Giugno 26, 2026
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Successione legittima o testamentaria? Tredici casi utili per tutte le categorie di eredi

Attraverso l’analisi dell’universo di circostanze in cui i potenziali eredi si possano trovare in occasione di una successione, è possibile illustrare le quote del patrimonio e come esse mutano a seconda delle circostanze.

Com’è noto, mentre la successione legittima ha luogo quando il defunto non abbia provveduto a redigere testamento – oppure quando pur avendo redatto il testamento questo è nullo o annullato, oppure ancora esso dispone solo per una parte dei beni o solo i c.d. legati – la successione testamentaria rappresenta un insieme di norme di garanzia e di tutela di determinate quote del patrimonio del defunto per i soggetti aventi rapporti di parentela particolarmente “stretti” (come moglie e figli).

Attraverso il testamento, infatti, la legge non consente che donazioni e premi di polizza possano violare le quote di riserva (o di legittima) previste, ma oggettivamente la materia non è di immediata comprensione per i non addetti ai lavori. Tuttavia, attraverso l’aiuto di una specifica casistica che definisca l’intero universo di circostanze in cui i potenziali eredi di un de cuius si possano trovare in occasione di una successione, è possibile illustrare quali siano queste quote del patrimonio e come esse mutino a seconda delle circostanze. Ecco l’elenco dei tredici casi che è possibile riscontrare in occasione di una successione, in presenza o in assenza del coniuge.

IN PRESENZA DEL CONIUGE
CASO 1 – Nel caso in cui l’unico erede legittimo sia il coniuge – senza discendenti, ascendenti, e fratelli/sorelle – egli ha diritto al 100% dell’eredità e conserva il diritto di abitazione. Nel caso di successione testamentaria, la quota di riserva spettante al coniuge è pari al 50%, mentre il restante 50% rientra nella quota disponibile per la devoluzione testamentaria.
CASO 2 – Nel caso in cui gli eredi legittimi siano il coniuge e il figlio, la legge prevede che in successione legittima al coniuge sarà assegnato per legge il 50% dell’eredità (insieme al diritto di abitazione) e il restante 50% andrà all’unico figlio. In caso di successione testamentaria invece, al coniuge spetta almeno il 33,33% dell’eredità insieme al diritto di abitazione, e all’unico figlio dovrà essere devoluto almeno il 33,33% dell’eredità. Il restante 33,33% rientra nella quota disponibile che può essere assegnata a chiunque dal de cuius.

CASO 3 – Infine, nel caso di 1 coniuge e 2 o più figli, nell’ambito della successione legittima avremo che: al coniuge sarà assegnato il 33,33% dell’eredità, insieme al diritto di abitazione; ai figli sarà assegnato il restante 66,67% diviso in parti uguali. In tal caso, laddove l’eredità venga devoluta a seguito di testamento, la quota di riserva spettante al coniuge è pari al 25% – insieme al diritto di abitazione – e la quota di riserva spettante ai figli è pari al 50%, da dividere in parti uguali. In questa fattispecie, la quota disponibile è pari al 25%.
CASO 4 – Nel caso in cui gli eredi legittimi siano il coniuge e uno più ascendenti, accade che – in caso di successione legittima – il coniuge ha diritto al 66,67% dell’eredità insieme al diritto di abitazione e che agli ascendenti è riservato il 33,33% dell’eredità. In caso di successione testamentaria, la quota di riserva del coniuge è pari al 50% (con il diritto di abitazione) mentre quella degli ascendenti è del 25%. Pertanto la quota disponibile è pari al 25%.

CASO 5 – Nel caso in cui gli eredi legittimi siano il coniuge e fratelli o sorelle del de cuius, la quota di eredità prevista dalla successione legittima è pari rispettivamente al 66,67% e al 33,33% (da dividere in parti uguali). Diversamente, in caso di successione testamentaria è prevista una quota di riserva del 50% solamente per il coniuge (sempre con il diritto di abitazione); il restante 50% rientra nella quota disponibile.
CASO 6 – Nel caso in cui gli eredi legittimi siano il coniuge, uno o più ascendenti e uno più fratelli o sorelle, le quote di eredità in caso di successione legittima sono pari rispettivamente a: 66,67%, 25% e 8,33% (da dividere eventualmente in parti uguali). In caso di successione testamentaria, la legge riserva il 50% dell’eredità al coniuge e il 25% agli ascendenti, ma nulla a fratelli/sorelle. Infatti, lascia il restante 25% nella quota disponibile.

IN ASSENZA DEL CONIUGE
CASO 7 – Nel caso in cui l’unico erede sia il figlio del de cuius, la sua quota di eredità è del 100%, in caso di successione legittima. Nel caso di successione testamentaria, la quota di riserva è invece pari al 50% e il restante 50% rientra nella quota disponibile.
CASO 8 – Nel caso in cui 2 o più figli rappresentino gli unici eredi legittimi, allora la quota di eredità prevista in caso di successione legittima è del 100%, da dividere in parti uguali. Diversamente, nel caso di successione testamentaria la quota di riserva è del 66,67% e la quota disponibile è del 33,33%.

CASO 9 – Nel caso in cui gli unici eredi legittimi del de cuius siano i suoi genitori (o ascendenti se premorti), questi ultimi hanno diritto al 100% dell’eredità, in caso di successione legittima. Diversamente, in caso di successione testamentaria, la quota di riserva per i genitori (o ascendenti) è pari al 33, 33% e la quota disponibile è del 66,67%.
CASO 10 – Nel caso in cui gli eredi legittimi del de cuius siano i suoi genitori e i suoi fratelli o sorelle, sia per i primi che per i secondi la quota di eredità è pari al 50%, in caso di successione legittima. Diversamente, in caso di successione testamentaria, la quota di riserva per i genitori è pari al 33,33% e la quota disponibile è del 66,67% e non vi è pertanto alcuna quota di riserva per i fratelli o sorelle del de cuius.

CASO 11 – se vi sono solo fratelli o sorelle tra gli eredi legittimi, e la quota di eredità in caso di legittima è del 100%, in caso di successione testamentaria, tutta l’eredità rientra nella quota disponibile.
CASO 12 – invece, se tra gli eredi legittimi vi sono solo parenti fino al VI grado, e la quota di eredità in caso di successione legittima è del 100% (in parti uguali ai parenti di grado più prossimo), in caso di successione testamentaria, tutta l’eredità rientra nella quota disponibile.
CASO 13 – se non vi è nessuno tra gli eredi legittimi e l’eredità, in caso di successione legittima, andrebbe tutta allo Stato, in caso di successione testamentaria tutta l’eredità rientra nella quota disponibile.

Primo Ventures e LifeGate: partnership strategica su innovazione tecnologica e cambiamento climatico

Vincere la sfida del cambiamento climatico richiederà ingenti investimenti in ricerca e startup. Il 45% delle tecnologie che saranno applicate fino al 2050 per la neutralità carbonica sono oggi sotto forma di startup, spin-off accademici e ricerca di base.

Primo Ventures SGR, Società di Gestione del Risparmio indipendente specializzata in investimenti tecnologici, e LifeGate, Società Benefit considerata il punto di riferimento della sostenibilità in Italia, hanno annunciato una partnership strategica per l’analisi di trend e investimenti nel settore climatico. Vincere la sfida del cambiamento climatico richiederà investimenti in molteplici ambiti, tra cui uno assolutamente centrale: quello dello sviluppo di nuove tecnologie.

