questi è accompagnato da portafogli teorici composti da aziende quotate, startup innovative e strumenti del risparmio gestito (Etf, certificati e fondi), e può essere facilmente replicato dal lettore che avrà quindi a disposizione oltre 400 azioni e 230 prodotti di risparmio gestito.

Il libro è l’occasione per gettare uno sguardo su come sta cambiando il mondo, tra riscaldamento globale, sovrappopolamento, scarsità di risorse, crescente ruolo dell’Est Asiatico nell’economia mondiale, applicazione massiva delle tecnologie digitali, ingresso della robotica e dell’intelligenza artificiale nella società e nel lavoro; tutte tendenze che rappresentano nuove sfide per l’individuo, la società e il pianeta.

Investire nei megatrend del futuro” è il seguito ideale del precedente testo intitolato “La ruota dei mercati finanziari” (Ed. Hoepli, 2018, 248 pagg., euro 26,50), dove Andrea Forni e Massimiliano Malandra hanno raccolto e spiegato le loro metodologie di analisi che qui sono oggetto di una più vasta applicazione pratica.

Scritto come un romanzo, con un linguaggio semplice e comprensibile anche ai “non addetti ai lavori”, il libro integra argomenti di grande attualità con un’analisi approfondita di ogni opportunità d’investimento attuale e futura nelle trasformazioni sociali ed economiche in atto. È pertanto utile anche al consulente finanziario che utilizza strumenti di risparmio gestito tematici per spiegare alla propria clientela temi difficili in modo semplice, con l’ausilio di dati, case study, storie e aneddoti.

Risparmio gestito e Consulenza Finanziaria: modelli industriali e rispettivi cicli di vita in completa antitesi

Quella dei consulenti finanziari è l’unica categoria produttiva al mondo capace di vedere diminuire, nel tempo, i propri margini di ricavo a fronte dell’esplosione della clientela e della domanda. Due modelli e due cicli di vita diversi tra loro, in cui uno sta “cannibalizzando” l’altro in nome della sua sopravvivenza.

Di Massimo Bonaventura

Viste sotto l’ottica “industriale”, quelle del Risparmio Gestito e della Consulenza Finanziaria sono due “industrie” che, in generale, gli addetti ai lavori tendono quasi a confondere tra loro, visto lo stretto legame commerciale tra banchereti e consulenti finanziari. In realtà, a molti sfugge che il mercato degli strumenti di risparmio gestito e quello della Consulenza Finanziaria sono ben distinti tra loro, ed ognuno di essi obbedisce a logiche e meccanismi completamente differenti.

In particolare, oggi il futuro della Consulenza Finanziaria e dei suoi professionisti risiede nella capacità che essi avranno di contrastare la sostanziale inattività delle reti nel mettere in campo seri programmi di ricambio generazionale, sul quale sembra non ci sia una volontà politica, almeno fino ad oggi.

In discussione c’è l’attuale modello industriale del Risparmio Gestito, che è pericolosamente ancorato alle caratteristiche proprie della fase di Maturità, mentre è evidente che le due MiFID, che non sono state capaci di rilanciare il sistema, adesso lo spingono verso una fase inarrestabile di declino.

In pratica, è come un cane che si morde la coda: per sopravvivere, i gruppi bancari proprietari delle reti diminuiscono periodicamente i margini di ricavo dei consulenti – ai quali peraltro vengono “scaricate” mansioni amministrative non retribuite – e garantiscono utili e stabilità al proprio conto economico, ma contemporaneamente non investono alcunchè sui giovani, i quali dovrebbero garantire il ricambio generazionale e la continuità nel tempo della categoria.

Continuando di questo passo, invece, sembra quasi che il vero obiettivo sia la scomparsa dei consulenti finanziari, da attuare a mezzo di una loro progressiva “disintermediazione” dai prodotti finanziari, grazie anche alla tecnologia online e alla sempre maggiore familiarità delle nuove generazioni di investitori-risparmiatori con gli strumenti online di gestione dei propri risparmi.

Lo studio del ciclo di vita in cui si trovano i due settori, poi, chiarisce ancora meglio il problema. Il settore del Risparmio Gestito si trova alla fine del suo ciclo di vita, e cioè in fase in declino, dal 2008, e spiace dire che a contribuire a questo cambio di rotta sia stata la politica europea della MiFID, calata dall’alto e creata al solo scopo di competere con il più efficiente sistema finanziario americano. Il settore della Consulenza Finanziaria, invece, si trova all’inizio del suo ciclo di vita. Si potrebbe dire che esso non sia ancora nato, e che la gestazione rischia di avere un esito infausto, con il “bambino” che rischia di non vedere mai la luce oppure, passatemi il termine, di essere “cannibalizzato alla nascita”. Infatti, senza ricambio generazionale non si può passare dalla fase di declino a quella di rilancio, ma garantire solo una gestione delle masse e della clientela fino alla scomparsa dal mercato, per raggiunti limiti di età, di oltre 20.000 consulenti.

I segnali di quella “volontà politica” di cui parlavamo prima, e cioè di rallentare il ricambio generazionale tra i consulenti – bloccando così il ciclo di vita della Consulenza Finanziaria – ci sarebbero tutti, e li vediamo ogni giorno leggendo le notizie di settore.  Qualche giorno fa, per esempio, il magazine Bluerating ha parlato di semplice “selezione naturale”  in merito all’azione di “pulizia” che “le mandanti hanno iniziato, chi prima chi dopo, revocando il mandato ai professionisti con portafogli sotto la media e poco dinamici. Questo processo è ormai assodato nelle reti più grandi e affermate sul mercato, mentre le reti di più recente costituzione, che devono ancora crescere, paiono più clementi. Tutto ciò si traduce in una selezione mediamente mirata ai consulenti finanziari con portafogli superiori alla media e in misura marginale verso i professionisti con portafogli minori, a meno che non siano associati ai (pochissimi) giovani di belle speranze”.

Qualche settimana fa, invece, i media specializzati hanno parlato del fenomeno dei bancari in esubero e della corsa delle reti ad acquisire il loro portafoglio clienti. Infatti, il calo degli sportelli può rappresentare l’opportunità per le società mandanti di guadagnare quote di mercato a scapito dei colleghi bancari, che in base alle ultime rilevazioni Assogestioni gestiscono il 70% del patrimonio dei fondi comuni complessivamente collocati in Italia (ai consulenti finanziari il rimanente 30%). Sul punto era intervenuto anche Manlio Marucci, segretario di Federpromm-Uiltucs, secondo il quale “nei prossimi anni si porrà il problema vero del ricambio generazionale e la riqualificazione e formazione di tutto il personale…Troppe contraddizioni sono presenti sul tema, e se queste non vengono affrontate organicamente si rischia il collasso anche a livello delle stesse società di collocamento”.

