Giugno 24, 2026
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Clienti Private Banking, dal prodotto al servizio: preferire la consulenza evoluta a quella di base

La maggioranza del patrimonio del Private Banking è ancora gestita dai mandati di consulenza di base, e solo il 22% delle masse è gestito con tutti i vantaggi del modello di consulenza evoluta.

Di Francesco Megna*

La ricchezza gestita dal Private Banking nei primi sei mesi dl 2025 è cresciuta del 2,5% rispetto allo scorso anno con masse in gestione pari a oltre 1300 mld di euro; in costante crescita il peso dei prodotti assicurativi e del comparto gestito che nell’ultimo trimestre hanno raggiunto complessivamente il 60% della ricchezza totale gestita. L’incremento  della quota di raccolta gestita è supportato fondamentalmente dai fondi comuni che nell’ultimo trimestre crescono di circa il 4%, nonchè dall’effetto mercato.

Per i clienti del private banking, cioè gli investitori che hanno patrimoni finanziari di oltre 500mila euro, i prossimi mesi rappresenteranno un punto di svolta non indifferente. Da quattro anni è entrata in vigore la direttiva europea Mifid 2 che ha l’obiettivo di veder crescere una forma di advisory più evoluta attraverso una maggiore trasparenza nel settore dei servizi finanziari, valorizzando proprio le attività di consulenza che le banche offrono ai clienti quando gestiscono i loro patrimoni. Ad oggi però solo il 22% delle masse è gestito con un modello di consulenza evoluta. Una quota del 18% è invece amministrata attraverso le gestioni patrimoniali. La maggioranza del patrimonio (50% circa) è invece ancora gestita dai cosiddetti  mandati di consulenza di base, con i quali i gestori danno dei consigli generici al cliente su come amministrare il patrimonio.

Eppure i vantaggi di un modello di  consulenza evoluta sono molteplici, perchè questo consente di passare da una logica di prodotto ad una di servizio, favorendo la crescita del portafoglio clienti e promuovendo anche un investimento sempre più dinamico a sostegno dello sviluppo economico del Paese. Si consideri poi che la quota di ricchezza investita nella c.d. architettura aperta (distribuzione di fondi/sicav di case terze, oltre a quelli della propria fabbrica-prodotto) risulta ridotta se confrontata coi Paese esteri (50% contro il 70% dei Paesi Europei più evoluti). Occorre quindi che tutti gli intermediari finanziari mettano a disposizione dei loro clienti una vasta gamma di prodotti di investimento, nonostante le preoccupazioni dovute alla normativa della Mifid 2 che potrebbe rendere più oneroso l’iter procedurale.

Su tutto, chi oggi opera nel settore del Private Banking deve affrontare numerose sfide, dal cambiamento generazionale della clientela alle nuove opportunità offerte dalla tecnologia di ampliare il numero di clienti seguiti dal singolo gestore. Inoltre, le frequenti fasi di volatilità dei mercati finanziari hanno rafforzato la volontà dei clienti di preservare e ottimizzare il proprio patrimonio. Questa è una caratteristica propria del cliente imprenditore, che è particolarmente attento alla protezione del proprio patrimonio anche in relazione alle dinamiche della propria attività imprenditoriale. Per questo motivo, l’offerta cerca sempre di guardare al cliente a 360°.

Francesco Megna

Infine, l’innovazione tecnologica sta infine  in parte cambiando il lavoro del private banker; il cliente ha iniziato a utilizzare i canali a disposizione per entrare in contatto con la banca, come per esempio le app. Il maggior utilizzo delle tecnologie faciliterà l’interazione con il cliente consentendo al banker di dedicare più tempo alle attività a maggior valore aggiunto per i clienti attuali e potenziali. Relativamente alla clientela femminile, negli ultimi anni le investitrici sono più che raddoppiate, e privilegiano la sfera relazionale chiedendo la presenza di un consulente che sappia dare soluzioni tangibili. Hanno aspettative molto alte e quindi solo un’offerta specifica e dedicata potrà soddisfare le loro richieste.

* Responsabile commerciale Hub primario gruppo bancario, coordinatore gestori privati e business

Proteggere per crescere: l’assicurazione come pilastro della pianificazione patrimoniale

Un evento imprevisto può compromettere anni di risparmi e pianificazione. L’assicurazione non è un prodotto ma una strategia di protezione del capitale umano e patrimoniale.

Di Valentina Montella*

La pianificazione finanziaria personale non può prescindere da un principio fondamentale: la protezione. Saper gestire il denaro significa anche saper gestire i rischi, eppure in Italia la cultura assicurativa resta una delle aree più deboli dell’educazione finanziaria. Molti cittadini percepiscono l’assicurazione come un costo, piuttosto che come uno strumento di tutela e prevenzione. In realtà, una buona copertura assicurativa rappresenta un pilastro invisibile ma decisivo nella costruzione e conservazione del patrimonio familiare.

La protezione come forma di investimento
Un evento imprevisto può compromettere anni di risparmi e pianificazione. Danni alla casa, infortuni, malattie o controversie legali hanno un impatto economico spesso sottovalutato. L’assicurazione, in questo senso, non è solo un prodotto ma soprattutto una strategia di protezione del capitale umano e patrimoniale. Ogni polizza rappresenta un trasferimento del rischio: una scelta razionale che consente di trasformare un potenziale danno incerto in un costo certo, programmabile e sostenibile. È questa la logica della prevenzione, che dovrebbe essere insegnata accanto ai concetti di rendimento e risparmio.

Educazione assicurativa: un vuoto da colmare
L’Italia registra uno dei più bassi livelli di alfabetizzazione assicurativa in Europa. Secondo i dati IVASS, una larga parte della popolazione non conosce termini fondamentali come franchigia, massimale, scoperto o carenza. Ciò genera una doppia vulnerabilità: da un lato, i cittadini stipulano polizze inadeguate o troppo costose; dall’altro, molti rinunciano del tutto a proteggersi. Inserire moduli di educazione assicurativa nelle scuole e nei corsi per adulti significherebbe ridurre questa distanza, insegnando che proteggere il proprio reddito e la propria famiglia è parte integrante della responsabilità finanziaria individuale.

