Aprile 29, 2026
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Olanda, quando frugale fa rima con paradiso fiscale. Dietro il negoziato un patto su tasse e dividendi?

La battaglia che si sta combattendo sul Recovery Fund probabilmente nasconde una posta in palio ben più importante per alcuni paesi dell’UE con un fisco più “generoso” degli altri. Dietro l’ipocrisia della frugalità, interessi inconfessabili ed una implicita richiesta di garanzie, da parte di Olanda, Irlanda e Lussemburgo, sul tema della diversa imposizione fiscale.

Cosa nasconde il dibattito sul Recovery Fund, condotto dall’Olanda con cinica opposizione da quando è stato concepito? Qual è la vera contropartita? Sono domande solo apparentemente senza risposta, perché la vera posta in palio, ormai, è diventata come il “segreto di Pulcinella”.

Fino ad oggi, è bene precisarlo subito, l’Italia ha fatto quasi da sola, e gli effetti negativi sull’economia si vedono tutti. A parte il programma di Quantitative Easing, che serve soltanto a creare la base di liquidità “a prestito”, è mancata del tutto quella “a fondo perduto”, e cioè l’unico vero aiuto per degli stati che si trovano in estrema difficoltà finanziaria. Dopo quattro mesi, infatti, il tanto strombazzato intervento di aiuti straordinari per i paesi europei sta ancora lì, sul tavolo delle trattative, tenuto in stallo da un gruppo di paesi definiti generosamente da una stampa ruffiana come “frugali” – la traduzione più esatta sarebbe quella di “parsimoniosi” – che di frugale non hanno proprio nulla. A capo di questi paesi che ci remano contro per vile calcolo finanziario c’è l’Olanda, guidata da Rutte (cognome che richiama in Italia buona digestione), che già si era distinta tra Marzo ed Aprile come sospetto sicario di una Merkel allora allineata, per calcolo politico, con il gruppetto dei frugali.

A Bruxelles, sede della Commissione Europea, lo scorso 17 luglio è cominciata la partita finale, quella in cui i ricatti diventano troppo insistenti per non rivelare la vera poste in gioco, che Giuseppe Conte – o chi per lui – ha fatto uscire nei mesi scorsi in tutta la loro chiarezza: la tassazione più bassa riservata alle aziende dall’Olanda, che di fatto è un paradiso fiscale, al pari di Irlanda e Lussemburgo, all’interno dell’UE.

Questo significa, in soldoni, ricevere concorrenza sleale che fa danni a tutti, e che solo in Italia genera mancati introiti per diversi miliardi ogni anno.

La riunione sul Recovery Fund, cioè il fondo da 750 miliardi di euro che dovrebbe far ripartire l’economia UE dopo il disastro della pandemia, non ha ancora messo d’accordo i 27 primi ministri UE, soprattutto sul modo in cui questi soldi vanno distribuiti. Secondo il piano di Germania e Francia di fine Marzo, di questi 500 dovrebbero essere sovvenzioni, e 250 prestiti, ma questa ipotesi non piace ai cosiddetti paesi frugali, cioè Austria, Danimarca, Olanda e Svezia (ed anche la Finlandia sembra avere la stessa linea). 

Ufficialmente, a condurre questa guerra ad oltranza contro il Sud Europa sono Il primo ministro austriaco, Sebastian Kurz (Partito Popolare), il primo ministro danese, signora Mette Frederiksen (partito socialdemocratico), la premier della Svezia è Stefan Löfven (socialdemocratica) ed il premier olandese Mark Rutte (Vvd, partito conservatore liberale europeista). A questi si potrebbe aggiungere anche il primo ministro finlandese, signora Sanna Marin, che però ancora non si svela apertamente.

E Irlanda e Lussemburgo, cosa c’entrerebbero? Siamo sicuri che il lezioso Rutte non rappresenti anche loro, in qualche modo?

I motivi ci sarebbero, eccome, ed è perfettamente lecito sostenerlo al di là di ogni bislacca ipotesi “complottista”. Secondo il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, sentito in audizione alla Camera, paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali dell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive e, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita sia del PIL (dal 2015 il PIL italiano è cresciuto solo del 5%, quello dell’Irlanda del 60%, quello del Lussemburgo del 17% e quello dell’Olanda del 12%) che del reddito pro capite (Italia 2019 pari a euro 28.860, Lussemburgo euro  83.640, Irlanda 60.350 e Olanda euro 41.870).

Il flusso degli investimenti internazionali è lo specchio del fenomeno, dal momento che quelli effettuati in Italia sono pari al 19% del PIL, mentre il Lussemburgo attrae investimenti pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%.

In tutto ciò, l’Unione europea nel complesso ci perde, dal momento che le multinazionali localizzano le loro sedi proprio nei paesi europei con una tassazione più favorevole, realizzando un gettito fiscale complessivamente inferiore. Secondo alcuni uffici studi, per esempio, il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti, perchè 11 miliardi vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e circa 2 miliardi in Belgio. Ciò comporta un danno per l’Italia che può essere stimato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno.

Tutti questi dati, che certo non sono una novità, sono saltati fuori soltanto quattro mesi fa, allo scoppio della pandemia, quando tutti litigavano e l’Unione Europea sembrava aver fatto definitivamente il suo corso. Oggi, dopo estenuanti trattative, i paesi litigano ancora, e l’ipotesi che la posta in gioco sia quella della concorrenza fiscale si fa sempre più reale. Infatti, un negoziato che tratta su 50 miliardi in meno (su 500) di fondo perduto non è credibile, se dietro le quinte non ci sia qualcosa di più “sostanzioso”, ossia un patto di non belligeranza sul tema della tassazione, che vale 70 miliardi l’anno. Tanto è quanto i paradisi fiscali europei sottraggano ogni anno agli altri paesi della UE, grazie alle tasse basse e alla libera circolazione dei capitali.

Troppo, per rinunciarvi.

Recovery Fund, un placebo franco-tedesco per mantenere l’Italia in cattivo stato di salute. Ecco perché

La proposta di Francia e Germania non è un vero aiuto e non risolve i problemi italiani. E’ come una pillola priva di principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto.

L’Italia è destinata a confermare, all’interno del modello economico voluto dalla Germania e dalla Francia fin dalla nascita dell’Unione Europea, il suo ruolo subalterno di “economia debole”, dalla quale attingere risorse, aziende e menti eccelse a beneficio delle “economie forti”. E’ questa la conclusione che si può ricavare – senza troppi giri di parole o particolare impegno mentale – dalle proposte di regolamento del c.d Recovery Fund, ossia di quel fondo che potrà contare su una dotazione pari a 750 miliardi di euro da distribuire ai paesi membri (cui si aggiungeranno i fondi del bilancio Ue 2021-2027, ossia altri 1.100 miliardi di euro). 

Secondo la proposta franco-tedesca, i soldi diretti ai paesi membri saranno costituiti in massima parte da contributi (fino a 500 miliardi), mentre per 250 miliardi si tratterà di prestiti che dovranno poi essere restituiti dai singoli paesi membri all’UE. In apparenza, si tratta di una cifra senza precedenti nella storia dell’UE, anche perché la raccolta dei fondi verrebbe effettuata tramite una emissione comune di bond con rating “tripla A”, con garanzia del bilancio UE, sui quali si pagheranno bassissimi tassi di interesse.

Finalmente una emissione di debito targato UE, si potrebbe dire. Il sogno del Premier Conte e di Gentiloni (e di molti altri), si potrebbe definire la soluzione prospettata, con grande sorpresa, da Francia e Germania.

Se le cose rimangono in questo modo, però, le misure proposte sono del tutto insufficienti per far fronte alla crisi italiana. Il nostro PIL, infatti, nel corso di quest’anno scenderà più o meno del 13%, per poi recuperare nel 2021 ma ampiamente al di sotto del livello pre-Covid. Facendo bene i conti, pertanto, verrà prodotta una quantità di ricchezza pari a circa 200 miliardi in meno rispetto al 2019, e per fronteggiare questo crollo servirebbero risorse aggiuntive pari almeno, appunto, ad altrettanti 200 miliardi tra il 2020 ed il 2021. Il Recovery Fund di edizione franco-tedesca, purtroppo, sarà disponibile solo a partire dal 2021, e verrà “spalmato” in due anni; così, per il 2020 e parte del 2021 dovremo contare soltanto sulle risorse proprie e sulle altre “pericolosissime” misure di emergenza (MES, SURE) che servono, da un lato, a mitigare gli effetti della crisi (SURE) o, dall’altro, a rafforzare un solo settore dell’Economia (MES), ossia quello sanitario. Nel 2021, infine, entrerà in vigore il Recovery Fund con gli 81 miliardi a fondo perduto (gli altri 90 miliardi saranno prestiti da restituire, pertanto non hanno il medesimo impatto dei primi), che di fronte ad una esigenza di almeno 200 miliardi sono già insufficienti a far fronte alla catastrofe economica in cui siamo precipitati dall’oggi al domani, facendo mancare all’appello circa 120 miliardi di fabbisogno a fondo perduto.

