Troppo lungo il tempo impiegato e troppe le informazioni personali richieste nel processo di onboarding digitale quando gli utenti sottoscrivono prodotti finanziari. La lunghezza media di un processo di registrazione è di ben 15 minuti e 34 secondi.
Il digitale è diventato sempre più presente nella vita di ogni giorno: se fino a qualche anno fa per aprire un conto in banca era indispensabile passare in filiale, ora tutto può essere gestito online. Per una banca, perciò, diventa fondamentale semplificare il processo di “onboarding” attraverso i servizi digitali per non rischiare di perdere potenziali clienti. Infatti, tra le principali cause dell’abbandono del processo di sottoscrizione di prodotti finanziari il troppo tempo richiesto (21%) e le eccessive informazioni personali necessarie (21%). Ma non è tutto: secondo l’ultimo report BAI il 75% dei Millennial è disposto a cambiare il proprio istituto bancario per una migliore esperienza mobile, mentre la Gen X è sempre più orientata ad aprire conti o richiedere prestiti proprio online.
E così, le caratteristiche più importanti che le persone si aspettano da un processo di onboarding quando attivano un nuovo prodotto finanziario digitale sono la velocità di attivazione e l’inserimento di poche informazioni personali. Tuttavia i fornitori di servizi finanziari faticano a sfruttare i vantaggi dell’utilizzo del digitale, al punto che in Europa il 68% dei clienti rinuncia a sottoscrivere un prodotto finanziario (dato cresciuto del 5% rispetto al 2020 e quasi raddoppiato rispetto al 2019). Per il 21% di questi la rinuncia è stata causata dal troppo tempo richiesto per la registrazione al servizio e per un altro 21% dalle eccessive informazioni personali richieste: è quanto rivelato recentemente dalla testata specializzata Bank Director sulla base dell’ultimo report “The Battle to Onboard”.
Millennial e Gen Z sono certamente i più propensi ad utilizzare strumenti digitali per gestire i propri prodotti finanziari, ma sono portati a rinunciare quando l’onboarding diventa troppo complicato. In particolare, si rileva il più alto tasso di abbandono nella fascia tra i 25 e i 34 anni, seguita dai giovani tra i 18 e i 24; segno che le nuove generazioni hanno aspettative più elevate rispetto all’offerta di servizi finanziari digitali. Inoltre, secondo la recente ricerca realizzata da McKinsey “US consumer experience in banking survey”, in un anno negli Stati Uniti sono raddoppiate le persone intenzionate ad aprire un nuovo conto finanziario e il 20% degli intervistati sta valutando la possibilità di cambiare banca. Dati che mostrano come per gli istituti bancari sia importante proporre soluzioni e offerte in grado di attirare questo largo bacino di utenza.
Sempre secondo “The Battle to Onboard”, la lunghezza media di un processo di registrazione è di 15 minuti e 34 secondi. Un tempo che, pur essendo in diminuzione rispetto agli anni passati, viene considerato ancora troppo lungo. Analizzando poi l’ultimo report BAI, citato da FinTech Futures, si scopre che non sono solo i più giovani a basare le proprie scelte finanziarie sulla qualità dei servizi online. Il 75% dei Millennial è pronto a cambiare il proprio istituto bancario davanti a un’offerta di una migliore esperienza mobile mentre gli esponenti della Gen X sono sempre più orientati ad aprire conti e richiedere prestiti online.
Di recente, Mia-FinTech ha lanciato un nuovo strumento in grado di semplificare il processo di onboarding. L’Identification Manager è una soluzione end-to-end che permette di creare processi di identificazione customizzati e connetterli a diversi fornitori certificati di Identità Digitali. “Si tratta di un’applicazione rivoluzionaria che permette di velocizzare le procedure di onboarding, tanto da consentire l’acquisizione documentale e la verifica di identità in pochi minuti”, ha spiegato Bruno Natoli (nella foto), CEO di Mia-FinTech. “Il processo di identificazione è interamente parte del più ampio Onboarding Digitale, ossia del processo di integrazione di nuovi utenti all’interno di un sistema o piattaforma digitale, che avviene tramite una serie di passaggi e interazioni online e abilita l’identificazione e la certificazione dell’identità.
Migliorare e semplificare le operazioni di onboarding, pertanto, potrebbe risultare l’arma vincente, dato che il sondaggio di McKinsey sottolinea la minor soddisfazione dei clienti quando si tratta di aprire un nuovo conto e di risolvere problemi legati al conto corrente. Due punti che raccolgono solo il 69% e il 68% di soddisfazione, ben lontani dall’83% ottenuto se si parla di effettuare pagamenti, prelievi e depositi. “Per rendere più fruibile e sicuro l’onboarding – dichiara Bruno Natoli – serve semplificare i processi, riducendo il numero di step e informazioni necessari durante il processo di onboarding, utilizzando un linguaggio chiaro e conciso, fornendo una “progress bar” per aiutare gli utenti a capire a che punto del processo sono in ogni momento, senza eccedere nella
richiesta di informazioni personali, limitandosi a quelli previsti dalla legge. Inoltre, è utile fornire istruzioni e supporto agli utenti lungo l’intero processo, come manuali, guide e live chat, e usare metodi di Strong Authentication come l’Autenticazione Multi Fattore (MFA), sistemi di autenticazione biometrici come le impronte digitali o il riconoscimento facciale, e sistemi di aggiornamento periodico di password. Su tutto, serve educare gli utenti informandoli riguardo le possibili minacce alla sicurezza e fornendo informazioni riguardanti le best practices in termini di protezione dei dati”.





A nostro avviso, però, la Fed dovrà comunque intervenire sui tassi di interesse. La curva dei rendimenti Usa 10Y-2Y rimane fortemente invertita (-78 pb da -60 pb a inizio mese), continuando così a segnalare un’alta probabilità di recessione imminente. In Europa, il rendimento del bund tedesco è rimasto sostanzialmente invariato al 2,3%, così come il rendimento del titolo decennale italiano al 4,1%, con lo spread BTP-Bund stabile a 181 pb. La Germania è entrata in recessione tecnica, con un calo del Pil dello 0,3% nel 1° trimestre del 2023 rispetto al trimestre precedente, dopo una contrazione dello 0,5% registrata nel 4° trimestre del 2022. “La cautela è ancora necessaria, poiché vediamo ancora uno scenario volatile per il mercato azionario. Non cambiamo quindi la nostra visione sulle azioni, preferendo i titoli di qualità a quelli ciclici”, sottolinea Scauri.
