Maggio 16, 2026
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Brunetta “Un nuovo patto sociale per la stagione del Pnrr”

ROMA (ITALPRESS) – "Viviamo una stagione eccezionale, di grandi rischi e grandi opportunità. Abbiamo bisogno di una politica economica capace di tenere insieme crescita e giustizia sociale, innovazione e coesione, spiriti animali del mercato e regole. Occorre cioè che questa grande eccezionalità non si trasformi nel caos, in una bomba sociale, in un tutti contro tutti". Lo dice in un'intervista al Corriere della Sera il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta.
Brunetta propone un patto sociale: "Lo stesso che ho cercato di attuare nel settore pubblico: più crescita, lavoro, più produttività, più salario – spiega -. In Italia c'è una questione salariale frutto di bassa produttività e alta pressione fiscale. Alla semplificazione della burocrazia deve corrispondere quella del mercato del lavoro. E la maggiore produttività va distribuita con un'efficiente contrattazione decentrata".
"Il Pnrr prevede 5 anni, fino al 2026, per realizzare i progetti, e la loro implementazione può arrivare fino al 2030. Man mano che il Pnrr avrà successo l'Italia diventerà sempre più credibile e appetibile, sia per i capitali italiani sia per quelli esteri. Ai 250 miliardi di investimenti pubblici se ne potranno aggiungere almeno tre volte tanto da parte dei privati – sottolinea il ministro -. Si potrebbe arrivare a più di mille miliardi in 5-8 anni. Facile immaginare cosa significherà in termini di crescita e occupazione, ma anche lo stress cui sarà sottoposto il mercato del lavoro. Il nuovo patto sociale dovrebbe in questo senso farsi carico di una nuova stagione di politiche del lavoro, di formazione professionale, di bilateralità, di distribuzione efficiente dei guadagni di produttività".
(ITALPRESS).

Articolo di Italpress.

La Fed non alzerà i tassi fino al 2023, ma il tapering comincerà prima

Tassi fermi fino al 2023, secondo Andrea Siviero, ma il tapering della Fed inizierà prima. La Federal Reserve comunicherà in anticipo le sue decisioni per evitare una grave correzione dei mercati.

“Il presidente Powell ha spesso evidenziato che qualsiasi cambiamento di strategia da parte della Fed sarà comunicato con largo anticipo: al momento non ci aspettiamo un aumento dei tassi di interesse fino al 2023”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

Se i tassi non dovrebbero subire aumenti fino al 2023, è probabile che il processo di normalizzazione inizi prima, con una riduzione degli acquisti mensili di asset da parte della banca centrale statunitense, il cosiddetto tapering. Anche in questo caso – spiega Siviero – la Fed darà comunque indicazioni anticipate ai mercati. Se si dovesse assistere a un inasprimento prematuro della politica monetaria statunitense, ciò sorprenderebbe gli operatori e creerebbe probabilmente una grave correzione dei mercati.

Per quanto riguarda l’inflazione, nel 2020 la Fed ha cambiato il suo approccio di politica monetaria ed è passata all’Average Inflation Targeting (AIT). Ciò significa che la Fed è disposta a lasciare che l’inflazione superi temporaneamente il target del 2% per compensare i periodi in cui l’inflazione è stata inferiore. Dopo aver mancato il suo obiettivo per un periodo prolungato, la Fed non è dispiaciuta dell’attuale aumento delle aspettative d’inflazione, poiché questo aiuta ad ancorare le aspettative a medio termine a un livello più alto. In base a questa linea, la Fed non agirà preventivamente per contenere l’inflazione e il suo processo decisionale si baserà sui dati, in particolare su quelli economici e senza un piano prestabilito per un restringimento della politica monetaria.

La Fed considera l’attuale picco inflazionistico un fenomeno transitorio, favorito dalla risposta politica senza precedenti alla pandemia Covid-19, dal balzo dei prezzi delle materie prime, dalle interruzioni della catena di approvvigionamento e da un effetto base anno su anno particolarmente importante. Una volta che l’economia globale recupererà il suo livello pre-pandemia, è probabile che la crescita economica ritorni alla sua traiettoria naturale e l’inflazione dovrebbe riprendere il suo andamento pre-pandemico. La Fed non si aspetta alcun cambiamento nelle dinamiche inflazionistiche a lungo termine. Le forze strutturali predominanti durante lo scorso decennio, come la demografia, la globalizzazione e il progresso tecnologico, manterranno una pressione deflazionistica nel medio termine.

“Per quanto riguarda la zona euro, la ripresa economica è in ritardo rispetto a quella statunitense”, conclude Siviero. “Il processo di vaccinazione sta prendendo velocità e i contributi previsti dal Recovery Fund saranno probabilmente erogati nel corso dell’anno. Le economie della zona euro si stanno progressivamente riaprendo e la Bce si è chiaramente impegnata a continuare a sostenere la ripresa attraverso una politica espansiva. Le pressioni inflazionistiche nella zona euro sono contenute e non ci aspettiamo un inasprimento troppo affrettato della politica monetaria della Bce”.

Investitori e Cultura Finanziaria: come l’inflazione influisce sul rendimento reale degli investimenti

Molti investitori sono disposti a “comprare” dagli strumenti finanziari un rendimento reale negativo in cambio della certezza di preservare il capitale dalle oscillazioni di breve periodo. Si tratta di un bisogno di sicurezza che non può essere eliminato con la sola cultura finanziaria, ma con un percorso educativo di esperienza.

