Maggio 15, 2026
Home Articles posted by Redazione (Page 72)

I pensionati preferiscono i trilocali. Su la domanda per soluzioni indipendenti

Il segmento di mercato immobiliare dei pensionati vale circa il 7% del totale. Gli over 65 acquistano soprattutto i trilocali, ma mostrano una certa preferenza anche per le soluzioni indipendenti e per gli acquisti da investimento.

L’analisi delle compravendite e delle locazioni effettuate attraverso le agenzie del Gruppo Tecnocasa nel 2021 evidenzia che i pensionati hanno acquistato nel 75,5% dei casi, mentre hanno optato per l’affitto nel 24,5% dei casi. Si tratta di percentuali simili a quelle registrate nel primo semestre del 2019, mentre nel 2020 la componente affitto aveva evidenziato una crescita arrivata al 27,4%. In particolare, nella prima parte del 2021 il 7,1% degli acquisti è stato concluso da pensionati. La quota è in leggero calo se confrontata con gli stessi periodi del 2020 e del 2019 quando si attestava rispettivamente al 7,8% ed all’8,2%.

I pensionati che hanno comprato casa nel 2021 lo hanno fatto per viverci (68,6% dei casi per abitazione principale) o per investire (22,4%), oppure ancora per acquistare la casa vacanza (9,1% dei casi). Nella prima parte del 2020, in piena pandemia, gli acquisti per investimento avevano evidenziato una contrazione (20,2%), ma in questa prima parte del 2021 la quota è risalita al 22,4%, percentuale comunque inferiore a quella registrata nel 2019 e quindi nel periodo antecedente alla pandemia. Le compravendite di case vacanza evidenziano percentuali simili nella prima parte del 2020 e del 2021, intorno al 9%, mentre nel 2019 si arrivava al 10,3%.

I pensionati comprano soprattutto trilocali, arrivati al 41,9% delle scelte nella prima parte del 2021, il semestre però segnala un salto in avanti delle soluzioni indipendenti e semi-indipendenti che passano dall’11% del 2019-2020 all’attuale 13,5%. Anche i pensionati, infatti, causa pandemia, hanno optato più spesso per abitazioni dotate di spazi esterni. Da segnalare infine la progressiva contrazione della percentuale di acquisto di bilocali che, tra il 2019 ed il 2021, passano dal 28,5% al 22,8%, effetto attribuibile anche in questo caso alla pandemia che ha penalizzato le soluzioni dalle metrature contenute.

I pensionati che acquistano fanno parte di una famiglia o di una coppia nel 66,1% dei casi, mentre si tratta di single, vedovi/e, divorziati e separati nel restante 33,9% dei casi. La quota di pensionati che acquista accendendo un mutuo, naturalmente, è piuttosto bassa, e nel primo semestre del 2021 si attesta al 14,9% sul totale delle compravendite. Si tratta comunque di una percentuale in lieve crescita rispetto al 2019 ed al 2020, probabilmente grazie ai tassi sui mutui sempre convenienti.  

Startup Fixing, un rating la settimana: Homepal a Better Place Srl

L’investimento in una startup richiede molta cautela, poiché l’azienda generalmente non ha una “storia” di mercato. Non è il caso di Homepal, che ha già condotto con successo due round di raccolta. Ecco la sua scheda di valutazione redatta da Startup Fixing.

In occasione dell’investimento in una startup, gli investitori sono chiamati a valutare, in un’ottica fortemente speculativa, una idea nata dalla mente di altri soggetti, e ad investire su di essa, diventando così soci (Equity Crowdfunding) oppure prestando del denaro ai soci promotori – ad un tasso di interesse generalmente conveniente rispetto a quello offerto nei mercati regolamentati dalle aziende c.d. emergenti – ed essere così dei finanziatori (Lending Crowdfunding). Entrambe le possibilità determinano necessariamente una informazione finanziaria puntuale e prudente, che i fondatori della startup devono fornire agli investitori. Soprattutto agli investitori retail, cui va riservata la più ampia tutela allorquando si avvicinano alle piattaforme di Crowdfunding e si imbattono nella tipica enfasi che nella documentazione viene attribuita alla rapida crescita prospettica del valore dell’azienda.

Per evitare l’assunzione inconsapevole di maggiori rischi da parte degli investitori, bisogna adottare dei metodi accessibili a tutti per razionalizzare al massimo il processo di investimento, e permettere ai risparmiatori di fare scelte che escludano del tutto quegli elementi emozionali  di valutazione capaci di portare fuori strada. “Startup Fixing” è un metodo di valutazione che può essere applicato in ogni contesto di mercato, nazionale ed estero, grazie alle sue caratteristiche di semplicità e “universalità”. Esso, infatti, permette delle comparazioni tra le varie proposte di investimento in startup e aiuta ad comprendere, in pochi passaggi, la credibilità del modello di business prospettato dai soci promotori, il tutto nel rispetto del principio fondamentale della Finanza: ad alti rendimenti corrispondono alti rischi.

Il metodo Startup Fixing consente di scartare automaticamente qualunque progetto i cui dati ufficiali dichiarati dai fondatori-promotori determinino una risposta negativa alle seguenti due domande:
1) il rendimento netto atteso* è superiore al benchmark di riferimento?
2) il costo per l’ingresso nel capitale della startup sconta adeguatamente il rischio specifico per questo tipo di investimento, tenendo conto che si tratta di un rischio superiore a quello previsto per le aziende già presenti nel mercato di riferimento?
Solo con due risposte entrambe affermative Startup Fixing consente di analizzare positivamente l’ipotesi di un investimento, da valutare tenendo conto dei limiti e delle cautele che ogni investitore-risparmiatore deve osservare nella composizione del proprio portafoglio complessivo, in funzione della esperienza e competenza acquisita in materia di investimenti e in base al proprio livello sopportazione del rischio.