La verità inconfessabile, però, è un’altra: i bancari in esubero sono circa 25.000, e quelli capaci di “migrare” clientela presso un rete di consulenza finanziaria (tranne rari casi) non sono giovani, ma alle soglie della pensione o giù di lì. Pertanto, ci si troverebbe di fronte ad una “infornata” di nuovi professionisti con una età media superiore ai 55 anni, perfettamente in linea con quella attuale dei 33.000 consulenti attivi e che tanti dubbi genera sulla continuità, entro i prossimi 7-10 anni, dell’intera categoria.

Inoltre, sui bancari di cui il sistema-filiale sta cercando di liberarsi, sussistono molte domande ancora senza risposta:  

  1. Quanti di loro potrebbero avere le caratteristiche per diventare consulenti finanziari?
  2. Quanti di loro erano dedicati alle relazioni con la clientela e alla consulenza agli investimenti?
  3. Perché le reti, anziché investire sui giovani, stanno dirigendo le proprie attenzioni sui più costosi ex bancari, peggiorando il quadro del ricambio generazionale?

In tempi difficili per tutti – e quindi anche per le famiglie-clienti – si dovrebbe investire nella continuità di lungo periodo, affinchè la fase di declino lasci il posto a quella del rilancio. Non sembra questa la direzione in cui si stia procedendo.

Federpromm su acquisizione UBI Banca. “Nessuna penalizzazione per i consulenti IWBank”

“Con l’acquisizione da parte di Intesa del gruppo UBI si pone una seria riflessione sulla futura collocazione dei colleghi della rete di IWBANK nel quadro delle strategie del gruppo Intesa. Per Federpromm occorre  affrontare in termini sindacali la tutela dei diritti soggettivi dei propri associati”.

(COMUNICATO FEDERPROMM-UILTUCS – 25.08.2020) Le grandi manovre che in questi ultimi anni hanno interessato le reti dei consulenti finanziari hanno una ragione storica ben visibile: la crisi dei mercati finanziari susseguita tra alti e bassi del ciclo economico. Nessuno degli addetti ai lavori pensava che tale crisi durasse così a lungo e avesse ragioni di natura strutturale, ancorché di natura speculativa. Non ultimo avvalorata dalla situazione di emergenza determinatasi con il blocco delle attività da parte del Coronavirus.

La logica sottostante che ha pervaso l’ambito della consulenza finanziaria – dopo il boom degli anni novanta e duemila – è stata quella di ridurre i costi, azzerare le perdite, accaparrarsi una forza lavoro a costi insignificanti che portasse nei portafogli delle aziende patrimoni degli investitori in maniera considerevole. Soprattutto nel risparmio gestito.

Di fronte ad una crisi ciclica di così lungo periodo era inevitabile che le strutture aziendali di grandi dimensioni – forti della congiuntura negativa – tese ad acquisire nuovi spazi di mercato e allargare la loro rappresentanza sul territorio fagocitassero le realtà aziendali di piccole e medie dimensioni non in grado di competere sul mercato e resistere alla concentrazione dei gruppi monopolistici, sia di origine bancaria che assicurativa.

In questo breve quadro abbiamo assistito nell’arco di circa venticinque anni alla scomparsa di molte piccole realtà, anche se presentavano uno standing di alto contenuto professionale, come Banca Idea, Banca Manager, On Banca, Banca Crt ex Fida, Banca delle Rete, Nascent Sim, Genercomit, Altinia Sim, Cortal Sim, banca Bibiellenet, Xelion, Bipop City, Euroconsult Sim, Area Banca, Banca personale, Banca Sara per citarne alcune, ed assorbite dai grandi gruppi bancari che parallelamente, tra acquisizioni, ristrutturazioni ed incorporazioni hanno ridisegnato la mappa del sistema bancario ed assicurativo italiano. Tale scenario purtroppo sta coinvolgendo in questa recente fase anche una realtà solida di un forte gruppo nazionale quale il gruppo UBI, di cui IWBANK, la rete dei consulenti finanziari ne è parte integrante con i suoi  circa 750 professionisti di alto livello che andrebbero – si ipotizza –  a rinforzare la rete di Fideuram-Ispb.

Su tale operazione di ampia portata politica e finanziaria, Federpromm in rappresentanza di molti associati, con il sostegno della UIltucs ed Uilca, ha manifestato alcune perplessità, intervenendo subito con un comunicato stampa e chiedendo un incontro con  le rappresentanze delle due aziende per aprire un tavolo di confronto  tale da verificare che la fase di transizione non abbia a penalizzare nessun consulente finanziario, nessun area manager, nessun private banker. Soprattutto che vengano riconosciuti tutti i diritti acquisiti sia in termini economici, professionali che contrattuali. In particolare si vuole verificare “dal di dentro” se vi sono le condizioni per mantenere per  IWBANK la completa autonomia organizzativa e gestionale o nell’ipotesi di assorbimento nella realtà Fideuram o Ispb come verranno codificati nel nuovo contratto gli elementi legati al riconoscimento del portafoglio, i parametri provvigionali, le sedi ed uffici di lavoro, gli incentivi economici e di crescita professionale, i parametri tabellari, i ruoli e funzioni dei consulenti e delle figure di coordinamento. Ed ancora il maturato economico ai fini previdenziali (fondo Enasarco e FIRR) e, non ultimo, sapere come sarà liquidato il piano di fidelizzazione cosiddetto Simpro.

Esistono poi istanze che travalicano l’aspetto strettamente contrattuale e remunerativo. Si tratta di promuovere un riaccreditamento della figura “centrale” del consulente sul mercato dando loro una rappresentanza forte ed incisiva sia sotto l’aspetto contrattuale, economico che professionale.

Prevale purtroppo al momento fra i consulenti di Iwbank un diffuso sentimento di insoddisfazione, una forte richiesta di una tutela più attenta e puntuale di istanze che non possono essere sottovalutate. Per questo, la Segreteria Generale di Federpromm, sostenuta dalle organizzazioni Uilca e Uiltucs, attraverso i propri dirigenti e gli uffici di assistenza legale e sindacale – fornirà tutte le informazioni necessarie e il sostegno che si riterrà necessario affinché i diritti soggettivi di tutti i consulenti non vengano ad essere lesi e “depauperati” del ruolo acquisito.