Polizze e pianificazione integrata
Una corretta pianificazione patrimoniale deve integrare investimento e protezione. Le polizze vita e infortuni rappresentano la base della sicurezza familiare, mentre le coperture casa e responsabilità civile proteggono beni e persone da eventi imprevisti. L’errore più comune è considerare questi strumenti in modo separato: un portafoglio ben costruito dovrebbe bilanciare rendimento e tutela, calibrando i premi assicurativi in funzione del reddito e degli obiettivi di vita. Anche la revisione periodica delle coperture è essenziale: i bisogni cambiano, così come le condizioni del mercato e della normativa.

In conclusione, l’educazione finanziaria non può dirsi completa se ignora la dimensione assicurativa. Proteggere il proprio patrimonio non significa solo ridurre i rischi, ma anche garantire continuità e serenità alle generazioni future. In un mondo caratterizzato da instabilità economica e crisi ricorrenti, la prevenzione è la forma più intelligente di investimento. Costruire una cultura della protezione, basata su informazione e consapevolezza, è una priorità educativa e sociale. Solo comprendendo il valore dell’assicurazione come strumento di equilibrio e sicurezza potremo davvero parlare di pianificazione patrimoniale sostenibile.

* Educatrice finanziaria iscritta all’AIEF, autrice di testi dedicati alla divulgazione economica

Concordato fiscale e buona fede nelle trattative per i consulenti finanziari

Nota sulla struttura analitica del D.lgs. 12 febbraio 2024. Necessario un chiarimento da parte dell’Agenzia delle Entrate, per cui attenzione a dare certezza assoluta a quella che è solo una mera possibilità.

A cura di Marco Da Villa* e Manlio Marucci**

Si è aperto di recente un acceso e interessante dibattito intorno al concordato preventivo biennale[1] ed alla sua utilità per i consulenti finanziari che stanno valutando di cambiare mandante; dibattito che è anche alimentato con diverse interpretazioni della norma dell’Agenzia delle Entrate, da parte di Anasf ed Assoreti e che certamente non intende affievolirsi. La questione principale ruota intorno alla inclusione o esclusione dal concordato dei premi di ingaggio, i cd “entry bonus“, molto amati dai Consulenti finanziari e Managers.

La questione non è ancora stata dipanata, e permane il silenzio dell’Agenzia delle Entrate su questo aspetto. Nonostante l’incertezza della norma e del suo aspetto ermeneutico, si è consolidata la prassi per cui, durante il processo di recruiting, al candidato venga detto che oggi la tempistica per cambiare casacca sia perfetta come mai verificatesi negli anni scorsi, posto che, aderendo al concordato, i bonus di ingresso ed i premi per il trasferimento di portafoglio verrebbero meglio gestititi, sostanzialmente evitando di pagare su di essi l’imposta dovuta. Inoltre, viene aggiunto che si andrebbe ad ottenere pure un inevitabile impatto positivo anche rispetto agli eventuali oneri da dover corrispondere al precedente mandante (mancato preavviso, anticipazioni non maturate, penali per patti di fedeltà non rispettati, ecc.), Tutti oneri che sarebbero – in virtù dei benefici ottenuti con il risparmio fiscale derivante dall’adesione al concordato – meglio assorbiti dal consulente finanziario obbligato alla loro corresponsione.

Il nuovo mantra possiamo così sintetizzarlo: entrando in una nuova rete si incasserebbe l’entry bonus esentasse e, con i soldi risparmiati, si andrebbero a meglio estinguere le eventuali pendenze con l’intermediario precedente. L’occasione era ed è troppo ghiotta, gli operatori delle reti di consulenza finanziaria – in particolare coloro che si occupano di selezione ed inserimento di consulenti –  hanno immediatamente trasformato l’opportunità offerta dal concordato in una nuova e, potenzialmente, ottima arma di persuasione per favorire i reclutamenti di nuovi consulenti finanziari. Tuttavia – a parere di chi scrive – a causa della citata situazione di incertezza, non vi è oggi alcuna garanzia che l’espediente funzioni.

Il problema è insito nella natura dei bonus di ingresso che, di fatto sono pur sempre provvigioni ma “straordinarie”, cioè legate ad un evento particolare non ripetibile come l’apporto del pacchetto clienti dalla società precedente; per di più si tratta di pagamenti non ricorrenti, perché corrisposti per un periodo limitato nel tempo. Va anche detto che queste caratteristiche dei premi di ingaggio sono assimilabili alla categoria delle componenti straordinarie di reddito invece che a quella delle componenti di reddito derivanti dall’ordinaria attività del consulente; con la conseguenza che, se davvero fossero interpretati come redditi straordinari, questi bonus sarebbero esclusi dal concordato.

Sulla base delle nostre riflessioni, il consiglio non può che essere quello di agire con prudenza e di valutare bene le conseguenze di dover affrontare, in futuro, un contenzioso con l’Amministrazione fiscale che potrebbe contestare di aver assoggettato a concordato importi che invece fuggivano dal perimetro applicativo dello stesso. Peraltro, se al momento dell’ingresso della nuova rete si firmeranno “patti di stabilità” e/o  “accordi con obiettivi a lunga scadenza”, il tutto correlato da pesanti penali, va ricordato che tali vincoli permarrebbero anche ove naufragasse il progetto di risparmio fiscale.

Una buona tutela potrebbe essere quella di pretendere l’inserimento nella “side letter” di una “clausola di salvaguardia” per il caso in cui il concordato si rivelasse, alla fine, inapplicabile al caso concreto, giusto per avere una copertura degli sbilanci economici e delle conseguenze di una condotta fiscalmente rivelatasi sbagliata. In realtà sarebbe sufficiente – affinché il candidato assumesse una decisione ponderata e consapevole – che l’informativa resa durante l’attività di recruiting fosse sempre veritiera, non fuorviante né confusionale, nel rispetto della massima onestà intellettuale e trasparenza, anche relativamente ai rischi derivanti per il consulente finanziario dal cosiddetto “cambio di casacca“.