Nota metodologica – Il modello di valutazione Startup Fixing considera due direttrici di analisi. La prima consiste nell’attribuire una congrua valutazione sulla possibile reddittività che un ipotetico investitore potrebbe realizzare se si verificassero in futuro tutti i risultati previsti nel business plan redatto a cura della società; la seconda direttrice è rappresentata dalla stima del livello di rischio che i soci fondatori implicitamente attribuiscono al proprio progetto rispetto al livello di rischio del comparto azionario di riferimento. Ciò significa che, se i soci fondatori attribuiranno al proprio progetto una maggiore rischiosità specifica rispetto allo spettro di rischio riscontrabile nei titoli di aziende già quotate quotate in borsa nel medesimo comparto, le informazioni contenute nel business plan verranno giudicate più attendibili dal modello, poiché l’applicazione di questo principio di prudenza determina una sensibile “correzione” al ribasso del valore di Pre-money, e quindi una riduzione del costo, proporzionale al maggior rischio assunto ad un normale investimento azionario, che gli investitori dovranno sostenere per acquisire una partecipazione societaria alla startup.
Il livello di rischio scontato nella determinazione del valore Pre-Money, così come dichiarato nel business plan dai soci fondatori, è espresso dal tasso di attualizzazione implicito ricavato attraverso l’adozione del metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF), assumendo come parametri noti il valore Pre-money stesso e quello dei flussi di cassa indicati nel piano industriale. Se il valore ricavato attraverso il DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio di mercato del settore di riferimento (grandezza conosciuta), il modello rileva un ulteriore elemento di attendibilità del business plan, che in tal modo dimostra di aver implicitamente tenuto conto dell’elevato rischio specifico che caratterizza le fasi di startup.
Il rendimento* ipotizzato da Startup Fixing viene espresso al netto degli effetti fiscali, ed è determinato sulla base sia delle performance aziendali dichiarate nei documenti ufficiali che dell’orizzonte temporale considerato per l’exit strategy dall’investimento.
Il giudizio complessivo viene espresso attraverso un rating sintetico, individuato da una scala di valori (“stellette”) da 1 a 2 assegnate ad alcuni parametri qualitativi, con un massimo complessivo pari a 5.

HOMEPAL  A BETTER PLACE S.r.L. – Analisi dell’azienda Homepal  A Better Place S.r.l. è uno dei principali operatori proptech in Italia, ed è operativo nell’ambito dei servizi immobiliari (Operations & Services, secondo la classificazione di Damodaran). L’azienda ha già effettuato con successo due round di raccolta fondi per complessivi 5 milioni di euro – uno nel 2018 ed un altro nella primavera del 2021, quest’ultimo con l’ingresso di circa 600 nuovi investitori – e non esclude di effettuarne altri nel prossimo futuro. Il suo modello di business si fonda prevalentemente sulla possibilità di permettere l’incontro tra domanda e offerta superando l’intermediazione degli agenti immobiliari. Fino ad oggi, il suo collocamento presso gli investitori è avvenuto attraverso la piattaforma Mamacrowd, e all’atto della redazione dell’ultimo business plan conosciuto (16 Febbraio 2021), la società dichiarava un valore di Pre-money complessivo pari a 19.808.497.

Giudizio – Relativamente ad Homepal A Better Place S.r.l., il rapporto tra il rischio specifico e il rischio generale del settore è 2,2, superiore pertanto al valore di benchmark 2 previsto per aziende che si trovano in fase Second stage. Anche il rendimento teorico*, ricavato in base ai dati dichiarati, è superiore alle aspettative e si attesta al 69,7%*. Tuttavia, l’assenza di brevetti, l’esistenza di finanziamenti e la mancanza di una exit strategy chiaramente definita penalizzano lievemente il rating complessivo, suggerendo all’investitore maggiore cautela e un supplemento di informazioni prima di investire.


La performance prospettica* relativa all’incremento di valore dell’azienda lungo l’arco temporale considerato per la exit strategy (4 anni) supera la soglia minima di rendimento* considerata congrua dal modello Startup Fixing per la forma di investimento in Equity; inoltre, si riscontra da parte dell’azienda un’adeguata attribuzione di rischiosità specifica, che supera ampiamente il rischio sistemico presente nel comparto azionario. Pertanto, il valore di Pre-money sconta una sufficiente correzione dei valori, grazie alla quale l’investitore potrebbe valutare positivamente l’ingresso nel capitale dell’azienda, in caso di futuri round di raccolta, a parità di prospettive e di valori economico-finanziari.

HOMEPAL  A BETTER PLACE S.r.L. 
VALUTAZIONE SINTETICA DELL’AZIENDA
Rating Sintetico: 3 stelle
Ratio del Rischio: 2,2
Valore Teorico Investimento: 10.000,00 euro
Rendimento Netto Teorico atteso*: 6.971,00 euro
Rendimento teorico espresso in percentuale*: 69,71%

 

*DISCLAIMER
Il presente documento è rivolto a investitori professionali (ai sensi della Direttiva Mifid II) che investono per proprio conto e a soggetti professionali che investono per conto dei propri clienti. Il valore dell’investimento e/o dei redditi periodici derivanti è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito. Le informazioni contenute nel presente documento non devono essere considerate offerte o raccomandazioni di acquisto o vendita né sollecitazione di offerte di acquisto o di vendita di titoli e/o di partecipazioni societarie, né attività di consulenza di investimento. Prima di ogni investimento, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori e le piattaforme di investimento.
ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità relativamente all’accuratezza e alla completezza delle informazioni economiche e patrimoniali fornite dai responsabili della Società esaminate, essendo loro responsabilità fornire dati veritieri al pubblico indistinto e al mercato.
ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità in merito ad eventi, circostanze, condizioni di mercato che si verifichino successivamente alla data di redazione dello stesso o in seguito alla disponibilità di informazioni ad oggi non conosciute e che potrebbero portare involontariamente ad errate interpretazioni.

SPAC americane, mercato pronto a ripartire. Incentivazioni agli investitori in caso di IPO

Secondo Antonio Midolo di Zest, il mercato delle SPAC americane riparte. Nuove quotazioni, annunci di acquisizioni e completamento di altre già avviate. Dal 2003 ad oggi quotate 1.100 SPAC per un valore di oltre 285 miliardi di dollari.

“Dopo una fase di debolezza e di scarso entusiasmo, dovuto anche all’intervento della Sec, il mercato SPAC Usa ha saputo riequilibrarsi e ripartire. Siamo convinti che il 2022 possa rappresentare un anno positivo per il settore”. È la previsione di Antonio Midolo, promotore e gestore del fondo Zest US SPAC.

Il mercato SPAC (Special Purpose Acquisition Company) è composto da oltre 600 società quotate in Usa a fine ottobre 2021, di cui 494 (per un controvalore raccolto di 140 miliardi di dollari) ancora in cerca di acquisizione e le altre 116 (363 miliardi di dollari) in attesa di completare l’operazione di fusione. Complessivamente dal 2003 sono state quotate 1.100 SPAC per oltre 285 miliardi di dollari. I 90 insuccessi, dovuti alla liquidazione per mancanza di successo nell’identificazione delle società target col totale rimborso di capitale raccolto nella fasi di IPO (offerta pubblica iniziale), sono concentrati nel periodo 2008-2011, quando il mercato azionario era in grossa difficoltà, mentre nell’ultimo triennio sono scesi a percentuali trascurabili sul totale delle SPAC quotate: nove, e nessuna liquidazione nel 2021. “A giudicare dal recente andamento del mercato primario, con oltre 30 nuovi IPO listati a settembre ed altrettanti almeno in ottobre e l’imminenza di future quotazioni, è chiaro che l’interesse degli investitori, degli sponsor e delle società target/da acquisire non accenna assolutamente a diminuire”, sottolinea Midolo

Gli sviluppi recenti sono stati positivi nonostante l’intervento a marzo scorso della Sec, che ha voluto raffreddare gli entusiasmi e l’eccesso di nuove quotazioni, che stavano creando una vera e propria bolla riflessa nei prezzi spesso generosamente gonfiati, non solo delle SPAC che avessero già annunciato l’operazione di fusione ma anche di tutte le neo-quotate. E infatti il semestre appena terminato è stato caratterizzato da sostanziale debolezza e scarso entusiasmo degli operatori, con quotazioni in discesa di oltre il 30%.

