Giugno 24, 2026
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BTP “lunghi” in portafoglio: caratteristiche e scenari che cambiano prezzo e rendimento

Abbiamo analizzato il BTP 1° agosto 2039 tasso 5%, recentemente tornato sotto i riflettori per via della sua cedola elevata e della forte sensibilità di prezzo ai tassi e allo spread.

di Giuseppe Anfuso

Com’è noto, nei titoli a tasso fisso la cedola rende immediatamente comprensibile il flusso periodico, ma non sempre il risparmiatore comprende che il loro valore di mercato può cambiare rapidamente in base ad eventi di politica monetaria e, relativamente ai titoli governativi (come il BTP), anche in base al livello di fiducia dei mercati sul debito sovrano.

In un mondo in cui l’offerta di prodotti di risparmio è sempre più veicolata verso gli strumenti gestiti (OICR e ETF, soprattutto, ma anche polizze unit linked e gestioni patrimoniali), riporre attenzione al “vecchio” BTP potrebbe sembrare anacronistico, eppure il suo utilizzo in un portafoglio diversificato potrebbe ancora rappresentare una valida alternativa ai fondi bilanciati obbligazionari per via dell’assenza totale di costi di gestione – a parte il costo marginale del deposito titoli, imposta di bollo compresa – e per la visibilità dei flussi cedolari. In ogni caso, l’analisi di un BTP come quello di cui ci occupiamo oggi, e cioè il BTP 1° agosto 2039 al 5% (ISIN IT0004286966), va affrontata attraverso differenti scenari, poichè sullo stesso titolo esiti diversi dipendono dal quadro macro e dal momento di vendita.

Cedola certa, prezzo variabile: perché la scadenza lunga pesa davvero – Cominciamo col dire che su cedole e plusvalenze dei titoli di Stato si applica l’aliquota 12,5%. Al dossier titoli, poi, si somma l’imposta di bollo (in via ordinaria 0,2% annuo sul controvalore), più eventuali commissioni. Pertanto, quando l’investitore pensa a un’uscita prima della scadenza bollo e costi possono ridurre il margine. Inoltre, per via della sua vita residua (14 anni circa), Il BTP 2039 è un titolo obbligazionario di tipo “speculativo”, poiché pur pagando una cedola annua del 5% (2,5% semestrale), il suo prezzo può oscillare sensibilmente giorno per giorno. Per fare un esempio di storia recente, dal suo massimo valore del 5 Gennaio 2021 (166,3), il titolo è sceso agli attuali 112,60 passando però per una quotazione minima di 97,90 il 18 Ottobre 2023; questo significa che, ad oggi (5 Gennaio 2026), il BTP 2039 perde dal suo valore massimo il 32,29%, ma il 18 Ottobre 2023 era sotto di oltre il 41%. Comprare oggi, pertanto, almeno esclude uno scenario catastrofico come quello dell’altissima inflazione e del repentino rialzo dei tassi di interesse operato dalla Banca Centrale Europea tra il 2022 e il 2023.

In base a quanto appena descritto prima, possiamo determinare una prima regola di base: se il rendimento interno a scadenza (cedola annuale in rapporto al prezzo di acquisto) del titolo a cedola fissa sale, il prezzo tende a scendere; se il suo rendimento interno scende, il prezzo tende a salire. Sulle scadenze lunghe questo effetto è amplificato. Tornando all’esempio precedente, chi ha comprato il BTP 2039 al suo prezzo massimo (166,3 il 05/01/2021) aveva un rendimento interno del 3% (5% diviso 166,3), chi lo ha comprato al prezzo del 18 Ottobre 2023 (97,90) aveva un rendimento interno del 5,11%, mentre chi lo compra oggi avrà un rendimento interno – sempre nell’ipotesi di tenerlo fino a scadenza – del 4,45%. Questi rendimenti sono lordi, poiché ad essi va comunque detratto il 12,5% di ritenuta fiscale.

Altra caratteristica di quasi tutti i titoli obbligazionari (BTP compresi) è che il rimborso avviene sempre “alla pari”, ossia a 100. E’ un dettaglio che molti dimenticano quando comprano un BTP ad un prezzo “sopra la pari”, e cioè superiore a 100. Anche il Tesoro rimborsa il nostro BTP a 100; per cui, quando il titolo ha una quotazione sopra la pari, chi lo manterrà fino al 2039 incasserà le cedole ma deve mettere in conto che, al traguardo, il rimborso resta 100: la differenza tra 100 e il prezzo di oggi (112,25, al 22/12/25) si rifletterà nel suo rendimento effettivo decurtando annualmente la cedola del 5% di circa un 14simo – la vita residua del titolo è di 14 anni – della differenza tra 112,25 e 100 (12,5), ossia di uno 0,893 da sottrarre per 14 annualità. Da qui il rendimento effettivo del 4,107%.

Per determinare se il BTP in esame (BTP 2039 5%) è interessante e risponde bene al criterio di diversificazione del portafoglio, è bene descrivere i quattro possibili scenari a cui un risparmiatore può andare incontro, dal peggiore al migliore, in modo tale da generare il massimo livello di consapevolezza nelle proprie scelte di investimento con esempi concreti di ciò che potrebbe succedere nei mercati obbligazionari in generale ed in quello dei titoli governativi (di cui i BTP fanno parte) in particolare.

Scenario disastroso: inflazione di ritorno, tassi in rialzo, spread che si allarga – Se il mercato prevede nuove strette monetarie (aumenti del tasso di interesse della BCE) o cresce la tensione sul debito pubblico, rendimenti e spread (differenza di rendimento tra BTP decennale e BUND tedesco decennale) possono salire. In questo caso il prezzo del BTP 2039 può scendere in modo significativo: chi vende per necessità rischia di fissare perdite, pur incassando le cedole maturate (che potrebbero non compensare la discesa del prezzo).
Scenario negativo: tassi fermi “più a lungo”, volatilità e poca direzione – Con una politica prudente ed incertezza elevata, il prezzo può muoversi a strappi senza costruire una vera tendenza. Il risultato del proprio investimento tende a dipendere soprattutto dalle cedole, mentre il guadagno in conto capitale (capital gain) resta legato a occasionali e brevi periodi di mercato.

Scenario moderato: tagli graduali, spread stabile, recupero contenuto – Con i rendimenti in lieve calo e lo spread sotto controllo, il prezzo può trovare un supporto valido e cominciare a salire con una tendenza chiara al rialzo. L’investitore può vedere un miglioramento misurato, a condizione di fissare obiettivi di investimento e orizzonte temporale coerenti.
Scenario positivo: tassi in calo più rapido e spread in diminuzione – Se scendono rendimenti e spread, i titoli lunghi reagiscono meglio: il prezzo può salire in modo più robusto e il capital gain diventa un contributo rilevante in aggiunta alle cedole. In ogni caso, correzioni negative improvvise del prezzo possono arrivare anche in fasi favorevoli, per cui è necessario farsi affiancare dal proprio consulente per determinare il momento di acquisto con maggiori probabilità di successo.

In sintesi, gli indicatori da seguire sono pochi ma decisivi. Per i BTP “lunghi” (come il 2039) contano soprattutto le decisioni della BCE, l’inflazione, il livello dello spread BTP-Bund e i risultati delle aste del Tesoro: sono i fattori che, in pratica, spostano il prezzo in una o nell’altra direzione. Il BTP 2039 cedola 5% è un titolo semplice in apparenza, ma richiede una certa gestione del rischio, e cioè la determinazione del proprio orizzonte temporale, la quota di risparmi da investirci su e la disponibilità di adeguata liquidità in ogni momento, la quale evita nelle circostanze del bisogno urgente la vendita forzata nel momento peggiore. La propria disciplina nell’investire, oltre ai tassi, allo spread e alle imposte, deciderà il buon esito dell’investimento.

DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali. Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

2025, un anno che ha messo tutti alla prova. Insegnamenti e portafogli per l’investitore

Portafogli a confronto nel 2025: perché qualcuno ha retto meglio di un altro, e perché altri hanno guadagnato di più? Ecco quali lezioni concrete può portarsi a casa un investitore.

di Vincenzo Lana, Investitore e divulgatore economico-finanziario

Il 2025 verrà ricordato come uno di quegli anni che ha messo a nudo la solidità delle strategie. Non è stato un anno di grandi crolli improvvisi, ma nemmeno un anno di crescita lineare e rassicurante. È stato un anno scomodo, nervoso, caratterizzato da movimenti contraddittori, false partenze e improvvisi cambi di umore dei mercati.

Dopo un biennio in cui l’inflazione era stata il tema dominante e i tassi di interesse avevano profondamente cambiato le regole del gioco, il 2025 si è presentato come un anno di transizione. Le banche centrali hanno iniziato a mandare segnali più ambigui: da un lato la volontà di non strangolare l’economia, dall’altro la necessità di non perdere il controllo dei prezzi. Questo ha creato un contesto in cui né le azioni né le obbligazioni hanno avuto vita facile. La volatilità è rimasta costantemente presente, anche quando gli indici sembravano muoversi poco. È stata una volatilità “di fondo”, fatta di rotazioni settoriali, di rally brevi e subito riassorbiti, di fasi in cui nulla sembrava funzionare davvero bene.

In questo scenario, il classico approccio “buy & hold azionario” ha deluso molti, così come il tradizionale portafoglio bilanciato 60/40, che per decenni era stato considerato una sorta di pilastro della gestione prudente. Eppure, proprio in un anno così complesso, alcuni portafogli hanno dimostrato una resilienza sorprendente. Altri, invece, hanno confermato che ciò che funziona in un certo regime di mercato può smettere di funzionare quando il contesto cambia. E così, mettendo a confronto il 2025 dei principali portafogli multi-asset, utilizzando dati reali e concentrandosi non solo sui numeri, è opportuno chiedersi perché un portafoglio ha retto meglio di un altro, oppure perché alcuni hanno addirittura guadagnato bene in un anno così incerto e, soprattutto, quali lezioni concrete può portarsi a casa un investitore.

Come investire

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli portafogli, è importante chiarire un punto fondamentale: un portafoglio non è semplicemente la somma degli strumenti finanziari mesi dentro per strutturarlo, ma il risultato delle relazioni tra gli asset che lo compongono. Molti investitori si concentrano sull’asset che ha reso di più in un dato periodo, ma questo approccio funziona solo ex post, poiché nessuno sa in anticipo quale asset sarà il vincitore dell’anno successivo. Il vero lavoro dell’investitore non è prevedere, ma strutturare; per cui, quando analizziamo un portafoglio dobbiamo guardare almeno cinque elementi chiave:
Rendimento (quanto ha guadagnato o perso).
Volatilità (quanto è stato instabile lungo il percorso).
Rapporto di Sharpe (quanta “qualità” ha avuto quel rendimento rispetto al rischio).
– VaR – Value at Risk (quanto poteva realisticamente perdere il portafoglio in uno scenario negativo).
– Coerenza con l’obiettivo (il portafoglio ha fatto quello per cui era stato progettato?).
Il 2025 è stato un anno perfetto per questo tipo di analisi, perché ha premiato la diversificazione vera e ha punito le allocazioni sbilanciate o troppo dipendenti da un singolo scenario macroeconomico.

Portafoglio Global 3 Assets: La semplicità che regge, ma non entusiasma – Il Global 3 Assets è uno dei portafogli più semplici e intuitivi: azioni globali per crescere, obbligazioni per stabilizzare, oro come assicurazione. È una struttura che non promette miracoli, ma punta alla robustezza. Nel 2025 questo portafoglio ha fatto esattamente ciò che doveva fare. Non ha brillato, ma non ha nemmeno deluso. Il rendimento è stato positivo, seppur modesto, e il rischio è rimasto sotto controllo. L’oro ha svolto il suo ruolo di ammortizzatore nei momenti di tensione, mentre la componente obbligazionaria ha sofferto meno rispetto a portafogli più esposti alla duration lunga. Il limite di questo portafoglio è anche il suo pregio: la semplicità. In un anno in cui l’oro e il cash hanno fatto molto bene, avere solo un 10% di oro e nessuna vera componente di liquidità ha impedito al Global 3 Assets di sfruttare appieno il contesto. È un portafoglio adatto a chi vuole dormire tranquillo, ma nel 2025 non è stato tra i protagonisti.

Portafoglio 60/40: il mito che vacilla – Per decenni il 60/40 è stato considerato lo standard aureo della gestione bilanciata. Azioni per la crescita, obbligazioni per la stabilità. Il problema è che questo modello si basa su un presupposto fondamentale: la correlazione negativa tra azioni e bond. Nel 2025 questo presupposto ha continuato a funzionare male. Le azioni globali non hanno offerto una crescita sufficiente a compensare le debolezze obbligazionarie, e i bond non hanno fornito la protezione che ci si aspettava nei momenti di stress. Il risultato è un portafoglio che ha chiuso l’anno in perdita, con uno Sharpe negativo: segno che il rischio assunto non è stato premiato. Non è stato un disastro, ma è stato un chiaro campanello d’allarme. In definitiva, il 60/40 non è “morto”, ma il 2025 ha dimostrato che non è universale e che affidarsi ciecamente a una formula storica può essere pericoloso.

Golden Butterfly Portfolio: L’equilibrio che sorprende – Il Golden Butterfly è un portafoglio pensato per migliorare il potenziale di rendimento mantenendo una forte diversificazione. Nel 2025 ha funzionato molto bene. La componente small cap value ha beneficiato delle rotazioni di mercato, l’oro ha protetto nei momenti di incertezza e la combinazione di bond a breve e lungo termine ha reso il portafoglio estremamente flessibile. Il dato più interessante è il rapporto di Sharpe: 0,80. Significa che ogni unità di rischio è stata ben remunerata. Non è stato il portafoglio più redditizio in assoluto, ma è stato uno dei più efficienti. Questo è un portafoglio che dimostra come la diversificazione non sia solo “avere tante cose”, ma avere cose che reagiscono in modo diverso agli stessi eventi.

Global Market Portfolio: La teoria contro la realtà – Il Global Market Portfolio è affascinante dal punto di vista teorico, poichè rappresenta il “mercato globale” così com’è. Il problema è che il mercato globale, nel 2025, non è stato gentile. La piccola quota di real assets non è stata sufficiente a compensare la debolezza di azioni e bond. La volatilità è stata elevata e il rendimento negativo. Questo portafoglio dimostra che replicare il mercato non significa automaticamente proteggersi. In certi anni, il mercato globale è semplicemente inefficiente dal punto di vista rischio/rendimento.

Portafoglio All Season: La difesa intelligente – Il portafoglio All Season di Ray Dalio nasce per affrontare tutti gli scenari macroeconomici: crescita, recessione, inflazione, deflazione. Nel 2025 ha fatto il suo lavoro: difesa solida, rendimento modesto. Non ha entusiasmato, ma ha protetto il capitale meglio di molte alternative più aggressive. È un portafoglio perfetto per chi cerca stabilità emotiva più che performance assoluta e “a ogni costo”, molto buono per chi vuole difendersi dallo stress eccessivo nelle fasi di volatilità più accese sacrificando il facile cedimento all’entusiasmo.   

Permanent Portfolio: Il vincitore silenzioso del 2025 – Il Permanent Portfolio di Harry Browne è spesso sottovalutato perché considerato “troppo prudente”. Eppure, nel 2025 è stato il miglior portafoglio in assoluto. Il segreto è tutto nella struttura: oro e liquidità hanno beneficiato enormemente dell’incertezza, mentre la bassa esposizione azionaria ha limitato i danni nei momenti negativi. Il risultato è un rendimento elevato con una volatilità bassissima. Uno Sharpe di 1,82 è rarissimo in un anno così difficile. Significa che il portafoglio non solo ha reso, ma lo ha fatto in modo estremamente efficiente.