In termini giuridici, va applicato il noto e basilare principio del parlar chiaro. La buona fede impone alle parti di agire in modo leale, onesto e corretto durante le trattative precontrattuali, evitando comportamenti ingannevoli o omissivi che possano indurre l’altra parte a concludere il contratto su basi errate o in ogni modo a seguito di vizi del consenso. Di conseguenza, in relazione alla opportunità di avvalersi del concordato biennale per ottenere lo sconto fiscale sui bonus di ingresso, sarebbe necessario trasferire al candidato il concetto che al momento non siamo di fronte ad un fatto certo ed assoluto, ma ad una mera possibilità soggetta ancora ad una interpretazione oggettiva della norma finale da parte della stessa Agenzia delle Entrate.

*Avvocato dello studio legale Frame Lex e consulente Federpromm

** Presidente Federpromm

[1] Il Concordato Preventivo Biennale (CPB) è un accordo tra l’impresa e Agenzia delle Entrate che stabilisce in anticipo la base imponibile su cui pagare le tasse per un periodo di due anni. In pratica, l’impresa e l’Agenzia delle Entrate concordano una somma che l’azienda dovrà pagare, indipendentemente dai redditi effettivi generati durante quel biennio. Una soluzione che promette stabilità e semplificazione, ma che potrebbe anche bloccare le imposte su livelli elevati, limitando la flessibilità fiscale dell’impresa.

Intelligenza artificiale, robot umanoidi e oro trainano i mercati asiatici

L’intelligenza artificiale rimane un importante motore delle esportazioni a Taiwan e in Corea del Sud, ma altri segmenti della produzione mostrano segni di debolezza.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity di Lemanik

Nel corso del mese, l’andamento geografico regionale in Asia è stato positivo in Corea del Sud, Hong Kong/Cina e Taiwan, mentre Giappone e Sud-Est asiatico hanno sottoperformato l’indice regionale. L’andamento dei settori regionali è stato nuovamente influenzato dal forte interesse per l’intelligenza artificiale e il segmento delle risorse, che ha beneficiato del continuo rialzo dei prezzi di oro e argento.

Le prospettive economiche in Asia sono rimaste relativamente contrastanti. Gli indici dei responsabili degli acquisti nella regione continuano a oscillare intorno a 50, indicando un potenziale di crescita limitato. L’intelligenza artificiale rimane un importante motore delle esportazioni a Taiwan e in Corea del Sud, ma altri segmenti della produzione mostrano segni di debolezza. L’incostante politica commerciale degli Stati Uniti continua a limitare la visibilità a lungo termine necessaria per i grandi piani di investimento di capitale.

L’Indonesia ha tagliato il tasso di riferimento dello 0,25% al 4,75% per sostenere l’economia. La Banca Asiatica di Sviluppo ha abbassato le prospettive di crescita per i paesi asiatici in via di sviluppo al 4,8% nel 2025 (-0,1) e al 4,5% nel 2026 (-0,2%) a causa dell’impatto dei dazi statunitensi. Tuttavia, la domanda interna continua a sostenere una crescita del PIL relativamente elevata. Prevediamo che l’intelligenza artificiale, i robot umanoidi e i metalli continueranno a essere i principali temi di investimento. Tuttavia, le valutazioni stanno diventando più estese e stiamo esaminando altri segmenti dell’economia che dovrebbero trarre vantaggio da questo importante flusso di investimenti.

I nostri fondi nelle classi istituzionali hanno raggiunto un nuovo massimo storico durante il mese, ma hanno sottoperformato l’indice nell’ultima settimana a causa delle forti prese di profitto nel segmento dell’intelligenza artificiale e delle risorse. Da inizio anno le classi del nostro fondo registrano un +18,58% e un +17,40%, sovraperformando l’indice di riferimento del 10,09% per la classe istituzionale e dell’8,91% per quella retail. L’indebolimento del won coreano e della rupia indonesiana e la performance piatta dei titoli azionari del fondo hanno ulteriormente penalizzato il risultato. Nel corso del mese abbiamo apportato lievi modifiche agli investimenti del fondo. L’esposizione verso la Thailandia è stata ulteriormente ridotta, ma manteniamo una posizione sovrappesata nella regione del Sud-Est asiatico. Abbiamo realizzato parzialmente i profitti a Hong Kong e in Giappone, ma abbiamo aumentato l’esposizione regionale verso il segmento dei robot e dell’intelligenza artificiale. Le valutazioni regionali continuano ad essere inferiori rispetto a quelle degli Stati Uniti e dell’Europa. 

L’Oro è da record, il Petrolio è in forte calo e il Gas Naturale segue normalmente i suoi cicli

Oro, Petrolio e Gas Naturale: situazioni completamente diverse tra loro, ma che di fatto dicono molto sulla condizione attuale dell’economia globale.

a cura di David Pascucci, analista dei mercati per XTB

I dazi commerciali incidono sicuramente sulle dinamiche di inflazione su scala globale, specialmente in occidente, mentre le tensioni geopolitiche sembrano non incidere molto sulla situazione attuale dei mercati.

 

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PETROLIO – Un trend costantemente discendente quello del petrolio che di fatto prosegue la sua corsa verso i minimi e scende di recente sotto i 60 dollari al barile. Seppur in presenza di un’inflazione in aumento su scala globale, in presenza di tensioni geopolitiche costanti dal 2022, il petrolio sembra non riuscire a rialzare la testa. L’unico motivo macroeconomico si riconduce ad una diminuzione della domanda su scala globale che di fatto non porta il petrolio a vedere degli aumenti di prezzo significativi se non a livello tecnico. Il rallentamento della Cina, paese che si trova a combattere una deflazione molto pericolosa, porta sicuramente ad un ribasso dei prezzi del petrolio. In sostanza, deflazione in Cina porta ribasso del petrolio. Osservando poi i rendimenti, dai massimi di quest’anno il petrolio é sceso del 30% in dollari, del -37% in euro, una condizione ottimale per chi ha bisogno di questa materia prima e probabile freno ad eventuali rialzi dell’inflazione nel lungo termine.