Nonostante le misure introdotte dalla Sec e dopo una prima fase di tracollo, il mercato SPAC ha saputo comunque riequilibrarsi e ripartire, sulla base di nuovi parametri. Tra questi, maggiori incentivazioni agli investitori in fase di IPO, maggior numero di warrant gratuiti offerti per Unit e sostanziale riduzione delle scadenze da 24 mesi a 12-18, con ulteriore compenso di 0,10 dollari a trimestre, in caso di richiesta di estensione dei termini. “Questo insieme di aggiustamenti sta ricreando le premesse non solo per un consolidamento del settore SPAC sulla notevole base dimensionale raggiunta, ma addirittura di futura crescita, in considerazione dell’equilibrio ricreato, a partire dall’estate, tra il numero di nuove quotazioni, annuncio di acquisizioni e completamento delle stesse”, conclude Midolo.

Consulenti finanziari USA: in che modo creano e coinvolgono la propria clientela

I consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale. Pertanto, è fondamentale che il professionista abbia le capacità di rinnovare il portafoglio clienti, usando le migliori strategie di acquisizione.

Di Coryanne Hicks e Susannah Snider – usnews.com

Nei servizi finanziari, le questioni più importanti sono incentrate esclusivamente sui clienti: di cosa hanno bisogno, cosa vogliono, dove sono, dove stanno andando e a chi possono fare riferimento lungo il percorso. Non c’è business senza clienti, e tutti i consulenti finanziari devono essere esperti anche nell’arte di trovarne di nuovi e di coinvolgere quelli già acquisiti in portafoglio.

Il fattore età, naturalmente, è essenziale: i bravi consulenti “invecchiano” insieme ai propri clienti, con i quali spesso condividono gli aspetti della propria crescita personale ed economica, i propri successi ma anche gli insuccessi e a volte gli eventi più tristi. Dal punto di vista degli obiettivi di investimento e del ciclo di vita del patrimonio, però, c’è un momento in cui consulente e cliente si confrontano da due posizioni differenti. Infatti, man mano che i clienti invecchiano, essi passano dalla fase dell’accumulo a quella della distribuzionequest’ultima determinata dal raggiungimento degli obiettivi di spesa – e se il denaro accumulato viene speso, le risorse di un consulente (asset in gestione) diminuiscono, e con esse anche le sue entrate. Pertanto, è fondamentale che il consulente abbia le capacità di rinnovare costantemente il portafoglio clienti, facendo leva su moderne strategie di acquisizione e nuove regole che, in particolare negli Stati Uniti, sono il risultato di una evoluzione cominciata già negli anni ’60-‘70, e che in Italia – con i dovuti distinguo – si sono diffuse già da qualche tempo, una volta abbandonate le vecchie “telefonate a freddo“. 

Restringere il focus – Secondo Kevin Darlington, vicepresidente di Broadridge Advisor Solutions (New York), “il consulente finanziario che restringe le dimensioni del proprio target di destinazione massimizza il proprio investimento in tempo e alla fine attira  i clienti ideali. Invece di prendere di mira chiunque abbia almeno 1 milione di dollari, è meglio restringere il campo ai potenziali clienti che, tra quelli con disponibilità di almeno 1 milione, abbiano un’età compresa tra 45 e 60 anni e vivono entro 50 miglia dalla sede di lavoro del consulente”.

Definire il proprio cliente ideale – Il processo di restringimento del campo aiuta a anche a definire il profilo del cliente ideale, quello con il quale il consulente finanziario ha maggiori chance di adattare la propria strategia di marketing e, una volta acquisito, di esprimere al meglio il proprio modello di servizio. Questa fase richiede l’identificazione dei bisogni primari del cliente-tipo, le sue domande e le sue preoccupazioni più probabili, individuate anche in base alla esperienza maturata con clienti simili. E’ grazie a questo studio preliminare che il consulente potrà costruire la sua proposta di valore originale, capace di “parlare” – e far parlare di sè – non solo al potenziale cliente, ma anche al mercato.

Sviluppare campagne di content marketing – Definite le domande che il cliente ideale si sta ponendo, è possibile – e conveniente, dal punto di vista dell’autorevolezza – creare campagne di content marketing che lo portino al proprio sito Web, dove troverà delle risposte di base, utili a fissare l’attenzione e, magari, a richiedere un contatto. Un consulente finanziario alla ricerca di imprenditori, ad esempio, potrebbe creare campagne sulla pianificazione della successione aziendale; oppure creare video didattici che affrontano le sfide finanziarie che gli imprenditori devono affrontare. In particolare, i contenuti video di buona qualità, rivolti al cliente ideale, generano molte risposte e aumentano il livello di “conferma” nel caso in cui il nominativo del consulente sia stato riferito da un altro cliente.

Diventare “social” – I social si amano o si odiano, ma questo non deve interessare ai consulenti più efficaci, poiché i social network sono una solida fonte per scoprire nuove opportunità per nuove relazioni con i clienti potenziali. Soprattutto su LinkedIn, dove i consulenti possono comunicare in modo efficiente il proprio brand personale, creando una sorta di “impronta digitale” con cui venga identificata la sua specializzazione. In caso contrario, infatti, si rischia di perdersi nel mare dell’uniformità e dell’anonimato in cui galleggiano moltissimi consulenti. Per vitare ciò, è consigliabile l’espansione su più canali di social media (Youtube, per esempio, oltre a Facebook, Instagram, Twitter e Linkedin), rimanendo però sempre coerenti con il proprio messaggio.

Fin qui si è parlato di “accademia”, ossia di strumenti e strategie universalmente conosciute dai consulenti (sebbene non sviluppate con regolarità). Infatti, la creatività nell’individuare metodi di acquisizione di nuova clientela, così complicata e indiretta nel mondo virtuale, non ha limiti nel mondo reale. Infatti, esistono altri modi per socializzare con i potenziali clienti oltre ai canali virtuali (con i quali molti professionisti non hanno un buon rapporto), e sebbene richiedano maggiori energie e costi, sono sicuramente molto più efficaci se perfezionati con una certa costanza e con metodo. In pratica, si tratta di identificare i possibili interessi comuni a quelli della clientela ideale, e sfruttarli per trovare opportunità di interazione al di là del PC, come facevano i consulenti di una volta. Per esempio, uno dei più bravi consulenti newyorkese, appassionato di cani, acquisiva clientela nuova organizzando – o improvvisando, molto spesso – riunioni e incontri “casuali” proprio in un parco per cani. Altri, molto più “classici”, fanno ancora identica cosa nei circoli del tennis e persino in occasione dei celebri “mercatini del vicinato” americani.