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La proposta dell’UE, pertanto, non è un vero aiuto, e non risolve i problemi italiani. Piuttosto li aggraverà, mantenendo costante nel tempo l’attuale livello di povertà che affligge una larga parte della popolazione. Si tratta di una cura senza principio attivo, un vero e proprio “placebo” che, per funzionare, dovrebbe produrre nell’organismo produttivo italiano una resilienza che vent’anni di Unione Europea a trazione tedesca hanno ucciso quasi del tutto, relegando solo la Lombardia e (in parte) il Veneto, tra tutte le regioni italiane, a godere degli stessi benefici economici garantiti a tutti i paesi del Nord Europa.

Come abbiamo già avuto modo di scrivere in relazione alla riedizione storica, in salsa europea, della Questione Meridionale, il Recovery Fund sembra incarnarla perfettamente, nella sua natura di “non aiuto” destinato ad un paese, come l’Italia, da impoverire – ma non troppo – ed usare per il trasferimento delle migliori risorse economiche, imprenditoriali ed umane verso i paesi dominanti.   

Il Sud Europa in rovina nel dopo-Covid. Tocca al Nord evitare una nuova “Questione Meridionale Europea”

L’Italia, in quanto a “questioni meridionali”, ha una notevole esperienza. Con le dovute differenze, identico processo storico sta accadendo in Europa, sotto i nostri occhi, da venti anni, e senza interventi di riequilibrio il problema rischia di consolidarsi per i prossimi secoli.

La pandemia del Covid19, insieme a profonde trasformazioni nel modo di vedere il mondo e nelle modalità di relazione tra esseri umani, ha fatto emergere la fragilità di macro sistemi socio-economici che, prima dei vari lockdown, si ritenevano pressoché immutabili. Uno si questi è certamente quello dell’Unione Europea, nata sulla illusione del principio “one money, one nation” (una moneta, una nazione), grazie al quale si sarebbe dovuto produrre, nei singoli paesi aderenti, trasformazioni  tali da realizzare una progressiva armonizzazione tra le diverse realtà nazionali. Il Coronavirus, come la più classica delle onde anomale, ha distrutto in sole due settimane questo castello di sabbia, mettendo in chiaro ciò il vero principio su cui si basa oggi l’UE, quello del “one money, no nations” (una moneta, nessuna nazione). 

Passando dalle questioni di principio a quelle di realtà, tutto questo si è tradotto in una nuova “Questione Meridionale”, tra stati del Sud e stati del Nord Europa, che adesso richiede l’adozione di azioni riequilibrative. Azioni sul debito, innanzitutto, che in Italia (ma anche in Grecia e Spagna) è sempre aumentato senza produrre una crescita economica sufficiente a ripagarlo. Pertanto, non avendo prodotto alcun effetto, esso deve necessariamente essere ridotto adottando strumenti meno “dolorosi” di quelli imposti alla Grecia qualche anno fa. Un periodo di inflazione sostenuta (tra il 3 ed il 5%), per esempio, sarebbe uno dei metodi meno traumatici, perché  ridurrebbe il valore reale del debito, ma il Nord Europa impone – chissà perché – una inflazione massima del 2%, ed oggi uno scenario inflattivo è ipotizzabile solo dopo la totale eliminazione del problema-Covid.

In alternativa, al fine di escludere qualunque ipotesi di default, si potrebbe ragionare sulla ristrutturazione del debito, che però è impopolare, oppure sulla “monetizzazione del debito”, che però è impossibile per via del fatto che l’Italia non può avere, come tutti i paesi UE, una sua politica monetaria indipendente.

Da escludere anche la c.d. austerità, che aggiungerebbe solo povertà estrema in un Paese che, come il nostro, viene da un ventennio di bassa crescita economica e di diminuzione del reddito effettivo.

C’è da dire che l’Italia, in quanto a questioni meridionali, ha una notevole esperienza: quella “domestica”, che poggia le sue basi sulle modalità predatorie che hanno portato all’Unificazione, si è fatta modello economico strutturale – con conseguente flusso migratorio da Sud a Nord – e si traduce ancora oggi in un enorme divario in tutti i settori dell’Economia nazionale (dalle infrastrutture all’apparato industriale) tanto da far parlare, dopo 150 anni, di “due italie” e di una “unificazione mancata”. E’ storicamente accertato, però, come a seguito di questo processo storico il Meridione, prima fiorente ed economicamente avanzato, sia stato impoverito e privato delle sue migliori risorse, a vantaggio del Nord. Con le dovute differenze (nessuna strage di massa di “briganti” meridionali), identico processo storico sta accadendo in Europa negli ultimi venti anni. Infatti, con il loro ingresso nell’Unione Europea, i paesi del Sud (Italia, Spagna, Grecia e Portogallo) si sono impoveriti a tal punto da accentuare – anziché eliminarla – una inaccettabile “Questione Meridionale Europea” (S.E.Q., dall’inglese Southern European Question) che adesso rischia di durare nei secoli, e che gli stati del Nord non hanno alcuna intenzione di attenuare.

E come potrebbero? Ormai non si contano più le aziende nazionali passate in mano straniera, con buona pace dei nostri governi che nulla hanno fatto per impedirlo, schermandosi dietro le “leggi del mercato” che sono valide per tutti, tranne che per le poche aziende italiane che vogliono acquisire partecipazioni di controllo in quelle francesi e tedesche.                         

Paesi come la Germania, l’Olanda e l’Austria hanno potuto beneficiare del vantaggio di avere una moneta più debole rispetto a quella che oggi sarebbe stata la loro valuta nazionale, ed il loro export è cresciuto molto di più di quanto non sarebbe successo senza la moneta unica. Stessa cosa non è successa ai paesi del Sud, in ciò tradendo il principio ispiratore dell’Unione Europea, creata proprio per attenuare gli squilibri, e non per accentuarli. Questo divario di benefici andrebbe adesso ribilanciato attraverso l’adozione di strumenti redistributivi, per evitare che stati come la Germania possano dire “bye bye Unione Europea” uscendo da essa con una posizione economica ingiustamente acquisita ai danni dell’Italia o della Spagna.

La nuova S.E.Q., peraltro, è ben evidenziata dai numeri. La Germania,  per esempio, nel solo periodo 2002-2015 aveva già accumulato un surplus di ben 787 miliardi di dollari, che reinveste principalmente comprando titoli di debito estero. E’ successo con l’acquisto di titoli tossici americani, con i finanziamenti alla Grecia e alle banche spagnole, ed anche con i BTP italiani, oggetto – guarda un po’ il caso – delle attenzioni della Corte federale tedesca in relazione al Q.E.. Certamente, così facendo, la Germania si espone all’eventuale default degli stati emittenti, ma è anche vero che ciò ha un effetto dominante su di essi, una minaccia costante di agire sul loro spread vendendo titoli sul mercato (come è accaduto nel 2011, e come si è cercato di fare, a Marzo, tramite i “consigli disinteressati” di Commerzbank).

Con l’arrivo della pandemia, certi equilibri negoziali sono saltati, e questo ha permesso di poter alzare la voce nelle sedi europee. Pertanto, questo sarebbe il momento giusto per abbandonare gli sterili proclami di natura squisitamente negoziale, e tradurre in azioni concrete i principi contenuti nella lettera inviata da Giuseppe Conte alla Commissione Europea nelle scorse settimane, nella quale il Presidente del Consiglio scriveva che “……le regole europee, mentre si mostrano estremamente rigorose nel censurare politiche nazionali espansive potenzialmente suscettibili di incidere sulla dimensione del debito sovrano, non sanzionano con analogo rigore questi comportamenti (ndr, quelli tesi ad acquisire vantaggi commerciali a danno di altri), che certamente non sono meno destabilizzanti per il benessere dei cittadini europei di quanto non lo sia un elevato debito pubblico”.

In sintesi – ha detto Conte – perchè si minaccia contro l’Italia la procedura d’infrazione per il mancato contenimento del debito, e non si fa lo stesso contro la Germania per il problema del surplus?

In realtà, appare ormai evidente che l’Euro sia diventato un alibi per coprire le operazioni “corsare” di Germania, Francia e Olanda (con il suo paradiso fiscale de facto). La Germania, infatti, avendo adottato l’euro, non può più essere costretta a subire una rivalutazione della sua moneta nazionale – il che riequilibrerebbe in modo “naturale” lo squilibrio del surplus commerciale – come invece, per esempio, è accaduto ripetutamente dopo la seconda guerra mondiale nel cambio marco/dollaro USA. Con l’euro, tutto è cambiato, ed all’interno dell’area non è possibile svalutare per compensare gli squilibri commerciali tra uno Stato e l’altro. Tutto questo ha finito con il creare – quanto inaspettatamente, e quanto volutamente? – uno strumento di difesa dell’export tedesco, francese e olandese dalle “svalutazioni competitive” che periodicamente venivano messe in atto dall’Italia, la quale una volta aveva una fiorente struttura industriale con grandi capacità di adattamento alle fasi di mercato.