Le valutazioni del mercato italiano, soprattutto se confrontate con quelle di altri mercati internazionali, riflettono già un significativo rallentamento economico. Ciò è particolarmente evidente tra le mid-small cap, che stanno soffrendo ulteriormente a causa della diminuzione della liquidità. Tuttavia, nei prossimi mesi vedremo ancora gli effetti dell’inasprimento del ciclo del credito e della liquidità del mercato (con le importanti scadenze TLTRO a fine giugno, l’accelerazione del quantitative tightening sia nell’Ue che negli Usa e l’aumento delle emissioni di debito pubblico statunitense), nonché il rallentamento dell’economia cinese, che ha in parte sostenuto la crescita globale nel 1° trimestre del 2023.
“A livello settoriale, le posizioni principali in portafoglio rimangono il Biotech con Vivoryon; il Green capex con Danieli; la Cybersecurity; il Tech, dove abbiamo aumentato il nostro posizionamento sulla base di un’ipotesi di correzione dei tassi di interesse (Shop Apoteke, Delivery Hero)”, conclude Scauri. “Segnaliamo infine le nostre posizioni su Atos, molto penalizzate da problemi specifici della società. Riteniamo che, agli attuali prezzi di mercato, vi sia del valore nascosto in uno scenario di break-up. A livello di finanziari, abbiamo concentrato il nostro posizionamento su tre banche (Santander, Banco BPM e Banca Monte dei Paschi) sulla base della valutazione e dell’appeal speculativo”.
Tuttavia, nulla di questo è stato fatto dagli autori di “Mi manda Rai 3”, ma procediamo con ordine. Come in ogni servizio giornalistico teso a fare cattiva informazione, hanno certamente colpito le varie interviste dirette ai clienti che, con genuina sincerità, hanno sottolineato forti preoccupazioni sugli investimenti effettuati con Eurovita e la paura – visto il blocco dei riscatti prolungato fino al 30 giugno – di non poter vedere restituiti i propri denari. Questa tecnica, ossia quella di intervistare persone realmente preoccupate e scelte tra quelle cui è
stato impedito il riscatto della polizza – ossia la minor parte degli assicurati vita – e sbatterle ad inizio servizio, individua con chiarezza l’intento degli autori RAI di seminare il panico tra i risparmiatori, risvegliando il pesante ricordo di default ancora vivi nell’immaginario collettivo e mai dimenticati (Cirio e Parmalat, per esempio, ma anche le banche regionali toscane e marchigiane). Quelle vicende, tuttavia, sono totalmente differenti da quella di Eurovita – malversazioni finanziarie e bancarotta fraudolenta nei casi Cirio/Parmalat – sia per il periodo storico in cui sono avvenute, durante i quali i controlli erano di livello notevolmente inferiore rispetto a quello odierno.
Anzi, è proprio da quelle vicende di venti anni fa che gli organismi di controllo hanno imparato ad agire nel modo più efficace, come accaduto nel caso Eurovita. L’ISVAP, infatti, ai primi segnali di pericolo sulla solidità patrimoniale della compagnia, ha agito con prontezza congelando le richieste di riscatto, bloccando sul nascere un possibile “panic selling” delle polizze che avrebbe determinato la liquidazione della compagnia e una inaccettabile discriminazione tra chi era riuscito a riscattare l’intera somma e chi, invece, si sarebbe dovuto accontentare del ricavato di un riparto altamente penalizzante. Questa cura così severa, quindi, ha effettivamente protetto i risparmi degli assicurati/investitori, ma adesso presenta un effetto collaterale di non lieve difficoltà, e cioè quello di porre gli enti di controllo di fronte alla gestione dei tempi con i quali effettuare l’attesissimo sblocco dei riscatti che, dopo il lungo periodo di sospensiva e soprattutto dopo la puntata di
“Mi Manda RAI 3“, produrrà una corsa iniziale al disinvestimento. In tal senso, i gruppi bancari che si assicureranno le quote dello “spezzatino Eurovita” avranno un compito non facile nel limitare i danni da “panic selling”, e probabilmente dovranno sostenere ulteriori costi (di fidelizzazione, bonus di permanenza e altre misure similari) facendo leva sulla professionalità e l’elevato livello di informazione garantito ai clienti dai consulenti, in particolar modo a quei contraenti/assicurati che non avrebbero alcuna necessità immediata di monetizzare l’investimento – che sarà messo nuovamente “in sicurezza” – e che potrebbero subire qualche perdita riscattando alle attuali quotazioni di mercato strumenti di investimento pensati e distribuiti per esigenze di lungo o lunghissimo periodo.
Tornando alla trasmissione “Mi Manda RAI3”, l’unico intervento veramente neutro ed equilibrato è stato quello di Manlio Marucci, presidente di Federpromm, il quale è intervenuto ribadendo che ci sono tutti i presupposti e le condizioni per superare la crisi che ha coinvolto la compagnia, e che appare fortemente offensivo attribuire qualsivoglia responsabilità diretta ai consulenti finanziari e assicurativi che, secondo alcuni soggetti amanti della polemica spicciola televisiva, non avrebbero svolto o avrebbero addirittura taciuto alla propria clientela ciò che, invece, neanche sapevano riguardo la situazione in cui versava la compagnia.
In un contesto sociale in cui gli squilibri strutturali e ciclici dello stesso sistema finanziario determinano una crisi legata a variabili non prevedibili che coinvolgono migliaia di investitori e potenziali risparmiatori – come nel caso ultimo della compagnia Eurovita – è facile scaricare le responsabilità e le colpe all’anello debole della catena, quali sono i consulenti finanziari, scelti spesso come capro espiatorio su cui riversare le mancate conoscenze finanziarie e/o assicurative da parte dei risparmiatori. Vi è purtroppo un’abbondanza di informazioni deformate e deformanti che impediscono un’analisi critica del fenomeno. Avendo questa figura professionale un rapporto diretto, particolarmente legato da una fiducia intersoggettiva con i clienti e familiari, a volte si trova a dover gestire situazioni di crisi non determinate dalla sua specifica attività e volontà. Attività tra l’altro rigidamente regolamentata e con obblighi informativi ben definiti dal legislatore.
