Maggio 10, 2026
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Trump vs Cina, Canada, Messico ed EU: quale strategia di investimento azionario, e quale portafoglio?

L’imposizione di nuovi dazi da parte di Trump su Cina, Canada, Messico ed Europa crea incertezza nei mercati, ma allo stesso tempo apre opportunità per strategie di investimento mirate.

Le recenti misure tariffarie introdotte dal presidente Donald Trump stanno generando preoccupazioni significative riguardo al loro impatto sull’economia globale. Secondo il quotidiano The Times, l’imposizione di dazi del 25% su importazioni da Canada e Messico, e del 10% su quelle cinesi, potrebbe causare effetti paragonabili alle interruzioni economiche provocate dalla pandemia di COVID-19.

Queste politiche protezionistiche rischiano di innescare guerre commerciali, con conseguenze economiche potenzialmente gravi per tutte le parti coinvolte, in particolare per le economie di Canada e Messico, fortemente dipendenti dagli Stati Uniti. Alcuni economisti prevedono possibili recessioni in questi paesi se i dazi del 25% dovessero persistere. Anche l’Unione Europea potrebbe essere coinvolta in questa escalation tariffaria, con possibili ripercussioni sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti. Settori come l’automotive, l’elettronica e la moda potrebbero essere particolarmente colpiti, con un impatto stimato di 102 miliardi di dollari solo per l’UE. Pertanto, anche alla luce delle poco rassicuranti dichiarazioni del presidente USA, gli investitori e i risparmiatori dovrebbero aggiornare la propria asset allocation strategica, e riposizionare i propri portafogli di investimento in modo da minimizzare i danni o trarre profitto dalle opportunità che un simile scenario comunque comporta. In termini strategici, innanzitutto, ecco alcune possibili decisioni da adottare per i portafogli azionari.

1. Investire in settori resilienti ai dazi. Alcuni settori tendono a essere meno colpiti o addirittura favoriti da tensioni commerciali, come quello della Tecnologia. Infatti aziende come Microsoft, Amazon e Google (Alphabet), che offrono servizi digitali e cloud, sono meno esposte alle tariffe sui beni fisici. Allo stesso modo il settore Sanità/farmaceutico, dove compagnie come Pfizer, Johnson & Johnson e Eli Lilly vendono globalmente e hanno un mercato meno influenzato dai dazi; così come quello dei beni di consumo non ciclici, che producono beni essenziali (es. Procter & Gamble, Coca-Cola o Walmart).

2. Puntare su aziende con supply chain localizzata. Le aziende che producono principalmente negli Stati Uniti e dipendono meno da importazioni (ad esempio alcune realtà del settore manifatturiero o della difesa) potrebbero beneficiare di un ambiente protezionistico.
3. Investire in aziende che beneficiano della sostituzione delle importazioni. Se alcuni prodotti importati diventano più costosi a causa dei dazi, le aziende nazionali che offrono alternative potrebbero trarne vantaggio. Nel settore agricolo e alimentare, per esempio, se i dazi colpiscono prodotti alimentari esteri, i produttori agricoli statunitensi potrebbero aumentare vendite e margini. Nell’Automotive, alcune case automobilistiche potrebbero beneficiare di una maggiore domanda interna se le importazioni vengono penalizzate.

4. Puntare su asset rifugio in periodi di incertezza. Nei settori dell’Oro e dei metalli preziosi in generale, aziende minerarie come Barrick Gold o Newmont Mining tendono a guadagnare quando c’è incertezza economica. Anche le c.d. utilities e le infrastrutture sono settori considerati “difensivi” e meno legati ai cicli economici.
5. Diversificazione globale per ridurre il rischio. Se i dazi colpiscono il mercato USA, diversificare investendo in mercati emergenti o in economie meno coinvolte nella guerra commerciale può essere una buona scelta.

Relativamente ai portafogli di investimento esclusivamente azionari – o per la parte azionaria di un portafoglio titoli complessivo che comprenda anche strumenti monetari/obbligazionari – è fondamentale mettere in atto strategie diverse in base al livello di rischio e all’orizzonte temporale. Senza entrare eccessivamente nel tecnico, ci si può concentrare su tre tipologie di portafoglio sostenibili alla luce dei nuovi dazi imposti da Trump: Portafoglio Azionario Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio), Portafoglio Azionario Bilanciato (mix di stabilità e crescita) e Portafoglio Azionario Aggressivo (massima crescita e speculazione).

Portafoglio Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio)
Obiettivo: minimizzare l’impatto delle tensioni commerciali proteggendo il capitale con asset rifugio e settori resilienti. Composizione:
– 40% ETF su beni di consumo non ciclici (es. XLP – Consumer Staples Select Sector SPDR)
– 20% Utilities e infrastrutture (Duke Energy, NextEra Energy)
– 20% Oro e metalli preziosi (ETF GLD – SPDR Gold Trust, Newmont Mining)
– 10% Settore farmaceutico (Pfizer, Johnson & Johnson)
– 10% Liquidità o obbligazioni a breve termine (ETF TLT – Treasury Bonds)
Motivazione: Protegge da recessione e volatilità derivante dalla guerra commerciale, con asset stabili e beni essenziali.

Portafoglio Bilanciato (Mix di Stabilità e Crescita)
Obiettivo: Bilanciare protezione e opportunità di crescita nei settori meno colpiti dai dazi.
Composizione:
– 30% Settore tecnologico USA (Microsoft, Apple, NVIDIA)
– 20% Settore sanitario (UnitedHealth, Merck, ETF XLV)
– 20% Settore industriale USA (che beneficia del protezionismo) (Caterpillar, Lockheed Martin)
– 20% Oro e obbligazioni per stabilità (GLD – oro, TLT – Treasury Bonds)
– 10% Mercati emergenti (ETF EEM – MSCI Emerging Markets, che possono beneficiare dallo spostamento dei flussi commerciali)
Motivazione: Diversifica tra crescita e protezione, puntando su aziende USA che non dipendono troppo dalle importazioni.