Nell’ultimo decennio sono stati investiti a livello globale, ogni anno, dai 3 ai 5 trilioni di dollari, ma si stima che nei prossimi venticinque anni gli investimenti per mitigare gli effetti del cambiamento climatico cresceranno esponenzialmente fino a raggiungere i 100 triliardi di dollari. Ogni attività umana, infatti, dovrà soddisfare requisiti di sostenibilità sempre più severi, come stabilito dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, catalizzando lo sviluppo di nuove soluzioni attraverso le quali l’innovazione nelle tecnologie per l’energia pulita potrà accelerare per raggiungere lo scenario di neutralità carbonica (Net Zero Emissions) entro il 2050. Pertanto, mentre l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 55% entro il 2030 può essere raggiunto con le tecnologie esistenti, il percorso di azzeramento delle emissioni al 2050 si basa su tecnologie che non sono ancora mature o comunque non sono ancora commercializzate su ampia scala. Questo vale in particolare nei settori difficili da decarbonizzare, come l’industria pesante e i trasporti a lunga distanza. 

“La sfida del climate change richiederà uno sforzo tecnologico e finanziario senza precedenti nella storia dell’umanità” – ha dichiarato Gianluca Dettori (nella foto), Presidente di Primo Ventures – “Siamo onorati di poter collaborare con un partner scientifico e così concentrato da molti anni su questo problema come LifeGate, che da molti anni analizza e sviluppa questo settore proponendo soluzioni concrete”. Da uno studio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia emerge che circa la metà delle tecnologie necessarie per raggiungere gli obiettivi 2050 si trova ancora in fase di startup, sotto forma di prototipo nei laboratori di ricerca o di impianto dimostrativo. Diventa quindi fondamentale analizzare un mercato emergente, che sta rapidamente rivoluzionando la nostra risposta al cambiamento climatico

Il Climate Tech a oggi rappresenta il 16% degli investimenti complessivi in Venture Capital in Europa, il 10% nel resto del mondo, ma le proiezioni suggeriscono che questa percentuale sia destinata a crescere in maniera significativa nel prossimo decennio. “Nel mondo, nel 2022, per ogni quattro dollari di venture capital investiti più di un dollaro è stato destinato a tecnologie di contrasto al cambiamento climatico. Si tratta di circa 50 miliardi di dollari, una somma cresciuta di 24 volte in 10 anni che rivoluzionerà il panorama – spiega Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate – ma in nessun modo questa notizia deve essere letta come un invito a rinviare la transizione ecologica in attesa di nuove tecnologie. Quello che serve oggi è già disponibile e si deve agire subito per raggiungere il primo traguardo al 2030. Di tempo ne è già stato perso abbastanza”. 

“Il risparmio sostenibile è l’ultimo tassello di uno stile di vita etico, insieme alla mobilità, all’alimentazione, all’energia. Ma forse è il tassello più importante perché può davvero cambiare le cose. Bisogna dare alle persone la possibilità di scegliere dove investire i propri risparmi per spostare la bilancia del pianeta verso un futuro migliore e più sostenibile – dichiara Enea Roveda, CEO di LifeGate“. La partnership è volta ad analizzare le dinamiche di questo settore emergente per individuare trend, spazi di opportunità e possibili attività congiunte che possano contribuire alla crescita del settore climate tech soprattutto nell’accelerare lo sviluppo di tecnologie abilitanti a raggiungere l’obiettivo della piena sostenibilitàLifeGate e Primo Ventures intendono inoltre sviluppare modelli di analisi, tracciamento e benchmarking degli investimenti sotto il profilo dei criteri ESG e di impatto delle nuove tecnologie sulla decarbonizzazione

Micro impresa e continuità aziendale: senza un passaggio generazionale, a quanto la vendo?

Laddove non sia possibile assicurare la continuità familiare in azienda, serve valutare un graduale passaggio di consegne verso soggetti terzi, con tutto ciò che consegue in termini di valutazione.

Il passaggio generazionale è quel momento in cui una nuova generazione di imprenditori succede a quella precedente nella gestione dell’impresa. In genere, nelle micro-imprese essa si realizza con la successione tra padre e figlio, ma non sono rare le trasmissioni caratterizzate dal c.d. salto generazionale, ossia tra nonni e nipoti, oppure quelle in linea orizzontale (da zio a nipote).

Il passaggio generazionale di azienda è un fenomeno piuttosto comune in qualunque ambito di impresa, e quindi qualunque sia la sua dimensione sul mercato. In generale, il passaggio del comando (o della proprietà) di una azienda rappresenta uno dei momenti più delicati della sua storia, poiché intervengono esigenze di tipo personale, familiare e patrimoniali che, a seconda della forma societaria, della dimensione aziendale e del grado di maturità imprenditoriale raggiunto dai discendenti dei fondatori, possono essere prevalenti su quelle più esclusivamente di mercato, tanto da determinare anche la “premorienza” dell’impresa proprio nel momento in cui essa, invece, dovrebbe garantire ai discendenti continuità di occupazione, reddito e prosperità.

Non è un caso, infatti, che in Italia solo poche aziende sopravvivono dopo la prima generazione, e pochissime arrivano alla terza. Inoltre, nei prossimi cinque anni un’azienda familiare su cinque – in particolare le micro-aziende – dovrà affrontare il tema del passaggio generazionale, e nell’attuale congiuntura economica ci sono tutte le premesse affinchè il tasso medio di trasmissione possa peggiorare. Pertanto, laddove non sia possibile attuare un processo di successione familiare e garantire la continuità aziendale, serve valutare l’inserimento dei nuovi gestori, attraverso i quali effettuare un graduale passaggio di consegne, o la vendita diretta dell’impresa a terzi, con tutto ciò che consegue in termini di valutazione di mercato.

Con esclusione delle aziende quotate in borsa, il cui valore è massimamente determinato dal prezzo delle azioni moltiplicato per la quota di controllo (o totalitaria) che si intende vendere/acquistare, il controvalore di cessione di una qualunque altra impresa dipende da alcuni parametri e dalla applicazione di diverse metodologie. Per una micro-impresa, in particolare, bisogna tenere conto della estrema “volatilità” dei risultati aziendali da un anno all’altro, della sensibilità del suo fatturato rispetto alla congiuntura economica e, negli ultimi quindici anni, rispetto all’innovazione tecnologica. Come sappiamo, le micro-imprese – da non confondersi con le piccole imprese – sono quelle attività di tipo imprenditoriale con un numero di dipendenti da 1 a 10 e con un volume d’affari fatturato che non supera i 2 milioni di euro annuali (requisiti raccomandati nella circolare 2003/361/CE, attuata in Italia con DM del 2005), mentre la classificazione della Piccola Impresa riguarda aziende con un numero di dipendenti compreso tra 11 e 50, ed ha un fatturato annuo massimo di 10 milioni di euro.

Ne discende che nella micro impresa sono considerati dipendenti anche i titolari della stessa, ossia i soci che offrono il loro contributo lavorativo, per cui vendere una impresa di tali dimensioni non è affatto semplice. In ogni caso, esistono delle attività “preparatorie” che servono a rassicurare i potenziali acquirenti, come quella di rendere ineccepibile la tenuta dei libri contabili – nota dolente di molte imprese di questo calibro – rafforzare le finanze aziendali (ad esempio riducendo l’indebitamento) ed effettuare ulteriori investimenti per rendere forte l’azienda e la sua reputazione sul mercato locale e/o nazionale. Infatti, nella vendita di una azienda entrano in gioco una serie di professionisti tra commercialisti e specialisti della valutazione aziendale a supporto del potenziale compratore, per cui risulta essere fondamentale intensificare la collaborazione con il proprio fiscalista per assicurare ai terzi che le informazioni finanziarie siano inappuntabili.

In genere, qualunque compratore vorrà vedere almeno tre anni di bilanci e rendiconti finanziari su tutte le entrate della società, poiché eventuali inesattezze o – peggio ancora – irregolarità formali, per quanto minime, verrebbero interpretate negativamente dall’acquirente. Quest’ultimo, peraltro, applicherà diversi metodi per la corretta valutazione dell’azienda da acquistare. Il primo di questi è quello del “Flusso di cassa attualizzato”, con il quale si calcola il valore attuale dei flussi di cassa futuri di un’azienda, scontati in base al rischio connesso all’acquisto dell’azienda stessa. Il secondo è quello del Reddito, che mostra la redditività futura di un’azienda tenendo conto del flusso di cassa e del ROI annuale (Return On Investment). Un terzo metodo è quello del Patrimonio, che si ottiene calcolando il valore netto delle attività di un’azienda, sia materiali che immateriali, meno il valore delle sue passività. Il quarto metodo è quello relativo al Mercato, con il quale si calcola il valore dell’azienda in base agli acquisti e alle vendite di società comparabili all’interno dello stesso settore.