E’ un “problema di sostanza” che non va trascurato. Al momento vi sono diverse ipotesi sui tavoli da lavoro, e sussistono alcune difficoltà sul piano tecnico, ma sono convinto che prima della scadenza del prossimo 30 giugno (termine del commissariamento) si troverà una combinazione accettabile, tale da poter soddisfare i vari players interessati. Al momento non sono in grado di determinare se i vari gruppi bancari, rispetto a quelli assicurativi, siano orientati ad assorbire le varie perdite, soprattutto sul Ramo I, ma sono convinto che un “salvatore di ultima istanza” interverrà comunque, anche i caso di fallimento delle trattative. Se ciò non dovesse avvenire, infatti, si creerebbe una crisi di sistema che minerebbe in modo irreversibile la fiducia nell’intero comparto assicurativo, con ricadute pesanti nei vari segmenti dei mercati ad esso collegati.
Durante la trasmissione “Mi Manda Rai Tre” ho cercato di far capire l’importanza del ruolo svolto dai consulenti, ma il breve spazio a disposizione non mi ha consentito di dare le indicazioni necessarie per far emergere i veri problemi che interagiscono e sono presenti nel settore. Tra l’altro, anche le varie associazioni dei consumatori hanno una visione distorta e a volte dispregiativa della figura del consulente che va rimossa, proprio perché poco rispondente alla realtà e al ruolo significativo svolto da questi professionisti. In ultima analisi, necessita una maggiore partecipazione di massa dei consulenti non più come singole realtà individuali ma come parte di una categoria che va tutelata principalmente dal consulente stesso. Infatti, i consulenti finanziari ed assicurativi, a seguito della vicenda Eurovita, stanno subendo professionalmente gli effetti della mancata vigilanza sulla solidità finanziaria della compagnia e, al pari dei clienti, sono vittime dell’assenza di informazioni verificatasi fino a pochi giorni prima del blocco dei riscatti; eppure sono proprio i consulenti finanziari, tanto vituperati da personaggi interessati politicamente a denigrarne il ruolo, ad assicurare oggi agli assicurati Eurovita la puntuale informazione sull’evoluzione della vicenda, e non certo i media.
Il Global Economic Outlook di giugno 2023 delinea le ultime aspettative per l’economia globale e più specificamente per il G20. I dati relativi ai primi cinque mesi del 2023 danno forma alle aspettative e alle prospettive a breve e lungo termine. In particolare, l’irregolare ripresa economica della Cina lascia molte domande senza risposta, e con quasi metà dell’anno alle spalle i persistenti interrogativi sulla forza della ripresa post-pandemica della Cina iniziano a preoccupare i mercati. Infatti, l’indebolimento dell’attività industriale in Cina sta causando timori per tutte quelle le economie che dipendono fortemente dalla domanda di esportazioni cinesi, poiché la domanda interna, un tempo molto forte, ha cominciato a vacillare già da due anni a questa parte, in concomitanza con le severe restrizioni della politica zero-Covid.
Le economie regionali, tra cui la Corea del Sud e Singapore, dove i risultati di crescita del primo trimestre hanno deluso, trarranno il massimo vantaggio dal forte rimbalzo dell’economia cinese. Anche la crescita delle vendite al dettaglio in Cina ha deluso le aspettative di aprile, indicando una debolezza dell’economia interna. Tuttavia, sarebbero necessari diversi mesi aggiuntivi di dati per determinare la traiettoria del settore manifatturiero cinese e il conseguente impatto sulle economie globali.
I risultati del primo trimestre migliori del previsto migliorano le prospettive di crescita per diverse economie nazionali e regionali. La maggior parte dei paesi avanzati ha ora rilasciato dati per consentire una valutazione della performance del primo trimestre dell’economia globale. In particolare, diversi paesi dell’America Latina e delle economie europee, tra cui Francia e Italia, hanno registrato risultati migliori del previsto nel 1° trimestre 2023. Al contrario, la Germania – ossia la più grande economia in Europa – è entrata in una recessione tecnica nel primo trimestre dell’anno, e si prevede che registrerà il tasso di crescita annuale più lento tra le nazioni del G20, escluse Argentina e Russia.
Sono migliori anche le previsioni di crescita del PIL di Regno Unito, Messico e Italia. Il Regno Unito ha visto la revisione più significativa (da una contrazione dello 0,5% precedentemente prevista a un’espansione dello 0,2% nel 2023) poiché i dati economici in arrivo indicavano un’economia molto più resiliente di quanto previsto all’inizio dell’anno. Ciononostante, le prospettive economiche globali rimangono pessimistiche, e si prevede che la maggior parte delle economie registrerà condizioni di domanda interna debole per il resto dell’anno.
Anche gli Stati Uniti e il Regno Unito potrebbero sperimentare lievi recessioni durante l’anno, sebbene sia probabile che si evitino shock significativi per l’economia. Questa debole performance nelle economie occidentali pone sfide per le prospettive economiche globali complessive, e probabilmente avrà un impatto anche sui flussi commerciali e di investimento verso i mercati emergenti. Del resto, mentre il settore dei servizi continua ad espandersi, l’attività manifatturiera diminuisce. Tale divergenza tra i settori dei servizi e quello manifatturiero evidenzia l’evoluzione dei modelli di consumo influenzati dallo spostamento dei costi del credito e dalle mutevoli preferenze dei consumatori. Infatti, l’aumento degli oneri finanziari ha compresso i profitti aziendali che, combinati con le scarse condizioni della domanda, hanno portato a contrazioni nel settore manifatturiero.
