Giugno 6, 2026
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Prospettive di mercato per l’anno in corso: definitivamente forse

Nel complesso il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. La previsione di eventi futuri in questo periodo dell’anno si rivela quasi sempre di scarsa utilità.

Di Hans F. Olsen

La contrapposizione tra l’inizio del 2021 e la sua fine ispira grande meraviglia. Lo spettro della pandemia, con il suo carico di minacce poste da varianti virali, di regimi fiscali potenzialmente punitivi, di rudimenti geopolitici che potrebbero cambiare l’ordine mondiale, di un impressionante e inquietante aumento dei prezzi e di banche centrali sconvolte, ha creato il set per un annus horribilis. Nonostante ciò, gli investitori hanno concluso l’anno 2021 molto meglio di quanto non fosse iniziato, e la maggior parte dei mercati azionari di tutto il mondo ha registrato rendimenti notevoli.

Gli Stati Uniti e l’Europa si sono distinti producendo solidi rendimenti a due cifre, mentre i mercati giapponese e cinese hanno lottato nel reggere il confronto. Per gli investitori dei mercati sviluppati, il 2021 è stata una vittoria, mentre per gli investitori dei mercati emergenti l’anno è stato un misto di alti e bassi. I mercati brasiliano, cileno, peruviano e di Hong Kong hanno registrato notevoli , mentre negli Stati Uniti le azioni di qualunque tipo hanno ottenuto buoni risultati, grazie ai quali i titoli a grande, media e piccola capitalizzazione hanno tutti premiato gli investitori con rendimenti a due cifre. In particolare, tra le aziende più grandi il settore energetico ha prodotto rendimenti eccezionali, battendo di 8,3 punti percentuali il secondo miglior settore. Il settore peggiore, quello dei servizi pubblici, è aumentato “soltanto” del 17,7%. I mercati obbligazionari, invece, sono ampiamente diminuiti lo scorso anno. L’aumento dei tassi di interesse ha prodotto un mare di perdite nel panorama dell’investment grade, mentre le obbligazioni ad alto rendimento, che hanno guadagnato il 5,3%, sono state l’unico rifugio per gli investitori. All’interno del settore high yield, i rendimenti del debito con rating più basso hanno superato di oltre due volte il debito con rating più elevato.

Nel complesso, pertanto, il 2021 è stato un anno positivo per gli investitori, ma scrutare il 2022 in profondità è un altro paio di maniche. Infatti, nel settore degli investimenti, la previsione di eventi futuri è una caratteristica di questo periodo dell’anno, ma la maggior parte di queste previsioni si rivela di scarsa utilità o addirittura straordinariamente fuori luogo. Molti tentano di indovinare il futuro estrapolando il passato recente e la storia. E così, ci si affida a quel 76% di volte in cui l’indice S&P 500, dal 1926, ha registrato rendimenti positivi nell’anno solare, senza riflettere sul rimanente 24% delle volte in cui il risultato è stato negativo o prossimo allo zero.

Rimangono le domande sulla coesistenza con il Covid-19, e ci si chiede se il virus farà parte della vita futura oppure cesserà di dettare l’emergenza. Del resto, con oltre 270 milioni di casi in tutto il mondo e più di 5 milioni di decessi segnalati e altri in arrivo, è una domanda ovvia, e il modo in cui la società calibrerà le sue interazioni in base alla presenza del virus avrà un impatto sul modo in cui conduciamo la nostra vita anche nei settori commerciali. Infatti, si potrebbe ottenere l’immunità di gregge attraverso la vaccinazione, l’infezione, la competizione virale o una combinazione di questi fattori. Forse il virus diventerà endemico, essenzialmente una versione aggressiva dell’influenza o del comune raffreddore, e dopo la grande stagione dei vaccini (e degli utili conseguenti) la ricerca scoprirà quella delle terapie. In ogni caso, è altamente probabile che affrontare il Covid-19 sarà una caratteristica del nostro futuro, con le interruzioni episodiche che ne conseguiranno mentre la società lotta per affrontare i rischi sia reali che percepiti. Per ora, e nel prossimo futuro, il Covid è un dato di fatto.

Altro quesito di grande portata riguarda l’inflazione, per la quale ci si chiede se sarà transitoria o duratura. Al momento, alcuni indicatori sembrano convergere sull’inflazione durevole. L’aumento del 6,8% dei prezzi al consumo di novembre, il più alto in 39 anni, ha messo i denti saldamente in tensione. Inoltre, le medie mobili a tre, sei e dodici mesi sono tutte nettamente superiori a 6,1%, 5,7% e 4,2%, rispettivamente. Transitoria o meno, l’inflazione sarà presente, e i dati dipingono un quadro secondo cui l’inflazione è diffusa e in peggioramento. Del resto, è risaputo che i banchieri centrali temono l’inflazione, la deflazione e i mercati caotici, mentre la piena occupazione, inflazione bassa e stabile e, naturalmente, mercati ordinati sono la loro ragion d’essere. Resta da vedere se la Federal Reserve, la Banca Centrale Europea, la Banca d’Inghilterra più Banca del Giappone e Banca Centrale Cinese saranno in grado di architettare una politica monetaria che non rafforzi le attuali tendenze inflazionistiche ma eviti abilmente di far cadere le loro economie in recessione.

L’occupazione – altro tema di grande interesse – continuerà a riprendersi? Negli Stati Uniti, nonostante gli americani abbiano continuato a trovare lavoro nel 2021, l’occupazione complessiva rimane di oltre tre milioni di lavoratori inferiore rispetto a prima della pandemia. Visto da una diversa angolazione, c’è una enorme carenza di manodopera: attualmente ci sono quasi 12 milioni di posti di lavoro in cerca di persone e solo 6,9 milioni di disoccupati. Le cause della carenza di lavoratori sono oggetto di molte speculazioni. L’aumento delle attività finanziarie ha creato un effetto ricchezza che ha consentito ai lavoratori più anziani con risparmi di dedicare più tempo alla loro vita lavorativa, mentre le preoccupazioni in corso sull’efficacia del vaccino e sulle varianti virali stanno facendo riflettere i lavoratori nel determinare se tornare in prima linea. Gli sforzi dei presidenti Trump e Biden per integrare i sussidi di disoccupazione hanno aumentato la soglia del reddito di emergenza per i senza lavoro, costringendo il settore privato ad aumentare la paga per attirare lavoratori già pagati sufficientemente bene dal governo anche se non lavorano.