In un recente articolo, P&F ha affrontato la differenza tra il concetto di “cultura finanziaria” e quello, più ampio, di “educazione finanziaria”. In particolare, il secondo “contiene” il primo e, in una certa misura, i due concetti sono complementari e interagiscono tra di loro. Infatti, si può avere una buona cultura finanziaria ma non essere finanziariamente educati, e per diventare tali è necessario aggiungere l’esperienza finanziaria – da risparmiatore sul campo  – alla semplice cultura sul tema. Anzi, per investire in modo corretto non serve neanche essere profondi conoscitori degli elementi più sofisticati della finanza e dei mercati, ma di alcuni principi che spesso hanno a che fare con il buon senso e molto poco con l’accademia.

L’esperienza sul campo, pertanto, è ciò che fa la differenza tra “cultori finanziari” e investitori “educati”, all’interno di un binomio non necessario che vede i secondi più tutelati e resilienti dei primi in relazione ai possibili errori nelle scelte da adottare. Mentre i cultori finanziari finiranno con il privilegiare le caratteristiche di un particolare strumento finanziario e baseranno le proprie scelte sul track record (ossia sui risultati passati e sullo stile di gestione), gli “educati” daranno priorità alla definizione del proprio orizzonte temporale e degli obiettivi di spesa, sulla base del principio del risparmio visto nella sua funzione di “spesa differita nel tempo”: prima vengono gli obiettivi, poi gli strumenti.

Pertanto, riassumere in un articolo i due aspetti della cultura e della educazione finanziaria risulta assai difficile, nel senso che l’informazione finanziaria è più adatta a fare cultura più che ad educare finanziariamente i lettori; ma il tentativo di coniugarli – rinviando l’applicazione pratica al confronto con un consulente finanziario o un private banker – non è impossibile. Basta partire dalle basi, e parlare di ciò che qualunque risparmiatore “ineducato” si è sempre chiesto senza trovare una risposta adeguata. E così, oggi ci occupiamo del rapporto tra investimenti ed il “grande imputato” del momento, ossia l’inflazione, che torna a far capolino da oltreoceano dopo anni di sonno, mettendo un pò di paura a chi detiene un portafoglio obbligazionario elevato.

Restringendo il campo ai mercati regolamentati, e cioè quelli in cui i titoli azionari ed obbligazionari vengono quotati ufficialmente e scambiati ogni giorno, cominciamo col dire che una obbligazione (detta anche “bond”) è in generale un titolo di credito per chi la compra e un titolo di debito per chi la emette, nel senso che averla in portafoglio attribuisce il ruolo di creditore verso la società o il governo che l’ha emessa. In tal senso, la differenza con un titolo azionario è evidente, poiché quest’ultimo attribuisce a chi lo acquista lo status di socio dell’azienda, con tutti i rischi (ed eventualmente i vantaggi) ad esso connessi. Pertanto, una obbligazione consente a governi e società di vendere parte del loro debito agli investitori, e quando le obbligazioni sono a tasso fisso – danno cioè una cedola di interessi sempre uguale fino alla scadenza, e non variabile – la loro quotazione è strettamente legata ai tassi di interesse che le banche centrali (es. Bce in Europa, Fed negli USA) manovrano in base alle aspettative di crescita o di decrescita dell’economia: i tassi verranno mantenuti bassi quando l’economia ristagna, e vengono innalzati quando l’economia si “surriscalda”, producendo un aumento dei consumi.

Va da sé, quindi, che diventa fondamentale sapere in che modo le decisioni sui tassi di interesse possono influenzare l’investimento in obbligazioni e azioni. In particolare, l’inflazione – espressa dall’aumento dei prezzi al consumo conseguente al “surriscaldamento” dell’economia – può avere diversi impatti negativi su chi investe in bond, poiché determina l’aumento dei tassi di interesse che, a loro volta, fanno scendere il prezzo delle obbligazioni a tasso fisso. Queste ultime, infatti, quando il tasso di interesse offerto dalla banca centrale aumenta, diventano “meno appetibili” agli occhi dei risparmiatori, i quali preferiscono le nuove emissioni a tasso più generoso. E questo succede perché l’inflazione causa la diminuzione del valore del denaro: quando l’inflazione aumenta, è possibile acquistare meno cose con lo stesso quantitativo di denaro. L’effetto, in sintesi, è quello che viene comunemente chiamato diminuzione del “potere di acquisto”.

In relazione all’inflazione, oggi quella proveniente dagli Stati Uniti si trova sul banco degli imputati, ed ha già causato parecchi danni ai detentori di obbligazioni (un pò anche in Europa) o di fondi obbligazionari, sebbene molti sostengano si tratti di un fenomeno passeggero dovuto all’inusuale surriscaldamento dell’economia generato dalla graduale uscita dalla pandemia. La Federal Reserve (la c.d. Fed), che è la banca centrale degli Stati Uniti, stabilisce la politica monetaria del paese e, in un certo senso, “gestisce” l’inflazione: quando l’inflazione aumenta, la Fed può scegliere di aumentare i tassi di interesse a breve termine, per ridurre la domanda di credito e aiutare a prevenire il surriscaldamento dell’economia. Quando la Fed aumenta i tassi a breve termine, o quando si prevede che lo faccia in futuro – che è il dibattito odierno – anche i tassi intermedi e a lungo termine tendono a salire. Poiché i prezzi e i rendimenti delle obbligazioni a tasso fisso sono inversamente proporzionali (si muovono in direzioni opposte), quando sentiamo o leggiamo che c’è stato un aumento dei rendimenti ciò significa che il prezzo è calato, e l’investimento a tasso fisso vale di meno.

