Aprile 21, 2026
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Banca Popolare di Sondrio: tutelare la sostenibilità economica e la “biodiversità bancaria”

A Sondrio si è parlato delle sfide del sistema bancario e del contributo delle community banks per sostenere lo sviluppo economico del Paese. Rivalutare la storia e il ruolo delle banche popolari.

Per molto tempo in questi anni, sotto la pressione della Bce, le autorità monetarie e i governi, pressati da situazioni contingenti nel mondo del credito, si sono concentrati sulle banche popolari di dimensioni medie e medio-piccole, caratterizzate da un profondo radicamento nel territorio. Obbligate per decreto a trasformarsi in Spa, in nome della stabilità finanziaria e della concorrenza, le banche popolari sono state spesso sacrificate a una politica di acquisizioni e fusioni bancarie, perseguendo l’idea che solo gruppi bancari di grandi dimensioni garantissero efficienza e stabilità, contribuendo invece a dar vita a banche too big to fail, troppo grandi per fallire che, spesso, hanno modificato il vitale rapporto tra banca e territorio.

Che ruolo hanno invece le community banks nell’attuale sistema bancario italiano? E, soprattutto, qual è e quale potrebbe esser il loro contributo allo sviluppo economico del nostro paese? Lo scorso 2 dicembre a Sondrio, in occasione del convegno “Sviluppo e sistema bancario” (promosso dalla Banca Popolare di Sondrio, in collaborazione con la società di consulenza aziendale Vitale Zane & Co.), il focus è stato posto sulla rivalutazione della storia e del ruolo delle banche popolari come banche del territorio, perno di quella rete di community banks che in un Paese come l’Italia, caratterizzato da un altissimo numero di piccole e medie imprese, è l’unica in grado di assicurare il legame profondo che ogni sistema bancario deve avere con le reali esigenze del tessuto produttivo per assolvere alla sua essenziale funzione propulsiva di sviluppo del sistema Paese.

Mario Alberto Pedranzini (nella foto), Direttore Generale e Consigliere Delegato di Banca Popolare di Sondrio, ha commentato: “Il convegno che abbiamo ospitato oggi è un primo importante momento di sintesi di una filosofia del fare banca che rivaluta il ruolo delle banche del territorio e ne ribadisce l’insostituibile funzione di sostegno alle imprese e alle famiglie. Una filosofia che, in realtà, non è nuova, perché si riallaccia a quella dei grandi banchieri della nostra tradizione italiana. Senza un efficiente sistema bancario che supporti gli sforzi del mondo imprenditoriale a muoversi e operare con successo in questo scenario così complesso, non ci può essere sviluppo economico. Questo è il momento di rilanciare il tema cruciale del ruolo delle banche territoriali per il sistema Paese, un modello di cui Banca Popolare di Sondrio è espressione da 150 anni”. 

Secondo Stefano Zamagni (nella foto), professore di economia ed etica d’impresa all’università di Bologna, “l’accesso al credito è una delle vie più sicure per vincere la povertà, ecco perché non favorire la biodiversità bancaria, in nome dell’errato principio secondo cui “one size fits all” (una stessa dimensione va bene per tutti), costituisce una violazione del principio di libertà che una avanzata economia di mercato non può certo tollerare. Battersi dunque per difendere la biodiversità bancaria significa impegnarsi per una autentica battaglia di civiltà”. Infatti, secondo Marco Onado (docente alla Bocconi di Milano), sulla base delle più recenti ricerche scientifiche e degli stessi dati della Bce la redditività e l’efficienza delle banche non dipende dalla loro dimensione, e le banche piccole-medie di comunità possono essere altrettanto – se non più efficienti e redditizie – di qelle grandi. Inoltre, esse sono in grado di valutare e conoscere meglio le esigenze creditizie delle imprese del territorio e i bisogni dei risparmiatori locali. Le community banks, insomma, svolgono una funzione diversa da quella delle grandi banche, e questa biodiversità bancaria è ciò che va soprattutto tutelato perché aumenta l’efficienza del sistema bancario nel suo complesso, rendendolo in grado di rispondere alle sfide che i mutamenti di scenario di volta in volta impongono.

Siamo, insomma, in presenza di una situazione che richiederebbe oggi un vero e proprio mutamento di cultura bancaria, con la ripresa di un pensiero critico e di una visione unitaria e sistemica come quella di un grande banchiere della tradizione italiana, Raffaele Mattioli, di cui al convegno Andrea Calamanti, ordinario di economia degli intermediari finanziari, e Alfonso Scarano, analista finanziario indipendente, hanno tracciato un profilo teso ad attualizzarne il pensiero.

Banche, il “no core” aumenta la prossimità presso i clienti e apre nuovi mercati

Il modello di business in declino e la riduzione dei margini costringono a ripensare l’offerta dei consulenti finanziari non autonomi e delle stesse società mandanti. Il “multi-service” sembra essere la struttura più promettente per stabilizzare i ricavi, fidelizzare la clientela e permettere l’ingresso di nuove leve.

Di Alessio Cardinale

Un virus si aggira da molti anni tra i grandi gruppi bancari italiani, e come tutti i virus è invisibile ad occhio nudo, ma molto potente. A causa della sua diffusione, le banche sono costrette quasi ogni biennio a cambiare rapidamente i propri piani di sviluppo, aggiornandoli in base a quelle che solo in apparenza sembrano essere le mutate condizioni del mercato o la differente congiuntura economica. In realtà, il virus di cui parliamo è endogeno allo stesso sistema bancario, ed ha come effetto quello di generare la famigerata “sindrome da innovo-deficienza acquisita”.

I sintomi di questa malattia auto-immune, resi ancora più evidenti dall’azzeramento dei tassi di interesse e dalla scomparsa della tradizionale fonte di ricavo delle banche (la “forbice dei tassi”), sono sempre più evidenti: incapacità di trovare nuove fonti di ricavo, necessità di continui processi di accorpamento, affannosa ricerca di economie di scala al proprio interno, perenne standardizzazione del modello distributivo per massimizzare il numero di clienti al minimo costo e, infine, chiusura dei punti-vendita (filiali) e costante diminuzione dei margini di ricavo alla rete. Il sistema bancario, pertanto, esprime una certa incapacità a rivoluzionare l’offerta in senso modulare, mostrando una certa lentezza sia nel mettere in pratica gli intenti già dibattuti che nel progettare servizi ad alta possibilità di personalizzazione, in modo tale da costruire soluzioni ritagliate in base agli specifici bisogni e desideri dei clienti.

Non sembrano esserci differenze di scenario anche nelle banche-reti, che continuano ad investire nel recruiting di risorse umane già operative nel settore e nello sviluppo dei canali digitali, senza però cogliere la grande sfida del contratto di consulenza indipendente e, soprattutto, del marketing virtuale, ossia di quel nuovo modello distributivo ibrido che già in altri paesi occidentali utilizza efficacemente la tecnologia per mettere in contatto i propri wealth manager con il pubblico indistinto e per esaltare le loro competenze professionali acquisite nel tempo. E’ evidente, infatti, che legando strettamente la consulenza alla distribuzione dei prodotti finanziari non possa esserci alcuna affermazione presso il pubblico di utenti della consulenza finanziaria da remoto, che già oggi potrebbe essere fruibile attraverso la tecnologia video, sempre più  all’avanguardia, di cui disponiamo.

