Maggio 9, 2026
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Il mondo dei family office secondo Deutsche Bank: “forzieri di guerra” e leva finanziaria

Negli ultimi anni i Family Office hanno incrementato la loro esposizione ai mercati privati, rendendo la base patrimoniale più illiquida e cercando nuovi modi per liberare liquidità.

E’ stata recentemente pubblicata la prima edizione del Family Office Financing Report 2025 di Deutsche Bank Wealth Management, che analizza le opinioni e le pratiche dei single family office in materia di finanziamento — dall’utilizzo della leva finanziaria nelle strategie di investimento alla messa a garanzia di asset di lusso. Il report è stato elaborato sulla base delle opinioni di 209 family office in tutto il mondo, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, clienti di Deutsche Bank, intervistati tra il 9 maggio e il 14 luglio 2025. Per la cronaca, circa il 35% degli intervistati era responsabile di portafogli con asset superiori a 1 miliardo di dollari USA, con un ulteriore 27% nella fascia compresa tra 250 milioni e 1 miliardo di dollari.

Lo studio di Deutsche Bank Wealth Management ha evidenziato alcuni punti poco noti agli operatori di prossimità alla clientela (consulenti finanziari, banche-reti, consulenti assicurativi, banche retail). Innanzitutto, i family office spesso costruiscono linee di credito per cogliere opportunità e gestire il rischio in un contesto di incertezza economica, che rimane elevata in molte aree del mondo. Sul tema, i family office sembrano prepararsi meglio rispetto ai cicli precedenti. In molti casi, questo significa predisporre linee di credito con largo anticipo rispetto al loro utilizzo effettivo, garantite da asset meno liquidi. Questo approccio più “istituzionale” consente di evitare un’eccessiva allocazione in liquidità, riequilibrare proattivamente la leva nel portafoglio e costruire una “war chest” per investimenti opportunistici. L’uso tradizionale della leva per aumentare i rendimenti resta comunque una pratica importante a livello globale, anche se in alcune regioni la propensione al debito è frenata da fattori culturali o macroeconomici.

I family office di tutto il mondo considerano la leva finanziaria uno strumento importante e la utilizzano per diversi scopi. Il 61% degli intervistati ha affermato che si tratta di un argomento strategico “discusso dal comitato di investimento e che influisce direttamente sugli obiettivi di rischio e rendimento” o “un argomento importante per il rischio e il posizionamento”. Per alcuni, gestire la propensione e l’esposizione alla leva finanziaria è una parte essenziale del lavoro. Infatti, il 76% degli intervistati ha affermato che indebitarsi per aumentare la liquidità era molto importante o “utile” quando si effettuano scelte di investimento ponderate per il rischio.

Costituendo “forzieri di guerra“, i family office si preparano a riequilibrare e gestire la propria leva finanziaria quando determinati prezzi degli asset scendono, continua. Questo consente loro anche di cogliere potenziali opportunità di asset in sofferenza che potrebbero presentarsi, consentendo loro al contempo di supportare le proprie attività nel caso in cui altre linee di credito fossero sotto pressione. Potrebbe anche aiutarli a superare qualsiasi volatilità a breve termine, sia essa economica o geopolitica. Molti family office si impegnano a detenere posizioni di maggioranza in società operative, quotate e non quotate. Con l’aumento delle barriere commerciali e dell’inflazione a livello globale, spesso sono stati costretti a immettere maggiore liquidità nelle loro aziende.

Relativamente alla composizione dei portafogli di investimento, gli asset illiquidi sono una componente chiave usata dai Family Office e vengono sempre più spesso utilizzati come leva. Infatti, negli ultimi anni i family office hanno incrementato la loro esposizione ai mercati privati, rendendo la base patrimoniale più illiquida e cercando nuovi modi per liberare liquidità. Grazie alla loro capacità di decisione di lungo periodo, possono agire come investitori “contrarian”, aumentando l’esposizione quando altri sono più cauti e vedendo negli asset illiquidi un’opportunità nei momenti di turbolenza di mercato.

La finanza strutturata rappresenta un fattore abilitante fondamentale per alcune transazioni, anche per i family office più grandi e liquidi. Questi apprezzano la rapidità e la certezza di esecuzione che derivano dal lavorare con un unico istituto piuttosto che con un sindacato, nonché la partnership di due diligence richiesta nel processo di finanziamento. Ciò è particolarmente vero quando si entra in nuovi mercati o settori. Con la crescita in scala e in sofisticazione, i family office sono diventati più competitivi nel cercare le migliori opportunità, e la possibilità di contare su un partner finanziario rapido e flessibile può essere determinante per via dei rapidissimi tempi di esecuzione delle operazioni.

Infine, la maggior parte dei family office è attiva nel private credit e si attende rendimenti elevati. Molti family office prestano capitale in modo diretto o tramite fondi di private credit. La maggioranza di essi si aspetta rendimenti pari o superiori al 10%. Sempre più spesso scelgono di investire in fondi di credito privato non solo per la solidità dei processi di governance e due diligence, ma anche in chiave strategica, per costruire relazioni e accedere a opportunità di co-investimento.

Risparmio consapevole e liquidità inattiva: come difendere il futuro delle famiglie italiane

Come trasformare la liquidità inattiva in opportunità di crescita. Tre leve concrete per famiglie e risparmiatori, tra inflazione, tassi variabili e nuove sfide economiche.

Di Valentina Montella*

In Italia il risparmio è sempre stato considerato una virtù collettiva. Generazioni di famiglie hanno custodito liquidità sui conti correnti, assimilando il risparmio alla sicurezza. Tuttavia, negli ultimi anni questa convinzione si è incrinata: l’inflazione, tornata con forza dal 2021, ha ridotto sensibilmente il potere d’acquisto della liquidità parcheggiata, mentre le politiche monetarie restrittive della BCE hanno prodotto effetti contrastanti su famiglie e imprese. Secondo Banca d’Italia, nel 2024 oltre 1.600 miliardi di euro giacevano sui conti correnti degli italiani, a fronte di rendimenti medi dello 0,2%. In termini reali, si tratta di una perdita costante di valore, che mina la capacità delle famiglie di pianificare il futuro.

