Giugno 24, 2026
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S&P500: spazio per un rialzo moderato nel 2025, nonostante i multipli non economici

L’agenda Trump porterà nel medio termine a uno scenario di maggiore inflazione, tassi di interesse più alti e rafforzamento del dollaro, ma nel 2025 è possibile un rialzo moderato dell’indice azionario.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

L’S&P 500 quota a un multiplo di 22x gli utili del prossimo anno e l’S&P 500 Equalweight è più economico, approssimativamente a 18x. Tali livelli di valutazione non sono economici. Tuttavia, riteniamo che utili societari in crescita e tassi di interesse più bassi porteranno a un rialzo moderato delle azioni durante i prossimi 12 mesi. L’agenda della nuova amministrazione repubblicana degli Stati Uniti è molto simile a quella del 2016 e si basa sull’abbassamento delle imposte (societarie e personali), sull’aumento dei dazi, sul controllo dell’immigrazione e sulla deregolamentazione. Nel medio termine, queste politiche porteranno in aggregato a uno scenario di maggiore inflazione, tassi di interesse più alti e rafforzamento del dollaro.

I dati recenti evidenziano che le banche centrali hanno fatto significativi progressi nella guerra contro l’inflazione. L’indice dei prezzi al consumo Usa si è normalizzato, da un livello massimo del 9.1% all’attuale 2.9%. Il mercato del lavoro si sta ribilanciando, con il tasso di disoccupazione Usa attualmente sopra il 4% dopo aver raggiunto un minimo del 3.4% nel 2023. Pertanto, la Federal Reserve ha iniziato il suo ciclo di riduzione dei tassi e ci si aspetta un’ulteriore riduzione dei tassi di 50bps nel 2025. L’economia Usa rimane in fase di espansione. Tuttavia, ci sono alcuni punti deboli nell’economia globale che devono essere monitorati da vicino. I prezzi alti dei beni e dei servizi stanno mettendo pressione ai consumatori e vi è stato un periodo prolungato di contrazione degli indici del settore manifatturiero.

Nel frattempo, l’economia cinese e quella europea sono in stagnazione. Il mercato immobiliare è ancora debole a causa degli alti tassi di interesse sui mutui. Tali punti di debolezza hanno contribuito al processo di normalizzazione dell’inflazione. Durante il mese di gennaio il fondo Lemanik Global Equity Opportunities ha venduto le posizioni su Lvmh e Msci ed ha aperto una nuova posizione su Hilton. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi. Il portafoglio è sovrappeso sul settore industriale, chimico e beni di consumo discrezionali. I tecnologici sono sottopesati e non vi è esposizione sul settore hardware. Non vi è esposizione su utilities, immobiliare e beni di consumo non discrezionali.

Un italiano su quattro pronto a cambiare casa. Spazi esterni ed efficienza energetica in cima alle preferenze

Secondo il RE/MAX European Housing Trend Report 2024, la mancanza di balconi e giardini, insieme ai costi energetici elevati, guida l’insoddisfazione abitativa in Italia e in Europa.

Il mercato immobiliare europeo e italiano sta attraversando profondi cambiamenti, con le famiglie che stanno rivalutando le proprie esigenze abitative per bilanciare pressioni economiche e desiderio di miglioramento delle condizioni di vita. In linea con la media europea, il 24% degli italiani dichiara di desiderare una nuova soluzione abitativa. Di questi, il 17% prevede di traslocare entro i prossimi 12 mesi, mentre il 28% valuta il trasferimento in un Paese straniero, con l’obiettivo di trovare una vita economicamente più sostenibile. Questo quanto emerge dal RE/MAX European Housing Trend Report 2024, che offre un’analisi approfondita dei cambiamenti che stanno influenzando il mercato immobiliare europeo, esplorando come le pressioni finanziarie, le preferenze in evoluzione e le preoccupazioni legate alla sostenibilità stiano plasmando le decisioni abitative.

Il sondaggio fornisce una fotografia dei desiderata raccolti intervistando 20.000 persone in Regno Unito, Francia, Germania, Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia, Spagna, Svizzera e Italia. In generale, dall’indagine emerge che il mercato immobiliare europeo sta attraversando cambiamenti profondi, influenzati dalle sfide internazionali in corso e dal crescente costo della vita. Ciò sta portando le famiglie di tutta Europa a rivalutare le esigenze abitative per fronteggiare le pressioni finanziarie e renderle sostenibili rispetto al desiderio di migliori condizioni di vita. E così, gli italiani che cercano una nuova casa attribuiscono grande valore agli spazi esterni: il 52% considera fondamentali balconi, terrazze o giardini, una percentuale superiore rispetto alla media europea del 44%. Altri fattori, come la disposizione degli spazi interni (9%) e la vicinanza al luogo di lavoro (16%), risultano meno cruciali, segnalando una maggiore attenzione al miglioramento dello stile di vita e del comfort abitativo. Inoltre, il 44% degli italiani è interessato a immobili dotati di sistemi per l’efficientamento energetico, il 26% desidera vicinanza a spazi verdi, il 24% valuta essenziale la prossimità a servizi quali scuole e negozi, mentre il 23% considera fondamentale un buon collegamento con i trasporti pubblici.

Per molti europei, i costi abitativi rappresentano la voce di spesa più significativa del bilancio familiare. In media, il 38% del reddito mensile è destinato a mutui, affitti e bollette. In Italia, dall’indagine di RE/MAX Europe emerge che il 39% degli intervistati segnala un aumento dei costi abitativi nell’ultimo anno, mentre il 58% considera la sostenibilità economica della propria abitazione più importante di qualsiasi altro aspetto. Nonostante l’aumento dei costi abitativi in Italia sia inferiore rispetto alla media europea (-15%), una percentuale significativa di italiani intervistati è pronta a trasferirsi all’estero per migliorare la propria situazione finanziaria.

Relativamente al futuro del mercato immobiliare, secondo Dario Castiglia (nella foto, CEO & Founder di RE/MAX Italia) “Le previsioni del Centro Studi di RE/MAX Italia indicano un 2025 dinamico, con tassi in calo e un mercato del lavoro più solido. La maggiore chiarezza dello scenario politico globale e l’accessibilità al credito stanno già contribuendo a rinvigorire la fiducia dei consumatori”. Il sogno della proprietà immobiliare rimane forte: il 72% degli italiani è già proprietario di almeno una casa, e il 26% possiede più di un immobile. Questo desiderio, condiviso in tutta Europa, continua a rappresentare non solo un obiettivo personale, ma anche un’opportunità di investimento per il futuro.