Vi ricorda qualcosa?

Bye bye Germania. Tedeschi vicini alla “soluzione finale” della Questione Europea?

Dopo la sentenza della sua Corte federale, la Germania potrebbe salutare tutti ed uscire dall’UE, portando con sé un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di privilegi finanziari  e di guerra  commerciale condotta, in maniera disinvolta, contro i propri alleati dell’Unione. 

Di Massimo Bonaventura

La “Questione Europea”, esplosa improvvisamente con l’arrivo della pandemia, ha preso un inaspettato abbrivio la scorsa settimana, allorquando la Corte federale tedesca ha sancito, in estrema sintesi, che il diritto nazionale della Germania prevale su quello europeo, spingendosi fino a dare una sorta di ultimatum all’Unione Europea ed alla BCE, le quali avrebbero dovuto spiegare, entro tre mesi, in che modo il programma di Quantitative Easing sarebbe stato rispettoso della costituzione tedesca.

L’abbrivio è continuato fino a ieri, quando Ursula von Der Leyen, rispondendo ad una lettera dell’eurodeputato tedesco Sven Giegold, ha dichiarato che “…la recente sentenza della Corte costituzionale federale solleva questioni che toccano il nucleo stesso della sovranità europea, ma la politica monetaria dell’Unione è una competenza esclusiva comunitaria, ed il diritto dell’Ue ha la precedenza sul diritto nazionale”. Inoltre, ha proseguito la Von Der Leyen, “la Corte di giustizia europea di Lussemburgo ha sempre l’ultima parola sul diritto dell’Ue e le sue sentenze sono vincolanti per tutti i tribunali nazionali”.

Infine “….Prendo questa questione molto sul serio. La Commissione sta attualmente analizzando in dettaglio la sentenza di oltre 100 pagine della Corte costituzionale federale tedesca, e sulla base dei risultati di quest’analisi, stiamo prendendo in considerazione possibili passi successivi, incluse le procedure di infrazione”.

Dietro la sentenza della Corte federale tedesca, accolta con finta rassegnazione dal governo conservatore della Merkel, pare ci sia il desiderio di una soluzione inaspettata della “questione europea”: l’uscita della Germania dall’UE, insieme ad un ricchissimo “bottino” procacciato in venti anni di guerra finanziaria e commerciale perpetrata allegramente ai propri alleati dell’Unione, ai quali va rimproverato la passiva accettazione dell’enorme surplus tedesco, contrario alle regole fondanti dell’Unione e mai fatto valere, per timore verso il paese dominante, in tutte le sedi europee. 

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Ebbene, questo “paura dell’abbandono” sembra trovare nei fatti degli ultimi tre mesi un riscontro notevole. Infatti, l’ipotesi – di stampo solo apparentemente complottistico – di una uscita della Germania non è così lontana dalla realtà. Non è un mistero, infatti, che gli esponenti di spicco del partito conservatore tedesco (quello che regge la poltrona della Merkel) accarezzino da almeno due anni la possibilità di una “Germanexit” dall’Unione Europea, da realizzare adesso per via della raggiunta potenza economica neanche immaginabile soltanto venti anni fa, ed il comportamento ostruzionistico adottato nei momenti più tragici della pandemia, oltre ad essere stato deprecabile, dimostra oltre ogni dubbio che gran parte degli schieramenti politici tedeschi non hanno più alcun interesse a che il loro Paese rimanga in Europa. Adesso, forti dell’impedimento interno creato dalla sentenza della Corte federale, tutti loro mandano un messaggio chiarissimo: il primato della Corte di Giustizia Europea nell’interpretazione del diritto comunitario, ed il carattere vincolante che le decisioni della stessa hanno su tutte le corti nazionali, valgono per tutti tranne che per la Germania; se questo non sta bene, i tedeschi saranno “costretti” ad andare via, magari in compagnia della fedele Olanda di Rutte.

Del resto, dopo la sospensione del Patto di Stabilità – un vero e proprio “totem” per i paesi fondatori dell’UE – si è cominciato a respirare un clima da “liberi tutti”, che evidentemente è piaciuto molto anche all’Establishment tedesco. Per chi non ha ben presente la questione, derogare al Patto di Stabilità significa, di fatto, sospendere l’insieme di regole – trattato di Maastricht: limite di deficit/Pil al 3% e debito sotto il 60% della ricchezza nazionale – che governano dal 1997 le politiche di bilancio degli Stati membri e che sono state allargate nel corso degli anni successivi fino a giungere al famigerato Fiscal Compact.

Se così fosse, si tratterebbe di una “soluzione finale” dell’Unione Europea, generata questa volta senza alcun genocidio, ma con una dose di cinismo politico sufficiente a determinare, con un solo colpo, l’assassinio del sogno europeo che decine di milioni di suoi abitanti hanno coltivato, inutilmente, per due decenni.

Allora, se così deve essere, bye bye Germania; e, probabilmente, addio Europa.

Poliziotto buono e poliziotto cattivo, Italia sotto torchio da 1.416 ore. BTP e borsa in pericolo?

Come nel più classico dei polizieschi, l’Italia ed il suo sistema finanziario sembrano essere in stato di fermo dalla notte del 7 Marzo scorso. In questa immaginaria saletta degli interrogatori, le istituzioni della UE si alternano, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare al nostro Paese la confessione di un “reato” non ancora commesso.

di Massimo J. Bonaventura

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo, con un nuovo decreto, Conte limitava le possibilità di movimento nelle zone più colpite dal contagio, in entrata e in uscita e all’interno dei territori. La sera del 9 marzo, con un nuovo decreto, tutta l’Italia diventava zona rossa, mentre il successivo 11 Marzo l’OMS dichiarava che l’epidemia di Covid19 fosse ufficialmente una pandemia, con oltre 165 paesi nel mondo coinvolti nel contagio. Da quella notte di venerdì 7 Marzo, però, l’Italia veniva posta in una sorta di “fermo di polizia comunitario” che, in tutta evidenza, continua ancora oggi, con un balletto di attori che si alternano per tenere sotto torchio il nostro Paese da ben 1.416 ore.

Come nel più classico dei film polizieschi, ci sono tutti i personaggi: l’imputato (Conte), i poliziotti cattivi (Merkel, Lagarde e soprattutto il rude olandese Rutte, dal cognome che evoca buona digestione) ed i poliziotti buoni (il presidente della Repubblica tedesca Frank-Walter Steinmeier, Ursula Von Der Leyen e Mario Draghi). Ci sono anche quegli attori (Commerz Bank) che, in una immaginaria storia di complotti internazionali, interpretano la parte degli sgherri senza scrupoli, pronti ad eseguire ordini da chi li foraggia – non importa se i buoni o i cattivi – pur di rendere l’imputato ricattabile. Tutti costoro si danno il cambio più o meno settimanalmente, ora con aggressività ora con gentilezza, per strappare all’imputato la confessione di un “reato” non ancora commesso, ossia la sua uscita dall’UE, sfruttando la presunzione di colpevolezza di una Italia considerata inaffidabile per via dell’ampiezza del suo debito, e mascherando il desiderio di tenersela, invece, così com’è, fragile e accomodante, invece di avere un avversario economico temibile com’era un tempo, prima del suo ingresso nell’UE.

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Passando dal piano della fantasia – e nemmeno tanto – a quello di realtà, l’intervento dal perfetto tempismo della Corte Costituzionale tedesca fa seguito al downgrade sull’Italia deciso da Fitch e precede solo di qualche giorno (8 Marzo) il giudizio sul rating del debito italiano delle due agenzie Moody’s e DBRS, preannunciando un mese di Maggio 2020 ad alta tensione per la borsa italiana ed i BTP. Infatti, dopo il rinvio del 24 marzo, la Corte federale  si è finalmente pronunciata sulla legittimità degli acquisti di titoli di BCE nell’ambito del Quantitative Easing, creando scompiglio laddove, invece, c’era bisogno di adottare maggiore sensibilità giuridica; ergo, maggiore livello di compromesso, necessario date le circostanze. Così, la Corte ha accolto solo in parte il ricorso sulla legalità del Quantitative Easing della BCE, sottolineando che alcuni suoi aspetti violerebbero la legge tedesca e concedendo al governo della Merkel tre mesi di tempo per fare chiarezza sul programma. Pertanto, adesso Christine Lagarde deve dimostrare a Berlino che la BCE ha fatto il suo lavoro come si deve, e questo la dice lunga su chi comanda in Europa.