Liquidità ferma e rischio inflazione – Il problema principale legato alla liquidità inattiva è la perdita di valore nel tempo. Un tasso di inflazione annuo del 5% riduce in dieci anni di oltre il 40% il potere d’acquisto di un capitale fermo. ISTAT ha rilevato che tra il 2021 e il 2023 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente del 14%, un livello che non si registrava dagli anni ’80. Nonostante ciò, molte famiglie hanno preferito non esporsi ai mercati finanziari, ritenendo la prudenza sinonimo di protezione. In realtà, la liquidità priva di rendimento espone a una perdita silenziosa e progressiva.

Strumenti di analisi dei flussi familiari – Per contrastare questa erosione è fondamentale adottare strumenti di controllo dei flussi finanziari domestici. Il bilancio familiare rimane lo strumento più efficace: definire entrate, uscite e obiettivi permette di individuare margini di risparmio. Tre indicatori possono fungere da guida:
– quota di risparmio: almeno il 15% del reddito netto;
– fondo emergenza: pari a 3-6 mesi di spese correnti;
– rapporto debito/reddito: sotto il 30% per garantire sostenibilità.
Un esempio pratico: una famiglia con 2.500 euro di reddito netto dovrebbe destinare 375 euro al risparmio, mantenere un fondo emergenza tra 7.500 e 15.000 euro e contenere il debito mensile entro 750 euro. Questi parametri consentono di trasformare la gestione finanziaria in un processo misurabile e replicabile.

Strategie di accumulo e diversificazione – Il Piano di Accumulo di Capitale (PAC) si conferma uno strumento centrale. Attraverso versamenti regolari, consente di ridurre l’impatto delle oscillazioni dei mercati e di sfruttare la volatilità a proprio favore. I dati storici mostrano che un PAC su indici globali ha prodotto rendimenti positivi nella quasi totalità dei casi su orizzonti superiori a dieci anni. L’uso di ETF a basso costo permette di diversificare in modo efficiente, limitando le commissioni di gestione. In ogni caso, la diversificazione resta il principio cardine: combinare asset class decorrelate (azioni, obbligazioni, materie prime) consente di contenere la volatilità complessiva e di stabilizzare i rendimenti attesi.

Previdenza complementare e leva fiscale – Un altro strumento strategico è la previdenza complementare. La normativa italiana consente di dedurre i versamenti fino a 5.164,57 euro annui, con un beneficio fiscale immediato. Per un contribuente con aliquota marginale al 38%, il vantaggio è pari a 1.962 euro di risparmio fiscale annuo. Questo meccanismo garantisce un rendimento certo, indipendente dai mercati, e consente al tempo stesso di accumulare capitale per il futuro. Inoltre, la tassazione agevolata sulle prestazioni finali rende la previdenza complementare uno degli strumenti più efficienti a disposizione dei risparmiatori.

Applicazioni pratiche – Per comprendere l’impatto concreto delle tre leve proposte – bilancio familiare, PAC, previdenza – possiamo considerare tre casi che dimostrano come strategie semplici e disciplinate possano produrre risultati significativi e misurabili:
famiglia con reddito medio: ottimizzando le spese e destinando il 15% del reddito al risparmio, può costituire un fondo emergenza di 10.000 euro in 3 anni;
– giovane lavoratore: con un PAC da 200 euro al mese in ETF globali, accumula in 20 anni circa 96.000 euro, con rendimento medio ipotizzato del 4% annuo.
– lavoratore vicino alla pensione: con un versamento annuo di 3.000 euro in previdenza complementare, ottiene un risparmio fiscale immediato di oltre 1.000 euro e costruisce un capitale di 60.000 euro in 20 anni.

In conclusione, il contesto attuale richiede un cambio di paradigma: la prudenza passiva, basata sulla mera accumulazione di liquidità nei conti correnti, non è più sufficiente. Le famiglie italiane devono adottare strategie attive, basate su monitoraggio, disciplina e pianificazione. Un bilancio familiare aggiornato, un PAC ben strutturato e una previdenza complementare adeguata costituiscono una road map concreta per trasformare il risparmio da difesa a leva di crescita. La sfida del 2025 non è prevedere i mercati, ma applicare con costanza principi semplici ed efficaci, capaci di proteggere e accrescere il patrimonio nel tempo.

* Educatrice finanziaria e autrice di testi dedicati alla divulgazione economica. Collabora a progetti di formazione e promozione della consapevolezza finanziaria a livello locale e nazionale.

Investire in tempo di guerra: via le emozioni e largo ad un approccio di medio-lungo termine

Quali strategie adottare e quali strumenti finanziari scegliere in tempi di guerra? Ecco come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità generata da una crisi geopolitica estesa.

Di Francesco Megna, responsabile commerciale banca primaria ed esperto di finanza ed economia 

I conflitti mondiali in corso e la crisi geopolitica che ne è conseguita stanno generando ricadute anche nei mercati finanziari. È opinione comune che, in tempi di crisi e di incertezza, sia meglio accantonare il denaro non speso e non prendere decisioni di investimento, ma questa condotta può rivelarsi deleteria: il capitale parcheggiato sui conti correnti, infatti, tende a svalutarsi considerevolmente per effetto dell’inflazione. Investire anche in tempo di guerra, pertanto, potrebbe  essere la scelta più opportuna. É però importante comprendere come orientare i propri investimenti in momenti particolarmente complicati, e soprattutto quali strategie adottare, quali strumenti finanziari scegliere e come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità.

Per acquisire maggiore consapevolezza e far prevalere la razionalità sulle emozioni irrazionali (che molto spesso dominano le scelte di investimento e causano errori vistosi), è bene rispondere ad una domanda: qual è l’impatto della guerra sui mercati finanziari? La storia insegna che nel breve termine i conflitti mondiali hanno conseguenze decisamente negative sugli investimenti, lasciando il posto però a recuperi rapidissimi. Ciò vuol dire che, se si guarda al denaro con un orizzonte temporale almeno di medio termine, l’impatto di una guerra non è rilevante sui rendimenti. Se prendiamo in considerazione la guerra in Ucraina, dal 23.2.2022 l’andamento dei principali listini globali vede l’indice DJ + 38% , il Nasdaq + 71%, il FTSE MIB + 63%, Londra + 22%, il Dax + 59%, Parigi + 15% la Cina -2%, Tokyo +69%. Se poi prendiamo in considerazione le due Guerre Mondiali e la guerra in Vietnam scopriamo che il DJ riportò un decisa caduta iniziale (-30% circa), ma registrò poi rialzi importanti, in media del +8% circa, subito dopo.