In conclusione, il 2025 ci ha insegnato una lezione fondamentale: non vince chi prevede, ma chi struttura bene. I portafogli più resilienti non sono stati quelli più esposti alle azioni, ma quelli che hanno saputo integrare oro, liquidità e asset con comportamenti diversi. Il mito del 60/40 è stato messo in discussione, mentre strategie considerate “noiose” hanno brillato.  Per l’investitore, il messaggio è chiaro: la diversificazione vera non serve quando tutto sale, ma quando nulla funziona come previsto. E il 2025 è stato esattamente quel tipo di anno. Se questo sarà il nuovo normale o solo una fase di transizione, lo dirà il tempo. Ma una cosa è certa: dopo il 2025, guarderemo ai portafogli multi-asset con occhi molto più consapevoli.

Esiste davvero una bolla finanziaria nel settore dell’IA? Dubbi e risposte

Il debito pubblico italiano arriva a 3.000 miliardi di euro circa, meno della capitalizzazione di Nvidia. Quali sono gli elementi che fanno pensare allo scoppio di una bolla dell’intelligenza artificiale?

A cura di XTB

Titoli come Nvidia ed Apple superano i 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, Alphabet (Google) e Microsoft si trovano sopra i 3.000 miliardi di dollari mentre Amazon sopra i 2.000 miliardi di dollari, solamente Meta è a 1.500 miliardi di dollari. Capitalizzazioni assolutamente fuori scala, considerando il resto del mercato e soprattutto il resto dei competitor storici come, ad esempio, Amd (348 mld $) e Intel (176 mld $).

Queste capitalizzazioni dei titoli tech americani possono essere tranquillamente messe a paragone anche con i titoli europei come, ad esempio, la famigerata ASML, fornitrice globale di macchinari per costruire i chip e gli hardware che queste società producono e utilizzano, una società che capitalizza “solamente” 400 miliardi di dollari (circa 350 miliardi di euro). Oppure potremmo prendere ad esempio i debiti pubblici, come quello italiano che arriva a 3.000 miliardi di euro circa, meno della capitalizzazione di Nvidia, Apple e Google prese individualmente. Il paragone peggiora ulteriormente se consideriamo anche indici azionari e interi mercati, come, ad esempio, l’azionario italiano che arriva a poco più di 1.000 miliardi di dollari con 143 aziende quotate, oppure il mercato tedesco a poco più di 2.800 miliardi di dollari con 375 aziende quotate. Il distacco che hanno le big tech IA sugli altri mercati è assolutamente da considerarsi come elemento chiave per pensare ad una bolla nel settore IA.

Il Buffett Indicator mette in relazione il valore totale del mercato azionario Usa (indice Wilshire 5000) con il Pil Usa, una relazione che indica quanto è grande il mercato azionario, quindi il settore finanziario, rispetto al Pil Usa, quindi rispetto all’economia nel complesso. Questo parametro è stato utilizzato storicamente per rilevare se i mercati fossero sovraprezzati o sottoprezzati. Un indicatore compreso al di sopra di area 150% potrebbe già indicare un mercato che è sopravvalutato e che prezza dei rischi relativamente alti. Questo livello del 150% venne toccato nella bolla delle dotcom del 2000, corrispondente alla seconda deviazione standard. La deviazione standard per questo indicatore è importante, in quanto ci dice effettivamente a che livelli di sovrapprezzo o sottoprezzo siamo. Ora siamo a 2,4 volte la deviazione standard, quindi sopra i livelli della bolla dotcom con un rapporto ben oltre il 150%, siamo a circa 220%. La situazione, osservando solo questo indicatore, è critica da tempo. Attenzione, questo indicatore ci parla dello stato attuale delle cose ma non è predittivo a livello di movimenti tecnici di mercato.

La società regina assoluta del comparto IA è sicuramente Nvidia, che da qualche anno a questa parte ha registrato rialzi in termini di capitalizzazione assolutamente incredibili: è stata la prima azienda al mondo a toccare una capitalizzazione di 5.000 miliardi di dollari. Continua la crescita del suo fatturato, in questo caso parliamo di una crescita di oltre il 100% dal 2023 al 2024, da circa 60 miliardi di dollari a 130 miliardi di dollari, mentre per quest’anno le proiezioni vedono una crescita verso i 200 miliardi di dollari, quindi una crescita tra il 50% e il 60%. Crescita fortissima, ma in leggera diminuzione fisiologica rispetto agli scorsi anni, un rallentamento che di certo non indica debolezza su base strutturale. Ciò che potrebbe influire su un rallentamento del genere potrebbe essere l’arrivo dei competitor di Nvidia che potrebbero erodere parte della fetta di mercato che Nvidia copre sugli hardware. Questa supposizione arriva dall’andamento dei rendimenti che vediamo sui titoli tech da inizio anno a questa parte.

Considerando Nvidia come il “benchmark” di riferimento, aziende come AMD, Intel e Alphabet (Google), hanno performato molto bene con rendimenti molto più importanti rispetto al circa 30% di Nvidia: Intel +82%, AMD +78%, Alphabet (Google) +69%. Si iniziano a far sentire AMD e Intel, proprio i concorrenti storici di Nvidia, mentre di recente si aggiunge Alphabet (Google) che prova a far concorrenza a livello hardware. Le altre megacap rimangono invece al di sotto di Nvdia in termini di rendimento da inizio anno con Microsoft a ridosso del +17%, Apple a +15%, Meta a +6% e Amazon a +4%.

Vediamo comunque una forte tendenza di queste società a sviluppare data center, hardware e software IA. Il settore è ancora in forte espansione dal punto di vista fondamentale, ma la discrepanza tra prezzi di mercato e numeri lato fondamentale tra le varie aziende concorrenti risulta assolutamente sbilanciato. Anche indicatori come il Buffett Indicator segnalano una situazione da prendere con estrema cautela dal punto di vista fondamentale, i mercati non hanno segnato mai livelli così alti di sovrapprezzo. A livello tecnico i mercati ancora non presentano segnali di debolezza tali da poter individuare lo scoppio di una bolla e in tal merito gli indici principali come Nasdaq e S&P500 potrebbero fornirci dei segnali in futuro, soprattutto per via dell’enorme peso che questi titoli hanno all’interno degli indici in termini di capitalizzazione.

Outlook 2026: sarà l’anno delle M&A bancarie. Europa pronta ad accelerare sugli utili

Ottimismo sui titoli azionari italiani. I migliori dividendi si troveranno nel settore bancario e nel settore dei telefonici. In Europa quadro contrastato, ma condizioni ideali per un’accelerazione degli utili nel 2026.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth

Le nostre aspettative per il 2026 sono per una moderata, ulteriore crescita dell’indice FTSEMIB che quantifichiamo fra l’8% ed il 13%. Essenzialmente la nostra tesi è che l’indice italiano, caratterizzato da un peso dei titoli finanziari nell’intorno del 35%, possa godere di un miglioramento dell’Eps di circa il 10% medio (equally weight), ma non vi siano ulteriori spazi per un ulteriore re-rating, in particolare nel settore delle banche.

Nel complesso, rimaniamo ottimisti sui titoli azionari italiani grazie alla maggiore stabilità politica, alla riduzione degli spread obbligazionari e al citato, previsto incremento degli utili per il 2026. A nostro avviso, tale incremento degli utili sarà sostenuto principalmente dalla ripresa dei beni di consumo ciclici. In generale, i titoli azionari italiani presentano un valore relativo con un P/E di circa 11x rispetto all’Europa a 14x. I settori ciclici (automotive e consumer goods) sono meglio posizionati per godere di una ripresa della crescita degli utili (anche grazie ad una comparison base nettamente più facile Y/Y) e, contestualmente, di un potenziale re-rating dei multipli. Tendiamo ad escludere tale elemento di re-rating per il settore bancario, dove il multiplo P/TE è più che raddoppiato in un anno (da 0.7x/0.8x all’attuale 1.6x medio di settore).