Il capitolo dedicato ai clienti già acquisiti (mercato effettivo) non certo è meno importante di quello del mercato potenziale, ed anzi necessita di grandissima attenzione, poiché i “già clienti” sono i migliori testimonial del consulente. Pertanto, è utilissimo coinvolgerli nelle proprie riunioni di acquisizione, senza alcun “copione”: parleranno comunque bene, in modo del tutto spontaneo, del professionista, e in più si sentiranno orgogliosi di averlo fatto. In generale, però, il mantenimento di un buon livello di relazione con i clienti passa dalla sensibilità del consulente nel saper definire le loro aspettative di contatto periodico, nel senso che alcuni di loro desiderano ricevere notizie solo una volta all’anno, mentre altri si aspettano contatti più frequenti (trimestrali o addirittura mensili).

Negli Stati Uniti, poi, non di rado i consulenti organizzano i c.d. “eventi trimestrali di apprezzamento dei clienti”, veri e propri happening informali, dalla durata di qualche giorno (o un week end) in occasione dei quali i clienti possono andare e venire a loro piacimento, anche più volte, magari invitando amici “non clienti” a pranzi o cene a base di vino e formaggio, oppure ad un barbecue, con tanto di giochi per i bambini, nei mesi estivi. Dopo due anni di Covid, naturalmente, la necessità del distanziamento sociale ha fatto sì che le riunioni-clienti al chiuso siano diminuite enormemente – non i “parties on barbecue” che sono all’aperto – e siano aumentati esponenzialmente gli eventi in video, molto meno coinvolgenti dal punto di vista emozionale ma più sicuri, da svolgere invitando anche le famiglie dei clienti rendendo così la pianificazione finanziaria un evento familiare.

Startup Fixing, il metodo universale per valutare correttamente qualunque investimento in startup

In ogni progetto imprenditoriale in fase di startup, il c.d. rischio d’impresa si manifesta nella sua massima espressione, poiché l’azienda su cui investire non ha ancora una “storia” né risultati di mercato sui quali fare affidamento.

In occasione dell’investimento in una o più startup, gli investitori sono chiamati a valutare positivamente, in un’ottica fortemente speculativa, una idea nata dalla mente di altri soggetti e ad investire su di essa in base a varie forme e modalità. Si tratta della nuova frontiera dell’investimento, quello nella c.d. Economia Reale, che richiede una forte capacità di coinvolgimento sociale dei potenziali investitori, prima ancora di quello economico.

In un contesto simile, il concetto di rischio deve essere analizzato sia dal punto di vista dei soci promotori che da quello degli investitori, che nelle startup hanno un ruolo fondamentale almeno quanto i primi (se non di più). Infatti, i primi chiedono ai secondi di finanziare la propria idea imprenditoriale e gli investimenti sostenuti fino ad un certo momento (c.d. vantaggio competitivo), dietro condivisione dei risultati futuri– individuabili massimamente in un forte incremento del valore delle proprie quote in un lasso di tempo massimo di 5–7 anni – mentre i secondi devono valutare l’investimento di denaro proprio nel presente e diventare così soci (Equity Crowdfunding) oppure semplici finanziatori dietro corresponsione di un tasso di interesse annuale (Lending Crowdfunding).

Ed è proprio questa differenza di “punto di vista” che determina, nell’investimento in una startup, la necessità di una informazione finanziaria puntuale e prudente che i fondatori devono fornire agli investitori, soprattutto agli investitori retail, che grazie alla nuova normativa europea saranno chiamati a valutare la partecipazione azionaria in aziende startup (o a finanziarle) senza avere le competenze degli investitori professionali e confidando sulle informazioni contenute nei business plan pubblicati nelle piattaforme di Crowdfunding (che consentono l’investimento anche nel settore immobiliare), dove generalmente si dà particolare enfasi alla rapida crescita prospettica del valore dell’azienda e minore cura agli scenari negativi ed ai possibili rischi. Infatti, non capita di rado che nei business plan venga presentato un valore aziendale (c.d. di Pre-money ) privo dei suoi criteri di stima, a detrimento del principio di puntuale informazione richiesto da qualunque investimento.

Naturalmente, la maggior parte delle startup, all’interno della “proposta informativa per l’investitore” che si trova sia nel proprio sito web che tra la documentazione presente nella piattaforma di investimento, parlano anche dei rischi insiti nell’investimento, nel rispetto di quanto stabilito dagli organi di controllo. A tal proposito, la Consob sul suo portale di informazione finanziaria prevede espressamente: “Il fattore emozionale nella scelta del progetto da finanziare costituisce forse uno degli aspetti più delicati di cui l’investitore (soprattutto quello non professionale) deve prendere coscienza (…). L’approccio inevitabilmente emozionale con cui si valuta l’investimento, oltre che la intrinseca rischiosità di società neo costituite operanti in settori innovativi, sono alla base dei principali rischi dell’investimento in start-up innovative. A questi si aggiunge il rischio di truffa tipico di tutte le transazioni effettuate on-line”.

Di conseguenza, la necessità di porre un freno alle scelte puramente emozionali degli investitori richiede l’adozione di strumenti mediante i quali razionalizzare al massimo il processo di acquisto e permettere ai risparmiatori di fare scelte consapevoli. Oggi, il metodo più attendibile è quello proposto dal modello di valutazione denominato “Startup Fixing”,  sviluppato da ProjetBI srl, che può essere applicato in ogni contesto e mercato nazionale ed estero grazie alle sue caratteristiche di semplicità e “universalità”. Con Startup Fixing, infatti, è possibile effettuare delle comparazioni tra le varie proposte e formare dei benchmark per via del criterio di base – del tutto razionale e privo di qualunque implicazione emozionale –  volto ad individuare la credibilità del modello di business prospettato dai soci promotori della startup, sotto l’egida del principio fondamentale della Finanza: ad alti rendimenti corrispondono alti rischi, e viceversa.

Sulla base di questo assioma, si può esprimere un giudizio sulla misura del rischio, e soprattutto la sua “congruità” rispetto all’assioma considerato. Infatti, è coerente attendersi che il rischio specifico del progetto della startup (espresso dal simbolo greco “σ” – sigma), attribuito dai soci promotori, debba essere di parecchie volte superiore rispetto a quello che si riscontra negli investimenti in azioni presenti nei mercati regolamentati (espressi dal simbolo “s”). Questa maggiore rischiosità, per un principio di prudenza del tutto proporzionale al sensibile tasso di “mortalità” delle startup, determina alla fonte un necessario contenimento del valore di pre-money dichiarato (espresso dal simbolo “W”), che in definitiva è il costo che gli investitori devono sostenere.