Relativamente alle micro aziende, essendo molto forte la componente familistica dettata dal Know-How esclusivo dei fondatori, i metodi del Patrimonio e del reddito appaiono i più indicati, poiché il metodo del Mercato e quello del Flusso di cassa attualizzato sono scarsamente praticabili per via dell’unicità della micro azienda, da contestualizzare nella realtà economica locale, e la tipica volatilità proprio dei flussi di cassa, sui quali spesso incidono i fattori stagionali e l’indebitamento a breve termine presso il sistema bancario.  

Banche, stretta sui mutui erogati. Landoni: domanda in calo già di 20 punti a Febbraio

La BCE ha garantito che perseguirà l’obiettivo del 2% di inflazione, e si è detta ferma nel raggiungere tale risultato. Per chi deve richiedere un mutuo, il problema è capire in quanto tempo, e in che misura, questo possa accadere.

Il mercato del credito immobiliare ha chiuso il 2022 con 55,3 miliardi di euro di mutui erogati, con un calo rispetto al 2021 del -9,2%, pari a un controvalore in termini di volumi di -5,6 miliardi di euro. Vista l’attuale congiuntura socio-economica, già iniziata l’anno scorso, il mercato del credito tutto sommato aveva retto bene e gli istituti, alla luce della forte liquidità di cui dispongono anche oggi, avevano continuato ad erogare credito alle famiglie, stringendo però l’attenzione alla qualità del credito. Dall’inizio dell’anno in corso, la stretta delle banche sui mutui è stata progressiva e inesorabile – Nomisma per il 2023 prevede un calo del 18% dei prestiti perla casa – e a causa di questo oggi si registra una fisiologica concentrazione nella fascia di spesa immobiliare più bassa, e cioè quella fino a 119 mila euro (25,4%).

Milano e Roma registrano una maggiore concentrazione nella fascia tra 250 e 349 mila euro, rispettivamente con il 26% e il 25,2%, a causa dei prezzi più elevati che interessano le prime due città più costose d’Italia.

Da segnalare come a Milano ci sia stato un incremento dello 0,6% della concentrazione delle richieste nella fascia compresa tra 475 mila euro e 629 mila euro, confermando la vivacità della fascia alta di mercato. Nella fascia di spesa più bassa, invece, è Genova la città che raccoglie la percentuale più elevata, con il 60,5%, seguita da Palermo con il 51,2%. Anche a Napoli si registra un aumento significativo della concentrazione della disponibilità di spesa sulla fascia più bassa, così come nei capoluoghi di regione che non sono grandi città, dove il 47,2% dei potenziali acquirenti dichiara di avere una disponibilità di spesa inferiore a 119 mila euro. La percentuale più elevata di concentrazione delle richieste nella fascia più bassa si registra a Campobasso con 78,7%.

Analizzando i dati relativi alle erogazioni dell’ultimo trimestre, a riprova del trend restrittivo si rileva una contrazione del -12,8% delle operazioni a supporto di un acquisto immobiliare, mentre il calo è ben più sostenuto se si guarda alle sole sostituzioni e surroghe, che segnano -63,6%. Si rileva un piccolo rimbalzo del rapporto tra operazioni di surroga e sostituzione e totale complessivo dei volumi, che sale al 3,4% dal precedente 2,2%, dovuto principalmente a quella fetta di mutuatari che avevano optato per un mutuo a tasso variabile e che alla luce dell’aumento dei tassi sono passati al tasso fisso. “Secondo le stime di Kìron – afferma Renato Landoni, Presidente Kìron Partner SpA – per quel che riguarda l’anno corrente abbiamo già rilevato nei primi due mesi un calo della domanda di circa 20 punti percentuali. La crescita dei tassi di interesse andrà ad allontanare dall’accesso al credito una parte di domanda riguardante le fasce di reddito più basse. Nel contesto macro-politico ed economico che stiamo affrontando in questi mesi, ci aspettiamo per il 2023 un range di atterraggio in area 48-50 mld di euro”.

In generale, si conferma un mercato fortemente incentrato sulle operazioni di acquisto, che rappresentano ormai quasi 9 operazioni su 10; di queste, il 94% dei mutui ha una finalità volta all’acquisto di una “prima casa”, mentre il restante 2% è destinato all’acquisto di una casa secondaria. L’impegno medio in termini di durata è di circa 26 anni, e l’importo medio sottoscritto si aggira intorno ai 121.000 euro. Chi ha sottoscritto un mutuo è per il 73,6% italiano, per un 14,1% cittadino straniero ma di provenienza UE, e il restante 12,3% di provenienza extra UE. In ogni caso, la previsione di un prossimo – se non imminente – rallentamento della crescita economica condizionerà non poco l’andamento finanziario delle famiglie, e il perdurare della situazione contingente potrebbe incidere negativamente sul mercato immobiliare, che al momento resta su livelli buoni.

La BCE ha garantito che perseguirà l’obiettivo di riportare entro il 2% l’inflazione, e si è detta ferma nel voler portare avanti politiche monetarie orientate a tale risultato. Il problema è capire in quanto tempo, e in che misura, questo possa accadere. Intanto, l’ultimo rialzo dell’indice di riferimento deciso questo mese ha portato ad un ulteriore incremento delle rate relative ai prestiti, incidendo soprattutto per coloro che hanno un mutuo a tasso variabile e per chi dovrà sottoscriverne a breve un nuovo finanziamento. Sul futuro, inoltre, potrebbe avere un peso anche la recente crisi che ha colpito parte del settore bancario con i default della banca americana SVB e quella svizzera Credit Suisse. “Secondo le nostre stime – continua Renato Landoni (nella foto) – la crescita dei tassi di interesse andrà ad escludere dall’accesso al credito una parte di domanda che riguarda le fasce di reddito più basse. Di contro, assistiamo ad una ripresa della domanda di surroga che interessa principalmente coloro che in passato hanno optato per un mutuo a tasso variabile. In un contesto macro-politico ed economico instabile come quello che stiamo affrontando in questi mesi, non è facile tracciare una previsione, e ci aspettiamo per il 2023 volumi di mutuo di poco inferiori a quelli registrati nel corso dello scorso anno”.

Improbabile un ribasso consistente dei tassi. Prepariamoci a cavalcare le onde dell’inflazione

Gli investitori dovrebbero prepararsi ad un contesto inflazionistico molto simile a quello che ha caratterizzato il periodo compreso fra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta.

di Alex Stanić *

Nelle loro note informative, molti esperti finanziari si interrogano sull’andamento dei tassi di interesse, un tema che potrebbe indurre gli investitori ad assumersi rischi inutili. Sembra infatti che i banchieri centrali si stiano preparando ad aumentarli ulteriormente, mentre i segnali relativi all’inflazione sono contrastanti.

Un consistente abbassamento dei tassi rispetto ai livelli attuali, quindi, è improbabile almeno per l’anno in corso e buona parte del prossimo. D’altro canto, se i tassi di interesse salgono a livelli troppo elevati, gli impatti su un mondo che ha sviluppato una dipendenza da quantitative easing, inflazione zero e bassi tassi di interesse potrebbero essere così forti da far sia crollare le economie sia precipitare gli stessi tassi di interesse molto rapidamente. Anche se questo fosse lo scenario che ci aspetta, comunque non si ritornerebbe più ad un mondo caratterizzato da una bassa inflazione. Gli investitori potrebbero dover lasciar perdere le regressioni lineari e prepararsi ad un contesto molto simile a quello che ha caratterizzato il periodo compreso fra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, quando l’inflazione andava su e giù a ondate, come nel grafico in basso.