In definitiva, nonostante la fase di maturità e declino del core business bancario imporrebbe un integrale ripensamento del modello aziendale, le banche italiane – e con esse le banche-reti – continuano a voltare lo sguardo, incuranti dei richiami all’innovazione dell’offerta, dal momento che l’innovazione di prodotto è ai massimi livelli. Per definire in modo semplice ciò che sta accadendo, è come se le banche avessero raffinato in modo ineguagliabile il proprio modo di cucinare prodotti di pasticceria, ma avessero completamente dimenticato come si cucinano due uova al tegamino.

DALLA PERFORMANCE DI PORTAFOGLIO ALLA “PERFORMANCE DEL CONSULENTE”

Eppure, relativamente al mondo delle banche-reti, una delle possibili soluzioni è a portata di mano, e basterebbe richiamarsi alle innate capacità di adattamento dei consulenti finanziari – e alla loro abilità nel saper trattare sufficientemente bene di ogni cosa, abituati come sono ad essere creativi – per vederla con chiarezza e tracciare un solco tra il passato ed il futuro. Il sistema, infatti tende ancora ad osannare il portafoglio medio e a privilegiare il vecchio modello di competenza e relazione basato sulla performance di portafoglio, e fa una certa fatica a sposare una nuova ottica, quella di “performance del consulente” nel soddisfare le esigenze di benessere dei clienti. Questa ottica, infatti, impone anche alle società mandanti ed al mercato intero dei profondi mutamenti di approccio professionale, di fronte al quale l’approccio commerciale di oggi scompare anche idealmente. Il successivo passaggio, poi, al concetto di “performance della banca-rete” diventerebbe immediato, e forse mette paura all’industria del risparmio che si fonda ancora sulla qualità dei processi ma non sulla qualità del risultato complessivo per la clientela.

Invece, il passaggio dalla performance di portafoglio alla performance del consulente permetterebbe di scollegare la propria attività dalla performance, e quindi potrebbe essere una opportunità anche per l’industria del risparmio, i cui strumenti finanziari fanno fatica a superare i vari benchmark per via della necessaria presenza dei costi annui. Peraltro, le banche-reti e le società di gestione hanno già un modello a cui ispirarsi, quello del Wealth Management, oggi riservato ai detentori di buoni patrimoni ma del tutto estendibile, con i dovuti accorgimenti, a qualunque fascia di clientela, che lo scoppio della pandemia ha costretto ad un forzoso adattamento dei costumi e, soprattutto, delle modalità di consumo. In tal senso, le banche oggi potrebbero far valere il proprio livello di prossimità e la propria capacità di attrazione verso la clientela per distribuire servizi “no core”, ossia quelli di natura anche molto differente da quelli “core” ma del tutto adattabili all’offerta bancaria, che così guadagnerebbe nuove fonti di ricavo per sé e per i propri addetti.

Ma come può avvenire tutto ciò, quale può essere la strategia da adottare per un simile cambiamento? Il principio da osservare è simile a quello utilizzato in qualunque azienda multi-prodotto o multi-service, e cioè individuare dei “contenitori” che fungano da volano per servizi di natura diversa da quelli tradizionali ma piuttosto profittevoli. Il contenitore “naturale” delle banche-reti non può che essere l’Educazione Finanziaria di base, valorizzata in termini di formazione al consulente, elevata a servizio vero e proprio verso i clienti e non più relegata a mero optional discrezionale in mano ai consulenti più sensibili ed evoluti. Per fare alcuni esempi pratici, le banche-reti potrebbero strutturare corsi di educazione finanziaria alle famiglie, da svolgere presso il domicilio dei clienti e/o tramite video-call, divisi in più appuntamenti settimanali e con un programma sartoriale, da seguire con l’ausilio di dispense informatiche (o cartacee, per i clientiolder“) personalizzate a cura di un ufficio dedicato.

Educazione finanziaria

Il mercato di sbocco di un simile approccio, grazie ad un ulteriore aumento del grado di prossimità alle famiglie, potrebbe essere quello dei servizi “no core”, gratuiti e/o a contenuto economico-partecipativo (indiretto). In particolare, tra i servizi gratuiti, da erogare in collaborazione con primarie aziende di settore, potrebbero individuarsi in quelli di:
– livelli successivi di Educazione e Cultura Finanziaria diversi dal livello di base;
– consulenza per studi all’estero dei figli (vacanza-studio e università, con collegamenti personalizzati con i college stranieri);
– servizi di vacanza-studio estivi presso college in tutto il mondo con alloggio alberghiero o presso famiglie ospitanti, anche per i clienti adulti (corsi di lingua sia all’estero che in loco, per il mantenimento del livello o l’ottenimento di certificazioni);
– servizi di agenzia di viaggio.

Tra i servizi “no core business” a contenuto economico – e quindi con conseguimento di ricavi per la banca-rete ed il consulente – potremmo annoverare, solo a titolo di esempio:
– supporto attivo per servizi notarili-successori;
– supporto attivo per servizi legali-societari;
– supporto attivo per servizi tributari;
– supporto attivo per servizi di intermediazione immobiliare;
– supporto attivo per servizi di noleggio auto di lungo termine e/o leasing;
– supporto attivo per servizi di acquisto orologi di pregio;
– supporto attivo per servizi di acquisto auto d’epoca;
– supporto attivo per servizi di ingegneria e interior design.

Già oggi, quasi tutti i consulenti finanziari vengono regolarmente coinvolti in eventi familiari e relative richieste di consigli utili che nulla hanno a che fare con la finanza operativa e la gestione del risparmio, per cui il passaggio tra l’attuale sistema di offerta e quello del futuro, ben strutturato (anche) sui servizi no core, sarebbe più vicino che mai, e permetterebbe di assicurare l’ingresso di nuove risorse umane da formare persino in attesa del conseguimento dell’esame di stato da consulente finanziario, poiché la distribuzione di quasi tutti i servizi no core esaminati non richiede l’autorizzazione della Consob. Il problema è che le banche-reti, questo passaggio, non riescono ancora a vederlo, oppure non vogliono vederlo.

E’ proprio vero che il cambiamento, anche quando ci attrae, mette sempre un po’ di paura.

Sistema bancario vs Educazione Finanziaria, un duello ancora in corso

Dopo tante dichiarazioni di intenti sul tema dell’Educazione Finanziaria, forse per il sistema bancario e per le Istituzioni è arrivato il momento di disegnarne i confini entro cui farla funzionare davvero. Tuttavia, per ottenere risultati bisogna affrontare tematiche “politicamente scorrette”, che normalmente vengono sussurrate o sottaciute per convenienza o per necessità.

Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito ad una fioritura di contenuti in tema di Educazione Finanziaria provenienti dalle fonti più autorevoli e disparate. Dell’argomento, infatti, si è occupato lo Stato Italiano – con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“) – che ha avviato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria da cui sono scaturite diverse iniziative ed una comunicazione costante (con un sito web dedicato).