Onestamente, quella di una Corte costituzionale tedesca indipendente dai chiari desideri di supremazia politica ed economica della Germania, portati avanti dai conservatori che tengono in piedi la Merkel, non se la beve nessuno, tanto più che la scelta della Corte di aumentare il periodo di “riflessione” di tutta l’Unione Europea sui futuri strumenti da adottare non sembra accadere per caso, ed è certamente collegabile all’avversione della Germania verso gli eurobond. Pertanto, ci vuole poco a scommettere su una Merkel che userà la decisione della Corte federale per apparire “con le mani legate” ed opporsi alla emissione di un debito comune (e questo la dice lunga sulle istituzioni tedesche “indipendenti” che non farebbero politica…).

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Inoltre, la Corte interviene in un momento gravissimo per l’Europa, e nonostante ciò lancia un messaggio inaccettabile, secondo il quale il diritto deve essere rispettato anche il mondo andasse a rotoli, senza alcun cambio dell’ordine delle cose e a qualunque costo (degli altri). Una posizione, a ben vedere, molto cara alle banche tedesche: come non collegare l’uscita di Commerz Bank dell’1 Aprile, in occasione della quale la seconda banca tedesca dava per scontato il declassamento del debito italiano a livello “junk” (spazzatura), con la decisione odierna della Corte? 

Per chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo dire che la Corte avrebbe promosso parzialmente il piano di QE già lanciato da tempo dall’Eurotower, dichiarando di “….non avere riscontrato una violazione del divieto di finanziamento monetario dei bilanci degli Stati membri“; però, allo stesso tempo, i giudici costituzionali hanno aggiunto che governo federale e Bundestag tedesco avrebbero violato i diritti dei ricorrenti (gli imprenditori tedeschi Heinrich Weiss, Patrick Adenauer e Juergen Heraeus, molto vicini ai conservatori) per non aver intrapreso iniziative contro la BCE allo scopo di verificare se le misure inerenti al QE avrebbero travalicato il principio di proporzionalità.

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C’è da dire che una bocciatura da parte della Corte tedesca, pur escludendo la partecipazione della Bundesbank dagli acquisti dei titoli (cioè, del maggiore acquirente), non avrebbe bloccato il QE della BCE, ma avrebbe comunque dato un segnale politico di crisi irreversibile dell’Unione Europea che, alla luce dei fatti, necessita ancor di più di una revisione dei suoi trattati, di cui la decisione della Corte federale tedesca ha rivelato tutta la fragilità.

Inoltre, a causa di tutto ciò, il prossimo 8 Maggio si potrebbe aprire un capitolo dolorosissimo per la borsa italiana e, soprattutto, per i BTP. Infatti, un ulteriore downgrade segnerebbe l’ingresso dei titoli di stato italiani nell’inferno dei junk bond (titoli spazzatura), e la decisione della Corte tedesca pone già il veto alla Merkel di permettere il loro acquisto nel programma di QE e costringerebbe la Lagarde – che ogni tanto veste i panni del poliziotto buono – a fare i salti mortali per fare accettare la continuità dello stesso programma.

In ogni caso, è chiaro che all’Italia verrà chiesto di fare un passo indietro sugli eurobond.

E speriamo soltanto su questi.  

Eurozona, italiani con le ossa rotte. Ce lo dice lo spread di reddito

Mentre l’Olanda continua ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE, l’Italia è ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per riformare una Unione troppo “germanizzata” fin dalla sua nascita. Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, cresce a dismisura.

Se la pandemia del Coronavirus ha avuto un merito, questo è certamente quello di aver risvegliato le coscienze anche di quanti, fino a due mesi fa, ritenevano che l’UE fosse un progetto comune costruito nell’interesse ed al servizio di tutti. In tutta evidenza il Covid19 è stato – ed è tutt’ora – l’imprevisto inatteso, la forza oscura che ha evidenziato come l’Italia fosse proiettata artificiosamente a continuare la sua perenne “recessione controllata”, a causa della quale ha già perso le sue migliori risorse umane e, adesso, rischia di perdere le sue grandi aziende, divenute pericolosamente allettanti per i concorrenti tedeschi o francesi.

Con la stessa chiarezza, il mondo ha capito che l’unione monetaria sia stata fatta su misura della Germania che detta la linea del comando e dei suoi alleati di ferro, tra i quali l’Olanda sembra avere il compito di fare il “lavoro sporco” – generalmente quello di annunciare, in maniera aggressiva, le intenzioni della Merkel e dei conservatoti tedeschi – mentre la Francia ha sempre avuto un ruolo di “socio di maggioranza relativa”, il vero partner forte da invitare al banchetto dell’Euro ma anche da tenere buono.

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Ci si chiede ancora – distrattamente, ormai, ma la domanda è sempre nell’aria da almeno dieci anni – se Romano Prodi, unico personaggio politico italiano a non avere profili social ufficiali, avesse compreso diciotto anni fa che l’Unione Europea sarebbe nata per essere una sorta di “Commonwealth” tedesco. La risposta non può che avere una duplice sfumatura: se lo aveva capito, ha trascurato del tutto gli interessi politici del Paese barattandoli con quelli personali; se non lo aveva capito, è stato ingenuo – per usare un eufemismo – ed anche un pessimo premier.

Di certo, nessuno in questi anni di inesorabile declino italiano, causato dai meccanismi di funzionamento dell’UE (che Prodi conosceva bene), lo ha visto ergersi a difesa dell’Italia, tradita proprio da quei politici europei di cui si fidava e tesseva pubblicamente le lodi. Sarebbe stato più logico, viste le circostanze emergenti, che lui spendesse l’autorevolezza acquisita in campo internazionale per denunciare pubblicamente questi squilibri e difendere gli interessi del Paese. Invece, nulla di tutto questo. Pertanto, si propende per la prima ipotesi (interessi politici personali), e questo influenzerà per sempre l’opinione che gli italiani avranno di lui.

I dati, purtroppo, confermano impietosamente quanto detto finora in linea di principio. Per esempio, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 1999 (al momento dell’ingresso nell’euro) il reddito pro-capite degli italiani era pari al 96% di quello tedesco; nel 2018, era sceso al 72%, ossia il 25% in meno. Pertanto, o i tedeschi sono stati bravissimi ad arricchirsi, aumentando i proprio redditi, e gli italiani no (rimanendo fermi allo stesso livello di allora), oppure l’Unione Monetaria ha avvantaggiato la Germania a discapito dell’Italia.

Dal momento che gli italiani, per far soldi con l’imprenditoria, non sono secondi a nessuno in Europa, si propende per la seconda ipotesi.

Relativamente al bilancio delle partite correnti, tra il 1993 ed il 1999 l’Italia ha sempre avuto un surplus positivo, toccando il massimo nel 1996 (+2,9% sul PIL), allorquando il nostro Paese cessò di far fluttuare liberamente la Lira e rientrò nuovamente nel Sistema Monetario Europeo da cui era uscita quattro anni prima. Nello stesso periodo, la Germania ha quasi sempre registrato partite correnti deficit, ma dal 2000 al 2013 la situazione si è capovolta: l’Italia colleziona 12 deficit (fino al -3,5% sul PIL nel 2010) mentre la Germania beneficia di 12 anni di surplus (fino al portentoso +7% nel 2012).

Se non è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, poco ci manca.

Fa ancora più impressione scorrere la classifica delle regioni dell’UE secondo il loro reddito medio disponibile a parità di potere d’acquisto: occorre scendere fino alla ventesima posizione per trovare una regione non di lingua germanica, e cioè la provincia autonomia di Bolzano, che – ironia della sorte – è un territorio parzialmente germanofono. La regione di Parigi, per esempio, è soltanto ventitreesima, ed in cima al podio si trova il Lussemburgo (la cui lingua ufficiale è di derivazione germanica). La cosa non deve sorprendere, perchè in Italia gli stipendi si sono ristretti mentre all’estero, in particolare in Germania e Francia, si sono allargati. Infatti, se nel 2010 la retribuzione media del lavoro dipendente in Italia era di 30.272 euro, nel 2018 è scesa a quota 29.182 (il 3,6% in meno), mentre quella del lavoratore dipendente tedesco è salita nello stesso periodo di ben 3.825 euro, a quota 39.446 euro, portando il vantaggio retributivo della Germania ad un +35,17% rispetto all’Italia.

E’ questo il vero “spread” da tenere in conto per avere la misura del vantaggio accumulato dalla Germania (ed anche dalla Francia) in materia di reddito disponibile e, simmetricamente, dell’arretramento subito dall’Italia, che ha visto crollare il reddito disponibile reale dell’8,7% dal 2008 al 2017 (vedi tabella qui a fianco), facendoci scivolare nelle ultime posizioni della classifica dei paesi dell’Unione europea.