Dal lato degli utili aziendali, ossia il maggior propellente di medio periodo del prezzo delle azioni, sembra che aumenteranno di poco meno del 10% nel 2022, dopo essere balzati di circa il 45% nel 2021. Questo calo della crescita degli utili è normale, poiché l’impatto recessivo della pandemia si attenua e la crescita degli utili tenta di normalizzarsi. Quanto la carenza di manodopera e materiali influirà sui margini di profitto, però, è una questione ancora aperta, poiché le aziende devono prendere la decisione di trasferire altrove i costi più elevati o di assorbirli attraverso margini di profitto inferiori.

I differenziali di tasso di interesse e di crescita tra i blocchi economici avranno un impatto importante sui mercati azionari internazionali. Le condizioni di liquidità e gli aggiustamenti valutari fungeranno da vento favorevole per le azioni statunitensi e da vento contrario per le azioni internazionali. I mercati emergenti tendono ad essere i più sensibili all’aumento dei tassi e alle oscillazioni valutarie, ed è probabile che le politiche per affrontare la crescita e l’inflazione avvantaggeranno le azioni statunitensi a scapito delle azioni europee e giapponesi. Implicita in questa affermazione è la probabilità che il dollaro salga nei confronti dell’euro e dello yen.

In conclusione, quest’anno gli investitori probabilmente vedranno frequenti attacchi di turbolenza del mercato. Potrebbe essere un altro anno di rendimenti deludenti per gli investitori nel reddito fisso, mentre gli investitori azionari troveranno opportunità di profitto ma a prezzo di una attenta selezione di titoli a larghissima capitalizzazione.

Quale futuro per il comparto Biotech? Cosa devono sapere consulenti e investitori prima di investire

Gli investitori dovrebbero prestare molta attenzione alle fasi in cui si trovano i candidati a farmaco di un’azienda biotech, dal momento che i loro titoli in borsa sono estremamente volatili. Infatti, una mancata approvazione dei test clinici in Fase 3 è capace di far scendere il valore dell’azione anche del 50%.

E’ notizia di qualche giorno fa quella del batterio sintetico “analfabeta”, ottenuto nei laboratori britannici del Medical Research Council (e pubblicato sulla rivista Science), inattaccabile dai virus perché non capisce il loro linguaggio e non può aiutarli a replicarsi, costringendoli a soccombere. Questo batterio sintetico apre la strada alla possibilità di ottenere microrganismi, dal patrimonio genetico modificato, da trasformare in fabbriche di farmaci come antivirali, antibiotici o antitumorali, poiché il batterio non sa leggere il codice genetico dei virus e impedisce la loro riproduzione basata sulla capacità delle cellule di leggere tutti i pacchetti di informazione del loro genoma. Di conseguenza, quando il virus entra nella cellula non trova nessun aiuto per replicarsi e l’infezione semplicemente non avviene.

Sulla scorta di tecniche di laboratorio come queste – inconcepibili persino qualche anno fa – alcuni scienziati ritengono che ci troviamo nell'”età dell’oro” della biotecnologia, grazie alla quale oggi è possibile curare e prevenire le malattie, ma anche sviluppare potenziali trattamenti e vaccini. Questo progresso costante, naturalmente, sta anche presentando enormi opportunità per gli investitori, poiché il potenziale di rendimento a lungo termine di molti titoli biotecnologici è molto interessante.

Che cos’è esattamente una azienda biotech? È un’azienda che utilizza organismi viventi (ad esempio batteri o enzimi) per produrre farmaci. Questo uso di organismi viventi differenzia le biotecnologie dalle aziende farmaceutiche, che utilizzano sostanze chimiche per sviluppare nuove molecole per il settore farmaceutico. Oggi è facile associare la biotecnologia all’assistenza sanitaria e alla ricerca di cure per malattie o virus. Tuttavia, il mercato e le sue innovazioni sono più vasti, comprendendo anche le innovazioni che potrebbero consentire alle società di ridurre le malattie, la fame e la dipendenza petrolchimica, trasformando anche il modo in cui la società interagisce con l’ambiente.

Nello sviluppo di nuovi farmaci, le aziende biotech devono osservare almeno quattro passaggi (identificazione della malattia, test preclinici in vitro o su cavie, test clinici e approvazione delle agenzie governativa) prima di arrivare a vendere un farmaco. I test clinici, in particolare, prevedono tre fasi:
– Fase 1: piccoli studi progettati per trovare una dose sicura per il “candidato a farmaco” e determinare come potrebbe colpire gli esseri umani.
– Fase 2: studi che possono includere circa 100 o più pazienti e concentrarsi sulla sicurezza, sugli effetti collaterali a breve termine e sulla determinazione della dose ottimale per il farmaco.
– Fase 3: studi più ampi che possono includere centinaia o addirittura migliaia di pazienti e che si concentrano sull’efficacia con cui un farmaco sperimentale tratta una malattia bersaglio e quanto sia sicuro.

Ebbene, un candidato a farmaco deve superare con successo ogni fase per passare alla successiva. Solo una volta che un farmaco ha completato con successo uno studio di Fase 3, dimostrando sicurezza ed efficacia nel trattamento della condizione target, l’azienda biotech potrà richiedere l’approvazione normativa utilizzando i dati clinici dello studio. Negli Stati Uniti, per esempio, la FDA sovrintende alle approvazioni per i nuovi farmaci. Gli investitori, pertanto, dovrebbero prestare molta attenzione alle fasi in cui si trovano i candidati a farmaco di un’azienda biotech, dal momento che i loro titoli in borsa sono estremamente volatili. Di solito, più avanzata è la fase, minore è il rischio, ma una mancata approvazione dei test clinici in Fase 3 (con rinvio, non si tratta di una bocciatura definitiva da parte delle agenzie) è capace di far scendere il valore dell’azione anche del 60-70% in un breve lasso di tempo. Inoltre, prima di investire è importante considerare il potenziale picco di vendite annuali di un candidato a farmaco, ossia il livello più alto di vendite all’anno previsto dagli analisti. Più alto è, maggiori saranno le opportunità di guadagno dall’investimento.