Se ipotizziamo di aver investito 10.000 dollari nello S&P 500 tra il 2003 ed il 2022, a fine ventennio avremmo ottenuto 65.000 dollari, cioè circa sei volte l’investimento di partenza. E durante questi 20 anni è successo di tutto (pandemia compresa). Chi si è fatto sopraffare dalla paura, tentando di anticipare i mercati finanziari vendendo prima di un ribasso e acquistando prima di un rialzo, si è perso dieci dei migliori giorni di performance successivi al conflitto e ha realizzato, nello stesso ventennio, poco meno di 30.000 dollari, ossia meno della metà di chi non si è fatto prendere dal panico e non ha toccato gli investimenti.

Normalmente, lo scoppio di un conflitto armato genera aumento dell’inflazione, deprezzamento della moneta e bruschi cali di borsa, nonché un andamento negativo anche per dollaro e materie prime. In questi periodi, tradizionalmente, c’è chi investe in titoli della difesa o sui cosiddetti beni rifugio, come l’oro. Tuttavia, la strategia vincente per tutelarsi dalla volatilità prevede di avere un approccio a medio-lungo termine, di rimanere coerenti con i programmi e la pianificazione di partenza e di non lasciarsi sopraffare dalla irrequietezza dei mercati. Certamente potrebbe essere opportuno, in queste fasi di turbolenza dei mercati, investire in oro – tipico bene rifugio decorrelato dall’andamento di azioni e obbligazioni e non dipendente da eventi politici – ma non solo. Gli ETF, per esempio, sono uno strumento di risparmio gestito molto valido poichè replicano specifici indici di Borsa, sono poco rischiosi e assicurano rendimenti interessanti nel tempo grazie anche al minore carico di commissioni di gestione.

La regola d’oro, anche (e soprattutto) in tempi di guerra, rimane quella di avere un portafoglio di investimenti ben diversificati nell’ambito delle asset class prescelte e ben bilanciato, mantenendo immutati i propri obiettivi di investimento nel medio-lungo periodo e adottando una strategia di investimento che diversifica le asset class e gli stili di gestione per bilanciare rischio e rendimento. Con la diversificazione, infatti, ci si adatta rapidamente ai cicli di mercato, si contiene la volatilità del portafoglio complessivo e si incrementano le probabilità di ottenere risultati soddisfacenti dai propri investimenti.

Con la giusta guida, inoltre, è utile monitorare gli eventi e adeguare il portafoglio di conseguenza, al fine di cogliere le opportunità in arrivo. Per fare ciò è importante avere a disposizione una discreta liquidità, in modo tale da essere “reattivi” e cogliere le opportunità di mercato, oppure far fronte ad emergenze (familiari, personali, professionali etc) durante i momenti critici, in cui gli investimenti valgono di meno e non conviene dismetterli neanche parzialmente. Anche investire in Titoli di Stato emessi da paesi solidi è considerata una buona strategia durante le crisi, sebbene il rendimento atteso sia piuttosto modesto: vanno evitate le scadenze lunghe per evitare la volatilità del titolo.

Francesco Megna

Un altro strumento da utilizzare in tempi di guerra e di grande volatilità sono i piani di accumulo in risparmio gestito (fondi e sicav), che consentono di mitigare le oscillazioni dei mercati, e approfittare dei ribassi improvvisi grazie al meccanismo dei versamenti automatici dal conto corrente. In pratica, i PAC (programmi di accumulo di capitale) consentono di investire a piccole somme mensili anche nei periodi peggiori di mercato (come quelli successivi allo scoppio di un conflitto armato), permettendo di accumulare a quotazioni sensibilmente più basse quelle quote di fondi azionari che, dopo la fase più acuta di una crisi geopolitica, recuperano valore velocemente e consentono di realizzare plusvalenze molto prima di un investimento effettuato in unica soluzione. 

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con Banking People 

L’economia globale rallenta nonostante gli stimoli fiscali Usa. Il debito privato americano fa paura

Il sistema economico USA non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global Strategy Fund

L’economia globale conferma l’accentuarsi della fase di rallentamento nonostante i costanti e significativi stimoli fiscali implementati sia prima che dopo gli eventi del 2020. Il contesto economico globale si appresta a subire il pericoloso effetto concomitante di un cedimento del ciclo finanziario e un cedimento dei drivers di crescita trainanti dell’ultimo ventennio.

Per cercare di contrastare tali cedimenti, gli Stati Uniti hanno aggressivamente spinto sulla politica fiscale, che è diventata il principale fattore di sostegno al ciclo economico. Il problema principale è che le politiche implementate sono state finalizzate nel cercare di sostenere un modello di sviluppo in crisi e non più sostenibile piuttosto che cercare di riformarlo. E’ quindi evidente che le politiche monetarie e fiscali implementate negli ultimi 15 anni non hanno risolto i problemi strutturali, bensì li hanno peggiorati, infilando l’economia mondiale prima nella trappola del debito privato e ora in quella del debito pubblico. Oggi i problemi macroeconomici strutturali che pesano sul ciclo si possono sintetizzare nei seguenti punti.

1) E’ Iniziata di una crisi demografica che coincide con il rallentamento della spinta alla crescita economica fornita dalla generazione dei Baby Boomers. La crescita fino al 2000/2003, generata da consumi sostenuti dai redditi e non dal debito, ha ceduto il passo a crescita sostenuta da consumi alimentati dal debito privato. La domanda finanziata dal debito ha raggiunto il 20% dei consumi USA.
2) Il cedimento dei redditi reali dopo la crisi del 2001, accentuato dalla delocalizzazione produttiva in Cina, ha generato un modello di crescita che ha favorito in modo accentuato il settore corporate. Le aziende hanno beneficiato di bassi costi produttivi, contenuta pressione salariale, tassi bassi e tasse quasi a zero. Il calo del potere d’acquisto dei redditi è stato quindi compensato dal debito. Il ciclo del debito si è concentrato nel 2004-2008 sul Real Estate e dal 2010 ad oggi nel credito al consumo

3) A partire dal 2005 l’economia mondiale ha beneficiato della straordinaria urbanizzazione e dello sviluppo industriale della Cina. Tale evento, non più ripetibile, è stato uno dei principali motori di crescita globale e ha iniziato ad entrare in crisi con il cedimento del settore immobiliare e con la pandemia del 2020.
4) La pandemia del 2020 ha colpito l’economia americana e cinese al massimo del suo leverage basato su credito speculativo, sostenuto da oltre 15 anni di QE. Gli Stati Uniti sono particolarmente vulnerabili in alcuni segmenti del debito speculativo privato (Private Equity, Venture Capital, Private Credit e Shadow Banking in genere) e i cinesi nel settore del Real Estate. Gli interventi fiscali USA hanno finora tamponato la situazione ma la loro intensità non fa che evidenziare la dimensione del problema e non è sostenibile.