Le sfide economiche per Usa, Europa e Cina nel 2025

L’aumento della spesa USA sarà dannoso per la stabilità finanziaria e per il dollaro, mentre i tagli dei tassi della Bce non saranno sufficienti a stimolare l’economia. In Cina l’eccesso di risparmio frena la crescita.

di Alberto Conca, responsabile investimenti Lfg+Zest

L’eccesso di spesa che sta aiutando l’economia a sostenere la sua traiettoria di crescita nel breve termine sarà dannoso per la salute economica degli Stati Uniti nel lungo termine. In Europa, il nostro scenario di base prevede una lieve contrazione economica nel 2025, nonostante l’ottimismo degli economisti. In Cina l’economia continuerà infine a crescere al di sotto del suo potenziale.

Due rapporti consecutivi deboli sull’occupazione, durante l’estate scorsa, hanno spinto i membri della Fed ad allarmarsi riguardo alla salute del mercato del lavoro e alla loro capacità di controllare il ciclo economico. Il messaggio era che l’inflazione fosse sulla strada giusta verso l’obiettivo del 2% e che bisognava prestare maggiore attenzione all’indebolimento del mercato del lavoro. Ciononostante, dopo tre anni di insuccessi nel riportare l’inflazione al target, la loro fiducia nella capacità di raggiungere l’obiettivo inflazionistico non è stata scossa. La realtà è che il mercato del lavoro, sebbene non sia così forte come un anno fa, è ancora molto resiliente e l’inflazione non sta diminuendo come previsto. Al contrario, la somma delle componenti principali si aggira ancora intorno al 3%.

Crediamo che l’insieme degli investitori sia più preciso nel valutare lo stato di salute dell’economia, grazie al cosiddetto “wisdom of the crowd” (saggezza delle masse). I partecipanti al mercato anticipano sempre la Federal Reserve di molti mesi nel valutare quale sarà e quale dovrà essere la prossima mossa, o quale sia il livello appropriato dei tassi di interesse. Alcuni potrebbero sostenere che la forward guidance sia determinante nel modellare le aspettative degli investitori, ma l’ampio anticipo dei movimenti dei tassi di mercato è tale da rendere questa affermazione non valida quando viene testata empiricamente.

Gli investitori erano convinti che la Fed avesse terminato il ciclo di rialzi ben prima dell’ultimo aumento dei tassi e attualmente giudicano il livello odierno appropriato per sostenere la continuazione dell’espansione economica. Questo dovrebbe anche riportare l’inflazione verso l’obiettivo, dato che le aspettative inflazionistiche sembrano essere relativamente ancorate intorno al 2,3%. Storicamente, i tassi reali (rendimento a 2 anni meno inflazione) hanno registrato una media del 2,0% dalla Seconda Guerra Mondiale. In sintesi, la valutazione attuale degli investitori è che l’economia sia tornata ad un funzionamento “normale”, ovvero non siamo più in un’economia post-crisi finanziaria globale.

Ci sono diversi fattori che spiegano la resilienza dell’economia statunitense, ma vorremmo concentrarci solo su tre che riteniamo essere i più significativi. Le famiglie statunitensi, sostenute da una forte crescita dei salari e con i risparmi accumulati durante la pandemia (ormai in esaurimento), sono in grado di aumentare i consumi in linea con la crescita del reddito. In particolare, il quintile più alto della distribuzione del reddito (che rappresenta circa il 40% della spesa per consumi) si trova in una posizione finanziaria solidissima; la fascia di età pari o superiore ai 55 anni possiede il 70% del patrimonio immobiliare residenziale, con un costo medio del mutuo di circa il 3,9%. Allo stesso tempo, l’attivo di bilancio di queste famiglie presenta un rendimento superiore al 4%. Le famiglie appartenenti ai ceti medio-bassi, invece, stanno lottando contro un’inflazione persistente, ma finché il mercato del lavoro rimarrà solido, riusciranno a restare a galla.

In secondo luogo, i Ceo delle aziende hanno trasmesso fiducia attraverso le loro prospettive e i loro piani di spesa per investimenti (Capex) sono recentemente migliorati. Allo stesso tempo, gli indici PMI manifatturieri stanno mostrando i primi segnali di ripresa. È difficile dire se ciò sia dovuto esclusivamente al massiccio boom di investimenti nell’IA o a una combinazione di fattori come l’aumento di nuove famiglie, gli investimenti nell’IA e altri elementi. Il terzo fattore è il “grande elefante nella stanza”, ovvero la spesa, in deficit, del governo, che non sembra destinata a essere controllata nel prossimo futuro. Questo eccesso di spesa sta certamente aiutando l’economia a sostenere la sua traiettoria di crescita nel breve termine, ma sarà senza dubbio dannoso per la salute economica degli Stati Uniti nel lungo termine, per la stabilità finanziaria e per il valore del dollaro statunitense.

Le altre due grandi aree economiche del mondo, Europa e Cina, presentano situazioni molto diverse. La prima sta viaggiando ad un ritmo compatibile con la recessione nei suoi paesi principali, mentre la seconda è inghiottita in una recessione di bilancio. In Europa, gli indicatori prospettici segnalano ancora la possibilità di una lieve recessione per la Germania e la Francia, mentre i paesi periferici, più orientati ai servizi, hanno una situazione migliore. Il nostro scenario di base prevede una lieve contrazione economica nel 2025, mentre gli economisti si aspettano ottimisticamente una crescita dell’1,3%. Non crediamo che tagli dei tassi più aggressivi da parte della Bce saranno sufficienti a stimolare l’economia.

La Cina, il più grande partner commerciale europeo, è vittima del paradosso della parsimonia. Le famiglie cinesi, con l’obiettivo di mettere in ordine il proprio bilancio, stanno collettivamente risparmiando più del necessario con il risultato di danneggiare la crescita economica. Per rendersi conto di questo malessere basta osservare la traiettoria dei tassi di interesse a lungo termine, dei prezzi delle case e delle importazioni. Finché le autorità cinesi non attueranno politiche immobiliari molto aggressive, rivolte a costruttori, famiglie e istituzioni finanziarie, l’economia continuerà a crescere al di sotto del proprio potenziale.

Stati Uniti, 100 anni di guerre e di bugie per coprire interessi economici. Una prospettiva critica

Per gli USA in guerra nel mondo, gli ideali e i valori democratici sono serviti solo come facciata per legittimare interventi finalizzati a garantire la propria supremazia economica e politica.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Secondo le teorie economico-sociali più diffuse, numerose sono le determinanti delle guerre tra stati e dei conflitti locali, ma gli accademici hanno difficoltà a trovare dei risultati omogenei, buoni per ogni guerra. Nelle guerre civili, per esempio, l’unica variabile su cui la maggior parte degli economisti converge è quella economica, sia in termini di PIL pro capite sia di crescita economica; questo non spiega, tuttavia, la politica di intervento militare che gli Stati Uniti hanno adottato dal Primo Conflitto Mondiale in poi.