Portafoglio Aggressivo (Massima Crescita e Speculazione)
Obiettivo: Sfruttare opportunità speculative e settori che potrebbero beneficiare dai dazi.
Composizione
– 40% Tecnologia USA e AI (NVIDIA, AMD, Microsoft)
– 20% Materie prime ed energia USA (Occidental Petroleum, ExxonMobil)
– 15% Settore agricolo USA (favorito dai dazi sui prodotti esteri) (Deere & Co, Archer-Daniels-Midland)
– 15% Mercati emergenti non colpiti dai dazi USA (India ETF – INDA, Brasile ETF – EWZ)
– 10% Cash e opzioni su volatilità (ETF VIX per copertura, liquidità per opportunità di acquisto)
Motivazione: Alta esposizione a settori con forte crescita e volatilità, cercando di sfruttare il cambiamento dei flussi commerciali.

Mercati asiatici sottovalutati rispetto a Europa e USA. Interesse per l’azionario sudcoreano

Il “Korean Value up Program” dovrebbe accelerare ulteriormente nel corso del 2025. I mercati azionari asiatici rimangono interessanti e, rispetto ad Europa e USA sono storicamente sottovalutati.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

Il caos politico causato in Corea del Sud dalla dichiarazione di legge marziale da parte del presidente Yoon Suk Yeol, che ora è stato arrestato, ha provocato un’attiva vendita all’estero a dicembre. Riteniamo che i partiti politici risolveranno la crisi con gli strumenti democratici disponibili. Una volta confermato l’arresto, la corte ha 20 giorni per evidenziare il crimine. L’Ufficio per le indagini sulla corruzione dei funzionari di alto rango (CIO) condurrà l’indagine, concentrandosi sulle accuse di insurrezione e abuso di potere relative alla dichiarazione della legge marziale da parte di Yoon. Questa situazione continuerà a influenzare il sentimento degli investitori/consumatori. Comunque, il mercato coreano ha le valutazioni fondamentali più attrattive in Asia e ci aspettiamo che il “Korean Value up Program“, che mira ad aumentare le valutazioni delle azioni nazionali, acceleri nel ulteriormente nel corso del 2025.

L’intelligenza artificiale è rimasta un punto di forza delle azioni asiatiche e gli indici tecnologici di Taiwan e del Giappone sono andati molto bene a dicembre. Le azioni giapponesi sono salite ai massimi da quattro mesi grazie ai migliori dati sulla produzione industriale e all’indebolimento dello yen. L’incertezza geopolitica in Asia è aumentata in quanto gli investitori attendono di vedere le mosse del nuovo presidente degli Stati Uniti. La Banca del Giappone non ha aumentato i tassi di interesse a dicembre, come previsto da alcuni analisti. Lo yen è sceso del 5,4% a dicembre e ha chiuso l’anno come una delle principali valute più deboli rispetto al biglietto verde. Le azioni cinesi e di Hong Kong, infine, hanno continuato a trarre profitto dal pacchetto di 1,4 trilioni di dollari a cinque anni annunciato a novembre per sostenere la ristrutturazione del debito pubblico locale.

Nel corso del mese abbiamo ridotto leggermente l’esposizione in Thailandia e Indonesia a favore del Giappone. Abbiamo invece mantenuto l’esposizione sovrappesata alla Corea del Sud. Prevediamo che nel 2025 continuerà l’interesse per il tema dell’intelligenza artificiale e quindi ci aspettiamo che la tecnologia rimanga favorita dagli investitori. Il dollaro Usa rimarrà una variabile importante per il sentiment dei mercati emergenti e ci aspettiamo che gli investitori attendano ulteriori indicazioni sul piano politico e tariffario del Presidente Trump per l’Asia. I mercati azionari asiatici rimangono fondamentalmente interessanti e, rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, sono storicamente sottovalutati.

Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.

Timori della Fed per l’inflazione, mercati in subbuglio. In Germania risalgono i prezzi al consumo

Mentre la Fed teme l’impatto delle politiche di Trump sull’inflazione, in Germania i prezzi al consumo salgono a dicembre. Il ministro inglese Reeves sotto pressione tra sterlina debole e indebitamento.

A cura di Gold Avenue

I primi dieci giorni del nuovo anno hanno chiarito il livello e le “gradazioni” delle aspettative sui mercati finanziari nell’era Trump. Gli investitori, infatti, sperano in un forte rialzo delle azioni statunitensi nel 2025, guidati anche dai potenziali tagli fiscali. Tuttavia l’inflazione è un jolly: se rimane vicina al 2%, le azioni potrebbero prosperare; se si allontana sensibilmente dalla soglia di sostenibilità, ciò potrebbe innescare rialzi dei tassi e perdite di mercato. Nel frattempo, i rischi globali incombono, tra cui l’indebolimento delle valute, le tensioni commerciali e l’instabilità geopolitica. L’Europa, la Cina e il Giappone devono affrontare le proprie sfide, che potrebbero ripercuotersi sulla crescita e sui mercati globali.

I funzionari della Federal Reserve temono che le politiche commerciali e immigratorie di Trump possano peggiorare l’inflazione, come emerge dai verbali della riunione. Hanno intenzione di rallentare i tagli dei tassi di interesse a causa dell’incertezza economica e degli elevati rischi di inflazione. Il tasso di riferimento della Fed è stato ridotto al 4,25%-4,5%, ma sono previsti meno tagli per il 2025. I funzionari hanno osservato che l’inflazione rimane al di sopra dell’obiettivo del 2%, guidata dalla forte spesa dei consumatori e dall’attività economica. La Fed mette in evidenza un approccio cauto, paragonando le sue mosse politiche alla “guida in una notte di nebbia”.

L’oro sfiora i massimi in 4 settimane. I prezzi dell’oro sono saliti a 2.679,91 $ l’oncia venerdì, il livello più alto dal 13 dicembre. La domanda di beni rifugio, alimentata dall’incertezza sulle politiche del presidente Trump, e l’attesa dei dati sulle buste paga statunitensi hanno fatto salire l’oro di oltre l’1% questa settimana. Gli analisti suggeriscono che se i dati sull’occupazione fossero più deboli del previsto, i prezzi dell’oro potrebbero spingersi verso i 2.700 dollari e stabilizzarsi per qualche mese attorno a questa soglia. 

In Europa, balza l’inflazione in Germania, dove è salita al 2,8% a dicembre, superando le previsioni del 2,6%, secondo Destatis. Questo è il terzo mese in cui l’inflazione si è mantenuta al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Banca centrale europea, con un aumento anche dell’inflazione di base. Gli analisti citano l’aumento dei salari e il venir meno degli effetti dei costi energetici come fattori chiave. I dati arrivano in un contesto di incertezza politica in vista delle elezioni federali anticipate del 23 febbraio. Gli esperti avvertono che l’inflazione potrebbe rimanere ostinatamente alta nei prossimi mesi.