Il contesto geopolitico si è talmente compromesso da mettere in discussione gli equilibri commerciali, monetari ed economici sui quali si è basato l’assetto economico globale definito a Bretton Wood. In parallelo con tali problemi macroeconomici c’è il rischio di un cedimento concomitante del ciclo finanziario che ha sostenuto i consumi finanziati, ha finanziato il Real Estate cinese, ha canalizzato ingenti risorse nel settore illiquido dello Shadow Banking System e ha gonfiato la dimensione del credito speculativo nel sistema. Il ciclo finanziario che ha sostenuto tali settori si è messo in moto dopo il 2010 ed è stato caratterizzato da:
– ultradecennale politica monetaria espansiva di Quantitative Easing;
– ripetuti e sistematici interventi di salvataggio a favore del settore finanziario (Crisi del mercato dei Repo nel 2018, Crisi Covid nel 2020, Crisi bancaria USA nel 2023). Il settore finanziario, nonostante il supporto pubblico e monetario ha sempre mostrato una elevata vulnerabilità;
– aumento dei tassi, che in concomitanza con la crisi inflazionistica del 2022 non ha mai drenato la liquidità in eccesso per continuare a puntellare le bolle speculative e la vulnerabilità del sistema finanziario. La FED ha sempre fornito iniezioni di liquidità nel sistema tramite un significativo aumento delle riserve bancarie e l’utilizzo di liquidity facilities. La riduzione del bilancio FED è stata quindi compensata dall’intervento di acquisto di titoli di stato da parte delle banche, finanziate dall’iniezione di riserve in eccesso da parte della FED. Il QE, diretto o indiretto, in sostanza non si è mai interrotto.

Il ciclo finanziario globale sta entrando in crisi a causa del boom del debito privato, sostenuto dal QE ultra decennale, ha prodotto una colossale allocazione di capitale di rischio a investimenti non più remunerativi (Misallocation) in molti settori dell’economia (Private Equity, Venture Capital, Commercial Real Estate, Real Estate cinese, ecc). I nuovi driver di crescita emergenti (AI e transizione energetica) non sono attualmente remunerativi e aggiungono ingenti allocazioni di investimenti a progetti che, al momento, distruggono capitale e producono reddito solo per pochissime società, aumentando la percentuale di concentrazione di rischio finanziario ma anche la misallocation di capitale nell’economia globale. La transizione green ha avuto un devastante impatto sul settore auto globale, mentre gli investimenti in datacenters per l’implementazione di AI divorano capitale e non producono attualmente reddito. Tali investimenti richiedono inoltre una alta intensità di energia che aumenta i costi energetici per gli altri settori dell’economia. Il moltiplicatore monetario, nonostante l’ingente liquidità nel sistema tuttora presente, perde quindi sempre più di efficacia sull’economia reale e fornisce solo carburante alle bolle speculative finanziarie.

Per compensare il cedimento del moltiplicatore monetario i policy makers si sono attivati con aggressive politiche fiscali espansive. Tali politiche hanno inizialmente contrastato il cedimento del ciclo finanziario (o ciclo del debito privato) ma anche il moltiplicatore fiscale sta ora perdendo trazione, al punto che l’economia USA necessita di sempre più debito per crescere in media solo del 1,5%-1,8%. Anche l’economia cinese sta subendo l’impatto della Balance Sheet Recession nel settore immobiliare, e cerca di contrastare il deleverage con un deficit Pil del 6% all’anno. Le dimensioni dei deficit di bilancio di Cina e Stati Uniti sono strettamente correlate alla dimensione del problema strutturale dell’economia. Anche le economie occidentali (Europa e Stati Uniti in particolare), come la Cina, hanno iniziato a “politicizzare” i dati macroeconomici per non ammettere la situazione di crisi.

Poiché il ciclo finanziario ultra decennale ha gonfiato bolle speculative sistemiche in quasi tutti i segmenti del mercato finanziario (Equity, Private Equity, Crypto, Credito Speculativo, ecc.), il sistema è altamente vulnerabile e non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica. Questo è il motivo principale per il quale le politiche fiscali non possono essere fermate e la Banca Centrale del mondo (la FED) deve essere controllata dalla politica per introdurre la monetizzazione del debito.

Il credito speculativo nell’economia americana è sottostimato a circa 12 trilioni di USD, più o meno il 50% del PIL. Una parte di questo debito non era solvibile con i tassi a zero, non è solvibile con i tassi al 5% e non sarà solvibile se i tassi tornano a zero. In realtà l’unica soluzione possibile sarebbe quella di avviare politiche di ristrutturazione del modello economico con:
– Politiche fiscali espansive esclusivamente mirate ad aumentare i redditi reali per rendere la crescita meno dipendente dalla domanda finanziata e ridurre il leverage del settore privato.
– Politiche fiscali restrittive per il settore Corporate, che opera in regime Tax Free, per finanziare le politiche fiscali espansive.
– Gestione selettiva del credito insolvente per evitare un deleverage disordinato.
– Tassazione dei Buy Back e detassazione degli investimenti reali nell’economia.

Introdurre capital gain decrescenti in proporzione al tempo di detenzione di un investimento per ripulire i mercati dall’eccesso di speculazione di breve termine e favorire gli investimenti (Tobin Tax) di medio-lungo termine. Il problema è che attualmente nessuno ha il coraggio di implementare tali politiche economiche, perché sarebbero negative per il settore finanziario e per la borsa americana. Così, per difendere le bolle speculative, si persevera nel modello che ci ha infilato nella trappola del debito con nuovo debito, e le riforme saranno giustificabili solo in seguito ad una crisi sistemica. Poiché i rischi di sistema sono però sempre più elevati, gli Stati Uniti hanno iniziato a prepararsi ad un evento di crisi, introducendo norme di emergenza sul blocco dei capitali esteri in uscita, potenziale chiusura delle linee swap sul Dollaro, controllo governativo della FED, controllo della curva dei rendimenti, dispiegamento della Guardia Nazionale nelle principali città americane.

la Fed taglia i tassi, la BoE attende, le commodity puntano al superciclo

La Federal Reserve avvia il ciclo di allentamento, la Banca d’Inghilterra resta ferma; domanda solida e vincoli di offerta rafforzano le prospettive a lungo termine per le materie prime.