Secondo Noam Chomsky, molte delle guerre americane sono state presentate come missioni morali o ideologiche, ma la realtà nasconde spesso un’ampia rete di interessi economici. Infatti, le ragioni economiche degli interventi americani nei vari conflitti mondiali sono state molteplici e spesso intrecciate con interessi strategici, industriali e finanziari. Per esempio, nella Prima Guerra Mondiale (1917-1918) gli USA intervennero per proteggere i propri investimenti e crediti, poiché avevano prestato ingenti somme ai paesi dell’Intesa (Gran Bretagna e Francia). Se la Germania avesse vinto, il rischio di non recuperare questi prestiti sarebbe stato elevato. Inoltre, l’industria americana (siderurgica, automobilistica, tessile, ecc.) trasse enormi profitti dalla fornitura di armi, munizioni e materiali ai paesi alleati. Infine, una vittoria dell’Intesa avrebbe rafforzato gli alleati americani, preservando mercati e rotte commerciali vitali per l’economia statunitense.

Nella Seconda Guerra Mondiale, invece, gli USA diedero una svolta importante al PIL dopo la Grande Depressione, grazie al riarmo e alla produzione bellica, creando milioni di posti di lavoro. Con le due guerre mondiali, in buona sostanza, gli Stati Uniti rafforzarono il loro ruolo di potenza economica globale, sostituendo la Gran Bretagna come principale attore economico e finanziario, e con il Piano Marshall e gli accordi di Bretton Woods sancirono il dollaro come valuta di riferimento, consolidando il proprio predominio economico. Nelle guerre successive (Guerra Fredda e oltre, come vedremo), gli interventi militari americani continuarono con motivazioni economiche spesso legate al controllo delle risorse naturali (petrolio in Medio Oriente, materie prime strategiche), al sostegno alla industria militare (che è una componente chiave dell’economia americana) e alla protezione degli investimenti e delle multinazionali minacciate dal comunismo (Vietnam, Corea, America Latina).

Qui una sintesi delle motivazioni economiche che hanno spinto gli Stati Uniti a intervenire in ciascun conflitto.

1. Prima Guerra Mondiale (1917-1918)
Narrativa ufficiale: Rendere il mondo sicuro per la democrazia.
Motivazioni economiche: gli Stati Uniti avevano investito enormi capitali nei paesi alleati attraverso prestiti e forniture belliche. La sconfitta degli alleati avrebbe comportato perdite finanziarie catastrofiche per banche e industrie americane. Inoltre, la guerra aprì nuovi mercati per l’export americano e consolidò la posizione del dollaro a livello internazionale, segnando l’inizio dell’ascesa degli USA come potenza economica globale.

2. Seconda Guerra Mondiale (1941-1945)
Narrativa ufficiale: Fermare il fascismo e proteggere la libertà.
Motivazioni economiche: la guerra rilanciò l’industria manifatturiera statunitense, mettendo fine alla Grande Depressione grazie alla produzione bellica. Dopo la guerra, gli Stati Uniti implementarono il Piano Marshall, che non solo aiutò a ricostruire l’Europa, ma garantì anche mercati per i prodotti americani e cementò il dollaro come valuta dominante nel commercio internazionale. Inoltre, il controllo sulle risorse energetiche globali divenne cruciale nel dopoguerra.

3. Guerra di Corea (1950-1953, oltre 1 milione di morti)
Narrativa ufficiale: Difendere la Corea del Sud dalla tirannia comunista.
Motivazioni economiche: dopo il pluri-mistificato incidente del Golfo del Tonchino nel 1964 (c.d. casus belli), il conflitto consentì agli Stati Uniti di consolidare una presenza strategica in Asia, proteggendo importanti rotte commerciali marittime e accedendo a mercati emergenti. L’intervento americano garantì anche il controllo indiretto su risorse minerarie come ferro, carbone e terre rare, fondamentali per l’industria tecnologica e militare.

4. Guerra del Vietnam (1955-1975, tra 3 e 4 milioni di morti)
Narrativa ufficiale: Fermare il comunismo e difendere la libertà dei popoli.
Motivazioni economiche: la regione del sud-est asiatico era ricca di risorse naturali, tra cui caucciù, petrolio e riso, cruciali per l’economia americana. Gli Stati Uniti temevano che un’espansione comunista nella regione potesse limitare l’accesso a questi beni e destabilizzare mercati chiave. Inoltre, la guerra alimentò il complesso militare-industriale, rafforzando le industrie belliche che beneficiavano enormemente della produzione continua di armi.

5. Guerra del Kippur (1973)
Narrativa ufficiale: Difendere Israele, un alleato democratico, dall’aggressione araba.
Motivazioni economiche: garantire il controllo sulla stabilità del mercato petrolifero e rispondere alla crisi energetica scatenata dall’embargo petrolifero arabo; mettere in crisi l’Europa fortemente dipendente dal punto di vista energetico; rafforzare il sistema dei petrodollari, assicurando che il petrolio venisse venduto in dollari e consolidando la posizione del dollaro nell’economia globale.

6. Guerra del Golfo (1990-1991)
Narrativa ufficiale: Liberare il Kuwait e fermare l’aggressione irachena.
Motivazioni economiche: il controllo del petrolio era centrale. L’invasione irachena del Kuwait minacciava la stabilità del Golfo Persico, da cui proveniva gran parte del petrolio mondiale. Gli Stati Uniti, con l’aiuto dei loro alleati, intervennero per preservare la sicurezza delle risorse energetiche e mantenere il sistema dei “petrodollari“, in cui il petrolio viene scambiato in dollari americani, rafforzando così l’economia statunitense.

7. Guerra in Afghanistan (2001-2021, circa 240mila morti)
Narrativa ufficiale: Rispondere agli attacchi dell’11 settembre e combattere il terrorismo.
Motivazioni economiche: Oltre alla narrativa della lotta al terrorismo, l’Afghanistan è una regione strategica vicino a ricche riserve di gas naturale, petrolio e minerali rari come litio e terre rare, cruciali per le tecnologie moderne. Il conflitto ha anche permesso di mantenere il complesso militare-industriale in attività per due decenni, con profitti enormi per le aziende di difesa.

8. Guerra in Iraq (2003-2011, 500mila morti)
Narrativa ufficiale: Eliminare le armi di distruzione di massa e portare la democrazia.
Motivazioni economiche: le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, e qualche anno dopo ci furono parziali ammissioni sull’evidente natura di finto casus belli. In verità, l’Iraq possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio al mondo. L’invasione americana consentì alle compagnie petrolifere statunitensi di accedere direttamente alle riserve irachene e di influenzare la produzione e il commercio di petrolio nella regione. Inoltre, la ricostruzione del paese generò miliardi di dollari in contratti per le imprese americane nei settori dell’edilizia, della sicurezza e delle infrastrutture.

9. Guerra in Libia (2011)
Narrativa ufficiale: Proteggere i civili dalle repressioni del regime di Gheddafi; prevenire un possibile genocidio a Bengasi; sostenere la democrazia e i movimenti della Primavera Araba.
Motivazioni economiche: garantire l’accesso al petrolio e al gas libico di Francia e Germania, indebolire Gheddafi e prevenire un’Africa economicamente indipendente. Inoltre, favorire le aziende occidentali nella ricostruzione e indebolire l’Italia primo interlocutore occidentale della Libia.