È probabile che la ripresa post-Covid nel turismo sarà un motore dell’espansione del settore dei servizi in futuro, il che implica tuttavia anche che i costi del settore dei servizi eserciteranno probabilmente una pressione al rialzo sull’inflazione. Poiché gli effetti dei successivi aumenti dei tassi di interesse negli ultimi mesi permeano completamente l’economia, si prevede che le vulnerabilità nei settori con elevati livelli di indebitamento diventino più evidenti man mano che avanziamo verso il 2023. Negli Stati Uniti, le banche regionali più piccole che hanno esposizione a il settore immobiliare potrebbe subire tensioni, portando a un ulteriore consolidamento all’interno del settore.
L’inflazione si è ridotta più rapidamente con la deflazione dei prezzi dell’energia, anche se l’inflazione core rimane al di sopra dei livelli di comfort. L’inflazione è stata vista diminuire più rapidamente del previsto in alcuni paesi ad aprile, i prezzi dell’energia di maggio sono diminuiti e gli effetti del calo dei prezzi dell’energia si stanno finalmente riflettendo in altre categorie, tra cui cibo e trasporti. Anche l’effetto degli effetti base dell’elevata inflazione dell’anno precedente dovrebbe essere più evidente nella seconda metà dell’anno, riducendo ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Tuttavia, l’inflazione core rimane ostinatamente elevata in alcuni paesi, in particolare nella regione europea, con la BCE che ha segnalato la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi nei prossimi mesi.
Il mercato dell’energia continua ad essere un importante motore delle dinamiche economiche nel 2023. Le decisioni dell’OPEC+ e le fluttuazioni della domanda globale hanno svolto un ruolo cruciale nel plasmare i prezzi del petrolio. Mentre l’OPEC+ potrebbe prendere in considerazione ulteriori tagli alla produzione per stabilizzare i prezzi, è probabile che i cambiamenti nella domanda siano il fattore più dominante, limitando gli aumenti del prezzo del petrolio nei prossimi mesi. Anche la transizione in corso verso fonti di energia rinnovabile e gli sforzi per ridurre le emissioni di carbonio hanno implicazioni a lungo termine per i mercati dell’energia, insieme a potenziali implicazioni per l’inflazione, le bilance commerciali e la performance economica complessiva.
Secondo le analisi condotte da Wall Street e pubblicate da The Sun, si prevede che entro la fine del 2027 chiuderanno circa 50.000 negozi negli Stati Uniti. E questo dato potrebbe peggiorare, arrivando fino a 70.000-90.000 chiusure, se il potere d’acquisto della popolazione dovesse ulteriormente calare. La previsione delle chiusure dei negozi si basa su quella della crescita dell’economia legata all’e-commerce, che passerà dall’attuale 20% al 26% entro il 2027. UBS ha calcolato che ogni aumento di 100 punti base della percentuale di vendite on-line inneschi circa 8.000 chiusure di negozi. Sempre secondo la stessa indagine, i negozi che dovrebbero subire il maggior numero di chiusure sono quelli di abbigliamento, accessori, elettronica e arredamento per la casa.
Questi dati mondiali sono perfettamente in linea con ciò che sta accadendo in Italia. La situazione dei nostri negozi è stata fotografata da uno studio di Confesercenti in cui emerge che la Campania è in assoluto la regione italiana ad aver registrato la perdita più alta di negozi. Nel 2022 hanno chiuso la saracinesca in 2.707, seguono il Lazio con 2.215 e la Sicilia con 2.142, ma anche al Centro e al Nord la situazione è simile. I nostri centri urbani sono sempre più deserti e si sta sviluppando quel processo sociologico urbano identificato col termine Gentrification, un cambiamento delle città che diventano terre di turisti e di fasce più abbienti a discapito della classe media, costretta ad allontanarsi a causa dell’aumento del costo della vita.
Garantire la salute del commercio di prossimità, quindi, diventa fondamentale per tutti e per poterlo fare è necessario puntare sull’efficienza, sulla produttività, sulla innovazione e sulla ridefinizione dell’offerta commerciale. Di enorme importanza si è rivelata essere l’omnicanalità, ossia l’utilizzo del canale on-line nelle vendite che ha avuto una crescita altissima negli ultimi anni, passando da 16,6 miliardi nel 2015 a ben 48,1 miliardi nel 2022. E se le vendite in internet sono state la causa iniziale della desertificazione commerciale, ora si stanno rivelando un’opportunità concreta per il commercio tradizionale. Matteo Romano, CEO del marketplace italiano Tantosvago, afferma che “nel corso degli ultimi anni il comportamento dei consumatori ha subito significativi cambiamenti, mostrando un crescente interesse per le piattaforme e-commerce a discapito degli esercizi commerciali locali. Questa tendenza non è dovuta soltanto alla comodità dei servizi on-line offerti ai clienti, ma
anche alla sfida che i piccoli commercianti devono affrontare per cercare di competere con le risorse tecniche dei grandi competitor”. “Questa situazione – continua Romano (nella foto) – si ripete anche nel contesto del welfare aziendale e dei sistemi premiali, e grazie alla nostra app GOWelfare possiamo supportare i piani di welfare delle amministrazioni pubbliche attente all’economia di prossimità che coinvolgono direttamente gli esercenti locali. Il welfare aziendale di prossimità rappresenta una prospettiva promettente per affrontare le sfide del mercato attuale, valorizzando l’offerta dei piccoli commercianti che vedranno aumentare l’afflusso di clienti nel proprio negozio con un relativo aumento di fatturato”.
I dieci comuni Bandiera Blu 2023 che nei primi quattro mesi dell’anno hanno registrato i volumi più elevati di ricerche di appartamenti in vendita sul sito e sull’app di Casa.it sono Venezia, Livorno, Pescara, Savona, Sanremo, Ancona, Grosseto, Pisa, Latina e Ravenna. A Venezia, che è stata premiata con la Bandiera Blu 2023 per due spiagge, quella del Lido e quella degli Alberoni, a maggio 2023 i trilocali hanno un prezzo medio di vendita di 342.000 euro, mentre i bilocali di 295.000 euro. A Livorno, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per le spiagge dei Bagni Rex, Cala Quercianella, Parco Marina del Boccale, Rogiolo e Bagni Roma, a maggio 2023 i trilocali costano mediamente 411.000 euro, mentre i bilocali 223.000 euro; nella zona Quercianella e Montenero, il prezzo medio dei trilocali è 276.000 euro, quello dei bilocali 221.000 euro.