Le previsioni degli analisti più saggi, e cioè di una decisione della Fed più cauta rispetto al mega taglio sognato da Trump, è stata pienamente rispettata, e la Federal Reserve ha ridotto il tasso di riferimento di 25 punti base (al 4,00-4,25%, il primo taglio da dicembre).

Ad oggi, la maggior parte dei funzionari prevede almeno altri due tagli entro fine 2025 e cinque tagli in totale entro la prima metà del 2026; questo dovrebbe compensare la dichiarata delusione del presidente americano per il taglio “poco coraggioso” appena effettuato. La Federal Reserve, in particolare, segnala di voler sostenere crescita e occupazione, soprattutto di fronte ai segnali di indebolimento del mercato del lavoro, restando però vigile sull’inflazione. Ma la pressione politica crescente per ulteriori tagli ai tassi rende la posizione del presidente Jerome Powell sempre più difficile. Riuscirà davvero a decidere riunione per riunione, come sostiene, o sarà costretto a cedere alle pressioni esterne?

Ma mentre la Fed avvia l’allentamento, molte banche centrali restano in attesa: nessun taglio da parte di BCE e Banca del Giappone. La Banca del Canada ha invece ridotto i tassi di 25 punti base, segnalando un’inflazione in calo e i timori legati al mercato del lavoro. Nel Regno Unito, la Banca d’Inghilterra ha mantenuto il tasso di riferimento al 4% e ridotto il ritmo del quantitative tightening, abbassando l’obiettivo di vendita di bond da 100 a 70 miliardi di sterline. Con un’inflazione ancora alta (3,8%), l’economia del Regno Unito non è ancora ritenuta “fuori pericolo”. Dopo il taglio della Fed, comunque, i titoli tech hanno trainato i listini europei, probabilmente sulla scorta della previsione di un analogo abbassamento dei tassi alla prossima riunione della Bce.

Relativamente alle materie prime e ai metalli preziosi, dopo il taglio dei tassi della Fed l’oro spot ha rallentato a causa del rafforzamento del dollaro, ma resta vicino ai massimi storici (circa 3.707 $/oncia questa settimana). Diverse banche, tra cui UBS, prevedono un rialzo fino a 3.800 $ entro fine 2025. Invece rame, terre rare e altri minerali strategici potrebbero entrare in una fase di rialzo a lungo termine. La forte domanda da veicoli elettrici, rinnovabili e infrastrutture IA/dati, unita a vincoli geologici e sottoinvestimenti, rafforza l’idea che il potenziale delle commodity sia sottovalutato. 

Mercato azionario positivo, in attesa che la Fed tagli i tassi

Nessuna recessione tecnica Usa all’orizzonte, grazie a utili solidi, consumi resilienti e all’apertura della Fed su un possibile taglio dei tassi.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Nonostante l’incertezza legata ai dazi, i piani di spesa in conto capitale per il 2025 non sono stati materialmente rivisti al ribasso dalle aziende USA e questo è un segnale di grande fiducia nella performance del loro business e dell’economia americana più in generale.

Inoltre, la Fed ha segnalato una crescente apertura a un taglio dei tassi d’interesse, nel caso in cui la disinflazione dovesse proseguire o il mercato del lavoro peggiorasse. Per questo, non ci aspettiamo una recessione tecnica nel breve termine, benché l’economia Usa stia attraversando una fase di rallentamento. A sostenerla, sono i recenti risultati aziendali e le stime economiche per il 2025, che si sono dimostrati solidi, specialmente nel settore tecnologico. Inoltre, i dati relativi alle carte di credito mostrano una notevole resilienza dei consumi.

L’attuale contesto dei mercati azionari resta positivo. L’incertezza legata ai dazi abbia raggiunto il suo picco, dato che le notizie recenti su questo fronte sono migliorate. Il mercato continuerà inoltre a essere sostenuto da solidi utili aziendali e da ritorni di capitale agli azionisti, inclusi i buyback. Nell’economia USA permangono, tuttavia, due aree di debolezza: il settore manifatturiero, con l’indice ISM che indica ancora una fase di contrazione, e il mercato immobiliare, che resta stagnante a causa degli elevati tassi sui mutui. In ottica di investimenti, il nostro portafoglio ha l’obiettivo di battere i benchmark di settore nel medio periodo in una pluralità di scenari di mercato ed è sovrapesato sul settore finanziario, industriale, chimico e dei beni di consumo discrezionali. Mentre non ha banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare e utilities. Anche il settore tecnologico è sottopesato per esempio su Applied Materials.

Trump contro il “fuoco amico” federale: gli Stati Uniti sarebbero distrutti senza i dazi doganali

Le entrate tariffarie hanno raggiunto i 183,1 miliardi di dollari per l’anno fiscale in corso, ma la sentenza della corte d’appello federale ha inferto un duro colpo alla politica commerciale di Trump.

Il Presidente Donald Trump ha scritto domenica in un post su Truth Social che il Paese sarebbe “completamente distrutto” senza i “trilioni di dollari” di entrate tariffarie che entrano nell’economia statunitense. La rivelazione è arrivata pochi giorni dopo che una corte d’appello federale ha stabilito che Trump aveva oltrepassato i suoi limiti di autorità utilizzando i poteri di emergenza per imporre nuovi dazi sulle merci importate.

Trump ha a lungo pubblicizzato i dazi come una fonte chiave di entrate governative e, a pochi mesi dall’entrata in vigore delle sue radicali politiche commerciali, miliardi di dollari erano già confluiti nelle casse federali. Tuttavia, la sentenza ha inferto un duro colpo alla politica commerciale di Trump, un pilastro fondamentale della sua agenda economica, che si basa fortemente sui dazi per aumentare le entrate ed esercitare pressione sui partner commerciali esteri. Il Procuratore Generale Pam Bondi ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia presenterà ricorso contro la sentenza alla Corte Suprema. Nel frattempo, la corte ha consentito che i dazi rimanessero in vigore fino a metà ottobre.