Dopo le prime operazioni consolidatesi nel 2025 – principalmente l’integrazione di Mediobanca in Banca Monte dei Paschi e la fusione fra Bper e la Popolare di Sondrio – il 2026 sarà l’anno di operazioni M&A che riguarderanno il Banco Bpm, potenzialmente ancora il Monte dei Paschi ed operazioni di consolidamento nell’asset management e nella banca insurance. Altri titoli oggetto di M&A potrebbero essere alcune società industriali nel comparto small/mid cap, in un contesto di tassi in calo, che possano favorire deal guidati da private equity. I private equity sono stati relativamente assenti negli ultimi 2 anni, proprio per il livello dei tassi di interesse che è andato a comprimere gli IRR attesi, rendendo non appetibili operazioni di M&A guidate da logiche finanziarie.

Le small/mid cap, come accennato in precedenza, dipendono dal contesto dei tassi di interesse: tassi in calo storicamente portano maggiore liquidità sui titoli di piccola e media capitalizzazione, guidando il potenziale re-rating di titoli che attualmente trattano a forte sconto rispetto alle large cap. Siamo invece scettici sulla possibilità che il lancio dei fondi guidati dal Fns possa incrementare la liquidità su tale comparto, principalmente a causa del limitato “fire power” di tali fondi (sotto €1bn cumulati). I migliori dividendi si troveranno ancora nel settore bancario e, consapevoli di avere una view abbastanza contrarian, nel settore dei telefonici.

Spostando l’attenzione all’Europa, un rapido consuntivo generale ci dice che i mercati azionari globali hanno chiuso novembre leggermente in negativo, ma che da inizio dicembre si è assistito a un parziale recupero, sostenuto dai dati macroeconomici statunitensi – che hanno riaperto la porta a un taglio dei tassi da parte della Fed a dicembre – e dai segnali di miglioramento in Europa: i risultati trimestrali hanno complessivamente superato le aspettative e ci sono le condizioni per un’accelerazione degli utili nel 2026, grazie al graduale miglioramento delle prospettive macroeconomiche, a condizioni finanziarie più favorevoli e a minori venti contrari dal fronte valutario. Negli Usa, invece, restano i dubbi sulla circolarità, la sostenibilità e i rendimenti degli investimenti sull’intelligenza artificiale, che i solidi risultati di NVIDIA non sono riusciti a dissipare completamente, e i timori sulla tenuta dei consumi, che rappresentano il 68% del PIL statunitense: una correzione del mercato potrebbe ridurre la spesa dei consumatori e rallentare la crescita economica degli Stati Uniti.

Nel complesso, manteniamo una visione moderatamente positiva sui mercati azionari, sulla base di tre fattori principali: 1. Prevediamo un’accelerazione della crescita economica nell’UE grazie ai forti stimoli fiscali, in particolare da parte della Germania, con investimenti pubblici e incentivi che stimolano la domanda interna e sostengono anche altri paesi dell’UE. 2. Le valutazioni europee rimangono ragionevoli (14,8x P/E FWD 1Y), mentre la crescita per il 2026 dovrebbe essere solida e in accelerazione (+10% su base annua, dopo il -3% previsto per il 2025 a causa dei venti contrari legati ai tassi di cambio e all’impatto dei dazi), riducendo il divario con il +14% previsto per gli Stati Uniti (MSCI USA a 22,4x P/E). 3. Il posizionamento degli investitori nell’UE è relativamente più leggero rispetto agli Stati Uniti, il che suggerisce un margine per riallocazioni, soprattutto se le incertezze geopolitiche dovessero diminuire grazie a una possibile risoluzione della crisi ucraina.

Rimaniamo ottimisti sull’oro, sostenuti dal calo dei tassi di interesse statunitensi in un contesto di debito pubblico record: il metallo giallo è salito del 4% nel corso del mese, superando di poco i 4.160 dollari l’oncia, sostenuto dal perdurare di flussi elevati e dal fatto che la Cina rimane uno dei principali acquirenti del metallo, oltre a Tether. Relativamente al settore del lusso, dopo il rimbalzo (+20% in 3 mesi) indotto dall’accelerazione nel terzo trimestre i titoli del italiani ed europei del comparto si sono stabilizzati nell’ultimo mese (-1%), in attesa della conferma dei recenti trend anche nel quarto trimestre, nonostante un confronto più difficile. La visibilità sul 2026 dipende dalla continua crescita della spesa negli Stati Uniti e dal ritorno alla crescita dei consumatori cinesi. La nostra visione sul settore rimane neutrale, anche alla luce delle valutazioni (25x P/E 2026E) già leggermente superiori alla media storica (23,5x P/E 12M FWD).

La performance del settore della difesa europeo è stata particolarmente debole (-10% in 1M) a causa dei colloqui di pace in Ucraina, che sembrano procedere in modo positivo. Tuttavia, lo scenario emergente mostra che gli Stati Uniti si stanno preparando a un ulteriore disimpegno dal Vecchio Continente, costringendo i paesi europei a confermare (se non ad aumentare) i loro investimenti militari. Per questo motivo, a seguito del recente declassamento del settore, confermiamo il nostro outlook positivo su Leonardo e Avio. Inoltre, vediamo spazio per le società esposte ai temi della ricostruzione e delle infrastrutture, come Danieli.

I nostri temi preferiti includono innanzitutto Azimut, che è una delle principali posizioni singole sulla scia della valutazione molto bassa rispetto ai concorrenti, degli eccellenti dati di afflusso e del previsto spin-off della “nuova banca”, che sta guidando il re-rating dell’intero gruppo. Telecom Italia Svg, poi, rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Rimaniamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER, e vediamo con interesse il comparto delle Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.).

Inoltre, manteniamo la nostra posizione su MFE (Media For Europe), a seguito dell’offerta vincente su ProsiebenSat1. L’integrazione tra le due società di media, infatti, potrebbe generare sinergie rilevanti, più che raddoppiando l’EBITDA di MFE da sola; il settore automobilistico (Stellantis) è diventato una posizione core dopo i dati molto recenti che mostrano quello che riteniamo essere il punto di infezione per i volumi e il destoccaggio; riguardo al settore Difesa abbiamo incrementato notevolmente la nostra esposizione su nomi come Leonardo e Avio, con l’imminente aumento di capitale per finanziare la crescita negli Stati Uniti, dopo aver tagliato la posizione quasi al massimo della valutazione di inizio ottobre.

Outlook 2026, ecco i possibili scenari per i mercati globali. Cosa ci dobbiamo aspettare

Analisi per il nuovo anno delle prospettive macroeconomiche, politiche monetarie, valute, materie prime, indici azionari e criptovalute, più una selezione di titoli globali chiave.

Di David Pascucci – XTB

Nell’ultimo scorcio del 2025, i mercati appaiono ancora fortemente influenzati da incertezza geopolitica, politica monetaria in transizione e accelerazione degli investimenti in tecnologie AI, con il 2026 descritto come anno di “verifica” per valutazioni azionarie e scenari macro.

Sul fronte statunitense, la Federal Reserve è impegnata in un graduale allentamento monetario dopo aver riportato l’inflazione sotto il 3%, ma costretta a muoversi in modo prudente per l’incertezza generata dalla politica commerciale del presidente Donald Trump. L’inflazione USA è sicuramente in rallentamento, ma non è ancora “vinta”, con la possibilità di un soft landing nel 2026 supportato da un mercato del lavoro meno tirato, da guadagni di produttività legati all’uso dell’IA e da eventuali revisioni o sospensioni dei dazi da parte della Corte Suprema.