Tutto ciò costituisce una sfida ardua per i banchieri centrali, che potrebbero benissimo dare l’impressione di essersi sbagliati mentre, in queste fasi oscillatorie, tentano di evitare condizioni estreme sia di crescita che di recessione economica. In ogni caso, il successo o il fallimento degli investitori nel lungo periodo non dovrebbe dipendere dalla loro capacità di prevedere il ciclo economico e le decisioni delle banche centrali, bensì quello di investire in società resilienti, aziende virtualmente immuni a fluttuazioni veloci e imprevedibili. Ciò significa costruire un portafoglio che può cavalcare le onde inflazionistiche, sulla scorta del fatto che i tassi di interesse più alti non sono sempre privi di vantaggi, e quelli più bassi non sono la situazione migliore in assoluto. Quello che successe nella scia della crisi finanziaria globale, infatti, non è stato normale: l’era del QE con l’inflazione a zero e bassi tassi di interesse ha incoraggiato l’uso inefficiente del capitale, alimentando una vasta gamma di investimenti speculativi – da operazioni immobiliari a start-up sempre più giovani – con poche probabilità di successo.

Una cosa del genere, certamente, non giova ai mercati dei capitali, ma quell’epoca è decisamente finita. Il capitale a buon mercato è un ricordo del passato, tuttavia il sistema non si è ancora liberato degli eccessi e dei relativi comportamenti, per cui aspettiamo ancora di vedere un effetto domino nel settore immobiliare e nel sistema bancario ombra. Questa opera di pulizia potrebbe essere positiva per le imprese più longeve e per quelle che sono emerse in posizione di leadership da questo periodo, in quanto vedranno la loro concorrenza venire meno. Ci saranno alcune aree che sono state a lungo trascurate dagli investitori ma che ancora hanno bisogno di capitali. Basti pensare alla produzione di rame, un metallo di primaria importanza per la costruzione delle infrastrutture per le energie rinnovabili, e man mano che diventiamo sempre più dipendenti dall’elettricità per il riscaldamento e i trasporti. In questo senso, i profitti disponibili dovrebbero essere sufficienti a fronteggiare un aumento del costo del capitale.

Cosa significa tutto questo per gli investitori? Ci sarà un ri-prezzamento delle azioni. Molte società di qualità sono state letteralmente ignorate dagli investitori negli ultimi anni. I mercati sono stati troppo ossessionati dalle società tecnologiche, che operano in perdita ma che hanno un’aura conferita loro dall’enorme potenziale di crescita. Fino a non molto tempo fa le azioni di Affirm** – una società che opera nell’ambito del “compra ora, paga dopo” e una prediletta del settore Fintech – passava di mano a 40x il rapporto fra prezzo e fatturato, prima di perdere più del 90%. La società ancora non registra profitti. Peraltro, quel modello potrebbe benissimo essere messo a dura prova a breve dal ciclo del credito. Le azioni di qualità, quelle del tipo “meglio un uovo oggi…”, sembrano al momento molto più attraenti.  Questo senza contare che molte di queste ultime hanno anche un potenziale di crescita, forse non spettacolare ma sicuramente molto più realistico.  

Uno dei modi migliori per scoprire questi campioni di resilienza in questo nuovo mondo, a mio avviso, è quello che cercare nelle aree in fase di crescita secolare. Artemis Funds (Lux) – Global Select** è costruito intorno a questi temi di crescita, come l’automazione, il consumatore sostenibile, i servizi online, un mondo a basse emissioni di carbonio e i costi della sanità. Circa il 20% dei portafogli è composto da azioni di società del settore dell’automazione – come la giapponese Keyence**, leader globale nella produzione dei sensori essenziali per l’automazione. L’inflazione salariale può essere incredibilmente viscosa, ma costi del lavoro elevati spingono ad effettuare investimenti per migliorare la produttività, una cosa che non si è vista molto negli ultimi dieci anni. La globalizzazione ha consentito alle società di delocalizzare le produzioni nei paesi a basso costo del lavoro.  La de-globalizzazione invertirà quella tendenza. In un tale contesto, l’unico modo per mantenere la profittabilità è l’aumento dei prezzi o l’automazione dei processi. Quest’ultima strada appare più sostenibile.

Quello della sanità è un altro settore in fase di crescita secolare, semplicemente perché c’è un invecchiamento della popolazione in corso. La domanda di servizi sanitari è destinata a crescere ma ciò non significa che tali servizi sono sempre redditizi. Le società che hanno maggiori probabilità di generare ottimi profitti in maniera sostenibile in quest’area sono quelle che aiutano a ridurre i costi, grazie forse a tecnologie, prodotti o farmaci innovativi che riducono la degenza in ospedali costosi o che consentono cure più economiche o esami più semplici e veloci. In questo senso, ci piace Thermo Fisher**, una società che fornisce attrezzature fondamentali per le aziende che sviluppano nuovi esami diagnostici e farmaci avanzati

Gli investitori che costruiscono un portafoglio di azioni di società ben gestite e profittevoli, che operano in aree di crescita resiliente – e che comprano queste azioni a prezzi ragionevoli – dovrebbero essere in grado di prosperare nel lungo periodo, indipendentemente dai livelli inflazionistici e dei tassi di interesse. La buona notizia è che molte delle società adatte allo scopo sono state relativamente trascurate negli ultimi anni, perché erano viste come poco entusiasmanti o perché operano in aree del mondo poco amate. In altre parole, l’investitore globale ha un’ampia scelta di opportunità di mercato.

 

* Responsabile di Global Equities ad Artemis
e co-gestore dell’Artemis Funds (Lux) – Global Select

 

** DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali. Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

Mercato immobiliare, compravendite e prezzi in calo nel 2023. Quotazioni per città

Compravendite immobiliari in forte calo nel 2023, possibile anche una discesa dei prezzi. Ecco le 5 province più convenienti e le 5 meno convenienti per acquistare un appartamento di 50 mq nel mese di Maggio.

Per gli italiani è sempre più difficile comprare casa. Il numero di compravendite è sempre più basso e i prestiti erogati dalle banche sono sempre di meno: dopo il biennio 2021-2022, che aveva visto una grande crescita nel periodo post-pandemico, il 2023 è iniziato con un forte calo. 

Le compravendite di case nuove, dopo essere cresciute nel 2022 (+10%), aumentano anche nel 2023 (+2,7%). Tuttavia, a fare il mercato sono solo Milano e Roma, dove se ne contano oltre 17.000 (l’80% del totale), mentre l’offerta negli altri grandi centri resta bassa. Sul fronte dei prezzi delle case nuove, in particolare, in Italia negli ultimi anni i prezzi sono cresciuti sensibilmente per via dell’offerta molto bassa e per gli aumenti dei costi delle aree edificabili, delle materie prime e della manodopera. Infatti, negli ultimi due anni i prezzi di vendita delle case nuove sono aumentati mediamente del 3,1 per cento all’anno, e per la fine di quest’anno le previsioni parlano di un ulteriore rialzo, complice l’inflazione, del 4,6 per cento. Al contrario, la guerra, l’inflazione e le difficoltà di accesso al credito saranno nei prossimi mesi un ostacolo alla crescita del mercato immobiliare.

Per il 2023 il mercato immobiliare presenta due scenari possibili, uno con una riduzione di circa il 14% delle compravendite ma una generale stabilità dei prezzi, e un altro che prevede sia una diminuzione delle vendite che dei prezzi. In ogni caso, il 2023 sarà un anno molto negativo per il settore e per gli addetti ai lavori, con un calo delle compravendite del 15% e con le banche più restie a concedere mutui. I prezzi delle case potrebbero aumentare fino all’1%, il mercato delle compravendite diventerà gradualmente poco accessibile per a chi non ha redditi indicizzati all’inflazione e per i giovani. Nomisma, in particolare, prevede una diminuzione delle compravendite di case del 14,6% mentre le nuove erogazioni di mutui subiranno una flessione del 18%; l’aumento dei tassi d’interesse e la maggiore attenzione a concedere finanziamenti da parte delle banche renderanno più difficile l’accesso al credito, producendo una sensibile diminuzione delle intenzioni di acquisto.