ORO – Rialzo incredibile dell’oro che al momento non presenta segni di cedimento evidenti. Il rialzo é guidato principalmente dalla sua stessa natura, ossia quella di coprire l’inflazione con i suoi rendimenti, inflazione che su scala globale risulta ancora relativamente elevata. A livello tecnico la situazione attuale risulta pericolosa in quanto abbiamo ben 9 settimane consecutive di rialzo con una performance di oltre il 25%, movimento partito da livello che erano giá massimi dal loro principio, pertanto il pericolo di vedere dei ribassi velocissimi all’interno della finestra di negoziazione giornaliera é molto elevato. Per il momento la situazione rimane tale finché non vedremo cambiamenti significativi lato inflazione, o sul rischio complessivo dei mercati. Attenzione, qualora dovessimo assistere ad un ribasso dei mercati azionari, non si dia per scontato il rialzo delle quotazioni dell’oro, la correlazione non é cosí scontata.

GAS NATURALE – Il Gas sembra non essere assolutamente affetto dalle dinamiche dei dati macroeconomici e dell’economia in generale. Il Gas é una commodities tendenzialmente laterale e ciclica, i suoi prezzi si muovono all’interno di corridoi di prezzo che solitamente vengono scambiati principalmente da operatori specializzati che si servono dei derivati sul gas come copertura del rischio, un asset quindi poco speculativo per sua natura. Sul gas naturale abbiamo una tendenza leggermente ribassista, in linea con quanto vediamo sul petrolio, altra materia prima energetica di spicco. I movimenti del gas sono peró piú ampi, infatti dobbiamo considerare che dai massimi di aprile ai minimi di luglio abbiamo assistito ad un ribasso di circa il -47%. Per il momento il trend rimane ribassista, i prezzi rimangono però superiori a quelli di fine 2024.

Il mondo dei family office secondo Deutsche Bank: “forzieri di guerra” e leva finanziaria

Negli ultimi anni i Family Office hanno incrementato la loro esposizione ai mercati privati, rendendo la base patrimoniale più illiquida e cercando nuovi modi per liberare liquidità.

E’ stata recentemente pubblicata la prima edizione del Family Office Financing Report 2025 di Deutsche Bank Wealth Management, che analizza le opinioni e le pratiche dei single family office in materia di finanziamento — dall’utilizzo della leva finanziaria nelle strategie di investimento alla messa a garanzia di asset di lusso. Il report è stato elaborato sulla base delle opinioni di 209 family office in tutto il mondo, inclusi, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, clienti di Deutsche Bank, intervistati tra il 9 maggio e il 14 luglio 2025. Per la cronaca, circa il 35% degli intervistati era responsabile di portafogli con asset superiori a 1 miliardo di dollari USA, con un ulteriore 27% nella fascia compresa tra 250 milioni e 1 miliardo di dollari.

Lo studio di Deutsche Bank Wealth Management ha evidenziato alcuni punti poco noti agli operatori di prossimità alla clientela (consulenti finanziari, banche-reti, consulenti assicurativi, banche retail). Innanzitutto, i family office spesso costruiscono linee di credito per cogliere opportunità e gestire il rischio in un contesto di incertezza economica, che rimane elevata in molte aree del mondo. Sul tema, i family office sembrano prepararsi meglio rispetto ai cicli precedenti. In molti casi, questo significa predisporre linee di credito con largo anticipo rispetto al loro utilizzo effettivo, garantite da asset meno liquidi. Questo approccio più “istituzionale” consente di evitare un’eccessiva allocazione in liquidità, riequilibrare proattivamente la leva nel portafoglio e costruire una “war chest” per investimenti opportunistici. L’uso tradizionale della leva per aumentare i rendimenti resta comunque una pratica importante a livello globale, anche se in alcune regioni la propensione al debito è frenata da fattori culturali o macroeconomici.

I family office di tutto il mondo considerano la leva finanziaria uno strumento importante e la utilizzano per diversi scopi. Il 61% degli intervistati ha affermato che si tratta di un argomento strategico “discusso dal comitato di investimento e che influisce direttamente sugli obiettivi di rischio e rendimento” o “un argomento importante per il rischio e il posizionamento”. Per alcuni, gestire la propensione e l’esposizione alla leva finanziaria è una parte essenziale del lavoro. Infatti, il 76% degli intervistati ha affermato che indebitarsi per aumentare la liquidità era molto importante o “utile” quando si effettuano scelte di investimento ponderate per il rischio.

Costituendo “forzieri di guerra“, i family office si preparano a riequilibrare e gestire la propria leva finanziaria quando determinati prezzi degli asset scendono, continua. Questo consente loro anche di cogliere potenziali opportunità di asset in sofferenza che potrebbero presentarsi, consentendo loro al contempo di supportare le proprie attività nel caso in cui altre linee di credito fossero sotto pressione. Potrebbe anche aiutarli a superare qualsiasi volatilità a breve termine, sia essa economica o geopolitica. Molti family office si impegnano a detenere posizioni di maggioranza in società operative, quotate e non quotate. Con l’aumento delle barriere commerciali e dell’inflazione a livello globale, spesso sono stati costretti a immettere maggiore liquidità nelle loro aziende.

Relativamente alla composizione dei portafogli di investimento, gli asset illiquidi sono una componente chiave usata dai Family Office e vengono sempre più spesso utilizzati come leva. Infatti, negli ultimi anni i family office hanno incrementato la loro esposizione ai mercati privati, rendendo la base patrimoniale più illiquida e cercando nuovi modi per liberare liquidità. Grazie alla loro capacità di decisione di lungo periodo, possono agire come investitori “contrarian”, aumentando l’esposizione quando altri sono più cauti e vedendo negli asset illiquidi un’opportunità nei momenti di turbolenza di mercato.

La finanza strutturata rappresenta un fattore abilitante fondamentale per alcune transazioni, anche per i family office più grandi e liquidi. Questi apprezzano la rapidità e la certezza di esecuzione che derivano dal lavorare con un unico istituto piuttosto che con un sindacato, nonché la partnership di due diligence richiesta nel processo di finanziamento. Ciò è particolarmente vero quando si entra in nuovi mercati o settori. Con la crescita in scala e in sofisticazione, i family office sono diventati più competitivi nel cercare le migliori opportunità, e la possibilità di contare su un partner finanziario rapido e flessibile può essere determinante per via dei rapidissimi tempi di esecuzione delle operazioni.