A Pescara, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per la Riviera Nord e Riviera Sud ed è già stata Bandiera Blu nel 2021 e nel 2022, il prezzo medio dei trilocali è di 209.000 euro, mentre quello dei bilocali di 190.000 euro; nella Riviera Sud, invece, i trilocali costano mediamente 192.000 euro, mentre i bilocali 121.000 euro. Per quanto riguarda la Riviera Centrale, per i trilocali in zona centro la richiesta media è di 233.000 euro, mentre per i bilocali di 168.000 euro. A Savona, che è stata premiata con la Bandiera Blu 2023 per la spiaggia delle Fornaci, nella zona Legino, Zinola, Fornaci i trilocali costano mediamente 175.000 euro, mentre i bilocali 131.000 euro.
A Sanremo, che ha avuto la Bandiera Blu 2023 per le spiagge Tre Ponti, Imperatrice, Bussana, Baia Capo Pino e Tiro a Volo, il prezzo medio dei trilocali è 282.000 euro, quello dei bilocali 184.000 euro; nella zona Corso degli Inglesi, San Bartolomeo, dove si trova la spiaggia Imperatrice, i trilocali hanno un prezzo medio di 248.000 euro, mentre i bilocali di 163.000 euro; nella zona Bussana-Poggio, dove si trova la spiaggia Bussana, i trilocali costano mediamente 155.000 euro, mentre i bilocali 146.000 euro; nella zona Foce-Semeria, Solaro, dove si trovano le spiagge Baia Capo Pino e Tiro a Volo, i trilocali hanno un prezzo medio di 275.000 euro, mentre i bilocali di 177.000 euro.
Ad Ancona, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per la spiaggia di Portonovo, il prezzo medio dei trilocali è 138.000 euro, mentre quello dei bilocali 106.000 euro. Mentre a Grosseto, che ha ottenuto la Bandiera Blu 2023 per le spiagge di Marina di Grosseto e Principina a Mare, troviamo i trilocali con un prezzo medio di 197.000 euro (Marina di Grosseto) e di 203.000 euro (Principina a Mare); i bilocali hanno un prezzo medio di 193.000 euro a Marina di Grosseto e 175.000 euro a Principina a Mare.
Pisa è stata premiata con la Bandiera Blu 2023 per le spiagge di Calambrone/Tirrenia e di Marina di Pisa, nella zona Marina Di Pisa, Tirrenia, Calambrone. Lì i trilocali costano mediamente 251.000 euro, mentre i bilocali 195.000 euro. A Latina, che ha avuto la Bandiera Blu 2023 per la spiaggia di Latina Mare, nella zona Latina Lido, Fogliano e Borgo Sabotino, i trilocali costano mediamente 118.000 euro, mentre i bilocali 83.000 euro. A Ravenna, che ha conquistato la Bandiera Blu 2023 per le spiagge di Marina Romea/Porto Corsini, Marina di Ravenna/Punta Marina Terme/ Lido Adriano, Lido di Savio, Lido di Dante/ Lido di Classe e Casal Borsetti, il prezzo medio dei trilocali è 181.000 euro, quello dei bilocali 115.000 euro; a Porto Corsini i trilocali costano mediamente 136.000 euro; a Marina di Ravenna la richiesta media per i trilocali è 223.000 euro, mentre per i bilocali 179.000 euro.
Relativamente ai tempi di vendita, i dati rivelano un nuovo minimo dall’inizio della rilevazione. Secondo Tecnocasa, il mercato è molto dinamico nel Nord Italia, ma “imballato” al Sud, e ciò si riflette sui tempi necessari a concludere una compravendita. Nelle grandi città, infatti, si è arrivati a una media di 104 giorni, minimo storico toccato negli ultimi dieci anni, con un miglioramento di 10 giorni rispetto a un anno fa. Tuttavia, si tratta di una media, per cui sussistono notevoli differenze tra le diverse aree territoriali: Bologna e Milano si confermano le città più veloci, rispettivamente con 50 e 55 giorni, mentre a Bari servono in media 121 giorni per concludere una transazione, a Palermo con 134 giorni e Genova 130 giorni. Nelle realtà dell’hinterland delle metropoli, poi, occorrono in media 138 giorni.
Le attese sulle variazioni dei prezzi di vendita per il II trimestre restano prevalentemente improntate al pessimismo, e le condizioni della domanda appaiono nel complesso in peggioramento, guidate da un deterioramento dei giudizi relativi al numero dei potenziali acquirenti e alla notevole restrizione in atto del sistema bancario nell’accesso ai mutui. Le prospettive sulla situazione del mercato immobiliare, pertanto, rimangono sfavorevoli, sebbene in lieve attenuazione, anche con riferimento a un orizzonte biennale. Quasi un operatore su tre segnala difficoltà nel reperimento del mutuo da parte degli acquirenti, il valore massimo dal 2015. Secondo la larga maggioranza degli agenti, nei prossimi dodici mesi l’andamento atteso dell’inflazione al consumo, sebbene in calo rispetto alla precedente rilevazione, continuerà a incidere negativamente sulla domanda di abitazioni.
La quota di operatori che esprimono giudizi di stabilità delle quotazioni immobiliari è rimasta preponderante nel I trimestre del 2023, pur riducendosi lievemente (a 61,7 per cento, da 64,9 nella rilevazione precedente). Il saldo fra i giudizi di aumento e di riduzione dei prezzi è tornato appena positivo per effetto di una più ampia percentuale di agenti che ravvisano un incremento delle quotazioni immobiliari, salita al 19,6 per cento (da 17,1). La quota di agenzie che hanno venduto almeno un’abitazione nel I trimestre è in calo (all’84,2 per cento da 87,8), in misura maggiore nelle aree urbane e nelle metropoli (all’81,1 e all’81,5 da 86,6 e 85,9, rispettivamente), rimanendo comunque su valori elevati. Circa l’80 per cento degli operatori ha venduto solo abitazioni preesistenti, mentre la quota di quelli che hanno intermediato esclusivamente immobili nuovi è rimasta molto contenuta, intorno al 2 per cento.