Un secondo effetto dell’inflazione, meno evidente del primo, è quello che genera la differenza tra il rendimento “nominale” dell’investimento ed il rendimento “reale”, che tiene conto del tasso di inflazione secondo questa semplice sottrazione aritmetica: Rendimento Nominale – Inflazione = Rendimento Reale. Il concetto di rendimento reale – che si applica a qualunque tipo di investimento, compreso quello azionario – è legato alla diminuzione del potere di acquisto causata dall’inflazione. Per fare un esempio, se oggi al supermercato riempiamo il carrello della spesa settimanale con 100 euro, se il tasso di inflazione è del 2% tra un anno fare la spesa (con gli stessi articoli!) costerà 102 euro. Se trasponiamo l’esempio sull’investimento obbligazionario, un fondo a breve termine con un rendimento dell’1%, sulla carta, permette di avere un euro in più ogni 100, ma se il tasso di inflazione è del 2% il suo rendimento “reale” sarà stato del –1%, poiché nello stesso periodo i nostri 100 euro hanno perso 2 euro di potere d’acquisto.

Se calcoliamo che il tasso medio di inflazione negli Stati Uniti, dal 1913 ad oggi, esso è stato del 3,2% annuo, ciò significa ancora che un rendimento medio annuo del 3,2% è servito solo per mantenere intatto il valore reale del proprio capitale. Restringendo a ritroso l’orizzonte temporale, dal 1982 ad oggi l’inflazione è aumentata di quasi il 100% su base cumulativa, per cui qualunque investitore (in azioni o obbligazioni, o in un mix dei due) avrà dovuto raddoppiare il valore dei propri investimenti solo per adeguare il loro valore all’inflazione e ottenere un rendimento reale pari a zero.

Sotto certi aspetti, ciò che un investitore paga quando ottiene un rendimento reale deludente è il bisogno di sicurezza, mediante la quale si è disposti a “comprare” un rendimento reale negativo in cambio della certezza di preservare il capitale dalle oscillazioni di breve periodo. Si tratta di un bisogno che, certamente, non può essere eliminato con la sola cultura finanziaria, poiché necessita di un approccio di esperienza che conduca ad un buon livello di “educazione” finanziaria. Ma tutto ciò, senza un supporto professionale, è assai difficile da perseguire senza prendere bagni di sangue durante il percorso.

Aumento di capitale in overfunding per Next4. Ora investimenti in sanità digitale, IT e Innovability

Secondo Davide D’Arcangelo, è un momento storico importante per tutto l’ecosistema dell’innovazione italiano ed europeo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta un’opportunità straordinaria per il sistema Paese e i settori di riferimento di Next4, in particolare la sanità digitale.

Next4 Production chiude in overfunding il suo aumento di capitale del valore di un milione di euro e si prepara a investire nei mercati del digital health, dell’Information Technology (IT) e dell’innovability. Un attestato di fiducia per il club deal investor fondato da Davide D’Arcangelo, Pierluigi Sassi e Angelo Paletta che, viste le richieste, aprono la strada a un nuovo round di raccolta che sarà calendarizzato nei prossimi mesi.

“Siamo molto felici della fiducia che gli investitori ci hanno accordato – dichiara Davide D’Arcangelo (nella foto), founder di Next4 ed economista dell’innovazione – Quello che viviamo è un momento storico importante per tutto l’ecosistema dell’innovazione italiano ed europeo. Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) rappresenta un’opportunità straordinaria per il sistema Paese e i nostri settori di riferimento, a partire dalla sanità digitale, ne costituiscono i pilastri fondamentali. La transizione ecologica e digitale della Pubblica Amministrazione e delle PMI apre le porte a un nuovo paradigma nel rapporto tra pubblico e privato dove da un lato le imprese avranno risorse e mercato per innovare e sviluppare prodotti di frontiera e, dall’altro, la Pubblica Amministrazione potrà divenire più competitiva usufruendo di quella stessa innovazione che ha supportato. In questo scenario Next4 vuole giocare un ruolo da protagonista”.

Next4 nasce come startup innovativa per produrre software di digital health 4.0, ma il suo progetto ha attirato imprenditori, startupper e manager di multinazionali con interessi a 360° su tutto il fronte dell’innovazione italiana con un focus particolare nei settori digital health, IT, e innovability, e oggi Next4 può definirsi una ‘metastartup‘ – ossia un soggetto che investe in altre startup come venture builder – essendosi accreditata anche come Investitore qualificato e Business Angel. Con i suoi investimenti, Next4 individua le aziende target dopo aver condotto una attività di scouting e di analisi, e le aiuta a crescere e a strutturarsi dal punto di vista del management, per poi portarle sui mercati e promuoverle presso fondi di investimento, industries e grandi network. Diverse sono le partnership strategiche attivate nelle ultime settimane. Tra le tante si segnalano quelle con Open Italy, progetto di co-innovation gestito dal Consorzio Elis, per cui Next4 accompagna alcune delle startup del programma in un percorso di definizione del modello di business e di ricerca dei finanziamenti, e con CubeHub, veicolo di investimento con una particolare verticalizzazione su società ad alto impatto tecnologico.

Rilevante, inoltre, la collaborazione con WDA (Web Digital Advisor) con cui Next4 lavorerà allo sviluppo di nuovi modelli di business, sostenuta in questo anche dai rapporti con l’INFN – Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Laboratori del Gran Sasso – con cui comincerà un’intensa attività di design thinking. Sul fronte internazionale Next4 ha partecipato con successo a Select USA, programma gestito dall’ambasciata americana per catalizzare gli investimenti stranieri negli Stati Uniti dove Next4 si appresta nel mese di settembre ad incontrare investitori e partner con la prospettiva di aprire un’ulteriore sede. Importante in questo percorso anche la partnership con lo studio Orrick che, oltre ad assistere Next4 nelle sue operazioni in Italia ed Europa, sarà protagonista di una prossima raccolta oltreoceano.

Gli NFT sono il megatrend degli investimenti del prossimo decennio?