Infine, la maggior parte dei family office è attiva nel private credit e si attende rendimenti elevati. Molti family office prestano capitale in modo diretto o tramite fondi di private credit. La maggioranza di essi si aspetta rendimenti pari o superiori al 10%. Sempre più spesso scelgono di investire in fondi di credito privato non solo per la solidità dei processi di governance e due diligence, ma anche in chiave strategica, per costruire relazioni e accedere a opportunità di co-investimento.

Risparmio consapevole e liquidità inattiva: come difendere il futuro delle famiglie italiane

Come trasformare la liquidità inattiva in opportunità di crescita. Tre leve concrete per famiglie e risparmiatori, tra inflazione, tassi variabili e nuove sfide economiche.

Di Valentina Montella*

In Italia il risparmio è sempre stato considerato una virtù collettiva. Generazioni di famiglie hanno custodito liquidità sui conti correnti, assimilando il risparmio alla sicurezza. Tuttavia, negli ultimi anni questa convinzione si è incrinata: l’inflazione, tornata con forza dal 2021, ha ridotto sensibilmente il potere d’acquisto della liquidità parcheggiata, mentre le politiche monetarie restrittive della BCE hanno prodotto effetti contrastanti su famiglie e imprese. Secondo Banca d’Italia, nel 2024 oltre 1.600 miliardi di euro giacevano sui conti correnti degli italiani, a fronte di rendimenti medi dello 0,2%. In termini reali, si tratta di una perdita costante di valore, che mina la capacità delle famiglie di pianificare il futuro.

Liquidità ferma e rischio inflazione – Il problema principale legato alla liquidità inattiva è la perdita di valore nel tempo. Un tasso di inflazione annuo del 5% riduce in dieci anni di oltre il 40% il potere d’acquisto di un capitale fermo. ISTAT ha rilevato che tra il 2021 e il 2023 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente del 14%, un livello che non si registrava dagli anni ’80. Nonostante ciò, molte famiglie hanno preferito non esporsi ai mercati finanziari, ritenendo la prudenza sinonimo di protezione. In realtà, la liquidità priva di rendimento espone a una perdita silenziosa e progressiva.

Strumenti di analisi dei flussi familiari – Per contrastare questa erosione è fondamentale adottare strumenti di controllo dei flussi finanziari domestici. Il bilancio familiare rimane lo strumento più efficace: definire entrate, uscite e obiettivi permette di individuare margini di risparmio. Tre indicatori possono fungere da guida:
– quota di risparmio: almeno il 15% del reddito netto;
– fondo emergenza: pari a 3-6 mesi di spese correnti;
– rapporto debito/reddito: sotto il 30% per garantire sostenibilità.
Un esempio pratico: una famiglia con 2.500 euro di reddito netto dovrebbe destinare 375 euro al risparmio, mantenere un fondo emergenza tra 7.500 e 15.000 euro e contenere il debito mensile entro 750 euro. Questi parametri consentono di trasformare la gestione finanziaria in un processo misurabile e replicabile.

Strategie di accumulo e diversificazione – Il Piano di Accumulo di Capitale (PAC) si conferma uno strumento centrale. Attraverso versamenti regolari, consente di ridurre l’impatto delle oscillazioni dei mercati e di sfruttare la volatilità a proprio favore. I dati storici mostrano che un PAC su indici globali ha prodotto rendimenti positivi nella quasi totalità dei casi su orizzonti superiori a dieci anni. L’uso di ETF a basso costo permette di diversificare in modo efficiente, limitando le commissioni di gestione. In ogni caso, la diversificazione resta il principio cardine: combinare asset class decorrelate (azioni, obbligazioni, materie prime) consente di contenere la volatilità complessiva e di stabilizzare i rendimenti attesi.

Previdenza complementare e leva fiscale – Un altro strumento strategico è la previdenza complementare. La normativa italiana consente di dedurre i versamenti fino a 5.164,57 euro annui, con un beneficio fiscale immediato. Per un contribuente con aliquota marginale al 38%, il vantaggio è pari a 1.962 euro di risparmio fiscale annuo. Questo meccanismo garantisce un rendimento certo, indipendente dai mercati, e consente al tempo stesso di accumulare capitale per il futuro. Inoltre, la tassazione agevolata sulle prestazioni finali rende la previdenza complementare uno degli strumenti più efficienti a disposizione dei risparmiatori.

Applicazioni pratiche – Per comprendere l’impatto concreto delle tre leve proposte – bilancio familiare, PAC, previdenza – possiamo considerare tre casi che dimostrano come strategie semplici e disciplinate possano produrre risultati significativi e misurabili:
famiglia con reddito medio: ottimizzando le spese e destinando il 15% del reddito al risparmio, può costituire un fondo emergenza di 10.000 euro in 3 anni;
– giovane lavoratore: con un PAC da 200 euro al mese in ETF globali, accumula in 20 anni circa 96.000 euro, con rendimento medio ipotizzato del 4% annuo.
– lavoratore vicino alla pensione: con un versamento annuo di 3.000 euro in previdenza complementare, ottiene un risparmio fiscale immediato di oltre 1.000 euro e costruisce un capitale di 60.000 euro in 20 anni.

In conclusione, il contesto attuale richiede un cambio di paradigma: la prudenza passiva, basata sulla mera accumulazione di liquidità nei conti correnti, non è più sufficiente. Le famiglie italiane devono adottare strategie attive, basate su monitoraggio, disciplina e pianificazione. Un bilancio familiare aggiornato, un PAC ben strutturato e una previdenza complementare adeguata costituiscono una road map concreta per trasformare il risparmio da difesa a leva di crescita. La sfida del 2025 non è prevedere i mercati, ma applicare con costanza principi semplici ed efficaci, capaci di proteggere e accrescere il patrimonio nel tempo.