Consulenti Finanziari e ricambio generazionale, il nuovo art. 11 di Assoreti è un’illusione. Estinzione più vicina?

Il nuovo sistema “olistico” vagheggiato da Assoreti non sembra essere utile a risolvere il problema del ricambio generazionale dei consulenti finanziari. Senza investimenti delle società mandanti, l’onere della formazione dei giovani professionisti ricadrà inevitabilmente sui consulenti anziani.

Guardando al mondo della consulenza finanziaria, esistono dei numeri che spaventano – o, in teoria, che dovrebbero spaventare (in questo caso il condizionale è d’obbligo) – l’industria del risparmio gestito, ossia quelli relativi all’età media degli iscritti all’albo dei consulenti finanziari abilitati fuori sede, e soprattutto al loro progressivo invecchiamento.

Come già scritto di recente in questo magazine, i dati non lasciano spazio all’interpretazione. Infatti, negli ultimi dieci anni:

– i professionisti della finanza con meno di 30 anni di età sono diminuiti del 51% (una ecatombe),

– quelli tra i 30 e i 40 anni sono diminuiti del 63%,

– il numero di quelli tra i 40 e i 50 anni ha subito un decremento del 21%.

Al contrario, quelli tra i 50 e i 65 anni di età sono aumentati rispettivamente del 57%. Contestualmente, il numero dei  consulenti facenti parte di questa fascia d’età è diminuito, nei dieci anni presi in considerazione, di 3.735 unità, confermando ciò che è sotto gli occhi di tutti (anche di ANASF, che solo di recente sembra essersene accorta): manca il naturale ricambio generazionale, e così facendo il sistema rischia di consolidare solo il lavoro degli “anziani”, che prima o poi (per raggiunti limiti di età), lasceranno a chissà chi – probabilmente al sistema stesso, ripulito degli “scomodi” consulenti finanziari – un patrimonio di clientela, utili economici ed esperienza quarantennale.

Perché siamo portati a definire i consulenti finanziari, con triste ironia, come “scomodi”? Semplice: lo sono davvero, per il sistema bancario tradizionale. Essi, mentre migliaia di sportelli chiudevano i battenti, hanno raddoppiato le masse gestite, aumentando la loro quota di mercato dal 5,2% del 2008 al 12,2% del 2018. Il numero complessivo dei loro clienti, poi, è cresciuto del 22% e l’occupazione di settore del 26%. Nonostante ciò, però, i loro margini di ricavo vengono costantemente ridotti (sia dal sistema che dalle mandanti, a partire dal 2008), e questo rappresenta un controsenso difficilmente interpretabile se non con l’esigenza delle banche di risanare i propri conti economici a spese delle reti.

LEGGI ANCHE: Consulenti finanziari e strumenti di crescita del portafoglio: wealth management, costumer meeting e comunicazione digitale

Del resto, negli stessi dieci anni ha chiuso il 37% delle banche ed 8.000 sportelli, e molti oggi si affrettano ad attribuire frettolosamente la colpa di questo trend alla crisi iniziata nel 2008 ed alla tecnologia digitale, come se la miopia dei top manager bancari di tutto il mondo (Italia compresa), la loro sete di utili “ad ogni costo”, la loro diffusa incompetenza e la politica dei mega-stipendi (anche quelli, ad ogni costo) non abbiano avuto la parte più importante in questa debacle economico-finanziaria.

All’interno di questo scenario, il testo del nuovo articolo 11 sull’autonomia del consulente finanziario abilitato all’offerta fuori sede (contenuto nel rinnovato Codice di Comportamento di Assoreti) è stato salutato come una grande conquista per via della sua portata, del tutto ipotetica, sul problema del ricambio generazionale.  Testualmente, esso recita  “Le associate (……..), per favorire il ricambio generazionale fra i consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede, e per ottimizzare la relazione con i clienti, acconsentono a forme di collaborazione non societaria fra due o più consulenti finanziari abilitati all’offerta fuori sede per la prestazione dei servizi di assistenza e di consulenza ai medesimi clienti, sulla base del mandato conferito individualmente a ciascuno di essi”. L’articolo in questione, quindi, non parla della creazione di società, ma della possibilità di organizzare gruppi di lavoro (collaborazione non societaria ) che lavorino su uno stesso portafoglio di clienti, al fine di dare loro una offerta di servizio più ampia per via della specializzazione di ciascun consulente in un area specifica. Si tratterebbe, pertanto, di un team di lavoro intorno al quale, per esempio, graviteranno un consulente esperto di asset allocation, un altro di credito alle famiglie, un altro ancora specializzato in attività bancarie di impresa ed un consulente esperto in servizi assicurativi. In questo modo, si potrebbe offrire ai clienti una consulenza c.d. “olistica” (dal greco olos, che significa tutto, intero), erogata da un team capace di mettere insieme professionisti con competenze differenti, ai quali viene demandato l’accordo sulle regole per condividere la gestione del cliente e la remunerazione che deriva dai servizi specifici.

Patrimonials e Millennials

Tutto molto bello, è giusto ammetterlo; come ciò possa essere utile a risolvere il problema del ricambio generazionale, però, rimane un mistero. Infatti, non si vede come un giovane alle prime armi, la cui esperienza e competenza è prossima allo zero, possa aiutare gli altri consulenti del team (soprattutto quelli già avviati e con esperienza) a massimizzare il servizio, a meno che non si intenda scaricare sui consulenti “anziani” – come accade nel modello di business americano, a cui il rinnovato art. 11 pare si ispiri – i costi della formazione di quelli nuovi, a cui poi cedere il portafoglio clienti quando i primi andranno in pensione.

Questo meccanismo, del tutto simile a quello grazie al quale le società mandanti hanno scaricato in capo alle reti commerciali molte delle mansioni amministrative di elaborazione dei contratti, comporterebbe un risparmio notevole per l’industria del risparmio gestito, in termini di (mancati) investimenti. Pertanto, se le banche-reti non allenteranno i cordoni della borsa e decideranno di non investire sulle nuove leve, i team di consulenti nati sulla scorta dell’art. 11 del codice Assoreti cercheranno di fare accordi esclusivamente con i colleghi più esperti e, soprattutto, di mettere insieme il loro patrimonio di contatti già esistenti; i giovani di primo pelo, senza contatti e senza esperienza, verranno “rimbalzati” all’esterno, e avranno poche chance di fare ingresso nel mondo della consulenza finanziaria, che oggi appare gravato da barriere all’entrata così alte da far pensare che tanto “autolesionismo” non sia proprio frutto del caso.