Nonostante questi scenari poco confortanti, si tratta comunque di medie statistiche, per cui c’è sempre chi ha la possibilità di vendere o comprare, anche accedendo ad un mutuo. Per costoro, il portale Case in vendita 360 ha rilasciato le sue ultime statistiche sul mercato immobiliare italiano. L’analisi rivela le tendenze e i prezzi delle abitazioni nelle diverse regioni e città d’Italia, offrendo un quadro interessante per chi è alla ricerca di una casa o desidera investire nel settore immobiliare, nonostante il trend negativo. Queste statistiche offrono un quadro dettagliato delle tendenze del mercato immobiliare, evidenziando le zone più convenienti per l’acquisto di un appartamento e quelle meno convenienti. Soprattutto, si evidenziano le differenze regionali e locali nel settore, il che può risultare utile sia per gli acquirenti che per gli investitori.

Tra le province più convenienti per acquistare un appartamento di 50 mq troviamo:
1. Isernia, con una diminuzione del prezzo del -11,85% e un valore medio di 55.793 €;
2. Benevento, con una diminuzione del prezzo del -9,12% e un valore medio di 75.148 €;
3. Varese, con una diminuzione del prezzo del -8,09% e un valore medio di 83.934 €;
4. Piacenza, con una diminuzione del prezzo del -7,88% e un valore medio di 73.314 €;
5. Vercelli, con una diminuzione del prezzo del -6,55% e un valore medio di 52.223 €.
Al contrario, le province meno convenienti, ovvero quelle che hanno registrato un aumento dei prezzi, sono:
1. Napoli, con un aumento del prezzo del +7,61% e un valore medio di 132.366 €;
2. Rieti, con un aumento del prezzo del +6,07% e un valore medio di 59.850 €;
3. Imperia, con un aumento del prezzo del +5,31% e un valore medio di 118.642 €;
4. Potenza, con un aumento del prezzo del +4,39% e un valore medio di 71.860 €;
5. Nuoro, con un aumento del prezzo del +4,33% e un valore medio di 53.880 €.

Le regioni che offrono le migliori opportunità di investimento per un appartamento di 50 mq sono:
1. Abruzzo, con una diminuzione del prezzo del -3,10% e un valore medio di 43.221 €;
2. Calabria, con una diminuzione del prezzo del -1,77% e un valore medio di 47.542 €;
3. Campania, con una diminuzione del prezzo del -1,14% e un valore medio di 56.899 €;
4. Marche, con una diminuzione del prezzo del -3,66% e un valore medio di 83.825 €;
5. Trentino-Alto Adige, con una diminuzione del prezzo del -2,24% e un valore medio di 154.818 €.
Le regioni meno convenienti per investire in un appartamento di 50 mq sono:
1. Basilicata, con un aumento del prezzo del +4,39% e un valore medio di 71.860 €;
2. Emilia-Romagna, con un aumento del prezzo del +0,73% e un valore medio di 80.618 €;
3. Friuli-Venezia Giulia, con un aumento del prezzo del +2,78% e un valore medio di 75.908 €;
4. Lazio, con un aumento del prezzo del +1,80% e un valore medio di 159.521 €;
5. Liguria, con un aumento del prezzo del +0,13% e un valore medio di 85.733 €.

Le città più richieste per l’acquisto di un appartamento di 50 mq sono:
1. Roma, con un valore medio di 159.521 €;
2. Milano, con un valore medio di 259.727 €;
3. Genova, con un valore medio di 85.733 €;
4. Palermo, con un valore medio di 64.278 €;
5. Comacchio, con un valore medio di 97.563 €.
I centri meno richiesti per l’acquisto di un appartamento di 50 mq sono:
1. Capaccio, con un valore medio di 62.931 €;
2. Montecorvino Pugliano, con un valore medio di 0 €;
3. Barcellona Pozzo di Gotto, con un valore medio di 46.452 €;
4. Maiori, con un valore medio di 281.846 €;
5. Brescia, con un valore medio di 95.350 €.

I millennials e il fenomeno delle “grandi dimissioni”. Valentina: basta illuderci, scappo in Canada

Lasciare il posto fisso per abbracciare un nuovo stile di vita lontano dall’Italia. Ecco perché le “great resignation” di molti under 40 dovrebbero far riflettere. Una testimonianza diretta.

Testo e intervista di Marco d’Avenia

“Non fraintendermi: io voglio lavorare. Voglio una vita faticosa, che sia però faticosa per me, per il raggiungimento di un mio obiettivo. I colleghi pensavano stessi fingendo e facevano mobbing, ma in realtà stavo male. Per questo mi trasferisco in un eco-villaggio in Canada, dove hanno reintrodotto il concetto di baratto”. La voce di Valentina, 30enne lombarda, trema quando ripensa a tutto ciò che ha affrontato e che ancora dovrà affrontare. Valentina aveva un posto stabile ed era in procinto di comprare la sua prima casa, poi qualcosa è scattato e in poche settimane la sua vita è cambiata: tra non molti giorni, lascerà l’Italia e un intero sistema di valori per trasferirsi in Canada.

Valentina, come tanti millennial e molti appartenenti alla Generazione Zeta, è pronta ad abbandonare il proprio lavoro per dedicarsi ad altre attività, lontane – se possibile – da una logica capitalista di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. È il fenomeno delle “Grandi dimissioni” (in inglese, “great resignation”): lasciare la propria vita di occidentale privilegiato per mettersi in gioco in altre realtà, non necessariamente ai confini del mondo. Economia circolare, autogestione di uno spazio, sinergia con il prossimo e con la natura e tanta buona volontà, questi sono i nuovi valori che i giovani però non incontrano sul posto di lavoro.

Secondo le tabelle dell’ultima nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, le dimissioni di under 40 in Italia sono aumentate del 26% dall’inizio della pandemia. Solo nei primi 9 mesi del 2022 si sono registrate in Italia 1,6 milioni di dimissioni: un aumento del 22% sullo stesso periodo del 2021. Sebbene una recente ricerca del Politecnico di Milano abbia evidenziato che una fetta consistente di coloro che hanno deciso di abbandonare il proprio posto di lavoro per percorrere altre strade non rifarebbe la stessa scelta, e soltanto l’11% dei dipendenti che hanno intrapreso questa scelta dica di esserne veramente felice, il fenomeno spaventa comunque i governi di quei Paesi che, come il nostro, non se la passano bene dal punto di vista demografico e vedono aumentare sempre di più la percentuale di “patrimonials” (i meglio conosciuti babyboomers) a discapito dei millennial. Ecco perché vale la pena conoscere la storia della nostra protagonista.

Valentina, partiamo dall’inizio: che succede nel bel mezzo del lockdown?
Durante il Covid inizio a cercare lavoro. Invio CV ovunque e alla fine mi prendono a Milano in un’azienda, inserendomi nel settore dell’assistenza ai clienti (parlo sei lingue, italiano compreso). Il lavoro in questa fase iniziale esclusivamente da remoto va bene. L’affitto senza contratto, però, mi preclude una serie di detrazioni fiscali e bonus. A lockdown allentato, inizio a frequentare anche in presenza il mio luogo di lavoro, ma a stipendio invariato. Una condizione per me inaccettabile. In più periodi dell’anno mi trovavo costretta a chiedere soldi ad amici e famigliari: una situazione spiacevole.