Senza la rigida osservanza di questi due principi di definizione del rischio, il metodo Startup Fixing scarta automaticamente il progetto, poiché il processo decisionale di scelta dell’investimento cui il metodo risponde si basa sulle seguenti domande:
1) il rendimento netto atteso è superiore al benchmark di riferimento? (il benchmark più usato è l’Italian Equity Crowdfunding Index del Politecnico Milano);
2) il costo per l’ingresso nel capitale della startup sconta adeguatamente il rischio intrinseco per questo tipo di investimento, tenendo conto delle soglie di rischio previste per il mercato di riferimento?

Solo con due risposte entrambe affermative l’investimento può essere poi valutato nel dettaglio. Infatti, la qualità del segnale informativo scaturente dal modello di calcolo è a sua volta legato strettamente alla qualità dei dati economico-finanziari presenti nei business plan, i quali dovrebbero derivare da un percorso logico di calcolo moltiplicativo ed additivo di altrettanti dati elementari (es: numero di ore lavorate per il costo lavoro orario, numero di pezzi di materia prima per costo unitario, etc). Ebbene, il rispetto di questo processo di costruzione numerica è riscontrabile rapidamente attraverso l’utilizzo di una speciale proprietà matematica (la c.d. Legge di Benford) che, presente anche nel software interno al modello Startup Fixing, è da diversi anni applicata in ambito di revisione ed estesa anche per l’analisi dei piani economici e finanziari. Il superamento del test della Legge di Benford rafforza la validità della decisione presa sull’investimento.

Gianluca Gabrielli: azioni Usa per proteggersi dalla bolla immobiliare cinese

La frenata del Pil cinese nel terzo trimestre è un campanello d’allarme. La bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire.

“Il caso Evergrande è un campanello d’allarme: la bolla immobiliare cinese non è sostenibile e potrebbe generare un sensibile rallentamento della crescita del Paese negli anni a venire. Pertanto, oggi serve estrema prudenza su quest’area”: è l’analisi di Gianluca Gabrielli, Strategist e gestore di Komorebi Invest Suisse.

“Quello che sta accadendo sul mercato immobiliare cinese, con grandi operatori a rischio default, da Evergrande a Family Holdings Group, è l’esempio plastico di cosa può accadere quando la creazione di debito non avviene per soddisfare la necessità insoddisfatta di capitali reali produttivi di una economia, ma serve, al contrario, per sostenere un dato livello corrente di consumi”, spiega Gabrielli. “Finché dura lo stimolo del credito a basso costo, l’economia reagisce positivamente, ma se manca la corrispondenza tra investimenti e domanda, quando lo stimolo cessa viene meno anche la componente di Pil generata artificialmente: la frenata del Pil cinese nel terzo trimestre, al 4,9% rispetto al 7,9% del trimestre precedente, è coerente con questo scenario”.

Si tratta di fenomeni già visti, per esempio, in Malesia nel 1997 e in Grecia nel 2003. Nei primi anni Novanta, la Malesia alimentò un boom di investimenti, grazie a condizioni di credito particolarmente favorevoli. Quando, però, nel 1997, le condizioni cambiarono e l’accesso al credito divenne più costoso, i flussi di investimenti si fermarono e, essendo disancorati da un aumento reale della domanda interna, generarono una caduta del Pil pari a quasi due terzi di quanto era cresciuto nella fase di stimolo e furono necessari sei anni per tornare ai livelli di Pil toccati nel ’97.

Il caso della Grecia è analogo. A partire dal suo ingresso nell’euro, il Paese ha sperimentato un boom dei consumi, pubblici e privati, dovuti al maggior credito disponibile e non al reddito disponibile. La crisi che ne è seguita, nel 2010, ha cancellato, fino ad ora, quasi metà di quella crescita effimera e temporanea e il PIL non accenna a riprendersi. “Il motore della crescita cinese dal 2009 ad oggi è stato l’aumento del debito, che è passato da 7 mila a 50 mila miliardi di dollari. La crescita del Pil conseguente a questo debito è stata di 11 mila miliardi di dollari, da 5 a 16 mila miliardi”, prosegue Gabrielli. “Tuttavia soltanto una parte di quel debito ha finanziato investimenti produttivi, mentre la maggior parte è servita a finanziare i consumi privati e investimenti non produttivi, come dimostrano l’aumento delle nuove auto per abitante – che secondo le nostre analisi ha quasi raggiunto il livello degli Stati Uniti – e soprattutto l’enorme boom edilizio residenziale, che, secondo Goldman Sachs, vale 62 trilioni di dollari contro i 24 trilioni degli Usa, e che ha generato il guaio Evergrande”.

In questo scenario, esiste il rischio concreto che al Pil cinese possa accadere quanto successo alla Malesia o alla Grecia: o un crollo repentino con un recupero successivo (tanto più veloce quanto più svaluteranno la loro valuta) oppure un lunghissimo periodo di crescita molto al di sotto del loro target del 6% annuo.

“Dal punto di vista dell’allocazione di portafoglio, quindi, è bene affrontare con estrema prudenza l’esposizione verso la Cina, perché gli attuali valori azionari, seppur ridimensionati rispetto ai recenti massimi di inizio anno, potrebbero subire consistenti cali”, conclude il gestore. “Il possibile bilanciamento di portafoglio continua a essere offerto dall’azionario americano, che ha beneficiato anch’esso di una forte crescita degli investimenti a partire da inizio 2009, ma si tratta di investimenti che hanno impattato un’economia in pieno slancio tecnologico, sostenendo settori decisivi per la crescita futura, come l’elettromobilità, il cloud computing, la comunicazione mobile, il software: non è un caso che dal 2009 a oggi nomi come Apple, Google, Amazon, Netflix, Tesla siano prettamente fenomeni a stelle e strisce”.

Fabiana Megliola: il mercato immobiliare non smette la sua corsa

Prospettive positive per il mercato immobiliare, ma in un quadro ancora incerto a livello economico, che richiede prudenza. Allo stesso tempo si segnalano fiducia e attesa per i progetti che saranno messi in campo con il PNRR.

Mercato immobiliare vivace e in rapida ripresa, – afferma Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – come testimoniano sia i dati sui volumi scambiati sia quelli sui prezzi. Ci siamo lasciati alle spalle un 2020 con risultati migliori delle attese e siamo entrati, fiduciosi, nell’anno in corso.  La domanda abitativa, esplosa dopo il primo lockdown, non ha accennato flessioni e ha continuato a crescere trascinata dalla volontà di acquistare casa e dalla spinta del mercato del credito, mai così conveniente. A fare da cornice a questo quadro le aspettative positive sul futuro scenario economico ed un migliorato clima di fiducia”.

Volumi di compravendita – Nel 2021 i volumi delle transazioni evidenziano un incremento del 56% rispetto allo stesso periodo del 2020 e del 21,9% rispetto al 2019, con un risultato più che lusinghiero per i comuni non capoluogo che mettono a segno una crescita rispettivamente del 62,4% e del 26,4%.