Naturalmente, qualunque valutazione deve partire sul c.d. portfolio: un’azienda biotech con più farmaci sperimentali nella sua pipeline (è il termine usato per riferirsi a tutti i farmaci di un’azienda che sono in fase di sviluppo) tenderà ad avere meno rischi di una biotech con solo uno o pochissimi farmaci candidati. Infatti, il portfolio incide molto sulla posizione finanziaria dell’azienda, dal momento che la maggior parte delle biotech non raggiunge la redditività finché non lancia con successo uno o più farmaci sul mercato, e ciò implica la valutazione di un investimento su un’azienda con fondamentali economici che, in altri settori, farebbero fuggire qualunque investitore. Sopperiranno, in questo caso, i dati sulla liquidità disponibile dei suoi maggiori azionisti, sebbene si tratti di un indicatore indiretto e molte biotech, nel corso della loro vita iniziale, emettono spesso nuove azioni per aumentare la liquidità necessaria, il che riduce il valore delle azioni esistenti.

Alcune biotech, però, ricevono denaro anche attraverso partnership con grandi case farmaceutiche, nonchè sovvenzioni da agenzie governative e organizzazioni senza scopo di lucro. Prima dell’esplosione della pandemia, aziende come Moderna (NASDAQ: MRNA) o BioNTech (NASDAQ: BNTX) erano probabilmente sconosciute a tutti, ed hanno raggiunto la notorietà grazie alle partnership sviluppate con aziende più note (come Pfizer) grazie alla necessità di sviluppare e produrre i vaccini che oggi usiamo per il COVID-19.

Secondo un recente rapporto di Acumen Research and Consulting, si prevede che il mercato globale delle biotecnologie crescerà di circa il 15,5% dal 2020 al 2027, e raggiungerà un valore di mercato di oltre 850,5 miliardi di USD entro il 2027. C’è poi un nuovo rapporto del National Intelligence Council (NIC) degli Stati Uniti che indica che la biotecnologia potrebbe potenzialmente rappresentare circa il 20% dell’economia globale entro il 2040, con l’agricoltura e la produzione come alcuni dei suoi principali motori e con l’espansione delle applicazioni sanitarie. Questa crescita porterà molte opportunità agli investitori che si informano bene su ciò su cui ciascuna biotech sta lavorando e, soprattutto, su come stanno procedendo la loro ricerca e sviluppo. Infatti, le previsioni sul dato globale al 2027 non specificano quali saranno le aziende che non riusciranno a superare i test clinici e, di conseguenza, determineranno il fallimento dell’investimento.

In definitiva, l’investimento in titoli azionari biotech richiede una buona dose di saggezza (diversificazione estrema) ma anche il dovere di aggiornare costantemente le proprie informazioni, poiché può passare molto tempo tra ricerca e sviluppo della pipeline di potenziali trattamenti. È un gioco di attesa, che potrebbe portare fortuna solo agli investitori che sanno cosa aspettarsi negli anni a venire.

2020, fuga da Londra. Restrizioni e PIL in discesa: è la fine del “sogno londinese”?

Le nuove restrizioni di blocco del Regno Unito potrebbero rimanere in vigore per diversi mesi, fino a quando i vaccini non saranno stati introdotti in tutto il paese, ha detto Matt Hancock. Ecco gli scenari di medio termine.

Nel Regno Unito, circa 16 milioni di persone stanno ora vivendo sotto misure più dure (livello 4) dopo che Boris Johnson ha abbandonato l’ipotesi di un allentamento delle restrizioni natalizie e ha imposto ciò che equivale a un nuovo lockdown generale su buona parte del paese, mentre il governo sta lottando per contenere un nuovo ceppo del coronavirus che mostra segnali di maggiore aggressività e rapidità di diffusione.

Domenica, il segretario alla sanità Matt Hancock ha detto che le ulteriori restrizioni per l’Inghilterra annunciate da Johnson sabato sera potrebbero dover rimanere per “i prossimi due mesi” mentre verrà lanciata la distribuzione su larga scala del vaccino. “Ciò che è veramente importante è che le persone non solo seguano le nuove regole, ma agiscano come se avessero il virus e si chiudessero presso la propria casa per non di diffonderlo ad altre persone”, ha aggiunto Hancock. “Sappiamo che con questa nuova variante si può essere contagiati più facilmente, anche da una piccola quantità di virus presente. Questo è il problema fondamentale”.

Le nuove restrizioni potrebbero rimanere in vigore nelle zone interessate per diversi mesi, fino a quando i vaccini non saranno stati introdotti in tutto il paese. Infatti, nelle zone dove è iniziata questa nuova variante del virus (nel Kent) i casi sono continuati a salire, mentre nel resto del Paese il blocco di Novembre ha funzionato in modo molto efficace.

Nel Regno Unito, nonostante le speranze iniziali che l’economia potesse realizzare una ripresa a “V”, alcuni analisti stimano che il PIL inglese e l’occupazione non torneranno ai valori precedenti alla crisi prima del 2024, e le previsioni sulla città di Londra non sembrano discostarsi molto da questi scenari nel medio termine. L’economia del Regno Unito, infatti, soffre il più grande calo annuale di tutte le nazioni del G20, nonostante la ripresa della crescita nel terzo trimestre. Il prodotto interno lordo britannico è aumentato del 15,5% nel terzo trimestre del 2020, trainato dalla riapertura di negozi e strutture ricettive dopo il primo blocco nazionale, che aveva causato un crollo del 19,8% nel secondo trimestre. Tuttavia, l’OCSE ha rilevato che l’economia del Regno Unito, nonostante il balzo di oltre 15 punti, era arretrata del 9,6% alla fine del terzo trimestre nel 2020 rispetto allo stesso punto dell’anno scorso.

A livello mondiale, il PIL dell’intera area del G20 è rimasto notevolmente al di sotto dei livelli dello stesso trimestre dell’anno precedente. Solo la Turchia e la Cina hanno registrato una crescita del PIL rispetto allo stesso periodo del 2019, nonostante l’impatto della pandemia, registrando rispettivamente una crescita del 5,4% e del 4,9%. Nel terzo trimestre, l’area del G20 ha registrato un rimbalzo totale dell’8,1 per cento; tra i 20 paesi, l’India ha registrato il rimbalzo trimestrale più corposo, poiché la sua economia è balzata del 21,9% dopo un calo del 25,2% nel trimestre precedente.