Il saper arrivare in anticipo è fondamentale per sfruttare finanziariamente i megatrend come quello degli NFT, i quali hanno la caratteristica di manifestarsi in sordina e di non farci accorgere del loro arrivo se non quando tutti ne parlano, ed allora è troppo tardi per investire con profitto.

Di Nigel Green

Oggi non è semplice individuare quali temi specifici avranno successo durante i prossimi decenni. Secondo molti analisti, i più fiorenti megatrend del futuro saranno legati alla demografia, alla cultura, all’ambiente e persino alla politica, ma è necessario non solo prevedere con successo quali temi godranno di una crescita sostenuta, ma anche quali società specifiche associate a tali temi potrebbero prosperare sui mercati finanziari e quali, invece, potrebbero incontrare difficoltà ad affermarsi. Trenta o quaranta anni fa, per esempio, chi avrebbe mai detto che il megatrend delle banche retail sarebbe finito ai giorni nostri, con gli istituti bancari che cercano in tutti i modi di alleggerire il numero di filiali e di dipendenti?

Da uno studio di McKinsey & Co. è possibile identificare alcune metodologie di approccio che le istituzioni finanziarie e gli investitori – nella “progettazione” del portafoglio – possono adottare per individuare dei megatrend e sviluppare strategie di investimento tematico efficaci nel lungo e lunghissimo periodo. La prima è creare un “mandato tematico” – e non più un mandato basato sugli asset e sulle aree geografiche – capace di generare strategie di investimento lungimiranti. La seconda è una conseguenza della prima, e cioè quella di sovraesporre il portafoglio e l’allocazione degli asset verso i temi prescelti, aumentando l’orizzonte temporale e suddividendo l’allocazione per settore (salute, clima, biotecnologie, variabili demografiche etc) e area geografica, in modo tale da generare i rendimenti corretti per il rischio assunto a lungo termine.

Fortunatamente, nonostante i brutti momenti che a livello globale stiamo ancora vivendo, nella nostra epoca sono emersi numerosi temi che hanno il potenziale per sovraperformare nel lungo periodo. Per coglierne l’opportunità, però, serve una visione a lungo termine – che in pochi hanno – e la capacità di identificare i beneficiari di questi cambiamenti prima che vengano ampiamente riconosciuti da tutti gli investitori, appiattendo il trend di crescita del valore degli investimenti. Il timing, infatti, ed il saper arrivare in anticipo rispetto alla massa, è fondamentale nello sfruttare finanziariamente un megatrend. Che si tratti dell’emergere di una nuova tecnologia “disruptive” dell’ascesa della nuova classe media nei mercati emergenti, i megatrend hanno la caratteristica di manifestarsi davanti ai nostri occhi senza farci accorgere del loro avvento se non quando il loro arrivo è conclamato, ed allora è “troppo tardi”.

E data la nuova normalità a cui gran parte del mondo deve adattarsi, cioè quella dei tassi bassissimi – con una moderata inflazione – è ormai assodato nel comune sentire dei risparmiatori che sia necessario cercare opportunità in grado di permettere una crescita del capitale grazie a temi strutturali più resistenti nei prossimi anni e decenni, uscendo fuori dalla mentalità del risultato di breve termine. In questo, i progressi della tecnologia vengono molto in aiuto e generano dei megatrend interessanti. I token non fungibili (o NFT), per esempio, diventeranno una parte fondamentale del megatrend degli investimenti tecnologici del prossimo decennio, nonostante i cali nelle transazioni NFT del mese di Maggio. Ma il calo a breve termine delle transazioni NFT nelle ultime settimane non è affatto sorprendente, poichè questo mercato è ancora incredibilmente nuovo la maggior parte degli investitori ancora non lo capisce o addirittura non lo conosce affatto.

Gli NFT sono oggetti da collezione digitali, codificati su una blockchain; grazie ad essi è possibile creare una filigrana digitale unica, che indica la proprietà e i diritti digitali per i collezionisti che li possiedono. Negli ultimi mesi, una serie di importanti marchi di moda, franchising sportivi globali e artisti e musicisti famosi hanno lanciato i propri NFT, e ad aprile, la casa d’aste Christie’s ha venduto per 69,3 milioni di dollari “Everydays, the First 5000 Days, un’opera d’arte digitale in formato JPEG di un artista noto come Beeple. Si tratta della terza opera più costosa mai venduta da un artista vivente, e questo la dice lunga sul relativo megatrend in atto.

Il megatrend della tecnologia, di cui gli NFT diventeranno una parte essenziale, sarà inevitabilmente il megatrend degli investimenti del decennio per almeno quattro ragioni. Innanzitutto, la nostra vita quotidiana è sempre più guidata dalla tecnologia, e questo sta accelerando continuamente. In secondo luogo, ci sono i fenomeni demografici: i cosiddetti “nativi digitali” più giovani cresciuti sotto l’influenza di Internet e di altre tecnologie, faranno inevitabilmente aumentare la domanda di prodotti orientati alla tecnologia ed anche gli investimenti digitali. In terzo luogo, l’interesse e gli investimenti nelle criptovalute sono in costante aumento, ed è così che vengono acquistati gli NFT. Infine, gli NFT stanno cambiando positivamente i modelli di business, in particolare nelle industrie creative, che stanno crescendo in importanza economica, culturale e sociale soprattutto in Asia.

Nigel Green

Oggi artisti e musicisti possono offrire esperienze virtuali avanzate per collezionisti e acquirenti, possono mostrare che le loro opere non sono dei falsi e possono includere criteri per ottenere royalties ogni volta che le loro opere vengono rivendute in futuro. Naturalmente, però, il mercato degli NFT non è privo di critiche. Infatti, un certo numero di analisti ha bollato gli NFT come una moda passeggera, ma è bene ricordare che anche Internet, negli anni ’90, e i giganti dell’e-commerce come Amazon, negli anni 2000, sono stati considerati come un fenomeno limitato e passeggero.