Nel 2026, l’economia europea entra in una fase di cauto ottimismo, con crescita moderata, ma ancora frenata da debole domanda interna, ritardo negli investimenti in R&S e forte dipendenza dal credito bancario. Da sottolineare il ruolo dei programmi UE per colmare il divario di innovazione e il peso di fattori politici e fiscali come principali rischi al ribasso per crescita e fiducia degli investitori. Relativamente alle valute e ai tassi di interesse, per l’EURUSD l’apprezzamento dell’Euro nel 2025 è stato trainato dalla debolezza del dollaro e dalla percezione della valuta europea come parziale valuta rifugio, con prospettive di ulteriore sostegno in caso di divergenza più marcata tra una BCE relativamente stabile e una Fed più espansiva. Tra i rischi, vengono evidenziati stagnazione prolungata nell’Eurozona, nuovi tagli BCE sotto il 2% e un indebolimento della fiducia nel debito europeo, che potrebbero comprimere i rendimenti relativi e la forza dell’euro.

In questo scenario, l’oro è stato un asset in forte ascesa nel 2025, con rialzi di prezzo record, quota in crescita nelle riserve delle banche centrali e particolare ruolo della Cina, in un contesto di de-dollarizzazione e ricerca di beni rifugio. Per il petrolio, la view di base è di eccesso di offerta nel 2026 con possibile discesa verso 50 dollari al barile; scenario, questo, che può tuttavia essere ribaltato da shock geopolitici e da eventuali restrizioni più severe sulle esportazioni russe.

I mercati azionari globali, invece, nel corso del biennio 2024-2025 sono stati caratterizzati dal rally dei titoli legati all’intelligenza artificiale, che potrebbe essere paragonato alla bolla dot-com pur avendo fondamentali molto più solidi e multipli medi inferiori rispetto alla fine anni ‘90. Tuttavia, persiste il rischio di correzioni in alcuni settori e il 2026 potrebbe rivelarsi il “momento della verità” per verificare se utili e margini sapranno giustificare gli ingenti investimenti in data center e infrastrutture AI. Le società strategiche, nei rispettivi settori, sono le seguenti: Palo Alto Networks e CyberArk nella cybersecurity, ASML nella litografia avanzata e semiconduttori, SMCI nelle infrastrutture AI, Alphabet come pilastro dell’infrastruttura digitale, LVMH nel lusso europeo e MP Materials nelle terre rare strategiche USA.

Per il mercato crypto, il 2025 è stato un anno di consolidamento per Bitcoin e di crescente centralità per Ethereum, grazie al ruolo dominante nelle applicazioni reali di blockchain e nella tokenizzazione degli asset. Il 2026 rappresenta un potenziale inizio di un ciclo in cui Ethereum potrebbe rafforzare il proprio peso relativo rispetto a Bitcoin nel lungo periodo, favorito da adozione istituzionale, quadro regolamentare più chiaro e caratteristiche intrinseche del protocollo (staking e potenziale componente deflazionistica).

Relativamente all’Italia, la sua economia è tra le più solide dell’area euro, con inflazione compresa tra l’1% e il 2%, disoccupazione ai minimi dagli anni ’80 e un mercato obbligazionario molto appetibile a livello europeo. Il FTSE MIB è stato infatti uno dei migliori indici europei nel 2025, trainato soprattutto dal settore bancario e da singoli titoli come Telecom, Iveco, Leonardo e Italgas, pur restando elevata la sensibilità rispetto all’andamento dei mercati statunitensi e delle grandi tech americane.

David Pascucci

Guardando al futuro, il 2026 potrebbe essere influenzato dal peggioramento delle dinamiche del mercato del lavoro su scala globale. Dopo l’arresto delle politiche monetarie espansive nel 2025, dovuto in gran parte all’inflazione globale alimentata artificialmente dai dazi, è probabile che il prossimo anno vedrà un proseguimento degli aggiustamenti iniziati tra Q1 e Q2 2025, con impatti importanti sulle strategie delle banche centrali e sul comportamento degli investitori. Su tutto, l’attenzione rimane costante sul settore azionario AI, dove titoli come Nvidia ed Apple oggi superano i 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, Alphabet (Google) e Microsoft si trovano sopra i 3.000 miliardi di dollari mentre Amazon sopra i 2.000 miliardi di dollari (solamente Meta è a 1.500 miliardi di dollari). Per fare un confronto utile a capire il livello di capitalizzazione di queste aziende, quella di Nvidia supera l’intero debito pubblico italiano…

Manlio Marucci: la libertà professionale dei consulenti finanziari passa dal plurimandato

Intervista al presidente di Federpromm sulla richiesta dell’Antitrust di abolire il monomandato per gli agenti in attività finanziaria: “punto di svolta anche per i consulenti finanziari”.

di Massimo Bonaventura

L’abbandono del modello contrattuale di monomandato e la possibilità dei consulenti di avere più mandati contemporaneamente dalle stesse case di investimento è una questione che si dibatte da qualche decennio, a volte sommessamente e altre volte pubblicamente. Fino ad oggi, la legge istitutiva della figura del consulente finanziario (già promotore) impedisce di fatto il plurimandato; pertanto, soltanto modificando la normativa primaria del TUF e del TUB si potrebbe creare la figura del professionista capace di collocare e fare consulenza su strumenti di investimento di diverse società mandanti, in totale autonomia. Di recente, tuttavia, si è aperto uno spiraglio grazie alla Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Agcom), che con il Bollettino 46/2025 del 01.12.2025 sembra aver fornito un assist ad un possibile percorso verso il cambiamento anche per i consulenti finanziari. Ne abbiamo parlato con Manlio Marucci, presidente di Federpromm.

Manlio Marucci

Prof. Marucci, perché la recente richiesta dell’Antitrust sulla abolizione del monomandato per gli agenti in attività finanziaria è così importante?
Perché segna un punto di svolta atteso da anni in un settore in cui la rigidità strutturale ha spesso prevalso sulla logica della concorrenza e sulla tutela effettiva del pubblico dei risparmiatori. La stessa Autority ha messo in evidenza le criticità che emergono dal testo legislativo nella versione attualmente all’esame del Parlamento nata per recepire la direttiva Ue 2023/2225 relativa ai contratti di credito ai consumatori. Tale importante decisione finisce inevitabilmente per coinvolgere anche i consulenti finanziari per l’offerta fuori sede, disciplinati dalla normativa del Testo Unico della Finanza (TUF), art.31 comma 2, anch’esso in discussione in Parlamento per le opportune osservazioni e modifiche presso le Commissioni Riunite Giustizia e Finanze del Senato e della Camera (atto di Governo n.331).

Cosa comporterebbe l’imposizione del plurimandato, sia per i consulenti finanziari che per la clientela?
Cominciamo col dire che il vincolo di monomandato ha rappresentato per decenni un limite evidente alla libertà professionale, alla possibilità di offrire una gamma più ampia di strumenti e alla piena maturazione di un mercato moderno, trasparente e realmente orientato al cliente. L’intervento dell’Autorità, maturato dopo analisi approfondite, lancia il messaggio secondo cui la pluralità non è un fattore di disordine, ma un elemento di qualità e di crescita condivisa tra professionisti e clienti. Significa permettere agli operatori professionali, agenti e consulenti, di operare con più società di ampliare la scelta, innalzare il livello della consulenza e favorire una competizione sana tra le reti, costrette non più a contare sulla fedeltà contrattuale ma sulla forza dei servizi, della professionalità e della fidelizzazione dei consulenti finanziari operata attraverso nuovi modelli organizzativi.