All’interno di questo quadro generale, l’OCSE ha previsto che la ripresa economica del Regno Unito sarà inferiore rispetto a ogni altra grande economia, e questo sembra incidere sensibilmente sulla percezione di quel “sogno londinese” che, sulla scia di una iper-occupazione, faceva di questa “città-stato” il mito dei flussi migratori giovanili in cerca di prima occupazione (soprattutto nel comparto alimentare e dell’intrattenimento, il cui livello di occupazione è sceso del 40% nel secondo trimestre) e dei millennials di ogni paese europeo in cerca di una maggiore valorizzazione delle proprie competenze professionali. Del resto, solo gli italiani residenti stabilmente a Londra, poco prima della Brexit, erano circa 400.000, e cioè il 5% della popolazione residente.

Con l’ipotesi di un lento recupero triennale, gli scenari di medio termine sono più foschi, ma non così duri da far prevedere il declino di una leadership economica tutto sommato recuperabile da qui a 3 o 4 anni.

In ogni caso, Londra dovrà ancora scontare gli effetti negativi della Brexit. Insieme a questi, però, anche quelli positivi, derivanti da una maggiore competitività che, una volta cessata l’emergenza sanitaria, tornerà a venir fuori grazie anche ad una probabile attrattività fiscale messa su per attirare capitali e aziende straniere in suolo britannico. Pardon, londinese.

Coronavirus, la scelta del vaccino vince su quella della terapia. Le teorie complottiste alla prova dei costi

Perché si è preferito concentrare gli sforzi sulla ricerca del vaccino, lasciando scoperta lo studio di un trattamento farmacologico specifico? E’ un quesito suggestivo, che merita una analisi puntuale e obiettiva dei costi e delle priorità. Con buona pace dei “teorici del complotto”.

I numerosi progetti di laboratorio per la preparazione di vaccini contro il virus SARS-CoV-2 vengono coordinati, a livello internazionale, dalla Coalition for Epidemic Preparedness and Innovations (CEPI), che ha lo scopo di promuovere lo sviluppo  di vaccini contro i microorganismi come il c.d. Covid-19, in grado di causare una pandemia o epidemie a carattere regionale e diffuso. I preparati di Pfizer, Moderna e Astrazeneca, pertanto, sono i primi – o i più celebri, da questa parte del mondo – ad aver tagliato il traguardo degli esperimenti sugli esseri umani e ad essere commercializzati e distribuiti. Ma altri seguiranno, spinti da un business prospettico di tutto rispetto e dall’esigenza di coprire i costi di ricerca sostenuti, soprattutto se la copertura dei vaccini sul corpo umano sarà limitata ad un periodo di protezione limitato nel tempo (generalmente compreso tra 4 e 8 mesi) e, quindi, se la vaccinazione dovrà essere ripetuta ogni anno.

Attualmente, i ricercatori stanno lavorando su tre tipologie di vaccini, quello a RNA, quello a DNA e quello Proteico. Il vaccino a RNA (da RiboNucleic Acid, Acido Ribonucleico) si basa su una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria, producendo così gli anticorpi attivi contro il virus. Il vaccino a DNA (da DeoxyriboNucleic Acid, Acido Desossiribonucleico) ha un meccanismo simile a quello con RNA, dal momento che viene introdotto un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado d’indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la  risposta immunitaria. Il vaccino proteico, infine, utilizza in laboratorio la sequenza RNA del virus per sintetizzare proteine o frammenti di proteine dal capside virale, iniettandole successivamente nell’organismo umano in combinazione con sostanze che esaltano la risposta immunitaria.

La comunicazione dei media mondiali, fino ad oggi, è stata concorde nell’imputare ai vaccini il ruolo di “salvatori del mondo”, generando in tutti i paesi della Terra la sensazione – e la convinzione – che, una volta trovato il vaccino, il Covid sparirà. Ma è proprio così?

Non esattamente. Innanzitutto, per far sì che il vaccino (o i vaccini) determinino la scomparsa del virus, sarà necessario raggiungere l’immunità di gregge, e per farlo serve una copertura compresa tra il 70% e l’85% dell’intera popolazione di un paese (bambini inclusi). Impresa quasi impossibile, soprattutto se consideriamo la naturale dispersione che deriva dal dover iniettare due dosi di vaccino a testa a distanza di qualche giorno. Solo in Italia, per fare un esempio, si tratterebbe di 45 milioni di persone, e prima di avere in stock 90 milioni di dosi (45 x 2 volte) ci vorranno molti mesi e, probabilmente, altri periodi di lockdown e colorature di cartina geografica.

Allo stato attuale, quindi, possiamo ipotizzare di arrivare all’immunità di gregge in Europa non prima del 2022, mentre in USA le previsioni di un maggiore sforzo distributivo indicano in Luglio-Agosto 2021 il raggiungimento di questo traguardo. Da qui alla fine del prossimo anno, pertanto, è ipotizzabile che la curva dei contagi verrà sottoposta ad altre “ondate”, ed il mondo – sia quello c.d. occidentale che tutto il resto – conterà altri morti, dal momento che un protocollo di cura unico ancora non esiste.

Già, la cura. E’ lecito chiedersi perché non siano stati fatti passi avanti verso la scoperta di una terapia risolutiva per tutti, e si sia preferito concentrare gli sforzi verso il vaccino il quale, normalmente, necessiterebbe di una attività di ricerca lunga da 4 a 5 anni.  Ci si chiede, senza scadere nello sterile complottismo cui certi ambienti sono piuttosto avvezzi, se sia stata effettivamente ponderata la scelta di concentrare gli sforzi sul vaccino e non sul farmaco.

Probabilmente, la strada del vaccino si è rivelata più efficace per via dell’abbattimento dei tempi di ricerca, sperimentazione e distribuzione (da 60 a 15-16 mesi), e per via di una migliore organizzazione scientifica grazie alla quale la Ricerca sui vaccini aveva maggiori chance di successo, a differenza di quella del farmaco (che partiva quasi da zero, come vedremo in seguito).