Le entrate tariffarie sono aumentate costantemente da circa 17,4 miliardi di dollari ad aprile a 23,9 miliardi di dollari a maggio, prima di salire a 28 miliardi di dollari a giugno e raggiungere il picco di 29,6 miliardi di dollari a luglio. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Tesoro su “Imposte doganali e alcune accise”, pubblicati il ​​28 agosto, le entrate tariffarie totali hanno raggiunto i 183,1 miliardi di dollari per l’anno fiscale in corso. Al ritmo attuale, gli Stati Uniti potrebbero incassare in soli quattro o cinque mesi la stessa quantità di entrate tariffarie dell’intero anno precedente.

Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha precedentemente affermato che l’amministrazione Trump potrebbe destinare parte delle entrate tariffarie alla riduzione del debito nazionale. “Penso che a un certo punto saremo in grado di farlo”, ha dichiarato Bessent durante un’intervista del 19 agosto alla CNBC, aggiungendo che lui e il presidente Trump erano “concentratissimi sul pagamento del debito“. “Penso che ridurremo il deficit rispetto al PIL, inizieremo a pagare il debito e poi, a un certo punto, questo potrà essere utilizzato come compensazione per il popolo americano”, ha affermato. Secondo il Dipartimento del Tesoro, il debito nazionale si avvicinava ai 37,2 trilioni di dollari al 18 agosto. Bessent ha affermato di voler rivedere la stima delle entrate tariffarie di quest’anno al di sopra della precedente proiezione di 300 miliardi di dollari. Pur non avendo fornito una nuova previsione, ha sottolineato che il totale sarebbe stato “sostanzialmente” più alto.

Con il “Trumpalismo” gli Stati Uniti hanno voltato le spalle al capitalismo di libero mercato?

Un tempo i repubblicani credevano che i governi dovessero farsi da parte. Oggi, invece, Trump sta facendo sentire la sua influenza in ogni angolo dell’economia americana.

Di Callum Jones (The Guardian)*

Quando Ronald Reagan divenne il primo presidente degli Stati Uniti a parlare alla Grande Sala del Popolo cinese nel 1984, non perse occasione per spiegare al pubblico i vantaggi dello stile di vita americano. Egli riassunse la sua ideologia economica centrale e quella del suo partito repubblicano – secondo cui i governi dovrebbero farsi da parte, lasciare alle aziende, alle industrie e ai mercati lo spazio per prosperare, senza interventi – in un semplice mantra: fidarsi del popolo. Infatti, mentre il presidente Mao Zedong, fondatore della Repubblica Popolare Cinese, si era fondamentalmente opposto al libero mercato e al capitalismo, Reagan sosteneva che le società che godevano del “progresso più spettacolare” erano quelle in cui alle persone era stato “permesso di pensare con la propria testa, prendere decisioni economiche e trarre vantaggio dai propri rischi“.

Cosa avrebbe pensato Reagan di un Paese che, nel giro di poche settimane, è diventato il maggiore azionista di un produttore di microchip, ha preteso una riduzione delle vendite all’estero delle aziende in cambio di licenze di esportazione e ha licenziato un funzionario dell’ufficio statistico dopo che i dati governativi avevano messo in imbarazzo il partito al potere? Solo nell’ultima settimana, alti funzionari governativi del Paese hanno fatto pressioni per esercitare il controllo sulla banca centrale, hanno ordinato a un gigante della tecnologia di concludere un accordo con un conglomerato mediatico a loro favorevole; e hanno sollecitato con successo una catena di ristoranti a revocare un rebranding.

No, questa non è la Cina, ma gli Stati Uniti, sotto un presidente repubblicano, nel 2025. Donald Trump, anziché aderire ai principi di libero mercato (governo limitato e capitalismo senza freni) che il suo partito ha sostenuto per una generazione, sta facendo sentire la sua influenza in ogni angolo dell’America aziendale. Trump si è assicurato una “golden share” nella US Steel, approvando al contempo la controversa acquisizione dell’acciaieria da parte di Nippon Steel per 14,9 miliardi di dollari, e afferma che la Corea del Sud fornirà 350 miliardi di dollari per investimenti “di proprietà e controllati dagli Stati Uniti, e selezionati da me, in qualità di Presidente”, come parte di un accordo commerciale da lui mediato.

Inoltre, Trump ha convertito quasi 9 miliardi di dollari di sovvenzioni per Intel in una quota del 10% nel produttore di chip – a quanto si dice in cambio del suo sostegno, dopo aver chiesto pubblicamente le dimissioni del suo CEO – e alti funzionari di Trump hanno lasciato intendere che altre aziende siano nel loro mirino. Non contento di ciò, il presidente Trump sta sfidando l’indipendenza della Federal Reserve e sta cercando di ottenere la maggioranza nel consiglio di amministrazione della banca centrale. Questa settimana, ha persino tentato di licenziare uno dei presidenti a causa di accuse non confermate di frode sui mutui, avanzate da un alleato interno alla sua amministrazione.

Ancora, Trump ha licenziato il capo del Bureau of Labor Statistics poche ore dopo che i dati ufficiali avevano rivelato un forte rallentamento della crescita occupazionale sotto la sua supervisione, sostenendo senza prove che i numeri fossero stati “truccati” (ha scelto una sua fervente sostenitrice per sostituirla). Invece di permettere alle aziende private di svolgere i propri affari, senza il coinvolgimento di funzionari pubblici e leader politici, il presidente Trump interviene regolarmente. In base a un “piccolo accordo” da lui stipulato con Nvidia, l’azienda più quotata al mondo fornirà il 15% di alcune vendite di chip in Cina. Apple, minacciata dal presidente di imporre dazi elevati, si è presentata alla Casa Bianca con dei regali: 100 miliardi di dollari in ulteriori investimenti statunitensi e un souvenir con una base in oro 24 carati.