Nel Regno Unito, l’aumento del costo del debito britannico e la caduta della sterlina hanno riportato alla memoria la crisi monetaria del 1976. Gli investitori dubitano della capacità dei laburisti di finanziare gli ambiziosi piani di spesa, con i costi di indebitamento a lungo termine che hanno raggiunto i massimi dal 2008. I critici sostengono che l’esiguo cuscinetto della ministra della Finanze Rachel Reeves (nella foto) e l’impennata dei rendimenti lasciano poco spazio di manovra per evitare tagli alla spesa o aumenti delle tasse. Dal canto suo, la sterlina ha toccato il livello più basso da oltre un anno e i costi di indebitamento del Regno Unito hanno raggiunto il massimo da 16 anni, suscitando preoccupazioni sulla stabilità economica. Gli economisti avvertono che l’aumento del costo del debito potrebbe costringere il governo a tagliare la spesa o ad aumentare le tasse per sottostare alle regole fiscali.

Sempre in tema di inflazione, secondo alcuni esperti i beni domestici e i prodotti di prima necessità potrebbero subire aumenti di prezzo consistenti, sulla scorta dei dazi statunitensi che potrebbero far lievitare ulteriormente i costi. Si prevede che le aziende scaricheranno sui consumatori l’aumento dei costi dei prodotti alimentari, elettronici e chimici. I ritardi nelle spedizioni e i potenziali scioperi dei porti statunitensi potrebbero peggiorare la situazione. In Giappone, invece, gli aumenti salariali si stanno diffondendo in tutto il territorio, mentre le aziende rispondono alla carenza di manodopera, rafforzando l’ipotesi di un rialzo dei tassi da parte della Banca del Giappone. La Bank of Japan (BOJ) potrebbe alzare i tassi già in occasione della riunione di gennaio, mentre molte aziende stanno già pianificando aumenti salariali significativi. Gli stipendi di base sono aumentati del 2,7% a novembre, il ritmo più veloce dal 1992, alimentando un’inflazione vicina all’obiettivo del 2% della BOJ. Tuttavia, l’incertezza sulle politiche commerciali di Donald Trump offusca le prospettive dell’economia giapponese, molto dipendente dalle esportazioni.

2025, Trump in guerra contro il commercio. Outlook Regno Unito e USA in cinque punti

Un cambiamento dai contorni ancora sconosciuti travolgerà l’America, mentre i vecchi problemi dell’economia e la lotta all’inflazione affliggeranno altri paesi. Regno Unito in stagnazione?

L’economia globale sta entrando nel nuovo anno con crescenti tensioni geopolitiche che incombono sulle sue prospettive, mentre le principali banche centrali del mondo tentano di tagliare i tassi di interesse dopo il peggior shock inflazionistico degli ultimi decenni.

In tutta probabilità, il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca dominerà l’agenda economica, e le tensioni commerciali globali sono ormai all’orizzonte, mentre il presidente eletto minaccia di imporre tariffe radicali sulle importazioni statunitensi. In Europa, l’economia britannica sta vacillando sotto la scure delle pressioni inflazionistiche, mentre le maggiori economie dell’eurozona sono travolte da turbolenze politiche. In Asia, Pechino sta lottando per rilanciare l’economia cinese, mentre i paesi del sud del mondo stanno affrontando pagamenti di interessi sul debito in forte aumento. Ecco i cinque punti chiave che sostengono le prospettive economiche per il 2025.

1) Le guerre commerciali di Trump 2.0 – La vittoria inequivocabile di Trump ha aumentato la prospettiva di battaglie globali su una scala molto più ampia rispetto al suo primo mandato, quando i suoi scontri con la Cina hanno avuto ripercussioni sul commercio mondiale. Tuttavia, molti economisti sperano che Trump si fermi prima di schierare l’intero arsenale di minacce che ha fatto durante la campagna elettorale, che includeva tariffe sulle importazioni fino al 60% sulla Cina e fino al 20% sui nemici e gli alleati dell’America. Le promesse del presidente eletto di tagliare le tasse e le normative sulle imprese hanno fatto sperare gli investitori in un’impennata nel mercato azionario americano, ma si teme che le sue misure possano aprire un buco enorme nel bilancio federale degli Stati Uniti, dove anche le famiglie colpite da tasse più elevate sulle importazioni potrebbero alimentare l’inflazione. Altrove, le tensioni rimangono elevate con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, mentre l’incertezza politica sta aumentando nel nucleo dell’eurozona, dove i governi francese e tedesco sono sotto pressione.

2) Inflazione ostinata – Le banche centrali più potenti del mondo hanno iniziato a tagliare i tassi di interesse nel 2024 dopo che l’inflazione si è raffreddata più rapidamente del previsto. L’attenzione principale per l’anno a venire sarà su quanto saranno ulteriormente ridotti i costi dei prestiti, in considerazione dei timori per le persistenti pressioni inflazionistiche e le prospettive di crescita economica. La Banca d’Inghilterra ha segnalato un approccio graduale, dopo aver previsto che l’inflazione sarebbe rimasta al di sopra del suo obiettivo del 2% fino al 2027. Nel Regno Unito l’inflazione complessiva è scesa da un picco dell’11,1% nella seconda metà del 2022 fino a sotto il 2% a settembre 2024, ma è tornata quasi subito al 2,6%. La crescita salariale è rimasta più forte del previsto, con il potenziale per alimentare l’inflazione. La Banca centrale inglese sta anche monitorando l’impatto del bilancio autunnale di Rachel Reeves, dopo che il cancelliere ha annunciato un aumento di 25 miliardi di sterline nei contributi previdenziali nazionali dei datori di lavoro da aprile. I leader aziendali hanno avvertito che ciò potrebbe colpire i posti di lavoro o essere trasferito ai consumatori attraverso prezzi più alti. Gli investitori hanno ridotto le aspettative di tagli profondi dei tassi di interesse nel 2025.