Sembra una specie di rivoluzione….
Effettivamente lo sarebbe. Per fare un altro esempio molto concreto, la stessa educazione finanziaria, oggi effettuata con grande fatica e scarsi risultati sul livello di consapevolezza e cultura finanziaria dei risparmiatori/investitori, non verrebbe attuata più a “compartimenti stagni” – da un lato il sistema chiuso delle banche-reti e dall’altro i clienti, ma troverebbe un punto di incontro quotidiano nel lavoro degli stessi consulenti finanziari, i quali diventerebbero a pieno titolo educatori finanziari grazie al maggior tasso di preparazione tecnica richiesto dalla possibilità di lavorare con più modelli di offerta e, di conseguenza, all’approfondimento dell’analisi sugli obiettivi e sulle scelte di investimento. La stessa gestione amministrativa della rendicontazione al cliente richiederebbe una crescita che oggi appare frenata dal sistema attuale.

Qual è stato il contributo del sindacato in relazione a questo nuovo percorso?
Negli anni abbiamo contestato, con coerenza e determinazione, un impianto normativo ormai datato e non più in linea con gli standard europei. Nessuno potrà negare che Federpromm Uilca hanno avuto un ruolo centrale nel denunciare la sproporzione tra vincoli imposti ai consulenti finanziari e reali benefici per i risparmiatori, e nel promuovere una cultura professionale fondata sulla responsabilità e sull’autonomia. Pertanto, ci auguriamo che il Parlamento possa inserire il plurimandato nella modifica dello schema di decreto legislativo per il recepimento della Direttiva Ue 2023/2225, e si spera anche nel TUF. Con la revisione del Testo Unico della Finanza, infatti, il Parlamento ha l’opportunità irripetibile di trasformare un orientamento dell’Antitrust per la figure degli agenti e consulenti finanziari in una riforma strutturale capace di incidere sul futuro del settore del credito e della finanza.

Come risponde a quanti sostengono che l’introduzione del plurimandato per i professionisti della finanza possa generare difficoltà nei controlli e minore tutela per i risparmiatori? 
L’introduzione del plurimandato, al contrario di ciò che sostengono i molti interessati a mantenere lo status quo, non significherebbe allentare i controlli o ridurre le tutele, che già ci sono e non sono in alcun modo sindacabili o opinabili; significherebbe invece renderle più coerenti con un mercato in evoluzione, dove la qualità del consiglio conta più dell’appartenenza esclusiva a una rete. I meccanismi di vigilanza resterebbero solidi e invariati, mentre cambierebbe la possibilità per il consulente di scegliere realmente come costruire la propria attività e, soprattutto, per il risparmiatore di ricevere suggerimenti meno condizionati e più vicini ai propri bisogni reali.

Le banche-reti avrebbero qualcosa da temere da questa rivoluzione del settore? 
Assolutamente no. L’abolizione del monomandato ridisegnerebbe certamente gli equilibri del settore, ma le maggiori banche-reti sono già pronte a recepire il richiamo del plurimandato a competere su innovazione, efficienza e formazione, sono già state in qualche modo lungimiranti nel recente passato e sanno che, nell’immediato futuro, il sistema basato sulla semplice forza contrattuale non può più reggere. Probabilmente avrebbe fine il meccanismo contorto del “calcio-mercato” di alcuni consulenti finanziari, che le società del settore e le banche si contendono a suon di incentivi e bonus, e questo forse metterebbe in crisi non tanto le aziende – che sul recruiting sono costrette a sacrificare notevoli margini di ricavo – quanto quei professionisti che cambiano ripetutamente azienda ogni quattro, cinque anni. La clientela pertanto sarebbe la grande beneficiaria di un nuovo modello di concorrenza che sposterebbe l’attenzione sulle competenze effettive e sulla qualità della consulenza finanziaria, e non sui prodotti.

Qual sarebbe, in definitiva, l’impatto sostanziale del plurimandato per agenti e consulenti finanziari?
L’impatto sarebbe essenzialmente di due tipi: culturale ed economico. In primis, infatti, il plurimandato restituirebbe centralità alla figura del consulente finanziario (parimenti agli agenti) come professionista autentico, capace di selezionare prodotti per valore e non per appartenenza, o in conflitto di interesse. Dal punto di vista economico, mentre il monomandato ha permesso alle società mandanti di diminuire sistematicamente i margini di ricavo a tutti i consulenti finanziari (ed anche agli agenti), la concorrenza tra le reti dettata dalla necessità di fidelizzare i migliori professionisti darebbe a questi ultimi contratti di qualità e più stabili opportunità di guadagno.

Adesso che succede, prof. Marucci? 
Succede che adesso il compito passa alla politica parlamentare, chiamata a compiere una scelta che può allineare l’Italia ai modelli più avanzati e, soprattutto, rispondere alle esigenze di un mercato che chiede più libertà e più qualità. Se il Parlamento avrà il coraggio di cogliere questa occasione, il settore della consulenza finanziaria, come quella del credito, potranno finalmente compiere quel salto evolutivo atteso da anni, mettendo al centro competenza, trasparenza e reale tutela del risparmio.

Contesto favorevole per i mercati azionari Usa: consumi solidi e fiducia delle imprese sulla domanda

Negli Stati Uniti la spesa al consumo resta solida, i dati sulle carte di credito sono stabili e le imprese mostrano fiducia nelle prospettive della domanda. 

di Filippo Garbarino, gestore del fondo azionario Lemanik Global Equity Opportunities

L’incertezza legata al picco dei dazi sembra ormai alle spalle e la solidità degli utili societari, unitamente all’attività continua di buyback azionario, dovrebbe continuare a offrire una base di supporto alla performance del mercato nei prossimi mesi. Consideriamo pertanto l’attuale contesto generalmente favorevole per i mercati azionari.

In novembre, i mercati azionari hanno sofferto per due principali elementi di incertezza: il rendimento futuro degli investimenti nelle infrastrutture legate all’Intelligenza Artificiale e la direzione della politica monetaria Usa. Oggi, il contesto macroeconomico indica un rallentamento dell’economia Usa: gli utili societari comunicati recentemente dalle aziende sono stati resilienti, tuttavia il mercato del lavoro mostra chiari segnali di stagnazione, dovuti a flussi migratori più contenuti, che riducono l’offerta di manodopera, e a una serie di blocchi delle assunzioni da parte delle imprese, mirati a difendere i margini di profitto dalle pressioni sui costi legate ai dazi. Sebbene ciò rappresenti una fase di decelerazione, le condizioni attuali non indicano una recessione imminente.

Inoltre, la spesa per consumi resta solida, i dati sulle carte di credito continuano a mostrare un’attività stabile e i management aziendali non hanno rivisto al ribasso gli investimenti, a conferma della fiducia delle imprese nelle prospettive della domanda. La Fed si trova in una fase di allentamento monetario e il ritmo dei tagli dei tassi potrebbe accelerare se le condizioni del mercato del lavoro dovessero indebolirsi ulteriormente. Persistono però due aree di debolezza strutturale: il settore manifatturiero, che rimane in territorio di contrazione, come evidenziato dall’indice Ism, e il mercato immobiliare, che continua a essere frenato dai tassi ipotecari elevati e dagli ostacoli legati all’accessibilità economica delle abitazioni.

Filippo Garbarino

A novembre, il fondo Lemanik Global Equity Opportunities ha aperto posizioni in Stryker e AJ Gallagher e ha venduto la posizione in Waste Connections. Nel mese, l’indice Bloomberg Developed Markets (in EUR) è diminuito dello 0,3%. Il Fondo ha sovraperformato rispetto al suo benchmark, registrando un aumento dello 0,5%. I principali titoli sovraperformanti sono stati HCA, Hilton e Alphabet, mentre i principali titoli sottoperformanti sono stati Microsoft, Nvidia e Amazon. Il portafoglio del Fondo sta attualmente trattando in linea con il mercato in termini valutativi sulla base del Free Cash Flow Yield (ossia di quel parametro che la capacità delle aziende di generare liquidità per la creazione di valore, come dividendi, riacquisti di azioni proprie o riduzione del debito, aiutando gli investitori a individuare azioni sottovalutate con rendimenti elevati, ndr). Tuttavia, le società in portafoglio sono più solide del mercato da un punto di vista bottom-up dei fondamentali.