Nessuna questione è troppo piccola per il presidente Trump. All’inizio di questa settimana, Trump si è intromesso nel dibattito sul nuovo logo della catena di ristoranti casual di medie dimensioni Cracker Barrel, inviando il suo vice capo dello staff a parlare con l’azienda e, in ultima analisi, contribuendo a convincerla a revocare la decisione, settimane dopo aver spinto la Coca-Cola a lanciare una bevanda con zucchero di canna anziché sciroppo di mais. Nel frattempo, il partito repubblicano di Trump continua ad accusare gli oppositori politici di cercare di erodere il capitalismo, di perseguire il socialismo e di minacciare di minare il libero mercato. La proposta di Zohran Mamdani, candidato democratico a sindaco di New York, di creare cinque supermercati di proprietà comunale, è “uscita direttamente dal manuale marxista”, secondo il deputato repubblicano Mike Lawler. “I newyorkesi meritano soluzioni, non fantasie socialiste che hanno fallito clamorosamente ogni volta che sono state messe alla prova”, ha sostenuto Lawler il mese scorso. Il senatore del Kentucky Rand Paul è tra i repubblicani più in vista a suggerire il contrario. “Se nel socialismo è il governo che possiede i mezzi di produzione, il fatto che il governo possieda una parte di Intel non sarebbe un passo verso il socialismo?”.

Chiamatelo Trumpalismo. Le ideologie economiche si basano tipicamente su principi, dai fondamenti del libero mercato del capitalismo ai pilastri socialisti della proprietà e del controllo collettivi. Ma questa – elaborata da un uomo che raramente permette a posizioni fondamentali a lungo termine di impedirgli di dire o fare ciò che vuole nel breve termine – è diversa. La mancanza di una posizione sulla questione se il governo federale avrebbe dovuto acquisire partecipazioni in aziende manifatturiere o lasciarle fallire è stato un primo esempio di trumpalismo. L’ideologia passa in secondo piano rispetto agli istinti e agli impulsi di un presidente autoritario, da una settimana all’altra. Il partito repubblicano con cui sono cresciuti i cittadini americani – i repubblicani di Reagan – con Trump è morto e sepolto.

* Tratto, tradotto e impaginato da https://www.theguardian.com/us-news/2025/aug/30/chairman-trump-us-economy 

Pil USA forte e adesso un taglio dei tassi Fed. In Europa la crisi tedesca non si spegne

L’indipendenza della Fed in discussione mentre i mercati si preparano a un taglio dei tassi a settembre. Nel primo semestre ben 11.900 aziende tedesche hanno gettato la spugna.

La scorsa settimana lo S&P 500 ha chiuso a un nuovo massimo grazie ai solidi dati su PIL e consumi USA, che hanno rassicurato gli investitori nonostante le tensioni sui dazi. Nvidia ha perso terreno dopo gli utili, ma l’ottimismo sull’IA ha sostenuto titoli dei chip come Broadcom e Micron. Il 29 agosto, però, i future USA sono scesi mentre gli investitori attendevano i dati sull’inflazione dopo la revisione al rialzo del PIL. Pertanto, nonostante i record dell’S&P 500, restano timori sui tempi del trend dei tagli ai tassi e sui rischi geopolitici, sebbene i mercati stimano l’87% di probabilità di un taglio dei tassi a settembre. Nel frattempo l’oro, spinto dal dollaro debole e dai timori sull’indipendenza della Fed, ha toccato il massimo da 5 settimane a 3.417 $/oncia.  

Ciò che preoccupa di più è la pressione costante che il presidente Trump sta esercitando sulla Fed. Sul tema, l’ex presidente della Fed di New York, Bill Dudley, avverte che il tentativo di Trump di licenziare la governatrice Lisa Cook potrebbe minare l’indipendenza della banca centrale. Se dovesse riuscirci, Trump potrebbe presto nominare la maggioranza nel consiglio della Fed, ottenendo influenza sulla politica dei tassi d’interesse, e ciò aprirebbe la porta a tagli dei tassi guidati dalla politica e a caos interno. I mercati non hanno ancora reagito, ma Dudley ritiene che dovrebbero preoccuparsi. 

Sul fronte dei dazi, giovedì scorso l’UE ha accettato di eliminare i dazi sui beni industriali americani e concedere vantaggi sui frutti di mare, in cambio di dazi USA più bassi sulle auto. L’accordo necessita ancora l’ok dell’UE, mentre restano le tensioni sulla digital tax alle aziende tech statunitensi. In Europa, I titoli bancari sono vicini ai massimi dal 2008, con un +40% da inizio anno, grazie a utili solidi e minori timori di tagli ai tassi. Gli analisti parlano di un “punto ottimale”, ma le tensioni politiche in Francia e l’aumento dei default potrebbero mettere alla prova il sentiment. In più, si è registrato un calo dell’1,5% delle vendite al dettaglio tedesche di luglio (molto peggio delle attese), mentre la debole domanda dei consumatori aumenta la pressione su un’economia già in contrazione. 

E se c’è una fonte di grande preoccupazione per l’economia europea, quella è certamente la situazione in Germania, un tempo locomotiva di tutto il continente. Nel primo semestre del 2025, ben 11.900 aziende tedesche hanno gettato la spugna, un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente. I fallimenti di giganti come Gerry Weber e Lilium mostrano come la crisi può colpire sia aziende con decine d’anni di vita, sia startup in settori potenzialmente esplosivi. A luglio, le insolvenze aziendali in Germania sono aumentate del 19,2% rispetto all’anno precedente; un’escalation che ha fatto svanire le speranze di una ripresa, dopo un breve ed effimero calo a maggio. Secondo l’Ufficio federale di statistica, l’onda di fallimenti non si è mai fermata, e tutto questo sembra essere il segnale di una crisi economica e strutturale che è frutto di errori successi in diversi anni.

 

Sull’azionario USA peserà il dollaro debole. Effetti pesanti per chi detiene asset americani

E’ impossibile per Trump “nazionalizzare” il mercato dei cambi come ha fatto con i mercati finanziari. Il Dollaro pertanto pagherà la crisi e la farà pagare pesantemente a chi detiene asset americani.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

È abbastanza evidente agli addetti ai lavori che la credibilità del sistema finanziario USA sia ormai ai minimi storici e tenda a peggiorare in concomitanza con le difficoltà sempre più evidenti dell’economia e delle politiche per sostenerla. È inoltre un’ulteriore conferma a tale situazione il progetto di eliminare l’indipendenza della FED dalle influenze del governo. Infatti, le pressioni su Powell dimostrano che le politiche fiscali insostenibili hanno bisogno di tassi controllati direttamente da chi produce debito a oltranza. In ogni caso, l’esperienza del Giappone conferma lo scenario in corso per l’economia USA, infatti anche BOJ ha ceduto la sua indipendenza in concomitanza con la crisi dello Shadow Banking giapponese degli anni 90.