3) Il Regno Unito in stagnazione? – L’economia britannica è sull’orlo della stagnazione, aumentando la prospettiva di un periodo di “stagflazione“, quando la crescita è in stallo ma l’inflazione è alta. Il Regno Unito è cresciuto al ritmo più rapido nel G7 nella prima metà del 2024, in parte perché si stava riprendendo da una recessione superficiale nella seconda metà del 2023. Tuttavia, un forte calo della fiducia dei consumatori e delle imprese ha pesato sull’economia, che alcuni analisti hanno attribuito alla cupa retorica del Labour e ai piani di aumento delle tasse. L’economia si è contratta dello 0,1% a ottobre, mentre la Banca d’Inghilterra prevede una crescita pari a zero negli ultimi tre mesi del 2024. Alcuni esperti sono, tuttavia, più ottimisti, e affermano che la fiducia degli inglesi nell’economia britannica e continentale dovrebbe riprendersi, poiché il contesto politico generale è molto più stabile in Inghilterra rispetto agli ultimi anni e, soprattutto, rispetto ad altri paesi europei.

4) Tasso di occupazione – La Gran Bretagna è uno dei pochi paesi sviluppati con un tasso di occupazione inferiore rispetto a prima della pandemia di Covid.

Oltre 9 milioni di persone sono “economicamente inattive”, ovvero non lavorano né cercano un lavoro. Riportare più persone al lavoro è visto dal governo come uno dei modi più efficaci per riavviare la crescita economica e sarà una delle sue massime priorità nel 2025. Parte di questo sforzo sarà mirato a sistemare i servizi pubblici malconci, mentre ci saranno cambiamenti nei centri per l’impiego e nel sostegno all’occupazione a partire dalla primavera. Negli USA, invece, il il mercato del lavoro è passato di recente da una lunga fase di piena occupazione tecnica (ossia un tasso di disoccupazione “fisiologico” compreso tra il 3% ed il 3,5%) ad un leggero rallentamento del saldo netto occupazionale, con un livello di disoccupazione passato al 4,1%. Se questa percentuale di inoccupati dovesse aumentare o mantenersi ai livelli attuali, le pressioni inflazionistiche potrebbero rallentare e la Fed potrebbe continuare ad abbassare i tassi di interesse, sia pure con lenta gradualità (e non come Wall Street vorrebbe).

5) Rendimenti obbligazionari – I governi di tutto il mondo stanno affrontando sfide dovute ai maggiori costi di indebitamento. A differenza degli anni di tassi di interesse ultra bassi dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la spesa pubblica alimentata dal debito ha contribuito a sostenere una crescita fragile, il rischio di un’inflazione più rigida e di tassi di interesse più elevati nel 2025 renderà tutto più difficile. “La politica fiscale espansiva nei periodi difficili non è più un pranzo gratis. Ora richiede un adeguato consolidamento fiscale nei periodi favorevoli“, hanno scritto gli analisti della Bank of America in una nota ai clienti. Anche la Francia sta lottando per ridurre il suo deficit di bilancio in mezzo a turbolenze politiche. Gli investitori potrebbero richiedere rendimenti più elevati se prestassero a governi con deficit elevati, e questo farebbe aumentare ulteriormente i costi del debito sovrano.

I mercati globali sono entrati nell’era “a somma zero”: in crescita oro e rendimenti dei bond

L’incertezza in Medio Oriente fa salire l’oro, il Dow va a rilento dopo l’arresto del rally di Natale, le banche centrali si preparano per un mondo “a somma zero”. 

a cura dell’ufficio studi di Golden Avenue

I mercati globali stanno entrando in un fase in cui le decisioni adottate dai regolatori sembrano protese esclusivamente a “tamponare” le falle dell’economia mondiale, quest’ultima ancora stretta tra gravi crisi geo-politiche e una latente recessione economica.

E così, mentre le banche centrali reagiscono a pressioni contrastanti in una realtà economica e geopolitica in continuo mutamento, il Brasile ha aumentato i tassi per far fronte all’aumento dell’inflazione, mentre la Svizzera e il Canada li hanno ridotti per indebolire le proprie valute. La Banca centrale europea ha tagliato nuovamente i tassi ma ha segnalato un ulteriore allentamento, nonostante i rendimenti obbligazionari siano aumentati inaspettatamente. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca e l’incombere di potenziali minacce tariffarie, le politiche monetarie globali stanno divergendo fortemente, creando nuove sfide di mercato. Gli economisti avvertono che queste mosse potrebbero approfondire le divisioni tra le economie, con rischi di inflazione negli Stati Uniti e timori di deflazione in Europa sempre più pronunciati.

L’incertezza fa crescere l’oro. Il prezzo dell’oro è aumentato in queste settimane, mentre i timori legati all’instabilità politica in Medio Oriente spingono gli investitori a cercare opzioni più sicure. Il prezzo spot dell’oro si è attestato a 2.629,49 $ l’oncia, ma il rafforzamento del dollaro americano ha frenato ulteriori guadagni. Il metallo giallo è salito del 28% quest’anno, sostenuto dalle tensioni globali e dal calo dei tassi d’interesse negli Stati Uniti. Anche l’argento e il platino hanno registrato guadagni, mentre il palladio è sceso leggermente nell’ultima settimana. Gli investitori continuano a puntare sull’oro a causa dell’incertezza che regna in tutto il mondo. 

Crescono i rendimenti del Tesoro. Il rendimento decennale dei titoli del Tesoro è tornato sopra il 4,6%, salendo di 3 punti base al 4,607% dopo i dati contrastanti sulle richieste di sussidi di disoccupazione. Si tratta di un ritorno a livelli che non si vedevano da maggio, anche se leggermente inferiori al picco di questa settimana. Anche il rendimento del Tesoro a 2 anni è salito al 4,334%. I rendimenti dei Treasury, che si muovono inversamente ai prezzi, riflettono le reazioni degli investitori agli indicatori economici e ai segnali del mercato del lavoro. I mercati osservano con attenzione queste tendenze alla ricerca di indizi sulle prossime mosse della Federal Reserve.

Mercati. Le azioni statunitensi hanno chiuso con risultati contrastanti, con il Dow in rialzo di 28 punti mentre l’S&P 500 e il Nasdaq sono scesi leggermente al di sotto della parità. I titoli a piccola capitalizzazione hanno sovraperformato, con il Russell 2000 in rialzo dello 0,9%. I mercati hanno faticato a prolungare il rally di Babbo Natale e le contrattazioni sono rimaste leggere dopo la pausa festiva. Nel complesso, l’S&P 500 ha registrato un’ottima performance nel 2024, con un aumento del 25%, e si è mantenuto al di sopra della sua media mobile a 200 giorni per tutto l’anno. Gli strateghi di Citigroup raccomandano un inizio cauto del 2025, suggerendo agli investitori di concentrarsi su settori difensivi come la sanità e di selezionare con attenzione i titoli in crescita.