LEGGI ANCHE: Arte e Finanza, i gestori di fondi alla ricerca del valore. Come la logica di prodotto vanifica la ricerca di capolavori

COP25: il suo fallimento è uno “stress test” per la domanda di risparmio e bond sostenibili

Il mercato di green bond e risparmio gestito “sostenibile” ha registrato notevoli progressi ed è ancora in piena fase espansiva, ma presto la domanda dovrà scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche.

Articolo di Matteo Bernardi

Nonostante i mille appelli ad una maggiore educazione e consapevolezza finanziaria, la maggioranza dei risparmiatori finisce sempre alla ricerca, più che di un bravo consulente, di un “buon prodotto” su cui investire. Infatti, viviamo in una società finanziariamente “ineducata”, in cui gli investitori si interessano ancora al rendimento che una certa attività genera, non prestando attenzione alla consulenza sugli strumenti di investimento proposti e, soprattutto, a quale tipologia di aziende finirà per destinare il suo denaro.

Questo diffusa superficialità è amplificata dalla natura stessa dei prodotti di risparmio gestito (ormai preferiti alle obbligazioni governative o corporate, per via dei tassi negativi), i quali contengono nel proprio portafoglio piccole quote di centinaia di emittenti internazionali che il singolo risparmiatore, spinto dalla logica del rendimento, non è interessato a conoscere.

Per coloro che, invece, vogliono avere un controllo diretto sulla destinazione del proprio denaro, da qualche anno è possibile destinare i propri risparmi a fondi/sicav specializzati sul tema della sostenibilità ambientale, oppure ai c.d. green bond, cioè ad obbligazioni emesse da imprese e istituzioni che intendono impiegare le risorse per  fronteggiare il più grande problema della nostra epoca: i cambiamenti climatici. Queste obbligazioni, in particolare, permettono ai risparmiatori di nuova generazione (soprattutto i c.d. millennials, molto attenti a queste tematiche) di monitorare costantemente i progetti finanziati, ricondotti all’interno della “finanza sostenibile”, ossia quel complesso di decisioni di investimento che porta a tenere in considerazione prioritariamente i fattori ambientali e sociali, con l’obiettivo di orientare verso questi ultimi i risparmi degli investitori, in un’ottica di lungo periodo.

Questo punto di vista è stato riassunto nel “Piano d’azione della Commissione europea per finanziare la crescita sostenibile”, presentato a marzo 2018 e implementato a partire dal 2019. Il Piano ha lo scopo di collegare il mondo della finanza alle esigenze specifiche dell’economia per apportare benefici alla nostra società e al nostro pianeta, proseguendo il percorso già intrapreso con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, all’interno del quale l’Unione europea ha stabilito l’obiettivo di ridurre del 40%, entro il 2030, le emissioni di gas-serra rispetto ai livelli del 2005. Questo obiettivo richiederà investimenti supplementari pari a circa 180 miliardi di euro all’anno, ed in questo contesto sarà necessario:

– riorientare i flussi di capitali verso investimenti sostenibili,

– gestire i rischi finanziari derivanti dai cambiamenti climatici, dall’esaurimento delle risorse, dal degrado ambientale e dalle questioni sociali,

– promuovere la trasparenza e la visione di lungo termine nelle attività economico-finanziarie.

I green bond, tecnicamente, rispondono perfettamente a questi criteri, e rientrano a pieno titolo nelle forme di investimento SRI (Sustainable and Responsible Investment), ossia quegli strumenti finanziari che, insieme alla ricerca di performance, mirano a generare un valore aggiunto sociale e ambientale e consentono di finanziare progetti di sostenibilità sui quali, finalmente, si va concentrando anche il marketing delle grandi banche di investimento (attraverso la valutazione e selezione dei titoli che rispettano i criteri c.d. ESG – Environmental, Social and Governance). Essi si presentano come una valida alternativa agli investimenti tradizionali, dal momento che hanno rendimenti simili e investono in progetti che promettono di salvaguardare e migliorare il contesto climatico in cui viviamo.

I principali obiettivi che gli emittenti dei green bond vogliono perseguire riguardano l’efficienza energetica, l’uso sostenibile dell’acqua potabile e dei terreni, la prevenzione dell’inquinamento, il ricavo di energia da fonti pulite e il trattamento dei rifiuti. Queste obbligazioni, oltre a soddisfare la domanda di strumenti  SRI, risultano particolarmente interessanti anche dal punto di vista operativo. La caratteristica che le contraddistingue è un’assoluta trasparenza: l’investitore è in grado di monitorare il progetto dal momento della sottoscrizione a quello della liquidazione, ricevendo report periodici sull’avanzamento dei progetti finanziati.

La crescita dei Green Bond – così come degli strumenti di risparmio gestito attivi in questo settore – è in rapida ascesa; basti pensare che il loro mercato è passato da 17 miliardi di dollari nel 2014 a 440 miliardi di dollari nell’agosto del 2019. Uno dei principali emittenti di queste obbligazioni è la Banca Mondiale, la quale presenta un rating da tripla A e, secondo i dati riportati sul suo sito, dal 2008 ad oggi ha emesso 13 miliardi di dollari di “obbligazioni verdi” attraverso oltre 150 transazioni in 20 diverse valute.

Recentemente la Commissione Europea ha elogiato le potenzialità di questo mercato, presentando un pacchetto di misure intitolato “Energia pulita per tutti gli europei”, secondo il quale dal 2021 sarà necessario un implemento di 177 miliardi per raggiungere gli obiettivi climatici che sono stati posti per il 2030.

Nonostante gli scambi  le emissioni abbiano registrato notevoli progressi, la domanda è ancora in piena fase espansiva, e presenta interessanti opportunità di investimento future; essa, però, deve scontare l’attuale impasse mondiale sulle questioni climatiche. Infatti, La 25esima conferenza sul cambiamento climatico organizzata dall’ONU a Madrid, la cosiddetta COP25, è stata considerata praticamente da tutti un fallimento. Alla conferenza hanno partecipato i rappresentanti di più di 190 paesi del mondo, che avevano l’obiettivo di trovare una soluzione su uno dei punti più importanti e discussi dell’Accordo di Parigi sul clima: il meccanismo previsto dall’articolo 6, che dovrebbe permettere ai paesi che inquinano meno di “cedere” la loro quota rimanente di gas serra a paesi che inquinano di più, per permettere loro una transizione più facile senza compromettere il raggiungimento degli obiettivi generali. Oltre a non avere concordato nulla sull’articolo 6, la COP25 non ha prodotto niente di vincolante sull’obbligo per i singoli paesi di presentare piani per ridurre ulteriormente le proprie emissioni di gas serra, necessari per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi nel 2015.