Il saldo tra i giudizi di crescita e di diminuzione del numero dei potenziali acquirenti è diminuito (-26,4 punti percentuali, da -15,5), in misura più marcata nelle aree urbane e nel Nord. La quota di agenzie che riportano un aumento degli incarichi da evadere è di poco salita, ma il saldo con quante ne segnalano il calo resta ancora ampiamente negativo (a -29,1 da -35,3); anche la percentuale di operatori che dichiarano un incremento dei nuovi incarichi a vendere è cresciuta, pur rimanendo su livelli modesti (15,4 per cento, da 11,7). Lo sconto medio sui prezzi di vendita rispetto alle richieste iniziali è tornato a diminuire (all’8,2 per cento, da 8,8), attestandosi su valori molto bassi. Anche i tempi di vendita sono scesi (a 5,5 mesi da 6,1),
facendo registrare il nuovo minimo dall’inizio della rilevazione. Circa la metà degli agenti immobiliari segnala che fra le cause prevalenti di cessazione dell’incarico a vendere vi è un valore delle offerte ricevute ritenuto troppo basso dal venditore; una frazione analoga indica prezzi richiesti giudicati troppo elevati dai compratori. La quota di compravendite finanziate con mutuo ipotecario è ancora scesa, soprattutto nelle maggiori aree metropolitane, attestandosi nel complesso al 64,1 per cento (dal 65,3). Il rapporto fra l’ammontare del prestito e il valore dell’immobile si colloca su valori elevati, intorno al 76 per cento, seppur in lieve calo rispetto alla precedente rilevazione.
Relativamente al mercato delle locazioni, i prezzi attuali e quelli attesi sono in forte rialzo. La percentuale di operatori che hanno dichiarato di aver locato almeno un immobile nel I trimestre dell’anno è tornata ad aumentare, al 78,1 per cento. Circa un agente immobiliare su due segnala un aumento dei canoni di affitto; il saldo rispetto a quanti ne riportano una riduzione si è portato sul valore più alto dall’inizio della rilevazione (a 45,9 punti, da 36,3) in tutte le aree geografiche, in misura più accentuata nel Centro e nel Meridione, che si sono avvicinati ai livelli del Nord. La maggioranza degli operatori continua a prefigurare un ulteriore rialzo dei canoni di locazione per il II trimestre (con un saldo pari a 35,6 punti, da 34,5). Il margine medio di sconto rispetto alle richieste iniziali del locatore è diminuito,
registrando un nuovo minimo al 2,0 per cento. La quota di agenzie che hanno riportato un aumento degli incarichi a locare si conferma inferiore a quella di chi ne ha segnalato una riduzione, con un saldo pressoché stabile rispetto all’indagine precedente (a -37,5 punti percentuali). Le aspettative degli agenti immobiliari per il II trimestre sono divenute leggermente meno negative rispetto sia al proprio mercato di riferimento sia a quello nazionale: i saldi tra attese di miglioramento e di peggioramento sono passati a -21,2 e -25,8 punti percentuali, rispettivamente da -25,6 e -28,3 nell’indagine precedente.
Le recenti modifiche governative al ‘Superbonus’, in particolare i vincoli posti alla cedibilità del credito, secondo gli operatori avrebbero complessivamente un effetto negativo sul numero di potenziali acquirenti e sui prezzi di vendita (con saldi rispettivamente di -29,7 e -18,5 punti percentuali); quasi la metà degli agenti immobiliari si aspetta invece che le modifiche non avranno alcun impatto significativo. In media, le attese degli agenti immobiliari sull’inflazione al consumo in Italia si sono ridotte, al 7,0 per cento nei prossimi 12 mesi (da 7,8 nella rilevazione precedente), e per poco meno di due terzi degli operatori l’andamento atteso dei prezzi al consumo inciderà negativamente sulla domanda di abitazioni.
Gli studenti di scuola superiore e universitari, poco alla volta, divennero così gli abitanti delle città più vicine, salvo tornare nei propri paesi durante le ferie, con famiglia e nuove generazioni al seguito. Oggi, i figli dei patrimonials (altro modi di definire i babyboomers) popolano sempre di più non altre città italiane, bensì quelle straniere, spinti da un “sogno europeo” che ancora tarda ad avverarsi o, più pragmaticamente, attratti dalle migliori condizioni occupazionali di paesi come il Regno Unito, l’Irlanda e persino la “meridionalissima” Spagna, che superano l’Italia in quanto a nuove opportunità, reddito medio, qualità della vita e inclusività. Ne deriva, per i genitori over-50, la necessità di effettuare un investimento importante, che fra corso di laurea e master d’ordinanza implica quattro o cinque anni di sacrifici economici tra abitazione, retta universitaria, mantenimento ordinario e trasporti locali, con costi variabili tra 50 e 75.000 euro complessivamente.
Per coloro che scelgono le università di Roma o Milano, il caro affitti venuto recentemente alla luce – con annesse tendopoli di protesta – ha scoperchiato il vaso di Pandora della “fuga per l’istruzione” della Generazione Z. Dal punto di vista economico, questa fuga oggi presenta maggiori difficoltà per via dell’inflazione, che ha fatto schizzare alle stelle i prezzi delle stanze per studenti in tutte le città europee, ed anche il costo medio della vita all’estero. E se lasciare il proprio Paese non è mai una scelta facile per un giovane – specie se si sceglie una città lontanissima dalla propria famiglia – studiare all’estero comporta numerosi vantaggi. Primo fra tutti quello di imparare forzosamente una lingua straniera diventandone “madrelingua” in un anno o due di full immersion; poi, fare nuove esperienze e intraprendere nuove relazioni sociali in preparazione dell’ingresso nel mondo lavorativo straniero, che in alcuni paesi assicura buone carriere e stipendi elevati in applicazione del criterio meritocratico.