NVIDIA traina il boom dell’IA. Gli investitori retail hanno investito quasi 30 miliardi di dollari in Nvidia nel 2024, un balzo enorme rispetto al 2021, con un’impennata delle azioni della società di oltre il 180%. Valutata ora 3.000 miliardi di dollari, Nvidia è diventata il titolo più performante del Dow e ha rimpiazzato Tesla come titolo più acquistato dell’anno. Il successo dell’intelligenza artificiale l’ha resa una delle aziende preferite sia da Wall Street che dai trader di tutti i giorni, consolidando il suo ruolo di leader nel settore tecnologico.

Scivola il Bitcoin. Giovedì il Bitcoin è sceso del 3% a 95.420 $, anche se MicroStrategy ha previsto di emettere altre azioni per finanziare ulteriori acquisti. L’azienda ha recentemente acquistato 561 milioni di dollari in Bitcoin, nella settima settimana consecutiva di acquisti. Sebbene il Bitcoin sia salito del 135% quest’anno, gli operatori prevedono una certa volatilità a causa della scadenza di 43 miliardi di dollari in derivati sul Bitcoin e sull’Ether, che potrebbe innescare forti movimenti di mercato.

Previsioni sulla Cina. La Banca mondiale ha alzato le stime di crescita del PIL cinese al 4,9% per il 2024 e al 4,5% per il 2025, citando l’allentamento delle politiche e le forti esportazioni come fattori chiave. Tuttavia, la debolezza della fiducia dei consumatori, il mercato immobiliare in difficoltà e i possibili aumenti dei dazi statunitensi sotto il presidente eletto Trump restano sfide importanti. La Banca ha esortato a riformare il settore immobiliare, le finanze dei governi locali e le reti di sicurezza sociale per sostenere la crescita a lungo termine, poiché è improbabile che il settore immobiliare possa riprendersi prima della fine del 2025. 

L’evoluzione del mercato cripto: cosa aspettarsi nel 2025?

L’approvazione degli ETF spot su Bitcoin ed Ethereum ha aperto la strada a maggiori investimenti istituzionali, aumentando la domanda e legittimando le criptovalute agli occhi della finanza tradizionale.

L’adozione globale delle criptovalute è in continuo aumento, come evidenziato dal rapporto di Chainalysis. Stati Uniti ed Europa sono le due regioni chiave che guidano questa crescita, con trasferimenti di dimensioni istituzionali e un aumento dell’attività on-chain. In particolare, l’Europa si sta affermando come la seconda più grande economia di criptovalute a livello globale, rappresentando il 21,7% del volume complessivo delle transazioni. Il Regno Unito è al primo posto per valore di criptovalute ricevute, seguito dalla Germania. L’Italia si posiziona al sesto posto, con oltre 50 miliardi di dollari di criptovalute ricevute on-chain.

“Il 2024 è stato un anno cruciale per il mercato delle criptovalute, caratterizzato da significativi progressi normativi e da un crescente interesse istituzionale. L’approvazione degli ETF spot su Bitcoin ed Ethereum ha aperto la strada a maggiori investimenti istituzionali, aumentando la domanda e legittimando le criptovalute agli occhi della finanza tradizionale. Ci aspettiamo che il mercato delle criptovalute nel 2025 rifletta l’influenza degli eventi recenti, continuando la sua crescita e stabilizzandosi ulteriormente con l’evoluzione della regolamentazione” afferma Gracy Chen, esperta di criptovalute e Ceo di Bitget, società Web3 tra i più importanti exchange di criptovalute al mondo, con 45 milioni di utenti registrati e 200 Paesi coinvolti.

La domanda istituzionale in crescita sta guidando l’apertura normativa e l’introduzione degli ETF Bitcoin segnala un crescente livello di accettazione delle criptovalute da parte dei regolatori. “L’amministrazione Trump potrebbe espandere i poteri della Commodity Futures Trading Commission (CFTC) riducendo il peso normativo della SEC nel settore delle criptovalute. Ciò suggerisce un potenziale spostamento verso il trattamento di alcune criptovalute come commodities piuttosto che titoli, semplificando così il processo di conformità. Inoltre, i regolatori di altri paesi e regioni stanno iniziando a rivalutare i loro quadri normativi per le criptovalute. Ad esempio, il MiCA dell’UE riflette una tendenza dei regolatori a fornire un quadro più chiaro e inclusivo per favorire l’innovazione nelle criptovalute” prosegue Gracy Chen.

Relativamente alle prospettive per il 2025, aggiunge l’esperta, “Bitcoin dovrebbe rimanere la criptovaluta dominante, con potenziali target di prezzo che raggiungono i 130.000 o 150.000 dollari entro la fine del 2025. Tuttavia, anche il più ampio mercato delle criptovalute, comprese le altcoin, è destinato a crescere durante specifici cicli. Ethereum dovrebbe raggiungere tra i 6.000 e i 7.000 dollari, guidato dal suo ruolo nella DeFi, negli smart contract e dal crescente valore dei token e delle applicazioni basati su Ethereum. Solana (SOL) dovrebbe essere una delle protagoniste con previsioni comprese tra 500 e 750 dollari, attribuite alle sue elevate prestazioni e al suo ecosistema in crescita, in particolare negli spazi DeFi e NFT”.

In generale, il mercato delle criptovalute nel 2025 sarà influenzata da una confluenza di fattori, tra cui l’evoluzione normativa, l’adozione istituzionale e le tendenze macroeconomiche. Gli eventi recenti, tra cui la posizione pro-cripto di Trump e i progressi nei quadri normativi, potrebbero potenzialmente stabilizzare il mercato e favorirne la crescita. Le variazioni macroeconomiche, come i cambiamenti nella politica economica statunitense, giocheranno anch’esse un ruolo cruciale. Il mercato dovrebbe raggiungere un equilibrio tra l’integrazione nella finanza tradizionale e la sua caratteristica volatilità, con Bitcoin in testa e le altcoin in crescita in ambienti regolamentati.