* Educatrice finanziaria e autrice di testi dedicati alla divulgazione economica. Collabora a progetti di formazione e promozione della consapevolezza finanziaria a livello locale e nazionale.

Investire in tempo di guerra: via le emozioni e largo ad un approccio di medio-lungo termine

Quali strategie adottare e quali strumenti finanziari scegliere in tempi di guerra? Ecco come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità generata da una crisi geopolitica estesa.

Di Francesco Megna, responsabile commerciale banca primaria ed esperto di finanza ed economia 

I conflitti mondiali in corso e la crisi geopolitica che ne è conseguita stanno generando ricadute anche nei mercati finanziari. È opinione comune che, in tempi di crisi e di incertezza, sia meglio accantonare il denaro non speso e non prendere decisioni di investimento, ma questa condotta può rivelarsi deleteria: il capitale parcheggiato sui conti correnti, infatti, tende a svalutarsi considerevolmente per effetto dell’inflazione. Investire anche in tempo di guerra, pertanto, potrebbe  essere la scelta più opportuna. É però importante comprendere come orientare i propri investimenti in momenti particolarmente complicati, e soprattutto quali strategie adottare, quali strumenti finanziari scegliere e come diversificare il portafoglio per difendersi dalla volatilità.

Per acquisire maggiore consapevolezza e far prevalere la razionalità sulle emozioni irrazionali (che molto spesso dominano le scelte di investimento e causano errori vistosi), è bene rispondere ad una domanda: qual è l’impatto della guerra sui mercati finanziari? La storia insegna che nel breve termine i conflitti mondiali hanno conseguenze decisamente negative sugli investimenti, lasciando il posto però a recuperi rapidissimi. Ciò vuol dire che, se si guarda al denaro con un orizzonte temporale almeno di medio termine, l’impatto di una guerra non è rilevante sui rendimenti. Se prendiamo in considerazione la guerra in Ucraina, dal 23.2.2022 l’andamento dei principali listini globali vede l’indice DJ + 38% , il Nasdaq + 71%, il FTSE MIB + 63%, Londra + 22%, il Dax + 59%, Parigi + 15% la Cina -2%, Tokyo +69%. Se poi prendiamo in considerazione le due Guerre Mondiali e la guerra in Vietnam scopriamo che il DJ riportò un decisa caduta iniziale (-30% circa), ma registrò poi rialzi importanti, in media del +8% circa, subito dopo.

Se ipotizziamo di aver investito 10.000 dollari nello S&P 500 tra il 2003 ed il 2022, a fine ventennio avremmo ottenuto 65.000 dollari, cioè circa sei volte l’investimento di partenza. E durante questi 20 anni è successo di tutto (pandemia compresa). Chi si è fatto sopraffare dalla paura, tentando di anticipare i mercati finanziari vendendo prima di un ribasso e acquistando prima di un rialzo, si è perso dieci dei migliori giorni di performance successivi al conflitto e ha realizzato, nello stesso ventennio, poco meno di 30.000 dollari, ossia meno della metà di chi non si è fatto prendere dal panico e non ha toccato gli investimenti.

Normalmente, lo scoppio di un conflitto armato genera aumento dell’inflazione, deprezzamento della moneta e bruschi cali di borsa, nonché un andamento negativo anche per dollaro e materie prime. In questi periodi, tradizionalmente, c’è chi investe in titoli della difesa o sui cosiddetti beni rifugio, come l’oro. Tuttavia, la strategia vincente per tutelarsi dalla volatilità prevede di avere un approccio a medio-lungo termine, di rimanere coerenti con i programmi e la pianificazione di partenza e di non lasciarsi sopraffare dalla irrequietezza dei mercati. Certamente potrebbe essere opportuno, in queste fasi di turbolenza dei mercati, investire in oro – tipico bene rifugio decorrelato dall’andamento di azioni e obbligazioni e non dipendente da eventi politici – ma non solo. Gli ETF, per esempio, sono uno strumento di risparmio gestito molto valido poichè replicano specifici indici di Borsa, sono poco rischiosi e assicurano rendimenti interessanti nel tempo grazie anche al minore carico di commissioni di gestione.

La regola d’oro, anche (e soprattutto) in tempi di guerra, rimane quella di avere un portafoglio di investimenti ben diversificati nell’ambito delle asset class prescelte e ben bilanciato, mantenendo immutati i propri obiettivi di investimento nel medio-lungo periodo e adottando una strategia di investimento che diversifica le asset class e gli stili di gestione per bilanciare rischio e rendimento. Con la diversificazione, infatti, ci si adatta rapidamente ai cicli di mercato, si contiene la volatilità del portafoglio complessivo e si incrementano le probabilità di ottenere risultati soddisfacenti dai propri investimenti.

Con la giusta guida, inoltre, è utile monitorare gli eventi e adeguare il portafoglio di conseguenza, al fine di cogliere le opportunità in arrivo. Per fare ciò è importante avere a disposizione una discreta liquidità, in modo tale da essere “reattivi” e cogliere le opportunità di mercato, oppure far fronte ad emergenze (familiari, personali, professionali etc) durante i momenti critici, in cui gli investimenti valgono di meno e non conviene dismetterli neanche parzialmente. Anche investire in Titoli di Stato emessi da paesi solidi è considerata una buona strategia durante le crisi, sebbene il rendimento atteso sia piuttosto modesto: vanno evitate le scadenze lunghe per evitare la volatilità del titolo.

Francesco Megna

Un altro strumento da utilizzare in tempi di guerra e di grande volatilità sono i piani di accumulo in risparmio gestito (fondi e sicav), che consentono di mitigare le oscillazioni dei mercati, e approfittare dei ribassi improvvisi grazie al meccanismo dei versamenti automatici dal conto corrente. In pratica, i PAC (programmi di accumulo di capitale) consentono di investire a piccole somme mensili anche nei periodi peggiori di mercato (come quelli successivi allo scoppio di un conflitto armato), permettendo di accumulare a quotazioni sensibilmente più basse quelle quote di fondi azionari che, dopo la fase più acuta di una crisi geopolitica, recuperano valore velocemente e consentono di realizzare plusvalenze molto prima di un investimento effettuato in unica soluzione. 