10. Interventi recenti (Siria e Ucraina)
Narrativa ufficiale: Proteggere la democrazia e i diritti umani.
Motivazioni economiche: nel conflitto in Siria, il controllo sulle rotte energetiche (gasdotti e oleodotti) e l’accesso al mercato energetico regionale sono stati fattori determinanti; in quello Ucraino, gli Stati Uniti supportano Kiev per contrastare l’influenza russa sulle rotte energetiche verso l’Europa, consolidando anche la vendita di gas naturale liquefatto americano ai paesi europei.

La “controprova” della prevalenza degli interessi economici sull’intervento americano nei conflitti armati è facilmente rinvenibile in occasione della Guerra Ruanda-Congo (Seconda Guerra del Congo, 1998-2003). In quella occasione, infatti, le motivazioni “morali” per un intervento c’erano tutte: protezione dei civili da violenze di massa, genocidio e pulizia etnica; promozione della stabilità e della democrazia nella regione; contenimento delle crisi umanitarie, inclusi milioni di sfollati. Il numero di morti stimato è stato impressionante: circa 5,4 milioni di persone, la maggior parte morta a causa di fame, malattie e conseguenze indirette del conflitto. Naturalmente, i civili rappresentarono la stragrande maggioranza delle vittime (oltre alle migliaia di soldati e miliziani uccisi nei combattimenti).

E allora, perché gli USA non intervennero? E’ presto detto. Innanzitutto, mancavano interessi economici diretti: nonostante l’enorme ricchezza di risorse minerarie (oro, diamanti, coltan), gli USA non percepivano un guadagno diretto immediato dall’intervento, lasciando il controllo delle risorse alle multinazionali. Inoltre, il conflitto coinvolgeva numerosi attori regionali (Ruanda, Uganda, Angola, Zimbabwe e milizie locali), rendendo difficile un intervento efficace. Infine, gli Stati Uniti erano già impegnati in altre operazioni militari e geopolitiche (come la Guerra in Kosovo e la lotta al terrorismo emergente).

Alla fine, la Guerra del Congo fu definita come “la più grande guerra dimenticata dal mondo occidentale”, e dimostra come gli USA abbiano evitato il coinvolgimento militare nonostante le gravi violazioni dei diritti umani, poiché gli interessi strategici ed economici diretti non giustificavano l’intervento. Pertanto, è facile concludere che dietro ogni guerra americana si celano complessi intrecci di interessi economici, e che questi abbiano come comune denominatore il controllo delle risorse naturali, il mantenimento del dollaro come valuta globale e l’espansione del mercato per le aziende americane. Gli ideali e i valori democratici, in tutta evidenza, sembrano essere solo una facciata per legittimare interventi finalizzati a garantire la supremazia economica e politica.

La paura delle accuse di greenwashing diffonde il “greenhushing” tra le aziende. 10 regole per comunicare

Il clima di elevato controllo della rendicontazione ESG e il timore di multe e danni reputazionali in caso di accuse di greenwashing portano le aziende a mantenere “segreti” gli obiettivi di sostenibilità.

La paura del c.d. greenwashing (ecologismo/ambientalismo di facciata) fa allontanare le aziende da una rendicontazione trasparente delle principali pratiche adottate in ambito ESG. Secondo quanto svelato dal report Transparency Index 2024, tra le 200 maggiori imprese pubbliche e private degli Stati Uniti e della Gran Bretagna sono infatti quasi 6 su 10 (58%) le realtà che “silenziano” pubblicamente i loro reali impegni e obiettivi ESG, esponendosi così al rischio di greenhushing (dall’inglese “to hush”, ossia “mettere a tacere”); un nuovo trend in base al quale, come svelato anche sulle colonne del Wall Street Journal, le organizzazioni evitano, consapevolmente, di promuovere e comunicare i propri progressi in ambito ESG onde evitare il rischio di subire delle accuse di greenwashing.

Con il clima di crescente controllo esercitato da parte delle autorità politiche e regolatorie, infatti, e per via della maggiore attenzione dei consumatori verso gli impegni reali, concreti e misurabili intrapresi dalle aziende in tema di sostenibilità, in cui gli eventuali errori e la divulgazione di false informazioni possono comportare multe e seri danni alla reputazione aziendale, le imprese sembrano dunque essere sempre più esitanti di fronte alla prospettiva di promuovere gli sforzi sulle tematiche ESG. Con un patrimonio globale degli asset ESG che, secondo Bloomberg, si prevede che supererà, entro il 2030, i 40mila miliardi di dollari di valore, e con l’85% degli investitori che ritiene che questi ultimi portino a migliori rendimenti e a portafogli resilienti, le aziende che tacciono sui loro progressi in materia di sostenibilità potrebbero dover perdere delle interessanti opportunità d’investimento con la conseguente possibile fuga dai brand da parte dei clienti.

Una conferma, in questo senso, è arrivata dall’ultima edizione del rapporto Sustainability Perceptions Index redatto da Brand Finance, che ha rilevato come i più grandi marchi del mondo stiano perdendo miliardi di dollari di potenziale valore perché non riescono a comunicare adeguatamente i loro risultati e progressi in materia di sostenibilità.

Qualunque sia la ragione di fondo, il greenhushing priva dunque le aziende e, in ultima analisi, i consumatori del valore intrinseco che sta alla base dei programmi e delle iniziative di sostenibilità delle imprese in ambito ESG. Soffocando la condivisione delle conoscenze e limitando la diffusione delle migliori pratiche e delle soluzioni più innovative, il greenhushing ostacola il progresso e la collaborazione a livello di settore, in quanto le organizzazioni non riescono a imparare dai successi, dalle sfide e dagli sforzi in tema di sostenibilità messi in campo dai competitor. “Con le normative emergenti e gli standard di rendicontazione sempre più rigorosi all’orizzonte, vi è per le imprese il potenziale per una comunicazione più trasparente e accurata in merito alle strategie aziendali adottate in tema di ESG – spiega Ada Rosa Balzan, founder, presidente e CEO di ARB SB. I temi di sostenibilità sono relativamente nuovi per la maggior parte delle aziende italiane ed il timore di sbagliare, che fa spesso scegliere di non dire, deriva principalmente dal fatto che non si ha ancora una forte base di conoscenze ed esperienza nel trattare la comunicazione della sostenibilità”, conclude Balzan.