L’approvazione normativa, come quella degli ETF spot, può aumentare la legittimità e attrarre maggiori investimenti, stimolando la crescita del mercato. Il coinvolgimento istituzionale da parte di grandi aziende ed investitori ha il potenziale di influenzare significativamente la domanda e i movimenti dei prezzi. Inoltre, elementi macroeconomici come l’inflazione e le politiche delle banche centrali influenzano il ruolo delle criptovalute sia come hedge che come investimento speculativo. L’interazione di questi elementi determinerà la traiettoria futura delle criptovalute, bilanciando la loro intrinseca volatilità con il potenziale di rendimenti significativi.

Dal settore finanziario al retail, come l’intelligenza artificiale disegnerà il 2025

Il 2025 sarà l’anno in cui le organizzazioni supereranno la fase di sperimentazione e adotteranno pienamente il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale.

di Mauro Bonfanti, Emea Regional VP per la regione NorMed di Snowflake

L’imminente arrivo del 2025 porterà con sé una serie di evoluzioni tecnologiche destinate a rimodellare i mercati globali. L’intelligenza artificiale, in particolare, non è più un concetto futuristico, ma una realtà concreta che sta già mostrando il suo potenziale trasformativo in diversi settori, dal finanziario al manifatturiero, dal retail ai beni di largo consumo.

Sulla base di un’approfondita conoscenza del mercato e dell’analisi delle tendenze tecnologiche attuali, le previsioni seguenti intendono offrire una panoramica di come l’AI rivoluzionerà il business nel prossimo anno. Questi insight, focalizzati su specifici mercati, esaminano opportunità e sfide emergenti: dal crescente controllo sugli investimenti in AI nel settore finanziario, all’ascesa delle soluzioni di sostenibilità basate sull’intelligenza artificiale nel manifatturiero, fino all’impatto dirompente della data science nel mondo retail. L’obiettivo è fornire alle organizzazioni una “bussola” per orientarsi nelle complessità degli scenari futuri.

Servizi finanziari – Nel 2025 l’adozione dell’AI nel settore dei servizi finanziari raggiungerà un punto di svolta. Le organizzazioni si concentreranno maggiormente sulla dimostrazione di ritorni economici tangibili degli investimenti, abbandonando le iniziative che prevedono investimenti spesso difficili da valutare. I Consigli di amministrazione e gli investitori esigeranno evidenze concrete, spingendo le aziende a sviluppare iniziative AI mirate e con risultati misurabili. L’aumento di potenziali incidenti legati all’intelligenza artificiale promuoverà lo sviluppo di nuove normative, accelerando la supervisione dell’AI nel settore. Le istituzioni finanziarie dovranno implementare rapidamente framework di governance e solide protezioni per i loro sistemi di AI, garantendo la compliance ed evitando sanzioni. Infine, assisteremo a un passaggio da modelli linguistici generici di grandi dimensioni a sistemi specializzati e specifici per il settore, progettati per soddisfare le esigenze e i flussi di lavoro unici delle organizzazioni che operano in ambito finanziario.

Industrie manifatturiere – Le imprese manifatturiere sfrutteranno l’intelligenza artificiale per ottenere significativi miglioramenti in termini di efficienza e sostenibilità, ottimizzando il consumo energetico e riducendo la loro impronta di carbonio e i costi operativi. Questo cambiamento sarà determinato dalle pressioni normative, dall’evoluzione delle aspettative dei clienti e dalle richieste degli azionisti. L’intelligenza artificiale svolgerà un ruolo cruciale anche nell’ottimizzazione dei processi di controllo qualità, riducendo la dipendenza dall’ispezione manuale e accelerando la produzione. Inoltre, soluzioni AI personalizzate e specifiche per il settore supereranno di gran lunga quelle generiche, offrendo analisi su misura e garantendo un ROI più elevato.

Retail e Beni di largo consumo – L’AI generativa rivoluzionerà le industrie del retail e dei beni di largo consumo, spinta dall’avanzamento della data science. L’attenzione si sposterà dalle applicazioni rivolte ai consumatori a quelle dedicate ai suoi utilizzi fondamentali, come l’accelerazione del processo decisionale basato sui dati operativi e l’integrazione di fonti di dati eterogenee. L’adozione di una strategia dati più ampia aprirà grandi opportunità per la data science e l’apprendimento automatico all’interno delle aziende, stimolando l’intero settore ad accelerare il percorso verso l’adozione di questa tecnologia. Le data clean room favoriranno nuove forme di collaborazione e analisi nell’ecosistema, facilitando la condivisione sicura dei dati e sbloccando nuovi insight. Infine, l’upskilling alimentato dall’AI trasformerà la forza lavoro del settore, dotando i dipendenti di strumenti basati sull’intelligenza artificiale e promuovendo una cultura data-driven a tutti i livelli dell’organizzazione.

Conclusioni – Nei diversi settori esaminati emerge un filo conduttore comune: l’applicazione strategica e mirata dell’AI per rispondere a precise sfide aziendali. Il 2025 sarà l’anno in cui le organizzazioni supereranno la fase di sperimentazione e adotteranno pienamente il potenziale trasformativo dell’intelligenza artificiale. Questo cambiamento richiede un approccio diversificato, che combini competenze tecnologiche con una profonda comprensione delle esigenze specifiche del settore e del panorama normativo. Sarà fondamentale concentrarsi su risultati misurabili, governance solida e soluzioni personalizzate. Le aziende che sapranno muoversi con successo in questo panorama in evoluzione saranno nelle migliori condizioni per prosperare, sfruttando l’AI al fine di promuovere efficienza, innovazione e crescita sostenibile. La capacità di adattarsi e rispondere al rapido ritmo dei cambiamenti tecnologici costituirà, inoltre, un elemento di differenziazione fondamentale.

Industrie e banche alla prova delle innovazioni digitali. L’AI richiede più investimenti

Nel 2025 le imprese manifatturiere dovranno fare i conti con la loro preparazione tecnologica, mentre le banche dovranno competere sempre di più con Fintech e neobank in rapida evoluzione.