Il fattore principale in gioco è che i millennial, in particolare i giovani della Generazione Z, conducono una “vita digitale”, ed è una evoluzione naturale quella di voler portare rappresentazioni digitali dei marchi di lusso, musica e arte in questi mondi, e questo ha valore. In ogni caso, sebbene il dominio degli NFT continuerà a crescere nel prossimo decennio, il mercato è ancora altamente speculativo, per cui i rischi a livello microeconomico sono elevati e gli investitori devono essere estremamente cauti nella scelta, evitando il fai-da-te e affidandosi ai consulenti esperti.

Traduzione dal testo originale a cura della redazione di P&F.
Fonte: 
https://www.thestreet.com/economonitor/financial-markets/nfts-the-investment-megatrend-of-the-next-decade

Economia circolare, bilancio della piattaforma europea ManuSquare per il manifatturiero

Il progetto si concentra sulla rivalorizzazione dei sottoprodotti non utilizzati nell’industria manifatturiera, e consente alle aziende di individuare acquirenti per i propri scarti o surplus di produzione riducendo così il numero di rifiuti da conferire in discarica, in un percorso virtuoso di economia circolare.

È durato tre anni il progetto europeo MANUSQUAREManufacturing ecoSystem of Qualified Resources Exchange (www.manusquare.eu) iniziato nel 2018 e finanziato dalla Comunità Europea nell’ambito di Horizon 2020. Un progetto che ha portato all’ideazione e realizzazione della omonima piattaforma digitale, da molti considerata come una concreta opportunità di innovazione e business per le aziende manifatturiere di svariati settori.

Il progetto è supportato da un consorzio di 12 partner provenienti dalla R&S e dall’ambiente industriale, e più in dettaglio:

SUPSIScuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana,
Holonix Srl (Italia),
SINTEF AS (Norvegia),
Innova Srl (Italia), 
– IBM Israel,
– Science and Technology Ltd (Israele),
– INESC-TEC – Instituto de Engenharia de Sistemas e Computadores, Tecnologia e Ciência  (Portogallo),
– PRODUTECH – Associação para as Tecnologias de Produção Sustentável (Portogallo),
– JPM – Automação e Equipamentos Industriais SA (Portogallo),
Innovhub SSI (Italia), 
Sanitars SpA (Italia), 
– Aktiengesellschaft Trudel (Svizzera), 
– CSEM – Centre Suisse d’Électronique et de Microtechnique SA (Svizzera).

Per fare il punto sugli elementi costitutivi che hanno portato alla ideazione e realizzazione della piattaforma MANUSQUARE, sugli strumenti messi in campo dal progetto e sui trend tecnologici – ed anche per illustrare le nuove opportunità di business per le aziende manifatturiere internazionali – lo scorso 23 giugno si è svolto il webinar organizzato dalle aziende del consorzio, che ha visto la partecipazione di relatori provenienti dal mondo dell’industria, della ricerca e delle istituzioni. Durante il webinar, sono stati illustrati i primi risultati del progetto, che a oggi mostra un andamento positivo, e della piattaforma, a cui si sono registrate già circa cento aziende.

Il progetto, fin dall’inizio, si è concentrato sulla rivalorizzazione delle capacità, delle risorse e dei sottoprodotti non utilizzati nell’industria manifatturiera, consentendo alle aziende di individuare acquirenti per i propri scarti o surplus di produzione, e allo stesso tempo riducendo il numero di rifiuti da conferire in discarica, in un percorso virtuoso di economia circolare. Sono stati messi a disposizione delle aziende strumenti ad hoc e servizi utili a consentire l’incontro tra la disponibilità e la domanda delle capacità produttive, delle risorse, delle nuove idee o dei sottoprodotti, con l’obiettivo di creare in modo dinamico delle catene di valore all’interno di un ambiente fidato, supportato da strumenti di ultima generazione come l’intelligenza artificiale e la blockchain.

“Il progetto MANUSQUARE ha raggiunto l’obiettivo di mettere a disposizione dell’industria manifatturiera una piattaforma digitale per sviluppare nuovi business e innovazione – ha dichiarato Alessio Gugliotta, responsabile ICT di Innova, una delle aziende italiane partner del progetto -. “Ovviamente la piattaforma ora deve crescere e maturare per poter attrarre più aziende e offrire sempre più opportunità. La collaborazione con nuovi early adopter sarà quindi fondamentale nei prossimi mesi per continuare il nostro cammino di crescita”. E se il progetto finisce, non finisce l’attività della piattaforma. “Sicuramente i sei mesi successivi alla fine del progetto vedranno un periodo di transizione, in cui noi gestiremo e cercheremo di portare avanti lo sviluppo della piattaforma – ha aggiunto Gugliotta – “Dopo di che l’obiettivo è quello di creare una startup che prenda in gestione la piattaforma“.

Graziano Elegir

“La piattaforma rappresenta un’importante opportunità anche in ambito di economia circolare sia nel settore cartario sia in quello tessile” ha dichiarato a sua volta Graziano Elegir, responsabile R&D area Carta/Tessile di Innovhub – Stazioni Sperimentali per l’Industria, ente di ricerca e altro partner italiano del progetto -. “In particolare, il settore tessile necessita di trovare soluzioni tecnologiche innovative avanzate per la valorizzazione degli scarti post-industriali complessi per superare il basso tasso di riciclo attuale e ridurre l’impatto ambientale. Soluzioni innovative di recupero che dovranno essere necessariamente cercate non solo all’interno della stessa filiera ma anche in filiere alternative, secondo una logica di open loop recycling e di contaminazione con altri settori industriali”.