Ecco le 10 C che un’azienda deve possedere per una corretta comunicazione della sostenibilità, secondo il parere degli esperti di ARB SB:

1. Concretezza: comunicare solo azioni concrete che l’azienda ha intrapreso;
2. Coerenza tra comportamenti che l’azienda adotta e i principi di sostenibilità che comunica;
3. Consapevolezza che devono esserci basi scientifiche solide e riconosciute quando si comunica qualche aspetto ESG;
4. Certificazione: rafforza il messaggio di quanto si sta comunicando avere una certificazione di un ente terzo;
5. Chiarezza: utilizzare un linguaggio semplice e accessibile a tutti;
6. Cultura: essere promotori della diffusione della cultura della sostenibilità verso tutti gli stakeholder;
7. Condivisione sia interna che esterna dei principi che l’azienda ha scelto come obiettivi di sostenibilità;
8. Competenza: avere adeguate competenze interne con conoscenze sui temi della sostenibilità;
9. Comitato di sostenibilità aziendale che guidi la proprietà nelle scelte strategiche sui temi di sostenibilità;
10. Comunicare: prima fare e poi comunicare!

Trump vs Cina, Canada, Messico ed EU: quale strategia di investimento azionario, e quale portafoglio?

L’imposizione di nuovi dazi da parte di Trump su Cina, Canada, Messico ed Europa crea incertezza nei mercati, ma allo stesso tempo apre opportunità per strategie di investimento mirate.

Le recenti misure tariffarie introdotte dal presidente Donald Trump stanno generando preoccupazioni significative riguardo al loro impatto sull’economia globale. Secondo il quotidiano The Times, l’imposizione di dazi del 25% su importazioni da Canada e Messico, e del 10% su quelle cinesi, potrebbe causare effetti paragonabili alle interruzioni economiche provocate dalla pandemia di COVID-19.

Queste politiche protezionistiche rischiano di innescare guerre commerciali, con conseguenze economiche potenzialmente gravi per tutte le parti coinvolte, in particolare per le economie di Canada e Messico, fortemente dipendenti dagli Stati Uniti. Alcuni economisti prevedono possibili recessioni in questi paesi se i dazi del 25% dovessero persistere. Anche l’Unione Europea potrebbe essere coinvolta in questa escalation tariffaria, con possibili ripercussioni sulle sue esportazioni verso gli Stati Uniti. Settori come l’automotive, l’elettronica e la moda potrebbero essere particolarmente colpiti, con un impatto stimato di 102 miliardi di dollari solo per l’UE. Pertanto, anche alla luce delle poco rassicuranti dichiarazioni del presidente USA, gli investitori e i risparmiatori dovrebbero aggiornare la propria asset allocation strategica, e riposizionare i propri portafogli di investimento in modo da minimizzare i danni o trarre profitto dalle opportunità che un simile scenario comunque comporta. In termini strategici, innanzitutto, ecco alcune possibili decisioni da adottare per i portafogli azionari.

1. Investire in settori resilienti ai dazi. Alcuni settori tendono a essere meno colpiti o addirittura favoriti da tensioni commerciali, come quello della Tecnologia. Infatti aziende come Microsoft, Amazon e Google (Alphabet), che offrono servizi digitali e cloud, sono meno esposte alle tariffe sui beni fisici. Allo stesso modo il settore Sanità/farmaceutico, dove compagnie come Pfizer, Johnson & Johnson e Eli Lilly vendono globalmente e hanno un mercato meno influenzato dai dazi; così come quello dei beni di consumo non ciclici, che producono beni essenziali (es. Procter & Gamble, Coca-Cola o Walmart).

2. Puntare su aziende con supply chain localizzata. Le aziende che producono principalmente negli Stati Uniti e dipendono meno da importazioni (ad esempio alcune realtà del settore manifatturiero o della difesa) potrebbero beneficiare di un ambiente protezionistico.
3. Investire in aziende che beneficiano della sostituzione delle importazioni. Se alcuni prodotti importati diventano più costosi a causa dei dazi, le aziende nazionali che offrono alternative potrebbero trarne vantaggio. Nel settore agricolo e alimentare, per esempio, se i dazi colpiscono prodotti alimentari esteri, i produttori agricoli statunitensi potrebbero aumentare vendite e margini. Nell’Automotive, alcune case automobilistiche potrebbero beneficiare di una maggiore domanda interna se le importazioni vengono penalizzate.

4. Puntare su asset rifugio in periodi di incertezza. Nei settori dell’Oro e dei metalli preziosi in generale, aziende minerarie come Barrick Gold o Newmont Mining tendono a guadagnare quando c’è incertezza economica. Anche le c.d. utilities e le infrastrutture sono settori considerati “difensivi” e meno legati ai cicli economici.
5. Diversificazione globale per ridurre il rischio. Se i dazi colpiscono il mercato USA, diversificare investendo in mercati emergenti o in economie meno coinvolte nella guerra commerciale può essere una buona scelta.

Relativamente ai portafogli di investimento esclusivamente azionari – o per la parte azionaria di un portafoglio titoli complessivo che comprenda anche strumenti monetari/obbligazionari – è fondamentale mettere in atto strategie diverse in base al livello di rischio e all’orizzonte temporale. Senza entrare eccessivamente nel tecnico, ci si può concentrare su tre tipologie di portafoglio sostenibili alla luce dei nuovi dazi imposti da Trump: Portafoglio Azionario Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio), Portafoglio Azionario Bilanciato (mix di stabilità e crescita) e Portafoglio Azionario Aggressivo (massima crescita e speculazione).

Portafoglio Difensivo (bassa volatilità, protezione dal rischio)
Obiettivo: minimizzare l’impatto delle tensioni commerciali proteggendo il capitale con asset rifugio e settori resilienti. Composizione:
– 40% ETF su beni di consumo non ciclici (es. XLP – Consumer Staples Select Sector SPDR)
– 20% Utilities e infrastrutture (Duke Energy, NextEra Energy)
– 20% Oro e metalli preziosi (ETF GLD – SPDR Gold Trust, Newmont Mining)
– 10% Settore farmaceutico (Pfizer, Johnson & Johnson)
– 10% Liquidità o obbligazioni a breve termine (ETF TLT – Treasury Bonds)
Motivazione: Protegge da recessione e volatilità derivante dalla guerra commerciale, con asset stabili e beni essenziali.

Portafoglio Bilanciato (Mix di Stabilità e Crescita)
Obiettivo: Bilanciare protezione e opportunità di crescita nei settori meno colpiti dai dazi.
Composizione:
– 30% Settore tecnologico USA (Microsoft, Apple, NVIDIA)
– 20% Settore sanitario (UnitedHealth, Merck, ETF XLV)
– 20% Settore industriale USA (che beneficia del protezionismo) (Caterpillar, Lockheed Martin)
– 20% Oro e obbligazioni per stabilità (GLD – oro, TLT – Treasury Bonds)
– 10% Mercati emergenti (ETF EEM – MSCI Emerging Markets, che possono beneficiare dallo spostamento dei flussi commerciali)
Motivazione: Diversifica tra crescita e protezione, puntando su aziende USA che non dipendono troppo dalle importazioni.