Le società in portafoglio stanno aumentando i loro ricavi e EBITDA più rapidamente del mercato ed hanno metriche di redditività migliori (margini, ROIC e ROE). Inoltre, le società in portafoglio hanno un indebitamento più basso ed una più elevata qualità degli utili comparata alle medie di mercato. La maggior solidità delle aziende presenti in portafoglio dovrebbe garantire il sorpasso del benchmark sotto una pluralità di scenari di mercato. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare, energetici e utilities. Il portafoglio è sovrappeso sul settore finanziario, industriale, chimico e beni di consumo discrezionali. Il settore tecnologico è invece sottopesato.

“Tre respiri”: nasce il gesto anti-truffa che i consulenti finanziari possono insegnare ai clienti

Un’iniziativa contro le frodi online che colpiscono migliaia di clienti dei consulenti finanziari. Appello ai professionisti: “Dobbiamo esserci prima del clic, non dopo”.

Mentre le truffe online continuano a crescere in tutta Europa, colpendo risparmiatori, famiglie e giovani in cerca di lavoro attraverso romance scam, falso trading e finte offerte freelance, nasce “Tre Respiri“, un’iniziativa che propone un approccio radicalmente diverso alla prevenzione. Il progetto, promosso dal consulente finanziario Nicola Scambia, parte da una constatazione: l’educazione finanziaria tradizionale non basta. Le truffe non colpiscono quando manca la conoscenza, ma nel momento dell’impulso – quel clic fatto di fretta, l’ansia di perdere un’occasione, la pressione emotiva di un messaggio urgente. 

Tre respiri. Trenta secondi. Poi la scelta. Un gesto minimo, fisico, alla portata di chiunque, che interrompe l’automatismo e restituisce controllo prima di decidere. L’origine del progetto è profondamente personale, e prende vita quando una giovane familiare del promotore dell’iniziativa è rimasta vittima di una truffa mascherata da offerta di lavoro freelance. «La prima regola in finanza è semplice: mai truffare la persona sbagliata», spiega Scambia. «Dobbiamo fare in modo che ogni cittadino diventi “la persona sbagliata” per i criminali. E questo passa attraverso un gesto concreto, non solo informazioni».

Tre Respiri” è un’iniziativa nata dal basso, senza sponsor istituzionali, alimentata dalla convinzione che la prevenzione debba essere accessibile, immediata, replicabile.  Il progetto parte con due video già disponibili e si svilupperà da gennaio con contenuti dedicati alle principali truffe digitali, tradotti in 7 lingue per raggiungere comunità diverse. Il 9 dicembre si chiudono le adesioni per i consulenti finanziari che vogliono registrare il proprio “respiro” e unirsi all’iniziativa. «Il nostro lavoro non finisce nel portafoglio del cliente», afferma Scambia. «Dobbiamo esserci prima del clic, non dopo. Se quella fiducia viene tradita da un criminale, perdiamo tutti. Prima di tutto, perde il cliente».

Nicola Scambia

L’invito è esteso anche a chi vuole creare un “respiro” nella propria lingua madre, moltiplicando la portata del messaggio. Un gesto contro velocità, distrazione ed emotività. “Tre Respiri” non è una campagna educativa tradizionale. È un gesto fisico, ripetibile, pensato per neutralizzare ciò che le truffe sfruttano meglio: la velocità della decisione, la distrazione, l’emotività del momento. Una piccola pausa. Un secondo in più. Può bastare per evitare danni enormi. 
PER INFORMAZIONI E ADESIONI:
Email jackfly@jackfly.net

Il ruolo del consulente finanziario di fronte ai bias cognitivi del risparmiatore

Il consulente finanziario, tra le altre cose, deve saper gestire le aspettative del risparmiatore, affrontando i bias che nascono da obiettivi poco realistici o da idee errate sul funzionamento dei mercati.

Di Francesco Megna*

I c.d. bias cognitivi che influenzano gli investitori rappresentano uno dei principali fattori di instabilità nelle scelte finanziarie. I bias sono scorciatoie mentali che il cervello utilizza per semplificare decisioni complesse, ma che spesso conducono a valutazioni irrazionali, soprattutto quando il mercato è volatile o emotivamente carico. Capirli è essenziale non solo per chi investe, ma anche per il consulente finanziario che deve guidare il cliente verso decisioni più equilibrate.

Uno dei bias più diffusi è l’overconfidence (eccesso di fiducia), ossia la convinzione di avere più conoscenze, capacità o controllo di quanto sia realisticamente possibile avere in determinate circostanze o esperienze lavorative. In ambito finanziario, l’eccesso di confidenza/fiducia induce a sopravvalutare la propria preparazione diminuendo lo studio approfondito dei fattori che determinano le scelte di investimento e mettendo così a repentaglio somme talvolta anche ingenti. Ne sono affetti soprattutto gli operatori più giovani, quelli che perseguono un successo speculativo temporaneo (che a posteriori si rivela spesso come frutto del caso), valutandolo come l’esito naturale di una propria abilità incondizionata nella compravendita di titoli o prodotti finanziari. Generalmente, chi opera sul mercato da molti anni ne è immune, avendo accumulato una maggiore esperienza nel settore; ma questo atteggiamento porta l’investitore a sovrappesare titoli che ritiene di conoscere, a ignorarne i rischi reali o a mettere in atto una eccessiva attività di trading, spesso danneggiando la performance di lungo periodo. L’eccesso di fiducia più estremo si manifesta anche nel credere di saper prevedere i movimenti del mercato, quando in realtà la maggior parte delle oscillazioni è dominata da fattori difficili da anticipare.

Il bias della conferma è altrettanto insidioso, poichè spinge le persone a cercare solo informazioni coerenti con la propria opinione e a scartare quelle che la contraddicono. Questa distorsione può portare a errori di giudizio e a visioni distorte della realtà, influenzando decisioni, opinioni e credenze non solo nelle scelte di investimento, ma anche in altri ambiti della vita, come quello scientifico, politico e sociale. Questo meccanismo rende difficile rivedere le proprie convinzioni anche quando emergono segnali chiari che richiederebbero un cambiamento di strategia. Nella pratica, un investitore convinto che un settore crescerà tenderà a ignorare analisi negative, selezionando solo le notizie che rafforzano la sua tesi.

Un altro bias centrale è l’avversione alle perdite, secondo cui una perdita pesa psicologicamente più del doppio di un guadagno di pari entità. Questa dinamica porta a scelte non ottimali: alcuni investitori diventano eccessivamente prudenti nei momenti sbagliati, evitando opportunità interessanti, mentre altri si rifiutano di vendere titoli che stanno perdendo valore nella speranza di recuperare, rimanendo legati a posizioni che erodono il portafoglio. A questo si lega l’ancoraggio, ovvero la tendenza a fissarsi su un punto di riferimento arbitrario, come un prezzo passato, una soglia psicologica o un target personale, che spesso non ha più alcun rapporto con il contesto attuale.

Nei momenti di euforia o di panico collettivo emerge il bias del gregge, che porta a seguire le decisioni della massa senza una reale valutazione dei fondamentali. Questo bias incarna la tendenza delle persone a imitare il comportamento del gruppo senza un’analisi critica e indipendente, e deriva dal desiderio di appartenenza e sicurezza sociale che si manifestano soprattutto in situazioni di incertezza, come negli investimenti finanziari. È un fenomeno che alimenta bolle speculative e vendite precipitose, perché il comportamento collettivo diventa più importante delle analisi razionali. Questo è particolarmente evidente nei mercati dominati dalle notizie in tempo reale e dai social, dove emozioni e narrative si propagano rapidamente in modo del tutto irrazionale.