Quanto ha pesato il passaggio dallo smart-working al lavoro in presenza?
Molto. Io per un anno e mezzo non ho avuto contatti con i miei colleghi: non li conoscevo. Era l’inizio del 2022. E io avevo anche trovato il monolocale giusto per me, peccato che ci fossero costi d’agenzia insostenibili per me e caparre infinite da versare. Alla fine, affittare questo alloggio mi avrebbe comportato una spesa superiore ai 3 mila euro. Una somma che io non mi potevo permettere.
Poi però arriva il contratto a tempo indeterminato. Che succede a questo punto?
Succede che accetto la proposta, sempre a parità di stipendio, quando ho già maturato la consapevolezza di non poterne più, perché il clima lavorativo a Milano è diventato insostenibile, e la competizione estrema ha reso la città un luogo non più vivibile per me, dove non si riescono più a creare veri rapporti umani.

La tua scelta è stata il frutto di un processo graduale, oppure c’è stato un momento preciso in cui hai detto: “Ora mi trasferisco in Canada”?
Entrambe le cose. Quando nell’estate del 2022 mi sono resa conto che la situazione per me era insostenibile, ho comprato un’utilitaria per cercare un altro lavoro. Lo trovo, ma era uno stipendio di appena 200 euro in più rispetto a quello che già avevo. Una differenza che in un mese avrebbe a stento coperto il costo del carburante. A quel punto, ho cercato anche di sfruttare il mio contratto a tempo indeterminato per accendere un mutuo, ma si prospettava un pagamento dilazionato in 30 anni per un monolocale, che avrei finito di acquistare a sessant’anni. Da lì, ho capito di essere in un vicolo cieco.

… e invece, un episodio particolare lo ricordi?
La verità è che un momento in effetti c’è stato. Era l’Epifania, ero in treno e stavo tornando in ufficio; sempre nello stesso treno, che percorre sempre la stessa tratta. Vedo questo signore di 60-65 anni seduto al suo posto con una valigetta ventiquattrore, e di fronte a lui un ragazzo con la sua stessa valigetta. E in quel momento mi sono detta: “Ma davvero è questo il futuro, una vita con treno e valigetta al seguito? La mia vita non sarebbe stata mai questa.

Come hai scoperto della tua comune in Canada?
Un giorno, all’improvviso, mi sono ricordata di una piattaforma che consente di lavorare in giro per il mondo esclusivamente in cambio di vitto e alloggio. Già dal 2019 io avevo in mente il Canada come meta di un mio eventuale viaggio.
Perché proprio il Canada?
Per i cambiamenti climatici. Provo una profonda angoscia per quello che stiamo facendo al nostro pianeta e il Canada è un territorio ricco di acqua dolce, una risorsa vitale che nell’Italia settentrionale si sta facendo sempre più scarsa. È un Paese che educa a un ottimo rapporto tra animali e uomo: un posto perfetto per me. Andrò in British Columbia, nel Canada sud-occidentale. Mi hanno detto che lì la gente è molto accogliente e cordiale.

Quanto ha influito questa componente ambientalista nella tua scelta?
Moltissimo. Lavoravo per un’azienda che supporta la fast fashion e con essa valori e abitudini che non mi appartengono, come lo spreco indiscriminato di plastica monouso. Ho provato anche a segnalare questi problemi ai miei capi, ma sono stata ignorata. Ho una visione molto pessimistica per quanto riguarda i cambiamenti climatici. Mi viene l’ansia. E ci sono tanti miei coetanei che la pensano come me. Avendo amici sparsi per il mondo e conoscendo molte lingue, posso approfondire la cronaca estera. L’Indonesia sarà costretta a spostare la sua capitale perché Giacarta sta sprofondando. Si stanno perdendo di vista le cose davvero importanti: il cibo, l’acqua, l’aria che respiriamo. I soldi non potranno mai far tornare indietro tutto questo.

Ora cosa succederà?
Partirò a giorni, e penso che questa nuova vita possa piacermi. Farò esperienza del concetto di economia circolare. Un sistema in cui non si possono evitare i conflitti: per far sì che funzioni, tutti devono rispettarsi. Perché senza benessere emotivo individuale non può esistere quello della collettività. Alla base di tutto deve esserci la sinergia tra le persone.
Adesso che sei con le valigie in mano, cosa vorresti dire ai tuoi ex datori di lavoro?
Il lavoro non può essere il fine ultimo della vita. Siamo cresciuti con una serie di bugie: se ti impegni, allora otterrai ciò che desideri; se ti piace quello che fai, non lavorerai neanche un giorno. Nulla di tutto ciò è vero, e l’ho sperimentato sulla mia pelle. La nostra generazione è stata presa in giro, è stata tradita. E ora vi dico: basta illuderci, non siamo dei robot. Non voglio sprecare la mia vita per arricchire qualcun altro, voglio solo coltivare me stessa, e crescere come una pianta rigogliosa.

La crisi delle banche regionali USA porterà a un credit crunch

Il sistema bancario accentua la restrizione del credito all’economia. Si intravede un credit crunch proprio nel momento in cui i recenti rialzi dei tassi hanno iniziato a produrre un impatto restrittivo.

di Maurizio Novelli*
 
I dati recentemente pubblicati sul Pil del primo trimestre di Stati Uniti ed Europa confermano lo scenario di lento ma inesorabile scivolamento in recessione. Occorre considerare che l’economia ha finora subito il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali ma l’impatto di queste politiche inizierà a sentirsi solo ora. A questo punto però occorre considerare che, oltre alle recenti politiche restrittive ufficialmente implementate, si aggiungerà una netta contrazione del credito a causa della crisi delle banche regionali Usa che, come già evidenziato nell’ultima nota mensile, forniscono più o meno il 50% del credito all’economia.

Nonostante gli interventi di salvataggio implementati, risulta abbastanza evidente che le grandi banche non sono in grado di sostituirsi alla crisi delle banche regionali, data la dimensione del credito erogato da quest’ultime al settore del Real Estate e Commercial Real Estate in grande difficoltà. Quindi è abbastanza probabile che da questo momento la prosecuzione della politica restrittiva sull’economia passerà dalla Fed al sistema bancario. Anche se la Fed si trova abbastanza vicino al “picco dei tassi“, gli effetti restrittivi esercitati da un sistema bancario in evidente difficoltà produrranno una ulteriore stretta sul credito che sarà molto più rapida e invasiva di quella finora implementata con gradualità dalla banca centrale.

Il problema è che la contrazione del credito attraverso il canale bancario arriva proprio mentre i mercati hanno iniziato già a scontare il picco dei tassi. L’economia sarà dunque sottoposta ad un’ulteriore pressione di restrizione creditizia generata dal fatto che il sistema bancario Usa non è più nella condizione di espandere i bilanci, a causa di problemi sulle posizioni in titoli, per un’eccessiva esposizione di rischio al Commercial Real Estate e per un deterioramento generale dell’intero settore del Real Estate, Private Equity, Venture Capital e Leverage Loans, che costituiscono un’altra linea di business in difficoltà. Tra il primo trimestre del 2020 e il primo trimestre del 2021 il mercato immobiliare Usa ha originato 5 trilioni di nuovi MBS (Mortgage Backed Securities, titoli garantiti da ipoteche su immobili) con un coupon medio del 2%. Questo importo costituisce il 40% dell’intero mercato dei MBS ed è stato emesso in soli in 12 mesi!

Tanto per dare un’idea della nuova bolla immobiliare e di come le banche l’hanno finanziata, si tenga presente che nel 2008 la Fed ha ritirato dalle banche 600 mld di dollari di MBS per ripulire i bilanci e salvare il sistema. Ora il problema ha una dimensione decisamente maggiore e questi MBS in pancia alle banche, se fossero valutati al mark to market con tassi di mercato al 7% circa, genererebbero perdite talmente importanti sui bilanci bancari che obbligherebbero gli istituti al congelamento di tali posizioni nel cosiddetto “portafoglio immobilizzato”, dove tutto viene valutato al prezzo di carico per non far emergere le perdite. A queste posizioni si aggiungono i crediti verso il Commercial Real Estate (altri 5 trilioni di dollari), dove i CMBS originati a tassi del 2%-3%, quotano ora a tassi del 7% e oltre.