Le industrie manifatturiere sono focalizzate sul mantenimento di operazioni fluide, sicure e protette nei loro ambienti industriali. Per raggiungere questi obiettivi, i leader tecnologici del settore stanno combinando le tecnologie di rete, edge e AI con i dati provenienti da sensori e dispositivi sempre più sofisticati, per risolvere proattivamente i problemi, migliorare la sicurezza dei lavoratori e massimizzare l’efficienza. Ma la trasformazione del settore non è priva di ostacoli: le aziende si affidano a un numero crescente di sistemi obsoleti e devono affrontare minacce alla sicurezza sempre più gravi, a causa della proliferazione di dispositivi connessi a Internet nei luoghi di lavoro. Pertanto, è imperativo evitare interruzioni costose e gestire i rischi per la sicurezza.

Molte industrie manifatturiere hanno promosso una cultura che privilegia il cambiamento incrementale, piuttosto che quello trasformativo. Il settore è in ritardo nella modernizzazione e innovazione: su sei settori chiave intervistati nel recente “Kyndryl Readiness Report” (Ottobre 2024), i leader del settore manifatturiero si sentono meno preparati a gestire i rischi futuri. Infatti, solo il 31% dei leader del settore manifatturiero ritiene che la propria infrastruttura IT sia completamente pronta a gestire i rischi futuri, un dato inferiore alla media generale del 39%. Inoltre, nonostante l’88% dei leader del settore sia convinto che la propria infrastruttura IT sia la migliore, ben il 55% dei leader intervistati teme che i propri strumenti o processi IT siano prossimi alla fine del ciclo di vita.

Le aziende faticano a colmare i gap di competenze, a tenere il passo con il cambiamento e a vedere i risultati di business dei loro investimenti nell’AI. Nel prossimo anno, le industrie manifatturiere dovranno fare i conti con la loro preparazione tecnologica: la digitalizzazione, per quanto sia un percorso di cui si parla da tempo, non è ancora in direttura d’arrivo, la sicurezza (dagli impianti alla supply chain) rimane una priorità da risolvere e, con la corretta gestione dei dati, funzionale per poter utilizzare e beneficiare appieno delle tecnologie emergenti come l’AI generativa. Di conseguenza, una corretta strategia di conciliazione tra vecchie e nuove tecnologie diventa fondamentale per accelerare la trasformazione di un settore su cui aziende e consumatori fanno affidamento ogni giorno.

Anche nel settore dei servizi finanziari è in corso una trasformazione profonda: le transazioni digitali sono aumentate drasticamente (basta pensare agli ultimi dati dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, secondo cui i pagamenti digitali hanno raggiunto un valore complessivo di 223 miliardi in Italia nei soli primi sei mesi del 2024, con una crescita solida anno su anno), le banche e i vari operatori stanno cercando di gestire i trasferimenti in tempo reale e di consentire i pagamenti internazionali. Ma la trasformazione non è solo data da una spinta interna verso l’innovazione, perché anche il contesto normativo sta cambiando rapidamente, influenzato da fattori geopolitici e dalla necessità di proteggere la privacy dei dati e garantire la sicurezza informatica. La tecnologia in questo scenario gioca un ruolo fondamentale, rappresentando sia una risposta alle esigenze degli utenti sia un catalizzatore per l’innovazione. Due ambiti principali di investimento sono il cloud e l’intelligenza artificiale (IA), ma non sono gli unici.

Il settore banking è, tra i vari intervistati nel recente Readiness Report di Kyndryl, quello che si sente maggiormente pronto a gestire i rischi e il crescente skill gap. Nell’era cosiddetta della finanza digitale, il settore sta cambiando così velocemente che le stesse banche devono dimostrarsi più agili che in passato ed essere sempre pronte a rispondere rapidamente ai cambiamenti del mercato e alle aspettative dei clienti. La spinta all’innovazione tecnologica, però, non si esaurisce qui: nel 2025, infatti, si prevedono maggiori investimenti anche in tutte quelle misure necessarie a modernizzare gli ambienti costosi e gravati da debiti tecnici, così da riuscire a farsi strada in un settore sempre più competitivo con fintech e neobank in rapida evoluzione.

Il settore bancario e finanziario, secondo i dati emersi dal “Kyndryl Readiness Report”, si distingue per un alto livello di fiducia nella propria infrastruttura IT: ben il 91% dei leader ritiene che la propria infrastruttura IT sia la migliore della categoria mentre il 41% afferma che essa è completamente pronta a gestire i rischi futuri, un dato che supera la media generale del 39%. Tuttavia, nonostante questa fiducia, emerge una preoccupazione significativa: il 45% dei leader teme che i propri strumenti o processi IT siano obsoleti o prossimi alla fine del ciclo di vita. Questo scenario evidenzia la necessità di importanti investimenti per modernizzare le infrastrutture, garantire la continuità operativa e affrontare le crescenti sfide tecnologiche e normative.

Il 2025, pertanto, sarà caratterizzato da un’importante razionalizzazione e semplificazione delle applicazioni di pagamento, con un focus sull’integrazione tra i vari sistemi per ridurre i costi operativi, ma anche a migliorare significativamente l’esperienza utente, rendendo i pagamenti più fluidi e accessibili. Questo slancio verso l’innovazione e l’efficienza nel settore dei pagamenti porterà probabilmente a un aumento delle acquisizioni e dei consolidamenti tra applicazioni di pagamento indipendenti, favorendo la creazione di ecosistemi più coesi e interconnessi, con l’obiettivo di rispondere in maniera più efficace alle esigenze degli utenti e affrontare la crescente competizione tra operatori tradizionali, fintech e neobank.

Le aziende dei settori bancario e dei pagamenti si concentreranno nel creare un ponte tra i dati che risiedono sui loro mainframe e l’IA per migliorare la cybersecurity e la compliance (anche spinti dell’entrata in vigore del regolamento DORA il 17 gennaio 2025), con applicazioni significative per i controlli normativi, il rilevamento delle frodi, il recupero rapido delle frodi e la protezione dei dati dei consumatori. L’IA generativa, infatti, può aiutare le aziende ad aggiornare rapidamente la documentazione per rispondere ai requisiti di conformità, riducendo il tempo di controllo necessario. Lo stesso utilizzo dell’IA generativa nel settore dell’antiriciclaggio è destinato a crescere, grazie alla possibilità di identificare con maggiore precisione le attività sospette e, così, di poter anticipare le relative problematiche.