Sulla sua scia, il sistema bancario e le reti di consulenza hanno fornito la loro versione della materia, facendo anch’esse dell’educazione finanziaria professione di buoni principi. Anche numerosi consulenti, individualmente, hanno cominciato ad aggiungere al proprio biglietto da visita l’appellativo di “educatore finanziario”, dandone ampia visibilità nella Rete e nei social network grazie ad una buona produzione di contenuti destinati agli utenti. Molte domande, però, rimangono sospese, ed il tema – la cui importanza è stata ribadita in tutte le più importanti sedi internazionali – sembra non decollare, rimanendo allo stato di enunciato e dichiarazione di buone prassi. Infatti, l’Istituzione fondamentale di impulso (il Governo) e gli attori protagonisti di settore (l’industria del risparmio) non appaiono esattamente “innamorati” dell’educazione finanziaria e, in qualche modo, sembrano quasi tenerla un po’ a distanza, facendo per essa lo stretto necessario e non, come forse qualcuno si sarebbe aspettato, utilizzandola come un vero cavallo di battaglia della propria comunicazione al pubblico.

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Del resto, sia la proto-professione di consulente patrimoniale che quella ancora più abbozzata di educatore finanziario rimangono senza una propria regolamentazione, e salvo l’iniziativa di chi vuole colmare, con il proprio impegno formativo o associativo, l’evidente vuoto normativo sulla più ampia consulenza patrimoniale (che non coincide affatto con la consulenza finanziaria, ma la include) chiunque oggi può appropriarsi delle due denominazioni – strettamente collegate al concetto di educazione finanziaria – anche senza averne né le caratteristiche né la preparazione adeguata.

Pertanto, sul tema dell’Educazione Finanziaria ci troviamo in una evidente fase di transizione verso un orizzonte dai contorni ancora troppo sfocati,  e ci si chiede se l’attuale sistema bancario italiano, comprendendo in esso anche l’universo della consulenza finanziaria imperniato sul ruolo dominante della banca-rete, sia concretamente pronto ad accogliere a piene mani, accettandone le conseguenze commerciali per tutti i suoi settori industriali (dalla produzione di strumenti finanziari alla loro distribuzione), l’aumento del livello medio di conoscenze finanziarie dei risparmiatori, che sta già determinando una progressiva diminuzione dei costi all’investitore ed una ulteriore diminuzione dei margini di ricavo alle reti di consulenti. In particolare, ci si chiede come un sistema fortemente incline a favorire le logiche industriali della quantità – budget, portafoglio medio, commissioni di gestione, totale expense ratio etc – possa fare propria un’attività come l’educazione finanziaria che, invece, è un elemento propedeutico ad affermare le logiche di qualità in base ai quali gli investitori indirizzeranno sempre di più le proprie scelte in futuro.

Forse, dopo aver speso tutte le possibili dichiarazioni di intenti sul tema dell’educazione finanziaria, per il sistema bancario è arrivato il momento di disegnarne il perimetro entro cui farla funzionare davvero, in un rapporto chiaro di causa-effetto che consenta anche di tracciare un confine oltre il quale i costi di tale fondamentale elemento di crescita della Società Economica Italiana non debbano più essere scaricati sulle reti di professionisti della consulenza, ai quali mancano oggi importanti innovazioni capaci di compensare la continua diminuzione dei ricavi alla rete. Per fare tutto ciò, bisogna parlare “fuori dai denti”, ed affrontare tematiche “politicamente scorrette” che normalmente vengono sussurrate o sottaciute, per convenienza o per necessità, dal mainstream dell’industria. In particolare, è necessario rispondere in modo chiaro alle frequenti domande che ogni consulente si è posto in questi ultimi anni, dandosi egli stesso le risposte più disparate non avendo trovate quelle adeguate all’interno del sistema lavorativo di cui fa parte.  

1) Cosa si intende per Educazione Finanziaria?
Come affermato da Maurizio Nicosia, l’“educazione finanziaria” non corrisponde alla “cultura finanziaria”, nel senso che nell’educazione finanziaria è certamente compresa la cultura, ma la semplice conoscenza degli strumenti e dei rischi legati agli stessi non definisce affatto l’educazione finanziaria. Per arrivare a questa, infatti, serve collegare l’universo dei singoli investimenti a degli obiettivi di spesa programmati all’interno di un orizzonte temporale, ed è questo collegamento che rende un investitore “finanziariamente educato”. Questa fondamentale differenza comporta, da parte del sistema bancario e delle Istituzioni, un cambio di passo che non è affatto avvenuto. Infatti, tutte le iniziative che si stanno mettendo in atto adesso sono circoscritte essenzialmente alla “cultura finanziaria”, e non all’aspetto più importante, e cioè quello “educativo”, che il risparmiatore non impara dai libri o da Internet, ma dal confronto con personale specializzato. E a poco vale introdurre gli elementi di cultura finanziaria nelle scuole secondarie, poiché la fascia di età in cui si inizia a risparmiare è sempre più ritardata nel tempo e, se non si farà nulla per educare i millennials e i babyboomers, si dovranno aspettare circa venti anni prima di avere una società con un livello complessivo soddisfacente di educazione finanziaria.

2) Se il cliente diventa “educato” finanziariamente, non avrà più bisogno di un consulente finanziario?
Questo timore è privo di fondamento. A meno di non diventare tutti dei veri appassionati di finanza e mercati ed abbandonare il nostro lavoro, l’educazione finanziaria non trasferisce né la conoscenza tecnica degli strumenti né l’esperienza sul campo, ossia i due elementi fondamentali che differenziano un consulente da un non-consulente. Sostenere una simile teoria, infatti, equivarrebbe a dire che non serve avere un avvocato se si è a conoscenza che, perdendo una causa in primo grado, si può ricorrere in appello.

3) Se l’investitore acquisisce sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo, come dovrà cambiare il ruolo del consulente?
La fondamentale funzione dell’educatore finanziario – quella che consentirebbe al risparmiatore il passaggio dall’essere finanziariamente “acculturato” ad essere “educato” – non è attualmente regolamentata nè retribuita, per cui oggi questo compito di grande responsabilità viene lasciato alla discrezione del singolo consulente o della singola filiale di banca; questi ultimi, a loro volta, non sono incoraggiati dal sistema a far evolvere i propri clienti, dal momento che sono costretti a privilegiare gli elementi quantitativi (budget, portafoglio medio, etc) rispetto a quelli di qualità. Di conseguenza, finchè le competenze di educatore finanziario non verranno regolamentate – come si sta cercando di fare per la consulenza patrimoniale, per mezzo di diplomi privatistici che attestano il compimento di un percorso formativo specifico – il ruolo del consulente finanziario non subirà alcuna variazione di rilievo, anche perché le iniziative del sistema, come evidenziato nel precedente punto n. 1, non aiutano certo i risparmiatori “ineducati” a percepire la differenza tra un consulente-educatore ed un consulente “ordinario”.

4) Il processo di progressiva Educazione Finanziaria aumenterà ancora di più il livello di trasparenza sui costi dell’investimento e causerà un minore guadagno per i consulenti finanziari?
Finchè il sistema bancario scaricherà sulle reti commerciali i minori ricavi conseguenti all’aumento della trasparenza sui costi alla clientela, è certo che ai consulenti finanziari verranno richiesti ulteriori sacrifici in termini di margini provvigionali, così come è sicuro che le filiali di banca continueranno ad essere chiuse in gran numero. In particolare, il numero dei consulenti attivi è destinato a diminuire, a meno che il sistema non si decida – finalmente – a mettere mano a quei cambiamenti che potrebbero attribuire dignità professionale ai ricavi da consulenza finanziaria, il cui modello di business trova un limite invalicabile nell’impossibilità di slegare l’attività di consulenza dalla distribuzione di fondi e sicav, e non permette anche alle reti dei professionisti non autonomi la possibilità di far sottoscrivere il contratto di consulenza indipendente – che disciplinerebbe anche i servizi in materia di patrimonio immobiliare – ed uscire parzialmente dalla logica del portafoglio medio e della continua raccolta.