La recente pubblicazione dei profitti trimestrali delle banche non evidenzia in alcun modo tali perdite latenti, dato che al momento tutto è valutato al prezzo di carico. Si stima che al momento, le perdite su tali posizioni valutate al mark to market sarebbero pari a 1 trilione di dollari per MBS e CMBS, a cui si dovrebbe aggiungere 1 trilione di dollari di perdite sul portafoglio Treasuries. Queste perdite, se contabilizzate, andrebbero ad azzerare l’intero equity capital del settore bancario Usa. Tutto questo si riferisce solo alla parte del bilancio esposta verso il settore immobiliare (MBS e CMBS) e al portafoglio titoli, ma se dovesse concretizzarsi uno scenario di recessione, occorrerebbe capire cosa accadrebbe al portafoglio crediti.

E’ evidente che un sistema bancario incastrato su queste posizioni difficilmente potrà tornare ad espandere il bilancio; quindi, si profila all’orizzonte un credit crunch all’economia proprio nel momento in cui i recenti rialzi dei tassi hanno iniziato a produrre un impatto restrittivo. Per questo motivo credo che ora la politica monetaria sarà fatta più dal sistema bancario che dalla Banca centrale, accentuando la restrizione del credito all’economia con un effetto pro-ciclico negativo. Le aspettative di un “Fed Pivot” appaiono quindi abbastanza secondarie, alla luce del fatto che, quando accadrà, l’economia sarà già in recessione, i crediti nei bilanci delle banche in deterioramento e il mercato del Real Estate in ulteriore pressione, facendo emergere quindi altri elementi di stress per il sistema bancario. La conferma di queste dinamiche sta iniziando a emergere in modo evidente nel comparto del Commercial Real Estate, che ha portato già al fallimento di alcune grandi banche regionali.

Il vero processo di inversione del ciclo inflazionistico sarà prodotto da un netto calo degli aggregati creditizi e dal calo conseguente della domanda interna, che porterà l’economia in recessione entro pochi mesi. Un ulteriore elemento di preoccupazione è la contrazione in territorio negativo di M2 per la prima volta nella storia dell’economia americana. Credo che questo fenomeno sia da collegare al meccanismo di “liquidity transformation” che viene compromesso dall’eccesso di posizioni illiquide presenti nel sistema. Infatti, alla base del meccanismo di trasformazione della liquidità, c’è il problema del collaterale che gli intermediari del credito possono mettere a garanzia per accedere ad eventuali finanziamenti da parte della Banca Centrale o per lo scambio di liquidità sul mercato interbancario.

Attualmente gli strumenti liquidi utilizzati come “general collateral” sono i Treasuries e i MBS garantiti dal Tesoro. In alcuni casi si tendono ad accettare come collaterale tra le parti anche Corporates Bonds e CMBS a fronte di operazioni di scambio di liquidità a breve termine. Il fatto che il sistema sia ora infarcito da posizioni illiquide attraverso investimenti in Private Equity, Leverage Loans, Venture Capital, Private Credit e Fondi di Real Estate (9 trilioni di USD), rende l’intera impalcatura del sistema finanziario molto più esposta a rischi di crisi di liquidità. Infatti tali strumenti, non vendibili facilmente, non vengono accettati come collaterale a fronte di richieste temporanee di liquidità.

Il meccanismo di “liquidity transformation” viene quindi compromesso, esattamente come nel 2008, quando nessuno accettava i MBS come collateral e le banche non riuscivano a venderli per la crisi immobiliare.

Per risolvere il problema il sistema finanziario americano ha di fatto “nazionalizzato” l’intero settore immobiliare, emettendo una garanzia governativa sui MBS per trasformarli in “general collateral“. Trasformare gli investimenti in Private Markets come collateral è però decisamente molto più difficile. Già oggi i crediti al Commercial Real Estate sono in un mercato completamente congelato alle cartolarizzazioni e anche questo fenomeno contribuisce alla crisi di liquidità del settore e, in parte, alla perdita di trazione del meccanismo di “liquidity transformation“.

Maurizio Novelli – Lemanik

L’unica economia sviluppata che ha subìto un meccanismo simile è stata quella giapponese alla metà degli anni ’90. Questo fenomeno non fa che confermare il mio scenario di Balance Sheet Recession di cui parlo da tempo. A questo punto, l’intero dibattito sul Fed Pivot diventa del tutto secondario, anche se Wall Street continuerà a cercare di fare in modo che gli operatori del day trading rimangano focalizzati su tale questione, per distogliere l’attenzione su altri problemi di vitale importanza per motivi che non sono più collegati all’inflazione attesa o alle mosse della Fed. Le prospettive ottimistiche di un recupero dei profitti per le società quotate, in concomitanza con un atteso ribasso dei tassi e un soft landing dell’economia, alla luce di quello che sta accadendo al settore bancario e al meccanismo di trasformazione del credito, appare sempre più improbabile.

* Gestore del fondo Lemanik Global Strategy Fund

Federpromm: su Eurovita non è il caso di colpevolizzare i consulenti finanziari

Necessaria prima del 30 giugno un’azione coordinata che coinvolga politica, economia, intermediari, associazioni di categoria e dei consumatori nell’azione di risanamento della Compagnia.    
 
Di Manlio Marucci*
 
Sul caso di Eurovita si assiste ormai da diverso tempo ad una lettura diversificata sui media di respiro quasi apocalittico, con una rassegna stampa di settore a volte mirata sulle posizioni espresse dai vari soggetti coinvolti, non ultimo le associazioni dei consumatori che avanzano una class action nei confronti dei “colpevoli”  che hanno collocato le polizze della compagnia ai propri clienti/investitori. Soprattutto – sottolinea una nota dell’organizzazione Federpromm (affiliata Uiltucs e Uilca)  –  in questa fase di incertezza in cui sta montando un clima di sfiducia, una  sindrome da burn-out  nel sistema assicurativo italiano che se non si interviene nel modo giusto nel medio-lungo termine produrrà effetti devastanti su tutta la filiera del risparmio gestito e della stessa natura dei prodotti legati alle polizza del ramo vita. Una situazione certamente imbarazzante e piena di incognite.
 
Finora, le proposizioni avanzate dai vari soggetti coinvolti, anche con la mediazione del Governo, non hanno prodotto risultati sufficienti a tranquillizzare gli oltre 350mila assicurati con Eurovita, e le stesse aziende interessate ad intervenire – banche, assicurazioni ed intermediari – non hanno ad oggi trovato un punto di accordo che ricapitalizzasse la società in modo da soddisfare le richieste e le aspettative dei titolari delle polizze. Non è neanche il caso di seguire l’esempio di alcune associazioni, che si sono scagliate contro i consulenti finanziari; questi ultimi, infatti, nello svolgimento della loro attività professionale si ritiene che abbiano agito sempre nell’interesse del cliente e nel pieno  rispetto della regolamentazione del settore. Un’attenzione maggiore, probabilmente, andrebbe riservata al ruolo svolto dai regolatori del mercato e dagli addetti al controllo interno sulla stabilità finanziaria della compagnia, prima che esplodesse il caso del commissariamento di Eurovita.
 
Ipotizzare un intervento di ultima istanza per salvare Eurovita, anche attraverso la costituzione di un “fondo di solidarietà”, come è stato proposto da più parti, è prematuro, considerando che vi sono tutte le risorse finanziarie ed economiche capaci di intervenire nei rispettivi ambiti di riferimento, e sicuramente prima della fine del commissariamento saranno trovate le soluzioni migliori affinché tutti i soggetti interessati trovino la combinazione giusta per ridare credibilità allo stesso sistema assicurativo, e gli stessi clienti poter serenamente esprimere la loro volontà di riscattare le proprie posizioni legate alle polizze sottoscritte o di mantenere l’investimento fino alla durata dei singoli contratti. Nel frattempo, attraverso i propri consulenti tecnici e consulenti legali, Federpromm sta esaminando le singole posizioni dei vari clienti che si sono rivolti all’organizzazione, per affiancarli nelle varie azioni che si riterranno necessarie. 