In aumento le compravendite di negozi, uffici e capannoni. Box auto, prezzi in contrazione

Tra gli immobili per l’impresa, quello dei capannoni si rivela il settore più dinamico nel post pandemia. In aumento le compravendite di box e posti auto, ma i prezzi si vanno ridimensionando.

Nei primi tre mesi del 2021 le compravendite degli immobili per l’impresa secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate ed elaborati da Tecnocasa, hanno registrato un aumento notevole delle compravendite, che hanno segnato un +43,7% per il settore produttivo,+61,1% per i depositi, +34,4% per i negozi +34,4% e +50,7% per gli uffici.

Il settore più dinamico, in generale, sembra essere quello dei capannoni, tipologia che dallo scoppio della pandemia ha registrato un recupero costante. Prima grazie all’e-commerce che ha spinto la ricerca di spazi da parte delle aziende di logistica e della GDO per trovare una location vicina alle metropoli dove stoccare la merce da consegnare velocemente in città. Allo stesso tempo la ripresa della produzione, come più fonti mettono in evidenza, sta determinando un aumento delle richieste di spazi.

Ad acquistare sono quasi sempre aziende che hanno una solida situazione patrimoniale, piani di sviluppo per il futuro e che stanno cogliendo le occasioni che il mercato offre dopo anni di ribasso dei prezzi. Infatti, negli ultimi dieci anni i prezzi dei capannoni sono diminuiti del 31,8% per le tipologie nuove e del 34,9% per quelle usate. I dati sulle compravendite realizzate evidenziano che la maggioranza di chi ha acquistato capannoni ha avuto come finalità proprio quello di creare depositi.          

Il segmento del retail è stato quello più impattato dalla pandemia e questo ha determinato anche la liberazione di molti spazi. Chi ha resistito ha provato ad acquistare l’immobile ma nella maggioranza dei casi l’operazione ha interessato investitori che hanno colto l’occasione per comprare sia spazi vuoti sia occupati. I dati rivelano che tra gli acquirenti dei negozi ci siano anche coloro che hanno deciso di destinarlo ad uso ufficio o quando possibile in abitazione e, in questo caso, spesso il negozio è posizionato in via non di passaggio. Anche questa tipologia immobiliare ha evidenziato, negli ultimi dieci anni, un calo dei valori del 37,4% per le soluzioni in via di transito e del 42,3% per quelle in via non di passaggio.

Anche per gli uffici si segnala un aumento delle transazioni, +50,7%, e in questo caso ad acquistare sono quasi sempre utilizzatori, spesso liberi professionisti, che stanno approfittando del ribasso dei prezzi che negli ultimi 10 anni è stato del 37,1% per le soluzioni nuove e del 38,7% per quelle usate.    

Relativamente al mercato retail, il Gruppo Tecnocasa ha recentemente fornito i dati sulle compravendite di box e posti auto, i quali hanno registrato una contrazione, rispettivamente dello 0,7% e dello 0,9%, nel secondo semestre del 2020 rispetto al primo. Riguardo le transazioni, i dati dell’Agenzia delle Entrate segnalano, nello stesso arco temporale, un aumento delle compravendite dei box del 7,8% a livello nazionale e dell’1,2% nelle metropoli.  

Il 68,6% delle operazioni hanno riguardato la compravendita, mentre il 31,4% la locazione. Inoltre, tra gli acquirenti esiste una buona componente (49,4%) che acquista un box o un posto auto con la finalità di metterlo a reddito, anche se prevale l’utilizzo proprio. Tra i vantaggi di investire in un box c’è sicuramente una maggiore facilità di gestione rispetto all’abitazione, ed un rendimento interessante, intorno al 6,3% annuo. Quanto al loro valore, i box hanno avuto un trend decennale abbastanza in linea con le abitazioni: i primi hanno perso il 33,1%, le seconde il 30%.  

Rata del mutuo troppo alta? Attenti al redditometro. 6,6 annualità di stipendio per comprare casa

Secondo la Cassazione la rata di mutuo troppo elevata legittima l’accertamento sintetico da parte dell’Agenzia delle Entrate. Oggi l’acquisto dell’abitazione è meno impegnativo di 12 anni fa nel 2009 servivano 9 annualità di reddito, 6,6 nel 2021.

Il legame tra reddito delle famiglie e acquisto della casa – in Italia come nel mondo occidentale – è sempre stato fondamentale per capire, da un lato, lo stato di salute dell’economia nazionale e, dall’altro, il livello del tenore di vita degli italiani. In particolare, il numero delle annualità di reddito necessario per comprare un’abitazione rappresenta un indice più che significativo, e la dice lunga anche sul crollo delle quotazioni immobiliari avvenuto su quasi tutto il territorio nazionale negli ultimi 12 anni.

Naturalmente, questo parametro non è uguale in tutte le regioni, poiché le differenze di reddito medio all’interno del territorio italiano sono ancora evidenti. Infatti, il reddito complessivo dichiarato ammonta (dati 2019) a oltre 884 miliardi di euro (in aumento  di 4,5 miliardi rispetto all’anno precedente, +0,5%) per un valore medio di 21.800 euro, ma l’analisi su ciascun territorio rivela che a fronte del reddito medio complessivo della Lombardia (25.780 euro) e della Provincia Autonoma di Bolzano (24.970 euro), si oppone quello della Calabria con 15.600 euro.