Tempi di vendita – “I tempi di vendita, importante indicatore dello stato di salute del mercato immobiliare, – spiega Fabiana Megliola (nella foto) – registrano segnali di miglioramento rispetto ad un anno fa. Gli ultimi dati dicono che, nelle grandi città, i tempi di vendita sono di 114 giorni con un aumento di soli due giorni rispetto ad un anno fa, nei capoluoghi di provincia si segnala una media di 143 giorni in miglioramento di sei giorni rispetto a quanto registrato nel 2020, per finire con i comuni dell’hinterland delle grandi città dove si vende in 147 giorni contro 154 giorni dell’anno scorso. Tra le grandi città i tempi di vendita maggiori si registrano a Bari (149 gg) e Palermo (143 gg). Le metropoli “più veloci” sono Milano (62 gg) e Bologna (63 gg). Questi risultati si spiegano con una più ferma decisione nell’acquisto e, nelle metropoli, anche con una carenza di offerta, soprattutto sulle tipologie di migliore qualità”. 

Prezzi – “L’analisi dei prezzi – continua Fabiana Megliola – mostra un mercato positivo. Le grandi città mettono a segno una crescita dei valori dello 0,8%, i capoluoghi di provincia e l’hinterland delle grandi città dello 0,4%.  Dopo l’interruzione registrata nel 2020, nelle metropoli continua il trend in aumento iniziato nel secondo semestre del 2017. In queste realtà tengono bene le zone periferiche e semicentrali i cui prezzi più bassi hanno consentito l’acquisto di abitazioni più ampie o con spazi esterni, nuovi driver di scelta scaturiti dalle chiusure forzate.  Le zone centrali mostrano talvolta sofferenze legate, in modo particolare, al rallentamento della domanda per investimento che, nonostante la fiducia incrollabile nel mattone, resta al momento ancora prudente. La novità è il recupero dei valori, per la prima volta dal secondo semestre del 2007, nei capoluoghi di provincia, molti dei quali dopo il lockdown sono stati particolarmente apprezzati, soprattutto se in grado di offrire una buona qualità di vita oltre che abitazioni nuove, in linea con i nuovi desideri abitativi. Nell’hinterland delle grandi città si segnala una buona performance per quello di Milano, Bologna e Verona, quest’ultimo in particolare trascinato dalla località turistiche. Le nuove dinamiche stanno portando ad uno spostamento di acquirenti dalle metropoli verso l’hinterland e i capoluoghi di provincia”.

Domanda ed offerta – L’analisi della domanda restituisce ancora una maggiore preferenza per il trilocale che raccoglie il 40,5% delle preferenze, a seguire i quattro locali con il 24,6%. La ricerca di soluzioni di ampia metratura e con spazi esterni determina un maggiore apprezzamento dell’immobile anche in termini di valori e ha indirizzato parte della domanda verso le soluzioni indipendenti e semi-indipendenti. Le soluzioni in buono stato restano le preferite ma quelle da ristrutturare hanno continuato a trovare sostegno negli incentivi per le ristrutturazioni. Bene le nuove costruzioni che recuperano valore in questa prima parte dell’anno (+0,7%) e si confermano sempre più attrattive soprattutto in un’ottica di vivere sostenibile. Resta il nodo del costo delle materie prime e del loro approvvigionamento. Quanto alla disponibilità di spesa la concentrazione più elevata si rileva ancora nella fascia più bassa, fino a 119 mila € (25,4 %) ma c’è un aumento della percentuale di chi desidera spendere più di 350 mila €. L’analisi dell’offerta evidenzia che la tipologia più presente è il trilocale, con il 33,7%, a seguire il quattro locali con il 24,4% ed i bilocali con il 23,9%.

Sconto medio offerta-domanda – “Quando il mercato immobiliare si rimette in moto – puntualizza Megliola – una delle variabili influenzata è lo sconto medio, ossia lo scostamento tra prezzo di richiesta e prezzo di compravendita. Nel primo semestre del 2021 il gap si è attestato intorno a -8,2% contro il -9,1% registrato pre-pandemia”.

Mercato delle locazioni – Canoni di locazione in leggero recupero, dopo un 2020 che ha visto un ribasso importante dei valori a causa di una domanda in contrazione e un’offerta in aumento.  Sono stabili i canoni dei monolocali, +0,4% e +0,3% il rialzo di quelli dei bilocali e dei trilocali. Valori in calo si segnalano ancora a Milano, Roma, Bologna e Firenze, le metropoli che più di tutte le altre hanno sofferto la minore presenza di flussi turistici, studenti e lavoratori fuori sede. Nei capoluoghi di provincia i canoni sono in aumento su tutte e tre le tipologie (+0,7% per monolocali e trilocali e +0,1% per i bilocali). Nei primi mesi dell’anno in corso c’è stata una ripresa della domanda da parte degli studenti che è andata di pari passo con l’avanzamento della campagna vaccinale e con le decisioni degli atenei sulla frequenza delle lezioni. Bene i contratti a canone transitorio.

Casa vacanza – Il mercato della casa vacanza ha avuto un buon recupero già subito dopo il primo lockdown. La tipologia più richiesta e compravenduta è il trilocale ma, dopo il 2019, è aumentata la percentuale di chi cerca soluzioni indipendenti. I prezzi in media nelle località turistiche di montagna sono in aumento dello 0,6%, in quelle di lago dell’1,6% e in quelle di mare dell’1,3%.

Previsioni – “I segnali positivi che arrivano dal mercato – conclude Megliola – ci fanno propendere per una fine dell’anno con prezzi e compravendite in ascesa. I primi potranno chiudere tra +1% e +3% e le transazioni portarsi intorno a 650 mila. Il sentiment volge verso un recupero dei valori. Per il futuro del mercato immobiliare sarà cruciale il sostegno del settore del credito, cardine del processo di recupero di volumi e valori. Ad oggi le prospettive sembrano essere positive senza dimenticare che ci muoviamo in un quadro ancora incerto a livello economico, che richiede prudenza. Allo stesso tempo si segnalano fiducia e attesa per i progetti che saranno messi in campo con il PNRR e che potrebbero dare un ulteriore slancio al mercato immobiliare”.

Ethenea: mercato dell’energia sotto pressione

I prezzi del gas e dell’elettricità stanno raggiungendo livelli record, non solo in Europa. Che impatto ha questo sui mercati finanziari? Ci sono ancora interessanti opportunità d’investimento nel settore energetico?     

Il recente aumento dell’energia porterà inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione. Tuttavia, le banche centrali di tutto il mondo non sembrano essere preoccupate della situazione. Sostengono che gli attuali picchi d’inflazione siano solo temporanei. “Per la politica monetaria, superare il crollo dell’occupazione e dell’attività economica causato dalla pandemia da coronavirus rappresenta in questo momento la priorità”, afferma Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager presso Ethenea. “Pertanto al momento, gli alti costi dell’energia dovrebbero incidere limitatamente nelle decisioni delle banche centrali relative ai tassi d’interesse”.