Pertanto, sembra che le nuove politiche di marketing delle banche di investimento e delle società emittenti stiano anticipando (e di molto, il dibattito sul clima è stato rinviato al 2020, in Scozia) la futura evoluzione della domanda di questi strumenti, che prima o poi si scontrerà con l’incapacità dei singoli stati (soprattutto Stati Uniti, Australia e

Brasile) di superare le forti reticenze ad assumersi nuovi impegni e responsabilità sulle questioni legate al cambiamento climatico.

Pertanto, il fallimento della conferenza di Madrid è, in tutta evidenza, uno “stress test” sulla tenuta della domanda di green bond e risparmio gestito a tema SRI, il cui successo è strettamente collegato alla profonda eco mediatica con cui le questioni climatiche vengono trattate.  In particolare, grazie al traino dei media, si prevede una domanda sostenuta fino a quasi tutto il 2020, dopodiché sarà necessaria una “conferma politica” sulla validità delle istanze degli ambientalisti, oppure l’industria del risparmio gestito e gli emittenti “green” dovranno fronteggiare una nuova bolla e trovare nuovi terreni su cui battere.

 

L’insostenibile leggerezza di essere ANASF

Sterile, negli ultimi 15 anni, l’azione di tutela di ANASF. Eppure, forte dei suoi 12.000 iscritti, dovrebbe essere in grado di contrapporre alle controparti sociali una forza notevole su tutte le questioni più importanti.

Di Alessio Cardinale

Alla luce dei profondi cambiamenti imposti dalle due MiFID, ed in considerazione del significativo impatto economico che esse hanno avuto e avranno per i professionisti del risparmio, oggi sono in molti a chiedersi se l’azione di ANASF, nell’ultimo decennio, sia stata efficace oppure del tutto inconsistente.

Per dare una risposta, serve partire dalle basi.

L’associazione nazionale consulenti finanziari (unica associazione di categoria che conta su circa 12.000 consulenti iscritti, circa un terzo di quelli in attività), è stata fondata nel lontano 1977 da veri e propri pionieri della promozione, allora già auto-definiti “consulenti finanziari”, i quali avevano l’obiettivo di ottenere il riconoscimento e la tutela della professione mediante la creazione dell’albo (poi istituito con la legge n. 1/1991, che ne ha mutato la denominazione in “promotori”). Peraltro – non dobbiamo dimenticarlo – si arrivò alla creazione dell’Albo dopo una prima grande battaglia di ANASF sul riconoscimento del c.d. Management Fee, ossia di quella stabile struttura di remunerazione che ha portato l’intera categoria a prosperare fino al 2008, quando la prima MiFID generò (non senza il “contributo” delle mandanti) una prima sforbiciata alla ricca remunerazione dei promotori.

Alcune interessanti coincidenze suscitano curiosità. La prima è che oggi, dopo “soli” 27 anni dalla L. 1/91, si sia tornati all’antica definizione di “consulenti”. La seconda è che proprio il Management Fee, dopo 30 anni, venga messo sotto attacco dalla MiFID II, anche questa “calata dall’alto” (cioè, non generata da istanze dei consumatori) come la prima. Eppure, la nuova normativa ha richiesto anni di studio e step vari, che certamente avrebbero consentito ad ANASF di svolgere un incisivo ruolo di tutela dei propri iscritti che, invece, si è rivelato quasi inesistente.

Non sappiamo il perché di questo immobilismo: forse l’Associazione dei consulenti ritiene che chi guadagna bene (lavorando però anche 15 ore al giorno) non sia poi così meritevole di tutela collettiva (o “sindacale”) come un metalmeccanico o un quadro bancario?

La domande che precede, a questo punto, diventa fondamentale. Infatti, sulla carta, ANASF svolge una azione di rappresentanza degli interessi della categoria presso Governo, Parlamento e Istituzioni, e dialoga con la Consob su tutti gli aspetti di regolamentazione dell’attività dei consulenti finanziari, partecipando attivamente alla gestione dell’Organismo Unico dei consulenti (OCF). Quindi, per via della sua rappresentatività diffusa, dovrebbe essere in grado di contrapporre alle controparti sociali una forza notevole su tutte le questioni che interessano gli iscritti.

Tutto questo in teoria. Nella realtà, dalla fine degli anni ‘90 ad oggi tutti noi abbiamo assistito ad una serie di avvenimenti negativi per la categoria. Più precisamente:

  • taglio continuo (e di notevole entità) dei margini economici alle reti commerciali,
  • eliminazione (prima) e mancata riproposizione (poi, come vedremo nel seguito dell’articolo) della figura del praticante, indispensabile per assicurare il ricambio generazionale della rete,
  • mancata attivazione, presso il Parlamento, per la nascita di un ordine professionale riconosciuto (come quello di altre professioni, ben tutelate, che non necessitano di un diploma di laurea – vedi quello dei geometri),
  • mancanza di un contratto unico con garanzie collettive,
  • trasferimento massivo e non retribuito di mansioni amministrative (elaborazione contratti) dalla sede ai consulenti,
  • consulenza finanziaria come servizio non autonomo, ma da vendere in esclusiva di prodotto e, quindi, in regime di conflitto di interessi rispetto agli strumenti finanziari distribuiti.

Il succedersi di questi elementi sotto gli occhi passivi di ANASF, fa di questa un ente per nulla incline alla “lotta sindacale” e, pertanto, del tutto inconsistente dal lato della tutela dei diritti di quei consulenti che oggi vengono cinicamente ritenuti “scartabili” dal sistema delle banche-reti solo perché hanno un portafoglio medio-basso (inferiore a 10 milioni, ma l’asticella sta per essere alzata a 15).