In sintesi, la questione meridionale e lo “spread” di reddito tra regioni del Centro-Nord e quelle del Sud non è ancora terminato. Ciò è testimoniato anche dai dati sulla povertà: nel 2019, il 20,1% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 12.060.000 persone con un reddito netto annuale inferiore a 10.299 euro (858 euro al mese); di queste, circa il 72% si trova al Sud, dove il 10,4% della popolazione si trova in condizioni di grave deprivazione materiale e vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia con componenti tra i 18 e i 59 anni che hanno lavorato meno di un quinto del tempo.

Pertanto, mentre tra i nuovi acquirenti immobiliari avanzano gli extracomunitari di seconda generazione, l’acquisto della casa continua ad essere una delle spese maggiori che le famiglie italiane devono sostenere, sebbene oggi siano necessarie 6,6 annualità di stipendio per comprare casa. Secondo il confronto effettuato da Tecnocasa*, la differenza con il 2009 è stata consistente, poiché si è passati dalle 9,0 annualità di stipendio alle 6,6 attuali. Peraltro, il dato non è neanche quello migliore: nel 2008 ce ne volevano ben 10,2. Per comprare casa a Roma occorrono 4,4 annualità in meno, mentre a Milano soltanto 0,6 annualità in meno, a conferma del fatto che a Milano, negli ultimi anni, i valori immobiliari non hanno subito grosse variazioni e si sono stabilizzati in una plateau elevato.  In ogni caso, oggi Milano è la città dove occorrono più annualità (12,1) seguita da Roma (9,1 annualità). Il rialzo costante dei prezzi nella capitale lombarda, con tassi di crescita superiori alla media, la pone in cima alle città più costose d’Italia. Al terzo posto Firenze con 8,6 annualità, mentre la città dove servono meno annualità di stipendio è Genova (3,3).

L’acquisto della casa presenta numerosi collegamenti anche con i suoi inevitabili aspetti fiscali. In particolare, molti tra coloro che si accingono a comprare un’abitazione nutrono dei timori che questo passaggio così ricco di evidenze amministrative possa essere causa, all’indomani dell’acquisto, di problemi con il Fisco. In tal senso, con l’ordinanza numero 26668 del 24 novembre 2020 la Corte di cassazione ha fornito degli importanti chiarimenti sul tema, ed ha specificato che in sede di eventuale accertamento sintetico da parte dell’Agenzia delle Entrate (verifica della presunta capacità reddituale del contribuente, cd. redditometro) l’importo ricevuto a titolo di mutuo può essere detratto. E’ bene precisare, però, che il mutuo stipulato per acquistare un immobile “non esclude, ma diluisce la capacità contributiva” dell’acquirente. In poche parole, per ogni annualità di imposta i ratei di mutuo maturati ed effettivamente versati alla banca si sommeranno alle spese complessive di diversa natura. Per risolvere la questione, in caso di accertamento sintetico sarà sufficiente – ed obbligatorio – produrre all’Agenzia delle Entrate il contratto di mutuo, e dimostrare così la provenienza di natura creditizia (e non reddituale) delle somme con cui si è comprato l’immobile.

Va detto che, di norma, se le spese superano una certa percentuale del reddito, l’accertamento del Fisco scatta quasi d’ufficio, per cui l’acquisto di una casa potrebbe causare problemi solo se non si riesce a giustificare la provenienza del denaro. Inoltre, la stipula di un mutuo non salva il contribuente dalle presunzioni di reddito evaso. Infatti, in altra sentenza gli stessi giudici di Cassazione (pronuncia numero 1244 del 21 gennaio 2020) hanno precisato che se la rata da pagare alla banca è troppo alta l’accertamento sintetico deve reputarsi legittimo, poiché l’Agenzia delle Entrate può presumere una capacità contributiva maggiore rispetto a quella dichiarata.

* L’analisi condotta dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa si basa sui dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato di 85 mq, rilevati a gennaio 2021, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente (al netto dei dirigenti) a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati ISTAT. Si è inoltre ipotizzato che il reddito fosse destinato interamente all’acquisto di un’abitazione di 85 mq.

Ethenea esce dall’azionario cinese: “Giappone più appetibile”

L’allentamento delle tensioni Cina-Usa prezzato in maniera eccessiva. Giappone favorito perché vede l’uscita dal tunnel del Covid-19 e dalle incertezze sui Giochi Olimpici.

“A livello globale, prevalgono i fattori positivi a sostegno dell’investimento azionario, ma in Asia la situazione è cambiata. Mentre il Giappone appare in netto miglioramento, dopo le difficoltà legate ai vaccini e alle incertezze sui Giochi Olimpici estivi, riteniamo che il momento favorevole della Cina sia prezzato in modo eccessivo. Per questo, per il nostro fondo Ethna-AKTIV stiamo considerando di uscire dall’azionario cinese e di incrementare l’esposizione sulla Borsa di Tokyo”. È l’analisi di Michael Blümke, senior portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Nonostante l’elevata valutazione assoluta dei mercati azionari e il sentiment già molto ottimistico, a livello globale continuano a prevalere i fattori positivi, in termini di valutazione relativa, di politica monetaria e fiscale di sostegno e di andamento inalterato del trend – argomenta Blümke – e questo ci porta a mantenere un’allocazione azionaria superiore alla media per il terzo trimestre consecutivo nel fondo Ethna-AKTIV, seppure modificando l’allocazione geografica. La Cina ha fatto registrare una buona performance del mercato azionario nel 2020, grazie al fatto che è stata pioniera nella lotta contro la pandemia e l’unica grande economia a non registrare una crescita negativa nel 2020. Oggi, tuttavia, ci sono molte ragioni per dubitare del futuro livello dei prezzi delle azioni cinesi. Il momentum creditizio in Cina è in calo, il peso dello Stato, in particolare per quanto riguarda la regolamentazione delle aziende tecnologiche, non è del tutto prevedibile e l’atteso allentamento delle tensioni con gli Stati Uniti è probabilmente prezzato in modo eccessivo.