Portafoglio Aggressivo (Massima Crescita e Speculazione)
Obiettivo: Sfruttare opportunità speculative e settori che potrebbero beneficiare dai dazi.
Composizione
– 40% Tecnologia USA e AI (NVIDIA, AMD, Microsoft)
– 20% Materie prime ed energia USA (Occidental Petroleum, ExxonMobil)
– 15% Settore agricolo USA (favorito dai dazi sui prodotti esteri) (Deere & Co, Archer-Daniels-Midland)
– 15% Mercati emergenti non colpiti dai dazi USA (India ETF – INDA, Brasile ETF – EWZ)
– 10% Cash e opzioni su volatilità (ETF VIX per copertura, liquidità per opportunità di acquisto)
Motivazione: Alta esposizione a settori con forte crescita e volatilità, cercando di sfruttare il cambiamento dei flussi commerciali.

Mercati asiatici sottovalutati rispetto a Europa e USA. Interesse per l’azionario sudcoreano

Il “Korean Value up Program” dovrebbe accelerare ulteriormente nel corso del 2025. I mercati azionari asiatici rimangono interessanti e, rispetto ad Europa e USA sono storicamente sottovalutati.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

Il caos politico causato in Corea del Sud dalla dichiarazione di legge marziale da parte del presidente Yoon Suk Yeol, che ora è stato arrestato, ha provocato un’attiva vendita all’estero a dicembre. Riteniamo che i partiti politici risolveranno la crisi con gli strumenti democratici disponibili. Una volta confermato l’arresto, la corte ha 20 giorni per evidenziare il crimine. L’Ufficio per le indagini sulla corruzione dei funzionari di alto rango (CIO) condurrà l’indagine, concentrandosi sulle accuse di insurrezione e abuso di potere relative alla dichiarazione della legge marziale da parte di Yoon. Questa situazione continuerà a influenzare il sentimento degli investitori/consumatori. Comunque, il mercato coreano ha le valutazioni fondamentali più attrattive in Asia e ci aspettiamo che il “Korean Value up Program“, che mira ad aumentare le valutazioni delle azioni nazionali, acceleri nel ulteriormente nel corso del 2025.

L’intelligenza artificiale è rimasta un punto di forza delle azioni asiatiche e gli indici tecnologici di Taiwan e del Giappone sono andati molto bene a dicembre. Le azioni giapponesi sono salite ai massimi da quattro mesi grazie ai migliori dati sulla produzione industriale e all’indebolimento dello yen. L’incertezza geopolitica in Asia è aumentata in quanto gli investitori attendono di vedere le mosse del nuovo presidente degli Stati Uniti. La Banca del Giappone non ha aumentato i tassi di interesse a dicembre, come previsto da alcuni analisti. Lo yen è sceso del 5,4% a dicembre e ha chiuso l’anno come una delle principali valute più deboli rispetto al biglietto verde. Le azioni cinesi e di Hong Kong, infine, hanno continuato a trarre profitto dal pacchetto di 1,4 trilioni di dollari a cinque anni annunciato a novembre per sostenere la ristrutturazione del debito pubblico locale.

Nel corso del mese abbiamo ridotto leggermente l’esposizione in Thailandia e Indonesia a favore del Giappone. Abbiamo invece mantenuto l’esposizione sovrappesata alla Corea del Sud. Prevediamo che nel 2025 continuerà l’interesse per il tema dell’intelligenza artificiale e quindi ci aspettiamo che la tecnologia rimanga favorita dagli investitori. Il dollaro Usa rimarrà una variabile importante per il sentiment dei mercati emergenti e ci aspettiamo che gli investitori attendano ulteriori indicazioni sul piano politico e tariffario del Presidente Trump per l’Asia. I mercati azionari asiatici rimangono fondamentalmente interessanti e, rispetto all’Europa e agli Stati Uniti, sono storicamente sottovalutati.

Il ritorno di Trump e il duello USA-Cina. L’Europa al bivio, in attesa di sapere cosa fare con la Russia

Il probabile isolazionismo americano potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa, qualora il vecchio continente fosse capace di affrancarsi dagli USA e agire in modo veramente unitario.

Di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People

Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la sua politica di “America First” si prepara a ridisegnare le dinamiche globali. Al centro di questa strategia, la riaffermazione della supremazia americana in tecnologia, economia e difesa, perseguita attraverso una squadra di collaboratori strettamente legati al Presidente. Il confronto con la Cina, identificata come il principale rivale, diventa il fulcro di una nuova era geopolitica dominata dal cosiddetto “G2“, lasciando l’Europa, terzo attore di primo piano nello scacchiere economico globale, in una posizione di fragilità e incertezza.

Trump ha già dimostrato, nei suoi mandati precedenti, di voler affrontare la Cina come principale rivale globale. Con figure come Marco Rubio al Dipartimento di Stato e Mike Waltz come Consigliere per la Sicurezza Nazionale, il nuovo esecutivo americano appare orientato verso un confronto serrato con Pechino. L’invito simbolico rivolto al presidente cinese Xi Jinping per l’insediamento di Trump, pur sapendo che sarebbe stato rifiutato, è un gesto che mostra l’intenzione di mantenere un filo di dialogo con il rivale, ma alle condizioni dettate da Washington.

Questa tensione costante tra le due potenze, molto probabilmente, porterà ad una escalation del confronto geopolitico, con implicazioni non solo economiche ma anche strategiche per il resto del mondo. Il “G2” rappresenta infatti un sistema bipolare che tende a escludere gli altri attori internazionali, relegandoli a ruoli marginali. L’Europa, in questo contesto, si trova quindi davanti a un bivio. Da una parte, il protezionismo di Trump, con il probabile ulteriore inasprimento dei dazi sulle esportazioni europee, rischia di colpire duramente un’economia già provata. L’obiettivo dichiarato di Trump – come recentemente affermato da autorevoli esperti dell’Economia – è ridurre il surplus commerciale europeo con gli Stati Uniti, minacciando settori chiave per il vecchio continente. D’altronde gli USA hanno un debito pubblico ormai fuori controllo (oltre 36 trilioni di dollari…) e, per non affogare, devono in qualche modo reagire.

Visto da un’altra ottica, il probabile isolazionismo americano potrebbe anche essere un opportunità, poiché potrebbe aprire spazi di manovra per l’Europa qualora fosse capace di agire in modo veramente unitario e con una visione continentale globale, senza distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud. Una politica comune sulle questioni economiche e strategiche, infatti, consentirebbe all’UE di aumentare la propria incidenza a livello globale, rafforzando la sua autonomia geopolitica. Tuttavia, le divisioni interne e le contraddizioni nei rapporti con la Cina – oscillanti tra partnership, competizione e rivalità sistemica – rappresentano un ostacolo significativo. Come spesso sottolineato dai leader cinesi, l’Europa appare come un “semaforo con tutte le luci accese”, incapace di elaborare una strategia chiara.