Infatti, le terapie farmacologiche usate oggi per combattere il Covid sono “non specifiche”, e vengono somministrate in una combinazione di specialità proprie di altre patologie prima di ottenere dei risultati che, purtroppo, non sono ancora pienamente risolutivi, soprattutto nei casi più gravi. La Ricerca, già da qualche mese, si sta concentrando su un’altra classe di farmaci, già esistenti ma finora poco noti, che agisce per placare le infiammazioni “fuori controllo” – come è quella scatenata dal Covid-19 – e che lavora direttamente sul c.d. “Sistema del Complemento”, e cioè su un elemento del sistema immunitario, costituito da circa 30 proteine che circolano nel sangue, che gioca un ruolo fondamentale nella protezione contro le infezioni, uccidendo i batteri e avvertendo le cellule del sistema immunitario di entrare in azione.

In parole semplici, il Sistema del Complemento entra in azione quando è necessario sconfiggere un’infiammazione, e “si spegne” una volta che l’infezione è stata affrontata. Esistono casi, però, in cui il Complemento “non si spegne”, e dà vita ad una reazione a catena che sfugge al controllo, come nella Sepsi (la più famigerata Setticemia), causata da un’eccessiva risposta infiammatoria del Sistema. Ed è esattamente ciò che sembra avvenire anche nei casi più gravi di Covid-19, dove i casi più severi sono, appunto, causati dall’azione anti-infiammatoria del Sistema del Complemento andato fuori controllo. Pertanto, trovare un farmaco in grado di bloccare a piacimento l’azione del Complemento potrebbe essere un trattamento efficace per guarire i pazienti gravi di Covid-19.

C’è da dire che il Sistema del Complemento è un elemento fondamentale della nostra difesa contro tutti i batteri, per cui bloccare la sua azione potrebbe provocare il rischio di contrarre altre infezioni. Ma anche questo rischio potrebbe essere agevolmente gestito, associando una terapia antibiotica alla somministrazione dei farmaci inibitori del Complemento.

I farmaci appartenenti a questa classe – come dicevamo – esistono già, ma hanno costi altissimi, in quanto destinati alla cura di malattie rarissime e, quindi, generalmente a carico dello Stato (c.d. cura compassionevole, molto utilizzata in Italia). Quello dei costi insostenibili per una famiglia è certamente un altro dei motivi che dovrebbe scoraggiare i professionisti del complotto sanitario dal continuare a sostenere che si sia preferito impegnarsi nel vaccino per motivi di cartello, “perché i farmaci costano di meno”. Infatti, una singola dose del farmaco inibitore Ravulizumab (distribuito sotto il nome di Ultomiris), ad esempio, costa circa 5.400 euro, e siccome la sua azione è pari ad un mese, potrebbero essere necessarie due dosi, con un costo a paziente pari a quasi 11.000 euro interamente a carico dello Stato. Il vaccino, invece, costerà intorno ai 20 euro, rappresenta un costo più che sostenibile e sarà a carico dei pazienti.

Peraltro, i farmaci inibitori del Complemento sarebbero efficaci solo contro i casi gravi di Covid, mentre per i casi lievi rischierebbero di causare una eccessiva risposta immunitaria e, quindi, una infezione settica anche letale.

Il risultato, in sintesi, è che per la maggioranza dei pazienti affetti da Coronavirus – quelli non gravi – il farmaco specifico è ancora allo stadio di pura ipotesi, ed anche le molecole attualmente allo studio richiedono comunque almeno due anni di analisi di laboratorio e sperimentazione. Pertanto, la scoperta di una terapia specifica per il Covid avrebbe richiesto complessivamente più tempo del vaccino, con buona pace dei teorici del complotto.

Il Coronavirus cambia i trend del mercato azionario USA. Dalla cannabis alla Health Defence

La combinazione tra effetti del Covid19 e invecchiamento della popolazione rischia di diventare una “tempesta perfetta” in tutti i paesi avanzati in cui si ritrovano queste caratteristiche demografiche. La pandemia ha reso familiari i nuovi sistemi di difesa della salute da poter utilizzare comodamente anche a casa propria.

Negli Stati Uniti, la pandemia di Covid19 ha finito con il creare un equilibrio surreale tra paura del contagio e paura di perdere il benessere economico, unico vero faro che guida la vita degli americani in moltissime dinamiche sociali. Infatti, mentre i nuovi casi di Coronavirus continuano a salire al ritmo anche di 50.000 al giorno, il business non si è mai fermato davvero nel mondo. In USA, in particolare, tutto ciò ha finito con il plasmare negativamente il comportamento dei cittadini anche per l’atteggiamento bonario delle istituzioni verso una “nuova normalità” fatta di continuità produttiva all’interno di un contesto in cui l’incolumità non è assicurata.

E così, dopo un record di numeri di infezione, ora gli Stati Uniti contano 2,9 milioni di casi confermati, ed i centri per il controllo e la prevenzione delle malattie stimano che in realtà potrebbero esserci quasi 30 milioni di casi. I funzionari statali stanno ora rispondendo all’aumento delle infezioni, arrestando o invertendo i piani di riapertura delle attività. Il governatore della Carolina del Nord, per esempio, ha reso obbligatoria la mascherina anche in pubblico, mentre la Florida sta nuovamente chiudendo i suoi bar per cercare di rallentare la diffusione del contagio.

Anche le aziende stanno rispondendo. Apple (NASDAQ: AAPL) continua a chiudere le sue sedi di vendita al dettaglio negli stati più colpiti; Disney (NYSE: DIS) ha sospeso i suoi piani per riaprire la Disneyland della California, e Delta Air Lines (NYSE: DAL) ha finalmente introdotto l’obbligo della mascherina a bordo, pena l’espulsione dal volo.

Steve Goldstein

Con un vaccino ancora molto lontano dall’essere commercializzato, chi desidera la continuazione del “toro” di borsa interrotto bruscamente a fine Febbraio dovrà affrontare molte sfide per riportare il calendario indietro di quattro mesi. Secondo Steve Goldstein (MarketWatch), tutti sono “diventati” epidemiologi grazie al “romanzo Coronavirus”. E così gli analisti di Wall Street stanno modellando a piacimento i numeri delle infezioni, spesso improvvisando previsioni sull’impatto che la pandemia avrà sull’economia e sulle famiglie, mentre gli americani stanno ancora lottando per bilanciare i protocolli di distanziamento sociale con una certa brama di vita “normale”.