Per meglio analizzare un ideale bilancio di lungo periodo dell’attività di ANASF, vediamo di ripercorrere alcune tappe importanti, andando a ritroso nel tempo di circa vent’anni. Lo facciamo con un articolo di Italia Oggi  (numero 213,   pag. 11  del 08/09/1998), dove leggiamo che “La Federpromm-Finass critica la scelta della Consob di far gestire l’albo dei promotori ad ABI, ASSORETI e ANASF. Si contesta in particolare la legittimità regolamentare e la fondatezza giuridica di questa scelta….L’albo dei promotori deve avere il suo ordine eletto dagli iscritti.…come avviene per tutti gli altri ordini professionali. La scelta della commissione di vigilanza, presa per giunta senza consultare la Federpromm-Finass, è preoccupante, perché la gestione dell’albo sarebbe affidata ai datori di lavoro, con il pericolo di ‘ingabbiare’ e ‘rendere docile’ la categoria”.
Quelli di Federpromm la sapevano lunga, a quanto pare, ma furono rapidamente zittiti dagli eventi: crescita vertiginosa del risparmio gestito, affermazione del ruolo del promotore finanziario, attrattività della professione verso la Società Civile, guadagni stabili e prosperità economica degli operatori.

La festa continuava ininterrotta fino al 2007-2008, ma cessava improvvisamente allorquando entrava in vigore la prima MiFID; questa – è bene precisarlo per tutti coloro che ancora oggi si interrogano sulla sua genesi – nacque non tanto per soddisfare le istanze della Domanda (e cioè degli utenti, del tutto disinteressati alla questione), ma per ragioni squisitamente politiche provenienti dal lato dell’Offerta (cioè, le banche) e dalla U.E.: bisognava creare un mercato europeo dei capitali integrato in grado di rivaleggiare con quello statunitense.

Peccato, però, che con la MiFID I si dava anche un taglio netto alla storia della promozione finanziaria in Italia, facendo dei promotori le “vittime economiche sacrificali” sull’altare della politica internazionale. Infatti, agli indubbi vantaggi costituiti dalla maggiore trasparenza per gli utenti e dai maggiori controlli degli organi preposti (che negli USA sono, invece, molto più blandi, ed in ciò l’U.E. a trazione tedesca vuole essere superiore), si contrapponeva un taglio dei ricavi per le aziende e per i promotori finanziari per via del divieto, soprattutto per gli strumenti di gestione patrimoniale in OICR, del raddoppio commissionale (commissioni interne dei fondi più commissioni trimestrali per remunerare la gestione del portafoglio).

Il problema è che, come in tutti gli eventi sistemici, a pagare sono sempre i “terminali” della catena produttiva.
Infatti, negli anni immediatamente successivi, il sistema delle banche-reti avviava la più grande operazione di razionalizzazione strutturale mai vista prima di allora in Italia, ed il peggioramento del conto economico delle banche veniva “scaricato” in massima parte sulla rete commerciale (i promotori), ai quali, via via che l’informatizzazione dei servizi di elaborazione dati prendeva piede grazie alla tecnologia, venivano trasferite anche tutte le mansioni amministrative di base connesse all’elaborazione dei dati, consentendo alle banche di non assumere più altro personale di sede, di riqualificare quello esistente e di consolidare così un miglioramento strutturale del proprio conto economico.

Il risultato? Oggi i promotori-consulenti guadagnano mediamente, rispetto al 31/12/2017 il 50% in meno (n.b.: in rapporto al valore di portafoglio di quell’epoca), mentre le banche-reti, anche grazie all’azzeramento dei tassi ed al boom del risparmio gestito, hanno aumentato sensibilmente gli utili aziendali già un anno dopo l’entrata in vigore della MiFID I, quando le masse erano quasi identiche a quelle pre-MiFID.

Certo, è anche vero che il portafoglio medio dei consulenti è aumentato, per cui il loro tenore di vita non è diminuito (o, nella media, è diminuito di poco); bisogna però considerare che oggi, con un portafoglio notevolmente superiore rispetto al 2008, il medesimo tenore di vita sarebbe superiore di almeno il 50%.

Prima di arrivare ai giorni nostri, un’ideale tappa intermedia nella sostanziale inattività categoriale di ANASF è rappresentata dall’It Forum di Rimini di Luglio 2013. In quel tempo, durante una tavola rotonda organizzata da BancaFinanza, si confrontavano Maurizio Bufi, presidente di ANASF; Massimo Doris (Banca Mediolanum); Armando Escalona (Finanza e Futuro); Stefano Grassi (Banca Generali); Mario Incrocci (Banca Mps) e, naturalmente, Marco Tofanelli (segretario generale ASSORETI).

Durante quel forum si parlò di tante cose belle e positive per la categoria. Tra queste, il mandato anche per le società di persone, argomento spinoso dal punto di vista regolamentare ma auspicato da tutti, relativamente al quale Bufi dichiarava «…Sono temi che fanno parte della nostra proposta al mercato sul contratto di categoria. Richiedono tempo per essere attuati e per questo vanno affrontati tempestivamente» (Il Giornale.it del 15.07.2013). Gli faceva eco Scalona, il quale affermava «…Dopo anni, finalmente si inizia a parlare seriamente di questo tema…..Perché il nostro albo è l’unico tra quelli esistenti a cui ci si può iscrivere solo come persona fisica? L’albo degli agenti assicurativi permette l’iscrizione anche alle persone giuridiche nelle forme di spa, srl, sas, e anche nel caso dell’OAM, ci si può iscrivere in entrambe le formei vantaggi del team sono innumerevoli sia per i professionisti sia per i clienti. All’interno dello studio associato si possono formare i nuovi promotori e dare una risposta corretta al nodo del ricambio generazionale…”.

Ne avete più sentito parlare?

Durante quello stesso forum si parlò anche di una proposta dell’ANASF, e cioè del contratto europeo dei promotori, il quale avrebbe apportato grandi vantaggi di categoria: semplificazione del sistema di remunerazione, valorizzazione del portafoglio, organizzazione in forma collettiva dell’attività, tirocinio e praticantato, solo per citare alcune delle qualità decantate da ANASF. “…Abbiamo lavorato due anni su questa proposta e riteniamo che sia arrivato il momento giusto di presentare al mercato il tema del rapporto contrattuale perché, alla luce della nostra evoluzione, non ha più senso essere agganciati agli agenti di commercio…”.

Così dicevano, ma la questione è stata “dimenticata”. Ed invece quella sarebbe stata l’occasione, per ANASF, di riagguantare un pò l’orgoglio perduto e battere i pugni sul tavolo di ASSORETI, la quale invece, sull’argomento, dichiarava “…se c’è un contratto di categoria da siglare ci deve essere una controparte pronta a siglarla…non possiamo essere noi, come associazione non abbiamo alcun mandato sulla contrattazione collettiva…”.