Al contrario, consideriamo il mercato azionario giapponese come un buon proxy di valore. Il Giappone è stato a lungo in ritardo in termini di progressi nella vaccinazione e ha vissuto una fase di prolungata incertezza relativamente ai Giochi Olimpici che si svolgeranno da fine luglio, ma il costante miglioramento della situazione induce maggiore ottimismo. ”In termini di allocazione di portafoglio, questo ci induce ad accrescere gradualmente la nostra esposizione sul Paese, mentre stiamo riducendo i nostri investimenti nell’indice negli Stati Uniti e abbandonando l’azionario cinese”, conclude Blümke.

Promotore vs Consulente finanziario, uno “scontro di status” nato nel 1985 e non ancora finito

Richiamare lo status professionale della categoria dei consulenti finanziari prima del varo della legge n.1/91 è utile per inquadrare correttamente il problema della contrastante percezione, sia interna che esterna alla categoria, che ha caratterizzato fino ad oggi la storia di questa professione.

di Manlio Marucci*

A conclusione delle precedenti  riflessioni  da me avanzate sul dibattito ancora aperto circa le varie definizioni attribuite alla figura del consulente finanziario – già “promotore finanziario” per un lungo corso di storia della Consulenza Finanziaria – ritengo che, per obiettività di giudizio e di analisi socio-politica, sia utile richiamare l’attenzione alle dinamiche e alle argomentazioni metodologiche assunte a modello nel lontano 1985 dalla Consob, la quale si è trovata a disciplinare, in assenza di una normativa specifica, la nascita di tale figura professionale. Infatti, l’Autorità di Vigilanza, a seguito della legge n. 216 del 1974 istitutiva della stessa Commissione, aveva un preciso assetto organizzativo e di controllo sui mercati finanziari ancora in formazione, poichè la struttura si richiamava implicitamente ai regolamenti e alle leggi di attuazione che regolavano i modelli di funzionamento dei paesi più avanzati.

Oggi, pertanto, sarà utile richiamare lo status professionale della categoria dei consulenti finanziari prima del varo della legge n.1/91, al fine di inquadrare correttamente il problema della contrastante percezione, sia interna che esterna alla categoria, che ha caratterizzato fin dall’inizio la storia di questa professione, e nel contempo – e una volta per tutte – rendere giustizia al riconoscimento etico, professionale e sociale della figura del Consulente Finanziario, indipendentemente dall’attribuzione dei diversi appellativi  già precedentemente richiamati (compreso l’ultimo, e cioè quello di consulente patrimoniale, ancora in attesa di una concreta codifica).

Le delibere che, a torto o a ragione, sono in qualche modo  sottoposte al giudizio critico e valutativo degli addetti ai lavori, furono varate dalla Consob nel lontano 1985: la n. 1739 e la n.1830, rispettivamente del 10 luglio e 12 settembre dello stesso anno (G.U. n.170 e n.278/85). In applicazione della stessa legge n. 216 del 1974, infatti, la Consob – senza prevederne i conseguenti risvolti – ritenne che “i soggetti  incaricati di promuovere il collocamento di prodotti finanziari e di investimento” dovevano essere  configurati  e assimilati agli “agenti di commercio o di assicurazione o dei brokers”. Con tali provvedimenti impositivi, quindi, la stessa Autority di vigilanza aggiunse che gli incaricati da parte di una società dovessero avere e osservare: a) i requisiti soggettivi minimi; b) le norme di comportamento da tenere nel rapporto con la clientela; c) la natura e il tipo di rapporto lavorativo.

Relativamente all’attività di lavoro autonomo, la stessa Consob – pretendendo l’obbligo di iscrizione al ruolo agenti di commercio o all’albo degli assicuratori – fissava  dei paletti e dettava precise condizioni al che avrebbero  salvaguardato, oltre la tutela del pubblico risparmio,  le società autorizzate al collocamento  da eventuali  contenziosi  di lavoro. I prerequisiti sostanziali dell’iscrizione ad un ruolo quale quello degli agenti di commercio o all’albo degli assicuratori non modificava tuttavia lo “status” in capo al consulente finanziario, potendo questi sempre dimostrare che il rapporto con la società autorizzata alla sollecitazione del pubblico risparmio non derivava né da un contratto di agenzia commerciale né da un atto negoziale consensuale qual è appunto il rapporto di mediazione.

E’ utile ricordare  che la questione allora fu ampiamente portata all’attenzione sia della Magistratura ordinaria che delle Istituzioni, le quali affrontarono il problema alla luce degli eventi necessari generati dall’applicazione di tali provvedimenti  – anche e soprattutto sotto il profilo della previdenza obbligatoria  – e misero in evidenza  le contraddizioni emerse con tali provvedimenti. In proposito, è utile richiamare la Circolare n.291772/ 1994 dell’Eneac del Ministero dell’industria e la circolare Inps n.134/1994, nonché la sentenza n.256/95 del Pretore di Livorno passata in giudicato fino al varo della legge 262/96.

La storia successiva, che ha riguardato l’iter di formazione della figura dell’odierno Consulente Finanziario, del suo formale riconoscimento sia sul piano giuridico-normativo che sul suo status professionale, è stata indubbiamente oggetto di attenzione su svariati campi di interesse, che è meglio lasciare alla riflessione di ognuno, con la consapevolezza che è arrivato – finalmente – il momento storico per porre fine a questo “scontro di status” e far affermare la ricchezza di contenuti  che il profilo professionale del consulente finanziario ha sempre posseduto.

*Presidente di Federpromm