Tutto questo – ricordiamolo – a parità di potere d’acquisto; ciò significa che il dato è depurato dalle differenze dei prezzi dei beni che, peraltro, in Italia e Germania sono praticamente identici: con 100 euro di spesa riempi il carrello con gli stessi prodotti, per una settimana o giù di lì, sia in Italia che in Germania.

Un dato sorprendente è quello dei paesi che non hanno adottato l’euro ma geograficamente stanno dentro l’Unione Europea; ebbene, queste nazioni vivono molto meglio dei propri vicini: il PIL pro-capite medio dell’EFTA (l’accordo di libero scambio fra Norvegia, Liechtenstein, Islanda e Svizzera) è infatti pari a 62.534 dollari, mentre quello dell’Unione Europea è pari a 37.800 dollari (il 40% in meno).

Non è un caso che sia l’Islanda che la Svizzera abbiano ufficialmente abbandonato il progetto di adesione all’Unione Europea.

In termini di forza economica e competitività, inoltre, il Regional Competitive Index (RCI) dell’UE  vede l’Italia, una volta regina delle esportazioni a cavallo della Lira, soccombere miseramente dopo 18 anni di unione monetaria – e di politica accondiscendente, è il caso di precisarlo – ed acquisire un enorme gap (ritardo) di competitività con la Germania, che non era mai stato così marcato come adesso.

La Germania e i Paesi Bassi – cioè, proprio i due paesi che più si sono distinti nel boicottare ostinatamente, nonostante le migliaia di morti da Covid19, qualunque soluzione unitaria  – hanno tratto enormi benefici dall’Euro nei vent’anni trascorsi dalla sua introduzione, mentre per quasi tutti gli altri membri la moneta unica ha rappresentato un freno alla crescita economica. Secondo lo studio tedesco – sì, proprio così – intitolato 20 years of the euro: winners and losers del Centrum für europäische Politik (Cep), tra il 1999 ed il 2017 il PIL del nostro Paese è diminuito, in valori assoluti, di 4.300 miliardi di euro, pari a 73.600 euro pro capite, mentre i tedeschi, grazie all’ingresso nell’Eurozona, si ritrovano più ricchi di 23mila euro pro capite (e gli olandesi di 21mila).

E così, mentre l’Olanda si ostina ad opporsi agli eurobond – continuando però ad agire come una sorta di paradiso fiscale in piena UE e attirando capitali europei con modalità oggettivamente sleali – l’Italia sembra essere ancora troppo divisa politicamente per opporre, dopo vent’anni di passività imbarazzante, la forza sufficiente per imprimere un impulso fondamentale a necessarie trasformazioni, senza dare per scontata come unica soluzione quella di una uscita dall’Euro che, senza fronte politico comune (e di larga scala, opposizioni comprese) finisce con l’essere l’unica percorribile per liberarsi di questa “trappola” monetaria.

Il sentimento anti-europeo, nel frattempo, è cresciuto a dismisura, e appare non più controllabile. Coloro che al di là delle Alpi si oppongono ancora ad un progetto di Europa Federale, magari da raggiungere a tappe forzate, forse farebbero bene a temerlo.

Un “casino” chiamato Europa. Federalismo ed eurobond per cambiare le strategie di investimento

Di George Calhoun*

Il sistema federale degli Stati Uniti non è una macchina perfetta, ma senza di esso sarebbe un pasticcio, come l’Europa di oggi. Lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso, in grado di competere con il Tesoro degli Stati Uniti, cambierebbe in meglio le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo.

L’idea del federalismo, per gli americani, è netta. Implica giurisdizioni sovrapposte e responsabilità concorrenti. C’è lo “Stato di New York” (o Florida, o Iowa), e poi c’è “Il governo federale“. Gli stati pagano alcune cose e riscuotono le proprie tasse, mentre i federali hanno l’IRS. Ci sono tribunali statali e tribunali federali; polizia di stato ed FBI; i singoli stati sovrintendono ai sistemi scolastici, e lo stesso fa il segretario alla Pubblica Istruzione. Gli stati regolano le banche e le compagnie assicurative, ed i federali perseguono i loro top manager (o le stesse compagnie) quando qualcuno di essi commette un crimine finanziario.

Normalmente, questo sistema ibrido funziona abbastanza bene. Ma in un’emergenza, come l’epidemia di COVID-19, c’è spesso uno stallo iniziale tra gli stati ed il sistema federale-centrale, e l’incertezza su chi abbia autorità (e su cosa): di chi sono i ventilatori? chi possiede quella scorta medica di emergenza? chi può richiedere una quarantena? chi decide sulle restrizioni di viaggio? quale conferenza stampa dovremmo guardare? che dire dei militari? Alla fine il pubblico si aspetta che il governo federale risolva le incertezze con l’autorità, e di solito lo fa: chiama la Guardia Nazionale, Il Congresso approva un disegno di legge, il Presidente si rivolge alla nazione e la risposta alla crisi diventa coerente e unitaria.

Per l’uomo o la donna della strada americana, il federalismo significa semplicemente “siamo tutti insieme”.

Non è certamente un sistema perfetto, come avevano già capito anche i Padri Fondatori. Tuttavia, immaginate come sarebbe se non ci fosse il governo federale, se gli Stati Uniti fossero solo … stati uniti. Se la Florida, ad esempio, potesse decidere un embargo delle spedizioni mediche a New York, o se l’Ohio potesse chiudere i suoi confini alle persone della Pennsylvania. Oppure ancora se una banca di New York potesse rifiutare di incassare assegni bancari nel New Jersey.

Che casino ne conseguirebbe….Quel casino, sarebbe l’Unione Europea di oggi.

È ampiamente riconosciuto che nell’Unione Europea manca un vero quadro federale, e che l’Europa è bloccata in quella che un americano chiamerebbe l’”era dei diritti degli stati”. Ognuno dei 27 paesi membri ha la sua forza (chi più chi meno) ed il governo centrale è debole. L’UE non può tassare e non può spendere, almeno non su una scala tale da sostenere un pacchetto di stimoli significativi in ​​periodi di difficoltà economica. Ogni paese stabilisce la propria politica, aumenta le proprie entrate e spende come desidera (con solo linee guida molto generali da Bruxelles). Esiste un bilancio dell’UE, ma è esiguo, solo l’1% del prodotto interno lordo (PIL) dell’UE. Esiste una valuta comune e una Banca centrale europea (BCE) incaricata di gestire quella valuta. La BCE può stampare denaro (come la Federal Reserve), ma non può emettere debiti garantiti da tutta l’UE. Non esiste un equivalente europeo del Ministero del Tesoro degli Stati Uniti, né “eurobond” in parallelo al mercato dei titoli del Tesoro statunitense. Non esiste uno stabile strumento “federale” per finanziare un programma comune dell’UE, non importa quanto urgente.

Le disfunzioni che questo anti-federalismo genera agli europei sarebbero scioccanti per un americano.

Due esempi. Nel 2015, i leader tedeschi hanno evidentemente preso in seria considerazione la “soluzione” dei problemi finanziari della Grecia, semplicemente chiedendo di eliminarla (temporaneamente) dall’Eurozona. Potremmo immaginare che gli Stati Uniti possano soltanto pensare di affrontare le difficoltà creditizie dell’Illinois, o di Puerto Rico, tagliandole dal dollaro e costringendole a fluttuare nelle proprie valute?

Nel 2017, il ministro dell’economia olandese, considerando che i Paesi Bassi contribuiscono più al bilancio dell’UE di quanto non ritorni in termini di finanziamenti europei, ha additato i paesi dell’Europa meridionale (come la Spagna e l’Italia) accusandoli “spendere tutti i soldi in bevande e donne”, ed oggi gli olandesi si oppongono costantemente a tutto ciò che sembri un eurobond o un finanziamento di “livello federale“. La settimana scorsa gli olandesi hanno posto il veto alla proposta di “coronabond” come veicolo per finanziare gli aiuti dell’UE all’Italia, alla Spagna e ad altri.

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Chi in America presta attenzione al fatto che New York e la California, per esempio, pagano elevati sussidi attraverso il sistema federale  (più di $ 1300 per cittadino di New York all’anno) per sostenere stati economicamente più deboli come il Mississippi? Quando abbiamo sentito i politici del Massachusetts (un altro stato abbastanza sovvenzionato) chiedere di imporre condizioni sugli aiuti per la Virginia occidentale?

La crisi COVID-19 ha portato alla luce, soprattutto all’inizio, più o meno lo stesso scenario: la Germania ha vietato l’esportazione di forniture mediche, compresi i ventilatori – di cui è molto fornita – per colpire l’Italia; l’Austria ha chiuso unilateralmente i suoi confini agli italiani; la presidente della BCE, Christine Lagarde, ha dichiarato che la BCEnon è qui per chiudere gli spread“, vale a dire che non vedeva come suo compito affrontare il calo dei prezzi delle obbligazioni e l’aumento dei costi in Italia per il finanziamento delle misure di aiuto per il COVID-19; e così lo spread è scoppiato immediatamente, aumentando di oltre 150 punti base in pochi giorni, facendo scendere il mercato azionario di Milano del 17% in un solo giorno.