Pertanto, la proposta si è arenata, fino ad oggi (sono passati 6 anni, nel frattempo) su un fatto puramente tecnico (la presunta assenza di una controparte) usato strumentalmente un pò da tutti per lasciare il mondo così com’è. O meglio, così com’era, visto l’arrivo della MiFID II.

In buona sostanza, il destino della nostra professione, fino ad oggi, è stato ancorato stabilmente alla “contrattazione” tra un’associazione (ANASF), che non è un sindacato nazionale, ma un ente senza scopo di lucro, ed un’altra associazione (ASSORETI) che si dichiara (correttamente, dal punto di vista giuridico) incompetente a svolgere la contrattazione collettiva.

Ma allora, se non esiste una sola struttura di interesse pubblico (come potrebbe essere un ordine nazionale dei consulenti finanziari) in grado di tutelare davvero i consulenti finanziari per le questioni di interesse collettivo, dovrebbe continuare a farlo ANASF?

A 20 anni dal primo allarme lanciato da Federpromm, arriviamo alla kermesse Consulentia 2017, in occasione della quale arriva il grido d’allarme di Maurizio Bufi, presidente ANASF, il quale, dopo cinque anni passati infruttuosamente, preannunciava (dicembre 2017) ciò che tutti sapevano da tempo, e cioè che “…La Mifid 2 tra tante cose buone potrebbe portare un regalo sgradito: una sforbiciata alle remunerazioni dei consulenti finanziari. A questa decisione impopolare potrebbero essere indotte le reti a seguito delle spinte della seconda versione della direttiva europea verso una maggiore qualità del servizio, maggiore trasparenza dei costi e pressione competitiva in aumento…..Il rischio o la possibilità che ci sia un intervento sui margini (ndr da parte delle società mandanti) non è un’ipotesi remota ma verosimilmente è già una realtà….”.

Pertanto, con una insostenibile leggerezza, ANASF – che finora non ha assunto alcuna forte iniziativa di pubblica tutela riguardo ai colleghi che, per via di un portafoglio modesto, da un giorno all’altro vengono costretti a trovare una diversa collocazione lavorativa senza giusta causa – ci dice che saremo costretti a stringere di nuovo la cinghia; e senza protestare più di tanto, dal momento che lei stessa non lo fa.

Per il futuro dei consulenti finanziari, pertanto, nulla di buono. Parafrasando una celebre frase di A. Einstein, potremmo dire che non abbiamo idea di come sarà la terza MiFID, ma la quarta sarà in vigore solo per le banche.

Sei interessato al futuro della professione di consulente finanziario?

Scarica gratuitamente la guida a puntate “Da Consulente Finanziario a Consulente Patrimoniale“, e-book edito da PATRIMONI&FINANZA. Basta registrarsi! Buona lettura

Amanti delle obbligazioni alla ricerca dell’inflazione. Come avvicinarsi ai portafogli alternativi al risparmio gestito

L’assenza durevole di inflazione può trasformarsi in un grosso problema per l’Economia e per la remunerazione dei risparmi. Con la deflazione alle porte, chi ama le obbligazioni farebbe meglio a diversificare (con il supporto di un consulente finanziario) in valute diverse dall’Euro e dal Dollaro.  

Negli ultimi due anni, complice l’arretramento stabile a livello zero dei tassi di interesse (anzi, a livello negativo…), si è fatta strada la consapevolezza di un profondo cambiamento nello stile di gestione dei propri risparmi, che insieme ad una generale incertezza sta lentamente facendo nascere, nei risparmiatori passivi di un tempo, la necessità di una trasformazione in “investitori attivi”, bisognosi anche di un più elevato tasso di informazione relativamente ai mercati, agli strumenti di investimento ed alla comprensione dei rischi ad essi legati.

Questo cambiamento è ancora in atto, non si è ancora pienamente realizzato, e ciò è dimostrato dalla grande massa di liquidità che staziona per molti mesi nei conti correnti delle famiglie prima di essere investita nel risparmio gestito (principale beneficiario di questo contesto, insieme agli ETF).

Ma è proprio vero che, in un mercato senza inflazione, non ci sia alcuna possibilità di evitare il ricorso a fondi comuni, sicav, gestioni patrimoniali e polizze per realizzare un buon portafoglio di investimento? La risposta è che esiste un modo alternativo di investire senza ricorrere al c.d. risparmio gestito, ma prima di approfondire la materia è bene ribadire alcuni concetti di base sull’inflazione e sui rischi derivanti da una sua assenza prolungata.

E’ noto che la stabilità dei prezzi permetta di avere una visione più sicura del prossimo futuro (sia in termini di investimenti che di attività economiche), e che una inflazione fuori controllo, invece, distrugge il potere d’acquisto e indebolisce l’economia. L’ideale è, pertanto, perseguire un “livello aureo” di inflazione per evitare che un contesto  di inflazione inesistente si trasformi nel lungo periodo in un grosso problema, rappresentato dal disincentivo verso i consumi: perché comprare un telefonino oggi quando tra tre mesi costerà meno?

Negli ultimi 24 mesi, le principali banche centrali avevano individuato questo “livello aureo” di inflazione nel 2%, salvo accorgersi che non è affatto semplice da raggiungere. Così, la FED ha annunciato che perseguirà il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo, in ciò rivelando che si potrà tollerare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo.

Quest’ultimo scenario è certamente favorevole all’investimento in obbligazioni c.d. emergenti, e cioè quelle espresse nella valute di paesi che hanno una inflazione non ancora vicina al “livello aureo medio” tratteggiato dalla FED, ma in progressivo miglioramento rispetto alle soglie che possono creare preoccupazione.