Christopher Woods

In ogni caso, l’aumento dei contagiati ha riportato la paura sul mercato. Gli analisti sono tornati a lavorare da casa, mentre le teorie più differenti continuano a diffondersi da un giorno all’altro. Secondo Christopher Wood, responsabile delle strategie azionarie globali di Jefferies, il picco nei casi è forse un segno che il virus sta perdendo forza. Le sue prove? Il virus si sta diffondendo al di fuori delle città affollate, sta iniziando a colpire principalmente i giovani e il tasso di mortalità sembra diminuire, come è successo con il virus SARS. Wood sostiene che una seconda ondata d’urto sui contagi (e sul mercato azionario) non sia affatto probabile, perché i funzionari del governo USA lavoreranno insieme alle aziende per prevenire ulteriori blocchi a livello nazionale e mantenere così l’economia in funzione anche durante l’estate, e cioè nel periodo tradizionalmente più esposto a fasi di elevata volatilità dei mercati.

In frangenti come questo, il mercato azionario deve necessariamente individuare nuovi spunti. A parte il segmento tecnologico, trainato fortemente dalle fasi di lockdown, gli analisti sono adesso alla ricerca di soluzioni anche “esotiche” nel proprio genere, pur di assicurarsi un margine. I titoli azionari delle aziende che lavorano la Cannabis, per esempio, sono passati dal volare in alto a schiantarsi al suolo, anche perché gli investitori non erano più disposti a sostenere gli stock di marijuana quando l’economia ha iniziato a soffrire. Sfortunatamente, questo ha significato che anche alcuni dei nomi più forti nel mondo della cannabis sono stati decimati, anche perché il processo di legalizzazione degli Stati Uniti rimane ancora a metà del guado e i coltivatori legali lottano duramente con quelli del mercato illegale. In aiuto della produzione, alcuni scienziati hanno diffuso diversi studi secondo i quali la cannabis – o almeno alcune proteine ​​ricche di CBD – possano aiutare a curare il Covid-19, ma non esistono riscontri autorevoli in tal senso. In più, il calo della spesa dei consumatori e l’aumento della disoccupazione stanno danneggiando parecchio il settore, ma c’è ancora speranza, almeno per le aziende più forti, le quali hanno già iniziato a rimbalzare verso l’alto dopo che gli investitori avevano superato le loro reazioni eccessivamente emotive del mese di Marzo.

Sulla scorta di questa tendenza, diversi analisti (InvestorPlace, per esempio) stanno raccomandando l’investimento in alcune società attive nel comparto della Cannabis che si ritiene possano trarre maggiori benefici dal contesto attuale e futuro, nonostante il Covid.

Per tutto il resto, il Coronavirus sta causando il caos sull’intera economia, ma è sicuro che, nel comportamento dei consumatori, l’abitudine alla ricerca su Internet e ai social media sopravvivranno alla pandemia. Pertanto, questa realtà finirà con il creare un forte catalizzatore non solo per le Big Companies, ma anche per le aziende tecnologiche catalogabili oggi tra le “micro” e le “small cap”, ossia tra quelle a bassa capitalizzazione. Le Small cap, in particolare, sono attività più cicliche e meno diversificate, e quindi vanno bene quando il ciclo economico si riprende. Tra le più promettenti, i migliori analisti consigliano BWX Technologies (NYSE: BWXT), eHealth (NASDAQ: EHTH), TreeHouse Foods (NYSE: THS) e United Therapeutics (NASDAQ: UTHR).

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Per quanto riguarda il segmento dell’assistenza sanitaria, la sua “consumerizzazione” pare determinerà le migliori opportunità di investimento del settore. Ma cosa significa esattamente “consumerizzare” l’assistenza sanitaria? Secondo UBS, sulla scia del nuovo Coronavirus, le persone hanno iniziato a rivendicare un maggiore controllo sulla propria salute attraverso la ricerca e la difesa, anche presso la propria abitazione. La pandemia ha reso familiare a tutti la mascherina N95, i dispositivi di protezione individuale, i ventilatori e ogni sorta di nuovi sistemi di difesa della salute da poter utilizzare comodamente a casa propria.

La combinazione tra effetti del Covid19 e invecchiamento della popolazione – come è accaduto nel Nord Italia – rischia di diventare una “tempesta perfetta” in tutti i paesi “avanzati” in cui si ritrovano queste caratteristiche demografiche. La conseguenza è che le generazioni di consumatori più giovani vorranno possedere, ovunque si trovino, dei sistemi personali di difesa della salute (HHD, Home Health Defence), e questo profondo cambiamento nello stile di vita aprirà un mercato stimato in almeno 600 miliardi di USD nel solo continente americano.

Covid-19 infetta l’economia mondiale. Mercati nervosi e PIL in discesa, ma una nuova recessione è improbabile

The Economist: la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Per gran parte del mese di febbraio, era sembrato che i mercati finanziari scontassero uno scenario di base che ipotizzava un impatto relativamente temporaneo del COVID-19. La Cina ha adottato subito misure drastiche per contenere l’epidemia di Coronavirus e sostenere l’economia, creando le premesse per una ripresa potenzialmente rapida dell’attività. Le informazioni disponibili avallano questo scenario: il tasso di crescita dei nuovi casi in Cina ha cominciato a rallentare e l’attento monitoraggio dei dati sul consumo di energia elettrica, sul traffico passeggeri e sulle vendite immobiliari nel paese ha evidenziato dei segnali di miglioramento. Ipotizzando uno scenario di contenimento dell’epidemia con un impatto limitato del virus, però, gli investitori avevano cominciato a guardare con un certo favore all’effetto di stimolo delle misure intraprese, ma adesso i mercati sembrano scontare una maggiore probabilità che l’impatto del Coronavirus sia più grave e prolungato.

Peraltro, in ossequi al principio del liberismo economico, gli stessi mercati sono stati “lasciati soli” dalla politica proprio nel momento in cui, invece, serviva una certa concertazione; così, solo quando i mercati finanziari sono stati scossi dal panico da possibile pandemia la politica è entrata (tardivamente) in azione, nella consapevolezza che il PIL globale probabilmente si ridurrà per buona parte di quest’anno.

Di conseguenza, alcune banche centrali hanno tagliato i tassi di interesse a un ritmo visto l’ultima volta nella crisi finanziaria del 2007-09. Il 3 marzo la Federal Reserve ha abbassato il suo tasso ufficiale di 0,5 punti percentuali, due settimane prima della riunione programmata di politica monetaria. Anche le banche centrali in Australia, Canada e Indonesia hanno seguito l’esempio, e a breve vedremo medesima reazione da parte della Banca centrale europea e della Banca d’Inghilterra.