La verità, in tutto questo, è che puoi spingere alla gestione passiva per investire senza guardare ai fondamentali, puoi nazionalizzare i mercati azionari e mettere il “controllo della curva” (YCC), puoi “politicizzare” i dati macro per nascondere una recessione ma non puoi nazionalizzare il mercato dei cambi che è globale. Il Dollaro rimane dunque l’asset che pagherà la crisi e che la farà pagare pesantemente a chi detiene asset finanziari americani, sia nel mercato azionario che in quello obbligazionario.

E l’Europa? L’Europa ha una colossale opportunità storica che potrebbe però non cogliere. Il piano di riarmo rischia di essere la classica scelta di prendere tempo per non decidere le riforme strutturali necessarie. Analizzando in dettaglio la spinta fiscale attesa da tale progetto, è evidente che rischia di fare la fine dei piani fiscali di rilancio UE che lo hanno preceduto (Next generation EU, PNRR, ecc). Tutti i piani fiscali di rilancio europei si sono spenti strada facendo, perché? Molto semplice: i piani di stimolo della durata di 10 anni diluiti su periodi troppo lunghi perdono di efficacia dopo due anni in media. Tipicamente l’effetto di stimolo fiscale è sempre di breve termine e ha l’impatto più significativo nella fase iniziale, se poi lo diluisci su periodi temporali troppo lunghi, il moltiplicatore fiscale si spegne mediamente dopo 12/18 mesi.

La vera riforma UE sarebbe la creazione del mercato unico dei capitali e l’emissione degli Eurobonds. Se tutti i paesi membri avessero oggi un rapporto debito PIL al 60%, come è previsto dai parametri di Maastricht, quale sarebbe l’impedimento a trasformare una parte di tale stock di debito in Eurobonds? Se dovessimo decidere oggi di trasformare parte del debito pubblico dei singoli stati in Eurobonds, avremmo immediatamente i seguenti effetti positivi: 1) creazione di un mercato di titoli di stato in competizione con i Treasury americani, 2) attrazione di capitali esteri per finanziare progetti infrastrutturali europei, 3) budget di bilancio dei singoli stati alleggeriti dal reperimento di risorse interne per finanziare progetti Europei tramite debito pubblico locale, 4) le politiche fiscali dei singoli stati sarebbero più focalizzate su progetti interni mentre i progetti UE sarebbero finanziati con debito UE, 5) attenuazione della trappola del debito che affligge alcuni stati europei (Francia, Italia, Grecia, Portogallo), 6) recupero di flessibilità fiscale per i paesi più indebitati.

L’attuale meccanismo di finanziamento UE, che passa esclusivamente attraverso i singoli bilanci statali, richiede politiche fiscali sempre più espansive a livello europeo ma impone contemporaneamente politiche fiscali restrittive ai singoli paesi che devono finanziare l’espansione del bilancio UE. Si delinea quindi all’orizzonte un potenziale conflitto tra le politiche fiscali nazionali e quelle gestite dalla Commissione Europea, che tendono a diventare sempre più rilevanti rispetto a quelle nazionali, nella gestione delle politiche fiscali dell’intera area Euro.

È ormai evidente che nessun paese Europeo, tranne la Germania, è in grado di implementare politiche fiscali adeguate a superare una stagnazione economica. Se le politiche fiscali UE diventano il vero driver della crescita Europea e la dimensione di tali interventi è destinata a crescere, non è concepibile continuare a pensare che possano essere finanziate dal debito emesso da ogni singolo stato, che ha comunque parametri fiscali restrittivi da rispettare. Il vero “game changer” non è dunque il piano di riarmo ma l’implementazione del piano Draghi, che ha come pilastro portante la creazione di un mercato dei capitali in concorrenza con il Dollaro. Non sono particolarmente ottimista sulla determinazione UE a procedere rapidamente verso tale scelta, tuttavia è possibile che una eventuale crisi possa imprimere una accelerazione a tale percorso.

Ovviamente, anche questo non depone a favore del Dollaro nel lungo periodo, e non credo possa essere ben visto dai policy maker americani, che potrebbero fare il possibile per ostacolarlo. In ogni caso, questo è un ulteriore motivo per il quale vedo il rischio di un declino americano sempre più probabile, mentre la Cina non ha ancora sfruttato il potenziale dei suoi consumi interni e l’Europa non ha ancora avviato le riforme necessarie per fare “il salto di specie” e diventare uno dei driver di crescita globale. Allo stato attuale, sembra che l’area che possa uscire meglio da questa situazione è certamente quella di Cina e EM (Asia), mentre l’Europa non ha ancora definito con chiarezza se vuole procedere verso una maggiore integrazione. Quello che appare evidente è che l’attuale capitalizzazione dei mercati americani, costruita sui flussi di capitale dall’estero, è il vero rischio sistemico che nessuno sta veramente prezzando.

Pertanto, è probabile che il Dollaro sia destinato a scendere fino a 1,40 contro Euro e a 120 contro Yen entro 12 massimo 18 mesi, procurando la rottura dei carry trades e innescando un generale risk off sugli assets finanziari USA. L’Oro continuerà l’attuale tendenza rialzista e si prospetta un target di 3700/3800 entro i prossimi 6/9 mesi. Il target che avevo indicato a 3500 entro fine anno è ormai quasi raggiunto ma nel frattempo la situazione si è ulteriormente deteriorata. I mercati azionari USA, nonostante la nazionalizzazione, non riusciranno a reggere il deflusso dei capitali esteri e subiranno l’impatto del cedimento del Dollaro.

Attualmente il 30% degli asset finanziari americani è detenuto da investitori esteri, la più elevata percentuale mai registrata statisticamente dagli anni venti, e superiore a quella raggiunta nel 2000 (25%), prima dello scoppio della bolla sul Nasdaq. Se vuoi difendere tali asset devi stampare tanta moneta quanta ne esce dal sistema, accentuando quindi la crisi valutaria e, di conseguenza, quella finanziaria. La nostra allocazione di portafoglio, long di Oro, short di dollaro e short di Equity, persegue l’obiettivo di offrire una protezione nell’evento di una crisi finanziaria innescata dagli ingestibili squilibri attuali e dalle criticità strutturali, che rendono l’attuale modello economico americano insostenibile e sempre più vulnerabile a una inevitabile crisi.