L’inflazione e l’andamento dei tassi d’interesse delle banche centrali sono solo un fattore tra i tanti di cui tener conto nel determinare l’andamento dei rendimenti delle obbligazioni a lungo termine, aggiunge. Un aumento dei tassi d’interesse a lungo termine, ad esempio per i Treasury americani a 10 anni o i Bund tedeschi, è tuttora limitato grazie ai programmi di acquisto di asset delle banche centrali. “In generale, sia i consumatori che le aziende la cui produzione dipende fortemente dall’uso di energia, hanno una protezione almeno temporanea contro l’aumento dei prezzi, perché hanno stipulato contratti a lungo termine o di copertura”, spiega il dottor Schmidt. “Il fattore decisivo per loro sarà la durata dei sovraccosti dell’energia, perché a un certo punto anche il contratto più duraturo scadrà”.

Tuttavia, continua, ci sono evidenti differenze a livello di paese. “In Italia, Grecia e Francia, i consumatori ricevono già il sostegno del governo”, approfondisce l’esperto. “La Spagna ha fissato i prezzi dell’energia per l’energia idroelettrica e nucleare prodotta a livello nazionale, ha sospeso le tasse sull’energia e quindi ha frenato l’aumento dei prezzi attraverso la regolamentazione del governo”. La situazione attuale nel Regno Unito è particolarmente drammatica. Il produttore di fertilizzanti CF Industries ha chiuso i suoi impianti nel Regno Unito a causa della crisi energetica“. Ma, visto che un sottoprodotto della produzione di fertilizzanti è il CO2, essenziale per la conservazione degli alimenti, il governo è intervenuto e ha convinto CF a riprendere la produzione.

“Al momento è difficile tenere traccia di quali aziende stiano beneficiando degli sviluppi e quali stiano soffrendo”, dice Schmidt. Per i fornitori di energia in particolare, la situazione è complicata. “Da un lato, le società di servizi vogliono offrire ai loro clienti i prezzi più bassi possibili e competitivi, il che depone a favore dei contratti a breve termine tra le società di servizi e i produttori di elettricità quando i prezzi sono bassi”, spiega il portfolio manager. “D’altra parte, i contratti a lungo termine con i produttori sono importanti per le utility per fare calcoli affidabili. Ma se un utility è rimasta legata ad un livello di prezzo troppo alto per troppo tempo, sarà superata dai concorrenti che hanno effettuato coperture a breve termine in caso di un calo dei prezzi”.

L’esempio del fornitore di energia britannico Green mostra perché è importante analizzare a fondo le singole aziende quando si investe. “Green ha chiuso a causa dei regolamenti in essere, che stabiliscono che i contratti con i clienti non possono essere adattati alle attuali situazioni di mercato. Il costo di acquisto del gas è ben al di sopra del prezzo che l’azienda è autorizzata a praticare ai suoi clienti finali”. Anche se Green non è rappresentata sul mercato dei capitali né con azioni né con obbligazioni, questa è una chiara dimostrazione del fatto che un’analisi fondamentale caso per caso, così come la comprensione dei meccanismi di prezzo più importanti, è particolarmente significativa quando si tratta di società più piccole. Almeno altri sei fornitori di energia nel Regno Unito sono falliti nel solo mese di settembre perché i fornitori non sono anche i produttori di energia.

“In sintesi, allo stato attuale, le obbligazioni emesse dalle società del settore energetico difficilmente rappresentano un investimento interessante”, afferma Schmidt (nella foto). “I proprietari di reti elettriche o di gas, per esempio, oggi non pagano premi di rischio interessanti. Gli investitori li considerano giustamente a basso rischio perché il loro modello di business è scarsamente dipendente dalle variazioni dei prezzi dell’energia e solitamente sono in parte di proprietà dello Stato”. Il rischio principale è la perdita potenziale di uno o più clienti. “I chiari vincitori dell’attuale crisi energetica – conclude Schmidt – sono le società di estrazione del gas e del petrolio così come i produttori di elettricità pura, compresi i produttori di elettricità a carbone, che sono legittimamente criticati per motivi di sostenibilità se hanno dei depositi di carbone di proprietà. In Germania, questo vale solo per i produttori di elettricità a base di lignite; il carbone fossile non viene più estratto da tempo, ma viene invece importato. Al momento, per i consumatori e per le aziende che consumano energia, la sicurezza dell’approvvigionamento è prioritaria rispetto alla sostenibilità“. Lo dimostra anche il fatto che l’elettricità da carbone in Germania ha sostituito le energie rinnovabili come fonte energetica più importante durante la prima metà del 2021.

Lavoropiù SpA emette un basket bond da 5 milioni con Intesa Sanpaolo

Il finanziamento rientra nel Programma Basket Bond della Banca in partnership con ELITE per sostenere le PMI italiane più virtuose.

Lavoropiù Spa, una delle maggiori agenzie per il lavoro italiane, con un fatturato previsto per il 2021 di oltre 150 milioni di euro e 400 dipendenti diretti, ha emesso un minibond per un importo di 5 milioni di euro con scadenza 2028, aderendo al programma Intesa Sanpaolo Basket Bond, in partnership con ELITE, il private market del Gruppo Borsa Italiana oggi parte di Euronext. Il basket bond soddisfa le esigenze di accompagnamento finanziario delle imprese, in un orizzonte di medio lungo termine, garantendo anche flessibilità ai programmi di sviluppo e crescita. L’intervento rientra nel piano più ampio per dare supporto agli investimenti legati al PNRR.

Lavoropiù è una delle realtà più solide del settore, con una qualità del servizio eccellente e una grande attenzione strategica verso lo sviluppo sostenibile del proprio business con una visione di stampo inclusivo ed etico. L’azienda vanta una forte fidelizzazione dei propri collaboratori, tanto che la media degli anni di anzianità dei dipendenti è tra le più alte del settore”, spiega Daniele Ottavi (nella foto), consigliere delegato di Lavoropiù. “Questo finanziamento consente di sostenere il percorso di crescita di Lavoropiù, che prevede alcune tappe fondamentali: il rafforzamento della propria presenza nelle regioni in cui si concentra la capacità industriale italiana attraverso l’apertura di almeno 25 nuove filiali, l’ampliamento dell’attività di alcune specializzazioni afferenti a mercati trainanti e il potenziamento del processo di internazionalizzazione. La crescita si esplicherà anche attraverso uno sviluppo tecnologico che faciliti sempre di più la comunicazione, l’elaborazione delle informazioni e il potenziamento degli strumenti di banca dati e di gestione degli iter di selezione”.