Questo articolo è stato prodotto in collaborazione con Banking People 

L’economia globale rallenta nonostante gli stimoli fiscali Usa. Il debito privato americano fa paura

Il sistema economico USA non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica.

di Maurizio Novelli, gestore Lemanik Global Strategy Fund

L’economia globale conferma l’accentuarsi della fase di rallentamento nonostante i costanti e significativi stimoli fiscali implementati sia prima che dopo gli eventi del 2020. Il contesto economico globale si appresta a subire il pericoloso effetto concomitante di un cedimento del ciclo finanziario e un cedimento dei drivers di crescita trainanti dell’ultimo ventennio.

Per cercare di contrastare tali cedimenti, gli Stati Uniti hanno aggressivamente spinto sulla politica fiscale, che è diventata il principale fattore di sostegno al ciclo economico. Il problema principale è che le politiche implementate sono state finalizzate nel cercare di sostenere un modello di sviluppo in crisi e non più sostenibile piuttosto che cercare di riformarlo. E’ quindi evidente che le politiche monetarie e fiscali implementate negli ultimi 15 anni non hanno risolto i problemi strutturali, bensì li hanno peggiorati, infilando l’economia mondiale prima nella trappola del debito privato e ora in quella del debito pubblico. Oggi i problemi macroeconomici strutturali che pesano sul ciclo si possono sintetizzare nei seguenti punti.

1) E’ Iniziata di una crisi demografica che coincide con il rallentamento della spinta alla crescita economica fornita dalla generazione dei Baby Boomers. La crescita fino al 2000/2003, generata da consumi sostenuti dai redditi e non dal debito, ha ceduto il passo a crescita sostenuta da consumi alimentati dal debito privato. La domanda finanziata dal debito ha raggiunto il 20% dei consumi USA.
2) Il cedimento dei redditi reali dopo la crisi del 2001, accentuato dalla delocalizzazione produttiva in Cina, ha generato un modello di crescita che ha favorito in modo accentuato il settore corporate. Le aziende hanno beneficiato di bassi costi produttivi, contenuta pressione salariale, tassi bassi e tasse quasi a zero. Il calo del potere d’acquisto dei redditi è stato quindi compensato dal debito. Il ciclo del debito si è concentrato nel 2004-2008 sul Real Estate e dal 2010 ad oggi nel credito al consumo

3) A partire dal 2005 l’economia mondiale ha beneficiato della straordinaria urbanizzazione e dello sviluppo industriale della Cina. Tale evento, non più ripetibile, è stato uno dei principali motori di crescita globale e ha iniziato ad entrare in crisi con il cedimento del settore immobiliare e con la pandemia del 2020.
4) La pandemia del 2020 ha colpito l’economia americana e cinese al massimo del suo leverage basato su credito speculativo, sostenuto da oltre 15 anni di QE. Gli Stati Uniti sono particolarmente vulnerabili in alcuni segmenti del debito speculativo privato (Private Equity, Venture Capital, Private Credit e Shadow Banking in genere) e i cinesi nel settore del Real Estate. Gli interventi fiscali USA hanno finora tamponato la situazione ma la loro intensità non fa che evidenziare la dimensione del problema e non è sostenibile.

Il contesto geopolitico si è talmente compromesso da mettere in discussione gli equilibri commerciali, monetari ed economici sui quali si è basato l’assetto economico globale definito a Bretton Wood. In parallelo con tali problemi macroeconomici c’è il rischio di un cedimento concomitante del ciclo finanziario che ha sostenuto i consumi finanziati, ha finanziato il Real Estate cinese, ha canalizzato ingenti risorse nel settore illiquido dello Shadow Banking System e ha gonfiato la dimensione del credito speculativo nel sistema. Il ciclo finanziario che ha sostenuto tali settori si è messo in moto dopo il 2010 ed è stato caratterizzato da:
– ultradecennale politica monetaria espansiva di Quantitative Easing;
– ripetuti e sistematici interventi di salvataggio a favore del settore finanziario (Crisi del mercato dei Repo nel 2018, Crisi Covid nel 2020, Crisi bancaria USA nel 2023). Il settore finanziario, nonostante il supporto pubblico e monetario ha sempre mostrato una elevata vulnerabilità;
– aumento dei tassi, che in concomitanza con la crisi inflazionistica del 2022 non ha mai drenato la liquidità in eccesso per continuare a puntellare le bolle speculative e la vulnerabilità del sistema finanziario. La FED ha sempre fornito iniezioni di liquidità nel sistema tramite un significativo aumento delle riserve bancarie e l’utilizzo di liquidity facilities. La riduzione del bilancio FED è stata quindi compensata dall’intervento di acquisto di titoli di stato da parte delle banche, finanziate dall’iniezione di riserve in eccesso da parte della FED. Il QE, diretto o indiretto, in sostanza non si è mai interrotto.

Il ciclo finanziario globale sta entrando in crisi a causa del boom del debito privato, sostenuto dal QE ultra decennale, ha prodotto una colossale allocazione di capitale di rischio a investimenti non più remunerativi (Misallocation) in molti settori dell’economia (Private Equity, Venture Capital, Commercial Real Estate, Real Estate cinese, ecc). I nuovi driver di crescita emergenti (AI e transizione energetica) non sono attualmente remunerativi e aggiungono ingenti allocazioni di investimenti a progetti che, al momento, distruggono capitale e producono reddito solo per pochissime società, aumentando la percentuale di concentrazione di rischio finanziario ma anche la misallocation di capitale nell’economia globale. La transizione green ha avuto un devastante impatto sul settore auto globale, mentre gli investimenti in datacenters per l’implementazione di AI divorano capitale e non producono attualmente reddito. Tali investimenti richiedono inoltre una alta intensità di energia che aumenta i costi energetici per gli altri settori dell’economia. Il moltiplicatore monetario, nonostante l’ingente liquidità nel sistema tuttora presente, perde quindi sempre più di efficacia sull’economia reale e fornisce solo carburante alle bolle speculative finanziarie.