Le radici cattoliche dell’Europa come vantaggio competitivo economico

Vista da una angolazione diversa da quella spirituale, la cultura sviluppatasi attorno al Cristianesimo ha fatto da culla alle scuole di pensiero progressista e alle rivoluzioni industriali.

Di Valerio Giunta, Founder e CEO di Banking People

Nell’attuale contesto globale, dove economie emergenti e consolidate si confrontano su scala internazionale, è essenziale riscoprire le radici culturali che sono alla base del successo economico dell’Europa nei secoli. Così come la Cina e gli Stati Uniti attingono alle loro basi culturali per rafforzare i loro modelli economici, da più parti si comincia ad affermare che l’Europa debba tornare a valorizzare la propria identità cristiana, che ha storicamente ispirato modelli sociali ed economici capaci di equilibrio, innovazione e progresso.

Vista da una angolazione diversa da quella squisitamente spirituale e “morale”, la cultura sviluppatasi attorno al Cristianesimo – tra mille asperità e lunghi periodi di potere temporale che la critica storica ha definito come “i secoli bui della Chiesa” – ha fatto da culla alle scuole di pensiero progressista che hanno permesso lo sviluppo della Borghesia agraria, delle tecnologie meccaniche e tessili, di ben quattro rivoluzioni industriali (quella digitale è solo l’ultima) e di una quinta in preparazione con l’avvento inarrestabile della Intelligenza Artificiale. La religione islamica, per dare un esempio simmetricamente contrario, ha sempre bloccato sul nascere qualsiasi forma di progressismo sociale ed economico, e l’assenza quasi totale di premi Nobel provenienti dai Paesi in cui l’Islam domina anche come corpus legislativo la dice lunga sulla “essenza modernista” del Cristianesimo, se esso viene analizzato con la visuale della Storia.

Rivolgendo lo sguardo all’Asia, la Cina moderna deve molto al Confucianesimo, una filosofia che valorizza il rispetto per l’autorità, il senso del dovere e il primato della collettività. Questi valori hanno favorito una società disciplinata e coesa, che è stata alla base della rinascita industriale cinese. Xi Jinping, consapevole di questa eredità, sta rafforzando sembra più il ruolo del Confucianesimo per sostenere una visione a lungo termine dello sviluppo economico, contrapposta alla volatilità del modello occidentale. La mentalità confuciana, che privilegia l’armonia sociale rispetto all’individualismo, ha permesso alla Cina di gestire in modo centralizzato un’economia complessa e altamente competitiva, nonchè di fronteggiare con maggior resilienza le ultime crisi economiche (compresa quella in corso).

Relativamente agli Stati Uniti, invece, si può senz’altro fare riferimento alla “predestinazione” come base della loro economia. L’etica calvinista della predestinazione, infatti, ha plasmato una cultura economica unica, in cui la convinzione che il successo materiale sia segno di grazia divina ha spinto generazioni di americani a perseguire con determinazione il profitto, la produttività e l’innovazione. Questo modello ha portato a un capitalismo aggressivo e dinamico, che premia l’iniziativa individuale e la competizione, ma che a volte può risultare insostenibile sul piano sociale ed etico. A confronto dell’approccio americano di stampo calvinista, l’Europa possiede un’identità economica e culturale differente, fondata sulle sue radici cattoliche, e a differenza della visione statunitense e di quella collettivista confuciana, il cattolicesimo propone una visione della realtà concepita come creazione divina e quindi intrinsecamente buona. Questo ha ispirato un’Ethos popolare ed economico massimamente basata sulla solidarietà, sull’idea del rispetto del prossimo e sul principio che il progresso debba essere asservito al bene comune.

Il modello economico europeo, infatti, ha storicamente combinato crescita e inclusione sociale, creando istituzioni come lo stato sociale e promuovendo modelli di governance che tengono conto delle necessità di tutte le parti in causa. Tuttavia, negli ultimi decenni, l’Europa sembra aver perso la propria identità culturale, cedendo a una visione tecnocratica e individualista che la rende vulnerabile rispetto ai modelli più radicati della Cina e degli Stati Uniti. In questo scenario, il ruolo della “sovrastruttura” (cultura, religione, ideologia) di Marxiana memoria rischia di condizionare profondamente la struttura economica e sociale europea, modellando il modo in cui le persone percepiscono la realtà. Del resto, già Durkheim e Engels avevano evidenziato come la religione e l’etica influenzino la coesione sociale e i rapporti economici; lo stesso Gramsci aveva sottolineato il ruolo dell’egemonia culturale nel plasmare i rapporti di forza all’interno della società. Eppure, in Europa sta prevalendo oggi una cultura debole e frammentata, che rischia di soccombere di fronte a sistemi più coesi come quello cinese o americano. Per contrastare questa deriva, il Vecchio Continente dovrebbe ripartire dalle origini, riscoprendo il proprio patrimonio culturale cattolico, e così tornare a creare sistemi stabili e innovativi, sufficientemente forti da contrastare i condizionamenti provenienti da altre culture.

Per rispondere alla competizione globale e superare la frammentazione culturale, l’Europa dovrebbe rifarsi al “Sum ergo cogito” (Papa Giovanni Paolo II, “Memoria e Identità”) e tornare a costruire un’economia basata sull’uomo, sulla solidarietà sociale e sulla dignità del lavoro. Questo modello è l’unico in grado di permettere la rinascita di una identità culturale europea e, soprattutto, di trasmettere i valori di tale modello alla propria struttura economica continentale rafforzando la competitività sui mercati, offrendo un’alternativa etica ai sistemi dominanti che, in tutta evidenza, etici non sono mai stati. Del resto, come afferma il sociologo belga Leo Moulin “…credo obiettivamente e scientificamente che da un punto di vista sociale ed economico (….) i cattolici benedettini siano stati i padri dell’Europa…”.

Il cattolicesimo, pertanto, non può essere visto come un anacronismo in un mondo sempre più digitale e artificiale, ma come una risorsa viva, capace di ispirare un rinnovamento culturale ed economico. Per queste ragioni, che toccano in modo decisivo l’aspetto economico, siamo chiamati a vivere questo Natale come memoria viva delle nostre radici cristiane, guardando alla nascita di Cristo come ad una occasione per “redimere” la nostra Storia più recente, che ha sensibilmente deviato la traiettoria dalle nostre origini, per contemplare ogni cosa, anche l’economia, con occhi nuovi.

Buon Natale.