Famiglie, credito e risparmio: mai vista una congiuntura così difficile. Di chi è la colpa?

Poderosa stretta al credito, mercato immobiliare inaccessibile e propensione all’investimento in picchiata. E’ una congiuntura economica figlia di circostanze eccezionali e dell’improvvisazione di chi avrebbe  dovuto gestirle diversamente.  

Di Alessio Cardinale

Proveniente da una overdose di liquidità durata più di dieci anni, l’economia mondiale “tossica” è in gravissima crisi di astinenza monetaria, con una guerra geo-mondiale che sullo sfondo arricchisce l’industria delle armi e non accenna a finire, almeno finchè le giacenze di magazzino delle armerie USA e del vassallo Europeo non cominceranno ad alleggerirsi e i danni da ambo le parti saranno considerati non più sostenibili per le proprie economie.

La stretta al credito, che è già cominciata nel 2008 ed ha rivoluzionato un sistema che proveniva da decenni di decentramento decisionale e tassi medi di sofferenza anche del 7-8%, è aumentata senza sosta, anno dopo anno, esautorando dall’autonomia decisionale le filiali bancarie e micro-aree commerciali, e accentrando rigidamente le delibere. Oggi la stretta è diventata poderosa sia per le imprese che per i privati; per questi ultimi, la stretta sui mutui è sotto gli occhi di tutti: coloro che l’anno scorso avrebbero ottenuto un mutuo casa senza problemi, oggi devono superare mille accertamenti, tassi e spese più elevate, e spesso devono abbandonare l’iniziativa, ripiegando sull’affitto che, dal canto suo, mostra tutti i limiti di una cronica carenza di offerta. Infatti, le statistiche sul “rischio inquilino” – il rischio che l’inquilino non paghi o non possa pagare più il canone – e sugli sfratti sono impietose (il 50% degli inquilini con affitto lungo ha difficoltà a pagare), e questo ha convinto i migliaia di proprietari che non hanno deciso di tenere le case sfitte a preferire gli affitti brevi o, addirittura, a trasformare l’immobile in struttura ricettiva (B&B).

L’inasprimento del credito riguarda in misura minore il credito al consumo e i prestiti alle famiglie, dove la forbice dei tassi è molto più ampia, i ricavi molto elevati e le sofferenze meno frequenti. Il rialzo di 25 punti del tasso Bce, per quanto scontato, non ha aiutato, e la previsione di un ulteriore rialzo a Giugno non infonde serenità, anche perché il tasso di inflazione di Aprile è aumentato. Nel corso degli ultimi 15 mesi, la rata media di un mutuo a tasso variabile è aumentata del  52% rispetto all’inizio dello scorso anno, e di fronte la prospettiva di futuri rialzi in tanti stanno preferendo irrazionalmente il tasso fisso: chi si avvicina adesso a richiedere un mutuo, invece, dovrebbe valutare con attenzione il tasso variabile, destinato negli anni a venire ad una riduzione della rata mensile grazie alla discesa di inflazione prima e tassi poi.

In molte città italiane, chi vuole acquistare casa deve fare i conti con la costante diminuzione del potere d’acquisto che l’entrata nella moneta unica ci ha regalato. Il culmine di questo effetto è registrabile a Milano, dove dal 2015 al 2021 i prezzi di vendita e affitto sono saliti tra il 25 e il 30%, mentre i salari sono cresciuti solo del 7%. Ma anche nelle altre maggiori città l’effetto, sebbene inferiore, è simile, con l’eccezione di alcuni centri (Genova, Palermo) dove la svalutazione delle quotazioni immobiliari rende l’acquisto e la rata del mutuo più sostenibile (delibere bancarie permettendo).

Sul fronte dei risparmi, la pandemia e la guerra, in compagnia dell’aumento dei tassi di interesse, hanno reso i mercati azionario e obbligazionario più “schizofrenici”, aumentando l’incertezza e la voglia di lasciare il denaro in conto corrente. Eppure, l’inflazione erode le giacenze liquide dell’8,3% annuo in questa epoca di alta inflazione, e nonostante ciò i dati di Banca d’Italia di Febbraio registrano 1.384 miliardi di euro di liquidità “inerme” che, dopo anni di tassi negativi e un costo implicito dello 0,40%, viene remunerata mediamente all’1%, sebbene poi impiegata al 4%, con una forbice del +3% che dà nuovo ossigeno al conto economico delle banche. Queste ultime, peraltro, sono tornate a promuovere forme di “parcheggio” della liquidità più remunerative per i risparmiatori, grazie ai rendimenti dal 3 al 5% delle obbligazioni e dei fondi monetari/obbligazionari, oppure grazie ai classici depositi vincolati (a 3, 6 o più frequentemente a 12 mesi), che rendono per un anno il 3% lordo, ma chi spinge a bloccare la liquidità a tre anni ricava fino al 4%, e anche il 4,5% a cinque anni; se nel frattempo i tassi dovessero scendere, però, il loro prezzo non salirebbe come nei BTP, che non sono vincolati e scontano una ritenuta fiscale agevolata.

Queste redivive opportunità, anziché creare concorrenza interna agli strumenti di investimento di lungo periodo (azioni e fondi/ETF azionari), hanno determinato nel primo trimestre 2023 una raccolta di OICR negativa di 9 miliardi, ma il comparto azionario ha segnato flussi per 5,4 miliardi. Pertanto, ai fondi obbligazionari sono stati preferiti i Btp, che rendono il 4,2% con i decennali e pagano una imposta sul capital gain del 12,5% anziché del 26% di fondi comuni, azioni, bond e conti di deposito. Inoltre, la possibilità di acquistare oggi un BTP decennale a 85-86 rende l’investimento prospetticamente molto conveniente per  via della possibile plusvalenza in conto capitale da realizzare realisticamente nell’arco di un triennio, allorquando gli effetti della minore inflazione e di un ribasso dei tassi di interesse avrà riportato la quotazione del BTP scadenza 2023 ad una quotazione di 100 e oltre, in costanza di cedola di interessi. Tutto questo, naturalmente, salvo improvvise “imboscate” delle agenzie di rating, diventate severissimi censori del debito pubblico mondiale – e di quello italiano in particolare – dopo essere state complici del crollo dell’economia mondiale nel 2008, e salvo che il quantitative tightening totale che inizia a luglio – meno 25 miliardi al mese di titoli pubblici detenuti dalla BCE – non mantenga  i prezzi dei BTP, per un tempo maggiore di un triennio, alle attuali quotazioni sensibilmente sotto la pari.

In definitiva, si tratta di una congiuntura economica figlia di circostanze eccezionali che, in assenza di inflazione, sono diventate per lungo tempo “ordinarie”, e figlia anche dell’improvvisazione della BCE che, di fronte ai prezzi al consumo in ascesa, avrebbe dovuto gestirle in altro modo, anticipando di almeno sei mesi il ciclo di rialzi dei tassi di interesse senza seguire, da autentico principiante, l’iniziale ritardo della FED. Infatti, le caratteristiche dell’indice dei prezzi al consumo (compresi petrolio, energia e alimentari) statunitense sono sensibilmente diverse da quelle europee, che rispetto agli USA scontano una cronica carenza di fonti energetiche tradizionali (petrolio e gas) e, quindi, costringono la BCE ad essere maggiormente attendista. La banca centrale americana, invece, da sempre manovra con maggiore virulenza i tassi – che oggi sono al 5.25%, contro il 3.75% di quelli europei – e così facendo ha recuperato il ritardo causato da un iniziale tentennamento e sta raggiungendo i risultati programmati.

Queste due differenze, a tutti ben note, sarebbero state sufficienti al board BCE per agire con un migliore tempismo, ed evitare all’Europa – e all’Italia – di girare a vuoto come una ruota sul carrello sollevatore di una officina meccanica. Dal momento che la modestissima Lagarde resterà in carica per altri quattro anni, non c’è da stare tranquilli.