Certo, le differenze in termini di costi sono sensibili a seconda delle città. Come vedremo più dettagliatamente nel prosieguo di questo articolo, per una stanza con bagno privato – la c.d. ensuite – si va dai 500 euro al mese di Madrid ai 1.100 euro di Dublino, passando per i 650 euro al mese di Milano e gli 800 di Parigi. Londra, da sempre la più cara di tutte, oggi viaggia dai 1.000 ai 2.500 euro mensili, a seconda del quartiere, ma per colpa della Brexit molti studenti hanno dirottato la propria preferenza verso l’Irlanda. Le mete universitarie più “esotiche”, ossia quelle dell’Europa dell’Est (Romania, Ungheria, Lituania, Lettonia) presentano prezzi più abbordabili sia per gli affitti che per costo della vita. Improponibili i paesi scandinavi, dove il costo della vita per uno studente straniero è tra i più cari al mondo, ed è quasi impossibile viverci senza sostenersi economicamente con un lavoretto part time.
Per quanto riguarda gli affitti universitari, il quadro nel nostro Paese non è dei più confortanti. Secondo l’indagine di una nota agenzia immobiliare, infatti, si evince come il costo del metro quadro italiano sia aumentato in media dell’11% rispetto ad aprile 2022. La classifica dello studio di mercato vede Milano come città più cara d’Italia, ed una stanza singola viene in media 628 euro. Il prezzo locativo sfiora poi i 25 euro al mq nelle zone Quadronno e Guastalla (le più ricercate dagli universitari), mentre gli aumenti più significativi hanno riguardato il quartiere Città Studi (+12,7%). In quest’ultimo quadrante di Milano un anno fa si reperivano prezzi locativi inferiori al 18 euro al metro quadro, mentre ora si supera abbondantemente quota 20. Completano poi il podio Bologna (467 euro per una stanza singola) e Roma (452 euro).
A questo scenario, inoltre, va sommato il fattore “qualità di vita”. Stando a uno studio condotto proprio dall’Università degli Studi di Milano su un campione di circa 7 mila studenti, il 32% degli intervistati (quasi uno su tre) si dice insoddisfatto o estremamente insoddisfatto della propria vita; il 23% si ritiene leggermente insoddisfatto, i leggermente soddisfatti sono il 22%, quelli soddisfatti appieno rappresentano il 19%, mentre il 5% non sa. Ilaria Cutica, docente di Psicologia generale, commenta così la sua indagine: “Questi dati indicano un malessere diffuso, che nel tempo può predisporre a una diminuzione della volizione e della motivazione, a un abbassamento dell’autostima, a un aumento dello stress, e anche a problematiche ansiose o depressive”. Fatti, questi, tristemente confermati da numerosi fatti di cronaca che vedono protagonisti sempre più studenti, vittime di un sistema ansiogeno ed estremamente orientato alla performance, e non alla crescita armonica delle persone.
Per questi motivi in molti – a ben vedere – preferiscono lasciare l’Italia e affidare la propria preparazione al sistema universitario di un altro paese. Ma quale città scegliere? In questi casi l’aspetto economico diventa preponderante, se non essenziale. Secondo la piattaforma immobiliare internazionale “Housing Anywhere”, la meta europea più economica in assoluto è Budapest. La capitale dell’Ungheria – oltre che alle sue fornitissime biblioteche internazionali – offre per una stanza singola 335 euro, nonostante un +16% rispetto al 2021. Stesso prezzo per Valencia (+3% su due anni fa), città di spicco anche per quanto riguarda il programma Erasmus. Medaglia di bronzo, invece, per la suggestiva Atene, dove per affittare una stanza singola servono 340 euro. Anche il Portogallo si rivela un Paese molto attento ad offrire a tutti gli studenti prezzi accessibili per una singola: 425 euro per abitare a Lisbona. Sempre restando all’estero, ci vogliono 490 euro per Vienna; 508 per Madrid e 550 per l’eclettica Barcellona; 600 per Berlino e 640 per Francoforte sul Meno.
In conclusione, si può affermare che in Italia serpeggi la convinzione che studiare in questo Paese sia un pessimo affare o un affare per pochi. L’università italiana non solo costituisce un sistema psicologicamente provante e svilente, ma rappresenta una vera e propria fonte di disagio economico per le famiglie italiane. Queste ultime, sempre più spesso, preferiscono indirizzare il proprio “investimento generazionale” verso gli stati esteri, dove è necessario affrontare un notevole dispendio di risorse finanziarie ma è più forte la sensazione di assicurare alla progenie un miglioramento di posizione in quella stessa scala sociale che, una volta, era possibile far salire all’interno del nostro Paese; quest’ultimo, poi, progrediva rapidamente grazie al mantenimento della “italianità” del percorso di crescita delle generazioni successive. Aver fatto uscire fuori dai nostri confini questo circolo virtuoso ha determinato, negli anni, un arretramento culturale ed economico dell’Italia, all’interno di una Unione Europea che, forte della egemonia dei paesi del Nord, non ci ha mai fatto sconti.
Nel 2023, l’atteggiamento attendista degli investitori causato dalla crescita dei tassi di interesse continua, almeno nella parte iniziale dell’anno. Analizzando l’andamento dei vari sotto-mercati, emerge che a fare da traino è la categoria dei retail park, forma ibrida tra centri commerciali e urban retail. In particolare, l’attenzione degli investitori si è focalizzata su spazi interni agli store da dedicare alle vendite online. Alcune survey di settore, infatti, dimostrano come la componente online integrata a store fisici già esistenti abbia generato incrementi di fatturato e segnali positivi. La motivazione principale del successo di questo comparto è da ricercare nella struttura degli asset, particolarmente adeguata alle esigenze di distanziamento e di gestione degli spazi comuni, spesso costituiti da luoghi all’aria aperta. Inoltre, nel corso dell’ultimo anno è stato transato un grosso portafoglio di retail box, molti dei quali facenti parte di più ampi retail park.
Per quanto riguarda l’urban retail, gli investitori sono e saranno sempre più selettivi concentrandosi su centri storici e High Street prime. Dall’analisi dei dati, a fronte di una complessiva riduzione degli investimenti emerge una concentrazione pari a circa il 50% su unità di piccolo taglio, con valori di acquisto relativamente bassi. Per il 2023, si prevedere il perdurare dell’atteggiamento attendista degli investitori, anche se di delineano interessanti spazi di manovra, sia dal punto di vista dei volumi, sia della ricerca di nuovi format. Come nel comparto GDO (Grande Distribuzione Organizzata), che viene ritenuto ancora un asset class interessante se si considerano i fatturati €/mq generati.