“In un contesto in cui il mondo del lavoro deve ritrovare i suoi equilibri dopo i rilevanti effetti della pandemia, il basket bond emesso da Lavoropiù rappresenta un’importante operazione di investimento per la crescita strutturale dell’impresa oltre che per il futuro di tante persone che necessitano di supporto professionale per trovare un’occupazione”, afferma Luca Severini, direttore regionale Toscana e Umbria di Intesa Sanpaolo. “E’ la prima volta che nella nostra Direzione Regionale agevoliamo l’accesso di un’azienda come Lavoropiù a questo tipo di emissione, ne siamo particolarmente orgogliosi perché crediamo che oggi sia imperativo sostenere le imprese italiane sane e favorire la ripartenza economica attraverso ogni forma di supporto e nuove forme di finanziamento, rivolte al mercato”. “Il basket bond – conclude Severini – è uno strumento adatto alle PMI che vogliono aprirsi a nuovi capitali, e l’operazione prevede che sia interamente sottoscritto da Intesa Sanpaolo, che ha agito in qualità di strutturatore dell’operazione avvalendosi del desk specialistico di Finanza Straordinaria della Banca dei Territori“.

Il ruolo di Centro Servizi e di Agente di Calcolo è stato svolto da Loan Agency Services.

Come tutelare il patrimonio personale in caso di convivenza?

Se è vero che la c.d. “confusione patrimoniale” è capace di far sorgere enormi problemi già nel matrimonio, con la semplice convivenza more uxorio i problemi non possono che aumentare. Occhio ai bonifici ricorrenti tra conviventi: l’Agenzia delle Entrate vigila.

Di Alessio Cardinale

Quello della famiglia di fatto è un istituto giuridico che, prima di essere considerato tale, ha attraversato un lungo percorso culturale e giuridico importante, di pari passo con l’evoluzione della Società Civile italiana e con la visione di famiglia. Contestualmente, tale percorso non ha fatto mancare numerosi spunti di riflessione anche in relazione agli effetti patrimoniali che la c.d. convivenza produce – o non produce affatto – nei componenti della coppia unita con tali modalità. Infatti, prima della riforma del diritto di famiglia, c’era una scarsissima apertura verso una forma di tutela alle famiglie di fatto, ma gradualmente anche ai nuclei familiari non fondati sul matrimonio è stato riconosciuto un valido ruolo che assicuri i doveri di mantenimento, di educazione e di istruzione dei figli, insieme alla possibilità di garantire ai conviventi i propri diritti all’autodeterminazione personale e alla reciproca solidarietà ed assistenza morale, che prima venivano considerati appannaggio esclusivo del matrimonio.

Dal punto di vista patrimoniale, nella famiglia di fatto manca una normativa assimilabile a quella dettata per i coniugi uniti in matrimonio, pertanto negli anni si è sviluppato un generale riconoscimento – anche giurisprudenziale – verso tutti quei patti patrimoniali che i conviventi concludono per regolare i rispettivi rapporti economici. Contestualmente al maggiore radicamento ed accettazione di tale forma familiare nel comune sentire della Società occidentale, si è arrivati a qualificare le relazioni patrimoniali tra conviventi all’interno di una concezione stampo solidaristico, simile a quella che si instaura nel matrimonio. Tuttavia, l’assenza di un vincolo parentale e la situazione di “incertezza giuridica” della famiglia di fatto fa sì che certi istituti adatti alla pianificazione e protezione patrimoniale vengano preferiti ad altri, più adatti alle coppie unite in matrimonio. E così, per esempio, nella convivenza è diffuso lo strumento del Trust, ossia quella forma di segregazione del patrimonio utile a tutelare economicamente i componenti della famiglia di fatto.

Dal punto di vista regolamentare, il contratto di convivenza deve essere redatto nella forma scritta, attraverso la stipula di un atto pubblico o con scrittura privata autenticata da un pubblico ufficiale, nel quale è possibile indicare il luogo di residenza della coppia, disciplinare l’uso della casa adibita a residenza comune, scegliere il regime patrimoniale della comunione dei beni, formalizzare l’entità del contributo economico e lavorativo, professionale o domestico, alla gestione della famiglia in capo a ognuno dei due conviventi, e persino regolamentare i rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza, come il diritto agli alimenti in caso di cessazione della convivenza (ma non in astratto, solo se il soggetto debole dovesse trovarsi in un concreto stato di bisogno e fosse privo di altri mezzi di sostentamento).

La possibilità per i conviventi di adottare il regime patrimoniale della comunione dei beni implica che i beni comuni siano aggredibili da eventuali creditori nella sola misura del 50%. Per questo motivo il contratto deve essere pubblicizzato a norma di legge con iscrizione all’Anagrafe (entro 10 giorni dalla data della stipula). Naturalmente, anche nel caso della famiglia di fatto la separazione genera momenti di attrito che possono mettere a rischio i rispettivi patrimoni personali dei conviventi, e se è vero che la c.d. “confusione patrimoniale” è capace di far sorgere enormi problemi nel matrimonio, con la semplice convivenza more uxorio i problemi aumentano. Infatti, qualora la coppia non abbia provveduto a regolarizzare l’unione con la sottoscrizione di un contratto di convivenza, non ha avuto la possibilità di optare per un regime di comunione o di separazione di beni, per cui le regole di divisione di un conto corrente cointestato saranno diverse. In particolare, se nel conto cointestato sono stati accreditati gli stipendi di entrambi, i conviventi saranno comproprietari in parti uguali delle somme depositate, anche qualora venisse fornita la prova che le somme depositate provengono esclusivamente da un solo convivente.

Questo accade perché le somme depositate si suppongono destinate a sopperire i bisogni comuni, e chi le ha depositate non può chiederne la restituzione, salvo pretendere il rimborso delle somme spese dall’altro convivente a titolo personale, ma solo entro il limite della quota del 50%, poiché ciascun cointestatario è in teoria titolare nella misura del 50% del rapporto di conto corrente. L’unica possibilità per evitare questa impasse è quella di agire in giudizio per la sproporzione tra quanto depositato da uno dei conviventi ed il valore economico attribuito ai doveri morali e sociali reciprocamente assunti, ma questa dimostrazione non è semplice. Pertanto, sarebbe opportuno mantenere una perfetta divisione degli importi destinati alle esigenze personali e destinare un conto cointestato per i soli bisogni familiari. In questo modo, ciascun convivente manterrà la piena proprietà del relativo conto monointestato.

Infine, c’è un altro aspetto molto delicato da tenere in grande attenzione. Infatti, per l’Agenzia delle Entrate i due conviventi more uxorio sono considerati come dei perfetti estranei tra loro, e pertanto un elevato numero di bonifici bancari da un conto all’altro esporrebbe la coppia ad un rischio di accertamento fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate, la quale potrebbe voler accertare la natura dei bonifici al fine di scongiurare che gli stessi possano derivare da redditi non dichiarati.

In tutte evidenza, qualora anche uno solo dei conviventi svolgesse attività di impresa, tale evenienza potrebbe generare notevole disagio per via di eventuali – e immancabili – controlli incrociati.