Se i mercati monetari hanno ragione, sono in serbo altri tagli alla Fed. Eppure, c’è la sensazione inquieta che una raffica di ulteriori tagli dei tassi potrebbe non essere la soluzione a questa crisi, anche perché sono già molto bassi. Una regola d’oro nella lotta alle crisi è quella secondo cui, per essere credibili, bisogna avere più munizioni disponibili. Nel 2008-10 il tasso medio globale è diminuito di tre punti percentuali; oggi, invece, al di fuori dell’America i tassi di interesse dei paesi occidentali sono vicini, pari o inferiori allo zero. Perfino la Fed ha un margine di manovra limitato per tagliare ancora di più: una ragione, forse, per cui i corsi azionari non sono riusciti a riprendersi nelle ore successive alla sua ultima mossa.

La tensione deriva anche dalla peculiarità dello shock che l’economia deve affrontare, che comporta effetti sulla domanda, l’offerta e la fiducia. La durata dell’interruzione dipende principalmente dalla gravità dell’epidemia e dalle misure di sanità pubblica adottate per contenerla. Alla luce di tali incertezze, i politici sanno che sebbene i tagli ai tassi di interesse siano un’opzione, hanno anche bisogno di misure fiscali e finanziarie per aiutare le imprese e gli individui a resistere a una stretta temporanea ma lancinante.

Un modo in cui il virus danneggia l’economia è interrompendo l’offerta di lavoro, beni e servizi.: le persone si ammalano, le scuole chiudono, costringendo i genitori a rimanere a casa. Le quarantene potrebbero forzare la chiusura completa dei luoghi di lavoro. Ciò è accompagnato da notevoli effetti della domanda. Alcuni sono inevitabili: i malati o i soggetti in quarantena escono di meno e acquistano meno beni. Anche le misure di sanità pubblica limitano l’attività economica. Mettere più soldi nelle mani dei consumatori farà poco per compensare questa resistenza. La piena attività, pertanto, riprenderà solo una volta che l’epidemia avrà finito la sua corsa.

Inoltre, sia le aziende che le famiglie dovranno affrontare una crisi di liquidità. Per le prime, in particolare, è fondamentale non depauperare eccessivamente la propria riserva di liquidità per rimanere in piedi. Prendendo in considerazione, ad esempio, un campione di 2.000 società americane quotate in borsa, e immaginando che i loro ricavi si riducano sensibilmente in tre mesi e non riescano più a coprire i costi fissi (che non si riducono), ci si potrebbe attendere che un quarto di esse non avrebbe abbastanza denaro di riserva per sostenerli e dovrebbe cercare di prenderlo in prestito, oppure di ridimensionare produzione e occupazione. Infatti, secondo i ricercatori della Bank for International Settlement (un specie di club di banche centrali), oltre il 12% delle imprese del mondo ricco genera entrate troppo ridotte per coprire il pagamento anche dei soli interessi sul debito.

Molti lavoratori, quindi, rischiano di perdere i loro redditi e il loro lavoro, mentre devono ancora rimborsare i mutui e acquistare beni essenziali. In Cina, che è un mese avanti rispetto al resto del mondo in termini di contagio, un sondaggio tra i responsabili degli acquisti ha rivelato che la produzione manifatturiera a febbraio è scesa ai livelli più bassi dal 2004, ed oggi sembra probabile che il PIL si contrarrà nel primo trimestre per la prima volta dalla morte di Mao Zedong nel 1976. Goldman Sachs ritiene che il PIL globale annuo si ridurrà del 2,5% nel primo trimestre, ma il crollo si interromperà una volta che il virus smetterà di diffondersi, e la velocità e le dimensioni del rimbalzo economico dipenderanno anche dalle condizioni in cui si troveranno i paesi a quella data.

Nel frattempo, i banchieri centrali e i ministeri finanziari si stanno rivolgendo a interventi più mirati, che rientrano in tre grandi categorie: politiche per garantire che il credito fluisca senza intoppi attraverso le banche e i mercati monetari; misure per aiutare le aziende a sostenere costi fissi, come l’affitto e le imposte; misure per proteggere i lavoratori sovvenzionando i costi salariali.

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Questa serie di misure ha lo scopo di proteggere i lavoratori, prevenendo i licenziamenti e mantenendo stabili i redditi. Il governo cinese, per esempio, ha messo in atto un taglio temporaneo ai contributi previdenziali. Il Giappone sosterrà i salari delle persone che sono costrette a prendersi del tempo libero per prendersi cura dei bambini o dei parenti malati. Singapore ha annunciato sovvenzioni in denaro per i datori di lavoro dei lavoratori interessati.

Quali sono gli scenari potenziali, alla luce dell’attuale situazione?

1) un aumento del flusso di notizie negative sull’epidemia, che probabilmente causerebbe un ulteriore aumento del rischio; 2) una stabilizzazione del tasso di crescita dei nuovi casi di COVID-19; in tale evenienza, i mercati potrebbero registrare una parziale inversione rispetto agli ultimi ribassi, e 3) un calo del tasso di crescita dei nuovi casi, che potrebbe indurre gli investitori a ritenere che le misure di contenimento stiano funzionando e a concentrarsi nuovamente su una potenziale ripresa dell’attività, alla luce dello stimolo derivante da un calo generalizzato dei tassi di interesse e dalle misure di sostegno dell’economia adottate un po’ da tutti i paesi.

Qual è la probabilità di una recessione? Le prospettive economiche sono incerte ma, in questa fase, continuiamo a ritenere improbabile una recessione economica negli Stati Uniti o a livello globale. A gennaio l’attività economica evidenziava una tendenza al miglioramento, e crediamo che, in uno scenario in cui l’impatto dell’epidemia di coronavirus si limiti sostanzialmente al primo semestre dell’anno, la crescita potrebbe continuare a mostrare una buona tenuta. Tuttavia, bisogna rivedere al ribasso le previsioni di crescita dell’economia cinese per il 2020 (dal 5,8% al 5,2%), ma la risposta sul piano politico e i segnali di stabilizzazione dell’attività dovrebbero limitare ulteriori rallentamenti. Per quanto riguarda i mercati, la strategia più adeguata sembra essere quella di mantenere le posizioni investite, rimanendo focalizzati sull’asset allocation strategica e prestando attenzione alla gestione del rischio, poiché gli episodi di volatilità potrebbero proseguire.