5) Il passaggio dalla cultura alla Educazione Finanziaria determinerebbe maggiori o minori ricavi per il sistema?
La questione non riguarda i ricavi, ma la sostenibilità del conto economico delle banche e gli utili che la gallina dalle uova d’oro della consulenza finanziaria distribuisce ogni anno alle capogruppo e/o agli azionisti. Fino ad oggi, la diminuzione dei margini – iniziata nel 2009 e non ancora finita – ha consentito al sistema di reggere l’onda d’urto delle due MiFID, ma ha lasciato dietro di sé migliaia di “vittime”, ossia moltissimi bravi consulenti con portafoglio sotto la media espulsi dall’industria del risparmio per via della diminuzione di risorse da spendere nell’affiancamento commerciale e nella loro formazione a causa dei notevolissimi costi di adattamento alle nuove Direttive. Il risultato finale è un numero sempre crescente di consulenti “anziani” e piuttosto in avanti con l’età – ormai diventati la metà del totale – ed un sistema chiuso e incapace di rigenerarsi.

In conclusione, se la volontà “politica” del sistema bancario e delle Istituzioni è quella di lasciare il mondo così com’è, limitando alle dichiarazioni di intenti la propria attivazione in tema di educazione finanziaria dei risparmiatori, non si vedono grandi cambiamenti all’orizzonte, ed è ancora lontanissimo il momento in cui le uniche innovazioni strutturali capaci di creare il terreno educativo più fertile – ossia il contratto di consulenza indipendente alle reti, la nascita delle società o studi associati di consulenti finanziari non autonomi e la loro partecipazione agli utili delle banche-reti – vedranno finalmente la luce. 

Comincia l’era della banca “solidale, emotiva e istintiva”. Ruolo educativo in partnership con il cliente

Le società richiederanno che le imprese bancarie, fino ad oggi cadute idealmente in basso, si risollevino ed assumano un ruolo attivo nell’etica all’interno delle comunità, prendendo posizione sulle questioni che contano di più per la Società e l’individuo.

Il lungo periodo di forzata riflessione aperto – e non ancora chiuso – dalla pandemia ha avuto il merito di accelerare dei cambiamenti che, nel sistema bancario, sarebbero comunque avvenuti, ma molto più lentamente. In più, la tragedia che ha colpito la popolazione mondiale ha certamente aumentato il senso di responsabilità sociale di molte aziende, e tra queste certamente anche le banche, per le quali la responsabilità civica non sarà più una scelta, ma una necessità, poiché la società adesso si aspetta che esse intervengano laddove i governi stanno fallendo.

Questo cambiamento di mentalità imprenditoriale è già in atto, ed oggi è possibile elencare alcuni elementi fondamentali che si manifestano con estrema chiarezza:

– Entro il 2025, i fondi di investimento alternativi con tempi di ritorno più lunghi avranno aumentato la propria popolarità tra gli investitori, e i criteri di compliance di portafoglio verranno gradualmente modificati in modo da consentire una maggiore esposizione degli investitori su questi asset, oggi fortemente limitati dalla MiFID II.
– Le banche estere – in particolare quelle americane ed asiatiche – stanno già “pensando a lungo termine”, sostenendo investimenti basati su un atteggiamento meno immediato nei confronti del ROI, incoraggiando le aziende di medie dimensioni a crescere, innovare e competere.
– Viene attribuita una particolare enfasi sugli “aspetti morali” in relazione al modo in cui le macchine e i programmi di Intelligenza Artificiale vengono costruite e programmati, visto il sempre più largo impiego di tale tecnologia nel mondo bancario.
– Si afferma il ruolo delle banche come “educatori” e la necessità di agire in partnership con i loro clienti. Di conseguenza, nel futuro più prossimo sia i consumatori che i clienti commerciali entreranno in relazioni più educative con le banche, le quali agiranno da supporto costante per raggiungere gli obiettivi della vita. Relativamente a quest’ultimo aspetto, per esempio, già oggi Barclays offre uno strumento che consente ai clienti di “spegnere” la spesa con carta di debito presso determinate categorie di rivenditori, mentre Monzo ha introdotto uno strumento simile a Barclays, registrando una riduzione del 70% nella spesa per il gioco d’azzardo.

Nel rispetto di questa nuova etica bancaria “di responsabilità”, nel giro dei prossimi 5 anni le banche dovranno strutturare una offerta adeguata per i due miliardi di adulti che, a livello globale, oggi non accedono al credito bancario tradizionale, creando una sorta di credito intelligente. Petalcard, per esempio, utilizza l’apprendimento automatico per analizzare i record finanziari digitali delle persone non bancarizzate, fornendo linee di credito fino a 10.000 USD. Secondo Raja Bose, partner di Genpact in Transformation Services e Consumer Banking, “Utilizzando l’intelligenza artificiale e l’analisi avanzata, le banche possono identificare “micro-segmenti” all’interno di popolazioni non bancarie che hanno il potenziale per diventare clienti redditizi”.

Le banche, nel loro insieme, sono un sistema complesso, ed è ciò che viene oggi rimproverato dall’utenza che, invece, richiede sempre più che esse siano aperte e sostenibili, di pari passo con le istanze della Collettività che non chiede più la crescita economica ad ogni costo, bensì il perseguimento di obiettivi che diano priorità all’umanità e all’ecologia. Poiché i consumatori richiedono maggiore trasparenza, le banche dovranno dare priorità all’attenzione agli ecosistemi in cui esse lavorano. In tal senso, l’UE sta già imponendo, di fatto, ai consulenti finanziari di informare i clienti sulle opzioni di investimento ambientali, sociali e di governance (riunite nell’acronimo ESG), mentre le aziende (banche comprese) stanno inserendo specifici esperti di etica a tempo pieno nei CdA.

Questo scenario sta permettendo, dopo oltre due secoli di rivoluzioni industriali e tecnologiche, di riqualificare l’essenza stessa del profitto, attribuendo a questo la necessità di uno scopo sociale. Così, sarà possibile lanciare sul mercato servizi che aiutino i consumatori a gestire e vedere come i loro comportamenti di acquisto influiscano sulla società e sull’ecologia. Per esempio, la carta Baltic Sea di The Bank of Aland aiuta i clienti a vedere il loro impatto ambientale attraverso i consumi, mentre Challenger Bank, con la sua Aspiration Card, consente ai clienti di monitorare le proprie spese rispetto all’indice etico della banca attraverso una app, che fornisce un punteggio basato su come un marchio si prende cura della sua forza lavoro e quanto siano sostenibili i suoi processi e le sue pratiche per il mondo.

RIDURRE IL RISCHIO PER RACCOGLIERE FRUTTI – In questo mondo sempre più volatile, le banche devono adottare strategie per contrastare gli shock e ridurre i rischi, ad esempio distribuendo geograficamente call center e agenti per mantenere la continuità operativa in caso di crisi globale. Una parte cruciale del cambiamento del sistema, infatti, sarà la c.d partnership di sistema che, anziché far combattere i concorrenti tra loro, creerà un sistema più sicuro per tutti. Per metterlo in atto nei prossimi cinque anni, le banche stanno valutando partnership con fornitori di servizi, società di paghe, società di contabilità e aggregatori di dati per automatizzare la raccolta dei dati.