Un altro scenario non da escludere – e piuttosto preoccupante – è quello di un accordo globale tra Stati Uniti e Cina. In questo caso, l’Europa, priva di coesione interna, rischia di essere schiacciata tra le due superpotenze. La possibilità di una convergenza su questioni economiche e strategiche tra Washington e Pechino, infatti, escluderebbe ulteriormente il vecchio continente dalle grandi decisioni globali, relegandolo a un ruolo di spettatore passivo. Occorre quindi una scelta strategica per il futuro, poiché l’eventualità più destabilizzante per l’ipotesi di un accordo USA-Cina vedrebbe l’Europa includere la Russia – come sarebbe naturale per ragioni storiche, culturali e geografiche – nel novero dei partner economici più stretti. Un simile (e solo per ora) fantasioso scenario rappresenterebbe un vero incubo strategico per Washington e Pechino, entrambe poco propense a confrontarsi con un blocco euroasiatico unito. Ma in questa eventualità è probabile che le due superpotenze facciano – o stanno gia facendo? – di tutto perché ciò non accada.

L’alternativa a tutti questi scenari sono i BRICS più forti di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo; questo scenario costringerebbe l’occidente a smettere di farsi i dispetti. In ogni caso, resta cruciale per l’Europa non solo ritrovare coesione interna, ma cessare di essere supina agli interessi USA, cominciando a ripensare fin da adesso a quale potrebbe essere il proprio rapporto con la Russia subito dopo il possibile cessate il fuoco assicurato da Trump ma in apparenza ancora lontano. La Russia, infatti, possiede le materie prime fossili (Gas soprattutto, ma non solo) che servono all’Europa come l’aria, e che oggi vengono acquistate dagli USA a prezzi quasi doppi rispetto a quelli che gli europei pagavano prima del conflitto russo-ucraino.

Timori della Fed per l’inflazione, mercati in subbuglio. In Germania risalgono i prezzi al consumo

Mentre la Fed teme l’impatto delle politiche di Trump sull’inflazione, in Germania i prezzi al consumo salgono a dicembre. Il ministro inglese Reeves sotto pressione tra sterlina debole e indebitamento.

A cura di Gold Avenue

I primi dieci giorni del nuovo anno hanno chiarito il livello e le “gradazioni” delle aspettative sui mercati finanziari nell’era Trump. Gli investitori, infatti, sperano in un forte rialzo delle azioni statunitensi nel 2025, guidati anche dai potenziali tagli fiscali. Tuttavia l’inflazione è un jolly: se rimane vicina al 2%, le azioni potrebbero prosperare; se si allontana sensibilmente dalla soglia di sostenibilità, ciò potrebbe innescare rialzi dei tassi e perdite di mercato. Nel frattempo, i rischi globali incombono, tra cui l’indebolimento delle valute, le tensioni commerciali e l’instabilità geopolitica. L’Europa, la Cina e il Giappone devono affrontare le proprie sfide, che potrebbero ripercuotersi sulla crescita e sui mercati globali.

I funzionari della Federal Reserve temono che le politiche commerciali e immigratorie di Trump possano peggiorare l’inflazione, come emerge dai verbali della riunione. Hanno intenzione di rallentare i tagli dei tassi di interesse a causa dell’incertezza economica e degli elevati rischi di inflazione. Il tasso di riferimento della Fed è stato ridotto al 4,25%-4,5%, ma sono previsti meno tagli per il 2025. I funzionari hanno osservato che l’inflazione rimane al di sopra dell’obiettivo del 2%, guidata dalla forte spesa dei consumatori e dall’attività economica. La Fed mette in evidenza un approccio cauto, paragonando le sue mosse politiche alla “guida in una notte di nebbia”.

L’oro sfiora i massimi in 4 settimane. I prezzi dell’oro sono saliti a 2.679,91 $ l’oncia venerdì, il livello più alto dal 13 dicembre. La domanda di beni rifugio, alimentata dall’incertezza sulle politiche del presidente Trump, e l’attesa dei dati sulle buste paga statunitensi hanno fatto salire l’oro di oltre l’1% questa settimana. Gli analisti suggeriscono che se i dati sull’occupazione fossero più deboli del previsto, i prezzi dell’oro potrebbero spingersi verso i 2.700 dollari e stabilizzarsi per qualche mese attorno a questa soglia. 

In Europa, balza l’inflazione in Germania, dove è salita al 2,8% a dicembre, superando le previsioni del 2,6%, secondo Destatis. Questo è il terzo mese in cui l’inflazione si è mantenuta al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Banca centrale europea, con un aumento anche dell’inflazione di base. Gli analisti citano l’aumento dei salari e il venir meno degli effetti dei costi energetici come fattori chiave. I dati arrivano in un contesto di incertezza politica in vista delle elezioni federali anticipate del 23 febbraio. Gli esperti avvertono che l’inflazione potrebbe rimanere ostinatamente alta nei prossimi mesi.

Nel Regno Unito, l’aumento del costo del debito britannico e la caduta della sterlina hanno riportato alla memoria la crisi monetaria del 1976. Gli investitori dubitano della capacità dei laburisti di finanziare gli ambiziosi piani di spesa, con i costi di indebitamento a lungo termine che hanno raggiunto i massimi dal 2008. I critici sostengono che l’esiguo cuscinetto della ministra della Finanze Rachel Reeves (nella foto) e l’impennata dei rendimenti lasciano poco spazio di manovra per evitare tagli alla spesa o aumenti delle tasse. Dal canto suo, la sterlina ha toccato il livello più basso da oltre un anno e i costi di indebitamento del Regno Unito hanno raggiunto il massimo da 16 anni, suscitando preoccupazioni sulla stabilità economica. Gli economisti avvertono che l’aumento del costo del debito potrebbe costringere il governo a tagliare la spesa o ad aumentare le tasse per sottostare alle regole fiscali.

Sempre in tema di inflazione, secondo alcuni esperti i beni domestici e i prodotti di prima necessità potrebbero subire aumenti di prezzo consistenti, sulla scorta dei dazi statunitensi che potrebbero far lievitare ulteriormente i costi. Si prevede che le aziende scaricheranno sui consumatori l’aumento dei costi dei prodotti alimentari, elettronici e chimici. I ritardi nelle spedizioni e i potenziali scioperi dei porti statunitensi potrebbero peggiorare la situazione. In Giappone, invece, gli aumenti salariali si stanno diffondendo in tutto il territorio, mentre le aziende rispondono alla carenza di manodopera, rafforzando l’ipotesi di un rialzo dei tassi da parte della Banca del Giappone. La Bank of Japan (BOJ) potrebbe alzare i tassi già in occasione della riunione di gennaio, mentre molte aziende stanno già pianificando aumenti salariali significativi. Gli stipendi di base sono aumentati del 2,7% a novembre, il ritmo più veloce dal 1992, alimentando un’inflazione vicina all’obiettivo del 2% della BOJ. Tuttavia, l’incertezza sulle politiche commerciali di Donald Trump offusca le prospettive dell’economia giapponese, molto dipendente dalle esportazioni.