I centri commerciali nel 2022 hanno registrato performance interessanti, con fatturati e vendite tornati ai livelli del 2019. Ciò è dovuto a una continua trasformazione della concezione dei punti vendita da parte degli utilizzatori finali: la minore affluenza è accompagnata da valori medi di spesa più alti, segnale di acquisti presumibilmente più mirati e di un approccio diverso da parte del cliente finale nei confronti dello store fisico. Per questi immobili, proprietà e sviluppatori hanno cambiato approccio concentrandosi su riqualificazioni e ampliamenti. Questo fenomeno ha riguardato sia i centri storici che i cosiddetti asset out of town in location strategiche, che hanno avuto nuova vita grazie a interventi di riposizionamento e revisione dei format. In particolare, nel corso del 2022, gli investitori hanno mostrato un concreto interesse per centri commerciali ubicati in location secondarie; un trend che potrebbe proseguire anche nel 2023.
I TREND EMERGENTI DELL’IMMOBILIARE COMMERCIALE
Anche gli altri aspetti relativi alle componenti ESG (Environmental, Social, Governance) assumeranno sempre maggiore importanza, soprattutto col diffondersi del nuovo modello ibrido di fruizione degli spazi che comporta una ridefinizione del layout degli uffici sulla base certamente di tematiche ambientali, ma anche sociali e di governance. Gli spazi direzionali verranno rivisitati con l’obiettivo di favorire sempre di più la salute e il benessere dei dipendenti, attraverso la previsione di aree verdi, servizi e vicinanza ai mezzi di trasporto, e la socialità, attraverso la creazione di spazi comuni in cui condividere la propria vita lavorativa e non solo.
Per il comparto immobiliare logistico il 2022 si è dimostrato essere un anno di consolidamento e resilienza, con investimenti in lieve aumento che si attestano complessivamente a quota 2,8 miliardi di euro (+5% rispetto al 2021), andando a rappresentare circa il 23% del volume totale a livello nazionale. Se nel 2021 il logistico si era affermato come prima asset class in Italia, nel 2022 ha registrato complessivamente volumi investiti inferiori al comparto direzionale. Su scala annuale, l’andamento dell’immobiliare logistico ha risentito della frenata registrata nel Q4, con un netto calo degli investimenti di circa il 50% dovuto alla politica restrittiva della BCE, all’incremento dei costi delle materie prime, al rallentamento delle vendite e-commerce e all’instabilità economica nel contesto geopolitico.
Complessivamente, il 2022 vede un volume di investimenti nell’hotellerie di 1,6 miliardi di euro, pari a circa il 13% del totale. La crescita registrata nella prima metà dell’anno è stata rallentata da fattori macroeconomici che hanno modificato l’atteggiamento degli investitori, ma la previsione per il 2023 e il 2024 è di una ripresa del trend di crescita. Un’ ipotesi sostenuta dall’aumento dei volumi dei flussi turistici che si stanno riallineando ai valori del 2019 e da trend emergenti come la destagionalizzazione, con una redistribuzione dei flussi in periodi più lunghi dell’anno, la diffusione dei viaggi leisure in città secondarie, località marittime e montane, e il ritorno dei viaggiatori stranieri, sia dall’Unione Europea, sia da paesi extra-UE. Nonostante ciò, in virtù dei fattori macroeconomici già descritti, l’atteggiamento degli investitori nei primi mesi del 2023 è ancora cauto e attendista.
Il Fondo ha appena aperto il primo round di collocamento attraverso la piattaforma di equity crowdfunding
private e HNWI – a fronte di un ticket minimo da 100 mila euro. EnergyTown rappresenta un’innovazione anche per target di raccolta su una piattaforma fintech: il primo round appena avviato prevede un funding tra 4 e 20 milioni di euro, ma le quote potranno essere collocate anche in successive campagne, fino a raggiungere i 100 milioni di euro: grazie all’innovativo modello operativo e all’utilizzo della leva, i capitali raccolti si potranno tradurre in circa 200 milioni di investimenti sul territorio, per circa 100 progetti di transizione energetica.
Gli investitori potranno essere protagonisti sia dell’avvio delle CER, sia del finanziamento e gestione degli impianti (con un focus su fotovoltaico, mini-idroelettrico e biomasse), attraverso la costituzione di apposite società veicolo (SPV). Le SPV, proprietarie degli impianti, potranno a loro volta finanziare i propri progetti raccogliendo equity presso una platea allargata di investitori, inclusi quelli retail attraverso la piattaforma di UpsideTown. La struttura del Fondo permette di intercettare un doppio vantaggio fiscale per gli investitori, derivante sia dall’essere qualificato come “Pir compliant” (esenzioni fiscali su capital gain ed imposta di successione), sia dal poter beneficiare della detrazione/deduzione del 30% del capitale investito prevista dal cd. “Decreto Rilancio” per investimenti nel capitale sociale di PMI e startup innovative.
Grazie a un’accorta selezione delle opportunità, il Fondo prevede un target di rendimento lordo del 9,6%** annuo per la durata prevista di 6 anni (prolungabile fino a 10). “EnergyTown, che è un’operazione inedita in Europa, nasce per creare comunità energetiche diffuse, anche di piccole dimensioni, nelle quali il consumatore possa beneficiare di un differenziale economico positivo per il semplice fatto di consumare energia ‘pulita’, con la possibilità aggiuntiva di investire direttamente il proprio capitale in questo circolo virtuoso attraverso il crowdfunding: un modello innovativo che potrebbe trovare
applicazione anche in altri ambiti. Il ruolo da protagonista di P&G Sgr in questo progetto, a fianco di UpsideTown, testimonia la nostra capacità di interpretare e capitalizzare opportunità alternative a beneficio dei nostri investitori”, ha commentato Marco Pecchinotti, Consigliere delegato di P&G Sgr. “Siamo certi che gli investitori sapranno cogliere l’interessante opportunità offerta da un prodotto innovativo, anticiclico dal punto di vista della redditività e che offre, ad investitori attenti ai ritorni dei propri portafogli, l’occasione per sostenere transizione energetica e ripresa economica del Paese”, ha aggiunto Luigi Ucci, CEO & Founder di UpsideTown (nella foto).