Infine, ogni cambiamento deve accompagnarsi ai suoi “laboratori di pensiero” per creare nuovi modelli di business. Per esempio, nel tentativo di cambiare il proprio business model dall’interno e promuovere una cultura del lavoro più aperta, Goldman Sachs ha lanciato un incubatore interno, GS Accelerate, attraverso il quale la banca incoraggia i dipendenti a sviluppare soluzioni innovative che aumentino la soddisfazione del cliente, rafforzino la gestione del rischio e riducano l’inefficienza. Goldman Sachs, del resto, ha già investito in 23 società del comparto fintech, allo scopo di evolvere in ​​una “impresa istintiva” che prosperi in un mondo plasmato da realtà ottimizzata, impatto etico e pianificazione dell’intero sistema-dati, al fine di prendere decisioni rapide e accurate a vantaggio dei clienti. Grazie all’intelligenza artificiale integrata in tutte le loro organizzazioni, la prossima generazione di banche si sarà allontanata dalla semplice offerta di servizi e prodotti finanziari, dirigendo la propria offerta principale verso uno scopo più elevato, incentrato sul miglioramento finanziario dei propri clienti.

Banche, i megatrend per l’anno 2025. Dai servizi finanziari al “miglioramento finanziario individuale”

Le banche che prospereranno in futuro saranno quelle che effettueranno la transizione del modello di offerta: dalla fornitura di servizi finanziari alla consulenza sul ”miglioramento finanziario individuale”.

Di Massimo Bonaventura

Gli ultimi 14 anni ci hanno dimostrato che le banche non sono esentate dal subire gli effetti delle perturbazioni mondiali. Anzi, sono persino capaci di crearle, le perturbazioni, e farle camminare sottotraccia per anni, finchè non esplodono. E così le banche hanno dovuto affrontare le ricadute della peggiore crisi finanziaria mai vista prima, ed anche il suo naturale portato di riforme normative e di nuovi concorrenti; fino ad una pandemia globale, che avrebbe messo in ginocchio il sistema bancario – e con esso, l’intera popolazione della Terra – se solo non ci fosse stata la crisi del 2007-2008, che in qualche modo ha “preparato” la finanza mondiale all’adozione di tutti quegli strumenti (immissione massiva di liquidità, aiuti economici a fondo perduto, Quantitative Easing) che hanno tenuto su l’economia mondiale.

La crisi dei mutui subprime, pertanto, nella sua tragicità è servita a qualcosa, ma ciò che da essa si è imparato non è sufficiente per rientrare semplicemente in ciò che si faceva prima, e adesso è chiaro a tutti che per superare la tempesta attuale e costruire una maggiore resilienza per il futuro, il settore bancario dovrà vivere una rapida evoluzione, fino ad una vera e propria rivoluzione di servizio che avverrà al massimo entro i prossimi 5-10 anni, a causa della quale le banche che sopravviveranno  e prospereranno dovranno essere necessariamente migliori di quelle attuali, in tutti i sensi: migliori per i loro clienti, migliori per la società degli utenti e migliori per l’ambiente in cui esse operano (ancorandosi sempre più ai criteri ESG).

Oggi una recessione potrebbe non essere più evitabile, nonostante le enormi misure economiche di salvataggio messe in atto dai governi. Qualcuno afferma che ci siamo già, in recessione, e che manchino solo i dati definitivi per poterlo dire con certezza nel 2022, ma le banche sembrano essere più robuste di prima, e in una posizione migliore per resistere alla tempesta dell’incertezza economica. Per questo motivo è giunto il momento per le banche di riformare le proprie attività, e costruire una resilienza ancora maggiore. La buona notizia, in tal senso, è che la tecnologia aiuta le banche a tenere il passo e a soddisfare gli standard di qualità richiesti, che stanno avanzando rapidamente. L’Intelligenza Artificiale (IA) si sta sviluppando sempre di più come componente della forza lavoro, e ciò determinerà la scomparsa (o il mancato ricambio) di alcune mansioni tradizionali, ma ne saranno create di nuove.

Mantenere la relazione umana è comunque fondamentale. L’uomo è un “animale sociale”, e l’interazione diretta con i suoi simili fanno parte del bagaglio degli “istinti primordiali” che è impossibile eliminare. Ma l’uomo si relaziona anche con la Tecnologia, il che comporta una riqualificazione delle persone che devono lavorare servendosi di essa. Secondo una recente ricerca americana, un quarto dei dirigenti senior afferma che le proprie aziende prevedono di re-immaginare radicalmente le proprie attività con l’intelligenza artificiale entro la fine del 2021 (rispetto al 14% nel 2017), per cui il sistema si trova, proprio adesso, in mezzo ad una fase di transizione, nella quale da un lato devono attrarre nuovi talenti per avere successo con l’IA, e dall’altro devono riqualificare gli addetti meno giovani per il suo corretto utilizzo.

Analizzando la domanda di servizi bancari, tutti i clienti – soprattutto i millennials – oggi si aspettano un’esperienza-cliente senza interruzioni, una sorta di “continuum” che riesca a far percepire la banca come un servizio sempre in posizione “ON”. Secondo Anu Sachdeva (Global Practice Leader, Commercial Banking, Genpact), “c’è una domanda in continua evoluzione che sta costringendo le banche commerciali a concentrarsi fortemente sul percorso del cliente, che oggi è carente. Infatti, il settore bancario commerciale sta vivendo un’enorme slancio al cambiamento ed alla creazione di percorsi senza soluzione di continuità per i loro clienti finali. La finanza, però, è diversa. È una esperienza fatta di emozioni, e ci sarà sempre bisogno di consigli e supporto umani”.

Per spiegare meglio quale possa essere il futuro prossimo del sistema bancario, dobbiamo partire dal contesto economico generale, per nulla favorevole, in cui esso si trova ad operare dal ventennio precedente allo scoppio della pandemia. Negli ultimi anni, infatti, le persone hanno cominciato a nutrire sospetti sulla bontà del modello economico capitalista e, per usare le parole di Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra. “….nonostante gli immensi progressi della tecnologia, molti cittadini delle economie avanzate stanno affrontando maggiore incertezza e  lamentano una perdita di fiducia nel sistema. Piuttosto che una nuova era d’oro, la globalizzazione è associata a salari bassi, occupazione precaria e disuguaglianze sempre più marcate”. Pertanto le banche, grazie al loro elevato livello di prossimità con gli utenti, hanno l’opportunità di migliorare il modo in cui aiutano i propri clienti a immaginare e pianificare un futuro migliore di quello attuale. I millennials, in particolare, sono stati davvero influenzati negativamente da questo scenario tardo-capitalistico, e oggi si chiedono quale potrà essere l’alternativa; soprattutto, quali caratteristiche salienti può avere questa “alternativa”.