La questione dei cosiddetti coronabondseurobond solleva un altro scenario possibile: l’impatto finanziario della crisi COVID-19 non riguarda solo il calo dei corsi azionari, ma sta avendo anche un impatto strutturale, con conseguenze che possono durare a lungo dopo che il virus si sarà attenuato. Non torneremo semplicemente alla normalità, alcune cose saranno cambiate in meglio, altre in peggio o, magari, non ci saranno più. Quando, tra qualche anno, verrà fatto un consuntivo più sereno della crisi, tutti dovrebbero poter riconoscere che c’è stato un cambiamento radicale nella finanza europea, e cioè la creazione (finalmente) di meccanismi di finanziamento dell’UE e l’emergere di un nuovo mercato di strumenti a reddito fisso sostenuto non dall’Italia o dalla Germania, ma da tutta l’Unione europea.

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Perché essere ottimisti, visto l’attuale clima di opposizione al nuovo strumento? Innanzitutto, la cosa ha senso e tutti lo sanno (anche gli stati che si oppongono). L’UE deve avere un modo per finanziare programmi più ampi, e in particolare per incanalare le risorse in modo più efficiente dalle “California” dell’Europa ai suoi “Mississippi”. Tranne i tedeschi e gli olandesi, tutti sono praticamente d’accordo con questo. Inoltre, nei Paesi Bassi il contraccolpo politico a seguito del veto della proposta di coronabond del mese scorso è stato sorprendente. In Germania, la cosiddetta politica “Black Zero” – la Siegfried Line del governo per anni contro i deficit di bilancio – è svanita durante una notte.

Tutto ciò sarebbe stato inconcepibile anche soltanto due mesi fa. La BCE, dopo la prima uscita infelice, ha cambiato linea, e la sig.ra Lagarde ha ritrattato, con un linguaggio quasi verbale (“qualunque cosa serva”) che il suo predecessore Mario Draghi ha usato per bloccare l’ultima crisi nel 2012. Pochi giorni dopo, la BCE ha consegnato un programma di acquisto di obbligazioni da 750 miliardi di euro, incluso il debito del Sud dell’Europa. Non è ancora una federalizzazione, ma ne indica la strada; del resto, i mercati hanno risposto e gli spread sono tornati quasi normali.

La crisi del COVID-19 porterà molti cambiamenti al sistema finanziario. La creazione di un meccanismo di finanziamento europeo simile a quello dei titoli del tesoro potrebbe essere una delle più significative. Si può immaginare, infatti, lo sviluppo di un mercato europeo del reddito fisso in grado di competere con il mercato del Tesoro degli Stati Uniti, che cambierebbe le strategie di investimento per i gestori patrimoniali di tutto il mondo, aggiungendo una nuova risorsa “rifugio” per ancorare i portafogli di investimento e stabilizzare ulteriormente il sistema finanziario globale. Rafforzerebbe l’euro, e aiuterebbe a consolidare l’UE, iniziando ad alleviare le disuguaglianze regionali che stanno guidando così tanto l’angoscia politica in Europa oggi.

Pertanto, una crisi alla volta l’Europa potrebbe dirigersi verso una costituzione migliore, e verso un “federalismo funzionale” che richiede almeno tre parti di una stessa infrastruttura finanziaria: una moneta comune, (un bilancio condiviso per affrontare le questioni politiche comuni – in particolare quelle che colpiscono alcuni membri più di altri e richiedono trasferimenti da regioni più ricche a regioni più povere – ed uno strumento comune per pagare tutto, per esempio emettendo debiti garantiti da tutti.

Nel 2012 Draghi ha affrontato la questione della valuta. Nel 2020, la proposta di coronabond, in qualche modo, potrebbe finalmente stimolare lo sviluppo di una fondazione “federalista” e di una politica economica comune. Ciò potrebbe contribuire a facilitare l’emergere di un’autorità fiscale con poteri centrali e, con ciò, un’Unione Europea più perfetta.

George Calhoun

*George Calhoun, Stevens Institute of Technology (New Jersey)

No Eurobond, vincono i paesi dei criminali negati alla giustizia, dei free joint e delle signorine in vetrina

“…Nessuno di questi paesi vuole avere qualcosa in comune con l’Italia, che rimane per loro un semplice mercato di sbocco, possibilmente da depredare come già hanno fatto, nella Storia Moderna, Napoleone ed Hitler…”

Editoriale di Alessio Cardinale*

Nel negoziato sugli eurobond, anche questa volta ha prevalso la linea di quei paesi ostinatamente contrari all’adozione di uno strumento di vera solidarietà europea. Neanche le migliaia di morti di una pandemia globale hanno convinto la Merkel – con i conservatori tedeschi che la tengono nella sua poltrona – e la sua ancella Christine Lagarde a fare l’unica cosa che andava fatta: prendere per mano gli olandesi di Mark Rutte (quante metafore in un solo cognome…) e convincerli a non fare il bastian contrario.

Invece, il Cancelliere tedesco ha preferito seguire le indicazioni politiche di chi la tiene in sella da tre mandati, senza irritare gli amici olandesi che trova sempre alleati quando c’è da salvare le proprie banche in rovina.

Pertanto, le trattative sui c.d. Coronabond sono finite come la Merkel aveva già annunciato ieri sera, mettendo una pietra tombale sulla possibilità che potesse essere messo in campo qualcosa – sia anche un normalissimo titolo obbligazionario “europeo” – che ci accomunasse tutti in uno stesso popolo. Invece, il messaggio è chiaro: nessuno di questi paesi vuole avere qualcosa in comune con l’Italia, che è un semplice mercato di sbocco, possibilmente da depredare come già hanno fatto, nella Storia Moderna, Napoleone ed Hitler.

Ricapitolando, la questione si può sintetizzare in questi termini:

— Italia, Francia, Spagna, Portogallo e altri 5 paesi “pigs” d’Europa si oppongono al MES per via delle condizioni di austerity che esso impone e che già il popolo greco ha subito;

— Tedeschi, olandesi, austriaci e finlandesi, pur di non confondere il loro popolo con quello dei “pigs”, sono disponibili a consentire l’accesso ai fondi del MES senza imporre riforme inaccettabili ADESSO, rinviando quel momento a quando la pandemia sarà passata, e condizionando le somme al solo comparto sanitario, escludendo qualunque intervento sulle imprese del nostro Paese e condannando così l’Italia ad una “recessione durevole”;

– i “pigs” vogliono condizioni agevolate nella restituzione delle somme (tra 30 e 50 anni), mentre i paesi del Nord Europa vorrebbero scadenza-capestro a massimo 10 anni.

Del resto, Angela Merkel era stata chiara nel chiudere definitivamente il negoziato sugli eurobond: «Voi sapete che io non credo che si dovrebbe avere una garanzia comune dei debiti e perciò respingiamo gli eurobond», ha detto in conferenza stampa a Berlino, nonostante sia stata attaccata duramente – come mai era successo prima – da una parte della stampa tedesca che la sollecitava a restituire il favore ricevuto dalla Germania nel secondo Dopoguerra dagli altri stati.

La Merkel, peraltro, ha tentato di “mettere in mezzo” anche il Premier Giuseppe Conte, affibbiandogli pubblicamente il ruolo di “quasi-complice benevolo” della linea tedesca: «….Ho parlato a lungo con il premier italiano Giuseppe Conte anche pochi giorni fa. Siamo d’accordo che vi sia una urgente necessità di solidarietà ora che l’Europa vive le sue ore forse più difficili. La Germania è pronta a dare a dare solidarietà e si sente in dovere di dare solidarietà…».

Non sappiamo cosa ha pensato Conte, ma chiunque, al posto suo, si sarebbe infuriato per questa uscita “a gamba tesa”.

E mentre si cerca di capire che ruolo abbia avuto la Francia in questo episodio, l’Europa vagheggiata da Prodi (a proposito, dov’è finito…?) si è ridotta ad essere dominata da una nazione che protegge ancora oggi, insieme al suo surplus commerciale, anche gli assassini nazisti condannati in Italia, negandone ostinatamente l’estradizione, e da un’altra che ha fatto delle prostitute in vetrina e della libertà di drogarsi un vanto di libertà nazionale.

Siamo sotto ricatto – è vero – ed è difficile manovrare in queste condizioni. Ma deve esserci un modo per uscirne.

*Editore e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

Unione Europea, il conto alla rovescia per la sua eutanasia è appena cominciato

Il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti: chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES. La battaglia in corso, senza sorrisi e strette di mano, ha determinato una situazione di stallo da cui Ursula von der Leyen sta cercando di uscire con una offerta “fumosa” e complicatissima da 100 miliardi.