Per compensare il cedimento del moltiplicatore monetario i policy makers si sono attivati con aggressive politiche fiscali espansive. Tali politiche hanno inizialmente contrastato il cedimento del ciclo finanziario (o ciclo del debito privato) ma anche il moltiplicatore fiscale sta ora perdendo trazione, al punto che l’economia USA necessita di sempre più debito per crescere in media solo del 1,5%-1,8%. Anche l’economia cinese sta subendo l’impatto della Balance Sheet Recession nel settore immobiliare, e cerca di contrastare il deleverage con un deficit Pil del 6% all’anno. Le dimensioni dei deficit di bilancio di Cina e Stati Uniti sono strettamente correlate alla dimensione del problema strutturale dell’economia. Anche le economie occidentali (Europa e Stati Uniti in particolare), come la Cina, hanno iniziato a “politicizzare” i dati macroeconomici per non ammettere la situazione di crisi.

Poiché il ciclo finanziario ultra decennale ha gonfiato bolle speculative sistemiche in quasi tutti i segmenti del mercato finanziario (Equity, Private Equity, Crypto, Credito Speculativo, ecc.), il sistema è altamente vulnerabile e non è in grado di reggere una recessione senza subire una colossale ondata di default sul debito privato e una conseguente depressione economica. Questo è il motivo principale per il quale le politiche fiscali non possono essere fermate e la Banca Centrale del mondo (la FED) deve essere controllata dalla politica per introdurre la monetizzazione del debito.

Il credito speculativo nell’economia americana è sottostimato a circa 12 trilioni di USD, più o meno il 50% del PIL. Una parte di questo debito non era solvibile con i tassi a zero, non è solvibile con i tassi al 5% e non sarà solvibile se i tassi tornano a zero. In realtà l’unica soluzione possibile sarebbe quella di avviare politiche di ristrutturazione del modello economico con:
– Politiche fiscali espansive esclusivamente mirate ad aumentare i redditi reali per rendere la crescita meno dipendente dalla domanda finanziata e ridurre il leverage del settore privato.
– Politiche fiscali restrittive per il settore Corporate, che opera in regime Tax Free, per finanziare le politiche fiscali espansive.
– Gestione selettiva del credito insolvente per evitare un deleverage disordinato.
– Tassazione dei Buy Back e detassazione degli investimenti reali nell’economia.

Introdurre capital gain decrescenti in proporzione al tempo di detenzione di un investimento per ripulire i mercati dall’eccesso di speculazione di breve termine e favorire gli investimenti (Tobin Tax) di medio-lungo termine. Il problema è che attualmente nessuno ha il coraggio di implementare tali politiche economiche, perché sarebbero negative per il settore finanziario e per la borsa americana. Così, per difendere le bolle speculative, si persevera nel modello che ci ha infilato nella trappola del debito con nuovo debito, e le riforme saranno giustificabili solo in seguito ad una crisi sistemica. Poiché i rischi di sistema sono però sempre più elevati, gli Stati Uniti hanno iniziato a prepararsi ad un evento di crisi, introducendo norme di emergenza sul blocco dei capitali esteri in uscita, potenziale chiusura delle linee swap sul Dollaro, controllo governativo della FED, controllo della curva dei rendimenti, dispiegamento della Guardia Nazionale nelle principali città americane.

la Fed taglia i tassi, la BoE attende, le commodity puntano al superciclo

La Federal Reserve avvia il ciclo di allentamento, la Banca d’Inghilterra resta ferma; domanda solida e vincoli di offerta rafforzano le prospettive a lungo termine per le materie prime.

Le previsioni degli analisti più saggi, e cioè di una decisione della Fed più cauta rispetto al mega taglio sognato da Trump, è stata pienamente rispettata, e la Federal Reserve ha ridotto il tasso di riferimento di 25 punti base (al 4,00-4,25%, il primo taglio da dicembre).

Ad oggi, la maggior parte dei funzionari prevede almeno altri due tagli entro fine 2025 e cinque tagli in totale entro la prima metà del 2026; questo dovrebbe compensare la dichiarata delusione del presidente americano per il taglio “poco coraggioso” appena effettuato. La Federal Reserve, in particolare, segnala di voler sostenere crescita e occupazione, soprattutto di fronte ai segnali di indebolimento del mercato del lavoro, restando però vigile sull’inflazione. Ma la pressione politica crescente per ulteriori tagli ai tassi rende la posizione del presidente Jerome Powell sempre più difficile. Riuscirà davvero a decidere riunione per riunione, come sostiene, o sarà costretto a cedere alle pressioni esterne?

Ma mentre la Fed avvia l’allentamento, molte banche centrali restano in attesa: nessun taglio da parte di BCE e Banca del Giappone. La Banca del Canada ha invece ridotto i tassi di 25 punti base, segnalando un’inflazione in calo e i timori legati al mercato del lavoro. Nel Regno Unito, la Banca d’Inghilterra ha mantenuto il tasso di riferimento al 4% e ridotto il ritmo del quantitative tightening, abbassando l’obiettivo di vendita di bond da 100 a 70 miliardi di sterline. Con un’inflazione ancora alta (3,8%), l’economia del Regno Unito non è ancora ritenuta “fuori pericolo”. Dopo il taglio della Fed, comunque, i titoli tech hanno trainato i listini europei, probabilmente sulla scorta della previsione di un analogo abbassamento dei tassi alla prossima riunione della Bce.

Relativamente alle materie prime e ai metalli preziosi, dopo il taglio dei tassi della Fed l’oro spot ha rallentato a causa del rafforzamento del dollaro, ma resta vicino ai massimi storici (circa 3.707 $/oncia questa settimana). Diverse banche, tra cui UBS, prevedono un rialzo fino a 3.800 $ entro fine 2025. Invece rame, terre rare e altri minerali strategici potrebbero entrare in una fase di rialzo a lungo termine. La forte domanda da veicoli elettrici, rinnovabili e infrastrutture IA/dati, unita a vincoli geologici e sottoinvestimenti, rafforza l’idea che il potenziale delle commodity sia sottovalutato.