Tre sono i macrotrend che danno forma al mondo come sarà nel 2025, e le banche devono adattarsi per prosperare. Il primo megatrend è quello della Realtà Ottimizzata, che secondo Devie Mohan (un noto ricercatore del settore Fintech) “è nata per imporre una forte personalizzazione al modello di servizio (anche) delle banche. Nel 2025 nuove esperienze renderanno l’offerta bancaria più fluida, personalizzata e creativa di oggi. Le banche utilizzeranno i dati in modo sempre più innovativo, adattando prodotti e servizi alle persone in tempo reale. Le persone si aspetteranno esperienze che si sintonizzano sui loro stati d’animo e comportamenti a un livello quasi inconscio, mentre le banche avranno bisogno di un codice di condotta per regolare il processo decisionale sull’IA, più un solido quadro di governance in grado di garantire che le esperienze siano ‘vendute’ in modo etico e sicuro”. Pertanto, le banche utilizzeranno i dati per potenziare le relazioni, e i clienti al dettaglio si rivolgeranno alle interfacce digitali che garantiranno, per le operazioni che non richiedono ragionamenti molto complessi, velocità ed efficienza.

Non mancano le ultra-innovazioni, alcune delle quali si distinguono per la sintesi sapiente tra tecnologia e iniziativa commerciale. In Polonia, per esempio, sono una realtà le banche strutturate per incontrare i clienti esattamente dove si trovano nella loro vita di ogni giorno. Idea Bank, per esempio, è una banca polacca che gestisce filiali popup e spazi di co-working sui treni dei c.d. pendolari, dove dipendenti di Idea Bank aiutano i clienti con le transazioni, direttamente dentro vetture “customizzate” con lo stile ed il layout della banca, con l’ausilio di un semplice cellulare o di un tablet collegato con la rete bancaria. UBS, invece, ha iniziato a sperimentare un avatar realistico di Daniel Kalt, il suo chief investment officer in Svizzera, per confrontarsi in ogni momento con la clientela.

Italia, un paese che non cresce più. Accelerare le fusioni per rafforzare il sistema delle imprese

Secondo Ugo Loeser di Arca Fondi SGR, l’Italia è un paese che non cresce, con un’economia bloccata da vent’anni: cinquemila miliardi di euro di ricchezza privata, di cui mille e ottocento depositati su conti correnti che non danno alcun rendimento.

 “La prima edizione del Global Banking Forum ha permesso un confronto profondo e costruttivo sulle grandi sfide che attendono il sistema bancario e finanziario, nel pieno della complessa fase di ripresa dalla Pandemia che per oltre un anno ha condizionato le attività di tutto il mondo. Sono stati illustrati e discussi i rischi connessi ad una fase di ricostruzione del Paese, pur con la consapevolezza che vi siano grandi opportunità che le banche in primis devono saper cogliere per porsi al fianco del sistema produttivo ed industriale nel rilancio del Paese”.

Questo il commento di Luigi Consiglio, Presidente GEA a conclusione della prima edizione del Global Banking Forum“Le grandi innovazioni che il settore ha innanzi a sé sono importanti per il futuro del sistema del credito e concorreranno alla ripresa economica del sistema Paese” ha aggiunto Consiglio. Occorre saper sostenere e incentivare la ripresa, identificando soluzioni che permettano di canalizzare flussi di risparmio verso le imprese. “Nel corso del 2020 la massa finanziaria delle famiglie messa a risparmio è ulteriormente cresciuta, toccando livelli record mai visti prima. Occorre immaginare strumenti adeguati che portino queste risorse al sostenere la ripresa” ha chiosato Consiglio.

Un riferimento anche alla leva fiscale, che potrebbe incentivare le famiglie a investire in fondi e strumenti a sostegno dell’economia reale. Secondo Enrico Sassoon, Presidente Eccellenze d’Impresa, “i cambiamenti cui stiamo assistendo sono estremamente veloci e profondi. Il sistema bancario come siamo stati soliti conoscerlo fino a pochi mesi fa non sarà quello post pandemia. Saranno necessari cambiamenti sia sotto il profilo tecnologico, sia organizzativo e di know how.  Dobbiamo fare in modo che tutto questo avvenga in modo veloce, coinvolgendo tutti gli attori del sistema. Può costituire una grande opportunità per la crescita del nostro Paese e la sua maggiore autorevolezza anche nel confronto internazionale”.

L’Italia è un paese che non cresce, con un’economia bloccata da vent’anni: cinquemila miliardi di euro di ricchezza privata, di cui mille e ottocento depositati su conti correnti che non danno alcun rendimento. Questa è la fotografia del Paese delineata da Ugo Loeser, CEO di Arca Fondi SGR . In Italia, ha proseguito Loeser nella sua analisi, vi sono due visioni contrastanti: da un lato una frugale, estremamente pericolosa, che vede l’Italia non in grado di crescere, a differenza del debito pubblico che continua ad aumentare; e una visione dinamica, mediterranea, che guarda invece a questa situazione come un’opportunità: con una leva economica finanziata dalla BCE a tassi negativi, usare la leva del debito pubblico.

Sul tema della crescita, inevitabile il riferimento alle dimensioni e performance delle nostre imprese, che devono necessariamente espandersi per dare continuità ad una crescita sostenibile nel tempo. Secondo Giovanni Tamburi (Tamburi Investment Partners), se il Covid venisse sfruttato come opportunità per accelerare le fusioni avremmo risolto un problema enorme. Il problema del paese è solo capitalizzare le imprese e metterle insieme. Gli fa eco Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana, secondo il quale la dimensione delle aziende quotate oggi in Borsa non rispecchia il peso dell’economia italiana, dato che il Pil è tre volte superiore alla capitalizzazione di mercato. “In Italia ci sono solo 350 imprese quotate, troppo poche: è necessario capire che bisogna crescere molto più rapidamente per stare al passo con l’evoluzione del mercato”.

Millennials italiani e immobili, mancano i soldi. Crowfunding immobiliare, Co-housing e affitto breve per riqualificare il mercato

I millennials nostrani seguono con grande interesse l’evoluzione dei prezzi delle case, ma non hanno il capitale necessario per comprarle. Servono nuove idee per rivitalizzare il settore.

Il mercato immobiliare italiano sta subendo, negli ultimi tre anni, gli effetti di quei grandi cambiamenti che la Rivoluzione Digitale e i flussi migratori hanno portato nella Società Italiana, influendo incisivamente sullo stile di vita delle generazioni successive a quella dei c.d. baby-boomers.

In particolare, la domanda di immobili (non solo di case per civile abitazione) si è frammentata in due componenti principali: quella proveniente dagli immigrati regolari, molto attiva sul comparto delle unità abitative dei piccoli centri e delle periferie, e quella dei residenti, in perenne stagnazione per via dell’offerta di abitazioni ampie  e centrali che supera la domanda.

Su tutto, l’emigrazione di giovani residenti italiani (i futuri acquirenti di case) all’estero crea un vuoto nella domanda futura di immobili, determinando l’appiattimento del mercato.

Oggi servirebbe riqualificare l’offerta verso case più piccole, ma è quasi impossibile costruire su vasta scala dopo il boom degli anni ’60-’70-’80, e mancano le aree edificabili. Nonostante ciò, nella popolazione dei residenti pare che il modo di considerare gli immobili non sia cambiato di molto. Infatti, secondo una recente ricerca condotta da Housers.com sui consumatori italiani di età compresa tra i 18 e i 35 anni, si conferma la tradizionale propensione verso l’investimento immobiliare, ma solo il 10% ha a disposizione una somma mensile compresa da 300 a 500 euro, utile per pagare la rata di un mutuo.