Articolo di Matteo Bernardi

Lo scoppio della pandemia, nella sua tragicità, poteva costituire l’occasione per dimostrare che l’Europa, oltre ad essere una unione monetaria, era capace di dare anche un segnale di solidarietà, tipica di una unione dei popoli, quale unica evoluzione possibile di questa fallimentare (almeno per l’Italia) esperienza comunitaria. Invece, di fronte ad una emergenza mai conosciuta prima di oggi, che ha catapultato tutti gli stati dell’Unione in uno scenario di vera e propria “guerra batteriologica”, quei governi europei (Germania, Olanda, Danimarca) a cui la Storia ha regalato nel secondo Dopoguerra sconti e benefici nel nome della Democrazia continuano ostinatamente ad essere ostili alla condivisione di vantaggi individuali acquisiti grazie all’Euro, e costringono il Consiglio Europeo – e tutti noi – ad attendere due lunghissime settimane di rinvio alla ricerca di una soluzione all’emergenza economica che, invece, presenta un conto salatissimo giorno dopo giorno.

Questa crisi, che secondo Mario Draghi potrebbe avere proporzioni “bibliche”, ha dimostrato che nemmeno in una situazione così difficile, sia dal punto di vista economico che sanitario, l’Europa riesce ad essere unita.

E così, l’austerità imposta da Germania e Francia ha generato rancori che adesso si mischiano ad un forte spirito nazionalista ed acquistano forza sempre maggiore, ma questa volta le conseguenze potrebbero patirle tutti, e non solo i paesi più indebitati. Con l’arrivo del Coronavirus, infatti, tutti gli stati si trovano a fronteggiare un fenomeno dagli effetti potenzialmente catastrofici, di cui certamente non si vedrà la fine neanche il giorno fissato per la prossima riunione del Consiglio Europeo.

Adesso l’ultima proposta veramente “unitaria” che rimane sul piatto è quella di reperire liquidità tramite i c.d. coronabond, da preferire nettamente al MES che, naturalmente, è ben visto da Christine Lagarde (la Grecia ricorda ancora) e dagli stati europei del nord per via delle forti restrizioni che da esso derivano per i paesi più poveri. I coronabond, invece, non sono nient’altro che titoli di debito emessi da un’istituzione europea con l’obiettivo di condividere il debito futuro legato al Coronavirus in maniera più equa, nulla rilevando l’indebitamento “vecchio” che rimarrebbe in capo ai singoli paesi. Eppure, Germania, Olanda e Danimarca (c’è sempre del marcio, lì), in virtù dei loro conti pubblici in ordine e del basso livello di indebitamento, non hanno intenzione di “mischiare” neanche il nuovo debito con i paesi del Sud Europa, e preferiscono costringerli ad accettare il ricatto del MES per ottenere liquidità immediata, anche se a carissimo prezzo da pagare nell’immediato futuro.

In sintesi, propongono cocciutamente un ulteriore indebitamento individuale, nonostante i coronabond andrebbero a creare un debito comune separato da quello pregresso di ogni nazione, evitando così una possibile confusione del debito. Pertanto, il Coronavirus ha portato alla luce due opposti schieramenti, ossia chi vuole ottenere liquidità tramite i coronabond, e chi la vuole concedere tramite il MES; entrambe le truppe in campo si stanno dando battaglia – questa volta senza sorrisi e strette di mano – e, non potendo dirsi addio consensualmente in tempi rapidi, si trovano adesso in una situazione di stallo, dalla quale Ursula von der Leyen tenta di uscire con un fumoso piano (pieno di incertezze e passaggi burocratici non idonei al momento) per sostenere la ripresa attraverso crediti per 100 miliardi di euro e la proposta di un fondo antidisoccupazione, denominato SURE, pari a 25 miliardi. Tutto questo per convincere l’Italia ad adottare il MES, che stritolerebbe il nostro Paese nella stessa morsa già usata per la Grecia.

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Da qui il rinvio, inspiegabile se non con l’esigenza di prendere tempo per un negoziato che ha come posta in campo la sopravvivenza dell’Unione Europea o, al più, di “questa” UE.

Ha sorpreso un po’ l’uscita di Mario Draghi, da molti indicato come presidente del consiglio del dopo-Conte. Tramite un’intervista sul Financial Times, l’ex presidente della BCE ha evidenziato che la criticità della situazione richiede velocità di decisione e d’intervento, cioè proprio quello che Germania & co. stanno cercando di osteggiare in tutti i modi. “Di fronte a circostanze impreviste”, ha dichiarato Draghi, “un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi, come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile”.

Il messaggio di Draghi ai leader europei è stato chiaro: salvare le aziende fornendole la liquidità necessaria senza preoccuparsi di creare debito. Una velocità d’esecuzione di cui i governi europei del Nord non sembrano ancora sentire la necessità, e probabilmente non la sentiranno mai.

Inutile riflettere sulla cultura e sul senso civico di questi popoli; hanno la loro impostazione di governo, e la perseguono a qualunque costo, soprattutto se il costo è sostenuto da altri. Pertanto, sembra che il conto alla rovescia sulla eutanasia dell’Unione Europea sia appena cominciato e, salvo improbabili cambi di rotta della Merkel (dominata politicamente dai conservatori tedeschi, i veri artefici del “prima la Germania”), continuerà nel dopo-pandemia e porterà ad una totale “disgregazione dei popoli”, e cioè all’esatto contrario di ciò che tutti avevano ingenuamente sperato, venti anni fa, con l’introduzione della moneta unica.

Il già diffuso sentimento anti-europeista, però, questa volta non sarà frutto della propaganda di qualche politico senza scrupoli, ma il naturale prodotto di chi, con l’Italia e con gli italiani, non vuole spartire niente.

Neanche le mascherine.

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L’Illusione Monetaria in Italia. Dagli inganni dell’Euro alle manipolazioni della moneta elettronica

La “trappola” monetaria dell’Euro non è frutto del caso. Dalla moneta unica alla diffusione del denaro virtuale, gli italiani sono stati manipolati da un processo di illusione percettiva.