Se il Coronavirus non si ferma, PIL e mercati a picco. Ma anche il panico si supera con la quarantena

Articolo di Matteo Bernardi#

L’epidemia di Coronavirus ha tutte le carte in regola per gettare nel panico gli investitori del nostro Paese, provocando un rallentamento del PIL dei paesi maggiormente colpiti e forti perdite per chi è esposto sul mercato azionario e liquida frettolosamente i propri investimenti.

Negli ultimi giorni il Coronavirus è arrivato in Italia contagiando centinaia di persone, mettendo in allerta il sistema sanitario e politico italiano. Il governo ha varato un decreto legge per provare a contenere i contagi da coronavirus attraverso l’adozione di misure preventive per evitare una rapida diffusione del virus, il quale, nel caso di una forte diffusione, metterebbe in crisi l’intero Paese (ed il caos di questi giorni creato nei trasporti è una valida prova di ciò che potrebbe succedere in rapida successione).

Un avvenimento di questa portata non crea problemi solamente nel campo sanitario, ma anche in quello economico, ed in particolare sui mercati finanziari, i quali già da venerdì 21 febbraio registrano cali da panic selling, con l’indice FTSE MIB che ha perso oltre il 10%. Avere un capitale investito nel mercato azionario in questo periodo può essere molto stressante, specialmente se si hanno delle aspettative di breve periodo.

Da quando il virus ha iniziato a diffondersi, i mercati finanziari internazionali sono stati colpiti da una forte incertezza, che potrebbe influenzare gli eventi ancora a lungo. Nonostante in Cina venga alimentata l’idea che il focolaio sia sotto controllo e che la maggior parte degli infettati stia guarendo, le conseguenza sul PIL del paese si prevedono già di grave entità, mentre in Italia il virus è appena arrivato, e dunque non si sa ancora come i sistemi di sicurezza del nostro Paese riusciranno a risolvere il problema (l’Italia non è la Cina….), nè quante saranno le persone che contrarranno questa malattia. Di certo, l’impatto che l’infezione avrà sull’economia e sul PIL italiano, già ridotto ai minimi termini, non sarà lieve, a meno che il contagio non venga circoscritto definitivamente entro pochi giorni.

La borsa cinese, la prima che ha risentito dell’evento, ha registrato subito forti vendite che hanno fatto perdere oltre il 10% ai principali indici cinesi. Il panico si è diffuso rapidamente su tutte le piazze asiatiche, e da lì le borse europee e americane, del tutto correlate, hanno agito di conseguenza, registrando diminuzioni di prezzo consistenti.

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E’ un vero peccato per il mercato azionario italiano, che nelle ultime settimane aveva realizzato notevoli rialzi. Il principale indice di Piazza Affari, infatti, aveva superato quota 25.500 punti, traguardo che non veniva raggiunto dal 2008, e ciò faceva ben sperare per il 2020.

In situazioni così critiche, sui mercati finanziari scatta il cosiddetto “panic selling”: gli investitori vendono le proprie attività esclusivamente sulla base delle emozioni e della paura che una situazione fa emergere. Questo fenomeno si amplifica quando esiste già una forte incertezza sui mercati finanziari globali, per cui è difficile ipotizzare un rapido ritorno alla normalità.

Quali sono i suggerimenti per non diventare vittime del c.d. panic selling?

Nonostante le borse mondiali abbiano bruciato oltre 1000 miliardi di dollari a causa del virus Covid-19, un investitore sufficientemente assennato dovrebbe sapere che mantenere i nervi saldi è la cosa più ragionevole da fare, ma non l’unica. Innanzitutto, bisogna analizzare il contesto. Il mercato italiano degli ultimi mesi si è confermato come uno dei migliori d’Europa, mettendo a segno un rialzo generoso che giustifica pienamente la giornata pesantemente negativa (-5,5%) del 24 Febbraio. Il fatto che abbia perso così tanto in un solo giorno significa che hanno prevalso i c.d. ribassisti (hedge fund in testa), accompagnati da una buona dose di risparmiatori che, con scarsa lucidità, hanno preferito liquidare frettolosamente le proprie posizioni nei fondi comuni, innescando il classico effetto domino. Invece, un modo saggio di comportarsi potrebbe essere quello di aspettare di vedere cosa succederà nelle prossime settimane, per valutare attentamente se si tratti di un ribasso di natura straordinaria (e quindi di breve durata), o se invece si tratti dell’inizio, piuttosto turbolento, di una vera fase ribassista.

Si potrebbe pensare (a ragione) che dopo settimane di continui rialzi il mercato sia pronto a ritracciare, ma tale conclusione non è affatto scontata. Amundi, proprio in queste ore, si è espressa rassicurando gli investitori che quello che stiamo vivendo in queste ore è solo un momento delicato, in cui le persone non sanno come comportarsi e preferiscono vendere le proprie attività piuttosto che rischiare di incorrere in perdite maggiori. La famosa casa d’investimenti suggerisce di mantenere le coperture, ed eventualmente di aumentarle nell’attesa di una futura stabilizzazione dei mercati, valutando i prezzi attuali per incrementare le proprie posizioni in attesa che i corsi riprendano quanto di buono hanno fatto finora.

Per rassicurare maggiormente gli investitori, ci viene in aiuto il track record (risultati passati) degli indici di borsa interessati dalle precedenti epidemie. Ebbene, in occasione della famigerata SARS, il picco di brevissimo periodo fu del -10%, ma dopo un mese l’indice MSCI China Index aveva ripreso tutta la quotazione e aveva guadagnato un altro 12% (tre mesi dopo addirittura +30%). Stesso comportamento per gli indici Mexico, Africa e Brasil in occasione, rispettivamente, dell’Influenza Suina, del virus Ebola e della Zika.

Alla fine – è evidente – basta far prevalere il buon senso; in questi casi, chi perde è solo colui che ha bisogno “adesso”, per necessità, di liquidare i propri investimenti. Chi non ha urgenza, stia a casa, lontano dalle tentazioni e, soprattutto, dalla banca o dal proprio consulente finanziario: la “quarantena da panico” è un ottimo rimedio per non diventare vittime designate del panic selling.

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