Dalla ricerca, condotta su un campione di circa 4.000 millennials, emerge che, avendo a disposizione un capitale importante, l’84,48% degli intervistati acquisterebbe una casa, mentre la restante parte sceglierebbe l’affitto per via dell’incertezza economica e per preservare liquidità sul conto. Pertanto, sembrerebbe che la casa venga considerata, anche dai millennials, come il miglior investimento, dal momento che quello in valori mobiliari di lungo periodo viene scartato in partenza (solo il 17% di loro investirebbe in azioni). Tuttavia, il 30,15% ritiene che il mercato immobiliare sia interessante ma insicuro, e solo il 28,56% lo considera un mercato solido che dà maggiori certezze. Il risultato è che il 21,33% dei giovani intervistati, non disponendo di somme adeguate, è costretto ad aspettare molti anni prima di formare un capitale idoneo ad un anticipo.

Secondo Giorgio Spaziani Testa (Presidente Confedilizia) “gli scambi avvengono a prezzi di gran lunga inferiori rispetto a quelli di pochi anni fa. Si tratta in gran parte di svendite, soprattutto di prime case, e manca quasi del tutto l’acquisto per investimento, che un tempo rappresentava una fetta importante del mercato. In merito alle previsioni per il 2019, altro che ripresa. I prezzi sono in caduta libera e la discesa non accenna a fermarsi”.

A ciò si aggiunga che la valutazione del futuro immobiliare non può prescindere dall’andamento del settore del credito e dell’economia in generale. Quindi, sarà importante per il futuro la fiducia legata alla ripresa economica e all’occupazione.

Su tutto, pesa il ruolo giocato dal “convitato di pietra”, ossia dal sistema bancario. Negli ultimi 11 anni, infatti, le continue ricapitalizzazioni dovute alla crisi dei c.d. titoli tossici ed i relativi accantonamenti a bilancio hanno determinato, a fronte della iniezione di liquidità permessa dal Quantitative Easing, un continuo giro di vite sui criteri di accesso al credito, mutui compresi. Le tensioni finanziarie che hanno generato questo contesto sembrano ancora presenti, ed il timore è che una nuova riduzione delle erogazioni possa causare ulteriori effetti negativi sulle compravendite.

Sembrerebbe uno scenario senza soluzione, ma non è esattamente così, perché non mancano gli spunti positivi. Deve registrarsi, infatti, il ritorno sul mercato degli investitori esteri, dei fondi o delle banche d’affari, interessate adesso al mercato residenziale come segmento su cui investire in alternativa a uffici e immobili commerciali.

Inoltre, c’è sempre maggiore attenzione sulle soluzioni di risparmio energetico e sulla gestione dei servizi annessi all’edificio e agli spazi comuni: spazi di coworking, sale per eventi, spa, parrucchiere, celle frigorifere ed altro, il tutto gestito da app condominiali fornite da società di property management.

Sul fronte degli affitti, quello breve andrà sempre meglio, soprattutto nelle aree turistiche e nelle grandi città ricche di attrattiva storica (praticamente tutte, in Italia!). In questo particolare settore, l’approccio è radicalmente cambiato: le famiglie residenti nei piccoli centri della provincia non comprano più casa al proprio figlio studente, né affittano una camera o un appartamento condiviso, ma si rivolgono sempre di più allo student housing, puntando all’affitto di qualità.

Sul fronte tecnologico, poi, non mancano le iniziative per investire, che si diffondono direttamente nella Rete. Walliance (walliance.eu), per esempio, è la prima piattaforma di crowdfunding in Italia per il Real Estate. Relativamente a questo mercato, le stime del Politecnico di Milano parlano di un crowdfunding complessivo pari già ad oltre 10 miliardi di dollari, e secondo le previsioni di Forbes si arriverà a 300 miliardi entro il 2025.

Viste le premesse, persino la Commissione Europea sta lavorando per un mercato unificato del crowdfunding immobiliare.

In definitiva, serve riqualificare le politiche di marketing relative all’offerta di immobili, segmentandola sempre di più a fronte delle nuove tipologie di acquirenti. Le reti di intermediazione lo stanno già facendo, ma anche i privati dovrebbero muoversi in tal senso, per esempio investendo un pò di liquidità nella ristrutturazione degli appartamenti di grande quadratura (le città italiane ne sono piene) per realizzare unità abitative più piccole, meglio vendibili o da mettere a reddito più facilmente.

Trasformare un appartamento di 200 mq in due unità di 90 ciascuna (più parti comuni), per esempio, richiede un investimento (finanziabile) non superiore a 25.000 euro, recuperabile immediatamente mediante la successiva vendita che – inutile dirlo – avverrà più rapidamente ed a prezzo superiore, dal momento che la sommatoria dei prezzi delle due unità sarà superiore al prezzo dell’intero. Trasformare lo stesso immobile in casa per studenti con rifiniture di qualità non costerà più di 35.000 euro, da ammortizzare con ricavi medi mensili pari a non meno di 2.000 euro.

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Per i consulenti finanziari un futuro da “impiegati”? Fineco: no al modello Azimut

Il peso delle mansioni amministrative ha già comportato per i consulenti abilitati fuori sede una profonda trasformazione verso il ceto impiegatizio. Il “modello Azimut” rimane isolato.

Mai come adesso è chiara la visione dei futuri scenari relativi alla sollecitazione del pubblico risparmio; nel senso che da oggi (forse anche “da ieri”) in poi si dovrà parlare di “sollecitazione del pubblico interesse alla consulenza”, ossia il servizio destinato, nella mente di chi ha voluto politicamente tutto questo, a sostituire nel lungo periodo il management fee, o a colmarne la prevista diminuzione, per il mondo dei consulenti, già da quest’anno.

A questo risultato si è giunti al culmine di un percorso che ha inizio nel 2008. E’ proprio allora che  i massimi vertici dell’U.E., in virtù di un disegno complessivo volto all’armonizzazione di tutti i processi all’interno dei paesi membri, hanno deciso di costruire attorno al mercato finanziario europeo una serie di regole che gli consentissero di rivaleggiare (se non addirittura di prevalere) con quello americano. Pertanto, negli ultimi dieci anni, il sistema di servizi che regola l’attività dei consulenti finanziari ha adottato sempre più sofisticati strumenti di controllo sulla loro attività e sulle caratteristiche dei risparmiatori, che vanno dagli obblighi di adeguata verifica alla necessità di catalogare i clienti all’interno di profili e categorie di rischio. Le due MIFID (quella del 2007, e quella entrata in vigore a gennaio 2018), poi, hanno preteso un livello di trasparenza tale da determinare una rivoluzione portatrice anche di effetti negativi sul conto economico degli operatori del settore, soprattutto in considerazione dell’impatto che la competizione tra società-prodotto sta avendo sui costi di gestione del risparmio gestito (e cioè, sulla maggior fonte di ricavo delle banche/reti).

Tali funzioni di controllo (anche ex-ante, in sede di proposta di investimento), così incisive e vincolanti, sono il naturale portato della necessità di introdurre alcune regole europee la cui assenza, nei decenni passati, ha causato ai risparmiatori alcune brutte esperienze (sulle quali, ad onor del vero, gli ex promotori hanno avuto una parte assolutamente marginale e del tutto inconsapevole), ed ha determinato la possibilità, per alcuni soggetti, di poter mettere in atto comportamenti al di fuori delle regole (dall’evasione fiscale all’espatrio di capitali, dal riciclaggio di denaro all’appropriazione indebita).