La nostra analisi non può prescindere da alcuni bias importanti come l’illusione di controllo, che porta l’investitore a credere di poter influenzare eventi che in realtà dipendono dal mercato, e il recency bias, che spinge a basare le decisioni sugli eventi più recenti ignorando la storia e la ciclicità dei mercati. L’effetto dotazione, invece, porta a sopravvalutare ciò che si già possiede rispetto alle alternative, rendendo difficile la ristrutturazione del portafoglio anche quando sarebbe opportuna. In questo scenario fatto di credenze e pregiudizi, il consulente finanziario assume un ruolo strategico, perché funge da filtro tra emozioni, percezioni distorte e decisioni razionali.

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Il ruolo del consulente è caratterizzato da alcuni passi fondamentali. Il primo è la diagnosi, ossia l’osservazione del comportamento del cliente, l’identificazione delle sue reazioni alla volatilità, l’individuazione delle modalità con cui prende le decisioni e quali bias lo condizionano maggiormente. Ogni investitore ha un pattern emotivo diverso, e riconoscerlo permette al consulente di anticipare errori ricorrenti. Il secondo passo riguarda la costruzione di un processo decisionale che riduca l’impatto dei bias. Questo significa definire un asset allocation coerente con obiettivi, orizzonte temporale e rischio tollerabile, stabilire regole chiare per gli ingressi e le uscite, formalizzare un piano di lungo periodo che limiti le decisioni impulsive. Il consulente diventa così un “architetto del comportamento”, un professionista che progetta un contesto in cui la disciplina prevale sull’emotività.

Durante le fasi di stress finanziario, pertanto, il suo compito principale è quello di riportare lucidità. Questo implica spiegare gli eventi negativi in corso con un linguaggio comprensibile, contestualizzando le notizie e ricordando al cliente che la volatilità è fisiologica e che i portafogli costruiti bene sono pensati per resistere agli shock. Inoltre, il consulente deve saper gestire le aspettative, affrontando i bias del risparmiatore che nascono da obiettivi poco realistici o da idee sbagliate sul funzionamento dei mercati. Il consulente, per raggiungere l’obiettivo, deve educare gradualmente il cliente, chiarendo che non esistono rendimenti a rischio zero, che la diversificazione è una protezione che non elimina completamente le oscillazioni, che le fasi negative non solo sono inevitabili ma sono parte integrante del percorso.

Francesco Megna

Infine, il consulente ha il compito di trasformare la relazione in un processo continuativo. Le revisioni periodiche, il monitoraggio costante e il dialogo aperto consentono di correggere deviazioni emotive prima che si trasformino in errori costosi. L’educazione finanziaria continua riduce l’impatto dei bias nel tempo e aumenta la capacità del cliente di prendere decisioni informate. Infatti, i bias non possono essere eliminati, però possono essere riconosciuti, contenuti e gestiti attraverso un metodo. La forza del consulente sta nel trasformare la complessità emotiva del cliente/investitore/risparmiatore in un percorso ordinato, aiutandolo a fare scelte per lui difficili ma fondamentali per gestire e proteggere il patrimonio mobiliare nel lungo periodo.

* Responsabile commerciale Hub primario gruppo bancario, coordinatore gestori privati e business

I mercati azionari possono correre per altri 12-24 mesi

Europa sostenuta da manifattura e banche. Rischio recessione lontano per gli USA, con tre aree di attenzione: l’indebitamento delle famiglie, la contrazione demografica e i multipli elevati nel settore AI.

di Alberto Conca, gestore del fondo Zest Quantamental Equity

L’attuale fase del ciclo economico presenta elementi di resilienza sia negli Stati Uniti sia in Europa, ma anche qualche segnale che richiede un monitoraggio attento. Il contesto macroeconomico favorevole e gli stimoli fiscali ancora presenti potrebbero tuttavia sostenere i mercati per ulteriori 12–24 mesi. 

L’economia americana continua a muoversi con buona inerzia: il GDP Now della Fed di Dallas resta stabile attorno al 2,5%, le vendite retail mantengono una dinamica positiva e il tasso di disoccupazione, sebbene leggermente più alto, rimane lontano dai livelli che storicamente hanno anticipato una recessione. Tuttavia, le famiglie economicamente più deboli stanno iniziando a faticare a ripagare i debiti legati alle carte di credito e ai prestiti auto. Il contesto, però, rimane sotto controllo, con i tassi di default su livelli storicamente bassi. Sul fronte aziendale, il quadro è decisamente più rassicurante: nonostante l’incertezza su dazi e tensioni geopolitiche, i margini delle imprese restano su livelli storici elevati, mentre l’Interest Coverage Ratio conferma un’ottima capacità delle aziende di coprire gli interessi sul debito.

Anche in Europa il tono rimane costruttivo. La ripresa del settore manifatturiero, guidata soprattutto dalla Germania, si sta consolidando, mentre la crescita salariale e la fiducia dei consumatori continuano a mostrare resilienza. Un mix che contribuisce ad attenuare parte delle preoccupazioni accumulate negli ultimi anni. A questa resilienza si aggiunge il settore bancario, oggi probabilmente uno dei punti di forza del sistema economico. Il Reserve Coverage Ratio delle banche statunitensi segnala riserve abbondanti rispetto alle perdite attese: un “cuscino” ampio abbastanza da assorbire eventuali shock. Le banche europee presentano metriche ancora più solide, complice il regime regolamentare più severo imposto dalla BCE.

Negli ultimi anni tutte le principali industrie di mercato hanno beneficiato di tassi bassi, globalizzazione, agevolazioni fiscali e maggiore efficienza energetica. L’espansione dei margini è dunque stata diffusa e strutturale e non si è limitata al settore tecnologico. Esiste però una dinamica di lungo periodo che potrebbe pesare sul ciclo nei prossimi anni: la demografia. La politica restrittiva sull’immigrazione clandestina adottata dall’amministrazione Trump ha rallentato significativamente la crescita della popolazione e oggi l’aumento demografico complessivo è meno della metà rispetto a 15 anni fa, intorno allo 0,35% annuo, con un impatto negativo su consumi e mercato immobiliare: negli Stati più esposti al calo dell’immigrazione, le vendite retail risultano in flessione e la minore domanda di alloggi sta raffreddando i prezzi degli affitti. Un effetto collaterale che contribuisce al rallentamento dell’inflazione.

Relativamente alla tecnologia, secondo Empirical Research l’intelligenza artificiale potrebbe aumentare i margini delle società dell’S&P500 di circa mezzo punto percentuale: un contributo positivo ma non sufficiente, almeno per ora, a giustificare da solo le valutazioni elevate delle aziende più esposte al tema AI, soprattutto considerando i costi elevati e i ricavi ancora limitati. Il mercato nel suo complesso non appare eccessivamente sopravvalutato rispetto alle serie storiche: lo sono soprattutto le mega-cap, che tuttavia negli ultimi anni hanno registrato una crescita superiore, margini elevati e robusti cash flow. Se il ciclo dovesse seguire traiettorie simili a quelle dei due lunghi cicli positivi 1982–2000 e 1949–1968, ci sarebbe ancora spazio per salire nei prossimi 12–24 mesi, in virtù di un contesto macroeconomico favorevole e di stimoli fiscali ancora presenti. 

L’incognita principale rimane l’Intelligenza Artificiale, con i multipli del settore tech particolarmente elevati, che rappresentano il principale punto di vulnerabilità nel caso di una revisione delle aspettative degli investitori sull’AI. Infine, il nostro modello interno indica un Equity Risk Premium (ERP) implicito di appena 0,09%: in altre parole, l’S&P500 offre un rendimento atteso decennale di circa il 4,20% annuo, molto vicino al Treasury a 10 anni (4,11%) ma con volatilità significativamente superiore. Eppure, nonostante un premio per il rischio così contenuto, il contesto macro e le politiche fiscali in atto consentono di mantenere una visione costruttiva sull’azionario per il futuro prossimo.