Dal punto di vista operativo, i possibili titoli utili a definire un portafoglio di obbligazioni espresse in valute emergenti è bene che vengano scelti all’interno di un paniere di emittenti privi di rischio, e cioè BEI (o EIB, European Investment Bank, cioè Banca Europea degli Investimenti), BERS (in inglese EBRD, European Bank of Reconstruction and Development)  e World Bank (Banca Mondiale), evitando le obbligazioni governative espresse nella stessa valuta (che hanno invece un rating molto basso). I vantaggi di questa scelta sono molteplici, e sono in grado di compensare, nel medio-lungo periodo, la tipica volatilità delle valute emergenti:

– rating massimo (stabilmente tripla A), in quanto le emissioni sono sovranazionali ed eliminano il c.d. Rischio Emittente, e cioè quello che chi ha emesso i titoli possa fallire mandando in default  l’obbligazione;

– ritenuta fiscale dei rendimenti in misura agevolata (12.5% anziché 26.0%);

– cedole elevate, visibili sul conto bancario ad ogni scadenza, da reinvestire per aumentare il REN (rendimento effettivo netto) del portafoglio;

– quotazione ufficiale giornaliera;

– acquisto diretto nel mercato secondario (immissione nel deposito titoli);

– elevato risparmio nel costo di gestione del portafoglio (nessuna commissione di gestione, a differenza del risparmio gestito, e commissioni di negoziazione trattabili da banca a banca).

Ecco un elenco di paesi ritenuti interessanti dai maggiori gestori di portafogli specializzati in economie emergenti (per ciascuno di essi un esempio di titoli con rating AAA su cui poter investire), raccomandando di evitare accuratamente il “fai da te” e di studiare attentamente, con l’ausilio di un consulente finanziario, il peso da attribuire a ciascuno di essi all’interno di questo ipotetico portafoglio.

SCARICA GRATUITAMENTE “Dalla Finanza Complicata alla Finanza Elementare”, e-book gratuito edito da Patrimoni&Finanza

TURCHIA – buoni fondamentali macro-economici, distensione geo-politica con USA ed inflazione in forte discesa nei prossimi 2 anni fanno prevedere un notevole apprezzamento delle obbligazioni ed un buon recupero della valuta. Rimane una buona volatilità dovuta all’indebitamento privato in USD, ma il fenomeno è in riduzione grazie al nuovo corso di politica monetaria del governo turco ed alla distensione del clima geo-politico che ha determinato, nell’estate del 2018, il crollo della Lira.

– EIB TF Ap26 Try 11.00% – Isin XS1807207581* (Lira Turca)                                     https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1807207581&market=MOT&lang=it

– EIB TF Ap24 Try 10.50% – Isin XS1059896016* (Lira Turca)                   https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1059896016&market=MOT&lang=it

MESSICO – L’imminente accordo commerciale USA-MEX-CAN (c.d. NAFTA) ha stabilizzato il cambio e attribuisce oggi al Peso Messicano lo status di “valuta forte” all’interno del panorama di quelle c.d. emergenti.

– EIB TF Lg27 Mxn 6.50% – Isin XS1588672144* (Peso Messicano)                                                  https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1588672144&market=MOT&lang=it

RUSSIA – L’economia russa è strettamente dipendente dal petrolio, per cui se i prezzi del greggio crollano, anche il rublo dovrebbe scendere, e viceversa. l’intervento veloce da parte della Banca centrale russa, che ha lasciato crollare il rublo nel 2018 ed ha alzato i tassi di interesse per evitare un’inflazione eccessiva, hanno permesso all’economia del paese di assorbire il forte ribasso del prezzo del greggio. Il biennio 2019-2020 si prospetta migliore, dal momento che non ci sono in vista fattori in grado di destabilizzare l’economia, di influenzare i tassi di cambio o di modificare l’inflazione.

– EIB TF Fb22 Rub 6.75% – Isin XS1947924921* (Rublo Russia)                          https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1947924921&market=MOT&lang=it

SUDAFRICA – La Banca centrale sudafricana ha tagliato di recente i tassi di 25 punti base portando il costo ufficiale del denaro al 6.50%, e questa mossa potrebbe non rimanere isolata. Al momento il mercato sconta un’ulteriore riduzione nei tassi entro la fine del 2019, e se le previsioni della banca centrale per l’economia sudafricana non appaiono particolarmente esaltanti (+ 0.6% la crescita attesa nel 2019) l’inflazione non appare un problema.

– EIB TF Fb23 Zar 7,25% – Isin XS1179347999* (Rand Sudafricano)                    https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1179347999&market=MOT&lang=it

INDONESIA – L’Indonesia è un Paese con inflazione sotto il livello target, con profilo di rischio investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Di qui, ne consegue che le preoccupazioni riguardo questo Paese emergente, formulate nel recente passato quando la valuta (come tutte le altre emergenti) si è indebolita, sono eccessive, ed oggi rimetterla in portafoglio è una buona opportunità.

– EIB TF Gen25 Idr 5.75% – Isin XS1757690992* (Rupia Indonesiana, quotato alla borsa di Berlino) https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1757690992

– EBRD TF Dc22 Idr 6.45% – Isin XS1734550897* (Rupia Indonesiana , quotato alla borsa di Berlino)                 https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1734550897

INDIA – A influenzare negativamente le valute dei mercati emergenti, compresa quella indiana, è stata nel corso della prima parte del 2019 l’escalation della guerra commerciale USA-Cina. Nonostante questo, la rupia indiana sembra recupere bene le perdite conseguite contro il dollaro e, grazie all’emissione di obbligazioni sovrane in valuta estera, dovrebbe rafforzarsi per tutto il 2020. L’unico rischio potrebbe essere quello di doversi appoggiare pesantemente alle emissioni di valuta forte come mezzo di recupero, per cui è meglio attribuire un peso molto moderato all’interno di un portafoglio ideale di valute emergenti.

– EBRD TF Fb23 Inr 6.00% – Isin XS1766853367* (Rupia Indiana)                https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1766853367&market=MOT&lang=it

Hai trovato interessante questo articolo e vorresti approfondire le tue conoscenze di base della finanza?

Scarica l’e-book “Dalla finanza complicata alla Finanza Elementare“, edito da PATRIMONI&FINANZANon costa assolutamente nulla, è sufficiente registrarsi

 

* N.B. Le informazioni pubblicate nel presente articolo non devono essere considerate una sollecitazione al pubblico risparmio o la promozione di alcuna forma di investimento, ne raccomandazioni personalizzate ai sensi del Testo Unico della Finanza, trattandosi unicamente di informazione standardizzata rivolta al pubblico indistinto. Le eventuali raccomandazioni fornite tengono conto unicamente delle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della raccomandazione e devono essere intese a mero titolo di esempio generale, non conoscendosi alcuna informazione relativa alle conoscenze ed esperienze, alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento dei singoli lettori, i quali soltanto potranno adattare il contenuto dell’articolo alla specifica situazione personale in corrispondenza con il proprio personale profilo di rischio.