Nonostante questo, però, risulta impossibile sorvolare sulle contraddizioni che hanno accompagnato questo processo di trasparenza. Da un lato, infatti, nel nome di questa stessa trasparenza si è pretesa una forte diminuzione di autonomia professionale dei consulenti finanziari mentre, dall’altro, non si è avuta alcuna remora nel gettare sul lastrico migliaia di risparmiatori italiani colpiti dagli effetti delle norme europee (direttiva BRRD – Bank Recovery and Resolution Directive), ratificate supinamente dal passato governo, del c.d. Bail-In, sopraggiunte in barba alla tanto sbandierata tutela del risparmiatore.

Quanta ipocrisia!

Ma questa non è stata l’unica “controindicazione”; ce n’è una, molto più silenziosa, che colpisce direttamente i principali attori delle reti commerciali, ossia i consulenti. Già da qualche anno, infatti, è in atto una certa tendenza del sistema bancario a trasferire alla rete commerciale specifiche mansioni amministrative di elaborazione dei dati che, fino a qualche anno fa, venivano svolte dalle strutture di sede a supporto del consulente. Su questo processo di trasferimento di mansioni, dalla struttura amministrativa a quella commerciale, nessuno ha ritenuto di dover vigilare o di dover rivendicare una logica retribuzione, sotto qualsiasi forma, e le associazioni di categoria (ANASF, soprattutto), si sono perse da tempo in un ruolo sfumato e inconcludente, risultando “non pervenute” sul tema.

Questa “razionalizzazione” dei costi aziendali da parte delle banche-reti genera per il consulente finanziario un maggior carico amministrativo e, quindi, minor tempo da dedicare allo sviluppo della clientela. Tutto ciò, sommato alla diminuzione dei margini provvigionali dettata dalle due MIFID, si è tradotto – e si tradurrà ancora di più nell’immediato futuro – in un minor fatturato personale e nel conseguente abbassamento del tenore medio di vita.

Intendiamoci, questi processi aziendali di razionalizzazione, che sono riscontrabili in tutte le aziende commerciali che attraversano la c.d. fase di maturità o di declino del proprio modello di business, sono perfettamente normali e rispondono ad esigenze che, a volte, permettono la stessa sopravvivenza dell’azienda e dei posti di lavoro che essa garantisce. Però, così facendo, la figura del consulente finanziario su base non indipendente è diventata oggi una sorta di tutto in uno, un professionista con due anime e due mansioni distinte: sollecitatore del pubblico risparmio (o del pubblico accesso alla consulenza), da un lato, e collaboratore amministrativo, dall’altro.

Relativamente alla seconda, resta ancora da capire come essa verrà remunerata, dal momento che, sebbene non sia ricompresa nel sistema provvigionale (altrimenti i margini, anziché ridursi, sarebbero dovuti aumentare), è innegabile che oggi venga svolta senza corrispettivo. Ma di questo argomento, che certamente coinvolge aspetti molto delicati della professione e del rapporto di lavoro, ci occuperemo in altra sede.

Per compensare, nel tenore di vita dei consulenti, il vuoto che verrà lasciato dalla diminuzione dei margini di ricavo, il sistema banche-reti ha creato, con una mossa poco ortodossa, un nuovo servizio che in realtà era già “vecchio” prima di nascere: la consulenza (a pagamento, però). In pratica, da qualche anno si sta cercando di imporre al mercato un servizio, che i consulenti e le reti già erogavano gratuitamente ai clienti, arricchito solo da una nuova veste grafica e dalle indicazioni vincolanti previste dalla seconda puntata della MiFID. Trattandosi di una iniziativa calata dal lato dell’Offerta, ossia dal sistema banche-reti, i clienti (che ce l’avevano già, ma non la pagavano) la considerano come viene realmente percepita: una forzatura, un costo in più. Pertanto, il servizio di consulenza a pagamento – come tutte le forzature non sorrette da un’adeguata politica di marketing preventiva di settore – ci metterà anni prima di perfezionarsi ed essere accettata come un servizio ad alto valore aggiunto; per questo motivo essa non può certo considerarsi come una fonte di ricavo capace di compensare nel breve periodo i minori introiti da management fee. Ci vorranno anni, giusto il tempo di far dimenticare alla clientela che, una volta, il servizio era gratuito.

Tutto ciò comporterà per i consulenti, in un momento in cui il tempo a disposizione per lo sviluppo commerciale è diminuito per via del maggior carico amministrativo, una serie di conseguenze; ed in particolare:

  • la necessità di aumentare il proprio lavoro di relazione con i clienti e con i contatti potenziali, al fine di poter amministrare un portafoglio in continuo aumento (la c.d. massa critica);
  • quindi, aumentare le proprie ore lavorative, oppure
  • assumere un’assistente personale da formare (e pagare) per un paio di anni prima di potervi fare reale affidamento.

Molti non ce la faranno, nonostante amino questo lavoro. Pertanto, oggi diventa imprescindibile, per i professionisti della consulenza, il bisogno di riqualificare rapidamente il proprio ruolo, nonchè di accrescere la propria immagine presso l’utenza, aprendo nuovi mercati e attraendo nuove masse. Infatti, persino la stessa denominazione di Consulente Finanziario (salutata come una conquista, ma del tutto tardiva) risulta insufficiente ad attrarre clientela, giacchè decenni di competizione e fusioni tra aziende mandanti hanno reso l’Offerta di prodotto/servizio del tutto omogenea e succedanea, senza alcuno spazio per l’innovazione. A monte di tutto, il termine “Finanza” oggi non è più adatto a identificare e veicolare l’immagine del consulente, né a creare nuove opportunità, per cui sarà meglio cominciare a parlare ai clienti di “Patrimonio” e del suo ciclo di vita: denaro, immobili, opere d’arte, preziosi, collezioni, quote societarie, beni immateriali, cultura imprenditoriale, valori familiari.

Solo così sarebbe possibile veder sorgere l’alba di una nuova era, quella della consulenza patrimoniale integrata, e del suo nuovo modello di business fondato, da un lato, sul ritorno prepotente della formazione e, dall’altro, su una struttura economica di reale condivisione del rischio e degli utili aziendali anche per i consulenti, ai quali andrebbero riconosciute delle significative partecipazioni al capitale delle società mandanti e/o delle banche. Purtroppo, questo scenario appare ancora lontano dal poter essere realizzato. Infatti, proprio di recente l’amministratore delegato di Fineco, Alessandro Foti, ha dichiarato che i propri consulenti finanziari non entraranno nel capitale della neo public company ridisegnata dopo la vendita delle posizioni di UniCredit, dal momento che “…il modo migliore per guadagnarsi la fedeltà dei consulenti non è offrirgli azioni ma farli lavorare in un contesto efficiente, consentendogli di raggiungere gli obiettivi che si sono posti come imprenditori“.

Il “modello Azimut”, pertanto, sembra destinato a rimanere un caso pressoché isolato nel panorama delle reti di consulenza non indipendente, e questo dato segna certamente il proseguimento di un percorso accidentato per il futuro della professione.

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