2025, Trump in guerra contro il commercio. Outlook Regno Unito e USA in cinque punti

Un cambiamento dai contorni ancora sconosciuti travolgerà l’America, mentre i vecchi problemi dell’economia e la lotta all’inflazione affliggeranno altri paesi. Regno Unito in stagnazione?

L’economia globale sta entrando nel nuovo anno con crescenti tensioni geopolitiche che incombono sulle sue prospettive, mentre le principali banche centrali del mondo tentano di tagliare i tassi di interesse dopo il peggior shock inflazionistico degli ultimi decenni.

In tutta probabilità, il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca dominerà l’agenda economica, e le tensioni commerciali globali sono ormai all’orizzonte, mentre il presidente eletto minaccia di imporre tariffe radicali sulle importazioni statunitensi. In Europa, l’economia britannica sta vacillando sotto la scure delle pressioni inflazionistiche, mentre le maggiori economie dell’eurozona sono travolte da turbolenze politiche. In Asia, Pechino sta lottando per rilanciare l’economia cinese, mentre i paesi del sud del mondo stanno affrontando pagamenti di interessi sul debito in forte aumento. Ecco i cinque punti chiave che sostengono le prospettive economiche per il 2025.

1) Le guerre commerciali di Trump 2.0 – La vittoria inequivocabile di Trump ha aumentato la prospettiva di battaglie globali su una scala molto più ampia rispetto al suo primo mandato, quando i suoi scontri con la Cina hanno avuto ripercussioni sul commercio mondiale. Tuttavia, molti economisti sperano che Trump si fermi prima di schierare l’intero arsenale di minacce che ha fatto durante la campagna elettorale, che includeva tariffe sulle importazioni fino al 60% sulla Cina e fino al 20% sui nemici e gli alleati dell’America. Le promesse del presidente eletto di tagliare le tasse e le normative sulle imprese hanno fatto sperare gli investitori in un’impennata nel mercato azionario americano, ma si teme che le sue misure possano aprire un buco enorme nel bilancio federale degli Stati Uniti, dove anche le famiglie colpite da tasse più elevate sulle importazioni potrebbero alimentare l’inflazione. Altrove, le tensioni rimangono elevate con i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, mentre l’incertezza politica sta aumentando nel nucleo dell’eurozona, dove i governi francese e tedesco sono sotto pressione.

2) Inflazione ostinata – Le banche centrali più potenti del mondo hanno iniziato a tagliare i tassi di interesse nel 2024 dopo che l’inflazione si è raffreddata più rapidamente del previsto. L’attenzione principale per l’anno a venire sarà su quanto saranno ulteriormente ridotti i costi dei prestiti, in considerazione dei timori per le persistenti pressioni inflazionistiche e le prospettive di crescita economica. La Banca d’Inghilterra ha segnalato un approccio graduale, dopo aver previsto che l’inflazione sarebbe rimasta al di sopra del suo obiettivo del 2% fino al 2027. Nel Regno Unito l’inflazione complessiva è scesa da un picco dell’11,1% nella seconda metà del 2022 fino a sotto il 2% a settembre 2024, ma è tornata quasi subito al 2,6%. La crescita salariale è rimasta più forte del previsto, con il potenziale per alimentare l’inflazione. La Banca centrale inglese sta anche monitorando l’impatto del bilancio autunnale di Rachel Reeves, dopo che il cancelliere ha annunciato un aumento di 25 miliardi di sterline nei contributi previdenziali nazionali dei datori di lavoro da aprile. I leader aziendali hanno avvertito che ciò potrebbe colpire i posti di lavoro o essere trasferito ai consumatori attraverso prezzi più alti. Gli investitori hanno ridotto le aspettative di tagli profondi dei tassi di interesse nel 2025.

3) Il Regno Unito in stagnazione? – L’economia britannica è sull’orlo della stagnazione, aumentando la prospettiva di un periodo di “stagflazione“, quando la crescita è in stallo ma l’inflazione è alta. Il Regno Unito è cresciuto al ritmo più rapido nel G7 nella prima metà del 2024, in parte perché si stava riprendendo da una recessione superficiale nella seconda metà del 2023. Tuttavia, un forte calo della fiducia dei consumatori e delle imprese ha pesato sull’economia, che alcuni analisti hanno attribuito alla cupa retorica del Labour e ai piani di aumento delle tasse. L’economia si è contratta dello 0,1% a ottobre, mentre la Banca d’Inghilterra prevede una crescita pari a zero negli ultimi tre mesi del 2024. Alcuni esperti sono, tuttavia, più ottimisti, e affermano che la fiducia degli inglesi nell’economia britannica e continentale dovrebbe riprendersi, poiché il contesto politico generale è molto più stabile in Inghilterra rispetto agli ultimi anni e, soprattutto, rispetto ad altri paesi europei.

4) Tasso di occupazione – La Gran Bretagna è uno dei pochi paesi sviluppati con un tasso di occupazione inferiore rispetto a prima della pandemia di Covid.

Oltre 9 milioni di persone sono “economicamente inattive”, ovvero non lavorano né cercano un lavoro. Riportare più persone al lavoro è visto dal governo come uno dei modi più efficaci per riavviare la crescita economica e sarà una delle sue massime priorità nel 2025. Parte di questo sforzo sarà mirato a sistemare i servizi pubblici malconci, mentre ci saranno cambiamenti nei centri per l’impiego e nel sostegno all’occupazione a partire dalla primavera. Negli USA, invece, il il mercato del lavoro è passato di recente da una lunga fase di piena occupazione tecnica (ossia un tasso di disoccupazione “fisiologico” compreso tra il 3% ed il 3,5%) ad un leggero rallentamento del saldo netto occupazionale, con un livello di disoccupazione passato al 4,1%. Se questa percentuale di inoccupati dovesse aumentare o mantenersi ai livelli attuali, le pressioni inflazionistiche potrebbero rallentare e la Fed potrebbe continuare ad abbassare i tassi di interesse, sia pure con lenta gradualità (e non come Wall Street vorrebbe).

5) Rendimenti obbligazionari – I governi di tutto il mondo stanno affrontando sfide dovute ai maggiori costi di indebitamento. A differenza degli anni di tassi di interesse ultra bassi dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la spesa pubblica alimentata dal debito ha contribuito a sostenere una crescita fragile, il rischio di un’inflazione più rigida e di tassi di interesse più elevati nel 2025 renderà tutto più difficile. “La politica fiscale espansiva nei periodi difficili non è più un pranzo gratis. Ora richiede un adeguato consolidamento fiscale nei periodi favorevoli“, hanno scritto gli analisti della Bank of America in una nota ai clienti. Anche la Francia sta lottando per ridurre il suo deficit di bilancio in mezzo a turbolenze politiche. Gli investitori potrebbero richiedere rendimenti più elevati se prestassero a governi con deficit elevati, e questo farebbe aumentare ulteriormente i costi del debito sovrano.