Articolo di Alessio Cardinale*

Vi siete mai chiesti perché l’Unione Europea non ha mai fabbricato le banconote di 1 e 2 euro, e perché quelle da 5 euro sono di taglio così piccolo?
Questa domanda, che in tanti si sono posti all’indomani dell’entrata in vigore della moneta unica, è ormai andata in disuso. Del resto, siamo talmente assuefatti all’euro che la questione ha perso ogni interesse.
Però, se vi dicessero che la decisione dell’U.E. di non stampare le banconote di uno e due euro, e di produrre quella da 5 euro in piccole dimensioni, ha avuto un ruolo fondamentale nel generare l’inflazione annuale a due cifre nel decennio 2002-2011, ci credereste?
Per rispondere, è meglio tornare un pò indietro nel tempo, ed immaginare di rivivere il fatidico 1 gennaio 2002, giorno di entrata in circolazione della nuova moneta. Anzi, andiamo ancora a ritroso di 48 ore, e cerchiamo di ricordare la nostra giornata-tipo di quel tempo.
Ci si preparava al Capodanno, e si andava in centro a fare acquisti con i primi saldi. Il “facilitatore di parcheggio” (posteggiatore abusivo) ci chiedeva la solita “millelire per il caffè”, mentre l’addetto all’ istant car glass washing (lava-vetri), di nazionalità albanese (oggi tornato a Tirana, grazie allo straordinario sviluppo economico di quel paese ed al nostro tracollo nella hit parade dei paesi più sviluppati), stava in agguato al semaforo e si accontentava anche della moneta da 500 lire, da afferrare al volo dopo i 15 secondi netti del lavaggio lunotto anteriore.
Dopo un bel giro di vetrine, ci guadagnavamo una sosta-caffè con 900 lire alla cassa del bar; poi via a scegliere una buona pizzeria per passare la serata. Io prendevo, come sempre, la mia margherita, e la pagavo 6.000 lire. Ovunque, per le strade, atmosfera tardo-natalizia, e l’augurio di buona fine d’anno pronto ad ogni incontro (con annesso sorriso d’occasione).
Dopo appena 48 ore, in uno scenario di città deserte che stanno ancora smaltendo la sbornia di San Silvestro, ha inizio la più grande truffa finanziaria della storia dell’umanità. All’improvviso, ci ritroviamo ad avere in mano carta moneta solo a partire da 5 euro (cioè circa 10.000 lire) e di piccole dimensioni. Anche la banconota da 10 euro è piccolina, ma ciò che colpisce è la cascata di monete: quella da 2 euro addirittura uguale a quella da 500 lire (ma dal valore di circa 4000, cioè otto volte superiore), e quella da 1 euro, ossia circa 2.000 lire, diventata immediatamente l’unità di misura nazionale della mancia a posteggiatori e lavavetri.
In verità, il nuovo conio circolava già da un po’, ma finchè si poteva usare anche quello vecchio il trucco dell’euro non poteva funzionare. Affinchè il “delitto” fosse perfetto, serviva far sparire definitivamente le vecchie banconote, e così accadde in breve tempo a partire da quel ventoso primo dell’anno del 2002.
Questa raffinata (e dolosa) manovra di scambio banconote-monete metalliche ha avuto un effetto immediato a livello percettivo perchè, cambiando il tipo di materia di cui sono fatti i mezzi di pagamento, si è attribuito a quel taglio di denaro (ed al valore che esso rappresenta) un valore intrinseco inferiore a quello che, soltanto due giorni prima, avevano le banconote in lire. Questo lo hanno capito anche gli strateghi di tante aziende senza scrupoli, quelle che stanno in cima alla catena di distribuzione, le quali hanno immediatamente cominciato ad imporre prezzi alla fonte più alti. Gli aumenti avvenivano con cadenza bimestrale, e si scaricavano ad ogni passaggio su tutti gli anelli della catena, come l’IVA, fino a colpire i consumatori finali (cioè noi). Il tutto avveniva senza controlli, e l’ISTAT taroccava allegramente i dati dell’inflazione modificando il paniere dei beni con prodotti che non avevano nulla in comune con quelli che compongono l’indice della c.d. Inflazione Percepita (ossia di quella che riguarda i beni di maggior consumo, dal pane alla frutta alla RC auto).
Al di là del semplice racconto dei fatti, e del giudizio storico che verrà dato su chi ha permesso un tale inganno collettivo (sono ancora tutti a piede libero, ed alcuni di loro vengono anche intervistati sul futuro dell’Unione….), ciò che abbiamo appena descritto serve a comprendere come la mente umana, all’interno di un contesto sociale allargato, possa subire un processo di illusione percettiva che, come vedremo, può avere diverse sfumature. Nel caso dell’euro, poi, l’illusione è stata indotta dalle stesse autorità centrali, e cioè da chi in realtà avrebbe dovuto proteggerci con estrema attenzione dagli effetti collaterali causati dall’introduzione della nuova moneta e dai suoi nuovi formati. Il risultato è che oggi un caffè al banco del bar costa 90 centesimi (1.750 lire, + 95.0%), e la mia adorata pizza margherita 6,5 euro (circa 13.000 lire, + 120.0%).
Non è teoria del complotto, ma storia; e tutti noi l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle. Ma com’è potuto accadere tutto questo?
Semplice, siamo stati vittime inconsapevoli di una illusione monetaria indotta: la percezione visiva di un “impoverimento” della moneta di taglio più basso (1, 2 e 5 euro, ma anche 10), e cioè di quella a maggior frequenza di utilizzo per la spesa quotidiana, ha giustificato la rapida corsa al raddoppio dei prezzi guidata dalle grandi compagnie (e dalla criminalità organizzata, che impone ancora oggi il prezzo di molti prodotti freschi), anche per via dello scandaloso rapporto di cambio (1 euro = 1.936,27 lire) che di fatto moltiplicava per due la “base social-monetaria” italiana delle vecchie mille lire, e spingeva gli italiani ad accettare il raddoppio della spesa per quei piccoli servizi che fino a qualche settimana prima costavano esattamente la metà.
Prima dell’1 Gennaio 2002, in Italia, il denaro di modico valore era quello di metallo, mentre alle banconote fruscianti veniva attribuito un valore intrinseco e sociale più elevato. Sostituire le seconde con le prime (nei tagli più usati) ha dato a tutti la sensazione di avere denaro da dar via con più facilità, perché, appunto, “erano soltanto monetine”. La banconota da 5 euro, poi, ha le stesse dimensioni delle banconote da 500 lire diffuse fino a qualche anno prima del 2002, quasi a volerci suggerire l’ineluttabilità del futuro aumento dei prezzi connesso al diventare cittadini d’Europa.
Ecco servita, quindi, l’illusione monetaria del secolo (altro che Houdini): hai tante monete in tasca, molte di più di quante non ne avevi prima, per cui le spendi. La BCE, infatti, nel 2002 ha messo in circolo una quantità impressionante di monete da 1 e 2 euro, allo scopo di sollecitarne maggiormente l’utilizzo. Addirittura – se ricordate bene – trattandosi di una novità assoluta per gli italiani, all’inizio ne hanno messe in circolo poche, creando artificiosamente il “bisogno” di monete da 1 e 2 euro nuove di zecca (è marketing anche questo). Poi la vera inondazione, ma così facendo la banca Centrale ha stimolato a dismisura i consumi di beni e servizi (caffè, cappuccino e cornetto, colazioni e merende etc) che potevano essere comprati con le monete di quel taglio e che hanno una cospicua presenza all’interno di un ipotetico paniere dell’inflazione percepita.
Il nuovo euro (valore quasi 2.000 lire), quindi, è stato immediatamente assimilato, in quanto a funzione sociale, alle vecchie mille lire, e sappiamo bene che se la base monetaria socialmente riconosciuta raddoppia, prima o poi raddoppia tutto il resto.
Gli americani, che di queste cose sono i massimi esperti, sono stati più intelligenti: la banconota da 1 dollaro non la tocca nessuno fin dalla guerra d’Indipendenza. C’è anche la moneta dello stesso taglio, ma viene messa in circolazione in quantità di gran lunga inferiore alla prima (rapporto 1/10).
I processi di illusione percettiva di cui parliamo avvengono in milionesimi di secondo all’interno delle nostre sinapsi, non sono affatto un processo razionale. Razionale, però, è stato chi ha concepito un simile disegno. Con la medesima razionalità, negli ultimi venti anni i maghi del marketing bancario hanno cominciato a spingere l’uso della moneta virtuale. E qui la cosa si fa ancora più seria.
L’uso del bancomat, delle carte di credito, dei bonifici bancari (soprattutto online) dà a chi li utilizza la sensazione che il pagamento sia, in qualche modo, facilitato. Non abbiamo, cioè, una percezione visiva della moneta che, nei pagamenti in denaro vero, riceviamo dai nostri sensi (vista, tatto, udito). Nei pagamenti virtuali il denaro è semplicemente invisibile, e noi perdiamo quasi del tutto il rapporto con la materia che lo compone; pertanto, siamo spinti a spenderne di più, pur sapendo che non ne abbiamo di più.
La carta di credito, per esempio, per alcuni anni si è retta sulla più grande delle illusioni monetarie. Agli inizi, infatti, essa veniva venduta come uno strumento che consentiva il pagamento dei prodotti acquistati con un differimento di almeno un mese (fino a 45 giorni, se la spesa veniva effettuata dopo il 15 del mese). Il risultato, per molti utilizzatori, era quello di vedersi addebitare somme enormi, spesso superiori al proprio stipendio, a causa dell’illusione di non pagare ciò che si acquistava. Il cervello, infatti, non registra il movimento in uscita come nei pagamenti in denaro, per cui ci si comprava di tutto senza avere la sensazione di aver pagato.
Dal punto di vista sociale, la diffusione della moneta astratta/virtuale ha determinato effetti gravissimi sulle persone, molte delle quali hanno assunto comportamenti finanziariamente illusori e pericolosi (conti costantemente in scoperto, necessità di chiedere fidi, eccesso di indebitamento).
A ben vedere, il denaro vero rende più liberi: se ce l’abbiamo, lo spendiamo; se non ne abbiamo, rinviamo l’acquisto, senza subire le compulsioni indotte dal marketing. Il denaro virtuale, al contrario, ci rende facilmente manipolabili: se non ne abbiamo, una carta di credito ci permette comunque l’acquisto di un bene di cui, nella quasi totalità dei casi, potremmo fare benissimo a meno perché: a) non è urgente, b) è rinviabile e c) è del tutto voluttuario. Pertanto, in relazione alla moneta elettronica, l’inganno consiste nell’illusione indotta di avere una maggiore disponibilità di denaro, e di poter acquistare prodotti oltre i consueti limiti, e che ciò rappresenti una conquista sociale. Invece, è una sconfitta dell’individuo. Come in occasione dell’introduzione della moneta unica, anche l’avvento della moneta elettronica fu preceduto dallo stesso atteggiamento passivo delle Istituzioni: nessuna vigilanza da parte dei controllori, nè “educazione all’uso” in favore degli utenti.
Esiste in Italia una piccola comunità di persone (tutt’altro che povere) che ha smesso di essere dipendente dall’utilizzo della moneta virtuale. Ognuno di loro, ogni mese, ha sempre più soldi nel conto corrente, e nessuno va dallo psicologo.

* Consulente patrimoniale, editore di PATRIMONI&FINANZA

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